Transcription
Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Questa è una rivisitazione potente e moderna del mito di Enea, ispirata all'eneide di Virgilio, ma arricchita da una prospettiva antropologica e contemporanea che pone l'eroe troiano al centro di un racconto di migrazione, perdita e costruzione di una nuova identità. Definito un migrante e un profugo, Enea incarna il destino di chi, costretto a lasciare la propria patria in fiamme, si avventura verso l'ignoto portando con sé il peso della memoria e la speranza di un futuro. Guido Rizzi intreccia la narrazione epica con riflessioni profonde sulla natura dell'esilio, sull'incontro tra culture e sulla fondazione di Roma, una città nata dalla mescolanza di stranieri e indigeni.
Il racconto si apre con una scena grandiosa e simbolica. Siamo nell'aprile del 248 dC e l'imperatore Filippo l'arabo celebra il millennio di Roma con uno spettacolo di leoni, elefanti e gladiatori. Filippo, originario di un oscuro villaggio siriano chiamato Tracontis, è egli stesso uno straniero che ha imparato il latino negli accampamenti militari, salendo al potere attraverso intrighi e sangue. La sua ascesa riflette l'essenza stessa di Roma, una città fondata da Romolo, un uomo che, secondo la leggenda, tracciò un solco nella terra circondato da pastori, boscaioli e fuggiaschi, una gente raccogliticcia unita da un diritto comune, lous. Romolo, seguendo il responso degli indovini, scavò una fossa circolare, dove ogni compagno gettò una manciata di terra della propria patria d'origine, mescolandola con quella degli altri, simbolo dell'unità nella diversità. Questo gesto fondativo, con le zolle di terre diverse che si rimescolano, prefigura la natura di Roma, un crogiolo di popoli, un luogo dove gli stranieri diventano una cosa sola.
Guidorizzi sottolinea la differenza tra i romani e i greci. Mentre gli ateniesi si vantavano di essere autoctoni, figli della terra come il loro primo re cecrope, metà uomo e metà serpente, i romani riconoscevano le loro origini in un Advena, un esule giunto da lontano. Seneca, citato nel testo, descrive l'impero romano come fondato da un profugo che dopo aver perso la patria, guidò un pugno di superstiti verso una terra sconosciuta. L'eroe di questa storia incarna questo mito, un uomo che attraversa il mare rischiando la morte per fondare una nuova città. Arrivando nel Lazio non trova un deserto, ma una terra abitata da genti selvatiche e primitive che non schiavizza, ma accoglie come compagni. Questo è il cuore del mito romano, diverso da quello greco, dove gli eroi cercano gloria eterna. Nel Lazio i guerrieri come Camilla, Turno e Mezzenio combattono non per la fama, ma per la loro terra, i loro nomi radicati in un'umile Italia, come la chiama Virgilio, Umilis Italia, una terra di boscaioli e pastori lontana dallo splendore greco. Si introduce anche il contesto geografico e culturale del Lazio, un luogo remoto, quasi nascosto, latere, senza montagne innevate come l'Olimpo, ma con colline come il Sorate o il Monte Albano, dimora di Giove. Qui il mito di Saturno, il Dio seminatore, riflette un passaggio dalla barbarie alla civiltà, diverso dal destino tragico del crono greco. Il Lazio, isolato dal mare, riceve solo echi lontani della grandezza greca, attraverso gli etruschi o i mercanti, ma aspira a far parte di quel mondo più ampio. È in questa terra che Enea, fuggito da arriva per fondare una città destinata a superare in gloria la sua patria perduta.
Veniamo trasportati nella notte fatale in cui cade sotto l'inganno del cavallo di legno. La scena si apre con un'immagine poetica. Infinite stelle brillano sopra i tetti di Ignare che quella sarà l'ultima notte della città. Il vento soffia dal mare, le sentinelle sono ubriache o hanno abbandonato i loro posti e la città è in festa, convinta che i greci, dopo 10 anni di assedio, siano finalmente fuggiti. Le donne danzano esultanti, scoprendo i seni in un gesto di vita e speranza, mentre gli uomini si abbandonano al vino e alle zuffe. La gioia è incontenibile, la pace sembra finalmente arrivata, ma Enea, il guerriero troiano, non condivide questa euforia. Tormentato da un'oscura angoscia, percorre le mura cercando invano di riportare le sentinelle al loro dovere. Il suo pensiero va al padre Anchise che gli ha confidato il desiderio di morire sul monte Ida, dove in gioventù fu visitato da Venere, madre di Enea, sotto le sembianze di una ragazza. Quel segreto, rivelato in un momento di ebrezza costò ad Anchise la salute, lasciandolo quasi invalido. La città, immersa nel sonno ignora il destino imminente. Enea si trova davanti al tempio di Atena, dove troneggia il gigantesco cavallo di legno, dono ingannevole dei greci. Qui incontra Sinone, il greco che ha convinto i troiani a portare il cavallo dentro le mura. Enea, istintivamente diffidente, lo scaccia, ma il suo cuore è pesante, non riesce a spiegarsi il senso di oppressione che lo attanaglia.
La narrazione torna indietro descrivendo il giorno in cui i troiani scoprirono la fuga dei greci. All'alba le mura si riempiono di cittadini increduli. L'accampamento nemico è deserto, le navi scomparse e sulla spiaggia rimane solo il cavallo. Un'opera meravigliosa ma enigmatica. La folla si riversa sul lido. I bambini raccolgono oggetti abbandonati, mentre i maggiorenti discutono sul da farsi. Alcuni vogliono bruciare il cavallo, altri conservarlo come trofeo. Priamo, il re è affascinato dall'oggetto, ma la sacerdote di Poseidone, si oppone con veemenza, scagliando una lancia contro il cavallo e denunciandolo come un tranello di Ulisse. La sua furia è interrotta dall'arrivo di Sinone, trascinato dai pastori con le orecchie mozzate, che racconta una storia straziante. Tradito da Ulisse, è stato torturato e abbandonato dai greci. Spiega che il cavallo è un'offerta ad Atena e che distruggerlo porterebbe sventura a Priamo, mosso a pietà, decide di portare il cavallo in città, ma il destino si compie con un prodigio terribile. Due serpenti emergono dal mare, stritolando Laucoonte e i suoi figli. La folla interpreta l'evento come una punizione divina per l'empietà del sacerdote e il cavallo viene trascinato dentro le mura, abbattendo persino un architrave per farlo passare.
Quella notte Enea si sveglia di soprassalto. Urla e fumo riempiono la città. I greci nascosti nel cavallo hanno aperto le porte ai loro compagni tornati in segreto. è invasa. Enea, armato corre verso il palazzo di Priamo, dove assiste a scene di orrore. Deifobo, sposo di Elena, è gettato da una finestra coperto di sangue. Elena stessa è scortata da Menelao che la riprende come sposa. Enea, tentato di ucciderla, si trattiene pensando alla sua famiglia. Scopre che Antenore, amico di Priamo, ha tradito ottenendo la salvezza per sé e la sua casa, segnata da una pelle di leopardo. Priamo è sgozzato da Neottolemo, figlio di Achille, in un atto vile, mentre Polite, il suo figlio minore, muore sotto i suoi occhi. Enea torna al suo palazzo dove trova Anchise, Creusa e il piccolo Ascanio. Anchise, rassegnato, chiede di essere lasciato a morire con ma Enea rifiuta caricandoselo sulle spalle. Anchise prende le statuette dei penati, gli dei domestici, simbolo della memoria familiare. Con Creusa e Ascanio Enea fugge verso il monte Ida. Ma nella confusione Creusa scompare. Disperato, Enea torna indietro a cercarla vagando tra le rovine, ma non la trova. Raggiunge i superstiti sul monte, dove Anchise e Ascanio lo aspettano. All'alba è un cumulo di macerie. I prigionieri sono ammassati sulla spiaggia e i greci, dopo aver saccheggiato la città salpano. I sopravvissuti, guidati da Enea, decidono di costruire una flotta e partire. raccolgono ciottoli dalla riva come ultimo ricordo della patria e sotto la guida del nocchiero palinuro salpano verso l'ignoto, lasciando dietro di sé le rovine di e un dolore immenso.
C'è un'immagine di Anchise, il vecchio padre di Enea, seduto a prua della nave, il capo coperto da un cappuccio, gli occhi semichiusi mentre fissa l'orizzonte. La flotta troiana, composta da navi solide, ma non da guerra, trasporta i profughi verso un destino incerto. Anchise, custode dei penati, compie ogni sera l'offerta rituale agli dei domestici, simbolo della continuità della loro identità. La narrazione riflette sul tema dell'esilio. I troiani, privati di tutto, portano con sé solo la memoria e la speranza. La loro partenza è segnata da un grande pianto, mentre la costa di scompare nella bruma, un addio definitivo alla loro patria.
Mentre le navi troiane solcano il mare verso settentrione, la narrazione si sofferma sull'immagine di Anchise, il vecchio padre di Enea, figura di saggezza e memoria. Seduto a prua con il cappuccio che gli copre il capo, Anchise sembra portare nel cuore i ricordi di i boschi del Monte Ida, la pianura, il mare in lontananza. La sua presenza, insieme ai penati che custodisce con cura, rappresenta il legame con il passato troiano, unancora per i profughi che hanno perso tutto. I troiani, un popolo ridotto a un pugno di superstiti, sono uniti dalla loro disperazione e dall'orgoglio di rimanere un popolo, rifiutando di disperdersi come ospiti indesiderati nelle città degli alleati. La costruzione della flotta ad Antandro, sotto il Monte Ida, è stata possibile grazie all'aiuto di popoli vicini che hanno fornito materiali e uomini abili, ma anche animali e vesti, mossi da pietà, ma anche dal desiderio di vedere i troiani partire, lasciando loro il controllo delle fertili pianure di La partenza è un momento di lutto collettivo. Mentre le navi si allontanano, gli occhi di tutti sono fissi sul colle di ormai ridotto a un cumulo di macerie avvolto da nubi di polvere. Il dolore dei profughi si condensa in un pianto silenzioso che si disperde nel vento marino. Enea, a prua invita i suoi a guardare avanti verso l'orizzonte, anche se nessuno sa dove approderanno. La narrazione sottolinea il senso di precarietà e di estraneità. I troiani sono stranieri ovunque, privi di una patria, ma determinati a preservare la loro identità. Anchise, con i suoi rituali serali per i penati, incarna questa resistenza. Ogni offerta, anche solo un frutto o un fiore secco, è un atto di continuità, un modo per mantenere viva la memoria della casa distrutta.
Si sposta l'attenzione sul viaggio di Enea e sul suo arrivo a Cartagine, dove incontra la regina di Done, una figura tragica che incarna un amore destinato al sacrificio. Dopo aver vagato per mari i tempestosi, la flotta troiana approda sulle coste nordafricane in una terra fertile e accogliente. Cartagine è una città in costruzione, fondata da Adidone, una donna esule come Enea, fuggita da Tiro dopo l'assassinio del marito Siqueo. La regina accoglie i troiani con generosità, offrendo loro riparo e cibo. La narrazione descrive il primo incontro tra Enea e Did Idone come un momento di reciproca fascinazione. Entrambi sono segnati dalla perdita, entrambi portano il peso di un passato doloroso. Didone, una donna forte e carismatica, vede in Enea non solo un guerriero, ma un uomo che condivide il suo destino di esule. Enea, a sua volta è colpito dalla bellezza e dalla determinazione della regina che sta costruendo una nuova città dalle fondamenta. La loro relazione si sviluppa rapidamente, alimentata da momenti di intimità durante i banchetti e le cacce reali. Didone, innamorata, inizia a sognare un futuro in cui Enea possa restare a Cartagine, condividendo con lei il governo della città. Ma il Fatum, il destino divino che guida Enea, si oppone a questo amore. Gli dei, attraverso Mercurio, ricordano a Enea che la sua missione è fondare una nuova città in Italia, non stabilirsi in una terra straniera. La decisione di partire è straziante. Enea, pur ricambiando l'amore di Didone, sa che il suo dovere è verso il suo popolo e il suo destino. quando comunica alla regina la sua partenza imminente, Didone è travolta dal dolore e dalla rabbia. lo accusa di tradimento, di averla ingannata con false promesse d'amore. La narrazione si sofferma sul tormento interiore di Enea, che lotta tra il desiderio di restare e l'obbligo di seguire il volere divino. Didone, incapace di accettare l'abbandono, si ritira nel suo palazzo e in un gesto estremo si toglie la vita su una pira, maledicendo Enea e la sua discendenza. La scena della pira, avvolta dalle fiamme sotto un cielo notturno è uno dei momenti più drammatici. Enea, già in mare vede il bagliore dell'incendio e comprende il tragico destino della donna che ha amato. C'è un senso di perdita e inevitabilità. L'amore tra Enea e Did Idone, pur profondo, è sacrificato al Fatum, un destino che trascende i desideri individuali e spinge Enea verso il Lazio, dove lo attende un futuro ignoto.
La narrazione si sposta nel Lazio, una terra selvaggia e primitiva, lontana dalla raffinatezza di Cartagine. Le navi troiane approdano alle foci del Tevere, guidate da un prodigio, una scrofa bianca con 30 maialini, segno che indica il luogo dove Enea dovrà fondare la sua città dopo 30 anni. La terra è abitata da popoli italici, tra cui i latini, governati dal re latino, un uomo anziano e saggio, ma debole di fronte alle pressioni della sua regina amata e del guerriero Turno, capo dei Rutuli. Latino accoglie Enea con ospitalità, vedendo in lui l'uomo predetto dagli oracoli destinato a sposare sua figlia La Vinia e a unire i loro popoli. Questa prospettiva scatena l'opposizione di Amata e Turno che vedono nei troiani degli invasori stranieri. Turno, promesso sposo di Lavinia, è particolarmente ostile e raduna un esercito per cacciare gli stranieri. Si introduce il mito del re del bosco, legato al culto di Diana e al santuario di Nemi. Qui un sacerdote re vive nel bosco sacro difendendo il suo titolo in duelli mortali contro sfidanti. Questo rito arcaico, descritto con toni misteriosi, riflette la natura selvaggia e sacra del Lazio, dove la religione e la violenza si intrecciano. Enea, pur estraneo a queste tradizioni, deve confrontarsi con questa realtà per affermare il suo diritto a restare. La narrazione si sofferma sul contrasto tra la cultura troiana, segnata dalla memoria di una città raffinata e quella italica radicata nella terra e nei riti primitivi. Enea, guidato dal suo senso del dovere, cerca un'alleanza con latino. Ma la tensione, ma la tensione cresce quando turno è amata. Incitano il popolo latino alla guerra, invocando Giano, il Dio delle soglie e delle guerre, il cui tempio viene aperto per sancire l'inizio del conflitto.
Andiamo nel mondo ultraterreno, evocando il viaggio di Enea negli inferi, un episodio cruciale dell'eide. Guidato dalla Sibilla cumana. Enea discende nel regno dei morti per incontrare il padre Anchise e ricevere rivelazioni sul destino del suo popolo. La narrazione descrive un paesaggio onirico e spettrale. Il prato di Asfodeli, dove vagano le anime dei defunti, è un luogo di malinconia e memoria. Qui Enea incontra Didone che lo guarda con occhi pieni di rimprovero e si allontana in silenzio, un'ombra tra le ombre. Questo incontro è un momento di profonda emozione. Enea, ancora segnato dal dolore per la perdita della regina, cerca di parlarle, ma il suo destino lo ha separato da lei per sempre. Anchise, apparso in una visione, mostra a Enea la futura grandezza di Roma, una processione di anime destinate a reincarnarsi nei grandi uomini della città, da Romolo ad Augusto. Questa visione infonde in Enea una nuova determinazione, rafforzando il suo impegno a seguire il Fatum. Enea emerge dagli inferi portando con sé la consapevolezza che il suo sacrificio personale è necessario per un futuro più grande. La narrazione sottolinea il contrasto tra la fragilità umana e l'immensità del destino divino. Un tema centrale nel mito di Enea.
Veniamo immersi nella realtà cruda e selvaggia del Lazio, una terra che Virgilio definisce umile, popolata da genti semplici ma tenaci, lontane dalla gloria degli eroi omerici. Qui la narrazione si concentra sull'arrivo di Enea e dei suoi troiani alle foci del Tevere, dove stabiliscono un accampamento temporaneo. La Terra è ricca di boschi e fiumi, ma anche di tensioni. I latini, guidati dal re latino, sono divisi sull'accoglienza da riservare agli stranieri. Latino, influenzato da un oracolo che predice l'arrivo di un eroe straniero destinato a sposare sua figlia La Vinia, vede in Enea il compimento della profezia. La regina amata e turno, il capo dei rutuli e promesso sposo di Lavinia, si oppongono con veemenza, considerando i troiani invasori che minacciano la loro terra. La narrazione descrive con vividezza il paesaggio del Lazio, colline boscose, il Tevere che scorre placido e villaggi sparsi abitati da pastori e contadini, un mondo lontano dalla raffinatezza di o Cartagine. Enea, consapevole della necessità di alleanze, cerca il sostegno di altri popoli italici. La sua nave approda nei pressi del Colle Palatino, dove incontra Pallante, il giovane figlio di Evandro, un re arcade che governa una comunità pacifica di coloni greci. Pallante accoglie Enea con calore, guidandolo verso il villaggio del padre, situato su quello che diventerà il cuore di Roma. Evandro, un uomo saggio che ricorda ad Enea il padre Anchise, racconta la storia della sua gente emigrata dall'Arcadia per sfuggire alla schiavitù. La loro vita è semplice, basata sull'allevamento e sullo scambio con i popoli vicini, senza ambizioni belliche. Evandro narra anche la leggenda di Ercole che attraversò il Lazio conducendo le mandrie di Gerione e sconfisse il mostro Caco, un essere deforme che terrorizzava la regione. Questa storia, intrisa di elementi mitici sottolinea la natura primordiale del Lazio, un luogo dove gli eroi combattono contro forze selvagge per portare ordine. Vandro, pur non potendo offrire un esercito, consiglia a Enea di rivolgersi agli etruschi che hanno radunato un'armata per contrastare Mezzenio, un tiranno etrusco esiliato che si è alleato con Turno. Una ruspice ha predetto che il loro esercito deve essere guidato da uno straniero e Evandro vede in Enea l'uomo designato. Pallante, entusiasta, insiste per accompagnare Enea in battaglia, nonostante l'apprensione del padre. La narrazione si sofferma sul banchetto serale durante il quale Enea racconta le sue vicende incantando pallante con il racconto della caduta di e del suo viaggio. C'è la promessa di un'alleanza. All'alba le navi etrusche risaliranno il Tevere per unirsi ai troiani, mentre il campo di Enea è sotto assedio dai latini di turno. La tensione cresce con il presagio di una guerra imminente che metterà alla prova il coraggio e la determinazione di Enea.
C'è il culmine del conflitto tra i troiani e i popoli italici che si risolve in una battaglia epica e nella nascita di un nuovo popolo unito. L'accampamento troiano è sotto assedio. e i suoi latini, insieme a Mezenzio e alle sue truppe attaccano con ferocia, bruciando le navi troiane e isolando i difensori. La narrazione si apre con un episodio eroico e tragico. Niso ed Eurialo, due giovani troiani legati da un profondo legame d'amicizia, si offrono volontari per una missione disperata. Devono attraversare le linee nemiche per raggiungere Enea e implorarlo di tornare con rinforzi. Nella notte i due si muovono furtivi, eludendo le sentinelle latine. Spinti dall'ardore giovanile, decidono di attaccare un gruppo di nemici addormentati, uccidendoli silenziosamente. E Urialo però si lascia tentare da un elmo d'argento appartenente a Messapo, un capo latino, e lo indossa attirando l'attenzione di un drappello di cavalieri. Circondato, Euria lo è catturato. Iso, incapace di abbandonarlo, si lancia contro i nemici per salvarlo. Entrambi trovano la morte. E Urialo cade trafitto da una lancia e Niso, dopo un'ultima lotta disperata, muore accanto all'amico stringendogli la mano. I loro corpi vengono esposti davanti al campo troiano come monito e la madre di Eurialo, devastata dal dolore, è consolata da Ascanio che promette di essere per lei un figlio. Nel frattempo Enea torna con gli etruschi guidati da Tarconte e le loro navi appaiono sul Tevere, accolte con grida di gioia dai troiani. Turno, sorpreso dal loro arrivo, esita ad attaccare temendo un'imboscata. Quando la battaglia riprende è un caos di polvere, grida e sangue. Enea guida i troiani e gli etruschi con coraggio, ma è impressionato dalla tenacia dei latini che combattono compatti come frassini o querce. Pallante al suo fianco si batte con ardore, ma la sua giovinezza lo rende imprudente. In un momento fatale sfida turno in duello e viene ucciso. Enea, furioso, si lancia alla ricerca di turno, mentre Mezzenio, il tiranno etrusco, semina morte tra i suoi ex sudditi. In uno scontro drammatico, Enea ferisce Mezenzio all'inguine, mauso, il figlio del tiranno, si frappone per proteggerlo e muore sotto la spada di Enea. Mezzenio, straziato, si lancia in un'ultima carica contro Enea, ma il suo cavallo rebo viene abbattuto e Enea lo finisce. Rispettando il coraggio di padre e figlio, Enea ordina che i loro corpi siano bruciati insieme su una pira. Anche Camilla, la vergine guerriera dei Volci, trova la morte. Per tutto il giorno ha guidato le sue amazzoni con agilità e ferocia, ma viene seguita da Arrunte, un etrusco che trama di ucciderla. Durante un inseguimento Camilla si distrae, attratta dalla veste purpurea di Cloreo, un sacerdote troiano. Arrunte coglie l'occasione e la trafigge con una lancia. Camilla muore tra le braccia della sua compagna H, sussurrando un ultimo messaggio per turno. La battaglia si avvicina al culmine. Enea e Turno si affrontano in un duello finale. Turno, ferito alla coscia, cade in ginocchio, ma non mostra paura. implora Enea di risparmiarlo evocando il ricordo di Anchise e del padre di Turno Dauno. Enea però è mosso dall'ira per la morte di Pallante. Alza la spada e davanti a un cerchio di guerrieri silenziosi proclama: "Ora siamo un popolo solo". Con questo gesto suggella la fine della guerra e l'unione tra troiani etruschi e latini, ponendo le basi per la futura Roma.
Il viaggio di Enea si conclude portando la narrazione verso la fondazione della nuova città e il compimento del suo destino. Ascanio, ormai adulto, ha fondato Alba Longa, la città bianca e lunga sul Colle Albano, rispettando la profezia della scrofa bianca con i suoi 30 maialini. Con i capelli ormai bianchi, Ascanio riflette sulla sua vita, che sembra contenere due esistenze. Quella del bambino troiano, cresciuto tra i vicoli di e i giardini di Anchise, e quella dell'uomo latino, radicato in una nuova terra. Enea, dopo aver sposato la Vinia, ha fondato Lavinio vicino alla costa, esitando a stabilirsi definitivamente nei boschi del Lazio. La regina amata, incapace di accettare il matrimonio, si toglie la vita impiccandosi. Durante una scaramuccia presso il fiume Numicio, Enea scompare in un temporale improvviso, forse annegato o rapito dagli dei. I suoi lo venerano come pater indiges, costruendo un tempietto in suo onore. La vinia incinta dà alla luce Silvio, i cui discendenti regneranno su Alba Longa. Ascanio porta i penati di ad Alba questi prodigiosamente tornano a Lavinio dove rimangono come reliquie sacre. La narrazione si chiude con l'episodio di Romolo e Remo, i gemelli figli di Rea Silvia e del dio Marte, abbandonati nel Tevere per ordine del re Amulio. La loro cesta si impiglia in un fico selvatico e una lupa li allatta nella grotta del lupercale, dove vengono trovati dal pastore Faustolo. Questo episodio che prefigura la fondazione di Roma collega il mito di Enea al destino della città eterna, completando il ciclo di esilio e rinascita.