📱

Get Our Mobile App

Take your business learning on the go!

Download on the App StoreGet it on Google Play

Le CONSEGUENZE SOCIALI della PRIMA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE

Storico19:19

Transcription

La prima rivoluzione industriale è sicuramente sinonimo di progresso, di innovazione. È un periodo in cui la società cambia profondamente. Il modo stesso di vivere delle persone, di lavorare, non sarà più lo stesso dopo la rivoluzione industriale. Ma cambierà meglio? Beh, non per tutti. Di fronte alle enormi ricchezze emergerà, infatti, lo sfruttamento dei più deboli e la condizione dei poveri peggiorerà.

Bene, oggi scopriremo proprio questo. Ciao a tutti ragazzi e ragazze e bentornati. Io sono Michele Gamba e questo è [Musica] Storico. Nel video precedente abbiamo parlato principalmente delle cause della Rivoluzione Industriale. Abbiamo scoperto quando e dove nasce e soprattutto perché. Giusto per fare un velocissimo riassunto, ricordo che la prima rivoluzione industriale prende avvio intorno alla metà del '700 in Inghilterra e qualche decennio dopo decolla anche nelle parti più avanzate d'Europa. È proprio all'inizio dell'800, a partire più o meno dagli anni '40, potremmo dire che si situa la nostra rassegna di oggi, quando le conseguenze sociali iniziano ad emergere in maniera veramente drammatica.

La rivoluzione dei trasporti, che induce le persone e le merci a spostarsi più velocemente, insieme alla costruzione di nuove fabbriche, spinge molte persone ad avvicinarsi alle città, che per questo motivo tornano ad essere centri d'attrazione per la nuova forza lavoro. La presenza di qualche fabbrica può, in questi anni, fare veramente la differenza nella crescita urbana. Pensiamo, per esempio, a Manchester: prima della Rivoluzione Industriale conta malapena 30.000 abitanti. Dopo, nel giro di 30 anni, la sua popolazione aumenta di 10 volte, toccando i 300.000 abitanti. Ecco, l'urbanizzazione non è solo uno degli aspetti più immediati della rivoluzione industriale, ma le città diventano veri e propri luoghi dove le nuove caratteristiche delle società si fanno più evidenti, in maniera quasi drammatica. È per questo che, a mio parere, le città sono degli ottimi esempi per scattare una fotografia sugli effetti della prima rivoluzione industriale.

Vediamo perché la rivoluzione industriale è causa di una delle più epocali trasformazioni della società nella storia. La società cambia, e cambia in una maniera che nessuno qualche decennio prima avrebbe mai immaginato. Pensate anche solo a un'invenzione come il treno, o quanti cambiamenti innesca. E non mi riferisco ai più ovvi e continuamente ricordati, come la mobilità delle persone o delle merci. Ma la domanda di tutta una serie di lavori che prima semplicemente non esistevano. Parlo di bigliettai, capistazione, conduttori delle locomotive. Ecco, tutte queste nuove figure sono persone che lavorano in prossimità delle stazioni e che quindi vi si trasferiscono vicino. E che spesso le stazioni, ricordiamolo, sono nelle città. Ecco, guardate la presenza di tutti questi nuovi lavoratori che sono attratti nelle città dalle nuove opportunità lavorative, generano poi a loro volta una maggiore domanda di beni, di cibo, di servizi, che devono essere assicurati da una forza lavoro che, quindi, è attratta ancora una volta nei centri urbani. È chiaro, quindi, come la crescita urbana diventa una realtà in questo periodo.

Tuttavia, dietro questa prosperosa crescita, c'è qualcosa di ben poco lodevole. I centri urbani si ingrandiscono in maniera molto veloce, talmente veloce, però, che non riescono ad adattare l'espansione con la costruzione di nuove aree abitative adeguate. Il risultato è che si formano grandi realtà di casupole e baracche ammassate tra di loro, senza illuminazione, servizi igienici e mal collegate tra di loro. Le condizioni abitative in una città come Manchester, che poi è uno dei più grandi centri della rivoluzione industriale, per questo motivo, infatti, è la seconda volta che la cito, sono semplicemente abominevoli.

Fingiamo per un attimo di essere un proletario o una proletaria che cammina per le fangose strade di una cittadina industriale inglese nei primi dell'800. Quello che vedremo è sporcizia, liquami, probabilmente vedremo topi correre per le vie, fumi neri offuscano la vista persino in pieno giorno e un gran rumore quasi assordante, un rumore proveniente dal vociare delle persone e dal rombo delle fabbriche. Entrando nella propria casa, poi, saremo costretti a condividere piccoli locali con un numero altissimo di fratelli e sorelle. Per scaldarci, ci dovremmo accontentare di una stufa in ghisa, ovviamente se si è fortunati. E se si è ancora più fortunati, si avrà a disposizione una branda per poter dormire. La casa di un operaio è, infatti, il più delle volte totalmente inadatta ad ospitare i numerosi figli. In effetti, è proprio questa la definizione di proletario, che è un termine che indica proprio una persona che non possiede nulla se non la propria prole, ovvero, appunto, i figli.

Ecco, chiaramente le condizioni abitative dei proletari non fanno altro che favorire l'emergere e la diffusione di malattie infettive come il colera. Le malattie trovano terreno fertile per via della malnutrizione e i turni estenuanti dei lavoratori, e si diffonde rapidamente grazie agli assembramenti e alla scarsa igiene. Tuttavia, nonostante le malattie mietano vittime, la popolazione continuerà a crescere, peggiorando, quindi, il problema. Il sovrappopolazione è una caratteristica che non tarderà a investire anche le fabbriche, che sul finire del secolo diverranno quello che noi immaginiamo quando pensiamo a una fabbrica vittoriana, cioè un grande nucleo lavorativo composto da tantissime persone. In realtà, però, voglio ricordare, come ho detto nel primo video, che per ora, praticamente per gran parte dell'800, le fabbriche resteranno di piccole dimensioni. I lavoratori per industria si sarebbero aggirati intorno alla decina per gran parte del secolo, soprattutto nell'Europa continentale.

Bene, abbiamo visto la situazione nelle periferie. Ma come siamo messi nel centro città? Beh, nelle zone centrali si vedono, invece, tutti gli effetti positivi del progresso. Si iniziano a costruire i primi impianti di illuminazione a gas, le strade sono lastricate nei limiti del possibile, chiaramente, e tenute pulite. Qui, in genere, non abitano, però, i proletari, ma categorie ben più facoltose. Accanto alla tradizionale presenza della classe media, formata da artigiani e liberi professionisti, si stabiliscono i nuovi ricchi capitalisti, che portano con sé, appunto, capitale da investire nelle infrastrutture e nei monumenti cittadini, ottenendo così riconoscimenti e spesso anche potere politico. È proprio da qui che arriva il termine borghesia, che indica quelle persone di classe medio-alta che vivono, appunto, nei borghi, nelle città interne. Borghesi e proletari sono i due poli in cui si divide la società nella sua nuova costituzione, che ancora oggi persiste. È la società per classi, ovviamente. Tra queste due macro categorie vi sono anche classi intermedie, definite, appunto, classe media, non troppo ricca, ma neanche troppo povera.

Questo è un cambiamento, comunque, epocale, è un cambiamento periodizzante, cioè da qui non si tornerà più indietro. È un cambiamento che avviene in maniera graduale in Inghilterra e in maniera un po' particolare, diciamo, in Europa, alternando sussulti e rapidi svolgimenti causati dagli eventi politici, come la Rivoluzione Francese, a invece trasformazioni lente e progressive. Ma perché si dice che è un cambiamento epocale? Prima non era così, non c'erano già i ricchi e i poveri? Qualcuno potrebbe dire. Beh, sì e no, e anzi più no che sì. Fino a qualche decennio prima, la società non era divisa in classi, ma era divisa in ceti. La differenza fondamentale è che un ceto è concepito per essere rigido, potremmo dire che è ereditario. Se un uomo nasceva da una famiglia di contadini nel 1700, al 99,9% dei casi sarebbe morto come contadino. Se nasceva cavaliere, sarebbe morto da cavaliere e i suoi figli probabilmente la stessa cosa. Certo, c'era comunque un grado di mobilità sociale anche nell'Ancien Régime, le cose non sono mai così semplici e pure come nelle definizioni, ma a livello teorico, i ceti rimarranno pur sempre rigidi e cambiare il proprio status sociale avrebbe richiesto l'impegno di più generazioni, non una persona nella sua vita, ma più vite, una dopo l'altra.

Il concetto di classe è, invece, strettamente legato al lavoro, alla ricchezza e allo status sociale che si possiede personalmente, piuttosto che a quello della propria famiglia. Anche in questo caso, la pratica è più complessa, però, della teoria. E nei fatti, la possibilità di cambiare il proprio status scalando i gradini della società sono davvero limitate. E nonostante teoricamente sia possibile, nella pratica, chi nasce povero nell'800, probabilmente morirà senza essere riuscito a riscattarsi. Insomma, la rivoluzione industriale genera una grande ricchezza, su questo non ci piove, ma la ricchezza, però, viene raccolta solo da poche mani, ovvero quelle dei capitani d'industria e degli investitori più audaci, che in effetti, già a priori, hanno un numero sufficiente di denaro da poter investire. Pur rendendo le nazioni nel loro insieme enormemente più ricchi e potenti, si crea un abisso tra le classi. Chi è povero, diventa più povero, chi è ricco, più ricco. Di fronte a una nazione prosperosa e a pochi ricchi facoltosi, si formano, però, anche moltissimi poveri, i proletari, appunto.

Ecco, i proletari sono la forza lavoro che viene impiegata nelle nuove fabbriche. Sono pagati pochissimo, ma veramente poco. Pensate che con una paga giornaliera, un operaio si può malapena prendere da mangiare per il giorno stesso e per tutta la sua famiglia. Gli stipendi di donne e bambini, poi, sono ancora peggiori. Oltre a essere pagato da miseria, poi, l'operaio è costretto a turni di lavoro impossibili, turni che vanno dalle 12 alle 16 ore al giorno, che lasciano praticamente solo il tempo per mangiare un boccone, dormire e tornare al lavoro dal fischio della campana. L'unica cosa concessa è lavorare, nessuna pausa, non si può nemmeno parlare tra colleghi. Questo è un obbligo, tra l'altro, che è imposto con particolare fermezza alle lavoratrici donne. Chiaramente, ogni tipo di diritto è, poi, assente. Mancano ferie, mancano malattie e un semplice ritardo avrebbe potuto provocare un licenziamento in tronco da un giorno all'altro. Ecco, semplicemente, c'è talmente tanta forza lavoro che i lavoratori sono facilmente sostituibili. E lo Stato vieta ogni tipo di organizzazione o protesta. Ai proprietari, ovviamente, tutto questo conviene, perché possono, in questo modo, pagare pochissimo i lavoratori e guadagnarci spropositatamente.

Una parte della nuova manodopera ampiamente sfruttata è, poi, costituita dalle donne e dai bambini, in particolare bambini orfani, che erano ancora più esposti di fronte ai soprusi dei potenti, erano ancora più deboli, si potevano difendere di meno. In un'epoca in cui le persone non conoscono molto, poi, i macchinari a vapore e i loro pericoli, creano un grande numero di incidenti sul lavoro e, ovviamente, nessun risarcimento è previsto. Spesso donne e bambini che perdono dita o braccia vengono semplicemente licenziati. Per chi muore, vi è una preghiera, magari un lutto, ma nulla di più. E ricordo che una morte in una famiglia, specialmente dell'uomo che aveva la possibilità di guadagnare un pelo di più, significava, nella maggior parte delle volte, lasciare sul lastrico l'intera famiglia.

Detto questo, permettetemi di parlare di un po' del lavoro femminile. Ecco, un tema che a me sta molto caro. La domanda è: se la rivoluzione industriale cambia il lavoro delle donne? Sì e no. È vero, le fabbriche tendono ad assumere anche le donne, ma stiamo parlando, in questo caso, dell'industria tessile. E il settore tessile, in realtà, è già da diversi decenni che impiega soprattutto la manodopera femminile, come ad esempio succede già nel 1500 nelle filande milanesi. Quindi, in realtà, anche nel lavoro e nel ruolo sociale femminile ci sono delle continuità. E solo con l'avanzare della seconda rivoluzione industriale i cambiamenti inizieranno a farsi sentire per vedere intaccato il ruolo della donna all'interno della famiglia. Infatti, dobbiamo aspettare il '900. Ma per ora, le donne, nella maggior parte dell'Europa industriale, continuano a lavorare nelle campagne o come domestiche. Questo, bisogna tenerlo sempre chiaro.

C'è, però, un lavoro che si tende sempre a dimenticare, ma che, in effetti, viene esacerbato dalla rivoluzione industriale: la prostituzione. Con la crescita urbana aumenta il numero di persone che si prostituiscono a tutti i livelli. Il livello salariale estremamente basso costringe le donne ad offrire l'unica cosa che avevano per poter sopravvivere. E si va bene che a questo sono costrette anche molte donne sposate per cercare di far arrivare a fine mese la famiglia. Ecco, il numero di prostitute a Parigi o a Londra in questi anni è semplicemente incalcolabile. Per fare un esempio, a Parigi le stime vanno dai 20.000 a 100.000 unità che si prostituiscono. Ecco, è per questo motivo che in questi anni si diffonde in gran misura un'altra grande malattia, oltre al colera: la sifilide. Questa e altre malattie veneree mietono un gran numero di povere vittime.

Tutto questo, poi, ironicamente, ma in realtà è un riso amaro, molto amaro, spinge l'élite a condannare e a guardare con disprezzo la gente comune, ridotta allo stato di indigenza proprio da loro, in realtà, il che è paradossale, perché anzitutto, appunto, è proprio l'avidità degli imprenditori a causare questo e alimentare le storture della società. Ecco, statistiche alla mano, poi, tra i principali clienti delle prostitute sono, infatti, per la maggior parte uomini della classe media, i borghesi e gli uomini di potere. Però, non si tratta solo di aumentare i profitti, ma potremmo dire che le fabbriche diventano un vero e proprio strumento di controllo sociale e, quindi, uno strumento di potere. Non si tratta solo della disciplina imposta nei luoghi di lavoro, ma anche del controllo della vita del lavoratore fuori dalla fabbrica. Cattive voci sul proprio conto avrebbero potuto causare un licenziamento o evitarne l'assunzione, senza possibilità di protestare. Questa è una realtà in tantissime fabbriche, anche milanesi. I regolamenti della fabbrica diventano vere e proprie leggi interne, come se fosse un piccolo regno la fabbrica, dove il padrone è il sovrano e i lavoratori i sudditi. E c'è perfino chi è incaricato a mantenere l'ordine, che solitamente è il caposquadra. I regolamenti stessi, che spesso sono scritti, sono proprio presenti in maniera scritta all'interno delle industrie, rappresentano un'utilissima fonte per noi storici. Io stesso ho letto diversi regolamenti di importanti fabbriche milanesi.

Bene, quindi, da un lato abbiamo i proletari, che dipendono dal proprio lavoro per sopravvivere, e poi, dall'altro, abbiamo i capitalisti, che investono e sfruttano la manodopera a basso costo. Ma gli artigiani? Beh, in realtà, gli artigiani hanno un grande ruolo in questo periodo. Anzitutto, sono i primi a considerarsi una classe a parte e, quindi, ad unirsi. Sono i primi, infatti, a guardarsi intorno e a capire che quelli come loro, in fondo, condividevano le stesse sventure e che per sopravvivere è meglio unirsi e lottare piuttosto che farsi sfruttare. Bisogna dire che gli artigiani hanno anche più mezzi per sviluppare una propria coscienza di classe. Anzitutto, sono generalmente più istruiti, da decenni, poi, sono accolti e uniti in società o gilde e nutrono grande dignità verso i propri mestieri. Con la rivoluzione industriale, la concorrenza si fa più spietata e per loro è semplicemente impossibile competere con una fabbrica che sforna capi d'abbigliamento o utensili in ferro a prezzo minore del loro e, per di più, in quantità molto maggiore. La loro situazione economica, quindi, precipita in poco tempo. E quando succede, sanno bene con chi prendersela: con lo Stato e con la borghesia.

Ecco, prendiamo, per esempio, una piccola famigliola inglese che produce da sempre vetro lavorato. Fino a metà Settecento, tra alti e bassi, il lavoro va bene, consente di fare una vita che possiamo dire è accettabile. Poi, un giorno, viene inventata una macchina che fa la stessa cosa. Vengono prodotte migliaia di bottiglie e la famiglia smette di guadagnare, finisce così in miseria ed è arrabbiata. Beh, la famiglia è furiosa. Ed è proprio così che si verifica il primo movimento di protesta: il luddismo. Ecco, il luddismo è caratterizzato da attacchi alle macchine, con l'obiettivo di distruggere proprio queste macchine, che sono il simbolo della Rivoluzione Industriale, nella speranza di convincere i padroni di abbandonare queste nuove forme di produzione. I luddisti prendono il nome da un tale Ned Ludd, che avrebbe distrutto le macchine come segno di protesta anni prima. C'è un piccolo problema, però: Ned Ludd non è mai esistito. E come nasce, quindi, questa leggenda di Ned Ludd? Ecco, un giorno, a un certo punto, un giornale che stava parlando dell'argomento tira fuori il nome di Ned Ludd, che secondo lui, secondo il giornalista, anni prima aveva causato ingenti danni alle macchine. Il movimento popolare ne è affascinato e anche i media adotteranno sempre di più quel termine per riferirsi a loro. In ogni caso, il movimento sarà stroncato e sembra, a primo acchito, che addirittura fa peggiorare le cose, fa peggiorare la situazione di operai e artigiani, perché induce alla promulgazione di una serie di leggi che vietano di protestare e di ribellarsi contro lo sfruttamento.

Ecco che, in realtà, il luddismo, che mi stavo dimenticando di dire, ma ovviamente stiamo parlando di un movimento che nasce, vive e muore in Inghilterra, in realtà lascia una profonda cicatrice. Per la prima volta, nel 1812, un Lord, infatti, nel Parlamento inglese denuncerà lo sfruttamento nelle fabbriche. Quel Lord si chiamava Lord Byron. Ecco, inoltre, da questo momento, il tema sociale entrerà nella politica inglese. Col proseguire, poi, dello sfruttamento, anche gli operai inizieranno a prendere piano piano coscienza della propria condizione e della possibilità e dei vantaggi di ribellarsi. Si organizzano, così, i movimenti operai, che per la prima volta, nel 1824, confluiscono in uno dei primi sindacati inglesi: la Trade Union. Ecco, stanno nascendo, quindi, nuovi modi di pensare, nuove ideologie politiche, come socialismo e liberalismo, movimenti che guarderanno sempre di più alla massa popolare, un nuovo soggetto che nessuno, né capitalisti né politici, avrebbe più potuto ignorare.

Bene ragazzi e ragazze, abbiamo finito anche questa seconda parte sulla prima rivoluzione industriale. È un periodo che a me piace tantissimo. Se anche voi vi piace e vi è piaciuto il video, mettete un bel like ed iscrivetevi per supportarmi. Commentate, fatemi sapere cosa ne pensate, se conoscevate tutte queste vicende che abbiamo appena visto, e noi ci vediamo in un prossimo video. A [Musica] presto.