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Guerra santa, guerra santa e jihad. Ebbene, lo sappiamo tutti. Fino a un po' di anni fa, questa sarebbe stata una lezione di storia e basta. Sarebbe stata la lezione di un medievista che di guerra santa, specialmente in ambito cristiano, ne ha vista tanta nel suo periodo, il Medioevo. E invece, oggi, non è soltanto una lezione di storia, che è poi anche il motivo per cui siamo in così tanti, credo.
Guerra santa, quindi crociata nel linguaggio cristiano, e jihad, che non vuol dire proprio guerra santa, lo vedremo poi. Anzi, proveremo a vedere un po' che cosa vuol dire esattamente. Guerra santa e jihad, e quindi crociate, sono termini che sono tornati nel nel linguaggio comune, almeno da quando il presidente Bush, lanciando l'invasione dell'Iraq di Saddam Hussein, disse ai marines: "Voi siete i nuovi crociati". E oggi il califfo dell'ISIS ci riprende alla lettera e ci dice: "Voi siete i nuovi crociati e noi vi taglieremo la gola".
Allora, è chiaro che un tema di questa complessità non lo chiuderemo questa sera. Questa sera, io sarei già contento se riusciamo a dare qualche elemento di fatto, di valutazione e qualche spunto di riflessione sul modo in cui il tema della guerra e della guerra religiosa, diciamo così, è stato presente nella storia, nella civiltà cristiana e nella civiltà islamica. Anche se poi, il professor Autino diceva giustamente, le due principali religioni monoteiste, perché come numero di fedeli e così. Però, sapete benissimo, ed è bene ricordarselo sempre, che tanto il cristianesimo quanto l'Islam derivano dalla prima religione monoteista, dall'ebraismo. E tanto il cristianesimo quanto l'Islam hanno preso moltissimo dall'ebraismo, tanto che sotto certi aspetti si assomigliano come due gocce d'acqua. Sotto altri aspetti hanno preso strade diverse.
Allora, parliamo della guerra. Io comincerò parlando della concezione della guerra nella civiltà cristiana, che è quella che per mestiere conosco un po' di più. E poi proverò a dire qualcosa sulla concezione della guerra del jihad nella civiltà islamica, o perlomeno nel Corano, che è il punto di partenza.
Allora, i cristiani e la guerra. C'è subito una contraddizione. L'insegnamento di Cristo supera l'ebraismo, supera l'Antico Testamento. Però l'Antico Testamento è conservato fra i libri sacri anche dei cristiani. Questa è una delle cose più complicate del cristianesimo. L'Antico Testamento è parola del Signore, è però sotto molti aspetti il Vangelo lo supera. Ci sono certi casi in cui la cosa è detta proprio esplicitamente. Gesù, a un certo punto, fa un riferimento alla legge del taglione. Non parliamo di guerra, ma insomma, il terreno è già si avvicina. Già Gesù, a un certo punto, fa un riferimento alla legge del taglione, che è contenuta nel Deuteronomio, e dice Gesù: "Avete sentito dire che è stato scritto: occhio per occhio, dente per dente. Ma io vi dico: se uno ti colpisce su una guancia, tu porgi l'altra guancia". E questo significa espressamente, almeno così lo intendono i teologi, abolire quell'insegnamento dell'Antico Testamento. Non c'è più la legge del taglione. La legge cristiana non è di vendicarsi, ma è di porgere l'altra guancia.
E allora, anche per quanto riguarda la guerra, tutto sta nel vedere se noi guardiamo l'Antico Testamento o il Nuovo. Perché l'Antico Testamento è pieno di guerra. Dio è il Dio degli eserciti, protegge in guerra gli ebrei, e gli ebrei nell'Antico Testamento, protetti da Dio, fanno la guerra contro i loro nemici sterminandoli. E l'Antico Testamento è pieno di storie di guerra, da Giosuè che prende Gerico, a Davide che sconfigge il gigante Golia e i Filistei. Nell'Antico Testamento la guerra è una presenza costante. Dio ha un patto col popolo eletto, e il popolo eletto fa la guerra contro i suoi nemici, protetto dal Dio degli eserciti.
Ma nel Nuovo Testamento, il discorso del "porgi l'altra guancia" in realtà supera. Questo intendiamoci, anche nel Nuovo Testamento, anche dalle parole di Gesù, ci sono dei momenti ambigui che i teologi hanno fatto una gran fatica per, come dire, mettere a posto. Quando Gesù dice: "Voi credete che io sia venuto a portare la pace? Non sono venuto a portare la pace, ma la spada". Oppure, quando Gesù, l'ultima sera prima di essere arrestato, dice agli apostoli: "Avete delle armi? Chi non ha la spada, se ne compri una. E chi non ha i soldi, si venda il mantello e si compri una spada". A quel punto, fra l'altro, è un passo di solito poco citato, ma viene fuori che gli apostoli ci avevano già pensato da soli e quindi tirano fuori due spade. E Gesù dice: "Bene".
Però, però, il messaggio di fondo del Vangelo, invece, i primi cristiani lo intendono come un messaggio pacifista. Voi sapete che i primi cristiani sono stati guardati a lungo con antipatia dal governo imperiale romano e in certi momenti perseguitati. Perché erano perseguitati i cristiani? Vabbè, per tanti motivi. Uno è che i romani erano tolleranti, accettavano tutti gli dei. A Roma, capitale dell'Impero, c'erano i templi di tutti gli dei del mondo. Però proprio avere un dio per dio, un criminale che è stato messo a morte con la pena più infamante possibile, questa è una cosa che ai romani sembrava francamente difficile da digerire. E poi, questi cristiani non li si vedeva mai ai templi degli altri dei, non li si vedeva mai nelle occasioni solenni in cui tutta la cittadinanza in pubblico sacrificava per la prosperità dell'imperatore. Ogni buon cittadino, in certi momenti, era chiamato a far vedere che anche lui era coinvolto nella prosperità dell'Impero sacrificando agli dei, e i cristiani non ci andavano. E se ne stavano nelle loro conventicole segrete, perché chi non era stato battezzato non poteva assistere all'Eucaristia, quindi era tutta una cosa di iniziati. E i vicini di casa dei cristiani si dicevano: "Ma chissà cosa fanno in queste loro riunioni che non lasciano venir nessuno a vedere". E il governo imperiale si diceva: "Ma perché non sono buoni cittadini questi? Perché non sacrificano anche loro nei templi per la salvezza dell'Impero? Non saranno mica degli atei questi cristiani?".
Allora, questo è il motivo principale per cui i cristiani erano guardati male, perseguitati. Ma ce n'è anche un altro, ed è il fatto che i cristiani dei primi secoli, o almeno molti di loro, rifiutavano il servizio militare. Molti cristiani dei primi secoli erano convinti che l'insegnamento di Gesù fosse: "Non devi mai levare la mano, neanche sui tuoi nemici". E quindi non puoi fare il soldato. Solo che l'Impero Romano era un impero militare, interamente fondato sull'esercito. Qui non voglio divagare, ma sappiate che il budget dell'Impero Romano, che per sua fortuna, fra l'altro, del suo governo, non doveva pagare né ospedali, né scuola, né un maestro di scuola, ma insomma, il budget dell'Impero Romano andava al 90% a pagare l'esercito. E l'esercito faceva tutto: la polizia, la riscossione delle imposte, equitalia, tutto. E allora, e allora l'esercito bisognava reclutarlo. E una religione che dice "non bisogna fare il soldato" già piaceva poco.
E poi, a un certo punto, nei tempi di crisi, l'Impero Romano non si limita a reclutare soldati, ma impone la coscrizione obbligatoria. Certe categorie, per esempio, a un certo punto si fa la legge che il mestiere del soldato deve essere ereditario, i figli dei soldati facciano anche loro il soldato. E nei momenti di crisi, i proprietari terrieri devono mettere a disposizione i loro contadini, i loro coloni. Non ce n'è per nessuno. In certi momenti si reclutano a forza gli immigrati, i disoccupati. E allora non si chiede se vogliono fare il soldato o non lo devono fare. Però, a un certo punto, cominciano a comparire personaggi che stanno facendo il militare, che magari sono anche ufficiali in carriera, e poi a un certo punto vanno dal colonnello e dicono: "Io mi sono convertito al cristianesimo, non posso continuare". Non sono moltissimi i casi conosciuti, dobbiamo immaginare che molti cristiani, come sempre, in tutte le epoche, insomma, si fa in tanti compromessi con la propria coscienza. Ma qualche caso periodicamente viene fuori. E noi sappiamo che la reazione delle autorità romane è estremamente violenta. Non si può permettere che passi questa cosa che uno che dovrebbe fare il militare, di sua iniziativa, siccome si è convertita una nuova religione, si dimette dall'esercito. Chi si ostina su queste posizioni, all'epoca delle persecuzioni, rischia il patibolo.
So che ci sono dei martiri militari. Poi, se volete, questa è una piccola cosa a parte. È un paradosso: i martiri militari che hanno accettato il martirio pur di non dover più indossare la divisa, in seguito diventano i protettori dei militari, i protettori della cavalleria medievale, i protettori dell'esercito, perché loro li puoi raffigurare armati, in armatura, con la spada, la lancia e tutto quanto. Ma al di là di questo, questi primi cristiani evidentemente lo prendevano molto sul serio l'ordine di non usare violenza, di non uccidere. Ma non dura moltissimo, perché a un certo punto, come sapete tutti, l'Impero Romano cambia politica. L'Impero Romano decide che è sterile continuare a perseguitare i cristiani, che sono dei duri e tengono duro e nonostante tutte le persecuzioni aumentano. E sono gente anche, non sono soltanto i poveri, gli schiavi che si convertono. Il cristianesimo si ramifica nella società, attraversa anche le classi dirigenti, le famiglie, spacca le famiglie. E a un certo punto il governo imperiale romano decide: "Basta, abbiamo cercato di sradicarli, non si può. Basta con le persecuzioni". E quasi subito si fa anche un passo più in là. Voi lo sapete, Costantino. Con Costantino, all'inizio del IV secolo, non soltanto si decide di smettere le persecuzioni, perché quello l'aveva già deciso anche i colleghi di Costantino, l'epoca della Tetrarchia, quando l'Impero è governato da diversi colleghi contemporaneamente. L'avevano già detto prima di Costantino, negli anni precedenti: "Abbiamo cercato in tutti i modi di far rinsavire questi dementi dei cristiani, abbiamo capito che non si può. E allora, piuttosto che vederli che non vanno lo stesso al tempio del dio e non vanno neanche a pregare il loro dio, perché noi mito? Piuttosto che questo, che facciano quello che vogliono, che preghino il loro dio per la salvezza dell'Impero". Questo si era già detto prima di Costantino.
Costantino fa qualcosa di più. Costantino si avvicina ai cristiani, si avvicina alle gerarchie cristiane, all'episcopato appena uscito di clandestinità, praticamente, e comincia a favorirlo, a chiedere consiglio ai vescovi, a intromettersi nella vita della Chiesa, a concedere privilegi giuridici. E lui sostanzialmente che ha tolto l'IMU ai possedimenti della Chiesa. E a partire da questo momento l'Impero diventa cristiano, perché l'imperatore è cristiano. Ci sarà solo più un imperatore dopo Costantino che decide di tornare all'antica religione degli dei, e i cristiani immediatamente lo battezzano in modo offensivo: Giuliano l'Apostata, cioè il traditore.
Dunque, l'Impero è cristiano. Ha smesso di essere un impero fondato sull'esercito? Ma nemmeno per idea. Costantino è un generale, innanzitutto. È un generale che è arrivato al potere combattendo e sconfiggendo, ammazzando altri imperatori, e che fonda tutto il suo potere sulla fedeltà dell'esercito. Sarà un caso, ma negli anni di Costantino, i concili dei vescovi, le riunioni in cui i vescovi discutono dei grandi problemi della loro fede, cominciano a dire: "Beh, però la guerra, il servizio militare, l'esercito, se si fa agli ordini di un imperatore cristiano, allora è un'altra cosa". Agli ordini di un imperatore... Beh, del resto, come dire, è facile sorridere, è una scelta opportunistica, ma è anche una scelta realistica. I cristiani non sono più fuori dal mondo, non sono più nelle catacombe, sono sotto i riflettori, al contrario, e sono al potere, perché comincia in quel momento un'alleanza fra l'Impero e la Chiesa che durerà fino alla Rivoluzione Francese. E in questo contesto, alla Chiesa non può non aprire gli occhi. L'esercito esiste, i soldati esistono, la guerra esiste. E se l'imperatore cristiano ha bisogno di soldati, è giusto che il cristiano accetti di servirlo. E se l'imperatore cristiano fa la guerra per una giusta causa, allora quella guerra, anche se è sempre un male, sia chiaro, è sempre un male, però è un male minore, bisogna accettarla.
O tenete conto che non ne fa adesso, io la faccio semplice, ma sono generazioni intere che si interrogano su questa cosa con angoscia, anche con sofferenza. C'è una testimonianza, ci sono diverse testimonianze di come questa discussione continuava a essere viva ancora al tempo di Sant'Agostino, cioè un secolo dopo Costantino. Sant'Agostino, fine IV, inizio V secolo. L'Impero è cristiano ormai da generazioni, eppure nella corrispondenza di Sant'Agostino e nelle sue opere noi troviamo che i cristiani, ben che l'esercito sia ormai tutto cristiano, perché l'Impero è tutto cristiano, anzi, il cristianesimo è diventato religione obbligatoria a un certo punto, quindi sono tutti cristiani, però ci sono degli ufficiali che continuano ad avere delle angosce. C'è un corrispondente di Sant'Agostino. Sapete, cito Sant'Agostino perché è uno di quelli che hanno veramente plasmato il pensiero cristiano e la mentalità cristiana, ha avuto un'importanza enorme. Sant'Agostino, dopo San Paolo, credo che sia stato lui, come dire, a plasmare il cristianesimo come lo conosciamo.
Allora, nella corrispondenza di Sant'Agostino, c'è un suo conoscente, un ufficiale dell'esercito, che vi scrive per dirgli appunto: "Ma io non ho capito, io faccio questo mestiere e sono cristiano e non ho capito se non c'è qualcosa che non va". E questo ufficiale romano scrive a Sant'Agostino per chiedergli: "Ma la guerra può essere giusta? Portare le armi può non essere un peccato?". E il bello è che Sant'Agostino sembra preso un po' alla sprovvista da questa domanda. E lui stesso si mette a ragionarci su. E sentite cosa dice Sant'Agostino in risposta al suo interlocutore: "Agostino, non si può pensare che piaccia a Dio chi presta servizio militare e porta le armi". Quindi, la prima reazione del teologo è di dire: "Eh no, se ci penso su, effettivamente, il mestiere del soldato non può piacere a Dio". Però, però, anche Agostino vive nel mondo vero. E e poi c'è sempre quella vecchia faccenda che un conto è il Nuovo Testamento, è un conto è il Vecchio. E allora Agostino continua: "Ma anche Davide portava le armi, Davide, il re Davide, e moltissimi altri uomini giusti di quel tempo. E quindi l'Antico Testamento ci dice che invece è no, è perfettamente possibile combattere, far la guerra ed essere giusti".
Ma Costantino, a Dio, Agostino continua un po' a ragionare con fatica su questa cosa. E poi, alla fine, per tranquillizzare il suo interlocutore, questo gli ha scritto, è lì che aspetta la risposta. Agostino gli dice una cosa che più o meno è la stessa cosa a cui siamo arrivati noi oggi, quando si tratta di dire: "Vabbè, questa guerra in fondo è giusto farla". Direi che Agostino, inizio V secolo, è già arrivato dove 1500 anni dopo noi non siamo andati oltre, perché Agostino dice: "Si fa la guerra per raggiungere la pace". E questa è l'unica giustificazione che si riesce a dare. Però mi fermo ancora un attimo su Agostino, perché appunto le sue opere sono un tesoro, c'è di tutto dentro Agostino. C'è ancora riflettuto su questa cosa e a un certo punto scrive delle cose che invece sono un po' in contrasto, nel senso che dà l'impressione di essersi un po' stufato di questi dubbi. E insomma, non è possibile continuare con queste cose quando il mondo va in un'altra direzione. E allora Agostino, in un'altra occasione, dice: "Cosa c'è da biasimare nella guerra? Uccidere uomini che un giorno dovranno morire". Questo è un biasimo non degno di uomini religiosi. E poi riprende la conclusione a cui era già arrivato prima, in modo più articolato: "Talvolta è necessario, necessario che i buoni facciano la guerra contro i violenti, per comando di Dio o del governo legittimo, costretti dalla situazione, al fine di mantenere l'ordine".
Questa rimane per molti secoli la posizione della Chiesa sul tema della guerra. La guerra a volte è necessaria, a volte anche i giusti devono fare la guerra. Però, badate, che per tutto il periodo dell'Alto Medioevo, cioè i primi secoli del Medioevo, fino fino all'anno mille, per tutto questo lunghissimo periodo, la Chiesa continua a insegnare che uccidere in guerra è comunque un peccato, o perlomeno, se in fondo un peccato. Certo, vi spiego come, da dove viene fuori questa cosa. Noi abbiamo in questi secoli dell'Alto Medioevo, l'epoca del Regno Romano-Barbarico, poi di Carlo Magno. Abbiamo i manuali che venivano preparati per i confessori. La confessione all'epoca non era quella che conosciamo noi dopo la Controriforma, col confessionale, il segreto. Non la confessione e la penitenza per i cristiani, per molti secoli, sono rimaste lì, sono rimasti un'altra cosa. Si confessavano i peccati veramente gravi, le cose che avevi fatto che ti avrebbero meritato di essere buttato fuori dalla Chiesa. Si confessavano in pubblico e si riceveva la penitenza in pubblico. La penitenza sul serio, a digiuno, a pane e acqua, per dieci anni, e si veniva perdonati. Era un sacramento centrale nella loro vita. E quindi ci sono i manuali per i confessori che stabiliscono le varie categorie di peccato e le penitenze che bisogna dare. E da questi libri che noi sappiamo che ai preti si insegnava che il guerriero che aveva ucciso in guerra doveva confessarsi e fare penitenza. Noi non sappiamo concretamente come facevano a gestire una cosa del genere, perché la società dell'Alto Medioevo, e poi capite, è una società violenta, è una società di popoli guerrieri, Longobardi, Franchi. Carlo Magno, imperatore cristiano, fa la guerra ogni estate. A me riesce difficile immaginare che davvero, al ritorno dalla guerra contro i Sassoni, i guerrieri franchi che avevano ucciso qualcuno andassero a confessarsi. Però, va a sapere, perché erano gente diversa da noi. E magari non lo sentivano come un peccato, una colpa, ma magari lo sentivano come un'impurità. Il sangue, sapete che anche le donne che avevano il ciclo in quei giorni non dovevano entrare in chiesa, per esempio. E allora, se non ragioniamo sul termine del peccato, ma invece sull'impurità, allora è anche possibile che davvero la sentissero questa cosa. Un paradosso.
E poi, e poi un giorno dell'anno 1095, Papa Urbano II fa un grande discorso in cui invita i cristiani ad armarsi e andare tutti insieme in pellegrinaggio a Gerusalemme, aprendosi la strada combattendo, se qualcuno cerca di fermarli. Sapete di cosa sto parlando? È la prima crociata. Prima crociata, è veramente il momento in cui, molto in fretta, una tradizione durata un millennio di diffidenza verso la guerra, di colpo viene spazzata via dalla comparsa di un concetto nuovo, cioè appunto quello della guerra santa. Che voi lo capite, sembra una sfumatura, ma è tutt'altra cosa che la guerra giusta. Ora, lo vedremo meglio, che cos'è la crociata. Sbrighiamocela in fretta. Per i cristiani del Medioevo, il pellegrinaggio era una cosa molto importante, era una pratica a cui tenevano molto. Non è mai arrivato a essere un obbligo, come invece nella religione gemella, l'Islam, dove per chi può permetterselo, il viaggio alla Mecca una volta nella vita è uno dei doveri del buon musulmano. Nel mondo cristiano non è mai arrivato a essere un obbligo, però era una pratica diffusissima, che è strettamente legata alla concezione molto concreta che loro avevano della fede. Loro non solo ci credevano sul serio al Paradiso, all'Inferno, al Diavolo, ai Santi, al potere dei Santi, al potere delle reliquie. Loro credevano sul serio di essere sempre sotto osservazione. Dio ci vede, vede tutto quello che facciamo. Ma anche la Madonna ci vede, vede tutto quello che facciamo. E se uno è molto fedele alla Madonna e la prega spesso, la volta che si trova in difficoltà, la Madonna, che lassù, si china all'orecchio di suo Figlio e gli dice: "Ma quello lì, diamogli una mano". E uomo mio, quello è anche i Santi vedono. E se tu sei andato in pellegrinaggio da San Pietro a Roma e hai toccato le sue reliquie, San Pietro ti ha visto. E quando ce ne sarà bisogno, se lo ricorda che ti ha visto, che lui che tiene le chiavi. E ricordatevelo il giorno che vai a bussare.
E allora voi capite, però, qual è il pellegrinaggio più importante di tutti? Andare direttamente da Gesù a Gerusalemme, al Santo Sepolcro. Da sempre i cristiani, quelli che possono, vanno in pellegrinaggio a Gerusalemme. Gerusalemme, a un certo punto, cade sotto dominio arabo. I cristiani continuano ad andarci. Del resto, sotto dominio arabo, non ci sono particolari difficoltà e le varie chiese cristiane continuano a vivere tranquillamente a Gerusalemme: quella latina, quella greca, quella siriana, quella armena. Però, a un certo punto, dopo secoli di dominio arabo e musulmano sulla Terra Santa, la situazione comincia a deteriorarsi. Il mondo musulmano conosce una fase di anarchia, di violenza. Il califfato si spappola, gli emiri e i sultani si combattono fra loro, c'è insicurezza e anche il clima morale attraverso una fase così di maggior, maggior durezza. Data l'epoca in cui viviamo noi oggi, non è difficile immaginarlo. Non ci sono alti e bassi nella storia. Intorno all'XI secolo, dopo l'anno mille, nel mondo musulmano c'è più ostilità verso i cristiani, c'è più intolleranza per tanti motivi. Non stiamo neanche a parlarne. Succedono incidenti penosi che fanno molta impressione. Un certo punto, il califfo Hakim litiga con le comunità cristiane di Gerusalemme e per ritorsione fa radere al suolo la Basilica del Santo Sepolcro, edificata già da Costantino. È vero che poi il califfo successore si mette d'accordo con l'imperatore bizantino, coi finanziamenti dell'imperatore bizantino, ri-fabbricano la Basilica del Santo Sepolcro, ma insomma, ci sono tensioni forti.
E allora, alla fine, il Papa decide di inventare questa cosa: lanciare i cristiani a invadere il mondo musulmano, aprirsi la strada fino a Gerusalemme in pellegrinaggio. Noi la chiamiamo la prima crociata. Loro, oltre a non sapere che era la prima, ovviamente, non la chiamano neanche crociata. Loro la chiamano proprio così: il passaggio oltre mare, oppure il pellegrinaggio. Quelli che decidono di partire fanno voto di partire, si fanno cucire una croce sull'abito e cominciano a chiamarsi i crocesegnati, quelli segnati con la croce. Poi verrà fuori il nome di crociati, e a quel punto si comincerà a chiamare crociate queste spedizioni. Ma all'inizio è un pellegrinaggio armato.
Ora, tutti sanno che sarà un'impresa pericolosa. Tutti sanno che ci vorranno anni, perché bisogna andare a Gerusalemme e ci si va a piedi, attraversando tutti i Balcani, l'Impero Bizantino, e poi entrando in territorio musulmano, l'Asia Minore, Siria. Tutti sanno che i musulmani non vorranno lasciarci passare, quindi bisogna andare armati e pronti a combattere. E tutti sanno che molti non torneranno indietro. Lo sa anche il Papa, e si preoccupa di rassicurare quelli che partono. Tenete conto che questa gente vive in una civiltà dove la Chiesa continua a dire che uccidere in battaglia commette un peccato. E anche se la guerra è giusta, il peccato resta. Il Papa pensa: "Tutta questa gente che lui deve incentivare a partire, ovviamente bisogna convincerli, incoraggiarli. Molti di loro moriranno e magari non faranno in tempo a confessarsi, a farsi assolvere, e avranno questa angoscia". Il Papa decide di fare un grande regalo a tutti quelli che partono. Lui, il Papa, può rimettere i peccati, ha questo potere. Notate bene: rimettere i peccati non vuol dire che non c'è peccato. Può sembrare una sottigliezza, ma seguiamo. Il peccato c'è, come quando viene assolto per averlo confessato. Il peccato c'è, ma il Papa dice: "Io ho il potere di rimetterveli in anticipo per tutti quelli che partiranno. Se incontreranno la morte in viaggio o in battaglia contro gli infedeli, ci sarà l'immediata remissione dei peccati che io accordo per l'autorità che Dio mi concede". Il Papa probabilmente pensa di non star dicendo niente di così nuovo. "Morirete combattendo contro gli infedeli, certo, e morirete in stato di peccato, con le mani sporche di sangue. Io quello che posso fare è garantirvi in anticipo che per la mia autorità da questo peccato sarete assolti". Solo che la sottigliezza che io credo un pubblico biellese del 2016 sia in grado di cogliere, non è altrettanto facile da cogliere per migliaia di analfabeti dell'XI secolo che stanno partendo pieni di entusiasmo per combattere gli infedeli. In altre parole, l'opinione pubblica, questo intervento del Papa, lo capisce nel senso: "Non c'è peccato. Chi va ad ammazzare gli infedeli non fa niente di sbagliato. Anzi, è del resto, come potrebbe essere diverso? È il Papa che ci invita ad andare e parla in nome suo". Nasce lo slogan che è il grande slogan delle crociate, che tutti avete sentito: "Dio lo vuole". E se Dio lo vuole, come è possibile che ci sia un peccato?
Noi sappiamo con certezza, dalle testimonianze, dalle cronache della prima crociata, che dal basso, fra la gente, si diffonde questa certezza: "Noi non commettiamo nessun peccato combattendo, non commettiamo nessun peccato uccidendo gli infedeli. E ci mancherebbe. È il Papa che ci invita ad andare". E la Chiesa, una volta che questa cosa è partita, non riesce più a tornare indietro. La Chiesa stessa segue quello che dal basso si sta trasformando in una convenzione collettiva. Si smette presto di dire: "No, no, ma in realtà è un peccato, hai ammazzato il turco, è un peccato". Però lo sapevi già prima che eri assolto. Ma capisci la eco? Si smette di dire questo. L'atteggiamento che parte dalle file della truppa attraversa rapidamente tutta la società e si afferma anche al vertice. La guerra, questa guerra è diversa dalle altre. In questa guerra non si fa peccato a uccidere. Anzi, si fa bene, perché questa guerra è voluta da Dio. Non è la guerra giusta di cui si parlava già Sant'Agostino, che è il male minore. No, no, questa è la guerra santa. Farla è cosa gradita a Dio. È come dire, l'evoluzione della mentalità collettiva è violentissima e anche un po' scioccante.
Voi sapete che nell'immaginario cristiano è molto forte il ricordo dei martiri che sono morti per testimoniare la loro fede. I crociati si sentono dei martiri. È passato tanto tempo, martiri non ce ne sono più da secoli, finite le persecuzioni. Si è giusto qualche missionario che cercava di andare a convertire i Vichinghi, ecco, ma altrimenti fondamentalmente di martiri non ce n'erano più. Adesso il martirio di nuovo è possibile. È una scelta volontaria. Chi parte sa che potrebbe diventare martire, morirà in battaglia, e quella sera cenerà alla tavola di Gesù. E così si sentono tutti dei martiri. Essere martire vuol dire rischiare la vita nella guerra santa, e vuol dire anche uccidere i nemici della guerra santa, perché anche uccidere loro è una testimonianza. Sapete che martirio vuol dire quello, testimonianza.
Vi do un esempio di questa, come dire, coesistenza. Che bello, grazie. Di questa coesistenza tra l'idea del martirio e l'idea che questi martiri non si fanno scannare come pecore, ma anzi rispondono colpo su colpo. In quest'epoca diventano di moda, nasce un nuovo genere letterario: le canzoni di gesta, le imprese dei paladini cristiani. La più antica di tutte, la "Chanson de Roland", nasce in quello spirito, forse addirittura già prima della crociata, ma quando già in Spagna c'era la Reconquista in corso, e quindi si combatteva fra cristiani e musulmani in Spagna, sulla frontiera, e quindi questi discorsi stavano entrando comunque nelle mentalità collettiva. Nella "Chanson de Roland", lo sapete, la retroguardia dell'esercito di Carlo Magno, che aveva invaso la Spagna araba e si sta ritirando, viene attaccata nelle gole dei Pirenei, Roncisvalle. La storiografia sa da tempo che viene attaccata dagli abitanti cristiani del paese, ma nella leggenda, invece, sono ovviamente i saraceni che attaccano. E alla testa della retroguardia di Carlo, che si sacrifica fino all'ultimo uomo per fermare le orde dei saraceni infedeli, c'è Rolando, appunto, il paladino. E Rolando, quando vede che la situazione è disperata, si rivolge ai suoi compagni e dice così: "Disse Rolando: 'Subiremo il martirio, ma sarà fellone chi non si venderà caro. Colpite, signori, con le spade lucenti'". Insomma, è nato un nuovo genere di martire, che prima di morire cerca di portare con sé nell'aldilà il maggior numero possibile di infedeli. E più le uccide, più è sicuro di andare in Paradiso.
C'è ancora un'altra cosa che succede in questo contesto che è molto indicativa. Nasce all'indomani della prima crociata un'istituzione che tutti avete sentito nominare, anche se magari per i motivi sbagliati, cioè per via di qualche romanzo: i Templari. Cosa sono i Templari? Dopo la prima crociata, i vincitori sono rimasti sul posto, non sono tornati a casa. Hanno conquistato, anzi, liberato, come dicono loro, e come dirà secoli dopo Torquato Tasso, hanno liberato Gerusalemme. Hanno conquistato un regno. Tutta la strada che hanno fatto: Turchia meridionale, Libano, Siria, l'attuale Israele, Palestina, Giordania, tutto questo territorio hanno conquistato i crociati. È diventato il Regno di Gerusalemme. Ed è il motivo per cui poi ci sono tutte le altre crociate, chiaramente, perché i musulmani non sono tanto contenti e quindi cercano di riconquistarlo e quindi bisogna difenderlo. Successive crociate. Molta gente dall'Europa s'imbarca per andare a dare una mano. S'imbarca perché per la prima crociata erano andati a piedi, ma intanto sta crescendo l'Europa, sta diventando più ricca, più complessa. Ci sono ormai Genova, Pisa, Venezia, flotte cristiane che dominano i mari, quindi ormai si va per mare. S'imbarcano molta gente va a Gerusalemme a dare una mano, a fare volontariato. C'è un gran bisogno di volontariato: ospedali, assistenza ai pellegrini, è anche un'altra forma di volontariato, dare una mano al fronte, perché il regno è continuamente sotto la pressione dei contrattacchi dei musulmani.
Allora, a un certo punto, un gruppo di cavalieri, e sono cavalieri, quindi gente che sa fare quello, combattere, decidono di organizzare un'associazione per restare lì a Gerusalemme a combattere. E se fosse oggi sarebbe una ONG. Ma per come ragionano loro, loro si sentono di aver preso un impegno religioso. Loro vogliono prendere dei voti: voto di obbedienza, di povertà, come i monaci. E quindi chiedono di essere riconosciuti come dei monaci. Il re di Gerusalemme, che è contentissimo, ritrova una sede vicino al vecchio Tempio di Salomone. E quindi cominciano a chiamarsi i Cavalieri del Tempio, i Templari. E chiedono alla Chiesa di essere riconosciuti come un ordine religioso.
Ora, qui c'è l'ultimo momento in cui nella cultura cristiana riemerge questo problema di: "Ma davvero tutto questo è possibile? Davvero è lecito tutto questo? Davvero la guerra è diventata santa?". Molti si scandalizzano. "Possibile dei monaci che come missione hanno quella di combattere?". Si discute. E poi interviene uno dei grandissimi intellettuali dell'epoca, Bernardo di Chiaravalle, San Bernardo di Chiaravalle. Uno di quei personaggi dell'ordine cistercense che ha un'autorità tale che quando interviene lui, i dibattiti cambiano direzione. Insomma, e San Bernardo decide che a lui questo nuovo modo di vivere la vita del cavaliere piace. E pubblica un opuscolo, "L'elogio della nuova cavalleria", dove dice in sostanza: "I cavalieri finora erano gente che combatteva, ammazzava con le mani sporche di sangue, andavano all'inferno. Ma questi nuovi cavalieri, che non ammazzano altri cristiani, ma ammazzano gli infedeli, loro invece sono una novità meravigliosa e dobbiamo sostenerli in tutti i modi". E in questo trattatello di San Bernardo, Bernardo è una persona di grandissima eloquenza, grandissima intelligenza, una statura enorme, ma ci sono delle cose che basta, non devo neanche commentarle, ve le leggo: "I cavalieri di Cristo combattono con sicurezza le battaglie del Signore senza timore e senza peccato. Quando uccidono il nemico, sono passati cinquant'anni da quando Urbano II ha lanciato la crociata. Papa Urbano II non aveva detto 'senza peccato', ma ormai la cosa è entrata. La morte data o ricevuta per il Cristo, che come vedete è la stessa cosa, morire o uccidere per Cristo, sullo stesso piano. La morte data o ricevuta per il Cristo non comporta peccato alcuno e merita anzi grande gloria. Il templare accetta con bontà la morte del nemico a titolo di riparazione e ben più volentieri dona se stesso quando cade in battaglia. Con serenità uccide e con serenità muore. E se uccide, rende un servizio al Cristo".
Ora, io non so se qualcuno di voi ha visto uno degli ultimi video dell'ISIS, in cui un figuro diceva: "Io godo a tagliarvi la gola e mi sento più vicino a Dio quando vi taglio la gola". Ecco, allora, in questo momento che vi sto raccontando, XII secolo, il cristianesimo ha compiuto una parabola totale rispetto alle origini. È partito con gente che era disposta ad andare al martirio pur di non fare il soldato, e arriva a una situazione in cui invece la guerra contro gli infedeli non è peccato, e gloria uccidere gli infedeli, e come essere martiri, ti porta dritto in Paradiso. Ovviamente, lo sappiamo tutti, a partire da questo momento, la parabola comincia a tornare indietro. La civiltà cristiana non si è fermato a quello. Molto lentamente, non subito, perché per secoli rimangono queste idee. Citavo prima il Tasso, "Gerusalemme Liberata", siamo secoli dopo, ma la mentalità è ancora quella. Poi, non la faccio lunga, perché sono cose che sentiamo tutti. Lo sentiamo tutti che il cristianesimo oggi non è più in quello stadio lì. Tra l'Illuminismo, il Liberalismo, la Modernità, in tutte le forme, mettetela come volete, il cristianesimo si è via via allontanato da questa cosa. Il Papa Re aveva ancora un esercito fino al 1870, poi non ce l'ha più avuto. Il Papa Re, peraltro, aveva anche forti ghigliottine, eccetera, e poi non ce li ha più avuti. E nel complesso, il cristianesimo e l'Occidente, ci siamo di nuovo allontanati dall'idea che possa esserci una guerra santa. Bene o male, correggetemi se sbaglio, ma mi sembra che siamo abbastanza tornati a Sant'Agostino, e cioè: la guerra è una brutta cosa, però, però, è chiaro che tante volte bisogna farla.
Quello su cui vorrei fermarmi un secondo, prima di passare a uno più breve accenno al tema del jihad nella civiltà islamica, quello che vorrei sottolineare via questo: noi abbiamo visto cosa pensavano della guerra i cristiani dei primi secoli. Abbiamo visto cosa pensava della guerra santa San Bernardo, il contrario totale, siamo d'accordo. I libri sacri che leggevano erano cambiati? No. I libri sacri che leggevano erano sempre quelli, e ognuno cercava e trovava nei libri sacri quello che gli serviva in quel momento. E ognuno di loro era convinto che la fede cristiana fosse quello. E questo, secondo me, diciamo, è una delle cose che si imparano studiando queste cose, che vale la pena di ricordare sempre, cioè che un conto sono i libri sacri di una religione, che rimangono quelli, è un conto è come ogni epoca, ogni persona sceglie di leggerli e cosa ci vuole trovare. Che credo anche la cosa più giusta da dire quando uno cerca di capire cosa dice il Corano della guerra. Quello che faremo adesso, nei dieci minuti che ci rimangono, e proviamo, forse un quarto d'ora, non lo so, vedremo, è appunto, provare, forse, dare qualche cenno su cosa dice il Corano sul tema del jihad, sapendo che il Corano sta al mondo islamico come l'Antico e il Nuovo Testamento stanno al mondo cristiano. Sapendo che non è tutto lì, che i testi sacri restano, e che ogni epoca l'interpreta come vuole, ogni epoca, ogni individuo, ogni scuola. E quindi, insomma, non crediate che avendo letto cosa dice il Corano, uno possa dire: "Cos'è il jihad per l'Islam?". Però è un punto di partenza, è meglio che niente, credo.
E allora, cosa dice il Corano sul jihad? Io direi una prima cosa generale. Il Corano è figlio dell'Antico Testamento e non del Vangelo, da questo punto di vista, non c'è dubbio. Voi sapete, a titolo di premessa, che il profeta Maometto si richiama esplicitamente alle due rivelazioni venute prima della sua: la rivelazione data agli ebrei, Abramo, Mosè, e la rivelazione portata da Gesù. Sapete che Maometto esplicitamente dice: "Io continuo l'opera di Abramo, di Mosè e di Gesù. L'Islam è la continuazione, il rinnovamento, anzi, del messaggio che Dio ha già mandato tante volte all'umanità, e però l'umanità se ne dimentica sempre e sbaglia strada". Come gli ebrei, che si sono messi in testa di essere solo loro il popolo eletto, quando Dio li voleva usare solo come tramite per portare la fede a tutto il mondo. Come i cristiani, che anziché seguire gli insegnamenti di quel grandissimo profeta che fu Gesù, figlio di Maria (sapete che Maria è l'unica donna menzionata per nome nel Corano), anziché seguire i suoi insegnamenti, dice il profeta, i cristiani si sono messi a ragionare di queste assurdità: la Trinità, lo Spirito Santo, hanno confuso il profeta Gesù con un figlio di Dio. Insomma, in questa prospettiva, il Corano è l'erede sia dell'Antico Testamento sia del Nuovo. Però, sul tema della guerra, psicologicamente è più vicino all'Antico Testamento. Chi ha la vera fede deve essere capace anche di combattere quando ce n'è bisogno. E questa è una delle forme che, se ce n'è bisogno, assume il jihad. Perché jihad, che sta, ormai una cosa che tanti ha ripetuto, l'avete sentito anche voi, non vuol dire assolutamente guerra, non vuol dire assolutamente guerra santa. Jihad vuol dire lo sforzo che il credente deve fare per seguire la volontà di Dio. E si applica in tutte le forme. Quando si tratta del fatto che il credente, vedendo la fede minacciata, deve tirar fuori la spada, allora questo nel Corano è indicato con un'espressione particolare, un tipo particolare di jihad: il jihad sulla via di Dio, jihad fis-sabilillah. Notate che Urbano II, quando predicò la prima crociata, disse fra le altre cose: "Chi vuole salvare la sua anima, non esiti a intraprendere con umiltà la via del Signore". Quest'idea che c'è una via di Dio che devi seguire armato, ecco, è una cosa che accomuna la mentalità crociata con quello che troviamo nel Corano.
Dopo di che, cosa dice concretamente il Corano di questa forma di jihad? Quand'è che il fedele deve essere pronto a tirar fuori la sciabola? C'è un passo in cui si dice chiaramente, ma notate che il Corano, come quasi sempre i grandi libri sacri delle varie religioni, è pieno di contraddizioni. Pensare di mettere d'accordo tutto è impossibile. C'è un passo in cui si dice chiaramente che la guerra si può fare in risposta alle aggressioni: "È stato dato il permesso di reagire a quelli che vengono attaccati, poiché essi subiscono violenza. E certamente Dio li può soccorrere, perché Dio è il Dio degli eserciti, per l'appunto, anche per il profeta". Hanno il permesso di reagire quelli che sono stati scacciati dalle loro case senza diritto, solo perché dicevano: "Il nostro Signore è Dio". Cioè, coloro che sono perseguitati per la loro fede. "Dio aiuterà certamente chi aiuterà Lui. Dio è forte e potente". In un'altra, un'altra Sura, il Corano è diviso in questi capitoli chiamati Sure. Io ho citato un passo dalla Sura XXII, detta anche, non a caso, la Sura del Pellegrinaggio. I temi si intrecciano sempre. Poi c'è un'altra Sura, la Sura Seconda, in cui il tema è sviluppato maggiormente e in modo anche più pericoloso, nel senso che per chi voglia leggere, in un certo senso, per chi voglia interpretare in senso integrale, integralista. Qui ci sono passi contraddittori. Anche qui, appunto, nella Sura Seconda, il grande problema è cosa fare con i cristiani e con gli ebrei, i quali seguono anche loro il vero Dio, quello, non ci sono dubbi. Il Dio è sempre lo stesso, hanno avuto anche loro la rivelazione, ognuno di loro ha un libro, e sono quindi i popoli del Libro, e va rispettato il fatto che, pur sbagliando nei particolari, però seguono il vero Dio. C'è anche un versetto di questa Sura Seconda che dice chiarissimamente: "Quanto agli ebrei e ai cristiani, anch'essi, se compiono azioni buone e credono in Dio e nel Giorno Estremo, saranno ricompensati nell'altra vita e non avranno alcun timore".
Però, concretamente, il profeta sta propagando una nuova religione che incontra resistenza e sente gli ebrei e i cristiani come potenziali nemici che rifiutano di accettare la sua predicazione. E allora, a questo punto, se veramente di fronte a loro non è possibile trovare un accordo, l'unica cosa è la guerra. "Combattete nella via di Dio contro coloro che vi faranno la guerra, però non eccedete, poiché Dio non ama quelli che eccedono". Che deve essere uno dei versetti coranici più ignorati degli ultimi tempi. E però, poi, appunto, il Corano stessa, in realtà, invece, cambia un po' tono: "Uccideteli, quindi, ovunque vi troviate, e scacciate lì da dove essi vi avranno scacciati". Questa cosa è una chiave importantissima della mentalità musulmana: una volta che in un certo luogo è arrivata la vera fede, non si può accettare che gli infedeli conquistino quel luogo. Perché dopo la prima crociata, ce ne sono innumerevoli altre, perché alla prima crociata le folle nel mondo musulmano si scatenano in piazza e premono sui.
Loro governanti, perché si proclami il Ciad per riconquistare la Città Santa, perché Gerusalemme, purtroppo, la Città Santa per tutti quanti, come sapete, il problema è ancora aperto oggi. Quindi, non si può tollerare l'invasione degli infedeli nella terra dove finora regnava la vera fede.
Poi continua: "Però non li combattete presso il Tempio Sacro". E questi discutono: cosa vuol dire il Tempio? La parola è "masjid", moschea. Però nel Corano, con la stessa parola, si indica anche il Tempio di Salomone a Gerusalemme, per esempio, dove abitavano i Templari. E allora, la sensazione è che la parola, per il Corano, indichi anche le sinagoghe e anche le chiese cristiane. Quelli sono luoghi sacri e lì non si deve combattere. Altra cosa dimenticatissima, ovviamente oggi, che si mettono bombe nelle moschee, eccetera.
"A meno che essi non vi attacchino in quello. E se essi vi attaccheranno, uccideteli. Tale la ricompensa dei miscredenti. Se però essi desistono, certamente Dio è indulgente e compassionevole." Che è il fondamento per cui, come sapete, storicamente nel mondo islamico, in tempi migliori di questi, perché oggi c'è una degenerazione fortissima di questo, ma storicamente il mondo islamico ha sempre avuto una certa faticosa tolleranza verso ebrei e cristiani che vivessero sotto dominio islamico. Questa è una caratteristica, diciamo, strutturale tanto del mondo arabo medievale quanto dell'Impero dei Sultani, l'Impero Ottomano. Comunità cristiane e comunità ebraiche vivevano abbastanza liberamente, con le loro chiese, i loro riti, il loro clero, tollerati sudditi di serie B, pagando più tasse degli altri. Però, devo dire, che rispetto alla situazione degli ebrei e dei musulmani nel mondo europeo medievale e moderno, non c'era confronto. Nel senso che una moschea aperta a Roma nel Rinascimento era del tutto inconcepibile, e anche oggi non è proprio che sia tanto meglio. Mentre negli imperi dei Sultani era pieno di chiese, conventi, cattedrali, eccetera.
"Ma combatteteteli finché non vi sia più discordia civile e sia la religione solo quella di Dio. Se però essi desistono, allora non vi siano più ostilità, se non contro i malvagi." Dopo di che, i commentatori leggono il Corano e cercano di capire se fare la guerra in difesa della vera fede è un obbligo per il fedele oppure no. E come forse potete immaginare, ogni commentatore ci trova quello che vuole.
Forse è il caso di aggiungere ancora un elemento: che nel mondo islamico non c'è, come nel mondo cattolico, il Papa, una gerarchia di vescovi nominati dal Papa, una gerarchia di parroci nominati dai vescovi che interpretano una dottrina autoritaria. Nel mondo musulmano non c'è niente del genere. Non c'è un capo, non c'è una chiesa organizzata, non c'è un clero unitario. Ci sono scuole diverse, interpretazioni diverse, e ogni persona che ha studiato il Corano può dire: "Secondo me vuol dire questo" e trovare dei seguaci. Ecco perché ci possono essere musulmani convinti che il Corano insegna la pace e che la guerra è considerata una cosa solo in casi eccezionalissimi, e altri che invece sono convinti che il Corano presenta la guerra come un obbligo fino a quando la vera fede incontra ostilità nel mondo.
La cosa affascinante è che Dio stesso nel Corano, a un certo punto, dice: "Mi piacerebbe sapere se è un obbligo, no? Eh, ma io preferisco non dirlo." Scherzo, ma non è quasi così. Dura 47: "Dicono quelli che credono: perché non è stata fatta scendere una sura che ordini la guerra? Cioè, perché non è chiaro se è un obbligo oppure no." E Dio prosegue dicendo sostanzialmente: "Ma se io avessi fatto scendere una sura, cioè dettato al Profeta un capitolo del Corano dicendo che la guerra è un obbligo, troppi di voi si sarebbero sentiti male, vi sareste presi paura, i deboli si sarebbero spaventati, ce li saremmo persi. Io non ho voluto imporvi questa cosa, perciò non vi voglio dire: è un obbligo. Dovete decidere voi quando è necessario tirar fuori la spada."
Finalmente, l'ultimo, l'ultimo passo del Corano che vi volevo leggere, che complica ancora di più le cose, sempre nella Sura 2, che è una delle più ampie, anzi la più ampia in assoluto del Corano e piena di cose, c'è un altro momento in cui si torna a discutere di questa faccenda, il "jihad", sulla via di Dio, l'obbligo o non obbligo, ma comunque l'impegno di combattere quando è il caso. E nel Corano si dice: "Ma potete avere dei dubbi sul fatto che certe volte la guerra è necessaria e no? È chiaro che la guerra è necessaria. Basta leggere la Bibbia, non vedeste l'assemblea dei figli di Israele dopo la morte di Mosè, quando dissero a un loro profeta: 'Dacci un re e noi combatteremo nella via di Dio'. Disse allora il profeta, che è Samuele (siamo nel primo libro di Samuele): 'Se vi sarà prescritto di combattere, combatterete'. E quelli risposero: 'Ma come potremmo non combattere nella via di Dio, visto che siamo scacciati dalle nostre case e dai nostri figli?' Però, quando fu loro prescritto di combattere, si volsero alle spalle, tranne pochi di loro. Però Dio conosce gli iniqui."
Qui dunque, abbiamo capito, è il Corano che sta parafrasando la Bibbia, sta parafrasando il primo libro di Samuele. È il primo libro di Samuele quello in cui effettivamente gli ebrei, che in quel momento sono governati dal profeta Samuele, gli dicono: "Vogliamo un re che ci conduca in guerra". E il profeta Samuele nomina un re, Saul, e il Corano continua a raccontare come il re Saul porta in guerra gli ebrei contro i loro nemici, i Filistei. E i Filistei hanno un guerriero gigantesco che si chiama Golia, e gli ebrei hanno un ragazzino con la fionda che si chiama Davide. E Davide uccide Golia. E in sostanza, quindi, il Corano dice: "E dopo una storia come questa, potete ancora dubitare che certe volte la guerra sia necessaria per seguire gli ordini di Dio?"
Ecco, io devo dire che questa cosa l'ho trovata abbastanza straordinaria. Beninteso, il Corano semplifica un po', perché se uno va a vedere nel primo libro di Samuele, ci sono delle ambiguità. Quando gli ebrei chiedono un re, il profeta gli dice: "Ma siete proprio sicuri che volete un re? Perché non guardate che poi poi quello farà la guerra e vi prenderà i vostri figli per portarli in guerra, riprenderà il vostro bestiame". E quelli insistono: "No, no, vogliamo un re, vogliamo vogliamo fare la guerra". E allora il profeta Samuele, un po' malvolentieri, nomina Saul, il quale vincerà contro i Filistei, ma sarà un pessimo re. Quindi, diciamo, nel libro dell'Antico Testamento questo tema ha le sue belle ambiguità. Invece nel Corano è ripreso, diciamo così, in modo semplificato, alla lettera. È uno dei tanti esempi in cui si vede benissimo che i fedeli di Dio combattono e vincono, come Davide che uccide Golia.
È però, appunto, io non lo sapeva quanti di voi lo sapevano, che il passo del Corano in cui del "jihad" si parla più ampiamente, giustifica il "jihad" dicendo: "Beh, c'è scritto nella Bibbia". Allora, qual è il punto? Il punto è che i libri sacri, come dicevo prima, noi su questo davvero chiudiamo. I libri sacri sono sempre quelli e contengono tante cose contraddittorie, e ognuno nella sua coscienza può trovarci quello che vuole. Però, sembra, le persone che cercano con la loro coscienza individuale quello che vogliono, in genere si segue l'epoca e a seconda delle epoche ci si trova quello che si vuole. Ci sono state epoche in cui i cristiani, nei loro libri sacri, hanno trovato che non bisogna fare la guerra mai, a nessun costo, e ci sono state epoche in cui i cristiani ci hanno trovato che invece la guerra può essere santa e voluta da Dio e ti manda in paradiso. I musulmani, nei loro libri sacri, trovano sempre che la guerra può essere necessaria, ma ci sono state epoche in cui di questo non interessava niente a nessuno. Ci sono stati lunghi secoli nel corso dei quali il mondo islamico, che non avevano intenzione di conquistare perché aveva già conquistato tutto il possibile e non si sentiva affatto minacciato dai cristiani, di questo aspetto del Corano non faceva particolarmente caso e non andava a parlarne tanto. E ci sono epoche, come quella in cui viviamo, in cui invece qualcuno nel mondo islamico decide che quella parte lì del Corano è particolarmente di attualità. E se ci fosse un Papa che può dire: "No, non è così, in quell'altro modo", allora forse sarebbe un vantaggio, a un certo punto di vista. Così come stanno le cose, chi decide che nel Corano c'è scritto che bisogna uccidere tutti i cristiani, trova sempre qualcuno che gli va dietro e che crede che ci sia scritto davvero quello. E poi ci sono quelli che cercano di dire: "Ma no, non è così". E e non se ne esce facilmente. Come vedete, e come avevo anticipato all'inizio, non ne usciamo certo noi stasera, ma insomma, vi ho dato, se non altro, qualche elemento di riflessione. Spero. Grazie. [Applauso]