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SIGMUND FREUD ORIGINI E ATTUALITA'

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Transcription

Freud era un uomo di una curiosità e un'intelligenza straordinarie. Nel fantasmatico mondo personale di una ditta con un ispiratore di una passione, come un modello di scienziato, con un modello di medico, forse anche con un calmieratore di alcuni aspetti grandiosi che possono instaurarsi dentro la personalità dell'analista. Da una parte c'è il paziente che associa liberamente, al quale fa da corrispettivo l'assetto mentale dell'analista che, nel suo fluttuare, è in grado di cogliere la dimensione più profonda, inconscia, di quella comunicazione.

Se noi avessimo dei dogmi riguardo gli incroci, riguardo all'interpretazione, riguardo a qualsiasi cosa, sarebbe una scienza o una modalità di approccio alla sofferenza psichica assolutamente sterile, sempre allo stesso punto. Fate come se foste su un treno e guardaste dal finestrino quello che passa lungo la strada. Ecco il metodo delle libere associazioni: essere in un atteggiamento di apertura a quello che sta passando nella propria mente.

Sigmund Freud ha cambiato per sempre la nostra concezione dell'uomo, il modo di guardare la mente. Le sue teorie hanno comportato la revisione totale del modo in cui gli esseri umani guardavano a se stessi.

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Freud considerava la psicoanalisi la terza umiliazione inferta al narcisismo degli uomini.

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Con Copernico, gli uomini hanno perso il loro posto al centro dell'universo. Con Darwin, sono stati privati della loro posizione di privilegio nella creazione. Infine, Freud mette in crisi irreversibilmente il modello antropologico dell'Ottocento: quello dell'uomo vittoriano, padrone della propria vita interiore, la cui psiche è abitata da intenzioni consapevoli di cui ha pieno controllo.

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Non è necessario, almeno per quell'ora che il paziente passa col suo analista, tenersi su. Si può notare, fluttuare, sognare, lasciarsi andare senza paura che qualcuno ti possa criticare. Mi viene in mente, in questo momento, il sogno di un professore molto serio e molto paludato, e che sogna di avere i piedi nudi. L'ho trovato bellissimo, secondo me, perché una persona sente che può scoprirsi. Ma questo professore poteva scoprirsi poco, notare solo i piedi nudi, ma è già tantissimo.

Il setting, inteso come un ambiente sicuro, sicuro che non ci sarà qualcuno che ti schiaccia un piede. Cento anni fa dubitavamo che l'inconscio esistesse davvero. Oggi ci domandiamo: esistono davvero comportamenti del tutto deliberati e volontari?

Il filosofo francese contemporaneo Paul Ricœur colloca Freud fra i maestri del sospetto, insieme ad altri due giganti che hanno segnato la storia del pensiero: Nietzsche e Marx. Per Marx, le ideologie politiche mascheravano gli interessi economici delle classi. Nietzsche aveva minato le certezze filosofiche, religiose e morali dell'uomo, mettendo in luce come l'idea stessa di libertà fosse un'illusione. "Umano, troppo umano" scrive di sé stesso: "Non credo che qualcuno abbia mai guardato nel mondo con un sospetto altrettanto profondo."

Freud ha dimostrato che la maggior parte dei contenuti della mente rimane immersa, non accessibile alla consapevolezza.

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Questo grosso contenitore della vita mentale, della vita spirituale, della vita emozionale, della storia personale del soggetto, dentro questo contenitore c'è l'origine, la radice, la motivazione di tante condotte dell'individuo che sfuggono sia al suo controllo razionale sia alla sua coscienza di sé. Freud era riuscito, con il suo genio, a comprendere che dietro quei corpi sofferenti era una soggettività carica di significato che andava compresa e le cui dinamiche andavano in qualche modo interpretate.

L'inconscio costituisce un elemento strutturale importante perché, da un lato, può apparire come qualcosa di umiliante, un'umiliazione per l'uomo che si ritiene così padrone della sua vita. È un'umiliazione, ma, d'altra parte, il fatto, come diceva Freud, di non essere padroni a casa propria è meraviglioso, perché permette di essere continuamente dei bambini che vanno alla scoperta del mondo. E di questo gli artisti, gli scienziati sono i principali rappresentanti, oltre che i bambini, perché c'è sempre qualcosa che appartiene alla nostra vita soggettiva che possiamo ancora mettere in moto.

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Freud mette in luce la sistematica tendenza all'autoinganno nei processi di pensiero. Il collegamento diretto è con Cartesio, con il dubbio metodico. Cartesio ha aperto la strada al dubbio, e con il dubbio cartesiano che comincia la filosofia moderna. Siamo nel 1637, "Discorso sul metodo". Il padre del razionalismo moderno ricostruisce il mondo a partire dalle catene deduttive della ragione: le ordinate, le ascisse, il piano, l'intero sistema della geometria analitica, così come la fisica cartesiana. Le leggi sul moto sono le idee chiare e distinte di un genio, sono le intuizioni di un intelletto che concepisce e applica rigorosamente un metodo valido.

Senza il contributo di un assetto dubbioso, non esiste ricerca scientifica, non esiste ricerca filosofica, non esiste comprensione di sé e degli altri. E il dubbio deve orientare il lavoro dell'analista, così come qualsiasi ricercatore, qualsiasi scienziato, bene, qualsiasi intellettuale. Il dubbio, sotto forma di una necessità di sottoporre a verifiche successive un elemento, un fatto dell'analisi, è un, come dire, un'attenzione pragmatica che è necessaria continuamente. Io credo che il dubbio sia un compagno di strada che sta sempre a braccetto con l'analista. Non, non credo che vi possa essere un analista che non dubiti praticamente di tutto. Non avere memoria del paziente di ieri, non avere desideri rispetto al paziente di oggi, ma incontrare ogni volta un nuovo paziente, incontrarlo ogni volta, è un incontro che ci è totalmente sconosciuto, e lavorare sulle trasformazioni che prendono vita quel giorno, a quell'ora, in quella seduta.

Quando sono in seduta, sia io il paziente, non c'è nel foglio né il mio né nessun altro che venga a disturbarmi o la possibilità di disturbarmi. C'è il segnale che c'è qualcosa che non va. Credo che lì si giochi la partita, sempre. No, analista, paziente, setting, sono i tre pilastri di cui non si può fare a meno. Quindi, il dubbio che sia compagno di strada, lì è obbligatorio.

La storia dell'inconscio nell'Ottocento tedesco, soprattutto perché è lì che accadono delle cose molto importanti per arrivare a Freud, deve quantomeno essere raccontata a partire da un libro famoso, famoso ma dimenticatissimo, che si intitola addirittura "Filosofia dell'inconscio". "Filosofia dell'inconscio" è opera di un giovane ventisettenne che si chiamava Eduard von Hartmann, che esce nel 1869. E Freud, se non sbaglio, ha 13 anni. 1869 vuol dire dieci anni dopo "L'origine delle specie" di Darwin. Von Hartmann mette insieme, e questo è interessante, la filosofia della natura di Schelling, lo spirito assoluto di Hegel e la volontà di Schopenhauer, dicendo: "Disegnano nel loro insieme, come un complesso unitario, l'intuizione fondamentale del nostro tempo, tale per cui al di sotto, diciamo così, al di là, come si vuol dire, della coscienza umana, dell'autocoscienza umana, della "Selbstbewusstsein", c'è tutto un mondo, un mondo sin qui ignorato che si comincia a intuire, un mondo che proviene dalla natura." Non bisogna dimenticare che in quegli anni il pubblico tedesco colto, e quindi gli scienziati, i filosofi, gli artisti, leggono Eduard von Hartmann, leggono Darwin. Se non mettiamo insieme queste cose, non capiamo, diciamo così, la premessa per arrivare a Freud. Hartmann non è originale, è originale aver capito che c'è qualche cosa che collega tutte queste persone e che mira a un punto ben preciso: dietro il soggetto umano c'è l'inconscio. Adesso interpretatelo voi.

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Il soggetto per Freud è composito. Esiste una parte dove regnano consapevolezza, razionalità, una mente che ragiona in base a leggi logiche, un mondo dove esistono lo spazio e il tempo. E poi c'è il mondo inconscio, un altro modo di funzionare della mente, in cui queste coordinate, almeno, dove il passato non è passato, dove odio e amore, buono e cattivo, nero e bianco stanno insieme, un mondo in cui è vero A e non A allo stesso tempo. Tutte quante le discipline, in particolare le neuroscienze, ci danno testimonianza e prova che la maggior parte della nostra vita psichica è non conscia. E questo lo dobbiamo senz'altro a Freud.

Il rincorso, il rimorso, è una piccola parte di quello che oggi noi consideriamo vita inconscia dell'individuo. Una trasformazione, l'allargamento del concetto dell'inconscio, e il tentativo degli analisti di raggiungere porzioni dell'inconscio oltre l'inconscio rimosso, è forse una delle evoluzioni significative del lavoro psicoanalitico in questi ultimi 100 anni. L'inconscio rimosso è costituito da pensieri che sono arrivati alla coscienza e poi ne sono stati banditi perché ritenuti inaccettabili. Già Freud, in un suo scritto del 1915, aveva affermato che l'inconscio ha un'estensione più ampia e non si esaurisce nel rimosso.

Soprattutto oggi ci interroghiamo sullo statuto di quelle produzioni psichiche che, ad esempio, definiamo come pensieri non formulati, l'inconscio non formulato, le aree dell'inconscio non rappresentata, forme di esperienza psichica che il più delle volte non hanno potuto avere accesso alla coscienza, non sono state mai rappresentate, non hanno potuto mai essere oggetto di simbolizzazione per una serie di motivi: perché accadute in epoche molto precoci, quando ancora gli strumenti per poter trasformare quei contenuti non erano presenti, oppure perché sono dei derivati di natura traumatica e quindi seguono un tipo di percorso molto diverso dal percorso che segue un elemento dell'inconscio connesso alla rimozione.

Come ci abbiamo un'evoluzione dalle valvole al diodo, al triodo e così via, anche nella modalità di intendere l'inconscio. Per fortuna, abbiamo delle modellizzazioni diverse, e spero che siano anche modellizzazioni transitorie a loro volta, e che potranno ulteriormente essere cambiate nei prossimi dieci, vent'anni, eccetera. E questo è il cambiamento, è l'unica certezza di fertilità della psicoanalisi. E oggi, come oggi, pensiamo che nella vita dell'inconscio ci siano anche molte esperienze mai vissute. E questo è il bello della psicoanalisi, perché non è soltanto una cura che permette di superare delle difficoltà e delle paure che sono state rimosse e quindi in qualche modo già conosciute, ma costituisce una tecnica e una terapia che permette di sviluppare degli aspetti che non sono mai venuti alla luce e che invece, nell'incontro con un altro, con un analista, possono essere liberati e sviluppati.

La negazione del libero arbitrio. Queste sono le tesi, diciamo, in contraddizione con la morale vittoriana, fondono con la morale molto, come dire, tradizionalista, molto rigida, no, di controllo delle passioni e delle emozioni, e quindi di colpevolezza dell'individuo che si faccia travolgere dalle passioni, dalle emozioni. E per Schopenhauer, già certamente, ma anche per Nietzsche, Spinoza, questo presupporrebbe una società, un soggetto libero che non esiste. Cioè, il famoso esempio di Spinoza dice: "Ma la libertà è una supposizione a posteriori." Così faceva, ad esempio, celebre, il sasso: dice, se un sasso lanciato nell'aria, mentre vola nell'aria, acquistasse coscienza, potrebbe immaginare di star volando perché l'ha scelto lui. In realtà, quello che noi chiamiamo libertà è la coscienza del nostro movimento, dell'essere in movimento. Acquistiamo consapevolezza, certamente, ma questa consapevolezza non vuol dire disporre di un libero volere, perché il libero volere, o il volere, diciamo meglio, ha radici che sono molto prima, molto più profonde, molto più misteriose, che non la presa di coscienza che io sono volontà di far questo, volontà di far quello. Quindi, questo è il primo, la prima tesi, è questa che Nietzsche condivide con Spinoza. E credo anche in Freud ci sia una forte consonanza.

A partire dal Medioevo, la sofferenza psichica si lega al tema dell'antitesi tra il bene e il male. La causa della follia era individuata nella possessione demoniaca. Le persone venivano isolate, incatenate, a volte curate con bagni freddi, purghe, salassi, tesi ad espellere il male dal corpo. L'uomo medievale, colpito da guerre, carestie, pestilenze, si confronta con l'inesorabilità della morte. Il tema della follia che anticipa e si intreccia con quello della morte, ossessione all'immaginazione dei pittori, ricorre nelle opere teatrali e letterarie.

Tra il Cinquecento e il Seicento, con la nascita della scienza moderna, domina la concezione di un universo regolato dalla razionalità, il cui funzionamento è riconducibile a leggi meccaniche. Forse l'orologio è l'oggetto che meglio rappresenta questo periodo. Grazie alle scoperte di Galileo sull'isocronismo del pendolo, vengono progettati orologi che contano i minuti e, di lì a poco, anche quelli che scandiscono il tempo in secondi. Una rivoluzione percettiva senza precedenti. Gli orologi da pendolo e da tavolo imperversano nelle abitazioni della borghesia.

Anche la concezione della mente è improntata a questo modello. John Locke, il padre dell'empirismo, riteneva che attraverso l'introspezione sarebbe stato possibile indagare l'organizzazione della vita psichica delle persone, proprio come era possibile scrutare un orologio al suo interno, esaminandone gli ingranaggi. Non ci sarebbero stati più recessi impenetrabili e zone d'ombra della mente.

Ma come vengono trattate le persone che presentano disturbi psichici rispetto a un progresso scientifico che sembra inarrestabile e che promette il dominio sul mondo? La malattia mentale rappresenta una dissonanza difficilmente integrabile. Chi ne soffre viene allontanato, espulso dal corpo sociale. Alla fine del Settecento, in Europa vengono istituiti i primi manicomi.

Ci sono persone che manifestano una patologia così grave da chiudersi in se stessi, isolarsi, stare in casa e non parlare più con nessuno. Patologia che è molto frequente nel breakdown giovanile. A un certo punto avviene un rifiuto e una chiusura rispetto al mondo esterno, cioè la convinzione che si possano evitare delle sofferenze mentali o della vita, troppo, a tutte attraverso una rinchiudersi e non volerla incontrare. La vita, mentalmente, vengono in qualche modo assunti dalla persona che ha questo tipo di difesa come un rimedio a una sofferenza che, al contrario, ne provoca anche una più grave e più anche catastrofica, quando l'evitamento diventa psicotico, l'isolamento radicale.

Dal "Journal de Metz", in agosto 1785: "Occorre iniziare con grandi salassi, cominciando con quelli dei piedi, che saranno ripetuti due o tre volte. In seguito si passerà a quelli dell'arteria temporale e giugulare, facendoli sempre più grandi e copiosi. Nell'intervallo tra ogni salasso si somministreranno, se possibile, due purganti: uno lassativo e l'altro emolliente. Al primo insorgere della malattia si rasera la testa o si taglieranno i capelli. Vi si applicherà poi un bendaggio chiamato cappello d'Ippocrate e si avrà cura di tenerlo sempre bagnato, o mettendolo con spugne imbevute in una mistura di acqua e aceto freddo."

La concezione prevalente nella cura dei pazienti psichiatrici era una concezione riduzionista, una concezione di stampo biologico, di matrice biologica, per cui la comprensione della soggettività, delle dinamiche che erano alla base della sofferenza, era totalmente ignorata.

I principi laici dell'Illuminismo e le trasformazioni sociali e culturali innescate dalla Rivoluzione Francese pongono le premesse per un radicale cambiamento. Ha inizio il movimento che porrà le basi per la nascita della psichiatria, il cui principale protagonista sarà Philippe Pinel. Alla fine del Settecento, Pinel è il direttore dell'ospedale francese della Salpêtrière, lo stesso ospedale dove Freud incontrerà Charcot quasi un secolo dopo. Grazie al movimento riformista, la follia non viene più considerata un'aberrazione della natura. Cambia l'approccio alla malattia mentale: vengono assicurate migliori condizioni igieniche e sanitarie, e si comincia a guardare ai malati come persone sofferenti, bisognosi di cure, con le quali è importante stabilire una comunicazione.

Nel corso dell'Ottocento si consolidano due approcci opposti alle malattie mentali: da un lato gli psichici, i quali pensano alla follia come una malattia morale dell'anima, un eccesso di passione incontrollata che può essere risanata attraverso la rieducazione; dall'altro i somatici, che concentrano le loro ricerche sulle disfunzioni del sistema nervoso. Una dicotomia che non sarà mai completamente sanata.

L'Ottocento, nell'arco di pochi decenni, metterà in crisi i valori dell'Illuminismo e spazzerà via le certezze fondate sul dominio della ragione. L'irrompere delle emozioni nella pittura, nella letteratura, nella filosofia. È il secolo segnato da Schopenhauer e Nietzsche.

È molto interessante il fatto che tutto il capolavoro "Il mondo come volontà e come rappresentazione" è in sostanza una specie di cammino attraverso i livelli dell'incorporazione della volontà. Schopenhauer vede nella natura l'esprimersi di una volontà disperata che vuole vivere a tutti i costi e che, in questa lotta per la sopravvivenza, ecco il tema darwiniano, in questa lotta per la sopravvivenza affronta un dolore infinito, affronta inevitabilmente la sofferenza per questa volontà che vuole se stessa e che non si, come dire, non si accontenta mai e non si esaurisce mai.

Dice: "Mi staccherò da Schopenhauer e rivolgerò a Schopenhauer una critica fondamentale, che è anche una critica che lui in qualche modo rivolge al darwinismo: la negazione che la situazione sia spiegabile nei termini di volontà di vita." E l'intuizione, secondo me, genialissima, straordinaria, che non è vero che i viventi amano soprattutto sopravvivere, che non è la lotta per la sopravvivenza quella che, certo, c'è anche questa, non è che sia innegabile questo aspetto, ma al di là di questo c'è la volontà di potenza, cioè la volontà di una realizzazione che accetta la morte pur di inglobare più vite che può. Se uno pensa, e sono esempi che fa anche Freud, se uno pensa a come si riproducono le anguille, che diceva: "Perché devono fare tutto questo tragitto infinito per tornare nel luogo della loro fecondazione? È assolutamente assurdo." Cioè, non c'è nessuna vera selezione sul piano dell'utilitarismo.

Non vi è dubbio che alcune riflessioni antropologiche di Schopenhauer e di Nietzsche anticipino le idee freudiane sulla relatività della coscienza e sulle forze dell'inconscio. Non ci deve sfuggire, però, la fondamentale differenza che li distingue dal fondatore della psicoanalisi. Freud è un neurologo, un ricercatore, un medico. Non abbandonerà mai questa vocazione. Le sue radici sono nella medicina, nella fisiologia, nella ricerca scientifica, nel darwinismo. Scrive il suo biografo, Peter Gay: "Lo zoologo Freud che studia le gonadi delle anguille, il fisiologo Freud che studia le cellule nervose del gambero, e lo psicologo Freud che studia le emozioni dell'uomo sono impegnati nella medesima impresa." Freud partecipa al vasto sforzo collettivo inteso a evidenziare le tracce dell'evoluzione.

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Freud non si è occupato solo di indagare la vita psichica dell'uomo. Si è interrogato anche sui problemi della vita collettiva, sulle grandi difficoltà dell'uomo di conciliare civiltà ed esigenze pulsionali. Il discorso freudiano investe la natura dell'essere umano come tale, non solo come individuo malato. Gli scritti della tarda maturità e della vecchiaia affrontano problemi di ordine antropologico, morale, sociologico. Opere come "Totem e tabù", "La metapsicologia", "Il disagio della civiltà" appartengono integralmente alla storia del pensiero filosofico.

Diciamo che una svolta molto importante del pensiero di Freud, intorno agli anni '20, è stata relativa alla sua concezione dell'istinto di morte come una delle componenti dinamiche della vita mentale dell'individuo. Freud era stato indotto, anche lui, dalla sua esperienza esistenziale, dall'osservazione storica e dall'esperienza professionale, a ipotizzare questa concezione di un istinto distruttivo che nell'uomo confliggeva con la vitalità, con il tempo, diciamo, di sopravvivenza. Da questa ennesima scoperta freudiana sono partiti dei filoni successivi di elaborazione, e tutti quanti gli autori si sono misurati con questa nuova costituzione istintuale formulata da Freud, con delle conclusioni un po' diverse. In alcuni modelli dell'analisi, con i modelli della mente, c'è un'enfasi importante su questo aspetto distruttivo, sull'aggressività. In altri modelli, invece, dall'aggressività o dagli effetti distruttivi vengono visti come insuccessi della formazione dell'individuo, non tanto come correlati istintuali ineliminabili, ma soprattutto come comportamenti secondari, incidenti dell'accudimento dell'individuo nel corso della propria crescita, quindi come fallimenti ambientali, come ferite profonde narcisistiche che danno luogo a questa prevalenza.

Freud, in un celebre lavoro del 1929, "Il disagio della civiltà", scrive: "L'uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d'amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata. È vero, invece, che occorre attribuire alla sua dotazione pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo."

Mediamente mi sveglio la mattina pensando che noi siamo uno sbaglio dell'evoluzione, perché in fondo, sino a un certo livello, l'istinto ci guidava, far del decoder assolutamente di buon senso. Ecco l'irrompere delle motivo, invece, è una specie di catastrofe, credo, dell'evoluzione, perché c'è un motivo così intenso che noi non abbiamo assolutamente gli strumenti per poterlo gestire. Io credo che sia quelle supero di aspetti protomotivi e protonatali che noi abbiamo, che non sempre trasformabile in immagini, in creatività, in fantasie, in pensieri, e talvolta questo, tutto quello che noi non riusciamo a trasformare in un modo creativo, in qualche modo irrompe. Dobbiamo farne qualcosa. La cosa che noi sappiamo fare come specie è evacuarlo, e l'evacuazione in genere porta a malati psicosomatici. E se evacuiamo nel soma, a comportamenti senza spessore di pensiero, ci evacuazione nel corpo sociale, cioè criminalità, oppure evacuazioni, no, dal mentale in fuori, allucinazioni e così via.

Se si ripensa ai grandi sacrifici che la civiltà impone alla sessualità e all'aggressività dell'uomo, allora intendiamo meglio perché l'uomo stenti a trovare in essa la sua felicità. Di fatto, l'uomo primordiale stava meglio, perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso, la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L'uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità con un po' di sicurezza.

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Penso che nell'evoluzione dei primati, il passaggio uomo-parente uomo, è un passaggio molto delicato, un prodotto dell'evoluzione potenzialmente difettoso, perché l'uomo conserva nella sua struttura cerebrale profonda tutto il retaggio animale, tutto il retaggio istintuale, e anche la vitalità e spirituale dell'animale primate da cui proviene. E quindi ha degli schemi di comportamento, dei protocolli di comportamento di carattere istintuale, territoriale, ha una struttura che lo aiuta ad attaccare il nemico e a fuggire dal pericolo. Però lo sviluppo cerebrale dell'uomo, conseguente all'assetto, diciamo, dell'uomo, ha comportato pretese ulteriori dell'uomo, pretese emozionali, pretese intellettuali, pretese comportamentali, una pretesa di civiltà.

L'uomo ha pensato di poter costituire una civiltà che si sottraesse alla legge istintuale e che diventasse capace di una progettazione più sofisticata, una progettazione orientata dalle nuove acquisizioni dell'encefalo. Questa civiltà dell'uomo, però, non riesce ad avere ragione degli aspetti spirituali, per cui siamo un animale complicato, siamo un animale che non riesce a esprimere la civiltà che pure è in grado di concepire teoricamente. Dice, vede la cosa così: la specie umana è certamente una specie, su un piano del mondo della natura, inizialmente molto svantaggiato. Un individuo che è uscito dalle foreste pluviali, che è preda di tutti i grandi predatori, che non ha nessuno strumento di difesa se non l'associazione, non il mettersi insieme e sviluppare un ingegno interpretativo superiore a quello degli animali che lo circondano.

Ma allora, l'inizio della ragione umana non è l'istinto? L'inizio, l'istinto, certo, ce l'ha come tutti gli animali, ma l'inizio della ragione, che differenza l'essere umano da tutti gli altri, è il giudizio, è la capacità di dare un giudizio per salvarsi. È la magia e la superstizione. Solo le prime, prime grandi forme dello spirito, le forme magiche. Se noi, diciamo, seppelliremo i morti, i morti ci proteggeranno. Se noi daremo una parte del cibo che abbiamo catturato alle forze superne, agli dei, questi ci faranno arrivare di nuovo altre prede. Se noi le dipingeremo nelle caverne, nell'utero della terra, le troveremo anche lì. Ecco tutta questa follia, questa grandiosa follia.

Questa è la ragione. La ragione che diventa nell'uomo, quindi, istinto, l'istinto sociale, l'istinto gregario, l'istinto della volontà di potenza, l'istinto della storia. Se i nostri dei sono più potenti dei tuoi, noi conquisteremo la tua città e imporremo i nostri dei spirituali. La ragione umana ha creato un istinto perverso col quale stiamo distruggendo la vita. La ragione umana deve purificarsi, e quindi c'è qualche cosa di Schopenhaueriano. Non deve purificarsi nell'accettazione, diciamo così, virile, nell'accettazione dionisiaca, l'accettazione del "così è stato, così volle che fosse". Non le famose "amor fati", volontà all'indietro, capacità di volere addirittura di fare mio quel che è già accaduto, e quindi di fare mio l'inconscio.

Non so in che misura, perché non è compito mio dire questo, ma forse tutta la cura psicoanalitica è anche questo: accettare il proprio inconscio, accettare la propria storia. Riflessiva: "Bene, sono questo, sono anche io. Io lo vado a mettere lì, lo faccio alla fine, ma alla fine posso recuperarlo." In questo, l'intero cammino che Nietzsche vede sotto il profilo dell'umanità, e che Freud nel suo profilo del simbolo, dell'esperienza, simbolo della vita, singolo, così.

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Nel 1885, Freud ha 29 anni e si trova a Parigi, all'ospedale della Salpêtrière, dove segue le lezioni del famoso neurologo Jean-Martin Charcot, il maggior esperto d'isteria. Le lezioni di Charcot erano un vero e proprio spettacolo. Freud viene fortemente segnato da quell'incontro, matura il suo crescente interesse per le malattie nervose. Ha un'intuizione fondamentale: che i tremori, le paralisi, gli spasmi hanno un senso, che la sintomatologia delle pazienti che incontra negli ospedali deriva da conflitti legati alla sessualità. Vico, e queste giovani donne non avevano consapevolezza. Freud capisce che il corpo è il teatro dell'intrapsichico.

La questione del corpo è molto intrigante, perché è una questione, come dire, che va alla radice del pensiero psicoanalitico freudiano, no, in cui il corpo è matrice essenziale di ogni produzione psichica, di ogni produzione di pensiero. Un momento decisivo fu l'incontro con un suo collaboratore, collega, che era Breuer, e che aveva in cura una paziente isterica, Berta Pappenheim, la quale soffriva di paralisi a un braccio e di altri disturbi che erano indecifrabili da un punto di vista medico. E Freud pensò che questa sintomatologia avesse in qualche modo le sue radici in una sofferenza psichica, e riuscì a incominciare interessarsi del fatto che la psiche, insomma, sono tutt'uno nel soggetto, e che quella scissione cartesiana non era una scissione, come dire, accettabile, e al contrario, bisognava capire il rapporto complesso che all'interno della persona avviene tra quelle che sono le sue produzioni psichiche e i suoi funzionamenti somatici.

In un primo tempo utilizzò l'ipnosi, che è un fondo, un metodo attraverso il quale la parte più controllante della psiche viene cortocircuitata per raggiungere questi aspetti che sono chiusi e bloccati da barriere, difese, paure, angosce. Poi, in un secondo tempo, si rese conto che non era necessaria l'ipnosi e che poteva bastare il metodo di fare di stendere una persona sul lettino e invitarla a parlare di quello che in quel momento passava per la sua mente.

All'inizio della sua produzione teorica, Freud aveva dato molto rilievo al trauma reale. Riteneva che le pazienti isteriche di cui lui si era preso cura soffrissero in ragione di un'esperienza seduttiva reale operata dal genitore o nei confronti di queste giovani donne. Con il passare del tempo, Freud tornò a ripensare alla sua ipotesi teorica, cambiò prospettiva, cambiò punto di vista, e ritenne che il fondamento della loro patologia stia nel loro mondo interno, nella potenza delle loro pulsioni. Il tema del contributo della realtà nel determinarsi della patologia, quindi delle esperienze traumatiche reali, sarà un tema ripreso, no, in vari scritti fino alla fine.

Così Elisabeth Roudinesco, nella sua recente biografia, descrive Freud nel periodo in cui fondava la psicoanalisi, abbandonava l'ambito della descrizione dei comportamenti per quello dell'interpretazione dei discorsi, ritenendo che le famose scene sessuali descritte dai pazienti potessero derivare da un fantasma, vale a dire da una soggettività o da una rappresentazione immaginaria. E aggiungeva che anche quando una seduzione aveva realmente avuto luogo, essa non era necessariamente la fonte di una nevrosi. Accettava pertanto, al contempo, l'esistenza del fantasma e quella del trauma, e sottolineava che, grazie al metodo psicoanalitico, l'esplorazione dell'inconscio e cura attraverso la parola, il terapeuta doveva essere ormai capace di discernere molteplici ordini di realtà, spesso intrecciati: l'abuso sessuale reale, la seduzione psichica, il fantasma, il transfert.

Uno dei meriti di Freud è stato quello di superare la distinzione tra pazzi e sani. E il più grande contributo che ha dato, credo, alla cura della sofferenza mentale, è stato quello di considerarla qualcosa che è in continuità con il funzionamento di quelli che vengono ritenuti le persone normali.

Al centro della teoria freudiana vi è una persona lacerata, in lotta con se stessa. Freud vede l'essenza della psicopatologia nella percezione di aspetti di sé come corpi estranei, alieni, non integrati. Il trattamento psicoanalitico è per Freud volto ad ampliare la consapevolezza del soggetto, permettendogli di raggiungere una maggiore convergenza tra credenze e pensieri, desideri e sentimenti. Mi sembra che un'analisi, soprattutto, serva a sviluppare gli strumenti con cui pensiamo, a sviluppare gli strumenti con cui sogniamo, a sviluppare gli strumenti con cui sentiamo. Mi interessa che uno, in qualche modo, possa imparare a guidare la macchina, più che a vedere con la macchina dove va. Una volta che uno sa guidare la macchina, può scegliere se andare a sud, da est, o hobbes.

Il processo inconscio può dispiegarsi soltanto a due condizioni: a condizione che ci sia una situazione di libertà piena, e in cui il soggetto abbia la convinzione, la certezza, che non c'è qualcuno che ti giudica, che ti valuta, che ti indirizza e ti consiglia. Questo è uno dei pilastri del metodo analitico, ed è, direi, il più importante. Nella stanza di analisi c'è un lettino che dovrebbe garantire questa condizione di maggiore possibilità di lasciarsi andare, senza nemmeno la preoccupazione di tenersi in piedi.

Freud mette al centro della sua teoria dell'apparato psichico il conflitto tra desideri sentiti come pericolosi e destabilizzanti e il sistema di valori interiorizzato. L'Io svolge il difficile lavoro di mantenere e preservare l'equilibrio del soggetto, cercando una mediazione tra l'istintualità dell'Es, i divieti del Super-Io e le richieste provenienti dalla realtà esterna. E anche da questa radice che prendono avvio le teorie psicoanalitiche contemporanee e la concezione di una mente la cui funzione principale è quella di formare e preservare i legami con gli altri.

Non vi è psicoanalisi se non vi è relazione. Le menti, sia che questa relazione tra le menti la intendiamo in modo duale, cioè A e B, analista e paziente, paziente-analista, sia che la intendiamo nel modo più complesso, che posto analista e paziente quando si incontrano immediatamente si forma un campo in cui non vi è più soggetto A, il soggetto B, ma diciamo le gruppo-alità interne dell'uno si sposano all'upp-alità interna dell'altro, e lì immediatamente abbiamo un campo emotivo del quale i vari personaggi sono i punti di emergenza di questi aspetti emotivi primitivi, magmatici, che via via prendono il nome, man mano che si vanno sviluppando.

Diventiamo noi stessi solo attraverso la relazione con gli altri. Questo riguarda non soltanto il bisogno di cure, come quando si è bambini piccoli, per cui per nutrirsi, per l'igiene personale, abbiamo bisogno di un altro, e anche per comunque superare il senso di ermità e di solitudine del mondo, ma anche per godere, per provare piacere. La mente di un bambino è sempre all'interno di una matrice relazionale. Esiste un bambino che può vedere nella misura in cui c'è un ambiente di accudimento che ne sostiene la crescita. Come dire, l'esperienza psichica fondamentale si gioca in quella intersezione fondamentale in cui il bambino può pensare di creare qualcosa perché c'è un ambiente lì pronto a fornirle la.

Evitare di pensare che un orientamento più centrato sulla relazione non neghi l'esistenza dell'intrapsichico, perché c'è qualcuno che confonde questo, ma è un intrapsichico che si genera all'interno di una matrice relazionale. Uno dei concetti forse più utili attualmente gente, dove sia il concetto di contenitore-contenuto, che nasce come un concetto spaziale. Una delle funzioni importanti è l'analisi a ingrandire un contenitore, in modo che quel contenitore che prima poteva contenere un pulcino, poi possa contenere una volpe, poi possa contenere un elefante, nel senso di dimensioni emotive, pulcino, dimensioni emotive, elefante, grandezza, larghezza di emozioni contenibili.

Adesso io ho l'impressione, invece, che la realtà del contenitore sia la narrazione, cioè che la capacità di sviluppare la capacità di narrare che funziona come un contenitore. Mi spiego: se io c'ho Jack lo Squartatore libero in città, allora è pericoloso. Se io leggo a Jack lo Squartatore anche Django Sconatenato, che è un tipo a sua volta non del tutto raccomandabile, in fondo legati insieme sono meno pericolosi che Jack lo Squartatore da solo. Ma se io a Jack lo Squartatore e a Django Sconatenato poi ci leggo una papera, una narrazione con aspetti diversi, man mano che la capacità narrativa si sviluppa, la capacità narrativa stessa diventa un legante che permette emozioni molto arcaiche di poter essere contenute dai legami e dai legami narrativi, perché un modo diverso di intendere il contenitore, non più in termini spaziali, ma proprio come un contenitore narrativo.

Gli analisti hanno oggi più attenzione per il qui ed ora, cioè per ciò che possono capire del funzionamento aumentato di una persona nella sua relazione con l'analista. Hanno meno bisogno di farsi raccontare la storia. Possono inserire la storia del soggetto dagli elementi che osservano dentro la relazione. Questo, però, non toglie che una porzione del lavoro dell'analista sia una porzione squisitamente ermeneutica. Sapere che cosa è fatto, poter dire di che cosa è fatto il mondo interiore di una persona, comporta un'interpretazione di elementi, nati, di porzioni, di pezzi, di segmenti. Capire, attraverso un elemento del discorso, dove va a parare, qual è l'intenzione, che cosa davvero una persona sta cercando di dire di sé, qual è il significato vero, profondo, di una comunicazione. Ora, questa ricerca dell'intenso, autori, è squisitamente ermeneutico.

Immaginate un paziente che parlasse di un problema di eiaculazione precoce. Ecco, certo, non è il problema di andare lì col timer a vedere. Credo che l'analista ascoltarlo come: "C'è un problema di incontinenza delle emozioni. Il mio cavallo mi scappa da sotto, accordo, per suo conto. Io non riesco sufficientemente a tenerla." Quindi, io mi occuperei dell'aspetto di incontinenza emotiva in una patologia, diciamo, del rapporto tra contenitore e contenuto, e lavorando su quello, ho pochi dubbi che, con ogni probabilità, si aggiusterà anche il problema di accumulazione precoce con la gentile signora o gentile signore. Poco importa. Ma quando si aggiusta da solo, col linguaggio relativo alla sessualità, il paziente mi sta parlando di un'altra cosa, che è il funzionamento mentale e la modalità con cui lui o lei è capace o meno di contenere, arginare, metabolizzare, trasformare.

La formazione, la vita interiore profonda di un individuo, forse è costruita come un linguaggio. Sotto forma di linguaggio è necessario poterla dire. La vita mentale, perché acquisti una configurazione conoscibile. Ciò che non è in grado di avere una trasformazione linguistica, anche minima, fa parte dell'inconoscibile, dell'ineffabile, che presenta sicuramente dentro la mente dell'individuo, ma che è più difficile da acquisire come conoscenza di sé.

Con ogni paziente, noi dobbiamo in qualche modo utilizzare la capacità di raccontare la sua storia, e non preoccuparci troppo se la storia che ricostruiamo in analisi è autenticamente la storia di quel soggetto, oppure una nuova storia che non corrisponderà alla storia effettiva di quel paziente, ma è qualcosa che non è del tutto arbitrario, ma riguarda i mattoni con i quali ha vissuto le sue esperienze. Facciamo un altro esempio: il Lego. Un gioco meraviglioso, si sa. Ecco, quindi, nell'analisi, facciamo qualcosa attraverso comunque i mattoni dell'esperienza psichica del paziente. Non prescindiamo completamente, anzi, ci fa molto piacere riuscire a fare una narrazione che abbia i colori, gli odori, i suoni che appartengono alla vita di quel paziente.

[Musica] [Applauso] Dunque. [Musica] È morto.