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Sesso e Fede: il tabù che nessuno ti spiega | Don Luigi Maria Epicoco

I ♥ Medjugorje48:36

Transcription

Stiamo seguendo come traccia tematica di questo nostro ritiro questa definizione bellissima che noi pronunciamo quando professiamo la nostra fede: "Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica". Ieri ci siamo soffermati sulla parola "una" e quindi sul concetto di unità. Spero che le parole che ieri sera abbiamo insieme accolto siano diventate una sorta di chiave di lettura della qualità delle nostre relazioni.

Stare insieme, voler bene a qualcuno, essere famiglia, non significa accostare delle solitudini, non significa riempire dei vuoti, non significa usare l'altro a nostro uso e consumo, non significa smettere di essere noi stessi, insomma, tutte quelle che possono essere le patologie dell'unità. Ma l'unità dice invece quella caratteristica che non soltanto ci aiuta a testimoniare l'amore così come il Signore ce lo ha insegnato, ma soprattutto a farci sperimentare quella felicità che poi in fondo in questa vita non è mai qualcosa che conquistiamo una volta, ma è quel sapore delle cose, quel sentire le cose in maniera diversa, quella gioia che cambia completamente il nostro modo di stare al mondo, il nostro modo di vivere.

Questa mattina ci soffermeremo sulla seconda parola, la parola "santa". La Chiesa è santa, anche la famiglia, come la Chiesa è chiamata alla santità. E chissà quante volte avete ascoltato rispetto alla santità della famiglia, in che modo la famiglia deve farsi santa e si deve santificare. Certo, io non sono qui come un maestro che vi deve insegnare la santità, ma vorrei tanto essere semplicemente un fratello che vi consegna qualche riflessione, che vi possa aiutare a scoprire che c'è una santità nascosta anche in quei luoghi dove normalmente noi non immaginiamo che ci sia la santità.

E quindi prima di iniziare ho fatto delle scelte ben precise questa mattina rispetto a che cosa voglio dirvi per declinare la santità e parlare della santità della Chiesa e quindi della santità della famiglia. Ehm, partire da una cosa molto semplice. Molto spesso quando noi pensiamo alla santità, la pensiamo come una sorta di eccezione eroica della vita. Insomma, c'è la nostra vita e poi eccezionalmente c'è gente che si fa santa, quindi non la immaginiamo come il modo ordinario di vivere qualcosa, ma il modo eroico, straordinario con cui qualcuno, che solitamente ammiriamo con invidia, mette davanti ai nostri occhi una testimonianza che però non c'entra con noi, non c'entra con la nostra vita e con la nostra quotidianità, con la nostra normalità, con la nostra ferialità.

E vedete, qualche mese fa il nostro Papa Leone, in quelle conferenze stampa che ha fatte durante i voli di viaggio, gli è stato domandato qualcosa rispetto un po' a se stesso, alla sua personalità, alla sua spiritualità. E durante quel viaggio e quella domanda, Papa Leone ha tirato fuori un personaggio, un personaggio semisconosciuto, una di quelle figure di santità che magari non è alla ribalta, adesso sì, grazie a lui. Ha parlato di un frate carmelitano, frate, neanche sacerdote, un fratello converso, Lorenzo della Resurrezione, e ha detto che la lettura di un testo di Lorenzo della Resurrezione, "La pratica della presenza di Dio", lo ha aiutato tantissimo e ha lasciato un segno nella sua spiritualità. Perché ve lo sto citando? Perché il mestiere fondamentale di questo frate era la cucina. Poi a un certo punto, quando non ha potuto più fare la cucina, ha fatto il calzolaio, insomma, ha fatto cose che apparentemente non hanno nulla a che fare con gli incensi, con l'altare, con i salmi, con le predicazioni. Eppure lui ha trovato Dio lì, esattamente lì, in quelli che sono gli attrezzi di una cucina, gli attrezzi della vita quotidiana.

Se Dio si può nascondere in delle pentole, si può nascondere in un pavimento lavato, si può nascondere nel pianto dei bambini, nelle corse mattutine, se Dio può nascondersi in un viaggio mentre andiamo al lavoro, se Dio può nascondersi in un gesto di amore che io ho nei confronti del mio partner, se Dio si può nascondere in ogni piega, in ogni parte nascosta della nostra quotidianità. Allora capite che non c'è niente della nostra vita che non abbia a che fare con la santità. Si tratta allora di avere gli occhi giusti per accorgerci nella maniera giusta di che cosa significa davvero essere santi.

Allora, mi piacerebbe partire proprio da questa domanda, una domanda provocante: "Che fine ha fatto la pretesa della santità nella nostra vita?". Insomma, quando ci siamo sposati, quando vi siete sposati, quando avete cominciato questo percorso, avevate questo desiderio di santità. E adesso che fine ha fatto questo desiderio di santità? Se doveste interrogarvi vicendevolmente e domandarvi che cos'è la santità, come rispondereste a questa domanda? Allora, se la santità è vivere in pienezza qualcosa, gustare fino in fondo quello che abbiamo davanti, se la santità è quel retrogusto di gioia in tutto quello che facciamo, è ancora così dentro la nostra vita? Perché il contrario della santità non è il peccato. Eh, vi do una brutta notizia, pecchiamo fino all'ultimo, sbaglieremo fino all'ultimo. La nostra condizione umana è una condizione di debolezza, di fragilità. Il contrario della santità non è il peccato, il contrario della santità è la mediocrità, e cioè accontentarsi, abbassare il tiro e vivere la nostra vita con una qualità che è semplicemente quella della sopravvivenza, quello del "sei politico", capite? È quello della sufficienza, giusto per andare avanti e per non sentirci accusati. Insomma, quando tu non fai più le cose e non vivi più le cose con quell'intensità, con quella passione, con quell'amore, con quel gusto, ecco, lì hai perso la santità, perché la santità non è sempre riuscire ad essere santi, ma avere sempre dentro di noi acceso un desiderio di vivere la nostra vita a un'altezza molto più alta di quella che normalmente la vita ci propone, attraverso l'abbassare il tiro, attraverso delle cose mediocri.

Allora, quando abbiamo smesso di desiderare cose grandi per noi? Quando abbiamo cominciato a vivere in maniera mediocre? Quando abbiamo cominciato a smettere di desiderare di essere felici e abbiamo sostituito la felicità con l'accontentarci? Quando abbiamo smesso di impegnarci vicendevolmente e abbiamo trasformato l'impegno in una semplice sopportazione, in una convivenza non belligerante? Insomma, è una domanda molto seria questa, eh, perché se è finito il desiderio della santità, tutto quello che state facendo e che stiamo vivendo in questi giorni non serve assolutamente a nulla. Nessuno può dare da bere a una persona che non ha sete. Se tu dai da bere a una persona che non ha sete, sprechi l'acqua. Il primo gesto del dare da bere è la sete. Allora, forse noi dovremmo di nuovo riprendere in mano questa sete di santità, questa sete di pienezza, questa sete di felicità. Non vivere più in maniera mediocre, desiderare che ogni cosa della nostra vita abbia a che fare con questa chiamata e con questo progetto di santità.

E vi dicevo all'inizio che ho dovuto fare delle scelte. Ora, permettetemi, tenterò di farlo con delicatezza e tenterò di farlo come qualcuno che si mette a lato e non è un esperto di questo, ma semplicemente quello che voglio proporvi in queste riflessioni, spero che possa diventare un aiuto a guardare la realtà con lo sguardo del Vangelo, soprattutto. Ecco perché la prima cosa che vorrei mettere davanti ai vostri occhi è quel grande fraintendimento della santità che riguarda la vostra corporietà. Io tante volte, ascoltando famiglie, mi accorgo che c'è un problema che non riguarda i valori, non riguarda la lealtà, non è un problema che riguarda nemmeno la genitorialità. Vedo genitori assolutamente appassionati nell'essere padri e madri. A volte però quei genitori hanno smesso di essere coppia e a volte, sotto voce, con un po' di vergogna, con tantissimo pudore, qualcuno mi confessa che quella fatica ad essere coppia passa attraverso una fatica nell'ambito affettivo-sessuale, come se qualcosa in quell'ambito si fosse rotto, come se qualcosa in quell'ambito a un certo punto si è staccato dalla vita. Insomma, possiamo parlare di santità e sessualità? Si può parlare di santità e della corporetà, della nostra affettività? Perché se noi non capiamo che c'entra la santità con la sessualità, allora noi cominciamo a vivere in maniera nevrotica, spaccata. Abbiamo la nostra vita che tutti vedono, il nostro impegno, il nostro agire, diciamo così, responsabilmente. Poi c'è qualcosa che è soltanto nostra, infatti la chiamiamo la sfera dell'intimità, ma solitamente è un'intimità di cui ci vergogniamo, un'intimità in cui c'è tabù, un'intimità dove quando qualcosa non funziona, è inevitabile, fratelli, tutto quello che non funziona in un ambito della nostra vita si riverbera su tutti gli altri e noi siamo collegati, non c'è una sola dimensione. Ad esempio, se io ho problemi di comunicazione con il coniuge, questa cosa ha a che fare con tutte le dimensioni, non soltanto con quella della comunicazione. Se io ho un problema fisico con la persona che c'ho accanto, è inevitabile che questo abbia a che fare anche con il bene, con un'intesa più profonda, con qualcosa di spirituale. Cioè ogni dimensione della nostra vita dialoga con tutte le altre dimensioni. Però mi sembra che noi abbiamo molta paura a parlare di questo e a far sì che questo possa diventare materia di santità.

E e sapete perché? Perché noi partiamo da un equivoco, un equivoco che purtroppo, forse anche per colpa di una certa predicazione distorta, abbiamo inculcato, abbiamo fatto passare nella nostra cultura, e cioè abbiamo tirato fuori che in fondo la vita spirituale è qualcosa che accade malgrado il nostro corpo e che il corpo è una cosa che in fondo noi dobbiamo tollerare, che dobbiamo controllare, qualcosa che dobbiamo reprimere, che dobbiamo tenere sotto controllo. Invece le cose spirituali certamente sono più alte del nostro corpo. Ed è qui una questione molto seria, cioè noi pensiamo che in fondo lo spirito sia contro la carne. Ma guardate, siamo a Loreto. È il contrario dell'incarnazione questo, pensare che lo Spirito sia contro la carne, perché il Verbo si è fatto carne, è venuto ad abitare in mezzo a noi, cioè Dio ha preso un corpo su di sé, si è incarnato. È questa la cosa più interessante della nostra fede cristiana. Da dove è nato questo fraintendimento? Cioè quando abbiamo cominciato a mettere uno contro l'altro lo spirito e la carne? Perché quando noi pensiamo alla carne, confondiamo la carne di cui parla Paolo con la mentalità mondana, l'abbiamo ascoltato oggi nella messa, cioè lo spirito dell'uomo carnale non ha a che fare con il suo corpo, con la sua sessualità, con la sua affettività. Riguarda il fatto che tu vedi le cose soltanto in una prospettiva orizzontale, dal basso. Quando tu ti accontenti di vedere la vita soltanto a partire dalle tue forze, dai tuoi pensieri, dalle tue sensazioni, tu sei in ostaggio della carne, sei in ostaggio di una visione mondana. Cosa fa la fede? Ti prende dalla tua condizione mondana e ti porta a vedere le cose da un'altra prospettiva. Noi chiamiamo questa prospettiva nuova la prospettiva spirituale.

Allora, molti di voi hanno dei bambini piccoli. Se un bambino piccolo si aggira in mezzo a questa sala da solo, la visione che ha degli altri, delle sedie e di questo salone è la visione che nasce dalla sua statura piccola. Se un papà, una mamma lo prendono in braccio, a un certo punto cambia completamente la sua visione. Non è cambiata la sala, non sono cambiate le persone o le sedie o i colori di questo bellissimo salone. È cambiato il punto di vista. Quando Paolo dice "Non accontentatevi di vivere secondo la carne", cioè soltanto verso la vostra statura, con la vostra altezza delle cose. Lasciate che l'uomo spirituale, cioè questo dono che il Signore ci ha fatto, cambi completamente la vostra vita. Guardate le cose dall'alto, cioè dalle braccia di qualcuno che vi ha preso e vi fa vedere le cose da un'altra prospettiva.

Quindi è chiaro quando noi diciamo "l'uomo spirituale", "l'uomo carnale", quindi non sta dicendo che l'uomo carnale, dire il corpo e la carne intesa proprio come quella cosa concreta che ci portiamo addosso, è una cosa brutta, mentre le cose spirituali sono cose sante. Quindi questa contrapposizione spirito-corpo è un errore fondamentale che noi ci portiamo addosso come una sorta di dualismo, di conflitto. Tant'è vero che tanti tabù che sono legati anche all'esperienza della nostra fede riguardano esattamente la nostra corporetà. E questo è in contraddizione, ve lo ripeto, con quello che ehm ehm che che è l'insegnamento della teologia dell'incarnazione, il Verbo che si fa carne.

Allora, se noi partiamo da questo, capite che il corpo di mio marito, il corpo di mia moglie non sono il terreno basso su cui la grazia di Dio dice "Eh, dobbiamo abbassare un po' il tiro, dobbiamo arrivare fino al corpo di queste persone". No, non è questo. Sono un luogo teologico, cioè un luogo dove io incontro Dio, un luogo dove io posso fare effettivamente un'esperienza di cielo. Il corpo dell'altro per noi dovrebbe essere una strada di cielo, non semplicemente qualcosa che diciamo "beh, allora facciamo i nostri doveri, chiudiamo poi questa questione, abbiamo messo al mondo dei figli, poi basta" e poi quando ci concediamo qualcosa, lo facciamo sempre un po' come se stiamo rubando qualcosa a qualcuno, no? Il corpo dell'altro per noi rappresenta costantemente una strada di cielo. E questa è una bella domanda. Noi ancora pensiamo questo dell'altro, come consideriamo il rapporto con la nostra corporetà e con la corporetà delle persone che sono accanto a noi e che amiamo.

Allora, voglio leggervi questa famosa riflessione che San Paolo fa nella prima lettera ai Corinzi. L'avrete ascoltata tante volte, ma questo mi fa vivere questa riflessione mettendo l'accento giusto sulle questioni che vorrei condividere con voi. Ascoltate: "Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi? Lo avete da Dio e voi non appartenete a voi stessi? Infatti siete stati riscattati a caro prezzo. Glorificate dunque Dio nel vostro corpo." Allora, non è un "chi va là" questo, no? Dice, "Attento eh, che quello è tempio dello Spirito Santo, eh, mi raccomando." Sta dicendo non "stai attento", ma sta dicendo "renditi conto che il tuo corpo è la materia con cui Dio abita dentro la tua vita". Il tuo corpo non è un accessorio, non è un contenitore e basta, ma è proprio la parte più concreta dove tu puoi fare l'esperienza di Dio. Vi faccio un esempio, eh, e torniamo all'esempio dei bambini, perché forse questo ci fa rendere più conto di quanto sia seria la questione. Se una madre, un padre pretendono di amare i propri figli senza mai toccarli, senza mai abbracciarli, senza mai baciarli. Se mi raccontava una giovane mamma qualche giorno fa che nei momenti in cui il figlio non dorme, l'unica cosa che lo rasserena è quando lo mette poggiato, nudo, sul suo corpo nudo. Se sente il contatto del corpo, si rasserena. Ora ditemi quale filosofia, quale discorso, quale predica, quale catechesi, quale libro possono prendere il posto di quel contatto corporale che c'è tra un figlio e una madre o tra un figlio e un padre. Insomma, il corpo è la maniera più convincente attraverso cui passano le cose più fondamentali della vita. Una cosa è dire a qualcuno "ti voglio bene", una cosa è abbracciarlo. L'abbraccio che dice la stessa cosa di "ti voglio bene" lo dice in una maniera tale che è molto più intensa perché arriva più in profondità nella persona. Quindi quando noi saltiamo il corpo, saltiamo l'unico linguaggio, alfabeto che ci può far fare esperienza delle cose grandi della vita. Se vuoi capire l'amore, devi passare attraverso il corpo. Se vuoi capire la fede, devi passare attraverso il corpo. Le cose giganti della nostra esistenza passano sempre attraverso qualcosa di concreto.

Allora è un problema quando noi non siamo abituati a questo linguaggio, cioè quando non riusciamo a glorificare Dio nel nostro corpo. Adesso dirò qualcosa che spero non scandalizzi nessuno, però vedete, la carezza che tu fai a qualcuno è preghiera, l'abbraccio è preghiera. L'atto coniugale vissuto nella verità del dono è preghiera. Cioè non è in senso metaforico, in senso profondamente reale, perché vedete la preghiera non è semplicemente quello che tu dici con la tua bocca o quello che pensi con la tua mente, ma ogni gesto fisico che la persona fa nel desiderio di amare qualcuno. Eh, i pellegrini, ad esempio, non ci avete mai pensato? Potrebbero pregare a casa loro. Uno si mette se innanzitutto perché Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo, no? Cioè non è che uno deve venire a Loreto per incontrare la Madonna. Grazie a Dio nella vita eterna non c'è lo spazio e il tempo e quindi siamo avvantaggiati. Però perché uno si mette in strada? Perché usa i propri piedi? Perché usa il proprio corpo? Perché si sposta di luogo? Perché va in un luogo? Perché usa la postura del camminare? Perché si mette in ginocchio? Perché bacia? Perché si segna il corpo con il segno della croce. Tutto questo apparato fisico serve a esprimere qualcosa che non si può dire se non attraverso la propria fisicità, la propria corporeità. Ora, quando noi togliamo questo apparato, abbiamo tolto una cosa che non soltanto fa male agli altri, a noi stessi, ma soprattutto smette di glorificare Dio. Glorificare Dio nel nostro corpo significa usare tutto il nostro corpo per poter amare, perché noi assomigliamo a Dio solo e soltanto quando amiamo.

Allora, capite che se tu pensi in questo modo, non devi più pensare che la sessualità in una coppia sia banalmente un bisogno, no? Che a un certo punto il matrimonio addomestica, dice "sì, quelli sono bisogni naturali". Questa storia dei bisogni naturali, noi siamo degli animali addomesticati, un bisogno, però poi ci si sposa. Allora, mettiamo, diamo battezziamo sto bisogno, dai, l'abbiamo fatto rientrare perché in fondo c'è un bisogno. Beh, io vi dico che anche mangiare è un bisogno. Eppure, vedete, abbiamo costruito la cucina, la miglior cucina al mondo attorno a questo bisogno. Quando vogliamo bene a qualcuno, gli prepariamo qualcosa da mangiare. Quando stiamo male, a volte non mangiamo o mangiamo troppo. Vedete come un bisogno non è semplicemente l'espressione della nostra natura animale, è qualcosa di profondamente umano per ciascuno di noi. Quindi attenti a dire che la sessualità coniugale è un bisogno. Allo stesso tempo non dovete pensare che è un premio. Abbiamo resistito e poi finalmente ci siamo sposati e abbiamo ricevuto come premio che adesso noi possiamo vivere fisicamente questa cosa. Allora, il bisogno e il premio tolgono l'identità più profonda, ve la ripeto, la parola più giusta è la parola "linguaggio". Il corpo, la sessualità sono un linguaggio, sono il modo con cui due corpi dicono senza l'uso di parole "tu sei mio, io sono tuo", sono la modalità fisica attraverso cui due persone ti dicono "ti amo", rendono visibile questo amore non con una teoria, ma con un'esperienza. E voi sapete che quando tu parli con qualcuno, cioè usi un linguaggio, tu puoi usare quel linguaggio per dire la verità a qualcuno, e puoi usare quel linguaggio per ingannare, per mentire. Anche la nostra corporietà può essere usata per mentire, e questa è una cosa terribile quando accade in una relazione di amore.

Quindi vedete, questa è una faccenda molto seria che quando viene a mancare in una relazione, ehm, tutto può precipitare perché è come se tutto quello che crediamo non abbia più nessuna consistenza. Ma è ancora nella prima lettera ai Corinzi che Paolo con un realismo e con una concretezza estrema ci lascia queste parole. Io prima ve le leggo, non vi arrabbiate subito appena le ascolterete. Lasciate che io ve le spieghi e vi accorgerete che non sta dicendo una menzogna. Sentite: "Il marito dia alla moglie ciò che le è dovuto, ugualmente anche la moglie al marito. La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito. Allo stesso modo, anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non rifiutatevi l'un l'altro se non di comune accordo e temporaneamente per dedicarvi alla preghiera, ma poi tornate a stare insieme perché Satana non vi tenti nei momenti di mancanza di autocontrollo." Vedete che concretezza? Paolo dice: "Il donarsi l'un l'altro è ciò che vi difende, è ciò che in qualche maniera vi mette al sicuro da quello che Satana vuole fare costantemente, che è spaccarvi, dividervi." Allora è una responsabilità del marito donare il proprio corpo alla propria moglie e la moglie il proprio corpo al proprio coniuge, al proprio marito. Poi dice questa cosa che potrebbe essere fraintesa: "La moglie non è padrona del proprio corpo." Subito dopo dice Paolo: "Nemmeno l'uomo è padrone del proprio corpo." Se io uso la parola "padrone" posso essere frainteso. Che cosa sta dicendo Paolo? Sta dicendo che noi non possiamo, attenti, vivere la questione della nostra corporietà come un favore o un debito nei confronti di qualcuno. Insomma, noi potremmo far arrivare il nostro corpo a usarlo come merce di scambio, come minaccia psicologica. Lo potremmo usare come un modo attraverso cui noi manovriamo l'altro e non come un modo in cui noi siamo chiamati a donarci all'altro.

Allora, quando tu rifiuti qualcuno, quando tu usi male la tua sessualità, la tua corporeità, tu stai spadroneggiando con il tuo corpo. Quando il tuo corpo ti è dato per esprimere l'amore, per donare te stesso all'altro, non per fare del male all'altro, non per usare l'altro. E questo che significa? Che tu devi pretendere questo dall'altra persona. Vedete, nell'amore non può esistere la pretesa e l'intesa è la parola giusta che ci guarisce dalle pretese. Il nulla e il troppo sono sempre qualcosa di sbagliato. L'amore vero è capirsi ed è capire come in alcuni momenti della nostra vita noi usiamo la nostra corporeità, la nostra sessualità per donarci l'uno all'altro e non per pretendere dall'altro qualcosa, né allo stesso tempo per punire l'altro di qualcosa. Non succederà a voi, eh, però può succedere in alcune famiglie che la materia della sessualità e della corporeità viene usata anche come meccanismo di conflitto. Ma guardate, c'è una questione che secondo me è davvero significativa: l'accettare però che quando noi viviamo questo tipo di esperienza dobbiamo renderci conto che noi non siamo uguali sempre, che noi cambiamo, che esistono quelle che si chiamano le stagioni della vita.

Allora, se viene un cinquantenne e mi dice: "Io non ho più la stessa intesa sessuale con mia moglie com'era prima". Beh, meno male. Nel senso che se tu pensi di avere lo stesso fervore, la stessa passionalità di quando avevi 20 anni, tu non hai accettato che la vita passa, cambia e quindi si evolve anche un linguaggio. E capite allora che c'è la stagione del fuoco, c'è la stagione faticosa dei figli piccoli, c'è la stagione della malattia, c'è la stagione delle ferite relazionali, c'è la stagione della menopausa, c'è la stagione della vecchiaia. Allora, non è "vabbè, questo ormai abbiamo archiviato", no? Come le stagioni della vita stanno facendo evolvere questo linguaggio. Quindi la domanda è: noi ci parliamo ancora attraverso la nostra corporietà e questo linguaggio sta accompagnando le stagioni della nostra vita o siamo rimasti in ostaggio di una nostalgia del passato senza renderci conto che la vita sta cambiando?

Allora, capite che se il corpo è un linguaggio di amore, anche tenersi per mano mentre si cammina può diventare una profonda capacità di esprimere l'amore a qualcuno. Non esiste solo l'amplesso, capite? Esiste tutta l'espressione della nostra corporeità. Siamo ancora capaci di esprimerci attraverso il nostro corpo? Ecco, io spero di non aver sconvolto nessuno, però ho voluto mettere questo come un ambito della santità, perché quando si ammala quest'ambito, si riverbera su tutte le altre cose della vita. E vedete, certe volte noi vogliamo aggiustare alcune cose senza renderci conto che il dolore vero, l'ingiustizia che noi proviamo e che abbiamo smesso di amarci in tutte le nostre dimensioni, compresa quella della nostra corporietà.

Allora, qual è l'atteggiamento giusto? È quello di avere l'umiltà di dire che per quanto io frequenti anche il corpo dell'altro, io non posso dire di aver imparato fino in fondo l'altro e che l'altro rimane per me non qualcosa di scontato, non qualcosa che io so già, ma c'è sempre qualcosa che io sono messo nella situazione, nell'atteggiamento di dover custodire e scoprire come qualcosa che man mano che la vita passa esige che io diventi sempre più capace di capire e intercettare, tradurre e saper dire. Ecco, allora è troppo poco pensare che la sessualità è finalizzata soltanto a mettere al mondo dei figli. Anche qui abbiamo frainteso la fecondità con il mettere al mondo dei figli. E se magari una coppia non può generare figli per un qualsiasi motivo, che significa? Che loro non sono stati chiamati alla fecondità? No, non è assolutamente così. L'apertura alla vita è questa capacità di non rimanere chiusi in noi stessi e di capire che se io e te ci vogliamo bene, questo lo si vede dal fatto che l'amore reciproco tra di noi è sempre qualcosa che poi ha a che fare con il resto del mondo. È un affare per tutti l'amore tra di noi. Perché quando due persone si vogliono bene, è come se sono sempre disposti a saper condividere quel bene che c'è tra di loro. Lo condividi con dei figli, lo condividi nell'amicizia, lo condividi in tante forme di fecondità. I figli sono forse la fecondità principale, ma non sono l'unica espressione di questa fecondità, perché altrimenti riduciamo la questione affettiva e corporale al solo piacere, no? Il piacere è una dimensione dell'amore, ma non è soltanto il tutto dell'amore. Quindi non dobbiamo demonizzare il piacere, ma non dobbiamo nemmeno farlo diventare un idolo. Insomma, capite che qui la questione non vi offendete, vi ricordate il film di Benigni, "Il mostro"? Cioè, uno dice: "Allora, forse dovremmo dovremmo semplicemente imparare ad amare e forse anche a reimparare ad amare anche attraverso il nostro corpo". Ci si fa santi così. Anche lì nel letto coniugale c'è qualcosa che ha a che fare con Cristo, c'è qualcosa che ha a che fare con la nostra fede. Ma Giovanni Paolo II non ha avuto paura di dire che il letto coniugale lo possiamo associare all'altare. C'è una liturgia che accade lì dove si ama.

Allora, vedete, quando io ne parlo in un rapporto di coppia, capite che io ne sto parlando al massimo grado? Io non ho una moglie, io non ho un coniuge accanto, ma non sono esonerato dal dover voler bene anche attraverso la mia corporeità. La carezza data a un bambino, l'abbraccio dato a una persona, non sono forse anche questi gesti d'amore? Non siamo tutti chiamati a far questo? Francesco d'Assisi che abbraccia il lebbroso, non sta compiendo un gesto col proprio corpo? Che cosa significa tutto ciò? Che noi siamo chiamati a mettere in gioco questa dimensione della nostra vita. Voi sapendo che potete portare questa dimensione al massimo grado di intimità, ma tutti siamo coinvolti in questa dimensione, ognuno in proporzione alla sua vocazione specifica. Non si può escludere questo. Certo, e ogni gesto, persino l'atto sessuale tra due coniugi deve essere sempre casto. Che significa casto? Non deve mai essere interessato al possesso dell'altro, al manovrare l'altro, a ridurre l'altro al mio piacere. Sempre deve essere così. Allora, capite che la carezza che io do a un bambino è casta, ma anche il rapporto che c'è tra due coniugi è casto. Noi abbiamo ancora una volta confuso la castità con la castrità. La castità è la libertà dal possesso. Allora, Giuseppe è il castissimo sposo di Maria, significa che non ha mai avuto tenerezza nei confronti di questa donna? Certo, ma la tenerezza non ha mai avuto la peggio rispetto al possesso. Il possesso non ha mai avuto la meglio nel rapporto di tenerezza. Allora, noi dobbiamo reimparare la santità che passa attraverso il nostro corpo.

Quindi vi chiedo scusa se mi sono soffermato tanto su questa dimensione, ma ho avuto come desiderio di approfittare di questa occasione per dire ad alta voce una questione che è un tabù. Noi abbiamo vergogna a parlare di questo e abbiamo vergogna a parlarne da cristiani perché o spiritualizziamo le cose oppure non ne parliamo perché poi sono questioni nostre di cui gli altri non devono metterci naso.

Terza dimensione della santità è quella della, chiamiamola così, della liturgia quotidiana. Che significa? Che le nostre giornate a volte sono fatte di stanchezza, sono fatte di lavoro, sono fatte di scelte, sono fatte di piccole mortificazioni. Sapete come ci si santifica nelle nostre giornate? Attraverso l'offerta di quello che viviamo. "Signore, io ti offro stamattina, non voglio andare al lavoro, ma io ci vado e ti offro il sacrificio di andare al lavoro." Certo, lo sapete qual è la maniera concreta con cui il Signore ti ricorda che gradisce l'offerta di quel sacrificio? I tuoi figli, la persona che hai accanto. Dio è molto concreto, ti dà sempre un segnale che ti aiuta a capire quanto è seria quell'offerta. Però immaginate di non essere più capaci di offrire quello che vivete, la gioia, il dolore, la fatica. Quando tu non offri, le cose che vivi ti schiacciano. Ora voi siete ancora capaci di offrire, non di soffrire e basta, ma di offrire. Perché quando tu offri capisci che niente è sprecato, anche la cosa più insopportabile che stai vivendo, se tu la offri, diventa materia di santità.

Ehm, ascoltavo una persona, un papà, uno di quelli che per tutta la vita ha lavorato, ha fatto, eccetera. Un infortunio lo ha messo per diversi mesi in riposo forzato a casa. E ogni volta che lo sentivo mi diceva: "Io mi sento inutile, io non posso aiutare nessuno, non posso aiutare mia moglie, non posso andare a lavorare, sono qua, mi annoio, sono seduto qua su questo divano e non so cosa fare, non voglio vedere la televisione, non sono abituato a leggere", arrabbiatissimo per questa cosa. Allora, ho cercato di aiutarlo a capire che Gesù ha salvato il mondo attraverso la croce e che in quel momento quella apparente situazione di mortificazione poteva essere un affare per tutta la famiglia. E gli ho detto: "Ma dimmi un po', mi hai parlato di tua figlia piccola che ha tanti problemi e che tu vorresti che questa persona fosse toccata dall'amore di Dio? Hai una maniera adesso. Sei disposto a offrire la sofferenza di questi mesi per tua figlia piccola?". M'ha detto: "Non ci avevo pensato". Che cosa ho aiutato nella lettura di quell'esperienza questa persona a capire che un'esperienza brutta, se tu la offri, diventa un'occasione di santità? Quindi questa persona ha smesso di lamentarsi perché ha capito che quella roba che non stava sopportando aveva una finalità di amore. Lui poteva offrirla come la sua croce nei confronti di qualcuno che amava. Vi ho fatto un esempio estremo, ma le nostre giornate non sono fatte forse di piccole cose? Che fine ha fatto la nostra capacità di saper offrire? Cioè non di sopportare la vita, ma di portare la vita in una dinamica relazionale.

E poi il quarto punto è la "magnacarta" di come si ama e di come ci si fa santi. Io mi innervosisco sempre tanto quando durante i matrimoni gli sposi vengono e dicono: "Ma facciamo questa lettura che è bellissima" perché la usano come la pagella del matrimonio, come una poesia, no? È l'inno alla carità di San Paolo. Dice: "Che bello, l'amore è paziente, l'amore è qua, l'amore è così". Sì, la poesia, no? La poesia. In realtà questo è il segreto. Cioè, uno si sveglia la mattina e dice: "Ma io che devo fare ancora con questa persona?". E Paolo ti dice: "La carità è magnanima, è benevola. La carità non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, si rallegra della verità, tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta." Altro che poesia. Qui c'è praticamente un esame di coscienza quotidiano. Capite? Quando uno dice: "Che significa amare?". Amare significa avere pazienza, tentare di non fare del male, di non godere dell'ingiustizia, di non gonfiarsi per schiacciare l'altro. E tutto quello che descrive Paolo è esattamente che cosa noi dovremmo fare per dire: "Oggi ho vissuto in maniera caritatevole la mia vita. Ho vissuto amando." Ma guardate, questo è vero per voi, è vero per la Chiesa, è vero per me. Io potrei fare il parroco dimenticandomi di ciascuna di queste parole. Allora, questo che cosa significa? Che quello che noi facciamo non è importante solo farlo e farlo con competenza, peggio ancora farlo con perfezione, noi diciamo, no? No, è farlo con amore. Se tu lo fai con amore, questa è la descrizione dell'amore. Punto. Non ti devi inventare niente. Paolo ti ha spiegato in che cosa consiste l'amore. Tutto scusa, tutto crede, tutto sopporta. E poi Paolo dice che l'amore non avrà mai fine, e cioè le cose che tu vivi così sono eterne. Noi ci crediamo che ci facciamo santi amando così o è ancora una poesia da matrimonio questa pagina della prima lettera ai Corinzi al capitolo 13?

E poi l'ultima cosa che voglio consegnarvi è quella che Paolo mette nel terzo capitolo della lettera ai Colossesi. Lui la chiama, chiamiamola così noi, poi vedrete un po' come lui la declina, è una sorta di santità domestica, e cioè un atteggiamento, un abitus proprio del nostro modo di stare davanti all'altro. Perché certe volte quando cominciamo a vivere con un'altra persona, quando i nostri rapporti diventano sempre più familiari, la testimonianza della familiarità passa attraverso il fatto che più sei intimo con qualcuno, più dai all'altro il peggio di te. Con gli estranei mai. Gli estranei si prendono sempre il meglio di noi, ma man mano che tu arrivi a una familiarità, un'intimità con l'altro, ti sbrachi. Ma questo è assurdo. Quindi uno dice: "Ma mi maltratta così?". Dico: "Guarda, è brutto a dirsi, ma questa è proprio la prova che siete familiari". Allora, sentite Paolo come ci dà subito l'antidoto a questo veleno terribile, cioè di dare a chi vogliamo bene il peggio di noi. "Eletti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni agli altri se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose, dice Paolo, rivestitevi di carità che le unisce tutte in modo perfetto."

Allora, sentite Paolo che cosa dice? Qual è la conseguenza se tu vivi così la tua vita? "La pace di Cristo regnerà nei vostri cuori perché ad essa siete stati chiamati come membri di un solo corpo." Se tu vivi così, sei in pace e porti pace. Se tu non vivi così, trasformi un luogo di pace in un luogo di inferno. Allora, lo lascio per la vostra preghiera personale. Colossesi 3, versetti 12-15. Che fine ha fatto il perdono? Che fine ha fatto l'atteggiamento della nostra familiarità? C'è ancora tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine tra di noi? O c'è solo il peggio di noi? Insomma, noi diciamo che la Chiesa è santa ed è santa quando ama. La Chiesa, non quando lo sbaglia. Guardate che questa è l'eresia catara, quella di pensare che la santità significhi non sbagliare. Noi sbaglieremo sempre, anche se non lo vogliamo, certe volte sbagliamo. La santità per noi cristiani è amare. La Chiesa è santa perché è chiamata ad amare. Gli sposi sono santi quando amano e quando si amano in tutte le dimensioni: fisica, affettiva, psichica, spirituale, materiale. Tutte le dimensioni della nostra vita devono diventare una professione di questo amore. Questa è la santità. Poi ci sta che uno sbaglia, ci sta che uno non è all'altezza delle situazioni, ci sta che uno è fragile, ma uno non deve mai perdere di vista questo progetto ultimo che c'è tra di noi, la chiamata alla santità e la chiamata all'amore in tutte le sue dimensioni. E quando una persona ama è in pace. Le persone che si sentono amate sono in pace. È uno dei frutti più belli che testimonia l'amore.

Allora, noi non possiamo riportare la pace nella Chiesa, ad esempio, semplicemente facendo delle riunioni e mettendoci d'accordo sulla liturgia, sul diritto canonico, sui programmi pastorali. Non possiamo fare pace in famiglia se ci mettiamo d'accordo su chi butta l'immondizia, quando, su chi cucina o lava i piatti, o semplicemente chi accompagna o meno a scuola o al calcio, tizio, caio. La pace non nasce da un programma esteriore, nasce negli ambienti dove ci si lascia amare e si ama. Questa è la questione. Allora, ieri ce lo ricordava il vescovo Fabio, no? Se uno non ama il Papa e non si lascia amare, ad esempio, dal Papa come lui può, non c'è pace nella Chiesa, c'è sempre conflitto. Se io non amo il pastore che mi accompagna e non mi lascio amare da questa persona, non ci può essere pace in quella comunità. Se io non amo mio marito o mia moglie o i miei figli e non mi lascio amare da loro, non ci può essere pace in quella famiglia. E ha voglia che ci mettiamo d'accordo sulle questioni che per noi sembrano i conflitti. È una guerra quella e continua ad essere una guerra anche se abbiamo trovato trattati di pace. Allora, la questione vera è ciò che fa regnare la pace in un luogo è la santità e i santi sono quelli che hanno deciso di amare fino in fondo in tutte le dimensioni della loro vita. Buona preghiera.