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Ciao, sono Patrick. Se li è oggi vediamo in quattro punti il quinto canto dell'Inferno. Intanto ti comunico che è uscito il mio libro dedicato all'Inferno di Dante. Per ogni canto troverai la parafrasi, riassunto, il commento, oltre alla spiegazione dei concetti chiave fondamentali. Avrai così un quadro chiaro e completo di tutta l'opera e supererai gli ostacoli linguistici e culturali che rallentano il tuo studio. Il libro è disponibile su Amazon, in libreria. Trovi i link in descrizione e nel primo commento.
La prima cosa da dire riguarda Minosse. All'ingresso del secondo cerchio, Dante e Virgilio incontrano Minosse, il giudice delle anime dannate e forse anche custode del secondo cerchio. Sebbene nulla lasci presupporre un collegamento tra Minosse e il peccato della lussuria, in quanto Minosse era considerato nel mito classico un re saggio e giusto. Minosse è un personaggio della mitologia classica, figlio di Europa e Giove, e leggendario re e legislatore di Creta. Nell'antichità, Minosse era considerato il giudice delle anime nell'Ade e veniva data di lui una rappresentazione maestosa, come ci testimoniano Omero e Virgilio. Più precisamente, Omero nell'undicesimo libro dell'Odissea e Virgilio nel sesto libro dell'Eneide. Dante invece rappresenta Minosse come una bizzarra parodia della giustizia terrena. Dante, infatti, lo descrive come un essere mostruoso e animalesco, dotato di una lunga coda che avvolge attorno a sé per indicare ai dannati il numero del cerchio a cui sono destinati. "Stavi Minos orribilmente e ringhia; esamina le colpe nell'in tratta; giudica e manda secondo caviglia." Minosse viene citato anche nel ventisettesimo canto dell'Inferno, dove Guido da Montefeltro dice che Minosse "ai dosso duro" e che "si è morso la coda per la gran rabbia". Nel ventinovesimo canto dell'Inferno, poi, Gerippino d'Arezzo dice che a Minosse "all'Arno", ossia che Minosse non può sbagliare, in quanto è strumento della giustizia divina. Giustizia divina di cui, però, è bizzarra e stravolta parodia. Dante, dunque, opera una profonda trasformazione della figura di Minosse, rendendola così diversa da come veniva rappresentata nei testi classici, dove appunto Minosse era dotato di una profonda dignità. In Dante, invece, Minosse è semplicemente l'esecutore della volontà divina. Minosse rivolge parole minacciose nei confronti di Dante, ma viene invitato immediatamente da Virgilio con una formula che Virgilio userà in seguito anche nei confronti di altre creature infernali: "Bolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare."
La seconda cosa da dire riguarda i lussuriosi, che vengono puniti nel secondo cerchio, dove sono trascinati incessantemente da un vento infernale. La loro pena risponde dunque alla legge del contrappasso, che in questo caso funziona per analogia. Infatti, i lussuriosi in vita si fecero trasportare dalla bufera dei sensi, ossia dalla forza della passione sensuale, e adesso sono trasportati dalla bufera infernale. Dante li definisce "peccator carnali, che la ragione sottomettono al talento". Dante dice di vedere due schiere di lussuriosi trascinati dalla bufera infernale, e probabilmente una di queste schiere è quella dei lussuriosi morti violentemente, tra i quali, oltre a Paolo e Francesca, si trovano molti personaggi del mito e della letteratura, tra cui Tristano, Achille e Didone.
La terza cosa da dire riguarda Paolo e Francesca, che si trovano nel secondo cerchio dell'Inferno e sono puniti in quanto lussuriosi, e vengono dunque trascinati insieme agli altri lussuriosi dalla bufera infernale. Paolo e Francesca appartengono ai lussuriosi morti violentemente e si distinguono dalle altre anime in quanto vengono trascinati da questa bufera volando affiancati. E questo ha fatto suscitare la curiosità di Dante, che chiede a Virgilio il permesso di poter parlare con loro. Quando le due anime si avvicinano a Dante, a parlare è sempre Francesca, mentre Paolo, a touch, alla fine del discorso scoppia a piangere. In un primo momento, Francesca si presenta e ricorda l'assassinio subito da lei e da Paolo per mano di suo marito. Poi, su richiesta di Dante, racconta la causa della loro dannazione. Tale causa è da ricercare nella lettura del romanzo di Lancillotto e Ginevra, che ha spinto Paolo e Francesca a commettere adulterio. Paolo e Francesca sono due personaggi storici. Francesca, infatti, è la figlia del signore di Ravenna, Guido il Vecchio da Polenta, e dopo il 1275 sposa Gianciotto, figlio dei signori di Rimini. Paolo, invece, è il fratello di Gianciotto e, tra il 1282 e il 1283, è stato capitano del popolo a Firenze. Paolo e Francesca sono protagonisti di un episodio di cronaca nera, infatti Gianciotto aveva ammazzato entrando gli amanti non appena aveva scoperto la relazione adulterina. Tale episodio di cronaca nera era ben noto ai lettori del tempo, tuttavia non è riportato da nessun cronista dell'epoca. Si suppone, dunque, che le due famiglie di Paolo e Francesca, essendo molto potenti, abbiano subito messo a tacere questo fatto, infatti dietro il matrimonio di Francesca e Gianciotto c'erano degli enormi interessi economici e politici, in quanto il loro matrimonio era stato un matrimonio combinato che aveva la funzione di riappacificare e avvicinare le due famiglie, la famiglia del signore di Ravenna e la famiglia del signore di Rimini. Tuttavia, alcuni studiosi suppongono che Gianciotto non abbia ucciso Francesca e Paolo per motivi di gelosia e che il delitto d'onore sia stata tutta una messa in scena. Tali studiosi suppongono, dunque, che Gianciotto abbia ucciso Francesca e Paolo per motivi di interesse personale, in quanto Gianciotto era interessato a stabilire una nuova alleanza con la città di Faenza ed infatti poco tempo dopo la morte di Francesca, Gianciotto è convolato a nuove nozze con la faentina Zan Rasina de' Zan Frasi. Concludiamo ricordando un interessante tradizione risalente al Boccaccio, secondo cui Francesca sarebbe stata ingannata, in quanto le era stato fatto credere che avrebbe sposato il bello ed elegante Paolo e non il rozzo ed eforme Gianciotto. Tale tradizione, però, non ha alcuna valenza storica, anche perché Francesca sapeva benissimo che Paolo era già sposato.
La quarta cosa da dire riguarda la condanna della letteratura amorosa. Nel quinto canto, Dante vuole condannare la letteratura amorosa, vista come fonte potenziale di peccato e come pericolo per il lettore, che potrebbe essere spinto a mettere in pratica i comportamenti dei personaggi letterari. Infatti, quasi tutti i lussuriosi che Virgilio indica a Dante appartengono alla sfera mitologica o letteraria, e Dante li definisce "donne antiche e cavalieri", facendo così un preciso riferimento alla letteratura francese del ciclo arturiano, a cui appartenevano personaggi come Tristano, Lancillotto e Ginevra. Dante non ha bisogno di spiegazioni per capire che nel secondo cerchio sono puniti i lussuriosi, in quanto riconosce immediatamente tutti i personaggi che gli vengono indicati da Virgilio. Poiché Dante era un avido lettore e produttore di letteratura amorosa, il turbamento angoscioso che dunque prova nel sentire questi nomi e nel vedere questi personaggi condannati è un turbamento dovuto al fatto che lui si sente coinvolto nel loro peccato. L'obiettivo di Dante è condannare tutta quella letteratura che ha per oggetto l'amore sensuale e non spiritualizzato. Dante, dunque, vuole rinnegare parte della sua produzione precedente, come le Rime petrose e forse anche la poesia stilnovista. A tal riguardo, è esemplare la vicenda di Paolo e Francesca. Francesca, infatti, è una donna colta ed esperta di letteratura amorosa, cita indirettamente i versi di Dante e Guinizzelli attraverso la triplice anafora "amor, amor, amor" e fa riferimento anche alle leggi del "De amore" di Andrea Cappellano, dimostrando così di conoscere i dettami dell'amor cortese. L'amore tra Paolo e Francesca nasce dall'attrazione fisica che i due amanti provano reciprocamente, ma l'occasione per realizzare in maniera concreta il loro amore sul piano sensuale viene dalla lettura di un libro di letteratura amorosa, ossia il romanzo di Lancillotto e Ginevra. La colpa dei due amanti non è nel fatto di essersi innamorati, ma consiste nel fatto di aver messo in pratica i comportamenti peccaminosi dei personaggi letterari, venendo così condannati alla dannazione. La pietà che Dante prova nei confronti dei due amanti non è generica compassione, non è riabilitazione dell'amore clandestino, bensì è il turbamento angoscioso di uno scrittore che prende coscienza della pericolosità della letteratura amorosa da lui prodotta in passato.
"Mentre che l'uno spirto questo disse, l'altro piangeva sì, che di pietade io venni man così come u morisse, e caddi come corpo morto cade."
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