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Proseguiamo con la storia della criminologia, dell'evoluzione del pensiero criminologico del 9. Diciamo accantonando per il momento il discorso e la riflessione sul crimine dei colletti bianchi. Sul vostro libro di testo, poi si approfondiscono diversi tipi di criminalità e soprattutto la criminalità nell'ambito delle organizzazioni complesse e i meccanismi di decisioni collettive, eh, come, diciamo, influiscono sulle scelte capitali dei dei singoli.
Questi aspetti per ora li accantoniamo perché proseguiamo nella con la storia della della criminologia prendendo in considerazione tutte quelle teorie che, diciamo, in qualche modo fanno leva sul sulla cultura, prendono in considerazione la la cultura come fenomeno, eh, o meglio come condizione che può ehm, diciamo, eh, essere causa di scelte criminali. E partiamo dalla dalla teoria di Sellin, la teoria dei conflitti culturali.
Se proprio afferma che ehm, il conflitto culturale è causa della criminalità e parte da sicuramente da una prospettiva anomica come quella analizzata da Durkheim e spiegata da Durkheim e da Merton. E la sua teoria dei dei conflitti culturali m dà, diciamo, risalto a quel conflitto che si genera all'interno di un contesto sociale fra norme sociali appartenenti, se vogliamo, a culture diverse, a gruppi sociali diversi. L'idea di base è quindi quella che un conflitto di cultura fra i singoli, fra l'individuo e la comunità o fra gruppi diversi può generare la criminalità. E è una vera e propria teoria sociale, come dice il vostro libro.
E da che cosa parte? Da quali, cioè quale, qual è il punto di partenza, l'osservazione che eh, che compie Sellin? Come mai Sellin è arrivata è arrivato a questa conclusione? Beh, soprattutto Sellin osserva i processi migratori eh, che dall'Europa hanno portato una consistente eh, diciamo, un consistente numero di persone dall'Europa agli Stati Uniti. Eh, soggetti che hanno sicuramente culture e valori diversi rispetto a quelle della società ospitante. E che cosa ha notato?
Che il crimine è sostanzialmente connesso al conflitto di valori fra quelli presenti nella società ospitante e quelli che invece appartengono alla cultura, alla società di origine. Mi spiego meglio. Il migrante che arriva in Italia porta con sé tutta una serie di eh, valori, tradizioni, consuetudini che sono proprio proprie della sua cultura. Questi valori, queste questi modi di pensare, queste abitudini, queste tradizioni culturali possono scontrarsi con i valori della nostra società. L'esempio può essere eh, la poligamia, no? Alcune alcune religioni, alcuni stati è ammessa la poligamia. Molto più atroce sono le mutilazioni genitali femminili che sono purtroppo una pratica diffusa nel in alcuni paesi e che invece in Italia, per fortuna, è penalmente rilevante e quindi repressa eh, dal nostro ordinamento. E quindi, diciamo, vi è un questo conflitto e questa difficoltà del migrante ehm, a inserirsi nel contesto nel contesto nel nuovo contesto culturale, nuovo contesto sociale e giuridico.
Questo conflitto che però che cosa comporta? Un indebolimento dei meccanismi di controllo. Ognuno di noi, no? Ogni persona agisce in qualche modo in base alle aspettative che il contesto sociale richiede o, diciamo, quei comportamenti che il contesto sociale ritiene eh, adeguati, opportuni. Se nel contesto nuovo le norme che sono espressive della cultura di origine non trovano riconoscimento, si genera questo conflitto. Quindi quei meccanismi di inibizione, di controllo, di freno, no, quelle forme di controllo sociale informale che sono attribuite alla famiglia, al contesto sociale, al gruppo sociale, si indeboliscono e quindi il soggetto vive un disorientamento.
Questo, diciamo, la teoria dei conflitti culturali sicuramente è debitrice anche alla teoria delle delle della disorganizzazione sociale. E infatti, sia la teoria della della disorganizzazione sociale che la teoria dei conflitti culturali evidenziano un dato eh, importante. E mentre i migranti di prima generazione sostanzialmente ehm, diciamo, controllano il i propri comportamenti perché comunque subiscono l'influsso, la diciamo, il controllo indiretto inconscio della cultura di origine, sono i migranti di seconda generazione che hanno i vincoli e diciamo, le inibizioni della della cultura di origine completamente indeboliti, se non annullati. E al tempo stesso, però, non hanno vissuto quel processo di integrazione, non sono riusciti in qualche modo a interiorizzare i valori, le norme, il diciamo, le tradizioni culturali, le convenzioni della della società ospitante.
Quindi Sellin ehm, individua due generi di conflitto. Un conflitto primario che possiamo definire come un conflitto interiore tra i conflitti, cioè tra i valori e la cultura propria, quella del paese di origine e quella del paese nel contesto in cui si vive ci si è inseriti. Un conflitto che comunque è meno, diciamo, criminogeno rispetto a un conflitto secondario che invece è dato da quel processo di emarginazione che vive l'immigrato nel nuovo contesto, che sicuramente è un contesto di emarginazione che influisce più sulle scelte dei migranti di seconda generazione piuttosto che quelli di prima generazione. Quelli di prima generazione hanno una voglia di riscatto, hanno anche, diciamo, l'idea di poter ritornare nel paese di origine, quindi un controllo dei propri comportamenti che non saranno mai devi o antisociali, come potrebbe essere invece il comportamento del migrante di seconda generazione, i figli, quindi degli dei migranti che vivono quel processo di emarginazione e di esclusione sociale dal contesto in cui vivono.
Da un punto di vista, diciamo, prettamente penalistico, no? Che cosa ha evidenziato la teoria di Sellin? Che cosa, diciamo, ehm, in qualche modo ci insegna che il diritto e anche il diritto penale, quindi, è tanto più efficace quanto più corrisponde a quelli che sono i valori eh, diciamo, la cultura della collettività che che è di cui comportamenti è destinato, diciamo, è finalizzato a controllare e a gestire. Quindi vi è una correlazione diretta e proporzionale tra l'efficacia della legge e la la coerenza della legge con i valori, diciamo, diffusi nel contesto sociale. Quindi tra tra la legge e il e il consenso sociale vi deve essere una un forte legame affinché la la legge penale e il diritto in generale possa essere efficace, possa quindi eh, essere il presupposto, questo questo consenso sociale, quindi il presupposto necessario perché la legge possa ehm, essere applicata, essere sentita come tale e quindi sostanzialmente applicata.
La teoria della del conflitto culturale ehm, diciamo, in qualche modo apre una eh, un'ulteriore riflessione su alcune forme di criminalità che sono tipiche della società americana e proprio quelle della, diciamo, delle sottoculture delinquenziali. Diciamo vi sono delle teorie che partendo proprio dall'impostazione, no, della anomica e della disorganizzazione sociale riescono in qualche modo a spiegare quelle che sono forme di criminalità legate alle bande giovanili. Ci sono state delle del diciamo delle il pensiero criminologico americano si è fortemente incentrato, occupato di queste forme di criminalità.
La teoria delle sotto criminali, le teorie sotto cosiddette sottoculturali evidenziano come eh, è vero che cioè partendo proprio, se vogliamo, da quel principio di tensione messo in evidenza da Merton e ancora prima da Durkheim, ehm, il ragazzo che non appartiene a un contesto culturale eh, diciamo, eh, ben strutturato o una diciamo, un contesto un ceto sociale affermato nella società americana, ovviamente vive una sorta di frustrazione perché percepisce è consapevole del fatto che non potrà mai eh, raggiungere quegli obiettivi che proprio la società americana quasi pretende dal singolo. Abbiamo visto, come Merton evidenziava, che il successo, soprattutto il successo economico, era la meta culturale, quindi il fine, l'aspettativa che la società costruiva nei confronti, cioè evidenziava in qualche modo prospettava al singolo, era proprio quello di gratificarsi e raggiungere una sorta di consolidamento economico. Ovviamente non, come già Merton aveva evidenziato, non tutte le persone riescono in qualche modo a raggiungere queste che sono le le mete diciamo socializzate nella società americana. Di conseguenza si formano una sorta di ehm, sottoculture criminali giovanili e diciamo, danno in qualche modo sfogo a quelle che sono le frustrazioni, si dice la quasi una reazione all'impossibilità di raggiungere, di affermarsi in un determinato eh, contesto sociale. E quindi sostanzialmente le frustrazioni, il senso di esclusione, il senso di inadeguatezza delle delle aree o dei ragazzi appartenenti a, diciamo, alle classi meno abbienti si trasforma poi in un fattore criminogeno e addirittura la strutturazione, se vogliamo, delle cosiddette eh, bande criminali.
Le bande criminali eh, eh, che poi viene in qualche modo, diciamo, legata a questa formazione reattiva del giovane nei confronti della cultura dominante che poi viene ulteriormente analizzata eh, nell'ambito della criminologia americana. Ehm, si distinguono tra le bande criminali diversi tipi di di bande vere e proprie, di sottoculture criminali. C'è una banda criminale eh, in qualche modo in cui viene trasmesso e qui si riprende, se vogliamo, la teoria delle associazioni differenziali di Sutherland. Ehm, viene trasmesso un sapere e del eh, diciamo, un valori criminali e al tempo stesso vi è una struttura, se vogliamo, organizzata, una cultura eh, diciamo, in qualche modo strutturata strutturata in modo tale che all'interno della banda eh, del contesto criminale vi sono dei ruoli e vi sono anche delle eh, delle si apprezzano sono anche delle professionalità, no, legate a questi a questi ruoli e questo sapere viene trasmesso da generazioni a generazioni. Questa banda criminale possiamo dire che è una piccola società criminale all'interno della società eh, dominante. In questo modo si soddisfa quel bisogno di integrazione, se vogliamo, si riprende in qualche modo la teoria di Durkheim della solidarietà sociale. O possiamo nelle bande criminali ehm, in qualche modo individuare quel meccanismo di reazione che Merton aveva spiegato con l'innovazione. Non posso raggiungere con i mezzi legittimi quello che è l'obiettivo atteso da me, il successo criminale. Bene, condivido la meta, utilizzo strumenti diversi.
Poi vi sono eh, bande criminali fortemente, diciamo, caratterizzate da una disorganizzazione sociale, cioè sono ehm, bande criminali che non hanno quella struttura, se vogliamo, culturale organizzata della vera e propria banda criminale, della sottocultura criminale. È un tipo di criminalità che, se vogliamo, è neanche utilitaristico, è un un tipo di criminalità prettamente edonistico, non finalizzato al raggiungimento di quella meta del successo economico. Sappiamo benissimo che sono forme di criminalità che sono gestite, sono organizzate come vere e proprie imprese. Queste sono le bande criminali in cui il soggetto può trovare la propria realizzazione, mentre le bande conflittuali presentano dei caratteri di disorganizzazione sociale, per cui non vi è una aggregazione eh, finalizzata a uno scopo, vi è semplicemente un atteggiamento, se vogliamo, di ribellione. Pertanto all'interno di questa di questa banda si raccolgono delle forme di criminalità assolutamente inutili, nel senso che non non sono opportunistiche, non raggiungono uno scopo utilitaristico, prettamente edonistiche e inutilmente violente. Sono anche quelle situazioni di violenza ingiustificata.
L'ultima banda criminale, tipica, diciamo, definizione di banda criminale è quella astensionistica. Eh, in qualche modo ehm, questo atteggiamento lo possiamo inquadrare, se ci ricordiamo quello che è la la diciamo, le distinzioni compiute da Merton, lo possiamo inquadrare nell'ambito della rinuncia. A queste bande, infatti, appartengono una serie di balordi, di persone prive di di qualsiasi scopo, di qualsiasi eh, interesse, dediti soprattutto all'alcol, alla droga e all'annientamento di di se stesso.
Che cosa ci spiega un po' questa questa riflessione sulla la delinquenza giovanile? Mh, eh, sostanzialmente come eh, nei contesti, si ci ritorniamo un po' alla alla teoria della disorganizzazione sociale, nei contesti con un'elevata conflittualità tra i gruppi e quella che è la cultura dominante. Ecco perché tutte queste teorie le inseriamo nell'ambito della delle teorie del conflitto. Si generano situazioni criminogene. Adesso le possiamo chiamare, le possiamo, diciamo, definire come teorie sottoculturali, come, diciamo, teorie del conflitto culturale o delle opportunità differenziali come quelle di Olin e Coward. Però sostanzialmente alla base c'è un modello conflittuale per cui alcuni gruppi maturano una serie di valori e di tradizioni in conflitto con quelle che sono i valori, le norme, le aspettative del gruppo dominante.
All'interno di queste teorie, sempre sulla base strutturale funzionalista, abbiamo la teoria delle neutralizzazioni. Quando abbiamo studiato Sutherland, abbiamo approfondito Sutherland, abbiamo detto che il crimine in qualche modo si trasmette, diciamo, l'atteggiamento culturale, la causa del del crimine, del gesto criminale è da rintracciare nella cultura, in quel processo di apprendimento che il soggetto vive a contatto con delle una cultura favorevole al crimine, quindi con una serie di giudizi favorevoli al crimine. E che al tempo stesso eh, isolano e diciamo, marginalizzano tutte quelle valutazioni che invece del crimine hanno un una valenza, esprimono una valenza negativa. Questa riflessione Sutherland sostanzialmente l'ha presa dalla teoria delle neutralizzazioni.
La teoria delle neutralizzazioni anche si si incentra sullo studio della criminalità giovanile ed evidenzia come in un nel nell'arco della vita, soprattutto di un uomo, non tanto della donna, di un uomo, nella fase adolescenziale, le frustrazioni che il ragazzo vive, ovviamente parliamo sempre di classi subalterne, ma delle classi dominanti, perché nelle classi dominanti il processo di integrazione già avviene nella scuola. Invece i, diciamo, i figli della working class, i figli delle classi subalterne vivono già nella scuola un processo di marginalizzazione, di frustrazione, percepiscono la la propria difficoltà e debolezza nel raggiungere quella che è la meta, ovviamente questa grande tensione già spiegata da Merton e anche da Durkheim. E di conseguenza vivono una sorta di limbo in cui non sanno come comportarsi, sono tra virgolette disorientati.
Contrariamente alle teorie che abbiamo eh, esposto prima, questa della neutralizzazione spiega questo atteggiamento del dell'individuo, dell'adolescente come il fatto sul partendo dal presupposto che in realtà anche il ragazzo che viene a un percorso scolastico disastroso che viene quindi, se vogliamo, espulso, abbandona la scuola, sostanzialmente ha aderito, ha interiorizzato quelli che sono i valori della classe dominante, però soffre questa sorta di frustrazione per non poter, diciamo, raggiungere gli stessi eh, diciamo, gli stessi livelli, le stesse le stesse condizioni del dei compagni di scuola. Di conseguenza il il soggetto tende tenderà a compiere un gesto criminale e un po' perché vive in una situazione di limbo e vuole eh, presentarsi a se stesso come un soggetto capace che in questa situazione di sospensione che è proprio tipica poi anche dell'adolescenza, che è capace di eh, diciamo, gestire la propria esistenza e ed è in grado quindi di imporsi nel nella realtà. Un soggetto che si sente frustrato ai margini della società, uno che non verrà non verrà mai percepisce se stesso come una persona che non verrà mai considerata, allora compie questo gesto criminale, però mettendo un atto una serie di eh, come si chiama, di meccanismi di neutralizzazione. Cioè io compio una con un fatto criminale, ma normalmente se volete questa teoria della neutralizzazione accompagna anche il nostro agire e mettendo in atto una serie di tecniche di neutralizzazione che inibiscono quelle che sono i miei freni e no, i miei forme di autocontrollo.
Quali sono le tecniche di neutralizzazione, no, che possiamo tranquillamente vedere, considerare nell'ambito della criminalità, ma anche nel nell'agire comune? Vi è la negazione della propria responsabilità. Ho commesso l'atto deviante, ma non è colpa mia, non volevo farlo. Mh. Nego la mia responsabilità. Negazione del danno provocato. Ho commesso l'atto deviante, ma poiché la vittima non è stata danneggiata, non ho fatto male a nessuno. Quindi negare il danno. Negazione della vittima. Ho commesso l'atto deviante e la vittima ha subito un danno, ma se lo meritava. Questo è il paradigma, eh, insomma, sia del danno, la negazione del danno provocato che la negazione della vittima. Possiamo dire un po' è il paradigma che accompagna i gesti soprattutto di violenza contro le donne.
C'è poi un tipo di tecnica di neutralizzazione che è la condanna di loro che di coloro che condannano e questo è tipico di una criminalità di tipo ideologico, no? Di pensiamo al terrorismo negli anni 70. I terroristi condannavano lo stato borghese, rifiutavano la giustizia dello Stato borghese. Quindi ho commesso l'atto criminale, ma chi mi condanna è ipocrita e criminale come me. È quello un po' che sostanzialmente e quindi di qui, se vogliamo, l'importanza che lo Stato e l'ordinamento giuridico venga percepito come qualcosa di valido, di giusto. Laddove perde credibilità sia lo Stato che, diciamo, l'ordinamento giuridico. È ovvio che si affermano ipotesi di di criminalità. Richiamo ai valori più alti, la criminalità terroristica di stampo mafioso e richiama modelli sociali, diciamo, piuttosto diffusi. Sì, l'ho fatto, ma sostanzialmente lo fanno tutti. Il processo di Tangentopoli nella Prima Repubblica.
Grazie e ci vediamo alla prossima lezione.