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GUCCI: da FAIDA familiare a GUERRA del lusso

Starting Finance25:14

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Una storia fatta di odio, sangue e rivalità. La storia di un marchio famoso in tutto il mondo. I suoi vestiti, le sue scarpe e le sue borse invadono le più importanti vetrine del lusso globale. Ma Gucci è il frutto di una lunga, intricata faida familiare sfociata in un [Musica] omicidio.

Ciao, io sono Edoardo Startin Finance e oggi parliamo di Gucci, il marchio che ha dato inizio alla guerra del lusso tra LVMH e Kering. Ma prima di arrivarci, dobbiamo fare un passo indietro e vedere come tutto è cominciato. Preparatevi, perché la storia della famiglia Gucci, con tutti i suoi colpi di scena, sembra quasi una telenovela.

Tutto ha inizio con lui: Guccio Gucci. Sì, sì, si chiamava proprio così. Guccio nasce a Firenze nel 1881. Suo padre è il proprietario di una bottega artigianale di cappelli di paglia, che però non riesce a salvare dal fallimento. Giovanissimo, a soli 17 anni, Guccio si trasferisce prima a Parigi e poi a Londra per fare esperienza e trovare lavoro per conto suo. Così, a Londra, trovava un impiego come fattorino del prestigioso Hotel Savoy. Lì è circondato dal lusso e dalla ricchezza. Entra in contatto con gente di alto rango. Gli si riempiono gli occhi dello sfarzo del Savoy ed è così che sviluppa un certo gusto per la raffinatezza e la qualità. In particolare, lo affascinano i bagagli, le borse e le valigie degli ospiti, tutti articoli molto costosi ed eleganti.

Passa qualche anno e lui decide di ritornare in Italia. All'età di 23 anni, sposa Aida Calvelli, una giovane che al tempo lavora nella sartoria del padre. Dal loro matrimonio nascono cinque figli, più uno adottato: Ugo, nato dalla precedente relazione della moglie, Grimalda, Enzo, che morirà a 9 anni, Aldo e Rodolfo. Ecco, tra questi figli mi interessa che vi ricordiate di Aldo e di Rodolfo, che saranno molto importanti in questa storia.

Dopo le nozze, Guccio fa altre esperienze. Dopo un po', trova lavoro nella pelletteria Franzi di Milano, di cui diventerà presto direttore. Il mondo della pelletteria lo affascina tantissimo, proprio perché gli ricorda i bagagli degli ospiti all'Hotel Savoy, dove aveva fatto il fattorino. Quindi, quando la nostalgia ha la meglio, Guccio ritorna a Firenze per avviare la sua attività. L'idea è quella di realizzare articoli in pelle. Quindi, prima apre un laboratorio di pelletteria in Via del Parione, poi nel 1921 si decide ad aprire in Via della Vigna il suo primo vero e proprio negozio di pelletteria. L'azienda individuale "Guccio Gucci" lo apre grazie ai risparmi suoi e di sua moglie e grazie anche ad un prestito. In bottega produce bauli e valigie da carrozza fatti con pelle importata, che poi vende nel negozio. Dopo un po' si amplierà anche alla produzione di guanti, cinture, portafogli, stivali e, cosa molto importante, dopo qualche tempo si specializza anche nella produzione di accessori per l'equitazione. Dato che i motivi del morso e della staffa, elementi chiave della selleria e dell'equitazione, diventeranno l'emblema dell'azienda. Ancora oggi, il morso è un simbolo caratteristico di Gucci.

Quella di Guccio è un'attività a conduzione familiare. In bottega lavora tutta la famiglia: i figli maschi tagliano le pelli, la Grimalda è alla cassa. Gli affari vanno bene, tanto che sempre a Firenze aprono uno stabilimento produttivo più grande in Via Gucciardini. Sembra andare tutto per il meglio, ma qui arrivano gli anni '30. Siamo nel pieno dell'era fascista. Le cose si complicano a causa delle politiche autarchiche. Il governo applica delle restrizioni alle importazioni di materie prime e di semilavorati. L'azienda Gucci, che usa soprattutto pelle importata, è costretta a cercare delle alternative. Guccio sperimenta così l'utilizzo di materiali come la canapa, la iuta e il lino, facendo di necessità virtù, sia perché sono materiali meno costosi del pellame tradizionale, sia perché rendono le creazioni di Gucci ancora più originali.

Nel 1938, per far crescere di più il business, Guccio esce dai confini toscani e apre il suo primo negozio a Roma, in Via Condotti. Ma arriva la guerra. I negozi e lo stabilimento fiorentino subiscono un crollo della domanda. L'azienda, nonostante tutto, però resta a galla perché fornisce scarpe e stivali all'esercito italiano. Finita la guerra, quindi, nel 1945 l'azienda si riorganizza come S.r.l. e nel frattempo tre figli lasciano l'attività. Ugo vende le sue quote in cambio di alcune proprietà immobiliari della famiglia, mentre Vasco, che non ha eredi, e Grimalda, che sposa un gentiluomo fiorentino, si allontanano solamente. Guccio, quindi, riprende il lavoro con l'aiuto dei figli Aldo e Rodolfo. Vi ricordate? Sono proprio i due fratelli a convincere il padre a espandersi anche all'estero. Loro sognano l'America, e così sarà.

Gli anni '50 segnano infatti l'inizio di una grande espansione nella storia di Gucci. Nel 1951 c'è l'apertura del primo negozio a Milano, in Via Montenapoleone, la cui gestione è affidata a Rodolfo. Nel gennaio del 1953, c'è invece l'inaugurazione del primo negozio Gucci fuori dall'Italia, nella prestigiosa Fifth Avenue di New York. Guccio, però, non arriverà mai a vederne l'apertura. Il 2 gennaio, a 72 anni, muore improvvisamente, lasciando l'impresa in piena crescita in mano ai suoi figli, non immaginando minimamente quello che sarebbe successo [Musica] dopo.

Nel 1955, 2 anni dopo la scomparsa di Guccio, muore anche la madre Aida. A questo punto, i figli Aldo, Vasco e Rodolfo si dividono in parti uguali il capitale della società. Ugo, se vi ricordate, aveva ceduto le quote, mentre Grimalda viene praticamente estromessa. E qui, infatti, iniziano i primi litigi familiari. Nulla di serio, per ora. Nel dopoguerra, le cose vanno a gonfie vele e qui si introduce l'iconico logo della "GG" in omaggio a Guccio. Il logo che tutti conosciamo. L'azienda inizia a produrre anche l'abbigliamento e, piano piano, i prodotti Gucci diventano famosi in tutto il mondo. Vale la pena ricordare i pezzi più iconici: la borsa Gucci Bamboo, il mocassino con il morsetto o il foulard Flora dedicato a Grace Kelly. Sono gli anni del celebre motto: "La qualità si ricorda a lungo, mentre il prezzo si dimentica". Seguono diverse altre aperture a New York. Il marchio diventa popolare tra le star di Hollywood come Audrey Hepburn e Jackie Kennedy, a cui è dedicata la borsa Jackie. L'azienda riceve ordini persino da John Fitzgerald Kennedy, il presidente.

A partire dagli anni '60, la crescita commerciale dell'azienda è prorompente. Si aprono nuove boutique a Londra, Palm Beach, Parigi, Chicago, Beverly Hills, Tokyo e perfino ad Hong Kong. La fabbrica di Via Gucciardini non riesce a soddisfare più le richieste di un mercato così grande, così all'inizio degli anni '70 costruiscono una fabbrica ancora più grande a Scandicci, vicino Firenze. Le cose sembrano andare bene, ma in realtà qualcosa inizia a incrinarsi. Per tutti gli anni '60 e '70, l'equilibrio familiare all'interno dell'azienda si mantiene a fatica. Aldo e Rodolfo discutono di continuo, Vasco resta per lo più in disparte. Le tensioni tra i fratelli riguardano diverse visioni del business. Rodolfo, proprio come il padre Guccio, punta sulla qualità del prodotto. Aldo, invece, preferisce puntare sulla quantità per fare più utili. Secondo Aldo, concedere licenze di vendita in franchising avrebbe fatto crescere i profitti, a discapito però della qualità e del prestigio dei prodotti Gucci. Con il franchising, di fatto, hai meno controllo e ciò avrebbe favorito anche la contraffazione, un problema con cui l'azienda si scontrerà a più riprese, soprattutto nei mercati orientali.

La situazione peggiora ulteriormente quando in azienda arriva la terza generazione della famiglia Gucci: Giorgio, Paolo e Roberto, i tre figli di Aldo, e Maurizio, l'unico figlio di Rodolfo. Di nuovo, Aldo punta sulla quantità. Aldo, però, è determinato, convinto dell'importanza delle licenze e della diversificazione produttiva. Alla fine, decide di muoversi in autonomia. Nel 1972 apre una nuova società a parte, la Gucci Parfums, per la produzione di profumi. Ne assume il controllo insieme ai figli. Poi sarà la volta di Gucci Shops, nata per controllare il mercato americano, la Gucci Limited a Londra, la Gucci Limited ad Hong Kong, la Gucci et Cie a Parigi e così via, tutte filiali che fanno capo a Gucci. Aldo propone persino di quotare una parte della società madre, ma i fratelli bocciano l'idea. A questo punto, la situazione è la seguente: la società madre è controllata dai tre fratelli, mentre nelle altre società le quote sono divise anche tra i figli di Aldo e Rodolfo. Ricordatevi questa cosa, perché proprio queste quote porteranno i vari membri della famiglia Gucci a farsi la guerra. Ma lo vediamo tra poco, perché adesso succede qualcosa che darà il via ai conflitti.

Nel 1974 muore Vasco. Aldo e Rodolfo, quindi, prendono il 50% a testa della società madre. Per coinvolgere ancora di più la sua famiglia, Aldo tiene per sé il 40%, il restante 10% lo divide tra i tre figli: Giorgio, Paolo e Roberto. Nel frattempo, cominciano tensioni anche tra i cugini, i figli di Aldo e Maurizio, figlio di Rodolfo. Si tratta solo di disguidi e opinioni diverse, nulla di allarmante. Ma poi, nell'estate del 1982, in casa Gucci scoppia una vera e propria guerra. Mese di luglio, tutti i membri della famiglia si incontrano a Firenze per discutere della gestione dell'azienda. La discussione si accende per colpa di Paolo, figlio di Aldo. Paolo, infatti, comunica alla famiglia, così, con leggerezza, che sarebbe uscito dall'azienda per lavorare a un suo marchio indipendente, un marchio che avrebbe abusato del nome Gucci. La reazione, ve la lascio immaginare. Volano parolacce, volano oggetti, ma soprattutto si arriva alle mani. Paolo, secondo i racconti, viene picchiato e, a quanto pare, gli tirano anche un registratore in faccia. La mossa azzardata costa a Paolo il licenziamento per sfruttamento illegittimo del marchio, e questo episodio segnerà una rottura nel rapporto col padre Aldo e con il resto della famiglia. Paolo, infatti, comincia a denunciare il resto della famiglia in vari tribunali, in diverse città. In particolare, presenta un esposto alla Corte Suprema di Manhattan, in cui chiede un risarcimento di 2 miliardi e mezzo di lire. E a causa di questo esposto, quasi tutti i membri della famiglia finiscono sotto inchiesta.

Arriva il 1983 e con esso il peggio. Rodolfo muore. Maurizio eredita tutte le quote del padre, il 50%. Di conseguenza, diventa l'azionista di maggioranza di Gucci, della società madre, dato che lo zio ha mantenuto il 40% e aveva dato il 10% ai restanti figli. Questo, però, non è abbastanza. Maurizio improvvisamente decide di prendere il controllo di tutta l'azienda. Vuole essere il boss. Nel 1985, avendo la maggioranza, diventa anche presidente di Gucci. Nel frattempo, Paolo, tagliato fuori, si allea con il cugino Maurizio per far fuori il padre. Per niente rancoroso, ovviamente, in maniera figurata. I due cugini denunciano Aldo al fisco americano. Lo accusano di aver sottratto alle casse aziendali diversi milioni e di aver evaso circa 7 milioni di dollari dell'epoca. Nel 1986, così, Aldo viene arrestato. Resterà in carcere negli Stati Uniti per circa un anno. E da questo momento in poi, inizia una rete intricata di alleanze, cessioni di quote tra Aldo, i suoi figli e Maurizio, sia le quote della società madre che delle filiali. Per ricostruire tutti questi passaggi, bisogna andare a scartabellare negli archivi storici dei giornali italiani. E in uno di questi articoli abbiamo letto che nel 1986 il fatturato della società madre, quella fondata da Guccio, ammonta a 233 miliardi di lire e l'utile netto arriva a 6,4 miliardi di lire. Una società, comunque, di tutto rispetto. Considerate, però, che in tutto questo casino proseguono anche le indagini delle varie procure contro i diversi membri della famiglia Gucci, compreso Maurizio.

In mezzo ai conflitti, alle indagini e alle fughe, comunque, nel 1989 Aldo torna in Italia. Lo zio non accetta che il nipote sia presidente della società e qui altre discussioni, altri casini. Ma alla fine, nel 1990, dopo anni di faide familiari, Aldo si arrende. Vende la sua parte di azioni alla finanziaria anglo-araba Investcorp International per 135 milioni di dollari dell'epoca. E dite: "Qui adesso ti godi i soldi?". No, purtroppo no. L'anno dopo, infatti, muore per un cancro alla prostata. E, purtroppo, nonostante la gravità del momento, è il momento giusto per agire. Maurizio, già presidente, decide di rilevare anche le quote dei cugini, diventando di fatto l'unico membro della famiglia alla guida. Finalmente raggiunge il suo obiettivo: il controllo sulla società. Ma non è tutto oro quello che luccica. Ottenuto il potere, Maurizio vive una crisi profonda. Si sente inadeguato per amministrare l'azienda, non ha le competenze in ambito finanziario. Prova anche a cambiare in toto il consiglio d'amministrazione. In particolare, si fa aiutare dal suo avvocato, un tale Domenico De Sole. Ricordatevi bene questo nome. De Sole è un avvocato italiano, laureato ad Harvard. A inizio anni '80, Rodolfo lo aveva assunto come consulente legale della famiglia Gucci. Essendo molto bravo, Rodolfo gli aveva anche chiesto di dirigere la Gucci America, la filiale americana. Quando scompare Rodolfo, De Sole diventa il braccio destro di Maurizio. Insomma, è una figura molto dentro agli affari della società. Ma nonostante il suo aiuto, alla fine anche Maurizio decide di mollare. Nel 1993 si arrende e vende le sue quote sempre a Investcorp International. Le cede per 270 miliardi di vecchie lire. Investcorp, che aveva già comprato le quote di Aldo, si ritrova a controllare il 100% di Gucci, estromettendo definitivamente l'ultimo membro della famiglia rimasto in azienda. Maurizio, con i soldi ottenuti, fonda a Milano la VRC, una società che stava progettando l'apertura di un casinò a Saint-Moritz e la costruzione di un porto turistico a Palma di Mallorca.

E la mattina del 27 marzo 1995, Maurizio, al tempo quarantasettenne, è pronto come di consueto ad andare nel suo ufficio milanese in Via Palestro 20, alla sede di VRC. Esce di casa, percorre il tragitto a piedi, varca la soglia del palazzo. All'ufficio, però, non ci arriverà mai. Quella mattina, proprio mentre entra nel palazzo, Maurizio Gucci viene assassinato. Quattro colpi di pistola da una Browning 7.65 con silenziatore. Il primo va a vuoto, il secondo lo colpisce alla spalla e il terzo al gluteo. Poi un quarto sparo, quello mortale, che lo colpisce alla tempia. Dopo aver fatto fuori anche il portiere del palazzo, l'assassino di Maurizio sale sul sedile del passeggero di una Renault Clio e scappa.

Chi ha ucciso Maurizio Gucci, il rampollo della famiglia fiorentina? Per capirlo, vale la pena fare un salto indietro nel tempo. Finora abbiamo parlato di Maurizio, del suo ruolo all'interno dell'azienda e dei rapporti familiari. Il Maurizio imprenditore. Ma come conduceva la sua vita privata? Vale la pena guardare per capire anche tutte le sue scelte che vi abbiamo già raccontato.

Torniamo nel 1970. Maurizio è un giovane di 22 anni, piuttosto timido e piuttosto introverso, ma molto ricco, chiaramente. Durante una festa a Milano, Maurizio incontra Patrizia Reggiani. Le origini di Patrizia sono diverse da quelle di Maurizio. Cresce in povertà, figlia di una madre prostituta e senza aver mai conosciuto il padre. Verrà adottata dal compagno della madre, un imprenditore del settore trasporti. Tra i due scatta subito la scintilla. Maurizio è ammaliato da questa donna che gli ricorda Elizabeth Taylor. E nonostante l'opposizione del padre di lui, Rodolfo, che considera Patrizia un'arrampicatrice sociale, nel 1972 la coppia si sposa. Da quel momento, i due vivono una vita all'insegna del lusso, tra un attico a New York e uno a Milano, vacanze, spese folli, Ferrari. Insomma, non si fanno mancare nulla. La coppia compra persino un lussuoso veliero a tre alberi di 65 metri, pagato 7 miliardi di vecchie lire. Dal matrimonio nascono due figlie: Alessandra e Allegra. Una storia idilliaca, o almeno apparentemente. Durerà circa 13 anni. Ma nel 1983, Rodolfo, come sappiamo, muore. E come sapete, Maurizio eredita le quote del padre, cioè la metà di Gucci. Maurizio, però, finora non ha mai realmente lavorato, né ha avuto particolari responsabilità in azienda. Il classico figlio di papà. Quando eredita le quote, va in crisi. Sa bene di non essere preparato. E allora perché si fa eleggere presidente? Beh, qui iniziano anche i litigi con Patrizia, che tenta di spronarlo. Alla fine, però, i due si separano. Patrizia ottiene un assegno di mantenimento mensile di circa un miliardo di vecchie lire, più di 200.000€ di oggi al mese. Ma questo non basta a contenere la sua rabbia. La donna, infatti, si sente tagliata fuori dagli affari e dalla famiglia. È inammissibile per lei, che si è sempre fatta chiamare "Lady Gucci". Le cose peggiorano quando Maurizio inizia una relazione con un'altra donna. E a questo punto, chiede il divorzio a Patrizia. Dopo il divorzio, l'odio di Patrizia per Maurizio cresce a dismisura. Lo insulta, lo minaccia, chiede vendetta. Ma tutti pensano che si tratti solo di scatti di rabbia. Ma non è così. Patrizia, aiutata dall'amica e braccio destro Pina Auriemma, arruola degli uomini. Vuole uccidere l'ex marito. La mattina del 27 marzo 1995, ottiene finalmente la sua vendetta.

La vita di Maurizio finisce, ma non la storia della società Gucci. Siamo nel 1993. Investcorp, ormai, possiede il 100% dell'azienda. Gucci, a quel tempo, non se la passa bene. I prodotti sono sempre uguali ed estremamente costosi e, a causa di una gestione finanziaria inadeguata, il bilancio non è dei migliori. Quell'anno, l'azienda nei suoi bilanci fa figurare una perdita di 22 milioni di dollari dell'epoca. Ed è qui che spunta De Sole, l'avvocato della famiglia. Ne abbiamo parlato prima. De Sole era stato fondamentale nelle trattative con Investcorp e, essendo molto dentro agli affari della società, nel 1994 viene nominato amministratore delegato di Gucci. La società madre. Sempre quell'anno, De Sole ha ruolo un giovane designer texano come direttore creativo del marchio. Quel designer è Tom Ford. Oggi, il famoso Tom Ford. Insieme, De Sole e Ford riescono a rilanciare il marchio. Tom Ford dà una ventata di aria fresca ai prodotti "fermi" Gucci, li rende più provocanti e più sofisticati, e soprattutto al passo con i tempi. De Sole, al canto suo, si occupa dell'aspetto finanziario e della gestione. Innanzitutto, pone un freno a licenze, franchising e linee secondarie. Si concentra solo sugli articoli iconici, raddoppiando il quantitativo prodotto e abbassando il prezzo. Compie anche investimenti importanti nella promozione del marchio e applica una revisione del management. Così, fatturato e profitti raddoppiano. Nel 1995, infatti, secondo anno sotto la guida di De Sole, il gruppo raggiunge utili record per 83 milioni di dollari su un fatturato di 500 milioni di dollari. Un ritorno altissimo. E per spingere ancora di più la crescita dell'azienda, sempre nel 1995, Investcorp decide di quotarla. In un primo momento, colloca metà delle azioni sui mercati di New York e di Amsterdam, poi, nel giro di 2 anni, le vende tutte, ricavando in totale circa 2 miliardi di dollari dell'epoca, dopo averne investiti solo 400 milioni per comprare il 100% della società. Gucci diventa così una società quotata pubblica, guidata dal duo De Sole-Ford. Per un attimo, sembra tornato il sereno. Ma, come abbiamo visto, raramente queste situazioni in Gucci restano tranquille per molto tempo.

Scende in campo un altro grande imprenditore: il francese Bernard Arnault. Arnault è il numero uno di LVMH, attualmente il più grande gruppo del lusso al mondo. Ne abbiamo parlato in quest'altro video. Negli anni '80, come sappiamo, Arnault decide di specializzarsi nel lusso, lasciando perdere altri tipi di business. Al tempo della quotazione di Gucci, quindi, stava gettando le basi per costruire il suo impero. La sua strategia era acquisire marchi con un grande potenziale di crescita, una strategia quasi aggressiva, mirata a consolidare la posizione di LVMH come leader nel settore del lusso. Quando Gucci viene quotata, quindi, Arnault vede nel marchio una preda perfetta. E acquisizione dopo acquisizione, nel 1999, LVMH arriva a controllare il 34,4% del capitale di Gucci. E la cosa fa allarmare De Sole e Ford. I due temono che Arnault possa arrivare a comprare la maggioranza del brand, facendoli fuori. E che cosa si fa in questi casi, quasi disperati? Si rivolgono a un altro grande imprenditore francese: François Pinault. Pinault è il proprietario della PPR, la società opera nella vendita al dettaglio attraverso i grandi magazzini Le Printemps e La Redoute, ma fino ad allora Pinault non ha mai messo realmente piede nel mondo del lusso. Quando, però, De Sole e Ford bussano alla sua porta, Pinault intuisce che Gucci sarebbe stato un buon affare. Così, quello stesso anno, nel 1999, tutto d'un colpo, PPR compra il 42% di Gucci, togliendolo dalle borse per quasi 3 miliardi di euro. Fino a quel momento, i rapporti tra Pinault e Arnault erano stati pacifici. Da un lato, Arnault indisturbato stava mettendo su il suo impero del lusso, dall'altro Pinault si occupava di tutt'altro. Non erano competitor, insomma. Anzi, pare che Arnault avesse persino invitato Pinault al matrimonio di sua figlia e che Pinault lo avesse addirittura chiamato per complimentarsi di aver comprato le quote di Gucci. Peccato che nemmeno un mese dopo la chiamata, gli soffia l'affare sotto il naso. E la mossa di Pinault dà il via alla guerra del lusso tra i due francesi. Una guerra non solo di business, ma anche legale, dato che la storia finisce in tribunale. Arnault accusa Pinault, sostenendo che la mossa fosse illegale, una strategia scorretta per impedire a LVMH l'acquisizione di Gucci. In pratica, per contrastare l'avanzata di Arnault, la società Gucci aveva emesso nuove azioni per diluire la partecipazione di LVMH al 20%. Questo genere di azioni possono essere introdotte nello statuto di un'azienda e si chiamano "poison pill", note anche come piani di difesa contro le acquisizioni ostili. Insomma, dalla primavera del 1999 comincia un lungo duello senza esclusione di colpi. La rivalità tra i due uomini non risparmia colpi bassi, accuse reciproche, battaglie giudiziarie. E mentre combattono per il controllo di Gucci, nel frattempo, uno dopo l'altro, comprano altri marchi di lusso. Alla fine troveranno un accordo, ma soltanto nel 2001, quando LVMH accetta di vendere a PPR le sue quote di Gucci. Questo renderà il gruppo di Pinault il principale azionista e proprietario del marchio.

Negli anni successivi, PPR si trasforma in qualcuno che forse vi suona un po' più conosciuto: Kering. E la guida passa al figlio di François, François-Henri Pinault. Kering è attualmente il secondo più grande gruppo del lusso dopo LVMH, e Gucci è il fiore all'occhiello dell'azienda, con un fatturato di oltre 10 miliardi di euro nel 2022. La maison della "GG" vale infatti la metà del giro d'affari di Kering. E pensare che se De Sole e Tom Ford non si fossero rivolti a Pinault, nulla di tutto questo sarebbe successo. Magari Kering non sarebbe quella che è, e il marchio di Guccio Gucci non esisterebbe più.

Nel 2004, De Sole e Ford escono da Gucci. Da quel momento, si sono continuamente susseguiti amministratori delegati e altri creativi. Ad oggi, nessun membro della famiglia Gucci ha più a che fare con il marchio. In pratica, gli eredi di Guccio hanno soltanto il cognome Gucci. Chissà, magari le cose sarebbero anche andate diversamente se la famiglia Gucci fosse stata più unita. Ma se sia davvero così, lo lascio a voi nei commenti. Che io per oggi mi fermo qui. Come al solito, io sono Edoardo, questo è Starting Finance e noi ci vediamo al prossimo video. Ciao.