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Socrate è stato uno dei più grandi filosofi di ogni tempo. Non a caso, quando si parla di filosofia greca, si parla di un periodo presocratico e post-socratico. Si parla di eredi di Socrate con Platone, con Aristotele, ma non solo loro. Anche con i cinici, anche con gli stoici, anche con altre scuole greche. Insomma, la filosofia greca non sarebbe stata la stessa senza Socrate.
Oggi cerchiamo di ripercorrere il pensiero di questo grande filosofo in un'ora. Come abbiamo fatto altre volte, cercheremo cioè di riutilizzare tutte le cose che abbiamo detto in video più lunghi nel corso dello sviluppo di questa serie, "Corso di filosofia", in un video più sintetico di ripasso. Ma non solo di ripasso. Tutto Socrate in un'ora. Andiamo a...
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Cominciare. Un suica fare nella solita tazza con la scritta "Andiamo a cominciare", che è la frase che pronuncio sempre prima di ogni video. Con me ci sono i soliti personaggi che, anche questi, li presento sempre in apertura di ogni video, cioè Topolino, Tostoy, Batman, un altro mostro, un peloso cuscino e un altro mostro qui. E poi ci sono io. Mi chiamo Armando Ferretti. Sono un insegnante di storia e, appunto, filosofia. Insegno in un liceo scientifico e dal marzo del 2020, quindi ormai sono 3 anni e mezzo abbondantemente passati, andiamo verso i 4 anni, realizzo quotidianamente su questo canale video, spiegazioni di storia, di filosofia, di educazione civica, che vanno bene alle superiori, vanno bene all'università, vanno bene per chi prepara concorsi. Ma poi, soprattutto, questa è la mia speranza, potrebbero servire per la formazione generale dell'individuo, da adulti, da giovani, da lavoratori o da pensionati. Insomma, in ogni momento della vita, penso e spero che questi video, sia di storia che di filosofia, possano aiutarvi a capire il mondo un po' di più nella sua complessità, capire anche voi stessi un po' di più nella vostra complessità e così approfondire l'esperienza umana, diciamola così, in senso ampio.
E tra i tanti video che facciamo, c'è una serie di video dedicata, l'ho chiamata così, la serie "Grandi filosofi in un'ora". Cioè, prendo di filosofi che ho già spiegato all'interno del "Corso di filosofia", che è una playlist molto ampia che è presente nel canale, trovate linkata in descrizione. Prendo alcuni di questi filosofi, appunto, a cui ho dedicato magari tre, quattro video molto lunghi, quindi cinque ore di lezione, sei ore di lezione, sette ore di lezione, quattro ore, eccetera, e faccio una sintesi in un'ora. Eh, per riassumere i punti più salienti di quel pensiero, di quel filosofo, di quelle idee. Serve, servono questi video per fare un po' di ripasso, perché magari, mettiamo caso che voi abbiate già studiato Socrate, come nel caso di oggi, o Platone, o Kant, o chi per essi, e vogliate solo recuperare i punti salienti, perché magari è passato un po' di tempo, non vi ricordate più granché, non avete tempo di rifarvi 8 ore di lezione. In un'oretta potete avere però le cose più importanti. Ecco, questi video, quindi, servono un po' al ripasso, se fate le superiori, o da recupero.
Ho qui con me il mio cronometro che tiene traccia dei secondi che stanno passando, perché devo ottenere, ho i tempi per stare dentro un'ora. Dovrei riuscire a starci. Partiamo dalla vita di Socrate. Socrate, filosofo ateniese, nasce nel 469 avanti Cristo, muore nel 399. Quindi vive 70 anni circa. Figlio di uno scultore che si chiamava Sofronisco, pare, e di una madre che si chiamava invece Fenarete. Questa madre particolare, perché, vabbè, il padre scultore ci interessa fino a un certo punto, ma la madre pare facesse la levatrice. È un mestiere un po' particolare che oggi non esiste più, o meglio, si è diviso in più mestieri, chiamiamoli così. La levatrice era una donna che in genere accudiva le partorienti durante il parto, quindi una sorta di ostetrica ante litteram. E poi, spesso, accompagnava anche le madri dopo il parto, cioè aiutava nell'allattamento, aiutava nella crescita, nello svezzamento dei bambini piccoli. Quindi era un assistente al parto e alla crescita dei bambini. Levatrice, questo così si diceva. Questo è importante, perché, come vedremo, Socrate riprenderà in un certo senso il mestiere della madre e lo farà proprio anche se in maniera un po' metaforica. E dopo vi spiegherò in che senso.
Dicevo ateniese, visse tutta la vita ad Atene. Si allontanò solo durante il servizio militare della città, ma comunque brevemente. E iniziò a un certo punto la sua vita. Dopo sposato, era sposato pare con una certa Santippe, donna un po' burbera, secondo questo ci dice la tradizione. Iniziò a esercitare la filosofia, ma una filosofia in senso un po' nuovo rispetto a quello che era l'abitudine dei Greci. Nel senso che Socrate pare passasse le giornate in giro per la città, per Atene, interrogando soprattutto le persone, fermando le, dialogando con loro, discorrendo con loro e cercando in questo modo di fare filosofia. Questo ne fa un pensatore molto originale, ma anche un po' controverso. Perché? Perché, come vedremo, questa tattica, questa tecnica del dialogo, ricordava per certi versi le tecniche dei sofisti. Però Socrate non si faceva pagare, cosa che in rispetto a Santippe, che sta sempre fuori tutto il giorno e poi non porti neanche il cibo a tavola. E poi, soprattutto, aveva modo di fare diverso. Lui non insegnava alle persone che fermava, non metteva in testa nozioni, tecniche, pratiche, eccetera. Più che altro chiedeva, interrogava. Quindi era un modo un po' particolare. Poi vedremo come mai interrogava, come mai chiedeva e cosa chiedeva e qual era lo scopo di queste domande, ma era più che un parlare, un chiedere. Ok? In questo modo si attirò anche una certa antipatia nella città, perché era un personaggio obiettivamente un po' fastidioso. Socrate, perché fermava la gente, chiedeva e chiedeva cose anche difficili e spesso, no? Immaginate di dover andare al lavoro, di corsa, e aver sempre sto vecchio un po' bruttino anche, pare fosse Socrate, basso, continuo, ma un po' fastidioso, che ti si appiccica, ti ti si accolla, come si dice da qualche parte, e non riesci più a liberarti di questo qua che continua a farti domande, domande che ti mettono in difficoltà, domande a cui non sai rispondere. Insomma, a un certo punto, basta anche Socrate. Ecco, questo era un po' l'atteggiamento degli Ateniesi. Basta anche Socrate. Ma in ogni caso, nonostante fosse anche un po' fastidioso, bisogna dire che Socrate pare avesse anche un certo numero di discepoli, di gente che gli andava dietro, che voleva imparare da lui. Tutto convoglio, appunto, verso il 399.
Nell'ultima fase della vita di Socrate, che è particolarmente importante, perché Socrate non morì di vecchiaia. Socrate morì in seguito a un processo. Appunto, verso la fine della sua vita, viene accusato e poi processato con l'accusa di empietà. L'empietà era un'accusa, abbiamo citata già altre volte, che si rivolgeva verso chi non era rispettoso degli dei tradizionali. Quella la vedremo più in dettaglio, però intanto ve l'anticipo. Gli si fa questo processo, alla fine lo si ritiene colpevole, vedremo più in dettaglio come va durante quest'ora, più avanti. Lo si ritiene colpevole e viene condannato a morte. Ma Socrate non, non è che non dà esecuzione alla sentenza. In un certo senso, la dà, ma diciamo, preferisce essere lui a decidere. In che senso? Viene messo in carcere. A quel punto arrivano i suoi discepoli, che si propongono di farlo scappare, perché hanno già i soldi per corrompere le guardie, hanno già pronta la via di fuga. Cosa che un po' tutti si aspettavano che Socrate scappasse. Socrate, invece, decide di rimanere lì. Non solo di dire ai suoi discepoli che non ha nessuna intenzione di scappare, non solo di farsi portare anche un veleno, la cicuta, e di berlo e di suicidarsi. Di fatto, Socrate si suicida. Si suicida per rimanere fedele, anche in un certo senso, alle leggi della sua città. Poi vedremo perché, cosa vuol dire tutto questo. Ma sappiate che la sua morte è una delle morti più famose, forse la più famosa in assoluto, della storia della filosofia. Questo per dirvi molto brevemente della vita di Socrate.
Ma vediamo le opere. Beh, potremmo fare un discorso molto, molto breve, perché di opere di Socrate non ce ne sono. Eh, questo problema va sotto il nome di "questione socratica". Cioè, cosa intendo dire? Socrate, per sua precisa scelta, decise di non scrivere mai nulla. Non abbiamo testi di Socrate, non abbiamo nulla scritto da Socrate. Non perché l'abbiamo perso, perché a volte con i testi antichi può capitare, no? Vari filosofi dell'antichità, purtroppo, abbiamo magari solo dei frammenti o poca roba, perché il più è andato perduto. No, nel caso di Socrate, siamo sicuri che non abbiamo perso niente, perché Socrate proprio non si mise a scrivere. Perché questa scelta strana? Vi dicevo che Socrate andava in giro a interrogare le persone e così faceva filosofia. Ecco, lo vedremo anche parlando del metodo socratico tra poco, ma Socrate era convinto che il modo migliore, forse l'unico, per fare filosofia fosse passare attraverso la dialettica, cioè tramite il dialogo, il confronto con gli altri. Un dialogo, tra l'altro, che non poteva mai essere bloccato, mai essere fermato, perché questi dialoghi, molte volte, si concludevano non dico con un nulla di fatto, ma quasi. Cioè, Socrate era convinto che si dovesse discorrere con gli altri, ma che raramente si riuscisse ad arrivare a verità definitive, a conclusioni definitive. Il dialogo doveva rimanere sempre aperto, nel senso che io ti blocco mentre stai andando al lavoro, ti faccio domande, ti faccio ragionare, ragioniamo insieme, capiamo alcune cose, ma ci rimane ancora molta strada da fare. Lo sappiamo entrambi. Poi tu devi andare al lavoro e io devo andare a mangiare. E vabbè, riprenderemo un'altra volta, come a dire, no? Nel senso che per Socrate la filosofia era un'attività che doveva proseguire molto lungamente nel tempo, tramite sempre il dialogo, il confronto con l'altro, ma molto lungamente nel tempo.
Questo fa sì che Socrate decida proprio di sua iniziativa di non scrivere. Per due motivi, quindi. Uno, perché scrivere vuol dire pensare da soli, e non si può pensare veramente da soli. C'è bisogno di pensare in due, quantomeno, cioè confrontandosi con gli altri. Un libro, uno lo scrive nella sua stanzina, al silenzio, e insomma, già lì si perde molto della filosofia. Due, un libro mette nero su bianco quello che pensi, quello che pensi di aver capito, le conclusioni a cui sei arrivato. Ma, come vi dicevo prima, la filosofia di Socrate è destinata a non arrivare praticamente mai a conclusione. È un continuo fare un passettino in più e dire "Beh, ci rivediamo per andare avanti". E "ci rivediamo per andare avanti". Non si finisce mai. È proprio perché non finisce mai, non ha senso scrivere nulla, perché quando tu scrivi, scrivi quello che hai capito. Ma se io ancora non ho capito nulla, se ancora sto indagando, non posso fermare la mia filosofia che è ancora in cammino, in un certo senso. Dunque, per questi motivi, Socrate sceglie di non scrivere.
E allora, questo noi possiamo dire: "Vabbè, contento lui, chi se ne frega?". In realtà, c'è un problema. Perché come facciamo noi adesso, 2300 anni dopo, 2400 anni dopo, a sapere cosa pensava Socrate, visto che non ci ha lasciato testi scritti? Quando parliamo dei filosofi antichi, per sapere cosa pensano, dobbiamo affidarci ai loro testi, o a quello che ci riportano altri, ma molto meglio ai loro testi, perché se sono autografi, se sono scritti da loro, siamo sicuri che rappresentino il loro pensiero. Ma nel caso di Socrate, qui si crea un problema. Allora, questo problema, anch'esso è noto come "problema delle fonti". Problema interessante della storia della filosofia, è quello che serve a capire cosa c'è di vero e cosa no nella tradizione che ci ha raccontato di un Socrate di un certo tipo, di un Socrate di un altro tipo, perché in realtà noi di fonti ne abbiamo. Abbiamo vari autori antichi che ci raccontano cosa pensava Socrate, solo che non tutti sono coerenti tra loro. Cioè, alcuni autori antichi ci danno una certa immagine di Socrate, alcuni altri ce ne danno un'immagine un po' diversa. Non sembra esserci davanti sempre allo stesso Socrate, ma a diversi. E chi ha ragione allora? A chi dobbiamo dare ascolto? E qua si crea un problema. Bisogna dire che Socrate probabilmente era anche un personaggio un po' ambiguo, quindi ci sta anche che ci siano visioni lievemente diverse a seconda del punto di vista, perché lo stesso Socrate era un po' cangiante, ecco, non era sempre rigido e monocorde e uniforme. Però è chiaro che certe volte le contraddizioni sono troppo acute per poterle accettare entrambe. E allora bisogna dir questo: gli studiosi sono molto interrogati su quali fonti siano quelle più autorevoli per conoscere il pensiero di Socrate. E vi posso dire che la fonte in generale più autorevole è ritenuto Platone. Platone, altro grande filosofo, allievo di Socrate, soprattutto nella sua fase giovanile. Platone riportò in maniera, si ritiene, abbastanza fedele il pensiero di Socrate. Diciamo che i primi scritti di Platone, essendo poi stati scritti a ridosso della morte di Socrate o poco dopo, sono comunque dialoghi, chiamati non a caso "dialoghi socratici", dialoghi che risentono molto dell'influsso di Socrate. Quindi è probabile che in quei dialoghi il ritratto che si fa di Socrate sia un ritratto veritiero. Perché dico i dialoghi giovanili? Perché in realtà, parentesi, ma lo vedremo meglio quando faremo Platone, magari vi lascio anche un link in descrizione, Platone usa Socrate come personaggio anche dei dialoghi che scrive da adulto o da anziano, molto spesso. E però lì il personaggio Socrate, vien da pensare, non è più tanto fedele al vero Socrate storico, al Socrate che è realmente esistito, ma è più un alter ego di Platone. Cioè, Platone continua a usare Socrate come personaggio dei suoi dialoghi, ma a un certo punto inizia a mettere in bocca questo Socrate personaggio non più le idee del vero Socrate, ma le idee di Platone, che per qualche verso assomigliano alle idee del vero Socrate, ma fino a un certo punto. Fino a un certo punto, perché poi Platone va per la sua strada. Ecco, quindi ci fidiamo abbastanza della del del resoconto, in qualche modo, del Platone. Anche perché poi troviamo conferme in altri scritti di altri autori. Sono fonte e altri ancora, altre fonti. Tendiamo a non dare troppo peso, però vale la pena citarne almeno una di altre fonti che ci danno un'immagine diversa di Socrate. E in particolare, citerei "Le nuvole" di Aristofane. Aristofane è un famoso commediografo, uno dei più apprezzati, uno dei più importanti, forse il più importante autore di commedie ad Atene nell'antichità. Ecco, Aristofane scrisse varie commedie, che so, "Le rane", "Le nuvole", eccetera. Ma ce n'è una che si intitola "Le nuvole", famosissima, che ha proprio Socrate e i suoi personaggi. Viene rappresentata, tra l'altro, quando Socrate era vivo, quindi era una presa in giro di Socrate, perché Socrate fa una figura barbina all'interno di questa commedia, ma una presa in giro di Socrate fatta con Socrate vivente, quindi anche un po' polemica. Ecco, diciamo, cosa si racconta in questa commedia? Beh, la faccio breve, poi se volete andarvi a vedere il video più esteso, vi trovate anche la trama raccontata in maniera più ampia, oppure trovatevi proprio la commedia, perché è anche carina e simpatica. Sostanzialmente, racconta la storia di due uomini, un padre e un figlio, che decidono di andare a scuola da Socrate, soprattutto il figlio viene mandato a scuola da Socrate, con lo scopo di imparare a difendere, a far forte il discorso debole, cioè cosa vuol dire? A convincere le persone a credere a delle bugie, in pratica. Questi due uomini non vogliono pagare i debiti che hanno contratto, e allora il figlio, si chiama Fidippide, deve imparare a come se fosse un avvocato, a dire che i debiti non vanno pagati, perché se tu riuscirai a convincere la giuria del fatto che i debiti non vanno pagati, noi non dovremmo pagare questo debito. Questa è la tesi. E per imparare a fare ste cose, dicono: "Vai a scuola da Socrate, che è uno che insegna queste cose, che insegna a far prevalere il discorso che sarebbe ingiusto". Fidippide va a scuola da Socrate, poi, cioè, qualche fraintendimento, alla fine la scuola di Socrate viene incendiata, addirittura. Vabbè, guardatevi la commedia, se volete vederla. Però qual è l'accusa che emerge da "Le nuvole" di Aristofane? L'accusa è quella che Aristofane riteneva Socrate un sofista. Ricordate i sofisti? Se non li ricordate, vi metto un link in descrizione anche, casomai, il video in un'ora dove abbiamo parlato di tutta la sofistica. Ecco, i sofisti erano personaggi un po' ambigui ad Atene, nell'Atene democratica, spesso vittime di grandi accuse, perché sembravano essere, intanto, erano sicuramente maestri a pagamento, ma poi anche maestri che insegnavano davvero a prevalere nei discorsi, a prevalere nei dibattiti, insegnavano la retorica, cioè insegnavano davvero a far sembrare vero anche cose che non erano vere. Ecco, Aristofane accusa di fatto Socrate di essere a sua volta un sofista, di essere anche lui uno che fa prevalere il discorso debole, uno che fa sembrare vero ciò che non è vero. Ma ha ragione Aristofane a dire questo? Vediamolo. In effetti, abbiamo guardare, Socrate aveva qualcosa che poteva farlo sembrare un sofista, anche se riteniamo avesse anche delle cose diverse dai sofisti, delle caratteristiche differenti che lo rendono non solo non un sofista, ma addirittura un avversario dei sofisti. Vediamo quali sono, un po' schematicamente, per la fretta di questo video che è un po' compresso, quali sono gli aspetti che più lo avvicinano alla sofistica e quali sono invece gli aspetti che più lo allontanano dalla sofistica.
Beh, intanto, negli aspetti che più lo avvicinano, bisogna dire sicuramente che Socrate, come vi ho detto, praticava il dialogo, parlava con le persone, discuteva, ragionava con le persone. Questo era una cosa che facevano già i sofisti, no? I sofisti sono stati i primi in cui un maestro parlava tramite la dialettica con l'altro, con lo scopo, per i sofisti, di convincere. Socrate usava altri scopi, però la metodologia si assomigliava, no? Sempre un dialogo, sempre un confronto, sempre domande, eccetera. Poi, bisogna dire che entrambi mettono l'uomo al centro. E la scuola dei sofisti è stata la prima a lasciare l'interesse per la natura, metterlo da parte e concentrarsi invece sull'uomo, sulla città, sul cittadino, sul politico, no? Ebbene, questo interesse per l'uomo è tipico anche di Socrate. Anche Socrate non fa generalmente una filosofia naturalistica, una filosofia interessata alla fisica, all'ambiente, eccetera. La sua filosofia è incentrata anch'essa sull'uomo. Chiede all'uomo cosa pensa delle cose e non solo. Terzo punto, infatti, in comune è che entrambi, sia Socrate che i sofisti, danno non solo importanza all'uomo, ma anche cercano nell'uomo la chiave per la verità. Mi spiego meglio. I sofisti, se vi ricordate, erano anche relativisti. Pensate a Protagora: "L'uomo è misura di tutte le cose", diceva Protagora. Cioè, ogni uomo giudica con i suoi strumenti, dal suo punto di vista, ed è lui a giudicare, a valutare. Ecco, questa tendenza la si vede in parte anche in Socrate. Cioè, anche per Socrate, l'uomo deve valutare, deve dare il significato. Anche l'uomo deve cercare la verità, in un certo senso, dentro di sé. Poi vedremo meglio cosa intende Socrate con una riferimento che tra poco vedremo. Però intanto, anche qui, l'uomo è il valutatore, l'uomo è colui il quale giudica. Ultima similitudine, quarta similitudine: sia i sofisti che Socrate sono decisamente anticonformisti. Sono personaggi strani, guardati con un certo sospetto dagli aristocratici, dai conservatori, da chi è abituato a seguire la tradizione. I sofisti, perché appunto sono poi democratici, legati a Pericle, aperti al confronto, insomma, i sofisti è più chiaro da capire. Ma in parte anche Socrate, perché pur essendo probabilmente di simpatie aristocratiche, perché forse da quel che ne capiamo, Socrate era stato un simpatizzante del sistema aristocratico, però è comunque un tipo originale, un tipo anticonformista. E questo può indispettire e può avvicinarlo appunto ai sofisti.
Quindi, questi sono i punti, secondo me, più vicini che avvicinano Socrate ai sofisti. Ci sono però anche delle differenze, che qui schematicamente ne riporto quattro, ma poi guardate se ne potrebbero trovare delle altre. Prima differenza: Socrate non è un relativista. Vi ho detto prima che Protagora diceva "l'uomo è misura" e quindi ogni uomo giudica, ogni uomo valuta. Anche Socrate pensa che l'uomo debba valutare, ma pensa che gli uomini, valutando e valutando veramente in profondità, andando a fondo delle cose, possono trovarsi d'accordo su tutto, sostanzialmente. Cioè, non esistono tante verità per Socrate. Probabilmente esiste un'unica verità nascosta dentro la nostra mente, va cercata dentro di noi, ma è una. Quindi, la verità che trovo io, se ragiono bene, è uguale alla verità che trova l'altro, se ragiona bene. Per questo si deve ragionare insieme e fare un percorso assieme verso la verità. Mh? Questa è un'idea che sembra emergere in molti dialoghi socratici. Poi, appunto, proprio perché si deve cercare questa verità, bisogna dire che non bisogna tanto usare la retorica. Avete detto sì, la dialettica, cioè il confronto, parlare, confrontarsi, ma non con lo scopo di convincere gli altri. I sofisti insegnavano a parlare con lo scopo di convincere, insegnavano cioè la retorica, creare un discorso convincente. Invece, per Socrate, l'idea che sembra emergere è che non lo scopo del dialogo non è convincere gli altri, non è portarli a votare quello che voglio io, ma è ragionare insieme, scavare insieme per arrivare a una verità condivisa. Quindi, cercare la verità, non qualsiasi verità, una verità. Ok? Terza differenza: vabbè, questo è semplice. I sofisti si facevano pagare, erano maestri a pagamento. Socrate, ve l'ho già detto prima, assolutamente no, con grande dispiacere di Santippe. Però Socrate non si faceva pagare. Quarta differenza: eh, i sofisti tendevano a essere, abbiamo visto con Gorgia in particolare, scettici, cioè ritenevano che la verità fosse sfuggente, non si potesse arrivare davvero alla verità, forse non esistesse neppure una verità con la V maiuscola, o meglio, esistevano tanti punti di vista e basta. Socrate, invece, sembra propendere per una verità unica, magari irraggiungibile, ma ce n'è una. Mh? Prima vi dicevo, dialogando si cammina insieme verso la verità. Ma allora, la verità che trovo io e la verità che trovi tu sono la stessa verità? La verità è una. Poi è vero che vi dicevo, questi dialoghi rimangono molto spesso aperti, cioè alla fine del dialogo Socrate dice: "Vabbè, ci rivediamo, parleremo ancora perché non abbiamo, non abbiamo finito". Molto spesso non si arrivava a questa verità, però c'è l'idea che una verità alla fine ci sia, magari lontana, magari irraggiungibile, o comunque molto difficile da raggiungere, però una ce n'è. Quindi hanno un atteggiamento diverso dai sofisti, che tendevano a essere invece scettici.
Detto questo, fatte le premesse del caso, vediamo cosa diceva effettivamente Socrate per partire con la presentazione del suo pensiero. Dobbiamo però appellarci a quello che lo stesso Socrate racconta durante il processo che gli viene intentato. Vi ho detto che alla fine della sua vita subisce questo processo per empietà, e lì Socrate si difende da solo, non assume un avvocato, fa lui le veci dell'avvocato e fa una famosa ringa, un famoso discorso, che ci viene riportato da Platone nell'"Apologia di Socrate", che è uno dei testi più importanti per conoscere il pensiero socratico. L'"Apologia di Socrate" è in pratica la trascrizione, non sappiamo quanto integrale, ma probabilmente vicina ad essere integrale, del discorso che Socrate tenne al processo. Anzi, dei due discorsi, sono due discorsi riportati, con Socrate che parla. E cosa dice Socrate in questa apologia, e quindi cosa disse in questo processo? Beh, lui raccontò come aveva iniziato a far filosofia e come era arrivato alle sue idee. Allora, dice, racconta questo, che aveva un amico che si chiamava Cherofonte, che a un certo punto decise di andare a scuola dal più grande maestro del suo tempo, voleva capire qual era il più grande maestro. E allora, per capire quale fosse questo maestro, andò a Delfi, al Tempio di Apollo a Delfi, a interpellare l'oracolo. Voi sapete che l'oracolo era una figura importante, era la Pizia, la sacerdotessa, che si riteneva potesse in un certo senso comunicare con gli dei, riportare il responso degli dei. Tu facevi una domanda, la sacerdotessa ti rispondeva con uno stile un po' enigmatico, oracolare, si dice, appunto, con una frase un po' ambigua, che però era il responso degli dei. Tu dovevi poi interpretare questa frase. Oggi noi usiamo ChatGPT per sapere le risposte che ci servono, all'epoca andavano a Delfi. Allora Cherofonte va a Delfi, va dalla Pizia e si fa dire: "Qual è il maestro da cui devo andare? Qual è l'uomo più sapiente del mondo?". E la Pizia dice: "È Socrate". Allora Cherofonte dice: "Ah, ma come? È Socrate? Ma lo conosco. Torna ad Atene, va da Socrate, dice: 'Guarda che ha detto che devo venire a scuola da te perché sei l'uomo più sapiente di questo mondo'". E Socrate rimane abbastanza esterrefatto da questa risposta, perché lui dice: "Ma come? Io? Guarda che io, proprio, si deve essere sbagliata, perché io non sono per nulla sapiente". Rimane un po' interdetto, poi però ci pensa un po' e capisce che la Pizia, appunto, si esprime in maniera strana, per enigmi, gli oracoli non è che dicono le cose esplicitamente, bisogna un po' interpretare. E si chiede: "Ma si vede che devo capire qualcosa, ma cosa devo capire da questo responso degli dei?". E allora Socrate, per cercare di vederci più chiaro, inizia a fermare per la prima volta persone in giro per Atene. Va dai politici, va dagli avvocati, va dagli scienziati, va da tutti i sapienti di Atene, dalle persone più famose della città, da quelle che si ritenevano essere sapienti, e a tutti rivolge delle domande. "Lei, fermo, scusa, aspetta un attimo, dammi 5 minuti. Vorrei capire se cosa vuol dire sta cosa che io sono sapiente. Tu cosa sai?". Iniziava a interrogare le persone sulla loro sapienza. Quindi, ovviamente, i politici parlavano di politica, gli avvocati parlavano di legge, e così via. E Socrate chiedeva, chiedeva, chiedeva, voleva capire, voleva informarsi. Quindi faceva domande molto spesso anche molto semplici. Chiedeva il perché, chiedeva il che cos'è delle cose. Cioè, chiedeva, ad esempio, all'avvocato: "Tu cosa fai nella vita?". "Beh, io faccio l'avvocato". "Cosa vuol dire?". "Beh, tento di far applicare le leggi". "Bene, cos'è una legge?". "Spiegami". "È una legge, è una regola che ci siamo dati per dirimere le questioni". "Beh, come ce le siamo date queste regole? Chi ce le ha date?". Eccetera. Facevano domande come farebbe un bambino, per darvi un'idea, no? Quando avete un bambino piccolo che vuole sapere come funziona il mondo, poi fa tante domande. E cosa succede quando un bambino fa tante domande? Perché magari fa la prima domanda: "Come mai ci sono le nuvole?". Tu rispondi, spieghi un attimo. Ti fa una seconda domanda: "Beh, come mai poi piove?". Rispondi, eccetera. Poi, però, dopo un po', se continui a insistere, è perché succede questo e perché succede quest'altro, e che cos'è questo, e che cos'è quest'altro, a un certo punto, vi sarà capitato sicuramente, se avete a che fare coi bambini, a un certo punto uno dice: "Eh, non lo so". Nel senso che noi sappiamo spiegare sempre le cose fino a un certo punto, poi ci siamo dimenticati. O mettiamo che ci chieda anche le cose che conosciamo molto bene, il nostro affare principale, la nostra occupazione principale, anche lì tu riesci a dire un po' di cose, ma a un certo punto, se a dire: "Che cos'è? Cosa vuol dire? Che cos'è? Cosa vuol dire?". E lì, a un certo punto, dici: "Ma questo, onestamente, non lo so". Ecco, questo accade anche a Socrate. Man mano che va in giro a interrogare queste persone, a chiedere che cosa vuol dire questo, che cos'è quest'altro, le persone arrivano a dire che non sanno rispondere alle domande, che però sono domande molto approfondite sul tema di loro interesse. Cioè, ad esempio, un avvocato che non sa dire bene che cos'è una legge, ad esempio, un medico che non sa dire bene che cosa sia la salute, ad esempio, un politico che non sa dire bene che cosa sia la giustizia, eccetera. Allora Socrate si rende conto che se tu scavi abbastanza in profondità, tutti i presunti sapienti non sanno più rispondere. E quindi, che quelli che si presentavano come sapienti, quelli che sembravano sapienti in città, in realtà hanno una sapienza che è molto fragile, perché le basi, quelle che dovrebbero essere le basi del loro sapere, sono incertissime. Non sanno neanche dire che cos'è la giustizia. Come fai a dire che il tuo governo è giusto se non sai neanche cosa vuol dire giustizia? Capite il problema? Allora Socrate, ragionando, dice: "Beh, guarda, queste persone sapienti credevano di essere sapienti, ma in realtà, a ben guardare, non sanno nulla, perché hanno fondato la loro sapienza su basi che non conoscono, che non sanno definire, non sanno capire. Quindi non sanno nulla". Anche io non so niente. Perché Socrate ha detto fin da subito: "Io sono ignorante, non so nulla". Però dice Socrate: "Rispetto a tutte queste persone, una cosa la so: io so di non sapere". Cioè, loro si credono tutti sapienti, credono di sapere, eccetera, eccetera. Io, una cosa la so, appunto: so di non sapere nulla. Quindi, alla fine, io sono effettivamente l'uomo più sapiente di questa terra. Aveva ragione l'oracolo, perché io sono l'unico che ammette la propria ignoranza, davanti a un mondo dove tutti credono di sapere e però non sanno niente. Io sono l'unico vero sapiente, perché almeno ammetto, so di non sapere. Tutti sanno zero. Io so una cosa sola, ma quell'uno mi rende l'uomo più sapiente di questo mondo. Saper non sapere. Capite che l'esito è un po' paradossale, ma è importante, perché questo dice Socrate, porta a un atteggiamento molto diverso. Chi crede di sapere non cerca la verità. Un politico che crede di aver capito tutto, non si pone più domande sulla politica, la giustizia, eccetera. Mentre Socrate dice: "Io, che non so niente, pongo sempre domande, voglio capire e non mi accontento delle risposte che trovo, voglio indagare ancora di più in profondità". Ecco, l'atteggiamento dell'ignorante, di quello che sa di non sapere, è l'atteggiamento giusto per far filosofia. L'atteggiamento di chi sa che deve indagare, che deve dialogare per cercare la verità.
Tutto questo ci porta a definire meglio quel metodo che già vi anticipavo, che in parte abbiamo sotto traccia già accennato, perché Socrate, a furia di far domande, a furia di capire che lui è più sapiente degli altri, capisce anche come far filosofia, con che metodo far filosofia, visto che la filosofia, vi dicevo, è un dialogo incessante da aprire con le persone che si incontrano anche per strada, avendo il tempo, ovviamente, di fermarli e di parlarci. Questo metodo viene solitamente articolato in due fasi. La prima fase viene chiamata la fase dell'ironia, la seconda della maieutica. Cosa vuol dire? Partiamo dall'ironia. Ironia va inteso in senso etimologico, dal greco eironeia, significa finzione. Allora, all'inizio, Socrate, quando inizia a far filosofia, ferma una persona, si finge completamente ignorante di una certa questione. In genere, non è mai completamente ignorante, lui ha l'atteggiamento dell'ignorante, ma non è proprio uno che non sa nulla. Però capisce che deve fingere di non saper nulla, perché queste domande ficcanti, queste domande problematiche, "cosa vuol dire? che cos'è?", mettono in crisi l'interlocutore, no? A furia di sentirsi chiedere "che cos'è?", le persone non sanno più come rispondere. E allora Socrate, in effetti, fa domande di questo tipo. Chiede "ti esti" in greco, vuol dire proprio "che cos'è". Tant'è vero che poi Aristotele dirà: "Socrate è il creatore del concetto della definizione", perché succedeva spesso che Socrate fermasse le persone e chiedesse, ad esempio: "Che cos'è la virtù, secondo te?". E le persone dicevano: "Beh, la virtù, ad esempio, è il coraggio, l'intelligenza, la sapienza, eccetera". Dicevano: "Ma piano, tu non mi stai dicendo cos'è la virtù, mi stai facendo degli esempi di virtù. Ma io voglio sapere che cos'è la virtù, da capo. Magari facciamo gli esempi, ma prima dimmi che cos'è". No? E quindi, in un certo senso, Socrate chiedeva la definizione. Ed è difficile definire le cose, lo capite bene. È molto più facile fare esempi che che definire. Definire comporta un lavoro. Allora Socrate fa molte domande, molto brevi, molto veloci, molto rapide, per mettere in difficoltà l'interlocutore, fingendosi ignorante, appunto. Questa è la fase dell'ironia, una fase distruttiva, in cui lo scopo è quello di portare l'interlocutore a capire che in realtà non conosce veramente l'argomento di cui si sta parlando. L'interlocutore, all'inizio, crede di conoscere l'argomento, ma Socrate vuole fargli capire che no, non lo conosce davvero. Quindi, primo momento: ironia.
A questo segue la cosiddetta maieutica. La maieutica, invece, è la parte costruttiva del metodo. Dopo averti fatto capire che non capisci niente, che non sai niente, adesso lavoriamo davvero, adesso tiriamo fuori le verità. Maieutica è un termine che si usava proprio nell'arte delle levatrici. Prima vi dicevo che sua madre Fenarete era una levatrice, cioè era una donna che aiutava le donne a partorire. Ebbene, dice Socrate: "Anch'io voglio fare come mia madre. Anch'io voglio aiutare le persone a partorire, però non fisicamente, non davvero le donne a fare i figli, ma piuttosto voglio aiutare le anime a partorire le idee". Perché le anime, dice proprio così Socrate, "sono gravide di verità", cioè come se fossero incinte di una verità che non hanno ancora tirato fuori e che proprio Socrate riesce a estrapolare, a tirar fuori con un aiuto. Come sua madre aiutava le partorienti a partorire, bisognava aiutarle, sostenerle, dirle: "Spingi, spingi, spingi". Così Socrate, in un certo senso, è come se fosse lì a dire: "Spingi, spingi, spingi" alle persone e le aiutava a far partorire questa idea, questa verità. Ok? Quindi lo scopo è prima sgombrare il campo dalle supposte verità che non sono vere verità, dalle stupidaggini che abbiamo per la testa, e poi cercare una verità più profonda, questa volta più sentita, questa volta più vera, mh, più profonda, più anche una verità che fa il conto con le critiche, no? Perché Socrate ti pone domande, ti mette a repentaglio, ti costringe a cercare una verità più profonda, a sopportare le critiche.
Questo porta anche Socrate a scegliere il motto della sua filosofia, che è un motto che, tra l'altro, vede scritto sul frontone del Tempio di Delfi. C'era a Delfi questo motto che lui fa proprio, però, ed è: "Conosci te stesso". Conosci te stesso vuol dire due cose. Uno, intanto, sappi che i limiti, quando la parte dell'ironia serve a dire: "Vai a vedere quello che credi di sapere e vedi se lo sai davvero". Conosci te stesso, vuol dire scava e criticati, no? Infatti, criticare anche con l'aiuto del filosofo, ma criticati e quindi conosci i tuoi limiti, conosci le tue mancanze, le tue debolezze. Ma poi anche conosci te stesso, perché dentro di te, una volta sgombrato il campo dalle stupidaggini, puoi trovare una verità più profonda, puoi andare a cercare la verità. Ora, voi mi direte: "Come? Cosa vuol dire che dentro c'è la verità?". Ecco, Socrate pensa sostanzialmente che noi abbiamo una ragione che ci può aiutare. Se io voglio capire cos'è la virtù, posso ripetere a pappagallo quello che mi hanno insegnato. Questo, però, non è una verità solida, è una cosa che ripeto per sentito dire. Noi tante cose le diciamo così, eh, su tante cose non abbiamo vere opinioni, ma ripetiamo le cose che ci hanno insegnato, che abbiamo sentito dire, le banalità. Poi arriva uno che ci dice: "Occhio, ci credi davvero ste cose? Cosa vuol dire questo? Cosa vuol dire quest'altro? Cosa vuol dire quest'altro ancora?". E lì magari crolliamo, perché ci accorgiamo in questo modo che quello che credevamo vero, non l'abbiamo mai pensato davvero. A sto punto, però, Socrate dice: "Adesso lavoriamo insieme, partoriamo, iniziamo a ragionare. Cosa vuol dire virtù? Cosa vuol dire questo, secondo te?". Allora ti porta a ragionare, ti fa usare la ragione, la tua testa, non più quello che ti hanno insegnato, non più quello che hai ripetuto a pappagallo, ma la tua testa, la tua ragione. Ci ragioni sopra. Lui ti aiuta con le sue domande, guida. Tu ragioni, ragioni, ragioni, e alla fine, se ragioni bene, scopri che la verità ce l'avevi dentro, o meglio, avevi gli strumenti razionali per arrivare alla verità, e che non li avevi ancora usati. Noi su tante cose ripetiamo quello che che ci hanno insegnato sempre, o quello che abbiamo trovato nei libri, o quello che è sentito dire. Non indaghiamo bene. Se indagassimo bene, usando la ragione, avremmo lo strumento per arrivare a tante verità sull'uomo, a tante verità sulla giustizia, sul bene, sul male, eccetera. È che non ci ragioniamo abbastanza. Allora dobbiamo conoscere noi stessi, perché usando gli strumenti che abbiamo, la ragione, possiamo arrivare a verità serie, condivise anche, non solo mie, ma di tutti, che stanno sepolte dentro di noi.
Ora, attenzione, vi ho detto che Socrate si interroga molto sulla virtù, no? O meglio, interroga gli interlocutori sulla virtù. Chiede spesso proprio questioni riguardo alla virtù, e questo è un tema importante, perché se vi ricordate, quando abbiamo fatto i sofisti, abbiamo detto che per i sofisti la virtù era insegnabile, poteva essere insegnata, e però loro intendevano il termine virtù in un modo un po' nuovo rispetto alla tradizione greca, perché la intendevano soprattutto come un'abilità, no? Perfino la retorica poteva essere una virtù, perché era un'abilità pratica. L'uomo virtuoso è l'uomo abile, mh? Ecco, quindi si poteva insegnare, certo, come ti insegno le tecniche per diventare bravo a convincere, così ti insegno anche la virtù. Per i sofisti. Socrate, invece, ritiene che la virtù non possa essere insegnata, non sia insegnabile. Perché dice questo? Cosa intende? Dobbiamo capire come ragiona sulla virtù Socrate. Socrate chiede a molti: "Che cos'è la virtù? Che cos'è questo? Che cos'è quello?". Ma finisce in molti casi, anche se poi molti dialoghi rimangono aperti, ad arrivare a sostenere che la virtù coincida con la sapienza. Cioè, Socrate sostiene che non esistano tante diverse virtù, come sembra, no? Sembra che esista il coraggio, che esista la temperanza, che esista la generosità. Sono tante virtù. Ma in realtà, queste sono tante facce diverse di un'unica virtù generale che le implica tutte. Questa unica virtù generale è la sapienza. In che senso? Per Socrate, l'uomo sapiente è l'uomo virtuoso. In fondo, abbiamo detto che noi tante volte facciamo, diciamo le cose per sentito dire, siamo superficiali, non abbiamo veramente indagato sul perché crediamo in certe cose o in certe altre, sul perché facciamo certe cose o non altre. Agiamo molto spesso in maniera estremamente superficiale. Poi arriva Socrate che ci fa domande e ci dice: "Oddio, forse non ci ho mai veramente pensato a questo tema. È meglio che ci pensi". Allora fondiamo meglio la nostra sapienza. Allora, se noi vogliamo essere sapienti, dobbiamo ricercare. Alla fine, perché tutti siamo ignoranti, e il vero sapiente è solo quell'ignorante che ammette di essere ignorante, è solo quell'ignorante che si mette a cercare. Quello è il vero sapiente. L'ignorante che cerca bene. Ma cercando, capisce, capisce molte cose, capisce il bene, capisce la giustizia, capisce il bello, capisce tante cose che prima non aveva veramente capito, che prima ripeteva a pappagallo. Ora, l'uomo che arriva a capire, persegue naturalmente il bene, dice Socrate, perché l'uomo che capisce le cose tende al bene. Questo implica anche che l'uomo che fa il male, lo fa perché non sa qual è il vero bene. Difatti, Socrate arriva a una frase che è un po' provocatoria, ma è anche molto famosa: "Nessuno compie il male volontariamente". Cosa intende dire Socrate? Qua ci sono persone che fanno il male? Sì, ci sono. Ci sono persone che danneggiano gli altri? Sì, ci sono. Ma queste persone lo fanno perché amano il male, perché sono crudeli, perché sono dei mostri, o perché semplicemente sono ignoranti? Socrate dice: "Perché sono ignoranti". Facciamo degli esempi per capirci, cosa intende. Non sono esempi socratici, ma per capire cosa intende. Prendete, ad esempio, un ladro. Un ladro ruba, certo. Fa del male? Sì, fa del male a chi viene derubato, fa del male alla società, perché crea un clima che non funziona, eccetera. Però lo fa perché gode nel far soffrire gli altri? Ma no, di solito un ladro ruba perché, diciamola così, pensa che quel furto gli faccia bene e se ne frega del male che fa agli altri. Mh? Però un ladro ruba per star bene? No, un ladro cerca la propria felicità. Su questo penso siamo tutti d'accordo. Allora, qual è il problema del ladro, direbbe Socrate? È
Che lui dà grandissimo peso alla sua propria felicità, senza rendersi conto che questo grande peso dato alla sua felicità implica una grande infelicità data agli altri, a molti altri, a volte no. Quindi, il suo errore non sta tanto nell'essere crudele, non è crudele di per sé. L'errore è nel non valutare bene il danno arrecato e il bene arrecato. È come se sbagliassi i conti, no? Sbagliasse le proporzioni e quindi pensasse di fare un gran bene. Magari lo fa a se stesso, senza tener conto che, però, in realtà fa più male che bene.
Mh, tutti quelli che fanno qualcosa di sbagliato, in realtà cercano il bene, cercano la felicità. La morale di Socrate è una morale eudemonistica. Tutti noi cerchiamo la felicità, dice Socrate, quando agiamo. Ogni cosa che facciamo è in cerca della felicità. Anche l'aro cerca di essere felice, anche l'assassino cerca di essere felice, solo che sbaglia perché crede che quella cosa che sta facendo lo renderà felice. Non lo rende felice, oppure rende felice un po', ma poi crea un sacco di casini.
Quindi, il problema sta proprio qui. Il problema non sta che esistano persone cattive, malvagie, che amano il male. No, il problema è che ci sono persone che non ragionano bene, persone che non hanno ancora capito, persone che difettano in sapienza, che non hanno la sapienza. Se le persone davvero si ponessero con l'atteggiamento di ignorante, iniziassero a cercare, iniziassero a ragionare, allora in quel caso le persone arriverebbero a verità più profonde sulla virtù e non farebbero il male.
Mh, chiunque fa il male, pensa di fare il bene, sbagliando, e quindi fa il male. Capite qual è il concetto di Socrate? È un concetto molto legato alla sapienza. Dunque, di virtù. La virtù coincide con la sapienza. Se tu sei sapiente, se tu veramente cerchi e non cadi più in errore, allora ti comporti bene sempre, perché tieni conto della felicità tua e della felicità degli altri. Quindi sei virtuoso. Ad esempio, non ruberai. Se sarai sapiente, non ruberai perché capisci bene che quel rubare crea del danno e quindi non lo fai. Se tu sei sapiente, sai bene che se ti viene un po' di rabbia verso qualcuno, non lo ammazzi, perché sai bene che quello magari ti può far star bene nell'istante in cui lo fai, ma poi crea un sacco di problemi, di dolore a te e agli altri, e allora non lo fai.
Capite? Se sei sapiente, non incappi nessun errore e quindi ti comporti bene e quindi sei virtuoso. L'unica vera virtù è la sapienza. Se tu sei sapiente, tutte le altre virtù vengono di conseguenza: sei generoso, sei coraggioso, eccetera eccetera. Se tu non sei sapiente, è facile invece incappare nei vizi, è facile incappare negli errori.
Questa visione di Socrate è stata accusata nel tempo anche di essere troppo intellettuale. Si è parlato, infatti, di intellettualismo etico, perché alla fine Socrate sembra ridurre tutta la faccenda del comportamento a una faccenda, diciamo, di carattere intellettuale, razionale. Sai o non sai? Chi fa il male, semplicemente non è cattivo, è che non ha capito e che non lo sa.
Qualcuno ha detto: "Beh, non è sempre così, così. Perché è vero che a volte è così, però anche altre volte può capitare che le persone sanno che una cosa è davvero dannosa, sanno che farà male, ma la fanno lo stesso perché non riescono a frenarsi, non riescono a controllarsi. Magari razionalmente sanno che stanno per fare qualcosa di sbagliato, ma non riescono a fermarsi. Pensate l'omicida che si rende conto di star facendo qualcosa di male e non riesce a bloccarsi." Ecco, allora diranno alcuni critici di Socrate: "La morale è più complessa di così. Non è solo un fatto di sapienza, di intelligenza. È un fatto anche, anche di qualcosa di diverso." Ma questo è un altro discorso.
Socrate, comunque, punta tutto sulla sapienza come unica vera virtù. Ci rimangono poche cose da dire su Socrate. Non ci ha lasciato tanto, è proprio quello che è il lascito più importante di Socrate, soprattutto il suo metodo di indagine. Ma con la scusa che a volte questi dialoghi rimanevano aperti, non arrivavano a conclusione, non abbiamo neanche chissà quante teorie.
Ci rimane, però, da dire qualcosa ancora sulla virtù e sull'anima, perché Socrate, parlando di virtù, parlando di sapienza, vi ho detto, aveva detto prima che le anime sono gravi di idee. Arriva a parlare dell'anima. Socrate crede nell'anima, ok? E quest'anima, però, è un'anima un po' particolare, perché Socrate, proprio durante il processo che gli viene intentato, racconta, certo, di aver cercato di seguire questa idea di virtù, virtù come sapienza, eccetera, ma poi anche di aver periodicamente, nella sua vita, sentito una sorta di voce interiore, una voce che derivava dall'anima, una sorta di voce della coscienza, potremmo dire oggi, voce dell'anima. Lui la chiama la voce di un demone interiore, un demone.
Attenzione, demone nel linguaggio greco non ha lo stesso significato che ha nel linguaggio cristiano, che però è successivo. Noi oggi, quando parliamo di un demone, impregnati di cultura cristiana, pensiamo a un demonio, a un diavolo, a un'entità soprannaturale ma cattiva, malvagia. Ecco, per Socrate non era così. Per i greci, il demone era un'entità sì soprannaturale, però non proprio un Dio, di solito a metà strada tra l'uomo e il Dio e gli dei, quindi una via di mezzo, e soprattutto non per forza cattiva. Questo demone era un ente soprannaturale di collegamento tra il mondo terreno e il mondo divino, ma non per forza cattivo. Ce n'erano dei buoni e dei cattivi. Non era, non aveva questo accenno crudele che ha invece il cattivo che ha nel cristianesimo.
Allora, Socrate dice: "Io dentro di me ho spesso sentito un demone", cioè la voce degli dei, in pratica, o di un intermediario tra me e gli dei, che mi parlava e mi diceva cosa non fare, come una voce che, quando stai per fare qualcosa di sbagliato, ti blocca e ti dice: "Attento, Socrate, stai per fare una cosa brutta, fermati". Era una voce che chiamava Socrate a pensare. Mh. Non era una voce che ti obbligava, eh. Cioè, non è che ti dicesse: "Fai così, sennò arriva il fulmine che ti fulmina". No, era una voce che avvertiva, in un certo senso, Socrate quando stava per fare qualcosa di sbagliato.
Perché fa sto discorso un po' strano? Non, non ce lo si aspetta da Socrate. Il processo lo fa per dire, probabilmente, che questa ricerca di una virtù che sta nell'anima, secondo Socrate, è qualcosa di divino, è qualcosa che ci mette in connessione col divino, è qualcosa che ci innalza, no? Come dire, sono anche gli dei a chiederci di comportarci bene, è anche qualcosa di soprannaturale a chiederci di comportarci bene. "Io l'ho sentito, sento intanto questa voce che vi dice: attento, pensaci, riflettici meglio", e anche un richiamo a essere più profondi nel pensiero, ad arrivare più alla verità. Poi, è chiaro che ti lascia la libertà, questa voce, nel senso che sta a te, puoi decidere se seguirla oppure no. Questa voce, però, comunque c'è questo richiamo.
E poi questo porta Socrate a parlare anche dell'anima in senso più profondo, perché c'è un'anima, ma che destino ha quest'anima? Anche questo è interessante, perché l'anima è immortale oppure no? Questo se lo chiede Socrate anche poco dopo il processo, perché dopo il processo, vi dicevo, viene condannato a morte. I suoi allievi vanno da lui disperati, eh, e gli chiedono di scappare. Lui dice: "Calmi, tranquilli". E racconta cosa pensa che accadrà alla sua anima dopo la morte. Lui, un po' nella Apologia di Socrate, un po' in altri dialoghi, riporta, diciamo, due o tre diverse versioni. Non ha le idee chiarissime Socrate sull'argomento, però lui stesso lo ammette: "Non lo so bene cosa succede all'anima dopo la morte".
Però, tra i vari dialoghi, lui dice: "Ci possono essere sostanzialmente tre possibilità, secondo me". Uno, e questo lo racconta nel Fedone, soprattutto: "Può darsi che l'anima si reincarni". Sembra a un certo punto richiamarsi alla metempsicosi dei Pitagorici, vi ricordate che i Pitagorici, vi lascio un link in descrizione, pensavano che l'anima passasse da un corpo all'altro. Quando va un corpo, l'anima si reincarna in un altro corpo per un altro corpo, a seconda poi, soprattutto, del percorso di vita che si è fatto. Quindi, se tu vivi santamente, in maniera santa, ti puoi incarnare in un corpo migliore o viceversa. E questo, vabbè, sembra essere una tesi. Poi, la vedremo che questa tesi verrà ripresa da Platone. Quindi, poi, se Socrate davvero pensasse questo, se è Platone che gli mette in bocca certe parole, boh, non lo sappiamo.
Nell'Apologia, invece, dà altre due ipotesi. Dice: "O la morte è un non sentire più nulla, cioè è una pace eterna, è un silenzio eterno, quindi è la fine di tutto, non c'è vita dopo la morte". E dice, però, Socrate: "In quel caso, se davvero fosse questo, la morte, maah, non sarebbe tutto questo male, in fondo, sarebbe la pace. Mh, non ci sarebbe sofferenza, non ci sarebbe niente di male. Io non ho paura di una morte del genere", dice Socrate. Oppure, "se non fosse così, potrebbe darsi che l'anima vada in un aldilà, nell'Ade dei Greci, o un'altra forma di aldilà. Potrebbe anche essere così che l'anima non muore e passa in un altro mondo". Ebbene, dice Socrate: "Anche se fosse vera questa ipotesi, io non sarei mica tanto preoccupato, perché passare in un altro mondo vorrebbe dire potere incontrare i grandi uomini del passato. Potrei incontrare Omero, potrei incontrare Esiodo, potrei incontrare grandi pensatori e parlare con loro, e in fondo non sarebbe mica male una vita del genere", dice Socrate.
Quindi, lui rassicura ai suoi allievi: "La morte non va temuta. Non sappiamo bene cosa accada all'anima, però in ogni caso non ha senso temere la morte". In un certo senso, vivere significa prepararsi a morire. Morire bene, vivere bene e morire bene sono due facce della stessa medaglia. Non bisogna aver paura di nulla di tutto questo.
Gli dei esistono? Boh, dice Socrate, alla fine. O meglio, sembra lasciare intuire che potrebbero esistere, o meglio, potrebbe esistere un Dio dietro a tutti gli dei che noi vediamo, gli dei tradizionali, gli dei greci. Socrate non li rinnega completamente, dice: "Bah, forse sono più che altro il modo di manifestarsi di un'unica grande mente universale". Però, anche su questo tema, Socrate è un po' ambiguo, non si sa bene cosa pensi. Ma, ripeto, Socrate è aperto al dialogo, è aperto al confronto, non ha verità in tasca da seminare, ha piuttosto dubbi da portare, quindi si tiene aperte molte strade.
Ci rimane un ultimo tema da affrontare, che è questo benedetto processo. Ve l'ho accennato, ve ne ho menzionato più volte, vi avevo detto: "Ve lo racconto adesso, ve lo racconto per bene", perché è un processo importantissimo e va conosciuto in profondità, perché è un pezzo importante della storia della filosofia e anche poi influirà sul pensiero di Platone e dei filosofi successivi, Seneca e non solo Seneca.
Allora, cosa succede? A un certo punto, Socrate, appunto, riceve un'accusa, ormai a 70 anni, un uomo fatto e finito, da anni che esercita la sua professione, diciamo, di filosofo, in giro per la città. E però, appunto, viene accusato di empietà. O meglio, l'accusa è un po' più empietà. L'accusa, in maniera più semplice, ma formalmente, l'accusa è la seguente: viene accusato di non riconoscere gli dei tradizionali, di aggiungerne di nuovi e di corrompere i giovani. Quindi, tra le parti dell'accusa, a portarlo a giudizio sono, tra l'altro, personaggi che uno non si aspetterebbe, perché sono tre esponenti della fazione democratica ad Atene.
Ora, i democratici, tradizionalmente ad Atene, erano quelli un pochino di mentalità più aperta. Gli aristocratici erano più conservatori. I democratici erano un po' più tolleranti, un po' più progressisti, diremmo oggi. In fondo, i democratici avevano portato ad Atene i sofisti, i sofisti erano quelli che predicavano cose strane sugli dei, ricordate Protagora, vi lascio un link in descrizione. Quindi, in fondo, è strana questa accusa, perché proprio dei democratici accusano Socrate di tutto questo. E gli storici della filosofia si sono molto interrogati su questo processo, su questa accusa.
In primo luogo, ci sono varie ipotesi. Diciamo che quelle più probabili sono le seguenti: prima cosa, Socrate forse aveva simpatie aristocratiche. Cioè, Atene era stata segnata negli anni precedenti da una serie di faide, di lotte tra aristocratici e democratici, e Socrate, che pure si interessava poco di politica spicciola, di politica attiva, può darsi fosse vicino agli aristocratici. Aveva avuto, tra l'altro, come allievo, Platone stesso, che era un esponente aristocratico, era stato legato a Crizia, che aveva avuto un ruolo nella dittatura dei 30 tiranni. Insomma, forse aveva amicizie nel lato aristocratico. Adesso i democratici volevano forse vendicarsi, ecco, di di quelli che erano stati dall'altra parte e cercavano di portarli a processo. Questo è possibile.
Una seconda ipotesi, che forse è quella più vera, dopo, appunto, tutti questi anni di lotte, di faide, eccetera, i democratici hanno da poco ripreso il potere e vogliono specificare la situazione, vogliono mettersi da parte tutte queste lotte, queste faide, questi contrasti e dire: "Basta, adesso mettiamoci calmi, tranquilli, e basta". E da questo punto di vista, il loro progetto si fonda anche su alcune verità solide. Cioè, come si fa a unire un popolo che è stato diviso per molti anni? Si cercano dei punti di contatto, delle cose in cui tutti credono, in cui tutti hanno fiducia, e cose che possono unire, cementare questa unione. Quali sono queste cose? Di solito, gli dei, le religioni. Oggi lo sport, forse. Ma all'epoca, più la religione e i grandi vecchi valori, no? Ecco, i democratici stanno puntando sui vecchi valori, sulla tradizione, in questo momento, sia religiosa che così filosofica.
E qual è il problema? Che Socrate è un personaggio che con la tradizione non va molto d'accordo. È vero che era stato amico dei conservatori, ma vi ho detto che è un personaggio anticonformista, uno che insinua il dubbio, che ti dice: "Ma ci credi davvero a questa cosa che ti hanno insegnato? Ma sei che sia giusta?". Ecco, un personaggio così è un personaggio scomodo, è un personaggio che crea problemi, personaggio che inizia ad andare a corrompere i giovani, in che senso? Nel senso che gli mette in testa strane idee, a questi giovani, in un momento in cui dovremmo stare calmi, mmm. Quindi, probabilmente, l'accusa è un'accusa politica, ma serve sostanzialmente a sbarazzarsi di un personaggio scomodo. Cioè, l'intento di questi accusatori democratici, probabilmente, è far fare il processo a Socrate, condannarlo e poi mandarlo in esilio. Molto spesso, i processi per empietà si concludevano, infatti, con l'esilio.
Pensate a Protagora, che pure era anche straniero. Mentre mentre Socrate è un ateniese, cittadino di Atene, Protagora non era cittadino, però Protagora era stato accusato di empietà anche lui, era stato condannato all'esilio. Gli hanno detto: "Arrivederci, grazie". Ecco, diciamo che probabilmente lo scopo dell'accusa era questo: portare Socrate fuori da Atene, perché adesso è un personaggio che crea scompiglio.
Comunque, bisogna allo stesso tempo anche dire che l'accusa non era del tutto peregrina. Nel senso che lo accusano di non rispettare gli dei tradizionali, vabbè, nel senso che vi ho detto, non si capisce bene cosa pensava Socrate sugli dei. Di aggiungerne di nuovi, e in effetti, un un divinità nuova l'aggiunge, eh, il demone interiore, è un mezzo Dio che Socrate sembra aggiungere al pantheon tradizionale. E poi, corrompere i giovani? Beh, aveva dietro con sé, vi ho detto, vari giovani che lo sceglievano come maestro. Quindi, insomma, qualcosa di vero nell'accusa c'era, poco magari, ma qualcosa di vero c'era.
Si svolge questo processo, un processo democratico, eh. Socrate si deve difendere davanti a una giuria popolare composta da 500 membri. Quindi sono tanti ateniesi, eh. Non è che Atene avesse milioni di abitanti, aveva poche migliaia di abitanti, quindi 500 membri era una bella giuria ampia. È un processo pienamente democratico. Socrate si difende, vi dicevo, non non vuole un avvocato, si difende da solo e fa tutto il suo discorso. Dice: "Guardate che io ho lavorato per il bene della città". Arriva a dire che Atene è come un cavallo di razza che però un po' si è addormentato, si è impigrito. Allora, come si fa a tenere sveglio un cavallo? Beh, a volte ci sono dei tafani, tafano, una specie di zanzara, no, che tormentano questi cavalli, ma tormentandoli li tengono svegli. E Socrate dice: "Io sono come quel tafano. Io sono il tafano di Atene, perché vi tengo svegli anche disturbandovi. È vero, lo so che vi disturbo, che vi rompo le scatole, ma così facendo vi tengo svegli, arzilli, rendo Atene ancora una città viva, altrimenti sareste tutti eh annoiati, addormentati, non avreste più questo vigore che invece dovreste avere".
Si difende, lo accusano, comunque, alla fine la giuria eh vota e vota a favore della condanna. Dice: "No, insomma, non ci ha convinto Socrate". Probabilmente anche la giuria aveva capito il tenore dell'accusa dei democratici, voleva mandarlo via. Però, diciamo che la maggioranza a favore della condanna non è così netta all'inizio. Su 500, 280 votano a favore della condanna, 220 contro. Quindi è una maggioranza non così ampia, sono 30 voti di differenza. Perché bastava che 30 votassero dall'altra parte, si arrivava al al pareggio. Però, appunto, essendo cittadino ateniese, la giuria a questo punto dice: "Beh, Socrate, noi ti riteniamo colpevole, però la pena, cioè la punizione, facciamo così: visto che non siamo così tanto sicuri della tua colpevolezza e siamo divisi sulla questione, proponi tu una pena. Se cittadino ateniese, hai dei diritti, puoi proporre tu la pena che noi, secondo te, noi ti dobbiamo comminare".
Socrate ci pensa un attimo, poi dice: "Beh, sapete che c'è? Ehm, io non propongo nessuna pena, perché io svolgo un lavoro nobile per questa città. Voi dovreste mantenermi, come si fa con gli eroi di guerra che vengono mantenuti dalla città a spese della città. Io faccio questa cosa gratis e voi, altro che condanna, dovreste mantenermi". Ecco, questo discorso che Socrate pronuncia viene ritenuto piuttosto offensivo. È chiaro che Socrate lì è provocatorio, no? Ti abbiamo appena condannato, ti abbiamo proposto di proporre una pena e tu ci dici che che pena, che pena, rifiuti la nostra sentenza? Beh, allora ti condanniamo a morte. Diciamo che Socrate probabilmente avrebbe potuto proporre anche una pena lieve, ad esempio una multa. Anche lì, gli allievi dicono: "Proponi una multa, così la paghiamo e siamo a posto". E invece Socrate non ci sta. Socrate dice: "No, no, voi dovete mantenere me, che io pagare multe non esiste proprio". La giuria si offende e lo condanna.
Questa volta la condanna a morte è più ampia, perché votano 360 a favore della condanna a morte, 140 contro. Quindi viene condannata a morte, però, vi dicevo, anche questa condanna a morte è una condanna più che altro simbolica, nel senso che era abbastanza noto che dal carcere di Atene si poteva scappare facilmente, ed è probabile anche che gli stessi giurati che l'hanno condannato a morte si aspettassero che Socrate scappasse. Noi, proprio per dare un segnale forte, ti abbiamo condannato a morte, ma mica ti vogliamo uccidere per forza, vattene. E morta lì, se te ne vai via da Atene, vai in esilio. Diciamo che ci può stare.
Socrate viene quindi portato in carcere e riceve lì la visita dei suoi allievi, che in effetti, memori di quello che abbiamo detto prima, cioè il fatto che si può scappare facilmente dal dal carcere di Atene, hanno già raccolto i soldi per corrompere la guardia e per andarsene via. Eh, dicono: "Abbiamo già gli accordi". Però Socrate, a sorpresa, rifiuta di scappare e dice: "Guardate, io non ho paura della morte, ve l'ho detto prima, no? Se l'anima muore, è una pace eterna. Se invece sopravvive, dialogherà con i saggi del passato, quindi non ho paura di morire".
Prima cosa, seconda cosa, "andarsene via non vale la pena, perché se io vado via da Atene, non potrò più far filosofia, e una vita senza filosofia", dice Socrate, "non è degna di essere vissuta. Una vita senza ricerca, ricerca nel senso filosofico, non è degna di essere vissuta". Quindi, anche andarmene via non mi va tanto, non mi va.
Terza cosa, è vero che adesso la condanna io la reputo ingiusta. Socrate si proclamava innocente, dice: "Col cavolo che ho corrotto i giovani ed ho tradito gli dei tradizionali, è un condanna ingiusta". Però, dice Socrate: "Io ho sempre vissuto ad Atene e vivendo qui, ho sempre implicitamente accettato le leggi di Atene. Insomma, io le sapevo le leggi, sapevo che si veniva giudicati in questo modo. Se non mi andavano bene, avrei dovuto protestare, chiedere un cambiamento, far politica. Non l'ho mai fatto, quindi implicitamente ho accettato le leggi. Ora queste leggi mi condannano, è vero, e mi condannano secondo me ingiustamente, ma io non posso tradire quelle leggi. In fondo, le ho sempre accettate. Le leggi sono già che ci fa convivere, sono le regole di convivenza. Se non ho lottato per cambiarle, ora devo accettarle anche quando si rivoltano contro di me". Però è un fatto di, si dice così, filosofia, lealismo, di lealtà a queste leggi, di lealtà ai patti che c'eravamo fatti. In fondo, avevamo fatto un patto con queste leggi. Poi questo patto è finito per ritorcersi contro di me, certo, ed è ingiusto questo, certo, è vero, però non posso scambiare.
"Dalton", dice Socrate, "è meglio subire il male piuttosto che commettere". Visto che la vera virtù è la sapienza, dicevamo all'inizio, no? Chi fa il male, lo fa pensando di fare il bene. Ma se tu sai cos'è il bene, devi fare il bene, non puoi far finta, non puoi fare dell'altro. È meglio piuttosto, appunto, subire il male che gli altri sbaglino e che tu sia vittima degli sbagli altrui, che sbagliare tu. Tu non puoi sbagliare, perché tu non sei in grado di sbagliare. Una volta che sai cosa è giusto, sei chiamato a fare la cosa giusta. Quindi, Socrate dice: "Mi dispiace, cari ragazzi, ma io non me ne vado".
Gli allievi sono disperati, qualcuno piange, eh, quando Socrate annuncia questo. Lui dice: "Io rimango qui e muoio". La condanna è una condanna a morte. Magari me l'avranno pur data per invitarmi a scappare, ma io no, io rimango. E anzi, detto questo, chiama una guardia, si dice: "Portatemi la cicuta", che era una pianta da cui si ricavava un veleno. Gliela portano, gli portano il succo di questa cicuta, e lui, davanti ai suoi allievi, beve la cicuta e poco dopo muore. Quindi, è un suicidio, decide di morire lui con la sua stessa mano, diciamo, senza aspettare che ci sia l'esecuzione. Però è un suicidio, diciamo, che in Socrate viene sostanzialmente presentato come onorevole, no? Perché è figlio della fedeltà alle proprie idee, figlio della fedeltà anche ai patti che si erano creati, ed è una morte di cui non bisogna avere paura.
Ecco, con questo, direi che vi ho raccontato tutte le cose più importanti che c'erano da dire su Socrate e sul suo pensiero. Poi ci sarebbero altri dettagli, ovviamente, ma sono andato un po' veloce. Casomai, guardate in descrizione, se volete altre informazioni, ci sono i video più estesi per guardarsi le cose con calma e capirle più in profondità. Mi fermo qui. Dovrei esserci stato nell'ora più o meno esatta, spero di sì, però un minuto più, un minuto meno, concedetemelo. Vi ricordo, come sempre, che in descrizione trovate i titoli per dividere questa spiegazione in più parti, trovate i link a tutti gli altri video che ho citato, trovate i modi per rimanere in contatto col canale tramite social network e newsletter gratuite settimanali. In più, sempre in descrizione, trovate anche i modi per sostenere questo progetto. Questi video sono possibili grazie soprattutto allo sforzo di chi ci dà una mano lì. Ci sono i modi per farlo. In cambio, tra l'altro, ci sono anche delle offerte particolari, vantaggi esclusivi che potrebbero pure aiutarvi a studiare, a capirvi di più, a conoscervi meglio, conoscere meglio il mondo, eccetera. Quindi, dateci un'occhiata. Ho finito. Ci vediamo presto per altri video, anche di questa serie Philosophy, oppure eventi storici in un'ora, poi anche più tradizionali di storia, filosofia ed educazione civica. [Musica] Ciao.