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Con il termine Risorgimento si indica quel periodo storico che, durante l'Ottocento, portò l'Italia dal secolare frazionamento politico all'unità, dal dominio straniero all'indipendenza nazionale, dall'assolutismo monarchico allo stato liberale e costituzionale sotto la dinastia sabauda.
Il Congresso di Vienna del 1814-15 aveva riportato l'Italia alla frammentazione in vari stati, soggetti al dominio diretto o indiretto dell'Austria. Contro la Restaurazione si formarono alcune società segrete che animarono la prima fase del Risorgimento, battendosi per un'Italia libera, unita e indipendente.
In Italia, come altrove in Europa, il movimento nazionale è internamente diviso in due correnti: quella democratica e quella liberale moderata. La figura di spicco all'interno dell'universo democratico è Giuseppe Mazzini, che si impone per l'impatto della sua rete organizzativa, la Giovine Italia, associazione politica che egli vuole diversa dal modello carbonaro, ove Mazzini stesso ha comunque mosso i primi passi politici. Per tali motivi, la Giovine Italia si pone come principale scopo quello della propaganda diretta: "poi chiunque voglia chiamare il popolo all'armi deve poterli dire il perché". L'obiettivo fondamentale che Mazzini continuerà a cercare di realizzare nel corso di tutta la sua vita è dunque quello di costruire una repubblica unitaria e democratica.
Diversa, invece, è la proposta formulata da Vincenzo Gioberti. Lo stato che dovrebbe rappresentare la nazione italiana, infatti, dovrebbe avere il carattere di una confederazione di stati presieduta dal Papa, da qui il termine neoguelfismo, che riassume l'aspetto politicamente cruciale della proposta giobertiana.
Tra il 1843 e il 1845, le insurrezioni guidate da Mazzini vanno incontro a ripetuti insuccessi che minano la credibilità del suo progetto politico. Al contrario, se inizialmente l'ipotesi di Gioberti sembrava irrealizzabile, l'elezione a Papa di Pio IX apre scenari completamente nuovi. Il pontefice concede, infatti, l'amnistia ai detenuti politici e agli esiliati, annunciando anche l'istituzione di commissioni per l'introduzione di riforme istituzionali. Si realizzano così aspetti fondamentali del programma moderato neoguelfo, vero e proprio preludio alle rivoluzioni del 1848 in Europa.
Tutto iniziò il 12 gennaio del '48, quando scoppia un'insurrezione a Palermo. Il re delle Due Sicilie, Ferdinando II, concede una costituzione per sedare la rivolta. A questo punto, altri sovrani italiani decidono di concedere a loro volta delle costituzioni per i loro regni. L'8 febbraio era di Sardegna Carlo Alberto di Savoia a promulgare lo Statuto Albertino, presto imitato dal Granduca di Toscana Leopoldo II e da Pio IX.
Nello stesso anno, l'Impero Austriaco è sconvolto dalle rivolte. Il 23 marzo, Carlo Alberto conta di sfruttare la situazione di grave crisi dell'Impero per attaccare le truppe austriache. Dopo una prima fase della guerra favorevole all'esercito del Regno di Sardegna, gli austriaci riescono a riorganizzarsi e a lanciare una controffensiva culminata il 25 luglio del 1848, quando riescono a sconfiggere l'esercito sabaudo a Custoza e costringono Carlo Alberto a ritirarsi.
Nel marzo del 1849, il governo piemontese decide di tentare un secondo attacco alle postazioni austriache in Lombardia. Tuttavia, questa volta si tratta di un tentativo assolutamente fallimentare. Infatti, il 23 marzo del 1849, l'esercito sabaudo viene intercettato e sconfitto a Novara. Il giorno seguente, Carlo Alberto abdica in favore del figlio Vittorio Emanuele II, il quale non intende privare il suo regno delle garanzie costituzionali. Lo Statuto Albertino resta così in vigore.
Dunque, in conclusione del biennio rivoluzionario, solo il Regno di Sardegna conserva uno statuto costituzionale, in quanto le altre vengono tutte revocate dai rispettivi sovrani. Ma il bilancio del biennio rivoluzionario non si riduce a questo, giacché l'eredità è di più larga portata e di più lunga durata. In primo luogo, viene messa al centro dell'attenzione politica la questione della sovranità, chiedendo che sia affidata al popolo.
Negli anni immediatamente successivi al fallimento delle rivoluzioni del biennio del 1848-1849, la situazione italiana è caratterizzata da due tratti fondamentali. Da un lato, una parte crescente dell'opinione pubblica di orientamento nazional-patriottico si allontana da Mazzini a causa dei ripetuti insuccessi insurrezionali. Dall'altro, i delusi da Mazzini trovano nel Regno di Sardegna un soggetto istituzionale e politico in grado di accogliere le istanze del movimento risorgimentale.
Il prestigio del Regno di Sardegna si accresce ulteriormente quando la guida del governo viene assunta da Camillo Benso, conte di Cavour, nel 1852. Sono le scelte di politica estera volute da Cavour a proiettare il piccolo Regno di Sardegna in una dimensione politica europea. La prima mossa significativa è la partecipazione del Regno alla guerra di Crimea al fianco di Francia e Regno Unito, ed è in virtù di tale nuovo prestigio che Cavour può personalmente prendere parte alla conferenza di pace che si tiene a Parigi nel 1856.
La mossa successiva, molto più importante, è la stipulazione di un'alleanza politico-militare con Napoleone III in funzione antiaustriaca. La situazione di tensione tra il Regno di Sardegna e l'Impero d'Austria ha come esito un ultimatum militare che diplomatici austriaci notificano al governo di Torino il 24 aprile 1859. È l'inizio della Seconda Guerra d'Indipendenza e l'avvio di un intero ciclo di eventi che condurrà alla formazione del Regno d'Italia.
Secondo gli accordi di Plombières, Napoleone III si impegna a difendere il Regno di Sardegna dall'aggressione austriaca. Tuttavia, quando la conquista del Veneto è alla portata di mano, piuttosto inaspettatamente Napoleone III decide di interrompere la guerra e di stipulare l'armistizio con gli austriaci, alla fine quindi del conflitto, soluzione che getta nello sconforto l'opinione patriottica italiana.
Tra la fine di aprile e il giro del 1859, scoppiano delle sollevazioni che portano alla formazione dei governi provvisori in Emilia-Romagna e in Toscana. Il 25 marzo dello stesso anno, in Piemonte, Sardegna, Lombardia, Emilia-Romagna e Toscana si tengono le elezioni per il Parlamento di Torino. Il risultato è la formazione di una Camera dei Deputati dominata da una solida maggioranza liberale che sostiene la politica avviata da Cavour.
Mentre si stanno tenendo i vari plebisciti di annessione, Giuseppe Garibaldi raccoglie a Genova un migliaio di volontari, con i quali, tra il 5 e il 6 maggio del 1860, si imbarca su due piroscafi che dirige verso la Sicilia. Incredibilmente, l'azione militare garibaldina ha un travolgente successo. L'11 maggio, i garibaldini riescono a sbarcare a Marsala. L'allora Garibaldi riesce a sbaragliare l'esercito borbonico, procedendo da Palermo a Napoli, dove entra trionfalmente il 7 settembre 1860.
Il 26 ottobre, Vittorio Emanuele alla testa del suo esercito incontra Garibaldi a Teano, il quale, sulla base dei plebisciti precedenti, cede al sovrano le terre conquistate. Dunque, è vero che vi sono tre italiane che non fanno ancora parte dello stato nuovo, come il Lazio e il Veneto, ma il Regno d'Italia si è comunque costituito.
La Terza Guerra d'Indipendenza viene combattuta dopo la proclamazione del Regno d'Italia, avvenuta il 17 marzo del 1861, con capitale a Torino. Il quadro che tiene a battesimo il nuovo regno, dunque, non è per niente ben augurale. Tuttavia, pur in un contesto così difficile, lo stato unitario ha, infatti, una costituzione, ovvero lo Statuto Albertino, che instaura una monarchia costituzionale ed è dotato di un parlamento elettivo.
La crisi più grave si presenta nel 1866, quando l'Italia si allea alla Prussia, allora in guerra con l'Austria. Nonostante l'esercito italiano sia, infatti, superiore per numero a quello austriaco, viene sconfitto il 24 giugno a Custoza, mentre la flotta è battuta il 20 luglio a Lissa. Il risultato è una totale disfatta, ma la Prussia vince comunque e l'Italia guadagna Mantova e il Veneto.
Conquistato così faticosamente il Veneto, resta aperto il problema dello Stato Pontificio e di Roma. Il Papa e le frange cattoliche intransigenti non riconoscono al Regno d'Italia. Approfittando del ritiro dei francesi a difesa del Papato, comunque, il 20 settembre del 1870, l'esercito italiano entra nello Stato Pontificio, dopo aver aperto una breccia nelle mura presso Porta Pia, e occupa Roma. Intanto, il 2 ottobre del 1870, l'annessione di Roma e del Lazio è sancita da un plebiscito.
La conquista di Roma e lo spostamento della capitale nella Città Eterna vengono comunque salutati come un grande successo. Le difficoltà con cui lo stato italiano deve confrontarsi non sono di certo scomparse, tuttavia, a dieci anni dalla fondazione, lo stato unitario mostra di aver superato la fase più critica e difficile. È apparso chiaro che il processo di costruzione della nazione non è né automatico né naturale e che, se si vogliono superare le divisioni e le difformità che caratterizzano la nuova Italia, è necessario dotarsi di strumenti che consentano di insegnare la nazione anche alle masse.