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La filosofia di Pirandello – Vita, forma e maschere

Antonio Puleri10:18

Transcription

Le numerose opere e le tematiche contenute in essa di Pirandello sono diventate talmente famose nella letteratura da aver costituito una vera e propria filosofia che prende nome di pirandellismo. Ovviamente, Pirandello non aveva l'idea di dar vita a un vero e proprio sistema filosofico.

A questi aspetti sono diventati così importanti della letteratura del Novecento da creare un vero e proprio sistema filosofico che prende il nome di pirandellismo. Il punto di partenza è costituito dalla concezione di vita che a Pirandello una concezione diversa dalla nostra, perché la vita, secondo Pirandello, la vera vita rappresenta il caos e il disordine. Per fare un paragone, potremmo considerare la vita come un fiume che scorre in piena, quindi un fiume che è inarrestabile. Oppure, per utilizzare le stesse parole di Pirandello, potremmo paragonare la vita caotica e disordinata al magma che fuoriesce da un vulcano, ma ma incandescente, al magma che continua a scorrere, che continua a fluire, che è inarrestabile, travolgente.

La concezione della vita, della vera vita, secondo Pirandello, è quella infatti di una realtà in divenire, cioè di una realtà che continuamente muta, una realtà che non è mai la stessa, che non è mai uguale a quella dell'attimo prima. C'è un momento, però, in cui la vita diventa forma, ed è quel momento in cui quel magma che scorreva incandescente, inarrestabile, fuori dal vulcano, inizia a solidificarsi, inizia a diventare dura pietra, e quindi vediamo che la vita diventa immobile, la vita si cristallizza, si solidifica. Non è più fluida, libera, scorrevole e caotica come prima, ma diventa immobile, come se quell'impulso vitale improvvisamente venisse rinchiuso all'interno di una prigione.

Ma quando avviene questo passaggio dalla vita alla forma, cioè quando la vita così caotica, fluida e scorrevole si cristallizza, diventa immobile e crea una vera e propria prigione? Nel momento in cui l'individuo si accorge di indossare delle maschere. Esemplificativo è il titolo di una delle opere principali di Pirandello, ovvero "Uno, nessuno e centomila", perché il numero uno rappresenta qui la maschera che l'individuo crede di indossare. La maschera non è altro che un'etichetta, il ruolo, la parte che ciascuno di noi svolge all'interno della società in cui vive. L'individuo, però, si rende conto che la maschera che indossa non è una soltanto. A queste maschere sono centomila, perché altrettante sono le etichette che ci vengono attribuite dagli altri. E quindi, un uomo può svolgere la funzione di marito, la funzione di padre, la funzione di insegnante, di avvocato, il ruolo di collega, il ruolo di amante, il ruolo di amico. Quindi, sono tante le etichette, sono tante le maschere che gli altri attribuiscono con un singolo individuo. E a queste centomila maschere va aggiunta anche quella maschera che l'individuo pensava di possedere, che pensava fosse una soltanto.

La presenza di così tante maschere e quindi di così tante etichette, di così tanti ruoli che un individuo svolge, portò il personaggio pirandelliano a una crisi d'identità, perché in quel momento, indossando tantissime maschere, non so più qual è la sua vera natura, qual è la sua vera identità. E come se quell'identità che li prima credeva essere un'unica e coerente, si frantumasse in mille pezzi, si frantumasse in mille maschere. E quindi, ciò che ne consegue è una spersonalizzazione, una crisi d'identità. E l'effetto immediato di questa crisi conoscitiva, di questa crisi esistenziale, non è altro che l'alienazione e l'inettitudine.

Il personaggio pirandelliano, infatti, capisce di essere tutto e niente. E quel "nessuno" del titolo "Uno, nessuno e centomila" proprio riferimento all'identità dell'individuo che viene frantumata in mille pezzi e che, alla fine, è inesistente, perché la vera vita, quella fluida e inarrestabile, secondo Pirandello, non può essere imprigionata in una forma, non può essere imprigionata dietro una maschera. L'uomo si rende conto, quindi, che cambia costantemente, cambia continuamente il suo corpo, che è muto al giorno buongiorno, cambia anche la personalità, che muta in base alle circostanze, in base alle esperienze. E quindi, il personaggio di Pirandello diventa un inetto, un incapace, un uomo goffo e sprovveduto che non riesce a trovare un posto nella società in cui vive.

L'uomo pirandelliano si sente, quindi, intrappolato. La trappola è un altro aspetto importante della filosofia di Pirandello. La trappola può essere rappresentata da vari aspetti, principalmente da tre, ovvero la famiglia, il lavoro e la società. L'ambiente domestico, infatti, costituisce una delle trappole più insidiose in cui l'individuo si ritrova. La dimensione domestica, gli affetti familiari, infatti, non sono mai genuini, sinceri. In famiglia, il protagonista sembra essere circondato da altri inetti che non sono in grado di provvedere a se stessi per vari motivi e che gravano tutti quanti sulle spalle del protagonista. Ma anche la dimensione lavorativa costituisce una trappola, perché solitamente il personaggio pirandelliano è un impiegato frustrato e malpagato che viene deriso dal capo ufficio, dagli altri colleghi. E quindi, in generale, l'intera società, tutte le relazioni sociali intrattenute con gli altri, rappresentano una trappola, rappresentano una prigione dalla quale il protagonista non riesce a scappar via.

C'è un momento, però, in cui il personaggio di Pirandello si rende conto di essere in trappola, si rende conto che la vita che sta vivendo non è la vera vita, ma è una forma cristallizzata. E questo momento prende il nome di epifania, ovvero di rivelazione. Può trattarsi di un piccolo gesto, può trattarsi di un suono, può trattarsi di una visione improvvisa. L'epifania non è altro che uno shock conoscitivo, ovvero l'istante in cui il protagonista perde i paraocchi, in cui le sue orecchie si sturano e riesce a vedere, a sentire la realtà.

In seguito a questo momento, in seguito all'epifania, ecco che quello che prima era un inetto, un uomo grottesco, come è stato descritto, la pietra, nello diventa un eroe. Un eroe non tanto perché compie delle azioni sorprendenti e straordinarie, quanto perché trova il coraggio di opporsi alla trappola, di opporsi alla forma in cui lui è imprigionato, perché ha capito che la vera vita non è quella che vi sto vivendo, ma che c'è ben altro oltre quei paraocchi che li finora aveva indossato. E quindi, quello che prima era un inetto e che adesso è diventato una sorta di eroe, decide di fuggire dalla trappola in cui si trova.

La fuga può avvenire attraverso vari modi. Può venire attraverso l'immaginazione, cioè rifugiandosi in una dimensione onirica, fantastica, immaginaria, che è ben diverso dalla realtà in cui l'individuo si trova. Oppure attraverso la follia, ovvero il personaggio di Pirandello può nascondersi dietro l'etichetta, dietro la maschera di folle, di pazzo, di uomo che ha perso la ragione, per continuare, in realtà, a vivere diversamente.

Un altro aspetto importante della filosofia di Pirandello è la crisi conoscitiva, crisi gnoseologica, che deriva dalla crisi d'identità, dalla spersonalizzazione a quell'individuo va incontro nel momento in cui si rende conto di indossare diverse maschere. La crisi gnoseologica comporta, infatti, il relativismo conoscitivo, ed è questo l'aspetto principale, fondamentale della filosofia di Pirandello. Relativismo conoscitivo significa che la conoscenza del mondo, della verità, della realtà, è relativa. Significa che noi possiamo conoscere soltanto una piccola parte della realtà e, per giunta, quella conoscenza parziale della realtà si basa sulla nostra opinione, che è soggettiva e che non potrà mai essere oggettiva, uguale per tutti.

Pirandello, in realtà, non voleva creare una vera e propria filosofia per dimostrare che il mondo è inconoscibile, che la realtà non può essere del tutto conosciuta. Voleva soltanto sottolineare la difficoltà che ha qualsiasi individuo nel conoscere la realtà in cui si trova, nel conoscere la verità. E a tal proposito, all'interno di una delle sue opere più importanti, ovvero "Il fu Mattia Pascal", troviamo la cosiddetta lanternino-sofia, ovvero la filosofia dei lanternini. Stando a questa filosofia, ciascuno di noi è dotato di un piccolo lanternino che illumina soltanto una porzione di realtà, quella circostante al luogo in cui ci troviamo. Noi potremo, quindi, conoscere una piccola parte della realtà, che è quella illuminata dalla lanterna che noi abbiamo, ma la luce di questa lanterna non potrà illuminare tutto quanto.

Per di più, oltre ai lanternini, vi sono anche dei lanternoni che rappresentano dei concetti astratti, come ad esempio la verità, l'onore, la virtù, la bellezza. La luce dei nostri lanternini deriva, quindi, dalla luce delle grandi lanterne, che sono dei punti saldi nelle varie epoche. Tuttavia, accade che in alcuni periodi questi grandi lanternoni, ovvero i grandi ideali, possono spegnersi, e quindi ci ritroviamo da soli con i nostri piccoli lanternini, che, tra l'altro, possono emettere anche delle luci differenti in base al colore del vetro di cui sono costituite. E quindi, ciascun individuo vede la realtà di un colore diverso rispetto a come la vede un altro individuo. Questi colori differenti, ovviamente, rappresentano i vari punti di vista. Quindi, Pirandello vuole sottolineare come la conoscenza della realtà siano non solo parziale, ma anche soggettiva.

La crisi dell'identità, la crisi conoscitiva, è un aspetto che caratterizza il decadentismo, quella corrente europea che si opponeva all'esaltazione della scienza, della ragione, del positivismo. Tuttavia, Pirandello sembra avere una marcia in più, ed è proprio la comicità, l'umorismo, il senso del grottesco, del paradossale, che caratterizzano i suoi personaggi, verso i quali Pirandello mostra di avere una certa compassione e che utilizza come esempi per descrivere la società in cui lui vive.