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Grazia Deledda nasce a Nuoro il 28 settembre del 1871.
Da una famiglia di pastori e proprietari terrieri decisamente benestanti, ha la possibilità di frequentare le scuole elementari del neonato Regno d'Italia, però soltanto fino alla quarta, perché il padre decide poi di non farle proseguire ufficialmente ed istituzionalmente gli studi. Ed infatti, era fedele ad una mentalità tipica dell'epoca che vedeva la donna come figura adibita principalmente all'allevamento della prole e custode, appunto, della famiglia.
Nonostante questa predizione, Grazia Deledda ebbe la possibilità di leggere da autodidatta i grandi autori romantici dell'epoca, tra i quali Manzoni, per esempio, e risorgimentali presenti nella piccola biblioteca paterna, ma comunque molto ben fornita, e di continuare gli studi da autodidatta sotto la guida di un docente privato.
Crescendo, sviluppa un sincero amore, una sincera passione per la letteratura. Infatti, si dedica alla stesura dei primi scritti. Fondamentale per lei e soprattutto per la sua carriera sarà l'amicizia e lo scambio epistolare, quindi lo scambio di lettere, con Angelo De Gubernatis, che era uno scrittore e giornalista torinese, che la introduce nel mondo della letteratura e le permetterà, appunto, nel 1888, di pubblicare i primi racconti.
Dal punto di vista letterario, aderisce al Verismo e fa emergere nei suoi romanzi, ovviamente con intento documentario, gli usi, i costumi e le tradizioni, la mentalità dei pastori e delle massaie della Sardegna, in particolare modo di Nuoro.
Nel gennaio del 1900, sposa Palmiro Madesani, che era un funzionario delle pubbliche finanze, e subito nello stesso anno si trasferirà a, appunto, a Roma. Una decisione che verrà presa proprio per agevolare la sua carriera di scrittrice nella capitale. Infatti, avrà la possibilità di conoscere i più grandi letterati dell'epoca, tra i quali Gabriele D'Annunzio, ma anche Matilde Serao, e avrà addirittura l'onore e il compito di collaborare con "La Nuova Antologia", che era un periodico nato a Firenze nel 1886, che si occupava esclusivamente di letteratura.
Il successo di Grazia Deledda fu rapido, non soltanto in Italia, ma anche in tutto l'ambiente europeo, soprattutto in Francia. Il suo carattere molto forte e la sua personalità la resero, di fatto, una vera donna all'avanguardia, di ampie vedute per l'epoca. Infatti, furono tutti elementi aspramente criticati dalla cronaca mondana, che iniziò a dipingerla come una donna arcigna, autoritaria, senza scrupoli, dato che si era affermata con prepotenza e in poco tempo, diventando, di fatto, il prototipo che si applicherebbe oggi al "self-made woman".
Quindi, Grazia Deledda è protagonista del travaglio e della crisi di un'epoca, di un mondo patriarcale incapace ormai di contenere e di promuovere le nuove volontà, le nuove aspirazioni delle generazioni successive. Quindi, il bisogno di realizzarsi in spazi sociali diversi da quello della casa e della famiglia ha fatto esplodere, quindi, le contraddizioni di una società in declino, però senza tradirne comunque la radice identitaria profonda che la distingue. Lei sarà sempre orgogliosa di appartenere alla Sardegna.
Questo successo improvviso attirò le invidie di molti scrittori dell'epoca, tra i quali anche Pirandello, che nel romanzo intitolato "Suo marito" criticava, e nemmeno in modo così velato, il rapporto che intercorreva tra i coniugi Madesani-Deledda, perché ironizzava sulla figura di un marito che trattava la moglie come se fosse una gallina dalle uova d'oro, per via della sua professione, esattamente come il Madesani aveva rinunciato alle proprie aspirazioni professionali per diventare il procuratore della moglie.
Con gli inizi del ventesimo secolo, la produzione di Deledda si intensifica e soprattutto inizia a maturare e ad evolversi nei temi, nelle forme e nel linguaggio. Nel 1903 esce "Elias Portolu", che è la storia di un giovane che, uscito dal penitenziario, cede all'amore per la moglie del fratello. Nel 1904 viene pubblicata "Cenere", la drammatica vicenda di Anania, che è un ragazzo che, abbandonato fin dall'infanzia, cerca la madre per tutto il racconto e la trova assistendo poi al disperato suicidio di lei. Nel 1908 va alle stampe il romanzo "L'edera", dove sono descritte le angosce, i tormenti di Annetta, che è una donna che si è macchiata di un terribile delitto e, per salvare l'onore suo e del suo amante, fugge sconvolta e tormentata da questa colpa, ritornando poi dall'uomo amato soltanto dopo moltissimi anni, quando costui è ormai ammalato e in fin di vita. Nel 1913 esce "Canne al vento", in cui una famiglia della Sardegna, composta da padre, madre e quattro figli, abituata, appunto, alla rigida disciplina patriarcale, viene turbata dall'improvvisa morte del padre, avvenuta in circostanze misteriose, a seguito dell'inseguimento di quest'ultimo della figlia Lia. Tra tutte le figure, domina quella del servo e fido, da anni, della famiglia, una personalità turbata e tormentata perché responsabile del delitto, dell'omicidio del suo padrone. Infatti, l'aveva assassinato nel tentativo di difendere la di lui figlia Lia durante la fuga.
Nel 1927, Grazia Deledda viene premiata con il Premio Nobel per la Letteratura dell'anno precedente, nel senso che nel 1926 il premio non era stato attribuito per l'inadeguatezza dei candidati, quindi fu attribuito l'anno successivo, ed è la prima donna italiana ad aver vinto questo riconoscimento e, ad oggi, nel 2021, è ancora l'unica donna italiana.
Morirà a Roma il 15 agosto del 1936 a causa di un tumore al seno. Verrà inizialmente sepolta a Roma, ma poi successivamente tumulata a Nuoro.
Come scrive lei stessa nel 1891, aderisce al Verismo e i suoi libri, l'ambientazione regionale, non ha la funzione di polemica sociale assolutamente o di polemica economica nei confronti degli usi e costumi della Sardegna, bensì ha l'obiettivo di raccontare con verosimiglianza il contrasto che i personaggi sperimentano tra la morale tradizionale della sua terra natale e le spinte innovative delle nuove generazioni. Per questo, i suoi romanzi riprendono la lezione verista per evolverla e accostarla alle più radicali innovazioni introdotte dal realismo introspettivo, argomento che sarà proprio di autori quali Svevo e Pirandello, in cui si mettono in evidenza i turbamenti interiori dell'individuo e il disagio della psiche umana, che spesso nascono da questa inclinazione spontanea dell'uomo verso il male e dal contrasto tra morale tradizionale e desideri interiori.
Quindi, oltre all'attenzione per gli usi e costumi della Sardegna arcaica, che vengono assunti come accezione mitica, fanno da sfondo e da cornice alle sue opere, i romanzi della Deledda sono centrali nello scavo delle tormentate coscienze dei protagonisti, divisi tra la ribellione al costume tradizionale, il senso di colpa e il desiderio di espiazione. Sono costantemente inquieti, insoddisfatti della loro condizione e quindi questi personaggi sono vittime di una natale disponibilità al peccato e alla disobbedienza.
Il tema centrale è quello della vita dell'uomo e della sua condizione. Questa viene vista come relazione, ovviamente, tra individui, ma come anche progetto, come dolore, fatica, come provvidenza e mistero. La natura umana è profondamente lacerata nella sua azione e nella scelta tra bene e male, e lacerata soprattutto tra le punizioni interne e le coscienze esterne, in un equilibrio tra predestinazione e libero arbitrio che è sempre più precaria.
Tutte le sue opere sono inoltre pervase da una religiosità professata e vissuta, che guida e salva solo l'uomo che sceglie la fede come via di salvezza. Tutti i personaggi presenti nel romanzo, infatti, sono statici, nel senso che non cambiano, non si evolvono. Gli unici che evolvono e che maturano nel corso del tempo sono soltanto coloro che hanno il coraggio di percorrere la strada della penitenza, la cosiddetta via di Damasco, accettare la loro condizione di peccatori ed abbracciare la via del bene, affidarsi completamente a Dio come loro unico possibile salvatore.
Anche la scrittrice si è dichiarata profondamente credente, come ha affermato lei stessa nel discorso breve tenuto quando le è stato conferito il Nobel. "Hai fatto tutto te ne pare che una donna può chiedere al suo obiettivo la grande sopra ogni cosa? La vita è così. E caretta."