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Leggiamo insieme MACHIAVELLI - Lettera del 10 dicembre 1513 a Vettori

Prof. Daniele Coluzzi8:08

Transcription

Ciao a tutti, benvenuti in questo appuntamento in cui leggiamo insieme delle poesie della nostra letteratura italiana o dei passi degli estratti di alcuni grandi autori. Oggi, in particolar modo, non leggiamo una poesia, ma leggiamo una lettera. Le lettere di solito contengono sempre cose molto interessanti.

E infatti, oggi leggiamo una lettera di un autore del '500, Nicolò Machiavelli. Uno dei testi che preferisco in assoluto è una lettera del 10 dicembre 1513, che Machiavelli scrive al suo amico Francesco Vettori. In questo periodo Machiavelli è in esilio, si trova nella tenuta dell'Albergaccio, lontano da Firenze, e quindi deve trovare un qualche modo per passare le giornate.

In questa lettera si lascia andare con il proprio amico, raccontandogli dettagliatamente quello che fa durante il giorno, ed è una meraviglia. Vi leggo soltanto dei passaggi qua e là, i più belli e anche quelli più carichi di realtà. Perché Machiavelli ci racconta proprio che parte, metto, e poi un verso una sua uccelliera. E che cosa fa mentre cammina? C'ha sotto il braccio o un libro, sotto o Dante, o Petrarca, o uno di questi poeti minori come Tibullo. Qua Machiavelli ci dice, cioè, che ad accompagnarlo c'è sempre qualche testo di un poeta minore, ma non minore di qualità minore, cioè un poeta d'amore. La poesia d'amore è stata sempre considerata, già dall'antichità, una poesia minore, eh, per argomenti trattati rispetto a quella epica o quella civile, per esempio.

E qua dice che si porta dietro questi poeti minori come Tibullo, Ovidio e simili, e leggo quelle loro amorose passioni e quelli loro amori, ricordandomi dei mia. Cioè, leggere degli amori altrui gli fa ricordare i propri e godommi un pezzo in questo pensiero. Ci dice, cioè, godo molto di questa attività. Trasferisco mi poi sulla strada, nell'osteria, parlo con quelli che passano, domando delle nuove dei paesi loro, intendo varie cose. Cioè, si impiccia di quello che succede in paese, lo faremo tutti. E noto vari gusti e diverse fantasie d'uomini. Eh, Machiavelli c'ha proprio un gusto per l'osservazione, cioè nota proprio le diversità tra gli uomini, no, come sono vari i loro gusti e le loro fantasie.

Viene in questo mentre l'ora del desinare, cioè arriva l'ora di mangiare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che di questa povera villa e poco patrimonio comporta, i cibi che mi posso permettere. Mangiato che ho, ritorno nell'osteria. Qui vi è l'oste, per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, due fornaciai. E beh, che cosa fa con questi personaggi nell'osteria? Immaginiamo proprio la scena, no, con questi omini gaglioffi, per tutto il dì, giocando a ricca, a trick e track, e poi dove nascono mille contese e infiniti dispetti di parole. Uriosi e il più delle volte si combatte un quattrino. E siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. È proprio una scena reale di vita vissuta questa osteria del Cinquecento, in cui Machiavelli si ingaglioffa per tutto il dì, cioè si mescola proprio tra la gente, giocando a cricca, un gioco di carte, a trick e track, un gioco di dadi, e da questi giochi nascono mille contese e infiniti dispetti di parole ingiuriose. Ci si insulta mentre si gioca. Così, dice Machiavelli, rinvòlto entro questi pidocchi traggo il cervello di muffa, impedisco al mio cervello di ammuffire, intrattenendoli in queste cose così basse, e sfogo questa malignità di questa mia sorta, l'esilio. Sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognasse. Anzi, sono contento che la mia sorte mi calpesti in questo modo, per vedere se alla fine finisse addirittura con il vergognarsene.

È amara questa riflessione, no, nei confronti della sorte. Ma al di là di questa amarezza, mi piace proprio trovare in queste pagine la volontà di raccontare la realtà. Machiavelli non è la prima volta che si lascia andare a tutto questo. In un'altra lettera a Vettori diceva una cosa altrettanto meravigliosa. Dice: "Chissà cosa penserebbero, no, gli altri leggendo le nostre lettere? Francesco, si accorgerebbero che nella pagina precedente siamo tutti seri, presi da argomenti grandi, e poi nella pagina successiva siamo presi da argomenti lascivi, da argomenti bassi". E poi dice: "Beh, in realtà, noi non stiamo facendo altro che riprodurre il meccanismo della natura, e l'uomo si comporta in modo vario, si intende di cose alte e di cose basse". Ed è proprio bello così. Vedete che nelle lettere ci sono delle cose grandiose.

E infatti, anche qui cambia tono. Anche qui ci ha raccontato fino adesso cose molto basse, cosa fa in osteria, e adesso invece ci racconta cosa succede dopo, quando è tardi. Immaginiamo Machiavelli uscire dalla sua osteria e andarsene verso casa, eh, in queste campagne toscane meravigliose. È venuta la sera, mi ritorno in casa e entro nel mio scrittoio. Se ne torna nel suo scrittoio. E in sull'uscio mi spoglio quella veste quotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito con decentemente entro nelle antique corti degli antichi uomini.

Cosa fa Machiavelli? Quindi è tutta una grande metafora. In realtà, si spoglia di questa veste quotidiana, di questi vestiti che ha usato in osteria, che sono quindi pieni di fango, pieni di sporcizia, e si mette dei panni invece reali e curiali, degni di una corte. E rivestito in modo adeguato, con il conveniente decoro, entra nelle antiche corti degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente mi pasco, mi nutro di quel cibo che solo è mio e che io naqui per lui. La letteratura, cioè, si dedica alla lettura dei testi antichi, si dedica alla lettura degli autori del passato. E vestito con decentemente, ci dice, quindi in modo adeguato, è consapevole di essere in un altro ambiente rispetto all'osteria, ed è consapevole che questo ambiente è ciò per cui davvero lui è nato.

È un momento in cui lui si nutre della letteratura come se fosse del vero e proprio cibo, altro che quello dell'osteria. E questo cibo è solo mio e io nacqui proprio per lui. È consapevole che quello è il suo habitat, quello è il mondo a cui lui davvero appartiene. E quanto èè bello, ci sembra dire tra le righe, dedicarsi a ciò che veramente ci dà passione. Quanto improvvisamente ci sentiamo nutriti. Quanto è bello sentirsi a proprio agio nel proprio luogo, nel proprio ambiente d'elezione.

E dice: "In questo posto io non mi vergogno parlare con loro e domandargli delle ragioni delle loro azioni". Sembra quasi instaurarsi un dialogo tra lui e gli autori antichi, che sono a corte in questo momento, a raccontargli la loro vita. Quelli per umanità mi rispondono e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia. Questo dialogo con gli antichi, che avviene attraverso la lettura, permette a Machiavelli di liberarsi di qualsiasi dolore, di non sentire più noia. SD imeno ogni affanno, dice, perdo consapevolezza di ogni fatica, di ogni dispiacere. Non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte. La letteratura per Machiavelli è un modo addirittura per superare la morte, per abbandonare non solo gli affanni della vita quotidiana, ma della vita in generale.

Tutto mi trasferisco in loro, dice, mi immergo completamente in tutto questo. Beh, la lettura ha questo potere, no, di farci evadere dalla realtà. Ma in questo caso Machiavelli ci dice proprio: "Io sono fatto per tutto questo". E quando mi dedico a quello che mi dà passione, io dimentico di essere mortale. E poi, così come se niente fosse, ci dà un'informazione in appendice. Ci dice: "Comunque, sai, ho composto un opuscolo de principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto". Cosa ci sta dicendo? Che ha scritto un opuscoletto, un libretto chiamato De Principatibus, dove ragiona su questo soggetto, su questo argomento, cioè quello del del Principe. È proprio il il suo testo più importante, quello che gli permetterà di rimanere nella letteratura. Scritto in realtà molto velocemente, dietto quasi, e presentato ai lettori in modo estremamente facile, semplice. Non è consapevole probabilmente di quello che il Principe diventerà, ma è consapevole del fatto che dal dialogo con gli antichi, ma anche dal dialogo con le persone nell'osteria, ehm, lui ha potuto trarre tutta la materia che gli serve per scrivere. E soprattutto la cosa più bella, per non morire mai, per dimenticare, cioè la noia, la fanno, e trasferirsi tutto in loro.

Se vi è piaciuto questo testo, scrivetemi qua sotto quale vogliamo commentare prossimamente. Ciao.