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Lezione 26 La radiotelevisione, una panoramica storica

Angela Ferrari Zumbini22:57

Transcription

Benvenuti alla nocciolina di diritto numero 26. Oggi ci occupiamo del settore della radiotelevisione.

Questa nocciolina, in particolare, ci occuperemo della storia, l'evoluzione del settore delle radiotelevisioni. Poi, nella prossima, invece, andremo a vedere la disciplina un po' più attuale.

Allora, l'inizio, ovviamente, all'inizio nasce prima la radio, però per tutto poi il periodo anche successivo vedremo che la disciplina della televisione si appoggia abbastanza a quella della radio. E dunque il sistema viene denominato comunemente la radio televisione perché le regole sono sostanzialmente le stesse.

Nasce la la radio. Inizialmente, voi sapete che la radio mostra tutta la sua importanza soprattutto in fase bellica, perché durante la prima guerra mondiale, nelle guerre mondiali, viene utilizzata la radio da un punto di vista bellico e si vede qual è la potenza del mezzo. Fin da quando la radio nasce in Italia, viene sottoposta a un regime di monopolio pubblico. Cosa significa? Significa che la radio era un settore in cui non ci si poteva alzare la mattina e metter su un'impresa radiofonica, perché il settore della radio era il monopolio statale, era gestito esclusivamente dallo stato attraverso una sua un suo ente pubblico.

La radio, che appunto è il primo mezzo di diffusione di comunicazione di massa, viene sottoposta al regime di monopolio che anche nella vigenza della nostra attuale costituzione è possibile. Perché? Perché nella nostra costituzione c'è l'articolo 43, che è bene leggere insieme, perché lo ritroveremo anche in molti altri settori delle comunicazioni che sono stati inizialmente sempre sottoposti al monopolio.

L'articolo 43 della nostra costituzione prevede la possibilità di riservare originariamente allo stato alcune imprese, perché dice: "Ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente allo stato determinate imprese o categorie di imprese". E ci dice quali? Che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia. Tant'è vero che inizialmente anche l'energia era tutta pubblica, sottoposta a monopolio, o a situazioni di monopolio, cioè laddove c'è un monopolio naturale, quello che in economia si chiama monopolio naturale, cioè un settore in cui da un punto di vista naturale, per la scarsità del del bene a cui si riferisce, c'è naturalmente un monopolio, c'è un'unica persona che può gestire quel settore. E quindi si dice: "Dovendoci essere un monopolio, è bene che questo monopolio sia in mano allo stato e non a soggetti privati".

Quindi, nel settore della radio e della televisione, inizialmente noi troviamo un monopolio statale, così come lo incontreremo in altri settori. Questo monopolio in Italia, parlando in Italia, veniva giustificato da un punto di vista economico. Veniva giustificato con la scarsità del bene, perché? Perché la radio, così come la televisione, all'inizio viaggiano sulle onde elettromagnetiche, le onde che sono limitate, a un certo punto finiscono e quindi c'è una scarsità del bene su cui poggiano. E comunque si dice: "Bene che sia lo stato a pianificare l'utilizzo di queste onde elettromagnetiche che sono limitate". E ovviamente, diciamo, c'è anche un po' la volontà, soprattutto in fase post bellica, di gestire e controllare un mezzo di diffusione di comunicazione di massa così potente, anche per la generazione del consenso. Capite bene che in quel periodo era molto importante, così come del resto lo è sempre stato.

Oltre a queste giustificazioni economiche, possiamo vedere che si collega in linea generale a quella che era l'impostazione anche politica di quel periodo, che vedeva prevalere una posizione per cui lo stato doveva avere un forte intervento dello stato nell'economia. In quegli anni, parliamo degli anni anche 30, 40, 50, 60 a seguire, è un periodo in cui lo stato italiano è fortemente presente come intervento nell'economia. Abbiamo giganti dell'economia che sono sottoposti al controllo statale, no? Ad esempio, l'IRI con tutte le partecipazioni pubbliche in tutte le società di molti settori. Era un'impostazione per cui lo stato doveva intervenire attivamente nell'economia.

Abbiamo nel mondo poi posizioni diverse. Solo per fare un esempio completamente opposto al nostro: in America, negli Stati Uniti d'America, fin dall'inizio dell'introduzione della radio e della televisione, lì c'era invece prevaleva un'impronta di liberismo economico, il "laissez-faire" famosissimo. E dunque, fin dall'inizio, in quel paese, invece, la radio, la televisione furono sottoposti a un regime di mercato con l'intervento dei privati. Per cui il nostro stato scelse questa via, ma non era l'unica possibile.

Monopolio radiofonico, abbiamo detto che c'era fin dall'inizio. E nel 1944, poi, l'ente che gestiva la radio assume la denominazione RAI. Perché tutti quanti parliamo della RAI? Ma RAI che significa? Acronimo sta per RAI per cosa? Perché all'inizio, nel '44, si chiamava, essendo riferito unicamente alla radio, si chiamava Radio Audizioni Italia, RAI. Poi, nel 1952, quando iniziano le sperimentazioni per questa cosa dirompente, nuova, che è la televisione, cambia la denominazione. Resta RAI, ma RAI Radio Televisione Italiana. Ma ovviamente la televisione nella denominazione RAI, come acronimo, non c'è, perché quando è stata creata la TV, se la doveva essere Radiotelevisione Italiana, RTI. Ma invece RAI, perché è rimasta con il nome iniziale, a cui hanno aggiunto "Radiotelevisione Italiana".

E nel 1954, il 3 gennaio, inizia la prima trasmissione televisiva in Italia. Pensate, ovviamente, c'era una programmazione di poche ore settimanali, non certo come oggi. C'era un unico canale. Pensate, il secondo canale si aggiunge solamente nel 1962. E il palinsesto di quel periodo, di quegli anni '50 e '60, è un palinsesto che viene comunemente definito come "pedagogizzante", cioè la televisione in quel periodo fa delle trasmissioni per istruire gli italiani, per educarli, per comunicare informazioni, ma anche cultura. Un vero e proprio servizio pubblico fortemente educativo. Tant'è vero, si ricorda spesso Telescuola, che ha insegnato a scrivere a molti italiani che in quel periodo, purtroppo, erano ancora analfabeti. Per cui Telescuola ha avuto veramente un'importanza sulla crescita culturale del nostro paese, perché ha eliminato un po' dell'analfabetismo che purtroppo ancora c'era.

Ovviamente, quando si comincia a capire la potenza del mezzo televisivo, potenza in termini non solo di comunicazione, diffusione del consenso, ma in termini economici, la gente la guarda volentieri la televisione, quindi ci può stare la pubblicità a pagamento che genera un ritorno economico. Per cui alcuni imprenditori cominciano a cercare di inserirsi in un settore che, però, essendo sottoposto al monopolio statale, gli veniva precluso. E quindi si arriva poi alla Corte Costituzionale, perché ovviamente poi si impugnano i vari provvedimenti, eccetera, eccetera. Lo sapete, vi ho spiegato che a un certo punto si può fare ricorso alla Corte Costituzionale per valutare la legittimità costituzionale di una legge.

E noi vedremo in queste noccioline dedicate alla radiotelevisione che la Corte Costituzionale è intervenuta molte, molte volte, veramente tante, molto, molto spesso nel settore della radio televisione. Perché la prima sentenza addirittura del 1960, quindi pochi anni dopo l'istituzione della Corte Costituzionale. Ed è una sentenza in cui la Corte Costituzionale ritiene legittimo il monopolio pubblico in materia di radio televisione. Perché? Perché dice che effettivamente questo monopolio si basa sulla scarsità delle frequenze su cui si possono poggiare i canali. Essendo le frequenze scarse e il settore pubblico, perciò lo stato può gestire, pianificare e gestire questi pochi canali a disposizione in materia più imparziale, più obiettiva rispetto ad operatori privati. E per cui il monopolio pubblico è legittimato. Questo avviene nel 1960.

Dopo di che, però, ci sono delle evoluzioni, sia a livello economico che a livello tecnologico, che mettono in dubbio l'attualità, negli anni a seguire, di questa sentenza. Perché? Perché soprattutto negli anni '70, voi sapete, c'è stato il boom economico. Per cui la sentenza della Corte Costituzionale si basava anche sul fatto che la scarsità del bene era accompagnato anche dal fatto che mettere su un'impresa radiofonica o televisiva era estremamente costoso, ok? Quindi solo pochi avrebbero potuto permetterselo. E quindi questo avrebbe semmai determinato un oligopolio dei privati, perché solo pochi avrebbero avuto la forza economica di mettere su un'impresa nel settore radiotelevisivo.

Ora, nel 1900, nel 1970, ci siamo detti, c'è stato un boom economico, quindi una crescita economica che ha consentito teoricamente a molti imprenditori di poter mettere su delle imprese radiotelevisive. Non solo, c'è stato anche una crescita della tecnologia, perché si è cominciato anche a vedere che era possibile trasmettere via cavo e non solamente via etere. E la trasmissione via cavo consentiva una maggiore possibilità di avere più canali, ok? Ci potevano essere un numero più alto di canali rispetto alle sue frequenze via etere.

Quindi queste cose mettono in discussione la sentenza del 1960, quindi di molti anni prima. Tant'è vero che, quindi, c'è si ritorna alla Corte Costituzionale. Vi è una nuova causa che viene rinviata alla Corte Costituzionale per verificare se effettivamente, nel nuovo assetto economico e tecnologico, fosse tuttora costituzionalmente legittima la previsione di un monopolio statale in materia radiotelevisiva. E nel 1974, con due sentenze, la Corte Costituzionale, appunto, modifica parzialmente la sua impostazione, proprio tenendo presente, tenendo conto di ciò che è accaduto nel mondo, in cui 14 anni che intercorrevano dalla sentenza precedente.

E quindi giudica costituzionalmente legittimo il monopolio statale a livello nazionale, cioè per canali come la RAI, appunto, che trasmettono in tutto il territorio nazionale, perché sul territorio nazionale si può trasmettere ancora solo sulle onde elettromagnetiche che sono scarse e servirebbe un costo per mettere su un'impresa molto elevato. Invece, ritiene la Corte illegittimo la previsione di un monopolio statale nel locale, le reti locali, perché si dice: "A livello locale si può fare una trasmissione televisiva anche via cavo, che abbiamo detto consente un numero molto più ampio di programmi televisivi, e metter su un'emittente locale, potete ben capire, costa anche meno rispetto all'emittente nazionale". E quindi non ci sarebbe il problema di creare poi un oligopolio di privati.

Nella sentenza del 1974, in queste sentenze che sono denominate variamente come, ma anche sentenze monito, perché per chi in queste sentenze la Corte Costituzionale fa un monito al legislatore, cioè fra le righe invita il legislatore anche ad adeguare le norme relative alla televisione. Perché? Perché fino a quel momento la RAI, che era un ente pubblico gestito, quindi diciamo dallo stato, ovviamente c'è il direttivo della RAI, cioè chi dirige, chi decide il palinsesto, chi dirige la RAI, era nominata dal governo, dall'esecutivo, dal governo, per cui diciamo da una maggioranza, da chi aveva la maggioranza in quel momento. Il governo poteva nominare i vertici della RAI.

La Corte Costituzionale nel 1974 dice al legislatore: "Senti, forse sarebbe meglio se il controllo sulla RAI non fosse affidata al governo, che è una maggioranza, ma al Parlamento". Perché noi ci siamo detti, il Parlamento è l'assemblea in cui sono rappresentati tutti i partiti votati nelle elezioni, per cui c'è una fotografia generale di quella che è l'opinione pubblica italiana. Per cui in Parlamento c'è la maggioranza, ma c'è anche l'opposizione, ok? Altrimenti, se nominata dal governo, ci saranno sempre esponenti della maggioranza e l'opposizione, ma avrà voce in capitolo. Se la RAI viene contro, sottoposta al controllo e alla vigilanza invece di un organo del Parlamento, una commissione parlamentare, eccoli che viene rappresentata anche la.

E il legislatore accoglie questo suggerimento della Corte Costituzionale. Tant'è vero che l'anno successivo, nel 1975, emana una legge del '75 in cui sottopone, fa cambia questa modalità di nomina del direttivo della RAI, perché lo attribuisce alla commissione di vigilanza parlamentare. Per cui il CDA della RAI non è più nominato principalmente dal governo, ma da una commissione parlamentare di cui fanno parte sia la maggioranza che l'opposizione.

Ora, qual è il risultato di questo? Che se prima c'era una nomina monocolore del governo che in quel momento era aveva la maggioranza, si giunge a quella che viene comunemente definita la "lottizzazione" della RAI. Perché? Poiché nella commissione parlamentare ci sono sia la maggioranza che la minoranza, ecco, quando devono mettersi d'accordo per nominare i vertici della RAI, diciamo che si viene definita così lottizzazione, perché la maggioranza nominava una parte di vertici di determinati canali e lasciava a un altro partito, a uno o più altri partiti dell'opposizione, le nomine di altri canali. E quindi si aveva una sorta di influenza politica di ciascuna forza politica sui vari canali della RAI.

Nella legge del '75, oltre appunto a dar seguito all'invito della Corte Costituzionale di creare questa commissione parlamentare, non più governativa, per la nomina dei vertici RAI, definisce il servizio pubblico essenziale che è attribuito alla RAI, perché di interesse generale, perché comunque è un servizio pubblico essenziale quello di informare i cittadini, educarli, intrattenerli, anche semplicemente, no? E poi chiarisce i principi della indipendenza e della obiettività dell'informazione che deve essere data. E autorizza esplicitamente per legge le trasmissioni per reti locali, perché la Corte Costituzionale aveva detto che il monopolio era illegittima. Quindi la legge, quando viene poi emanata, prevede la possibilità di dare autorizzazioni a livello locale.

Nel '76, con una successiva sentenza, la Corte Costituzionale liberalizza anche le reti locali che trasmettono via etere, non solo via cavo. Per cui, diciamo, a livello locale c'è una totale liberalizzazione. Che succede? Succede che alcuni operatori delle reti locali, che quindi potevano trasmettere solo a livello locale, ovviamente trasmettendo a livello locale esclusivamente locale, fanno un bacino di utenza infinitamente minore rispetto a una rete nazionale. La RAI entrava nelle case di tutti gli italiani che avevano un televisore, le reti locali entravano solo in casa di chi era in quella zona, perché erano reti locali.

Allora gli imprenditori del settore fanno quella che noi definiremo la "mandrakata", cioè trovano uno stratagemma per eludere il divieto di rete nazionale. Come fanno? Voi dovete pensare a come funzionava il mondo in quegli anni, negli anni '70 e '80. Non c'era internet, non c'era niente. Le trasmissioni televisive si registravano sulle videocassette e le videocassette poi andavano inserite in un lettore che le mandava sulla rete, ok? Allora, come facevano? Il primo a farlo a livello nazionale con un marchio ben identificabile è stato Silvio Berlusconi, ma lo facevano anche altri, non è stata diciamo un'idea in via esclusiva. Però diciamo che a livello nazionale Canale 5 è stato il primo a fare questa cosa con un marchio ben identificabile, cioè Canale 5 si chiamava Canale 5 dappertutto in tutta Italia.

Qual è la mandrakata che facevano? Le reti locali si compravano reti locali in varie zone, non solo in una. Poi, appunto, Berlusconi è stato il primo che è riuscito a farlo a livello nazionale perché si è comprato le reti emittenti locali in tutti i posti. Dopodiché registrava lo stesso programma su tante videocassette quante erano le reti locali, le mandava via posta alle varie col pane, alle varie redazioni locali e si mettevano d'accordo con l'orologio, ammettere la cassetta dello stesso programma uguale in tutta Italia, in tutte le reti locali, e le mandavano in onda alla stessa ora. Così, per l'utente che vedeva la televisione, sembrava un programma nazionale.

Oppure c'era anche chi lo faceva a livello, ad esempio, solo regionale o al nord o al sud, non tutti, appunto, solo Silvio Berlusconi e pochi altri riuscirono poi a farlo su tutto il territorio nazionale, ma in tantissimi lo fecero comprandosi tante reti locali, tutte decine, e facendo quindi delle emittenti più ad ampio raggio. Quindi questa era la mandrakata: mettevano lo stesso programma alla stessa ora su tutti i canali che avevano nelle varie località, in modo tale che chi stava a Torino stava guardando la stessa trasmissione di chi stava a Cosenza e gli sembrava di vedere lo stesso programma. In realtà guardavano sì lo stesso programma registrato su due cassette diverse, che veniva però messo alla stessa ora nel registratore delle varie reti locali.

Ovviamente, non a tutti piace questo stratagemma inventato dall'imprenditoria privata per cercare di arrivare ad avere reti nazionali, pur con un quadro normativo che glielo vietava. Tant'è vero che alcuni giudici sequestrarono le televisioni che utilizzavano questa che veniva chiamata l'"interconnessione funzionale", cioè non erano interconnesse a livello strutturale, non era una rete nazionale, era un'interconnessione a livello funzionale, perché ognuno le metteva la stessa nello stesso momento. E fu necessario una legge nel 1985 che esplicitamente riteneva legittime, quindi autorizzava le reti locali a utilizzare questa funzione di connessione funzionale tra di loro per proiettare lo stesso programma su un bacino di utenza più ampio, in base a quante reti locali erano riuscite ad avere in concessione.

Bene, con questa ricostruzione storica finiamo qui la nocciolina di oggi.