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Buonasera, un cordiale benvenuto a tutti voi. Questa sera abbiamo l'ultimo appuntamento del nostro ciclo "I capolavori raccontati" che, grazie alla vostra presenza, la vostra assidua presenza, la vostra numerosa presenza, è stato un successo. Abbiamo registrato un successo che questa sera è confermato dalla sala, anzi, dalle due sale praticamente piene. È un motivo di felicità e di orgoglio che, naturalmente, indicherà il fatto che bisognerà pensare di organizzare una quinta edizione l'anno prossimo, perché abbiamo da voi. E devo anche ringraziare il direttore di Palazzo Ducale che mi ha indicato questa informazione molto importante, perché naturalmente il successo di ogni edizione induce a continuare. Quindi continueremo anche l'anno prossimo.
Ma finiamo quest'anno, come abbiamo fatto tutte le altre volte, con una lectio magistralis. Si comincia con una lectio magistralis e si finisce con una lectio magistralis, cioè di persone particolarmente autorevoli e particolarmente generose nel distribuire il proprio sapere agli altri. Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, presente fin dalla prima edizione a questa serie di conversazioni dedicati ai grandi capolavori, conclude anche quest'anno il nostro ciclo con un argomento che gli è particolarmente caro: il grande, il difficile Piero della Francesca, uno degli autori più straordinari della nostra civiltà, all'apice della grandezza e della gloria nel '400, nella seconda metà del '400. Gli è particolarmente caro perché il professore è di Rimini, è praticamente nato con un Piero della Francesca davanti agli occhi nel Tempio Malatestiano, lavora in un museo dove, se la storia non fosse stata così cattiva, avrebbe anche da gestire un ciclo di Piero della Francesca che aveva lasciato dei meravigliosi affreschi anche in Vaticano, che purtroppo sono stati cancellati da rifacimenti nel tempo. Ha scritto delle monografie, anzi, ha scritto una importante monografia e ha scritto anche opere singole su singoli nuclei o capolavori di Piero della Francesca. E questa sera ci parla di una delle opere più importanti di Piero, del ciclo più imponente lasciato da Piero della Francesca nella città di Arezzo: le Storie della Vera Croce, nella chiesa appunto francescana di Arezzo. Un ciclo difficile, sia dal punto di vista della lettura dei singoli episodi, sia del significato che sta dietro questa pittura. Però Antonio Paolucci è la persona giusta per rendere facile un argomento difficile. E quindi noi adesso lo ascoltiamo nel racconto di questo ciclo straordinario che venne realizzato in un momento drammatico per l'Europa, all'indomani della caduta di Bisanzio, quando ci si rende conto che appunto questa eventualità è avvenuta. E quindi le Storie della Vera Croce rappresentano in qualche modo una risposta, una reazione a un problema molto grave di ordine politico internazionale.
Allora chiedo al professore di cominciare il suo racconto, scusandomi di avergli assegnato un compito così difficile, ma che lui risolverà benissimo. Grazie.
Prima di parlare, lo vedremo attraverso le diapositive che ho raccolto e che vi presenterò in questa occasione. Prima di parlare del ciclo in affresco di Piero della Francesca nel San Francesco di Arezzo, bisogna prima capire com'è nata la leggenda della Croce, il rinvenimento della croce sulla quale nostro Signore è stato crocifisso. Nei secoli andati, i cristiani si sono sempre chiesti, i credenti, di ogni parte d'Europa, ogni parte del mondo: ma che fine avrà fatto la croce sulla quale Gesù Cristo è stato crocifisso? Ora, la croce è un manufatto di grandi dimensioni, alto almeno 5 metri, largo 3. Possibile, si sono chiesti i credenti, possibile che la croce di Cristo sia stata distrutta? Che ne abbiano fatto legna da ardere? Che sia finita nella discarica, perduta, cancellata? No, non è possibile. La croce sulla quale nostro Signore è stato crocifisso deve avere avuto una storia gloriosa. Certamente è stata perduta, poi ritrovata, e chissà dov'è adesso. Questo era la domanda che generazioni di cristiani si sono fatti.
A queste domande ha risposto un genovese che era un frate domenicano. Si chiamava Jacopo d'Avarazze. È stato un personaggio importante ai suoi giorni, vissuto nel XIII secolo, è stato anche arcivescovo di Genova negli ultimi anni '90 del '200 ed è morto nel 1298. Jacopo d'Avarazze, un libro che è stato importantissimo nella storia d'Europa, ha ispirato pittori, predicatori, uomini di teatro. Questo libro fondamentale per la nostra storia si chiama "La Leggenda Aurea", cioè il racconto d'oro. La Leggenda Aurea, scritta da Jacopo d'Avarazze nel '200. Che cos'è la Leggenda Aurea? È un libro che racconta la storia dei santi, i tanti santi dell'universo cristiano, santi di ogni provenienza, di ogni nome, di ogni origine. E Jacopo d'Avarazze ne racconta la storia, una storia in parte fondata storicamente, in grande parte inventata, un po' storia e un po' leggenda. E le storie dei santi, la vita dei santi scritta da Jacopo d'Avarazze, ha ispirato, ripeto, generazioni di pittori, di artisti, di uomini di teatro, di predicatori. È stata la base, fondamento della nostra del nostro immaginario agiografico, cioè della nostra rappresentazione dei santi.
Ebbene, un capitolo fondamentale della Leggenda Aurea parla della "Crucis Domini Nostri Jesus", cioè la scoperta, il rinvenimento della vera Croce di nostro Signore Gesù Cristo. Scrive Jacopo d'Avarazze nella sua Leggenda Aurea, in questo capitolo dedicato alla perdita prima e poi al rinvenimento della croce di Cristo, dice che questo preziosissima reliquia è andata perduta, poi è stata riscoperta, poi ha avuto una certa storia in tempi a noi più vicini. E di tutto questo parla Piero della Francesca negli affreschi del San Francesco di Arezzo. L'argomento del rinvenimento della vera Croce è stato particolarmente caro agli ambienti francescani. Tant'è vero che troviamo delle esemplificazioni importanti in varie chiese francescane, soprattutto importante quella che si trova nella cappella maggiore di Santa Croce a Firenze, dove Agnolo Gaddi alla fine del '300 ha raccontato la storia della vera Croce, quella che anche Piero della Francesca, più o meno seguendo lo schema dato da Jacopo d'Avarazze, ha raccontato negli affreschi di Arezzo. E di questi oggi parlerò, presentandovi quegli affreschi che sono famosi, immagino che molti di voi li avranno visti, sono comunque dappertutto riprodotti, sono uno dei punti focali della nostra storia artistica. Tra l'altro, sono affreschi che sono stati anche di recente restaurati. Il mio amico il professor Benzi era uno del comitato di cui facevo parte anch'io, insieme ad altri colleghi, per il restauro degli affreschi del San Francesco di Arezzo, restauro che abbiamo inaugurato nel 1999, quindi ormai 17 anni fa. Oggi, cioè, tutto questo per dire che oggi gli affreschi che vi presenterò nel San Francesco di Arezzo sono restituiti al meglio della loro leggibilità, al meglio della loro possibile presentazione, che è tutto quello che è giusto chiedere a un buon restauro, niente di più e niente di meno.
Ma cominciamo con le immagini che vi ho portato. Avanti. Cominciamo con la prima immagine che... Ah, scusa. Ecco, mandalo te. No, pensavo ci fosse qualcuno che... Sei questo qui, eh. Ecco, vedete San Francesco di Arezzo, gli affreschi del San Francesco di Arezzo. Quando Gabriele D'Annunzio per la prima volta entrò dentro il San Francesco e vide questi affreschi, scrisse dei versi molto belli in una poesia delle "Città del Silenzio", anno 1907. Le Città del Silenzio, queste come Mantova, come Rimini, come Ferrara, come Arezzo, appunto, città nascosta in un certo senso, poco celebri, poco conosciute, dove tuttavia si custodiscono capolavori straordinari. Gabriele D'Annunzio, nell'anno 1907, entra qui nella cappella maggiore del San Francesco di Arezzo e dice, scrive nella poesia dedicata ad Arezzo: "In San Francesco è Piero e il suo giardino. Come davanti a un giardin profondo i stetti, o Pier della Francesca, il giardino profondo, profondo". Quindi la profondità della prospettiva, lo spazio argomentato e restituito fino alle sue ultime profondità. Ma è un giardino, cioè è pieno di colori. È questa definizione che ha dato D'Annunzio nel 1907. "Come davanti a un giardin profondo i stetti, o Pier della Francesca". È già la prefigurazione poetica della sintesi prospettica di forma-colore che Roberto Longhi definì nella sua nota monografia su Piero della Francesca del 1927, 20 anni dopo.
Ed ora entriamo più da vicino nella storia, nella storia. Spero che le immagini siano sufficientemente chiare. E qui comincia la storia della Vera Croce. Come nasce la croce sulla quale è stato crocifisso Cristo, dice Jacopo d'Avarazze, e Piero della Francesca restituisce per immagini questo racconto. Dice Jacopo d'Avarazze che la storia è molto antica, le sue origini risalgono ai progenitori, ad Adamo ed Eva, il padre e la madre del genere umano. Voi sapete che Adamo ed Eva hanno mangiato l'albero, il frutto dell'albero del bene e del male, contravvenendo all'ordine datogli da Dio, e per questo sono stati cacciati dal Paradiso Terrestre. Ora, Adamo muore, come tutti gli uomini muoiono. Adamo, il primo uomo, e con lui si inaugura la morte che poi sarà di tutti i viventi. Tutti nati sotto il cielo moriranno. Il primo a morire è Adamo. E dice Jacopo d'Avarazze, e qui Piero della Francesca lo rappresenta, che sentendosi vicino a morire, voi vedete il vecchio Adamo circondato dalle sue donne, dai suoi figli, le sue figlie, sentendosi vicino a morire, chiede al figlio, al figlio maschio Set, si chiamava, dice la Bibbia, di andare fino al Paradiso Terrestre, di bussare alla porta del Paradiso Terrestre, quel luogo, cioè, dal quale lui e la moglie Eva erano stati cacciati per aver contravvenuto all'ordine di Dio. Dice al figlio Set di andare quindi nel Paradiso Terrestre e chiedere all'Angelo custode l'olio della Misericordia. Set va dove gli aveva ordinato suo padre. Vedete sul fondo, vedete Set che incontra l'Angelo custode del Paradiso Terrestre, l'Angelo Michele, il quale non gli dà l'olio della Misericordia, ma gli dà un ramuscello, un virgulto strappato dall'albero del bene e del male, quello stesso albero che aveva fatto peccare Adamo ed Eva, l'albero del frutto proibito. E l'Angelo ordina a Set di piantare quel virgulto tratto dall'albero del bene e del male sul corpo, sulla tomba del padre Adamo. Ed è quello che i personaggi che qui, che qui Piero della Francesca sta rappresentando, questi uomini e queste donne antichissimi, no? Vedete come Piero della Francesca ha rappresentato l'antichità immemorabile delle generazioni. Questo succede. Il virgulto dell'albero del bene e del male viene messo a dimora sopra la tomba di Adamo e crescerà nutrendosi del suo corpo. E questa è già un'idea dottrinale, teologica bellissima, perché Adamo è il primo uomo, dal seme di Adamo un giorno verrà Cristo, nuovo Adamo, e sarà lui a redimere quel genere umano, quel genere umano che il peccato di Adamo, del primo uomo, aveva perduto.
Ma andiamo avanti. Ma qui, qui non... Ma la storia continua. È sempre Jacopo d'Avarazze, il genovese, Jacopo d'Avarazze, a parlarne, e Piero della Francesca la mette in figura. Quell'albero che era nato sopra il corpo di Adamo, a un certo momento viene tagliato. Ne fanno tavole di ponte al tempo di Re Salomone, il mitico Re Salomone, no? Il Re di Gerusalemme. E questa tavola di ponte viene collocata sopra il piccolo fiume Siloe, piccolo fiume che sta alle porte di Gerusalemme. Dice ancora la leggenda che la Regina di Saba, che veniva dalle profondità dell'Africa, quella che oggi è l'Etiopia, viene in visita a Re Salomone. Ma prima di entrare nella reggia di Salomone, colta da una specie di premonizione, dovendo varcare il ponte sul fiume Siloe, quel ponte che era stato costruito con le assi ricavate dall'albero del bene e del male cresciuto sulla tomba del progenitore Adamo, si butta in ginocchio. Ecco, voi vedete la Regina di Saba che si inginocchia, sgomenta, senza capire perché, ma capisce che quelle tavole di legno che sormontano il piccolo fiume hanno un valore religioso, profetico straordinario, e si inginocchia di fronte a quelle tavole. Poi viene ricevuta, perché la storia continua. Si vede la Regina di Saba che viene accolta nel suo palazzo, un palazzo che è in tutto e per tutto un edificio del Rinascimento, di tipo albertiano, nello stile di Leon Battista Alberti. Viene ricevuta dal Re Salomone. Avanti. Ecco, noi vediamo qui la scena rappresentata da Piero della Francesca della Regina di Saba che rende omaggio a Re Salomone.
La storia, poi, dice la leggenda, dice che fra Salomone e la Regina di Saba si stabilì un rapporto anche di affetto, e che dalla loro relazione nascerà un figlio che ha dato origine poi alla dinastia dei sovrani d'Etiopia. Questo dice la leggenda. Ma qui noi ora vediamo come Re Salomone incontra la Regina di Saba e la incontra in una scatola prospettica policroma di pura impronta albertiana. Leon Battista è l'architetto contemporaneo di Piero della Francesca. Avanti. Vedete ancora l'episodio dell'incontro, dell'omaggio della Regina di Saba a Re Salomone. Avanti. E poi ancora il corteggio della regina inginocchiata di fronte alle tavole che vengono dall'albero del bene e del male. Accanto a lei ci sono i suoi scudieri, le sue serve, le sue donne. Avanti. E qui vedete il tipico stile di Piero della Francesca, questo stile che Bernard Berenson definiva della "non eloquenza". Pietro Della Francesca è un artista silenzioso, sembra che i suoi personaggi non si muovano, non parlino. L'artista della impersonalità, diceva Bernard Berenson, della non eloquenza, questa astrazione perfetta dei corpi femminili, per cui queste figure di donna sembrano quasi delle più che delle sculture, sembrano delle colonne doriche, sembrano dei manufatti che vengono dall'antichità greca. Avanti. E questi sono gli stallieri della Regina di Saba accanto ai loro cavalli. È inutile dire che importanza ha avuto un dettaglio come questo per la storia della pittura italiana del '900. In questo momento, a Forlì, c'è una mostra proprio dedicata a questo, a quello che ha significato Piero della Francesca nella storia del '900 italiano, in Carrà, in Bartus, in De Chirico, in Cagli, dei tanti artisti che hanno tratto ispirazione fra gli anni '20 e i '30 da modelli figurativi come questo, negli anni del cosiddetto "ritorno all'ordine". Avanti.
Ma tutto questo, quello che avete visto nel dettaglio di Arezzo, del con l'incontro di Salomone con la Regina di Saba, questa cerimonialità, questa regalità, questa aristocratica astrazione che è tipica di Pietro della Francesca, la troviamo anche in sue opere famose distribuite nei musei italiani e stranieri, come questa, che immagino tutti conoscete, ed è la Flagellazione di Cristo, che si custodisce nella Pinacoteca di Urbino, nel Museo Nazionale delle Marche. Vedete come anche qui un episodio evangelico, la Flagellazione di Cristo, venga inserito in un'elegantissima architettura albertiana, che fa pensare anche al Palazzo Ducale di Urbino, dove in quegli anni lavoravano Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini, dove operavano artisti come Piero della Francesca, ma anche come Benedetto da Maiano, come Botticelli e altri. E lui immagina che la scena avvenga in questa specie di atrio solennissimo, classico, no? E che in primo piano ci siano dei personaggi la cui identità è ancora sconosciuta agli studiosi. Sono stati scritti libri e libri sulla interpretazione iconografica e iconologica di questa scena. Una cosa è certa, tuttavia, e l'ha ricordata prima Marco Carminati, che il Pilato, quello che sta condannando Cristo alla flagellazione, come dice il Vangelo di Matteo, quel Pilato lì ha le sembianze del sovrano di Costantinopoli, di Michele Paleologo, quell'imperatore bizantino che era venuto a Firenze nel 1439 per tentare una impossibile riunificazione tra la Chiesa Latina e quella Ortodossa. E tutto questo era stato fatto per cercare di bloccare la pressione turca, la pressione islamica sulla città capitale dell'Impero d'Oriente, città romana, no? Perché l'imperatore di Bisanzio si considerava il legittimo erede degli imperatori romani, e dal punto di vista giuridico e storico lo era. E come ricordava prima Carminati, proprio negli anni in cui Piero della Francesca dipinge questa tavola studiata ad Urbino, e quando negli stessi anni dipinge gli affreschi di Arezzo, che si collocano fra il 1452 e il '58, secondo le risultanze storiche più accreditate, proprio in questo periodo della storia succede l'evento traumatico per tutto l'Occidente, cioè della conquista da parte dei Turchi di Costantinopoli. Costantinopoli, Bisanzio, la seconda Roma, la capitale dell'Impero Romano dove ancora stava sul trono un legittimo successore dei Cesari, viene conquistata dai musulmani, diventa la capitale dell'Impero Turco. Potete immaginare facilmente come è stato violentemente traumatico questo fatto storico nella coscienza di tutta l'Europa. E riflesso di tutto questo c'è in un piccolo dipinto, perché la Flagellazione di Urbino è un dipinto largo 80 centimetri, alto 40, non di più. Ve lo fa capire. Avanti. Ecco, vedete questi personaggi di interpretazione ancora disputata. Avanti. Vedete la Flagellazione di Cristo che avviene nel pretorio di Pilato. Questo pretorio che è una scatola prospettica, potrei dire, di invenzione puramente rinascimentale, sembra disegnata da Leon Battista Alberti, veramente. E vedete Pilato che ha le sembianze dell'imperatore di Costantinopoli, e Cristo flagellato. Avanti. Flagellato non a caso da personaggi vestiti alla turchesca, come a significare che la caduta di Costantinopoli in mano ai musulmani significava la nuova flagellazione di Cristo, l'oltraggio mortale per il popolo dei credenti. Avanti. Avanti ancora. E ancora vedete...
Ecco, questo questo dipinto che si trova nel Tempio Malatestiano di Rimini, ancora Piero della Francesca. Questo ve lo faccio vedere per far capire il carattere altamente aristocratico, elitario, potrei dire, che hanno certi aspetti della pittura di Piero della Francesca. Che Piero da Francesca è un personaggio affascinante anche dal punto di vista della sua vita personale, no? La sua patria, la sua città era Borgo San Sepolcro, un piccolo paese che sta fra, che sta poco dopo Arezzo, ai confini fra la Toscana e le Marche. A Borgo San Sepolcro Piero della Francesca aveva la sua casa, aveva la sua famiglia, aveva la sua bottega, che si conserva ancora, la casa, il palazzo abitato da Pietro Della Francesca a Borgo San Sepolcro. Pietro Della Francesca rivestiva cariche pubbliche, era priore di confraternite, era consigliere comunale, amministrava con molta sagacia il suo non piccolo patrimonio, aveva case, aveva poderi. E tuttavia, pur rimanendo fortemente radicato nella sua piccola patria, il suo mondo è quello delle pietre di Borgo San Sepolcro, della campagna dell'alta Val Tiberina che circonda Borgo San Sepolcro, quindi una campagna aspra, montagnosa, punteggiata di nere querce, striata da magri coltivi. Proprio questo il paesaggio dell'alta Val Tiberina. Chi va da quelle parti ancora può rendersene conto. Ebbene, questo pittore che così fortemente radicato alla sua piccola patria, non esita a lasciare Borgo San Sepolcro per andare al servizio delle corti straniere. Va a Rimini, come in questo caso, al servizio di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini e delle Romagne, vicario di Santa Chiesa, signore della guerra, diremmo oggi, potente uomo d'armi, titolare di condotte militari. Questo era Sigismondo Malatesta. Va a Ferrara dagli Este e lavora nel Duomo, lavora nel Palazzo Ducale. Va a Roma dal Papa e anche lì lascia fresche testimonianze della sua arte. Però ritorna sempre a Borgo San Sepolcro, la sua patria. Rimane lì, i suoi affetti, i suoi interessi rimangono a Borgo San Sepolcro.
E quando va a Rimini, ecco che nel Tempio Malatestiano, questa antica chiesa, Chiesa di San Francesco, che Sigismondo Pandolfo Malatesta trasforma nel suo mausoleo, no? Chiama Leon Battista Alberti, interviene il grande architetto famoso in tutta Italia. Accanto a lui c'è il suo assistente, il suo capomastro, diremmo oggi, Matteo De' Pasti, si chiamava. E tutti e due insieme, Leon Battista Alberti e Matteo De' Pasti, agli ordini di Sigismondo Malatesta, che vedete qui inginocchiato, rivestono l'antica chiesa gotica di San Francesco in una specie di involucro rinascimentale. E l'antica Chiesa di San Francesco diventa il mausoleo dei Malatesta, con la sua tomba, con quella della moglie Isotta degli Atti, con tutta l'opzione, la glorificazione della sua fortuna, della sua vita. Qui Piero della Francesca, chiamato da Sigismondo dal Malatesta, e chiama rappresenta il signore di Rimini, appunto, Sigismondo Malatesta, in ginocchio di fronte al suo santo patrono, che si chiamava Sigismondo come lui, di fronte a San Sigismondo, si presenta al suo santo patrono in una specie di rigoroso protocollo feudale. Si inginocchia di fronte a lui, gli dichiara la sua fedeltà. Avanti. Ecco il profilo del condottiero, signore di Rimini, Sigismondo Malatesta. Avanti ancora. Di fronte, di fronte a lui c'è il suo santo patrono, San Sigismondo. Avanti. E al sigillo della sua fedeltà verso il santo patrono, verso la potestà celeste che governa la sua vita e le sue opere, ci sono due cani, due levrieri di gran razza, uno bianco e uno nero, affrontati. Vedete bene, a significare la fedeltà, la fedeltà che deve essere costante, di giorno il cane bianco e di notte il cane nero. E dietro tutto questo c'è la formidabile macchina da guerra di Sigismondo Malatesta, il signore della guerra. Sigismondo Malatesta, che aveva in questo castello, che in parte c'è ancora a Rimini, la base della sua forza militare. Qui teneva le sue truppe scelte, la sua cavalleria corazzata, che era l'arma decisiva nelle guerre del '400. E come visto attraverso un oblò, ecco, si vede contro il cielo azzurro con le nuvole scalate in prospettiva, ecco il grande prospettico Piero della Francesca, il Castel Sismondo, questa, ripeto, formidabile macchina da guerra dei Malatesta.
Ma ecco, torniamo nel San Francesco di Arezzo e continuiamo a parlare della storia della Vera Croce. Abbiamo detto che la vera, che la croce con la quale fu crocifisso nostro Signore veniva niente meno che dall'albero del bene e del male, da un virgulto dell'albero del bene e del male piantato sul corpo stesso di Adamo. Era cresciuto, è diventato un grande albero frondoso, poi era stato abbattuto, ne avevano fatto delle assi, e quelle assi avevano ricoperto il ponte del fiume Siloe, di fronte al quale, toccata da profetica premonizione, si era inginocchiata la Regina di Saba, che veniva dall'Africa profonda in visita a Re Salomone. Poi la croce si perde. Però, dice la Leggenda Aurea di Jacopo d'Avarazze, si perde fino a un certo momento, quando Costantino, il primo imperatore cristiano, riceve la rivelazione della Croce. Dice la leggenda che l'imperatore Costantino in sogno vide la croce alla vigilia della battaglia di Saxa Rubra, la battaglia contro il suo rivale Massenzio, battaglia che, come sapete, fu gloriosamente vinta da Costantino. E quella notte, dice la leggenda, ripeto, da Jacopo d'Avarazze, nel quale raccoglieva testimonianze più antiche, dice che Costantino, mentre dormiva, e dorme nella sua tenda da campo, vedete come è normale per un capitano alla vigilia della battaglia decisiva, la notte vede la croce. Vedete l'angelo in alto che presenta la croce a Costantino addormentato. Avanti. Vedete Costantino che dorme pesantemente, i suoi soldati intorno che vigilano sul suo sonno. Avanti. Ecco questa idea quasi surrealista, bellissima, delle dei coni delle tende dell'accampamento militare.
Ma la cosa straordinaria, e Benzi lo ricorderà, che quando abbiamo fatto il restauro di questa parte degli affreschi di San Francesco, ci siamo accorti di una cosa molto significativa e molto bella, cioè che questa non è la notte. Si è sempre detto che questo è un notturno, ed è vero, in fondo è notte, ancora. Ma è il momento in cui la notte sta lentamente declinando verso l'alba. E i testi antichi dicono che i sogni sono veritieri, i sogni sono profetici. Fateci caso, quando avvengono nel momento in cui uno sta per svegliarsi, quando la notte finisce e sta per arrivare l'alba. Quindi la rivelazione della croce avviene a Costantino, l'angelo presenta la croce, vedete, scende in volo planato nella tenda del comandante, proprio quando la notte sta declinando verso l'alba. E dal restauro abbiamo capito che questo cielo stellato, questa notte, in fondo, in fondo, lì al di là delle dei coni delle tende dell'accampamento, sta lentamente affiorando il rosa dell'alba. Quando la notte declina e sta arrivando l'alba, i sogni sono veritieri, sono profetici. Questo succede nella scena che qui Piero della Francesca ha rappresentato. Qui dei soldati che vigilano sul sonno del loro generale. Avanti. Quest'altro incontro luce, no? Sembra già George de La Tour, sembra già il '600 caravaggesco, in un certo senso, tale la capacità di premonizione che ha l'arte di Piero della Francesca.
E poi succede quello che sappiamo, che tenendo la croce in mano, la cavalleria di Costantino affronta sul Tevere l'esercito del suo nemico Massenzio. Vedete qui i cavalli che caracollano sul greto del Tevere. In alto l'aquila dell'emblema imperiale. Costantino è imperatore dei romani, anche se è un imperatore ormai diventato cristiano, dice la leggenda. E avanti. Ecco, vedete la sfilata di questi cavalli bellissimi, no? Che che sfilano sulla sul greto del Tevere. E vedete anche, ecco, vedete anche Massenzio, il nemico, che viene travolto dalla cavalleria di Costantino e precipita nel Tevere insieme ai suoi soldati. Diceva Giorgio Vasari che la specificità di Piero della Francesca erano le armi che scintillano, il lucore che lui sapeva dare alle armature. Ne vedete un esempio qui, questo guerriero corazzato con la sua armatura che sta splendendo nel sole. Vedete? Ed è anche questo è un aspetto molto importante di Pierro della Francesca. Non è soltanto il pittore classico, astratto, che avete visto, che vi ho fatto vedere prima nelle diapositive che abbiamo visto insieme, ma è anche un pittore capace di rappresentare la verità del vero visibile. Guardate com'è bello questo dettaglio lungo la cavalleria di Costantino che passa lungo il Tevere. La battaglia, come sappiamo dalla storia, avvenne a Saxa Rubra, alle porte di Roma, dove adesso ci sono gli stabilimenti della RAI. E questo è una rappresentazione del paesaggio di una intensità straordinaria. Lo potete vedere negli affreschi di Arezzo. Avanti.
E questa sottigliezza, questa capacità di rappresentare la verità, che a Piero della Francesca veniva sicuramente dalla conoscenza del mondo fiammingo, i cui fiamminghi, che lui poteva aver visto nelle collezioni che lui frequentava, quella di Rimini, quella di Urbino, soprattutto dei Montefeltro, quella degli Este, quella dei Papi di Roma. Ecco, questa attenzione lenticolare, minuziosa, alla pelle delle cose, ecco, questo è un altro aspetto fondamentale della pittura di Pira Francesca. Lo potete vedere in questo dipinto, giustamente famoso, che si chiama la Madonna di Senigallia, che si conserva nella Pinacoteca di Urbino, nel Museo Nazionale delle Marche. È un quadro relativamente piccolo, alto 80 centimetri, largo 40, più o meno. E rappresenta la Madonna col suo bambino in una stanza signorile, ma non lussuosa, con due angeli a destra e a sinistra. Ma la cosa straordinaria, e questo è un altro particolare dalla Pala di Brera, di cui dopo parleremo, vedete come Piero della Francesca riesca ad accarezzare la pelle di questo bambino Gesù che sta dormendo sul grembo della sua mamma. Avanti. Ma torniamo alla Madonna di Senigallia. Questa giovane e bellissima donna che tiene il suo bambino fra le braccia, questo bambino che sembra quasi consapevole del suo destino, non solo perché al collo ha il corallo rosso, prefigurazione della sua morte, della sua passione, non solo perché è un bambino benedicente, come come un piccolo Papa, in un certo senso. Avanti. Ma perché in questa, in questo dipinto che si conserva nel nel museo di Urbino, e che noi conosciamo col nome di Madonna di Senigallia, si vede un prodigio mimetico straordinario, perché l'angelo che sta in secondo piano, c'è la finestra che vedete, questa finestra con i vetri, e dalla finestra entra la luce, la luce del giorno, la luce di un giorno qualsiasi. E questa luce fa brillare come una polvere d'oro la polvere che c'è nella stanza. L'esperienza che ogni donna che rassetta una casa conosce bene, quando la polvere dei letti sbattuti o dei tappeti sale verso l'alto e se la investe la luce del sole, diventa una polvere d'oro. È questo dettaglio naturalistico che La Francesca ha rappresentato, quando descrive il raggio di luce che entra dalla finestra sulla sinistra, e questo raggio di luce investe la polvere che lievita all'interno della stanza. Questo è il genio di Pierro della Francesca, quando guardando ed essendo in parte condizionato dai modelli fiamminghi, realizza questi colpi di mano sul vero, sulla realtà assolutamente straordinaria. Potremmo dire che in lui, come in Antonello da Messina, che viene subito dopo di lui, si realizza veramente l'unità culturale dell'Europa, almeno per quanto riguarda le arti. Il punto di congiunzione, il punto di incontro fra l'ordine italiano, la misura italiana, le proporzioni, la prospettiva, e l'occhio nostro, la speculazione, la rappresentazione dei minimi di verità e di natura, la presa diretta sulla bellezza del mondo visibile, il tutto dentro un ordine razionale che la prospettiva costruisce. Questo è, in estrema sintesi, la filosofia artistica di Piero della Francesca.
E vediamolo meglio ancora nella famosa Pala di Brera. Questa Pala che sta a Brera oggi, ma in origine stava nel San Bernardino di Urbino, quella chiesa che sta proprio di fronte, sul colle che sta di fronte al Palazzo Ducale di Urbino, chiesa francescana, che era anche il mausoleo dei Montefeltro. Infatti, all'interno di quella chiesa ci sono le tombe dei signori di Urbino, di Montefeltro, Federico, Federico da Montefeltro, il figlio Guidobaldo, eccetera. E questa tavola era, stava lì, stava proprio sull'altar maggiore della cappella funeraria dei Montefeltro. Fu Napoleone a portarla via da lì e a trasferirla a Brera, il museo che doveva essere il Louvre d'Italia, in un certo senso, doveva raccogliere il meglio delle scuole artistiche italiane. E si trova ancora lì. E, ed ecco, vedete questa rappresentazione straordinaria del Duca Federico da Montefeltro, armato completamente, con la sua corazza. Si è levato solo l'elmo, l'elmo è accanto a lui. Inginocchiato, se l'è levato per rispetto alla Vergine Maria, di fronte alla quale lui si inginocchia. Ma è armato di tutto punto, eh. Il mestiere di Federico da Montefeltro, come quello del suo collega e nemico Sigismondo Malatesta a Rimini, pochi chilometri distante, era quello proprio di signore della guerra. Metteva le sue truppe scelte, la sua cavalleria corazzata, al servizio dei sovrani d'Italia, la Repubblica di Venezia, piuttosto che il Re di Napoli, piuttosto che il Papa di Roma. E lui, consapevole del suo ruolo, del suo mestiere, in fondo perfettamente armato, si inginocchia di fronte alla Vergine Maria. Intorno ci sono i santi. San Girolamo, il santo intellettuale, che sta dietro a Federico. Federico è stato un grande intellettuale, non solo perché ha favorito artisti come Pierro da Francesca, come Luciano Laurana, come Benedetto da Maiano, come Sandro Botticelli, ma anche perché ha fondato nel Palazzo Ducale una libreria meravigliosa, una libreria trilingue. Pensate un po', latina, greca ed ebraica. Quindi questo signore della guerra intellettuale ha dietro di lui a proteggerlo e a custodirlo Girolamo. San Girolamo è quello che ha tradotto la Bibbia in latino, la Vulgata di Girolamo, quindi era per definizione il santo intellettuale che proteggeva, custodiva gli intellettuali come Federico. Avanti. E poi c'è la Madonna in trono, e c'è in alto quell'idea formidabile della conchiglia, no? Questa visione prospettica con l'uovo, simbolo del Divino concepimento di Maria Vergine. L'ovum struthionis, l'uovo dello struzzo, che veniva fecondato dal sole, diceva Plinio il Vecchio, e che qui è usato come rappresentazione simbolica della Divina maternità della Madonna. Avanti. E guardate le armi. Federico si è tolto l'elmo inginocchiandosi di fronte alla Madonna, ma le sue armi di acciaio forbito splendono nella luce. Vedete? E addirittura l'acciaio lucente della corazza riflette i colori della scena della Sacra Conversazione che c'è intorno. Avanti. Ancora i dettagli della questi angeli che stanno accanto alla Vergine Maria, e la Madonna in adorazione di suo figlio, no? Del Bambino Gesù che dorme. Ed ecco il fuoco di tutta la composizione, il fuoco simbolico e prospettico della Sacra Conversazione di Brera, un tempo al San Bernardino di Urbino, mausoleo dei Montefeltro.
Ma torniamo al San Francesco di Arezzo e alla storia della Vera Croce. Abbiamo detto della vittoria di Costantino contro Massenzio, resa possibile dalla rivelazione della Croce, il sogno, il momento in cui la notte trasfigura nell'alba, e l'angelo che gli fa vedere la croce. Lui dice la leggenda: "Isserà la croce sui labari dei suoi soldati e vincerà Massenzio, travolto e sconfitto". Ma la storia della croce di Cristo non è finita. È ancora Jacopo d'Avarazze a parlarne. Dice che la croce era sparita da qualche parte a Gerusalemme. Cristo era stato crocifisso a Gerusalemme, e la croce non si trova. Però, e allora dice Jacopo d'Avarazze, e Piero della Francesca mette in figura quello che Jacopo d'Avarazze dice, dice che la mamma di Costantino, la regina Elena, si improvvisa archeologa, diventa una specie di Indiana Jones. Elena va in Palestina, va a Gerusalemme, alla ricerca della vera Croce, che da qualche parte ci deve essere, è custodita da qualche parte. Gli ebrei non vogliono dire dov'è, ma lei lo scoprirà. C'è un ebreo in particolare che si chiamava Giuda, e il nome è simbolico, naturalmente, che sapeva dov'era la croce, e viene torturato. Vedete qui c'è un episodio di tortura legale, come si usava nei tribunali dell'epoca. L'escussione di un testimone attraverso la tortura era pratica abituale nella procedura penale di allora. Questo giudeo che non vuole dire dove sono nascoste le croci, viene inabissato in una specie di pozzo pieno d'acqua e poi tirato su, finché non parla. E naturalmente parlerà.
E a questo punto, a questo punto, ecco, si cerca la vera Croce, che poi un certo momento viene trovata. Però c'è un problema: che la croce di Cristo è mescolata alle altre due croci, perché il Vangelo dice che Cristo fu crocifisso insieme ai due ladroni, no? Tutti lo sapete questo. E le tre croci sono mescolate insieme, sono tre croci uguali, non c'è modo di distinguere quella di Cristo dalle altre. Gli uomini mandati dalla Regina Elena trovano le croci, ma ora bisogna, e questa scena lo rappresenta, bisogna trovare quella. Qual è la vera croce di Cristo? E qual è il modo per scoprire qual è la vera croce di Cristo? E ancora Jacopo d'Avarazze a parlare. Sarà la verifica sul corpo di un giovane uomo appena morto. Vengono messe sopra questo piccolo, questo cadavere di uomo appena morto, le tre croci: quelle dei due ladroni e quella di Cristo. Quando sopra, quando l'ombra della croce di Cristo si deposita sopra il corpo del defunto, questo resuscita. Prova più mare che quella è la vera croce, non ci potrebbe essere. E questa scena racconta il rinvenimento della vera Croce tramite la prova del miracolo, quella che qui, qui, qui Piero della Francesca descrive molto bene. No, si vedono qui il giovane uomo sulla destra che torna vivo, che che resuscita al contatto con l'ombra della croce che viene esposta sopra lui. E tutto intorno c'è un paesaggio toscano, tra cui anche in fondo il profilo della città di Arezzo. Avanti. Ecco, vedete le tre croci portate alla verifica del miracolo. Avanti. Ed ecco Arezzo laggiù, che la vedete sullo sfondo. Questa città che sembra una specie di montaggio, un LEGO. Ma quanta importanza ha avuto un paesaggio come questo per la pittura italiana del Novecento, no? Come come archetipo, come prototipo. Il Duomo in cima, il giro delle mura e il campanile della Pieve, e tutti i tetti e le case assiepati all'ombra del Duomo. Ed ecco il miracolo vero e proprio, così come lo descrive Piero della Francesca. Dietro una chiesa costruita per assemblaggi di marmi policromi, proprio come Piero della Francesca e Matteo De' Pasti hanno fatto nel Tempio Malatestiano di Rimini, avviene la prova della vera Croce. E vedete bene come il giovane uomo morto, quando l'ombra della croce di Cristo si deposita su di lui, ritorna vivo, resuscita. Questo è il particolare che vi dicevo. Avanti.
Ma la storia continua ancora. È sempre Jacopo da Varazze a parlare. E dice che a un certo momento la croce di Cristo è stata portata via, è stata rapita. Ma da chi? Rapita dal re dei Persiani, Cosroe. È il momento questo in cui l'Impero Bizantino lotta contro le potenze dell'Impero Persiano Sassanide, e Cosroe ha portato via la croce di Cristo e l'ha messa nel suo pantheon privato, altri assieme ad altri simboli religiosi. E allora l'imperatore bizantino Eraclio, e questo è un fatto che ha fondamenti storici, siamo nel VII secolo della nostra era, quindi nel 650 dopo Cristo, scatena la guerra contro i Persiani. La guerra era motivata da ragioni politiche, economiche, per carità, ma la leggenda dice che l'obiettivo era quello di recuperare la croce di Cristo. E c'è la battaglia dei romani, cioè dei dei dei Bizantini, dei soldati dell'imperatore romano Eraclio, contro i Persiani. Il tutto si risolve, naturalmente, questa battaglia furibonda che tanto piaceva a Pier Paolo Pasolini, che ha scritto delle pagine bellissime sulla battaglia di Piero della Francesca in Arezzo. E arriva, ecco vedete il piccolo pantheon del re pagano Cosroe, fra le quali c'è la croce, e la croce viene riconquistata. È interessante notare. Avanti. Vedete il combattimento. Vedete sempre le armi lucenti, le corazze lampeggianti nel sole, che sono una caratteristica delle battaglie di Gir della Francesca. L'affrontarsi degli uomini, dei cavalli. Era questo che piaceva a Pasolini. Avanti. E ci sono anche personaggi che hanno avuto un ruolo importante nella decorazione della Chiesa di San Francesco, come Giovanni Bacci, questo uomo che vedete di profilo in costume moderno, moderno per l'epoca degli anni '50 del '400, che per essere protonotario apostolico, uomo molto legato alla Curia Romana, oltre che all'ordine francescano, ha avuto sicuramente un ruolo importante nel finanziamento e anche nei suggerimenti iconografici dell'intero ciclo del San Francesco di Arezzo. Sì. Avanti. Sì.
E così finisce la storia della Vera Croce, significa con il recupero della Croce portata via al re pagano Cosroe, sovrano dei Persiani, e riportata a Gerusalemme. L'imperatore Eraclio prende la croce e la vuole portare a Gerusalemme, e vuole andarci con tutti gli onori, a Gerusalemme, a cavallo, vestito da imperatore, seguito da tutta la sua corte, i suoi preti, i suoi ministri, i suoi soldati. Ma dice Jacopo della Ragione, e lo racconta Pietro Della Francesca, quando lui, in pompamagna, con la croce di Cristo, si avvicina alla porta di Gerusalemme, arrivano degli angeli armati che lo fermano e gli dicono che non gli è consentito di entrare in gloria vestito da imperatore nella città dove Cristo era entrato a piedi nudi per incontrare la morte. E allora Eraclio capisce la lezione, si spoglia di tutti i suoi paludamenti imperiali e a piedi nudi, con la croce sulle spalle, entra in Gerusalemme. E gli angeli lo fanno entrare, gli aprono la porta. Avanti.
Questa è la storia della Vera Croce, che ha il suo sigillo, non potrebbe non essere così, nell'incarnazione, cioè nel concepimento angelico. E questa è l'Annunciazione, che Piero della Francesca ha rappresentato in fondo all'abside della Cappella Maggiore del San Francesco di Arezzo, come a commento di tutta la storia della Vera Croce che vi ho prima descritto. Ecco, questa Madonna così intatta, astrale, in un certo senso, così classica, no? E capite da un'immagine come questa come aveva ragione Berenson quando quando parlava di Piero della Francesca come di artista della impersonalità, della non eloquenza. Il silenzio che abita le figure della della Chiesa di San Francesco, al tempo stesso il prodigio di colori che il recente restauro ha recuperato, e insieme al prodigio dei colori, la scatola prospettica che contiene tutto e che dà significato a tutto. È veramente il giardino profondo di cui per primo, nel 1907, parlò Gabriele D'Annunzio. Ecco, Angelo annunciante. E questo è quello che volevo dirvi sulla leggenda della Vera Croce.
[Applauso]
Grazie. No.