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Tutto Hume in un'ora di lezione

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Transcription

C'è un filosofo empirista illuminista che viene a volte trascurato nei programmi scolastici o affrontato, ma sempre per prepararsi a qualcos'altro, mai in sé per sé. Ed è un filosofo in realtà molto rilevante che ha lasciato il segno nella storia della filosofia e che ritengo sia molto utile da recuperare ancora oggi. Sto parlando di David Hume, filosofo scozzese, precursore a volte viene considerato di Kant. In realtà, certo, anticipò alcune delle rilevanze di Kant, ma fu anche un pensatore originale, ante, figlio dell'Illuminismo, figlio dell'empirismo inglese, è capace però di riportare anche queste correnti oltre rispetto al punto a cui erano arrivate. Oggi proviamo a ripercorrere tutto il suo pensiero in un grande e veloce riassunto, ma spero abbastanza fatto bene, significativo in una sola ora. Andiamo a cominciare.

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Son solo di caffè nella tazza con la solita scritta "Andiamo a cominciare", che è la frase d'apertura di ogni video. Come ci sono, come sempre, anche Topolino, Tostoi, Batman, De Andre, Mostro, Peroso, Cuscino, Botone, 100.000 iscritti, un altro mitico catalogo che c'è qui. E poi, ovviamente, ci sono anch'io da presentare. Mi chiamo Manno Ferretti. Sono un insegnante di storia e filosofia, insegno in un liceo scientifico e però da 5 anni, con il nickname di Scrip, qui su YouTube e poi su altri canali, Spotify, eccetera, realizzo video, podcast, presentazioni, approfondimenti e deragliamenti, direi anche ogni tanto, di storia, di filosofia, di educazione civica per le superiori, per l'università, ma anche per chiunque sia curioso, appassionato e voglia poi sfruttare gli insegnamenti della storia e della filosofia per capirci un po' di più, capire qualcosa di più del mondo di oggi. Ecco, diciamola così, perché non sono discipline discipline fini a loro stessi, se stessi, discipline che sono belle da studiare e basta, anche sì, sono magari anche belle da studiare, ma aiutano a comprendere. Quindi dobbiamo sempre studiarlo in un modo così ampio e aperto.

E a proposito di persone che aiutano a comprendere, oggi analizziamo, in una serie di video che stiamo facendo da un po', tutto un grande filosofo in un'ora, un pensatore importante come David Hume, pensatore fondamentale dell'Illuminismo, dell'empirismo, che però, appunto, viene, come dicevo nella premessa, a volte un po' compresso, perché il più importante illuminista è Kant e il più importante empirista è Locke, e lui sta un po' a metà strada tra i due. Viene citato, viene analizzato, magari anche tagliando dei pezzi quando lo si fa a scuola, o addirittura quando lo si fa all'università. E però, forse merita maggiore attenzione questo David Hume, anche perché è un filosofo, direi, piuttosto attuale, piuttosto vicino ai problemi che affrontiamo anche oggi.

Partiamo però brevemente dalla vita. Nativo scozzese, vi dicevo, di Edimburgo, nasce nel 1711, morirà poi nel 1776, quindi attraversa tutto il '700, il secolo proprio dell'Illuminismo. Ehm, inizialmente studia per diventare avvocato e inizia a lavorare come avvocato, ma lascia presto il mestiere, trasferendosi anche per 3 anni, negli anni '30 del '700, quando ancora abbastanza giovane, poco più che ventenne, in Francia. E lì entra in contatto con l'Illuminismo che si sta sviluppando in Francia, conoscendo però anche l'empirismo inglese che si è sviluppato nei decenni precedenti, a partire da Locke. E sta avendo molto il segno nella cultura britannica in generale. Lui è scozzese, però, diciamo, molto vicino comunque a quella stessa cultura. Proprio mentre in Francia scrive il suo primo grande libro, "Il Trattato sulla natura umana", che è un libro di cui parleremo ampiamente, che è ancora oggi forse il suo capolavoro. Poi inizierà a scrivere altri saggi. Il primo libro non ha grande successo all'inizio, poi verrà riedito in forma diversa nel, nella "Ricerca sull'intelletto umano". Poi si inizia a interrogare anche su altre questioni, su questioni di morale, di estetica, di politica, in parte, eccetera. Rimane un personaggio anche gioviale nel carattere, tanto vero che intrattiene buone relazioni con molti altri pensatori del suo tempo. Ad esempio, è amico di Adam Smith, che anzi terrà proprio dalla riflessione di Hume molti spunti da poi portare nel campo economico, Adam Smith, il padre del liberismo. Per un certo periodo, Hume è anche amico di Jean-Jacques Rousseau, contemporaneo francese, svizzero in realtà, ehm, che avrà un certo peso nell'Illuminismo francese, anche se a modo un po' suo. Però anche questa amicizia con Rousseau non dura tantissimo, perché è Rousseau che la fa praticamente terminare per via di un carattere non certo facile da gestire. Però, insomma, Hume ha contatti a largo raggio, interloquisce e si confronta con tutti i più grandi pensatori del suo tempo. Muore poi, appunto, vi dicevo, nel '76. Tra l'altro, a un certo punto diventa bibliotecario d'Edimburgo, scrive anche una "Storia dell'Inghilterra", scrive una "Storia naturale della religione" di cui parleremo, si occupa davvero di tante cose diverse.

Ma prima di vedere il suo pensiero, e tenteremo di dare una panoramica su tutto il suo pensiero, lasciate che vi dica un po' qual è l'atteggiamento che Hume riporterà in tutte, più o meno, le sue opere. Ed è un atteggiamento, direi, sperimentale, memore della scienza, dei progressi che ha fatto la scienza. La scienza ci ha insegnato che non si possono fare voli pindarici con la fantasia, che bisogna stare ai fatti, che bisogna stare a quello che le esperienze ci dicono, che bisogna anche magari formulare teorie, ma poi sempre corroborarle e controllarle con l'esperimento, con la verifica sperimentale. Allora, noi dobbiamo assumere questo atteggiamento anche quando parliamo non più di scienza naturale, ma anche quando parliamo, ad esempio, dell'uomo. Questo è la grande ambizione di Hume: provare a portare l'atteggiamento sperimentale e quindi anche critico, potremmo dire, in quelle discipline che normalmente all'epoca non lo usavano. Quindi, ad esempio, nello studio della psicologia, potremmo dire, dell'uomo, delle emozioni, dell'uomo, del modo di pensare, dell'uomo, della cognizione, di come capisce e conosce le cose, insomma, di come funziona l'uomo in generale. Questa scienza che studierà l'uomo su base sperimentale sarà la "scienza capitale", così la chiama Hume, perché sarà quella che ci aiuterà a capire poi tante altre cose. Come in una guerra, quando conquisti la capitale, poi domini tutto il paese, così nel campo scientifico, quando conquisti l'uomo, cioè capisci come funziona l'uomo, poi capisci tante altre cose. E l'atteggiamento sarà, ripeto, sperimentale, direi addirittura antimetafisico. C'è un famoso di Hume nella "Ricerca sull'intelletto umano" dove dice: "Se trovate in una biblioteca libri che parlano di cose astratte senza conferma empirica, bruciateli", perché sono libri che parlano di fantasticazioni, sono libri che parlano di voci senza senso. Tutto ciò di cui vogliamo parlare serio deve avere conferma sperimentale, basi sperimentali, deve essere controllabile, altrimenti è fantasi.

Detto questo, passiamo a vedere appunto le idee di Hume, il suo pensiero. E bisogna dire che lui aderisce a questa corrente che vi ho già citato dell'empirismo, quella nata con Locke, sulla base della gnoseologia di Locke, cioè sull'idea che alla fine tutta la nostra conoscenza derivi sempre solo dall'esperienza. Ricordate che Locke aveva fortemente criticato Cartesio e pensare che ci fossero idee innate. Comunque, vi lascio dei link in descrizione per recuperare meglio il discorso di Locke. Hume è d'accordo con Locke, anzi, riprende in parte anche la sua terminologia. Anche lui ritiene che tutto nasca dall'esperienza, da ciò che percepiamo. Ma in realtà, per ulteriormente ampliare il discorso di Locke, distingue tra impressioni e idee. Le impressioni sono quelle più forti, dice, e sono proprio il prodotto della sensazione, il prodotto anche delle emozioni, il prodotto delle passioni, ciò che percepiamo direttamente. Le idee non sono quindi la percezione diretta, ma sono piuttosto il ricordo della percezione, il ricordo dell'impressione. Quindi, ci sono prima le impressioni: ciò che io vedo in questo momento, ciò che io percepisco in questo momento, ciò che sento dentro e fuori in questo momento. L'idea che si va a formare è il ricordo di questa impressione. Io adesso vedo la fotocamera che è lì, quindi ho un'impressione della fotocamera. Poi si forma l'idea della fotocamera, che non è altro che il ricordo di quella fotocamera. Quindi, anche dopo, quando uscirò da questa stanza, rimarrà nella mia mente il ricordo, cioè l'idea di quella fotocamera. Bene, poi le idee, come aveva già detto anche Locke, si distinguono idee semplici, idee complesse. In realtà, non vedo la fotocamera, vedo i colori, vedo le forme, si forma l'idea del nero, l'idea del rettangolo, e poi si forma l'idea complessa di fotocamera. Va bene, tutto d'accordo lì, riprende Locke. Ovviamente, le impressioni sono forti, sono vive, vivaci, perché ce l'ho davanti agli occhi adesso, ricevo adesso l'informazione di questa fotocamera. Le idee sono meno forti perché sono ricordi. Più passa il tempo, più queste idee diventano più deboli, più il ricordo si fa più, ehm, più labile, possiamo dire così. Bene, e fin qua, insomma, sì, una miglior definizione di quello che aveva detto Locke, ma siamo lì, siamo concordi con Locke.

Una parziale correzione, invece, di quello che aveva detto Locke, arriva riguardo a quelle che Hume chiama idee astratte. Locke le chiamava anche idee generali, cioè Locke ci aveva detto che esistono alcune idee che fungono da simbolo di tante altre idee, le chiamava idee generali. Ad esempio, l'idea di uomo in generale, l'idea di uomo in generale non è un un uomo singolo, ma è l'idea di tutti gli uomini raggruppati in questa idea generale, generica, se volete, di uomo. L'idea di triangoli in generale è l'idea di tutti i triangoli, no? Però rappresentata da un unico triangolo. Ecco, Hume, riprendendo una un'osservazione che aveva in realtà già fatto Berkeley, un altro empirista inglese, anche se poi irlandese di nascita, insomma, riprendendo questa riflessione di Berkeley, Hume dice: "Secondo me, queste idee generali o astratte non esistono". Perché non esistono? Perché non esiste l'idea di uomo in generale. Io, quando penso all'uomo in generale, vedo che ci posso pensare all'uomo in generale, ma non ho un'idea di uomo in generale. Quando penso all'idea di uomo in generale, in realtà penso a un uomo specifico che assumo come simbolo di tutti gli uomini. L'esempio è più chiaro. Se parliamo, ad esempio, di triangoli, può capitare in geometria che vi si dica: "Pensate a un triangolo in generale". Voi potete anche con la vostra mente figurarvi un triangolo in generale. Bene, e poi vi si dice: "Beh, che caratteristiche ha un triangolo in generale? Ha tre lati, a tre angoli, la somma degli angoli interni 180°, e via discorrendo". Bene, però con la vostra fantasia, con la vostra immaginazione, anche col vostro pensiero, voi immaginate un triangolo in generale, cioè un triangolo che non è né scaleno, né isoscele, né equilatero, né rettangolo, eccetera. Oppure immaginate un triangolo specifico che poi dite: "Vabbè, lo uso inconsciamente come simbolo di tutti gli altri triangoli". Io personalmente, quando mi dicono: "Immagina un triangolo in generale", immagino un triangolo isoscele, probabilmente perché da bambino, alle elementari, mi hanno facevano il triangolo isoscele come esempio. Quindi, non è che immagino un triangolo senza caratteristiche, immagino un triangolo ben specifico, un triangolo isoscele, fatto così, no? Che poi, chiaramente, mentalmente so che quel triangolo potrebbe essere anche scaleno, potrebbe essere anche equilatero, potrebbe essere anche diverso da come l'ho immaginato. Ne prendo uno a modello, a simbolo di tutti gli altri. M, però ne prendo uno. Così avviene, secondo Hume e anche Berkeley, per tutte le idee generali. In realtà, non esistono idee generali astratte, esistono idee specifiche che noi assumiamo come idee rappresentative di tutto un insieme, insieme dei triangoli, l'insieme degli uomini, eccetera. Quindi, da questo punto di vista, Hume è un tipico nominalista, potremmo dire. Vi ricordate la disputa sugli universali? Vi lascio un link in descrizione. Sarebbe d'accordo con Guglielmo di Ockham. Anche Guglielmo di Ockham, a suo tempo, nel Medioevo, aveva detto qualcosa di simile, poi era stato un po' dimenticato quello che aveva detto Guglielmo di Ockham, ma ora viene ripreso da Hume. Vi lascio anche qui un link in descrizione. Cioè, le idee generali sono solo simboli, sono convenzioni. Siamo noi che scegliamo un'idea che ci sembra andar bene e la usiamo come simbolo di tutte le le altre. Ok? Qui non c'è una essenza dell'uomo nell'idea di uomo, è un simbolo che io scelgo a mia scelta, sperando di sceglierla bene, per identificare tutti gli uomini.

Vedete, questo approccio nominalista, questo approccio anche empirista, porterà poi Hume ad affrontare un ulteriore problema che era già stato posto a Locke. Locke aveva in parte risolto, ma Hume non è contento della risoluzione di Locke, che è quello dell'esistenza del mondo esterno. Cioè, vi ricordate che Locke aveva detto: "Ma il mondo esterno esiste? Io vedo delle cose, ma se sono sicuro che quello che vedo corrisponda a realtà?". Io ho detto: "Vedo qui la fotocamera, ma come posso essere sicuro che la fotocamera esista?". Locke che aveva detto: "Beh, c'è la sensazione attuale che ci rassicura, è talmente forte l'impressione di questa fotocamera che possiamo essere certi che esista". Hume dice: "Beh, certi di che? Cioè, non è una buona motivazione questo". Ovviamente, per Hume. Allora lui dice: "Guardate, a pensarci bene, io che prove ho che la fotocamera esista? Io ho le prove che mi vengono nei miei sensi, quello che l'occhio vede, eventualmente quello che il tatto sente se vado a toccare, no?". Bene, ma i miei sensi potrebbero anche ingannarmi. Quante volte, aveva già notato Cartesio, i sensi mi ingannano. Come faccio ad essere sicuro, sicuro, sicuro che sensi in questo caso non mi stiano ingannando? Sapete cosa dice Hume? "Non posso essere sicuro". Ci siamo illusi a pensare di avere una prova. Noi, quindi, non abbiamo la certezza dell'esistenza del mondo esterno. Se mi chiedete: "Sei certo che quello che vedi esista?", io posso solo dirvi: "No, che non sono certo". Certezze non ne ho. L'esito a cui aderisce Hume, lo vedremo ritornare in vari discorsi, è un esito scettico. La certezza assoluta dell'esistenza del mondo esterno non c'è. E però, davanti a questa incertezza, davanti a questo scetticismo, Hume replica anche con l'abitudine. Come facciamo, ad esempio, a usare l'idea di uomo che siamo fatti nella testa come simbolo di tutti gli uomini? Lo facciamo per abitudine. Come facciamo a essere sicuri che il mondo esterno esista? Lo facciamo per abitudine. Cioè, in un certo senso, a un certo punto ci fidiamo, facciamo delle scelte ponderate, ma a un certo punto certezze non ne abbiamo. E allora, grazie all'abitudine, che è un motore di molte cose che l'uomo fa, ci abituiamo a pensare che il mondo esterno esista, a fidarci che il mondo esterno esista, ci abituiamo a pensare che sia bene usare la parola uomo o quell'idea di uomo per identificare tutti gli uomini. E l'abitudine muove molte delle nostre vite.

Dobbiamo ora entrare in profondità su questo concetto delle idee. Vi ho detto che Hume riprende la concezione lockiana di idee semplici, idee complesse, ma se vi ricordate, Locke aveva anche insistito sul modo in cui le idee poi entrano nelle relazioni, le idee complesse, intendo, entrano in relazione l'una con l'altra, dandoci alcuni esempi. Io vuole allargare questi esempi, studiare ancora più in profondità come le idee si legano tra di loro, perché effettivamente Hume si rende conto che nella nostra mente ci sono forse delle leggi che nessuno ha ancora, non si è ancora premurato di identificare, che spiegano come mai a volte pensiamo a certe cose, come mai facciamo dei collegamenti, come mai troviamo delle cause a certi effetti, eccetera. Bisogna capire come funziona la mente. Questo è il progetto di Hume su base, vi dicevo, sperimentale. E allora dobbiamo capire come fanno queste idee a legarsi tra loro. Hume ritiene di aver individuato una regolarità, una legge, che lui chiama principio di associazione. Cioè, secondo lui, le idee complesse nella nostra mente tendono ad attirarsi tra loro. E fa un paragone: come i pianeti si attirano tra loro sulla base della legge di gravità di Newton. Secondo tre criteri particolari, non è tanto la massa o il prodotto tra le e l'inverso del quadrato della distanza, ma sono tre criteri che legano le idee tra loro, che tendono a legare le idee tra loro, che tendono ad attirarle. E sono le idee, cioè, che sono i criteri di somiglianza, di contiguità, somiglianza, contiguità e causalità. Somiglianza, contiguità e causalità. Per capire cosa intende Hume, bisogna fare un esempio che è suo, che è quello di un quadro. Immaginiamo di aver visitato un museo, che so, aver visitato il Louvre, la Gioconda, e abbiamo quindi abbiamo visto una volta, si è formata l'idea che è il ricordo di quella visione. Abbiamo l'idea complessa della Gioconda nella nostra mente. Ora, quando ci capita di pensare alla Gioconda, può darsi che questa idea della Gioconda che è nella nostra mente attiri, come appunto gravitazionalmente, altre idee ad avvicinarsi ad essa secondo questi tre criteri. Vi dicevo, somiglianza, contiguità e causalità. Per somiglianza, cosa? Beh, potrebbe darsi che quell'idea della Gioconda mi faccia pensare ad altri quadri o persone che assomigliano a Mondalisa, alla Gioconda di Leonardo, no? Magari mi viene in mente che so, un altro ritratto di donna che ho visto. Per esempio, mi può venire in mente il quadro di Duchamp, dove mette i baffi alla Gioconda, per dire. Per somiglianza, si somigliano molto, sono praticamente identici, se non fosse per i baffi. Mi viene in mente un altro quadro per somiglianza. Questo è il primo criterio. Secondo criterio era la contiguità, cioè vicinanza nello spazio nel tempo. In quel caso, potrei avere in mente il quadro che ho visto al Louvre. Potrebbero venirmi in mente altri quadri che ho visto al Louvre quel giorno. Ho visitato il Louvre, ho visto la Gioconda, ne ho visti tanti quadri, magari me ne viene in mente uno che ho visto perché era nella stanza vicino, perché era due corridoi dopo, eccetera, e mi viene in mente quindi per contiguità, vicinanza. Terzo criterio è la causalità. Beh, può venirmi in mente Leonardo, ovviamente, chi è che ha fatto quel quadro? Chi è l'autore, la causa di quell'effetto che è il dipinto? Leonardo da Vinci. Quindi può venire in mente, che ne so, poi ovviamente il libro di storia dell'arte, quando al liceo ho studiato Leonardo da Vinci, altre opere di Leonardo da Vinci, e così via. Come da un'idea se ne si passa ad altre, ci sono dei collegamenti che vengono naturali secondo delle regole, però non casualmente. Non è che penso a Leonardo e immediatamente mi viene in mente che so l'ananas, perché mi dovrebbe venire in mente l'ananas? Difatti, non mi viene in mente l'ananas. Serve un collegamento, serve un principio di associazione che magari mi fa arrivare anche all'ananas, ma per arrivare all'ananas devo passare attraverso che so, la Dama con l'ermellino e gli animali, come l'ermellino, e bla bla bla, e via una serie di collegamenti fino ad arrivare in qualche modo all'ananas. Ok? Quindi, le idee non si formano nella nostra mente a caso, ma si formano secondo un principio di associazione. Ma tra tutte queste idee, cioè, ce ne sono alcune che spiegano queste relazioni particolari, ma che vanno ulteriormente studiate secondo Hume, e che già Locke aveva iniziato a studiare. Lui ne identifica quattro fondamentali da questo punto di vista, che sono l'idea di spazio, di tempo, di sostanza e di causa-effetto. Visto abbiamo parlato di causalità, meglio anche che ci soffermiamo su questo aspetto. Ripeto, spazio, tempo, eh, causa-effetto e sostanza. Se vi ricordate, sia spazio, tempo che sostanza li avevamo analizzati anche con Locke. In descrizione trovate il link. Su spazio, tempo, Locke aveva detto che erano modalità di organizzare le idee complesse. Per quanto riguarda la sostanza, aveva detto che la sostanza aristotelica non esiste, che la sostanza è in realtà un'idea complessa. Hume è abbastanza d'accordo con Locke, ma come abbiamo già visto anche in altri casi, porta un po' più in là l'analisi di quello che potremmo definire il suo maestro, perché? Perché, prendiamo ad esempio il discorso su spazio e tempo. Noi siamo abituati a pensare che spazio e tempo abbiano dalla scienza, anche una loro oggettività, una loro sostanzialità, cioè che esistano lo spazio e il tempo, che non dipendano da me, che io studi lo spazio e il tempo, ma lo spazio e il tempo siano indipendenti dal soggetto, siano oggettivi, stiano da qualche parte, non si sa bene dove, e siano, appunto, oggettivi. E il tempo scorre in maniera sempre uguale a se stesso, indipendentemente dal soggetto, dall'osservatore, eccetera. Poi qualche secolo dopo sarebbe arrivato a Einstein a mettere in dubbio questo assunto, però al tempo di Hume, la fisica newtoniana dava questa impressione, anche Newton stesso aveva dato questa impressione. E anche oggi l'uomo della strada pensa che spazio e tempo siano oggettivi. Però Hume si chiede: "Ma noi, in realtà, spazio e tempo li percepiamo?". Perché vi dicevo che tutto nasce dalle nostre percezioni, dalle impressioni, meglio, le idee sono il riflesso delle impressioni, sono il ricordo delle impressioni. Quindi, anche il dei spazio e il di tempo, se sono veramente idee, dovrebbero essere idea complessa, dovrebbe essere il ricordo di qualche impressione. Ma io ho mai percepito il tempo? In realtà, a pensarci, no. Io percepisco gli istanti, ma non percepisco mica il tempo. Il tempo cos'è? Lo scorrere di tanti istanti. Ma io percepisco gli istanti. Percepisco lo spazio in generale, ma in realtà no, perché io percepisco dei pezzettini di spazio. Io adesso guardo e vedo qui sulla mia scrivania un piccolo pezzo di spazio, mica percepisco tutto lo spazio geometrico, eh. Eppure, quando penso, quando faccio fisica, quando faccio esercizi di risoluzione dei problemi della fisica dei moti, e parlo di spazio in generale, mica di questa scrivania, m. E allora, quelle idea di spazio in generale, quell'idea di tempo in generale, da dove nascono, se non sono percezioni, se non sono impressioni? Beh, Hume dice: "Spazio, tempo, ma lo stesso vale per sostanze, lo stesso vale per causa-effetto, non sono impressioni, ma sono modi di percepire le impressioni". Cosa vuol dire modi di sentire, di percepire le impressioni? Vuol dire che io non percepisco lo spazio, ma lo spazio è una modalità attraverso cui mi rendo conto di questo piccolo spazio. Il tempo, io non lo percepisco, ma il tempo è una modalità attraverso cui percepisco questo istante, quest'altro istante, quest'altro istante. Capite? È più un fattore mentale, sta dicendo Hume, che reale. Cioè, lo spazio non lo percepisco, ma lo spazio è una modalità in cui io, in un certo senso, metto in fila le mie percezioni, metto in sequenza le mie percezioni, organizzo le mie percezioni. Stessa cosa per il tempo. Quindi, sta dicendo Hume, spazio e tempo non sono qualcosa di oggettivo, sono qualcosa che è nel soggetto, più che nella realtà. Nella realtà ci sono le parti di spazio, ci sono gli istanti, non ci sono spazi e tempo. Spazi e tempo sono più in me che nelle cose. Capite? Questa analisi, che è importante, verrà ripresa e potenziata ulteriormente da Kant nel giro di poco tempo.

Però, questo punto, vi ho parlato di spazio e tempo, sostanza, ci possiamo rifare semplicemente a quello che aveva detto anche Locke. Ci rimane una di queste quattro idee, che è quella di causa-effetto, che è un'idea su cui Hume insiste parecchio, perché? Perché analizziamo meglio come funziona il rapporto di causa-effetto, visto che tutta la scienza si basa sul rapporto di causa-effetto, in fondo, le leggi della fisica, le leggi della chimica, non sono altro che spiegazioni del rapporto di causa-effetto. Bene, per capire bene come funziona questo rapporto di causa-effetto, Hume introduce due tipi di proposizioni, perché alla fine le leggi della scienza sono proposizioni, in realtà sono affermazioni. Definisci così: proposizioni su relazioni tra idee e proposizioni su dati di fatto. Relazioni tra idee e dati di fatto. Che differenza c'è? Le proposizioni su relazioni tra idee sono proposizioni basate sul principio di non contraddizione. Ad esempio, la logica e la matematica usano proposizioni di questo tipo, cioè sono frasi che io dico applicando semplicemente il principio di non contraddizione, e quindi sono frasi necessarie, di cui non è possibile immaginare il contrario. Faccio un esempio: 5 + 7 quanto fa? Mi direte 12. Bene, perché fa 12? Perché sto applicando le regole della matematica e praticamente sto applicando, a ben guardare, il principio di non contraddizione, che sarebbe contraddittorio se 5 + 7 facesse 11. Ok? Non sto facendo esperienza, non è che vado a contare, lo faccio a mente, perché è su una legge della mente che si basa questo, questo principio, è cioè su leggi a priori, su leggi puramente razionali. Ok? Difatti, la matematica è una scienza deduttiva che si basa solo sulla ragione. Ora, io posso fare formazioni usando principi a priori, usando leggi della logica? Certo, in logica matematica lo faccio sempre. Le proposizioni a cui arrivo sono vere? Sì. È possibile immaginare il contrario? Cioè, 5 + 7 fa 12, ma è possibile immaginare che 5 + 7 in altre circostanze possa fare 15? No. 5 + 7 non farà mai 15 in nessuna circostanza, in nessuna situazione, né oggi, né domani, né mai, farà sempre 12. Bene, questo è un tipo di proposizioni. L'altro tipo sono le proposizioni sui dati di fatto, cioè quelle frasi che io dico non basandomi sulla ragione, ma basandomi sull'esperienza. Ad esempio, se dico: "Questa tazza è nera". Mh. Perché lo dico? Non perché la logica mi ha detto che è nera, non perché la matematica mi ha detto che è nera, ma perché l'ho vista che è nera, cioè uso i sensi, mi baso sull'esperienza. Ora, questa frase è vera? Sì, è nera. Ma se dicessi: "Questa tazza è bianca", oggi è falsa questa frase. Ma è falsa in assoluto? In realtà, no. Basta che io la ripinga e la tazza diventa bianca. Eh, oppure questa tazza è bianca è vera adesso qui con questa tazza, ma sarà falsa, cioè questa tazza è nera è vera qui con questa tazza, ma sarà falsa con l'altra tazza che ho là che è bianca. Quindi non è vera in assoluto, non è vera sempre in ogni circostanza. La frase "oggi c'è il sole" è vera? Oggi sì, c'è il sole, ma ci sarà pure un giorno in cui la frase "oggi c'è sole" diventerà falsa. Come vedete, le frasi che si basano sull'esperienza, sui dati di fatto, a volte sono vere, ma possono essere anche false. E la verità o la falsità non è un assoluto, non è sempre vera, può essere vera, può essere falsa a seconda delle circostanze. Quindi, il contrario è possibile. È possibile che oggi c'è il sole, ma che domani non ci sia il sole? Certo che è possibile, basta aspettare. Ma domani, possibilissimo che avvenga che la frase cambia di significato, cambia di verità, no? Mentre la frase "5 + 7 fa 12" sarà vera sia che piova, sia che non piova, sia che usi questa tazza, sia che ne usi un'altra, 5 + 7 fa sempre 12. Capite bene la differenza?

Bene, posta questa premessa, si chiede Hume: "Il rapporto di causa-effetto su cosa si basa? Su relazioni tra idee o su dati di fatto?". Ad esempio, io metto l'acqua sul fornello, accendo il fornello, l'acqua va a 100°, inizia a bollire. Questo è un rapporto di causa-effetto. Se metto l'acqua sul fornello e la porto a 100°, effetto, l'acqua bolle. Ma questo su cosa si basa? Questo assunto si basa su una legge della logica, sul principio di non contraddizione, o su un dato di fatto? Evidentemente su un dato di fatto. Io dico che questo avverrà perché l'ho sempre visto accadere, perché sperimentalmente accade. Ma se si basa sui dati di fatto, vuol dire che il contrario non è illogico, il contrario è possibile. Oggi, se metto l'acqua sul fornello, arriva a 100°, bolle, ma un domani accadrà sempre lo stesso? Noi siamo abituati a pensare di sì, perché siamo abituati a pensare che una volta che troviamo una legge della natura, questa ci ripeterà sempre uguale. Ma in realtà, ci sta facendo notare Hume, le leggi di natura si basano su dati di fatto, cioè su esperienza. E se si basano su esperienza, non sono necessarie, il contrario è sempre possibile. Cioè, è vero che se io dico "oggi c'è sole", domani potrebbe non esserci il sole. È vero che invece è più difficile che se dico "oggi l'acqua bolle a 100°", domani non bolle a 100°? È molto probabile che domani l'acqua continuerà a bollire a 100° e che sarà così anche dopodomani e dopodomani, eccetera. Ma non è certissimo. Che ne so, domani il campo gravitazionale, la pressione atmosferica va fuori da ogni grazia di Dio e domani l'acqua non bolle più a 100°, bolle a 120°? È difficile, ma non è impossibile, eh. In linea di principio, non è affatto impossibile. Finora, eh, la forza di gravità mi ha tenuto ancorato a terra. Domani sarò ancora ancorato a terra? È probabile, ma non è sicurissimo al 100% perché, che ne so, arriva un asteroide, il campo gravitazionale si altera e domani io inizio a galleggiare sull'aria? È difficile che accada, certo, me ne rendo conto, è molto improbabile, ma non è impossibile. Mentre 5 + 7 fa 12, comunque. Capite la differenza? Hume ci fa notare che il nostro rapporto di causa-effetto, cioè quella legge che ci dice se è successo questo, succederà poi quest'altro, non è una legge certa al 100%, sempre e comunque, anche in futuro. È una legge che dipende dall'esperienza e quindi è una legge probabile, non certa. E allora, come facciamo a fidarci che domani l'acqua bollirà, che il viso di causa-effetto sarà ancora valido, che quello che è accaduto sempre finora accadrà anche domani? Beh, ci fidiamo per abitudine, dice Hume. Ricordate che ne abbiamo parlato anche prima dell'abitudine? L'abitudine sorregge le nostre vite. Siamo talmente abituati a vedere che una cosa si ripete secondo certe leggi, che ci aspettiamo che continui a ripetersi secondo quelle leggi. Ma di certezze non ne abbiamo. Non siamo neppure sicuri al 100% che domani il sole sorga. Potrebbe anche non sorgere. Ci fidiamo che in buona misura sorgerà, ma è una fiducia, è una credenza, è un'abitudine, non è una certezza scientifica vera, per come siamo abituati a pensarla. La scienza si basa su abitudini, si basa su abitudini ponderate, certo, sul fatto che più casi vediamo, più probabile che la cosa si ripeta, certo, certissimo, ma comunque non su certezza al 100%.

Ora avete capito che Hume è abbastanza scettico, l'abbiamo detto fin dall'inizio, riguardo a molte cose in cui crediamo senza avere un fondamento solito per credere in queste cose, o meglio, ci crediamo appunto perché è una credenza e non un dato certo. Ma questo suo scetticismo si porta anche alle estreme conseguenze. Lo fa lui stesso quando ci parla del mondo esterno, dell'io, e poi vedremo anche di Dio. Parliamo di queste cose. Allora, intanto, il mondo, la telecamera esiste? Eh, beh, insomma, siamo certi che esista. Io, di cosa sono certo? Per Hume, sono certo delle impressioni. Io vedo la telecamera, cioè sono certo che il mio occhio mi sta portando una certa impressione alla mente dicendo: "Lì c'è una telecamera". Ma che la telecamera esista davvero, non lo so. Soprattutto adesso che ce l'ho davanti agli occhi, posso anche, come diceva Locke, forse anche crederci. Ma quando uscirò da questa stanza, chi mi assicura che la telecamera rimanga lì dove l'ho messa, che non scompaia mentre io esco? Chi mi assicura che questa in cui sono non scompaia appena io chiudo la porta? In realtà, non me lo assicura nessuno, dice Hume. Io posso vagamente, forse, fidarmi di quello che è vero nel momento in cui lo vedo, ma nel momento in cui non lo vedo, non sono certo che esista. Non ho nessuna prova che esista davvero. Quindi, anche l'esistenza continua delle cose, così la definisce Hume, cioè l'idea è che le cose continuano ad esistere anche quando io non le guardo, non le vedo, non le percepisco, è una credenza, c'è un atto di fede. Io mi fido che la stanza sia ancora lì, che la telecamera sia ancora lì, ci spero, perché c'ho speso anche di soldi per la telecamera, però non ho certezze. Ma questa non è l'unica credenza a cui aderiamo. C'è anche la credenza nell'esistenza esterna delle cose, perché guardiamo anche sta telecamera, no? La telecamera è il mio occhio che mi dice che esiste, è il mio occhio che mi dice: "Quella cosa è lì e la puoi toccare e la puoi prendere". Però, in fondo, se ci pensate bene, la telecamera che io percepisco è diversa dalla telecamera reale. Per esempio, io adesso, se guardo con l'occhio la telecamera, la vedo grande così, grande così, davvero, eh? Oppure la telecamera non è grande così, vi assicuro, è più grande, è così, non so, una roba del genere. Ora, cosa vuol dire che la percezione che io ho della telecamera non è la telecamera? C'è una distinzione tra la percezione che ho qua e la percezione che avrò quando andrò a prenderla in mano. Segno che, alla fine, questo dato che mi arriva al cervello, alla mente, non è la telecamera, è la mia percezione della telecamera, che non sto veramente conoscendo la telecamera, ma sto conoscendo la mia percezione della telecamera. Non solo, io sono portato, dice Hume, a crearmi un sacco di fantasie senza rendermi conto, perché le mie percezioni sono sempre molto limitate. Io adesso sto guardando la telecamera, con la coda dell'occhio vedo il microfono, ma non vedo dove il microfono va a finire e se sta ancora registrando. L'ho guardato prima, intanto getto l'occhio, ce l'ho lì che mi dà l'indicatore di come va la registrazione, ma mentre registro guardo la telecamera, ogni tanto guardo intorno per assicurarmi che tutto funzioni, ma non è che e tengo sott'occhio sempre tutto. Mi fido che tutto continui a funzionare come io ho creato. Mi fido anche adesso che sotto il mio sedere ci sia una sedia, che non stia scomparendo, che mi terrà in piedi ancora, anche se non la vedo. Oddio, la sedia la percepisco col sedere, però, diciamo, il pavimento non lo sto percependo adesso. Sollevo i piedi e non sento più il pavimento, ma mi fido che sia ancora lì. Ora, quando percepisco, io percepisco sempre delle piccole porzioni, comunque, di mondo, che però inserisco in un mondo più ampio che mi creo nella mente. Cioè, io vedo una una parte di mondo, ma tutte le altre cose me le ricreo io. Io, fa un esempio, mi arriva una lettera, leggo la lettera, ma io non mi mica visto chi ha scritto quella lettera, non ho mica visto il postino che me l'ha portata a casa, non ho mica visto il cameriere che ha fatto le scale. Però ricostruisco mentalmente, dopo scontato che questo sia avvenuto, perché perché sto leggendo una lettera. Io conosco solo la lettera in quel momento, ma ricreo una serie di altre informazioni che non ho mai percepito, ma me le creo nella mente. Cioè, cosa sta dicendo Hume? Che io sono portato, intanto, a non essere sicuro, in realtà, ben guardare se il mondo che vedo esiste in ogni caso, a creare un contorno a questo mondo che vedo molto più ampio di quello che vedo. Cioè, in altri termini, il mondo, per come io lo percepisco, in realtà non l'ho mai veramente percepito granché. Ho percepito dei pezzettini di mondo, sempre in maniera molto fallace o comunque poco affidabile, e poi mi sono creato un mondo. Il mondo è una credenza, anche questo, più che una realtà, più che una cosa certa. Io non posso essere certo che il mondo esista, perché in fondo il mondo me lo sto pensando, me lo sto creando sulla base di pezzi di percezione. Ma allo stesso tempo, non posso essere certo neppure che esista il mio io, a ben vedere, la mia coscienza, la mia anima, chiamatela come volete, perché? Perché io non percepisco il mio io, io non percepisco l'anima, la mente, le cose. Io percepisco le emozioni e i pensieri. Quelli sì, li sento. Ma chi è che emette questi pensieri? Chi è che emette queste emozioni? Noi diciamo la coscienza e l'anima, ma chi ce l'ha detto mai, chi l'ha vista mai la coscienza, l'anima? Nessuno. Noi abbiamo percepito eventualmente i pensieri e le emozioni. Dunque, per quel che ne sappiamo, l'io è un fascio di impressioni, dice Hume, cioè una serie di impressioni che mettiamo insieme, diciamo: "Beh, se sono insieme, sarà qualcuno che le ha fatte ste cose". Ma in realtà, certezze non ne abbiamo neppure in questo campo. Non potremmo neppure dire a rigore che esiste l'io. Dico a rigore, non possiamo dire che esiste l'io, che esiste il mondo. Non possiamo dire niente a rigore. Però, dice Hume, alla fine dobbiamo anche vivere. Quindi, uno scettico moderato, nel senso che è vero che non sono certo che la telecamera esista, è vero che non sono certo di avere una coscienza, è vero che non sono certo di tante cose, però tutto sommato, alla fine, ci posso anche legittimamente credere. Cioè, mi devo anche accontentare di vivere nell'incertezza e però, nell'incertezza, di accettare alcune cose, di credere in alcune cose. Farò una scelta ponderata, farò una scelta saggia, ma alla fine accetto di credere nel mondo e nell'io, sapendo che è una credenza, ovviamente.

Il passo successivo, una volta messo in dubbio l'esistenza del mondo, una volta messo in dubbio l'esistenza dell'io, è parlare di Dio, che si può mettere forse ancora più facilmente in dubbio rispetto alla nostra stessa esistenza. Hume riprende il tema in soprattutto "Storia naturale delle religioni" e poi della religione, e poi anche in altre opere. E intanto dice: "Su Dio, tutte le prove che la filosofia ha fornito non servono a nulla". Prova cosmologica, la prova ontologica, la prova teleologica, sono prove fallaci, perché non perché siano sbagliate logicamente, non solo per quello, ma soprattutto perché è inutile provare a dimostrare l'esistenza di Dio con la logica. L'esistenza delle cose si può dimostrarla solo empiricamente, dice Hume. Cioè, se voglio essere sicuro davvero che una cosa esista, devo poterla vedere, toccare e percepire. Se è impossibile da vederla, toccarla, percepirla, e allora posso dire tutto il contrario di tutto, non ha senso neppure star qui a discutere. Secondo Hume. Ma poi lui prova a fare anche un'analisi storica della genesi delle religioni, perché lui dice: "Guardiamo come mai si è arrivati in tanti popoli nel mondo a credere in Dio, quando invece le prove non sono conclusive". Secondo lui, m, secondo lui, tutto è avvenuto in passato, all'origine dei tempi, quando l'uomo si è accorto che la natura poteva essere sia benigna che maligna, poteva essergli sia favorevole che contraria. Pensate ai primi uomini che dipendevano molto dalla natura, avevano bisogno sicuramente di una natura che li aiutasse col raccolto, con evitasse i le i cataclismi, i danni meteorologici, eccetera. Un uomo che dipendeva molto dalla natura, era portato a pregare degli dei, a creare degli dei che potessero aiutarlo in questa lotta contro la natura. E così è nato il politeismo, secondo Hume, cioè gli uomini, appunto, desiderosi di sopravvivere davanti alle intemperie, davanti ai problemi, hanno chiesto agli dei, hanno inventato questi dei per chiedergli la grazia, per aiutarli nei problemi. Però tanti dei, uno per ogni problema, uno per il fiume, uno per il raccolto, uno per la morte, uno per questo, uno per quell'altro. Ovviamente, poi, il fatto che esistessero molti dei era tutto sommato comprensibile, perché? Perché la natura continuava ad essere variabile, a volte ti dava una mano, a volte te la negava, a volte le condizioni meteorologiche ti salvavano, a volte ti condannavano. Questo si spiegava nel politeismo col fatto che c'erano tante divinità e in lotta tra loro. Quindi tu stavi simpatico a un dio e stavi antipatico all'altro, e quindi dovevi cercare di ingraziarti il tuo dio e sperare che il tuo dio prevalesse sull'altro. Se prevaleva, le condizioni andavano bene, la natura ti era benigna. Se invece veniva sconfitto dal dio rivale, la natura ti danneggiava, e quindi si spiegava tutto sommato il procedere così delle cose, molto disegnato dalla disparità. Però cosa è successo un po' alla volta? Che gli uomini, proprio bisognosi dell'aiuto di dei, hanno iniziato a pregare gli dei in modo sempre più forte, sempre maggiore, concentrandosi su pochi dei, sempre meno, sempre più uno solo, il dio protettore della città, ad esempio. E si è iniziati a usare appellativi sempre maggiori per questa divinità prescelta, visto che il tuo dio deve prevalere sugli altri dei, tu fai fortemente il tifo, diremmo, per questo dio, lo esalti, lo preghi, lo adori, e lo adori tantissimo.

Quindi inizia a diventare dei superlativi sempre più forti. Non è più un Dio potente, ma un Dio potentissimo. Non è più un Dio sapiente, ma un Dio sapientissimo. E poi, alla volta, il tuo Dio diventa il più forte di tutti. Diventa non potentissimo, ma onnipotente. Non sapientissimo, ma onnisciente. Non molto grande, ma è infinito. E quando arrivi a definire il tuo Dio come infinito, diventa l'unico Dio possibile, perché di Dei infiniti non ce n'è. Non ce ne possono essere tanti, ce ne può essere solo uno. E quindi si passa naturalmente dal politeismo al monoteismo. Questo bisogno forte, questo concentrare la propria devozione su un'unica divinità, porta al monoteismo.

Ma il monoteismo ha dei problemi, tutto sommato. Perché certo, rassicura di più, l'uomo ha bisogno di una figura che lo protegga. Però c'è anche il problema che il Dio monoteista diventa un Dio lontano, un Dio talmente grande da essere irraggiungibile, talmente forte da essere al di là di ogni concezione umana. E allora il monoteismo tende a creare degli degli intermediari tra l'uomo e Dio, ad esempio i santi, ad esempio altre figure, gli angeli, che devono farci venirci incontro come noi uomini. Quindi si crea, si ricrea quasi una forma di politeismo, perché ci sono figure intermedie che vengono adorate quasi quanto il Dio, ad esempio.

Oppure, un altro dei problemi del monoteismo è quello di generare intolleranza. Perché se c'è un unico Dio, il mio è quello giusto, il tuo è quello sbagliato. E quindi lotta, e quindi guerre di religione e così via. Ecco, questa è stata, secondo Hume, la genesi delle religioni, come si sono evolute nel tempo, guardando anche la Bibbia, guardando anche a testi sacri antichi. Hume è convinto che questa sia stata l'evoluzione.

Ma questo cosa vuol dire? Che il monoteismo è una falsità, è un'invenzione? Che non ci sia spazio per Dio? Beh, Hume aderisce alla tendenza comune all'Illuminismo, quella di criticare le religioni. La religione è un'invenzione umana, la religione è il frutto di una serie di superstizioni che sono susseguite nel tempo. Però non è detto che Dio non esista. Anzi, Hume crede, come altri filosofi del suo tempo, che esista un grande architetto, una mente divina, un ente superiore, che non è per forza il Dio cristiano, che non è il Dio islamico. È un ente superiore che ha creato il mondo, che ha generato il mondo. Di questo Dio, però, non si può dire nulla razionalmente. Cioè, anche lì, Hume dice: tutto è dubbio, tutto è mistero. Io penso che possa essere così, ma teniamoci la mente aperta, perché certezze non ce ne sono.

Dopo aver visto la religione, e soprattutto la gnoseologia, conviene affrontare altri temi che Hume affronta, in particolare il tema della morale, su cui la sua riflessione ha avuto molto influsso anche nella storia della filosofia. Intanto, vi citerei, come approccio, come atteggiamento, un'impronta che ha presentato nel Trattato sulla natura umana, che ha fatto scuola, cioè la cosiddetta legge di Hume. Hume proprio quasi ammassare, in realtà, nelle sue opere, fa notare una cosa: non bisognerebbe mai in etica dedurre un dover essere da un è. Mi spiego meglio cosa vuol dire questa frase che può sembrare strana. Cioè, non si può dedurre una prescrizione morale da uno stato di cose. Non si può far derivare l'etica dalla metafisica, dall'ontologia.

Con un esempio che non è di Hume, ma mio. Noi sappiamo che esistono dei fatti. Ad esempio, le donne hanno un corpo che consente generalmente la gravidanza. No? Una certa età la donna diventa fertile e può, senza problemi di varia natura medici, sostenere una gravidanza. Quindi la donna può rimanere incinta, può generare figli. Bene, questo è lo stato di cose, è un fatto, è un fatto biologico. Ok? Come l'uomo può, con lo sperma, generare insieme a una donna figli, è un fatto biologico. Ora, dice la legge di Hume, non si può derivare da un è, un dover essere. Cioè, da uno stato di cose, un dovere morale. Lo stato di cose è che la donna può rimanere incinta e che con l'uomo può fare un figlio. Questo implica, si chiede Hume, che è moralmente necessario che la donna e l'uomo facciano figli? Che c'è un obbligo morale al far figli? Il fatto che la donna possa scientificamente, biologicamente fare figli, implica la regola morale che la donna debba fare figli? Hume dice: no, non implica niente. Se la donna vuole fa figli, se non vuole, non fa figli. Ma non c'è nessun dovere morale. Lo stato di cose, la sua potenzialità di rimanere incinta, non implica l'obbligo morale del rimanere incinta. Non c'è legame tra lo stato di cose e l'etica, tra lo stato di cose e il dover essere. Non deve fare qualcosa, lo fa se vuole, ma non c'è un dovere morale. Ok? È un salto logico quello che attribuisce a partire dall'essere il dover essere, cosa che si è fatta spesso, dice lui. Molto spesso abbiamo fatto questo errore. "Ho detto: c'è una realtà di cose, quindi deve esserci un obbligo morale". Non è vero. L'obbligo morale è completamente slegato dalla realtà delle cose. Non c'è nessun salto logico da uno all'altro. E questa è la legge di Hume.

Questo atteggiamento, come vedete, è molto anche sempre empirico, pratico. Lo porta poi a occuparsi di morale e soprattutto a rendersi conto che in campo morale, con l'indagine scientifica che lui prova a portare anche in questo campo, c'è sì una dose di ragione, ma c'è anche una dose di sentimento, che spesso fraintendiamo. Perché, secondo lui, in realtà, certo, noi usiamo la ragione per cercare di frenare i nostri istinti, ma in realtà il vero motore della morale sono gli istinti, sono i sentimenti, sono le nostre predisposizioni d'animo, potremmo dire. E Hume ritiene che esista una una predisposizione d'animo comune a tutti gli uomini, che è un sentimento morale, lo chiama così. Ed è un sentimento morale di simpatia, cioè noi siamo tendenzialmente propensi sentimentalmente, proprio, cioè senza pensarci, a cercare di garantire il bene un po' per tutti, a ritenere giusto ciò che garantisce il bene un po' per tutti.

Guardiamo le morali che sono sorte nella storia. Quand'è che la morale dice: questo è bene? Certo, ognuna in maniera un po' diversa, morale cristiana in un modo, la morale islamica in un altro, la morale laica, che so, antica in un altro ancora. Ma generalmente, ciò che viene ritenuto bene è ciò che garantisce un benessere per più persone possibili. E ciò che viene ritenuto male dalle varie morali è ciò che invece danneggia varie persone. Segno che, secondo Hume, tutte le varie morali, anche quelle che vogliamo fondare nuove, nascono da sentimento di generosità, potremmo dire, verso l'altro, di empatia verso l'altro, di simpatia verso l'altro. A noi pare giusto fare quelle cose che aumentano il bene collettivo e pare sbagliato, proprio istintivamente, fare quelle cose che creano danno collettivo. Poi magari a volte lo facciamo lo stesso, eh. Non è che siamo tutti morali, eh. Non è che tutti seguiamo la morale. Però, quando, quando facciamo un danno, capiamo di aver fatto una cosa sbagliata. Quando invece facciamo istintivamente qualcosa di buono anche per gli altri, capiamo di aver fatto una cosa giusta. Siamo anche a volte predatori dei nostri egoismi, ovviamente. Però, però sentiamo un sentimento di giustizia che va verso il bene collettivo, un sentimento di ingiustizia che va verso il male collettivo.

Questo lo si vede, secondo Hume, lo si prova anche pensando a come è nata la giustizia. Fa un esempio abbastanza celebre. Pensiamo all'aria. L'aria è gratis per tutti, no? Ce n'è in abbondanza. Oggi, forse, l'aria buona non è così tanto in abbondanza, però ce n'è. Quindi noi non abbiamo delle leggi che controllano quanta aria possiamo respirare, quanta aria possiamo avere. Il fatto che sia in abbondanza per tutti ci ha portati a non creare neppure un concetto di giustizia relativo all'aria. Esiste un giusto e sbagliato perché, appunto, è lì. Non c'è bisogno di regolamentare l'aria perché è lì per tutti e quindi è giusta per tutti, potremmo dire. Invece, abbiamo leggi sulla giustizia per il denaro, per le proprietà, eccetera. Perché? Perché evidentemente l'aria c'è per tutti, ma il denaro, le terre, eccetera, non ci sono per tutti. Quindi c'è stato a un certo punto, appunto, nella storia dell'umanità, un momento di scarsità. Ci si è resi conto che certi beni iniziavano a essere scarsi, non c'erano per tutti. E allora abbiamo creato delle leggi, cioè una giustizia che regolamenta l'accesso a questi beni, cercando, certo, di darne un po' di più a qualcuno, ma in realtà garantendo dei dei livelli minimi per tutti. Per cui noi sentiamo come giusto, ad esempio, che non ci sia nessuno che è indigente. Per cui noi creiamo nei nostri stati anche moderni delle forme di assistenza ai poveri. Perché questo? Perché ci viene spontaneo pensare che la giustizia sia quella cosa lì, cioè aiutare chi è in difficoltà. Cioè, abbiamo un naturale istinto, un naturale sentimento di altruismo, potremmo dirlo, riprendendo il concetto di Hume.

E questa morale dell'empatia, questa morale del sentimento, ci porta quindi a una morale aperta. È una morale che vuole massimizzare il piacere e ridurre il dolore. Noi dobbiamo fare tutto quello che possiamo, se vogliamo essere giusti, se vogliamo essere naturalmente giusti, per rendere il più possibile felici noi stessi, ovviamente, in primo luogo, ma anche gli altri, ed evitare il dolore, in primo luogo a noi stessi, ma anche agli altri. Perché questo è quello che il nostro sentimento della giustizia ci impone. Questo è quello che il nostro sentimento della simpatia ci impone. Chiaramente una morale molto ottimistica.

Concludiamo il discorso su Hume con due temi ulteriori finali che si legano, almeno in parte, il primo, almeno, a quello che abbiamo detto sulla morale. Cioè, parliamo di politica e di estetica. Per quanto riguarda la politica, Hume si pone in un certo senso a metà strada tra la riflessione dei Giusnaturalisti che l'hanno preceduto, in particolare di Locke e Hobbes, che erano maestri inglesi in questo campo, e la teoria del diritto divino. Perché afferma questo? Entrambe le dottrine, quella del diritto divino e quella del contratto sociale di matrice giusnaturalista, hanno degli aspetti validi. Entrambe. Ad esempio, la teoria del diritto divino ti dà comunque l'idea che esista un disegno divino dietro agli eventi della vita, una Provvidenza che ti rassicura, che ti fa sembrare che il mondo proceda verso una certa direzione. Però, qual è il problema della dottrina del diritto divino? Che questa rende lecito il comportamento anche abusivo, a volte, o arbitrario dei sovrani. Se un sovrano è sovrano perché l'ha messo Dio, può fare quello che gli pare e nessuno può dirgli niente. Questo è ingiusto. D'altro canto, la dottrina invece del contratto sociale, quella anche di Locke, sicuramente ha il pregio di notare che il potere deriva dal popolo, che il potere è un e viene erogato dal popolo, delegato dal popolo, e quindi che va mantenuta anche una certa attenzione ai diritti del popolo, eccetera. Questo sicuramente è un pregio. Qual è il problema? Che però rende piuttosto instabile il il potere. Perché Locke aveva parlato anche di questo diritto alla ribellione, che potrebbe essere fautore di caos, di disordine, di problemi.

Perché dice questo Hume? Perché Hume si rende conto che per far funzionare uno stato, intanto serve un approccio, anche qui, più sentimentale che razionale. Certo, serve anche la ragione, ma servono anche degli istinti, un senso del dovere importante. E questo senso del dovere non può essere troppo messo a repentaglio, perché altrimenti lo stato crolla. Cosa intende dire? Distingue tra due tipi di doveri. Li chiama i doveri innati e i doveri sociali. I doveri innati sono quei doveri che nascono dall'istinto naturale. Quindi, ad esempio, l'amore per i figli. Questo dovere innato, anche fuori dalla società, noi, se vivessimo nelle foreste, nelle isole deserte, avremmo, sentiremmo il dovere di prenderci cura dei nostri figli. È un dovere innato alla specie umana, no? Ehm, altri invece sono doveri che derivano dalla società. Ad esempio, il dovere di obbedire. L'obbedienza al proprio superiore. Questo è un dovere che in realtà non è innato nell'uomo. Anzi, l'uomo forse ama anche essere un ribelle. Se noi fossimo nella giungla, non sentiremmmo affatto questo dovere di obbedire a un supposto superiore. Sentiremmo magari il dovere di provare pietà, come dicevamo prima. Questo è un sentimento innato, secondo, secondo Hume. Quindi, un in difficoltà, lo aiuteremmo, un sentimento di pietà l'avremmo, ma un sentimento di obbedienza no. Il dovere dell'obbedienza non lo sentiremmmo come nostro. Eppure, nello stato, serve anche l'obbedienza, perché se nello stato ognuno fa quello che gli pare e non ubbidisce a nessuno, beh, è un casino. Vi rendete conto che è difficile far funzionare uno stato se non c'è anche un senso del dovere sociale, cioè quel senso del dovere che nasce proprio in società per far funzionare la società, per farla stare in piedi, perché altrimenti questa società crolla. Questo è il rischio. Quindi serve, servono delle delle virtù anche sociali: la giustizia, la fedeltà, l'obbedienza, che la teoria del contratto sociale, secondo Hume, rischia anche un po' di mettere in crisi, no? Perché se io dico che tutto deriva dal popolo, tutto il potere è sovrano, il popolo firma un patto, ma questo patto dà al sovrano, come diceva Locke, solo il compito di garantire la giustizia, cioè di garantire la repressione del crimine. Beh, lì non c'è scritto che devo essere obbediente, devo obbedire alle leggi, rispettare le leggi, sì, ma obbedire al superiore non c'è scritto da nessuna parte. Questo può essere un po' complicato. In pratica, il tentativo di Hume è quello di mettere in guardia ad alcuni eccessi del giusnaturalismo, trovando, forse, ecco, un compromesso tra l'ipotesi di Hobbes, che è molto pessimista, che invece insiste tantissimo sull'obbedienza, e l'ipotesi di Locke, che è molto meno pessimista, insiste poco sull'obbedienza e più che altro parla di questo diritto alla ribellione, che preoccupa un po' Hume. Quindi una via di mezzo.

Per quanto riguarda invece l'estetica, anche qui non parliamo più di morale, ovviamente, il tema è diverso. Però anche qui Hume insiste molto sull'aspetto sentimentale. Il giudizio estetico, cioè il trovare bella una cosa, una per l'altra, ad esempio, il quadro, la tela che dicevamo prima, e trovare brutte altre cose, da dove nasce? Nasce dalla ragione? Nasce da una razionalità, secondo Hume? No, in realtà nasce da un senso estetico, cioè da un gusto, un qualcosa di sentimentale, c'è qualcosa di non razionale, di non controllato dalla ragione. Però questo cosa vuol dire? Quindi che ognuno trova bello ciò che gli piace, trova brutto ciò che gli piace? Un po' sì, nel senso che Hume ci fa notare come in realtà la bellezza sia qualcosa che sta più nel soggetto che nell'opera. Come dicevamo prima, la conoscenza, anche spazio e tempo sono più nella mia mente che nelle cose, perché non percepisco spazio e tempo, percepisco gli spazi e i tempi, e poi sono io che creo spazio e tempo. Così anche la bellezza non sta nelle cose, le cose non sono belle, io non percepisco la bellezza, io. La bellezza è, in un certo senso, un modo di sentire ciò che che percepisco. Ok? Quindi la bellezza sta più nell'occhio di chi guarda, direbbe Hume, che nelle cose. E quindi, sì, in parte è soggettiva. Però noto un'altra cosa Hume, c'è anche questo sentimento non è così arbitrario e casuale come può sembrare, non è così tanto soggettivo come può sembrare. Nel senso che esiste anche un un giudizio di gusto, un criterio di gusto, un senso comune estetico, che appunto è comune a più individui, cioè non è puramente soggettivo, per cui a me piace una cosa, a te ne piace un'altra, a lui ne piace un'altra ancora. Ci sono alcuni aspetti che piacciono a tutti. Questo spiega come mai, per esempio, la Gioconda tende a essere considerata un'opera d'arte magnifica da tantissimi, da tutti, direi, no? Perché alcune volte, no, troviamo belle delle cose che piacciono solo a me, ma altre volte belle delle cose che piacciono un po' a tutti. Esiste un senso estetico comune, un percepire la bellezza tra tanti soggetti.

Quali sono i criteri? Difficile identificarli in maniera chiara, dice Hume, perché appunto è un aspetto anche più sentimentale, non è razionale. Però, se dovessi elencare, dice Hume, quegli aspetti che sembrano ritornare nelle opere, appunto, quelle più belle, quelle in cui emerge questo senso estetico, cosa direi? Direbbe: intanto un certo equilibrio, una certa delicatezza nelle forme, nella rappresentazione. Poi anche una certa abitudine, cioè alla fine questo gusto si affina con l'allenamento, con l'abitudine, con l'educazione. Cioè, a fur di vedere cose belle, io affino il mio senso di gusto, il mio senso della bellezza. Questo senso comune, quindi, riesco a percepire meglio la bellezza. E se anche gli altri fanno lo stesso, i nostri sentimenti si avvicinano. Per cui l'educazione al bello è importante. Per cui le differenze a volte derivano anche da una diversa educazione al bello. Io trovo bella una cosa che tu non trovi bella, ma perché io mi sono allenato di più, tu ti sei allenato di meno. Allora, raffinare questo senso di gusto. E poi, ovviamente, un piacere, cioè nel senso che la bellezza genera, fa sentire piacere in qualche modo. Idee che poi verranno riprese, potenziate, ampliate da Kant e da altri pensatori. Però stimoli interessanti che di nuovo fanno notare come in politica, come in morale, come in estetica, a dominare non è così tanto la ragione, come a volte ci piace pensare, ma più della ragione, a volte a dominare in realtà è il sentimento, è qualcosa che va oltre la ragione, che poi la ragione arriva a spiegare, a aggiustare, a magari anche allentare o rafforzare. Però tutto parte dal sentimento. La morale parte dal sentimento, la vita in società parte dal sentimento, il senso estetico parte dal sentimento. Lì sta la chiave per tutta la vita pratica, in realtà. Anche perché, come dicevamo all'inizio, tutta la nostra vita pratica, anche la conoscenza, è meno razionale di quanto sembri. Perché se noi dovessimo valutarla solo con la ragione, non saremmo certi di nulla. Non saremmo certi neppure che un'opera d'arte esiste, ad essere sinceri. Che la Gioconda esista, perché non abbiamo la certezza. Io non ce l'ho davanti agli occhi, diciamo. Prima la credenza, l'esistenza continua delle cose. Chissà dov'è la Gioconda in questo momento, se esiste ancora e se esisteva quando la guardavo. E però, alla fine, a guidare la nostra vita non è tanto la ragione, è la credenza, è la fede, è il sentimento, è qualcos'altro.

Volevo spiegarvi tutto Hume in un'ora. Ce la dovrei aver fatta. Qui il mio cronometro che ha tenuto traccia di tutti i segmenti che abbiamo fatto. Dovremmo avere ancora qualche minuto per ricordarvi le ultime cose, tirare le somme e salutarci. Eh, il pensiero di Hume, vi ripeto, qui l'avete visto in sintesi, ma in descrizione vi metto tutta la playlist, meglio, con tutti i video dove abbiamo approfondito ognuno di questi temi con video più lunghi, più corposi. Questi temi qui li dovuti un po' comprimere, spiegare in fretta. Là, nei video, li trovate espansi in tre volte tanto il tempo, con più esempi, con più richiami, con qualche brano anche di Hume, insomma, in maniera più calma, più tranquilla. Se non avete capito, la trovate tutto. Questo sono è un video come quelli dell'altra, di questa serie dei "Tutti i filosofi in un'ora". Serve a fare un po' un riassunto finale, a ripassare, a riprendere in mano quando ci si è già studiati, a ricapitolare le varie cose in maniera un po' più sintetica. Però, ripeto, in descrizione trovate tutto il resto. E trovate anche i link agli altri video che ho citato. In più, in descrizione trovate i titoli che sono comparsi qui per dividere anche questo video in parte. Un video abbastanza lungo, quindi divido in capitoli, può essere molto utile. Infine, se in descrizione trovate anche alcuni consigli di lettura, vi metto qualche opera di Hume che potete comprare. Hume si legge, è piacevole e anche autoironico, divertente. È uno dei filosofi, certo, scritto nel '700, ma uno dei filosofi più leggibili ancora oggi, quindi si può affrontare. Tra l'altro, se comprate quei libri di Hume con il link che vi metto in descrizione, date anche una piccola mano al canale, senza nessun sovrapprezzo per voi, perché pagate uguale come se li compraste per conto vostro. Ehm, ulteriori cose da ricordare in descrizione, tra tutte queste cose che vi ho detto, oltre a tutte queste cose, trovate anche i modi per rimanere in contatto con questo canale e tutte le iniziative connesse. Quindi sono i social network miei, se volete seguirmi lì, se li usate. E poi la newsletter gratuita e settimanale. Una mail che mando una volta a settimana, dove vi elenco tutti i video e podcast che ho fatto durante la settimana, ma poi vi parlo di libri, di film, di riflessioni sull'attualità, di tante cose. È gratis e può essere interessante, sempre legata alla storia della filosofia. Poi, sempre in descrizione, trovate anche, oltre ai modi per rimanere in contatto, anche i modi per sostenere questo progetto, perché, come vedete, i video sono più di 1700 al momento, tantissimi, eh, a volte anche complicati, impegnativi da realizzare. È un progetto ampio quello che stiamo facendo qui, e se siete qui da tempo, lo sapete quanto ci mettiamo, l'impegno, quanti video realizziamo, e quanto questo progetto di divulgazione è anche, spero, utile. A me piace, ma spero che abbia e ha delle ricadute importanti su molti che lo seguono, ricadute elevate anche, no? La cultura fa sempre bene, eh. Quindi va sostenuto in generale questo, come tanti altri progetti che vi affascinano, vi piacciono, pensate che migliorino il mondo nel loro piccolo, nel loro piccolissimo, vanno sostenuti. Come farlo? Beh, vi ho detto già dei libri che potete comprare, ma poi ci sono anche donazioni da poter fare. C'è in descrizione il modo per farlo tramite PayPal, e poi ci sono anche altre modalità. In particolare, vi segnalo l'abbonamento al canale. L'abbonamento, in modo particolare simpatico anche utile, secondo me, per cui messo in in campo da YouTube. L'iscrizione gratuita, e fatela, perché è gratis. Ma l'abbonamento, eh, vi chiede qualche euro al mese. Poi c'è un video in descrizione che vi vi spiega tutto, senza impegno. Possono essere anche 3 euro al mese, quindi davvero cifre irrisorie, ma può essere anche di più, se volete. In cambio di queste cifre, entrate in un livello di abbonamento che vi dà dei vantaggi riservati. Ci sono video in anteprima, ci sono dirette riservate solo per gli abbonati, ci sono incontri mensili online in videoconferenza con me, con gli altri abbonati, per discutere di libri, per discutere di filosofia, per chattare. C'è una chat riservata agli abbonati, dove sono anch'io, eh, chat testuale online. Ci sono dispense di filosofia che mando ogni mese, 50 pagine di storia della filosofia che mando a casa e potete leggere, studiare, usare. Ci sono per i livelli più alti anche i libri omaggio. Ogni tre mesi mando un libro a casa in omaggio. Insomma, tante cose per ampliare questo progetto, per sostenerlo. E appunto, sostenerlo, però ricevo anche in cambio qualcosa di particolare e di utile. Insomma, in ogni caso, sono cose che fanno bene alla comunità, visto che abbiamo parlato molto di etica, di comunità, eccetera. E che io, che l'essere non implica un dover essere, il fatto che esistano queste cose non implica nessun obbligo morale da parte vostra. Però, però, se volete massimizzare la felicità, se volete massimizzare la conoscenza, questo, come tanti altri progetti, è un piccolo modo per farlo. E fatelo. In descrizione trovate tutto. Ultime cose, veloce, perché sta finendo del tempo. In libreria trovate questo libro, "Anche Socrate qualche dubbio ce l'aveva", caro editore mio, è un libro di divulgazione filosofica, c'è dentro anche David Hume, proprio sono parti specifiche dedicate a Hume e tanti altri filosofi. E però è un libro che parla anche di filosofia dei nostri tempi, usando pensatori del passato. Quindi dategli una possibilità. "Anche Socrate qualche dubbio ce l'aveva". L'altro libro che vi segnalo è questo qui, "La storia in scena", nuovo manuale di storia per le scuole superiori, edito da Garzanti Dea Scuola, e io ho collaborato, c'è il mio nome qui, e c'è dentro, perché, oltre al libro manuale di storia vero e proprio tradizionale, molto ben fatto, tra l'altro, ogni capitolo c'è, per ogni capitolo c'è un video di presentazione, e l'ho fatto io per tutti i capitoli di tutti e tre i libri, terza, quarta e quinta superiore. E poi ci sono video di approfondimento storico, sempre realizzati da me, per ampliare il discorso rispetto al manuale. Quindi un libro che vi dà accesso a molto materiale inedito. E poi un bel libro per le superiori. Siete insegnanti, dateci un'occhiata. Ho finito. Ci vediamo presto per altri video, anche della serie "Tutti i filosofi in un'ora", e poi per storia, filosofia, educazione civica più tradizionali. Ciao. [Musica] Ciao.