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Ciao, sono Patrick Sheriff, docente universitario di letteratura italiana e oggi vediamo in 10 punti “A Zacinto” di Ugo Foscolo. Se invece vuoi un'analisi più approfondita che include anche l'analisi delle figure retoriche stilistiche, invito a guardare il video che ho fatto sull'argomento. Se hai difficoltà coi Promessi Sposi, la Divina Commedia, vuoi imparare a scrivere un tema per la scuola e la maturità? Dai un'occhiata ai miei libri. Non solo avrai così un valido aiuto per la scuola, ma sosterrai anche il progetto Tra le rime. Ti ringrazio.
La prima cosa da dire riguarda il tema principale di questa poesia che è la nostalgia per la propria patria perduta, da cui si è esiliati per sempre. “A Zacinto” parla del dolore e della malinconia e della nostalgia che Ugo Foscolo prova nel prendere consapevolezza che non ritornerà mai più nella propria terra natale, ovvero Zacinto, un'isola della Grecia.
La seconda cosa da osservare riguarda il contesto storico. “A Zacinto” fu scritta tra il 1800 e il 1803, ovvero dopo il trattato di Campoformio del 1797 che vide l’annessione della Repubblica di Venezia da parte dell’Austria, mentre le isole greche, inclusa Zacinto, andarono alla Francia. Questo comportamento di Napoleone fu vissuto da Foscolo come un profondo tradimento e il poeta si autocondannò ad un esilio volontario da Venezia proprio perché non sopportava esser stato tradito e che i suoi sogni, che erano riposti nella figura di Napoleone, visto come un liberatore, venissero in questo modo distrutti.
La terza cosa da dire riguarda la figura di Venere che connota l’isola di Zacinto di una profonda sacralità. Infatti, in “A Zacinto” leggiamo che dalle acque del Mar greco nacque Venere, esattamente come ci racconta anche Lucrezio nel suo “De rerum natura”. In questo modo Foscolo si ricollega ai miti classici, connota la sua patria natale di una profonda sacralità e evidenzia la bellezza del luogo ideale in cui è nato, in quanto Zacinto diviene un luogo ideale, lontano nello spazio e nel tempo, in cui si trova pace, armonia e soprattutto bellezza.
La quarta cosa da dire riguarda il confronto del poeta con Ulisse. Ulisse è un’altra figura della letteratura e della mitologia greca, più precisamente dell’Odissea di Omero. Ulisse, che ha in comune con Foscolo l’esilio a cui entrambi sono condannati. Tuttavia, Ulisse riuscirà a tornare nella sua petrosa Itaca, al contrario di Foscolo. Questo confronto con Ulisse permette a Foscolo di caricarsi dei vari valori e degli attributi dell’eroe romantico. L’eroe romantico, solitario, condannato a un destino avverso, è condannato a morire lontano dalla sua patria. E quindi la figura di Foscolo, grazie a questo confronto, si carica di eroicità e permette soprattutto di evidenziare il destino avverso a cui è condannato il poeta.
La quinta cosa da dire riguarda il tema del sepolcro, un tema profondamente radicato nella poetica di Ugo Foscolo che vede nel sepolcro un segno, un elemento fondamentale per l’essere umano al fine di lasciare un segno del proprio passaggio sulla Terra e un luogo in cui i propri cari possono piangere il caro scomparso. In questo caso però Foscolo dice di essere destinato, condannato a una lacrimata sepoltura in quanto morirà lontano dalla sua terra. L’immagine del sepolcro all’interno della poetica di Foscolo è fondamentale in quanto il pensiero del poeta, influenzato profondamente dall’Illuminismo settecentesco, è caratterizzato dal materialismo e dal nichilismo e pertanto la morte rappresenta l’annullamento totale dell’essere umano e l’unico modo per sopravvivere a questo annientamento è appunto quello di avere un sepolcro in cui si può essere ricordati per il proprio passaggio sulla Terra. Tuttavia, esiste anche un altro modo che riguarda il sesto punto che andiamo ad osservare adesso, ovvero il valore eternante della poesia.
In questa concezione materialista e nichilista della vita, in questa visione atea della vita che vede nella morte l’annientamento totale dell’uomo, la poesia ha un valore eternante. La poesia è in grado di regalare eternità, di bloccare la bellezza, di impedire quell’avanzare del tempo divoratore e distruttore di ogni cosa. Sempre la poesia e questo suo grande valore è protagonista alla fine di “A Zacinto” dove appunto si legge “tu non altro che il canto avrai del figlio”, in quanto il poeta, sì condannato a lacrimata sepoltura, ma in cambio riuscirà a tramandare ai posteri il proprio passaggio sulla Terra e a lasciare un segno di sé grazie alla poesia e al suo valore fondante, a quella capacità della poesia di dare eternità e dunque comunque di salvare l’uomo dalla condanna di annullamento totale a cui invece è destinato a causa del materialismo di stampo illuminista.
La settima cosa da dire riguarda la natura idealizzata. L’isola di Zante, o meglio Zacinto, è descritta come un luogo ideale dalla bellezza naturale straordinaria. Le acque del mar greco sono cristalline. Il cielo è terso e puro, a tal punto che anche le nubi appaiono limpide e le verdi fronde ricoprono il suolo dell’isola. Inoltre, in questa isola c’è pace, c’è equilibrio, c’è armonia, c’è bellezza. In questo modo Zacinto diviene carica di tutti quei valori di bellezza e equilibrio che caratterizzavano il Neoclassicismo, ma soprattutto diviene un luogo ideale, idealizzato, in cui il poeta può trovare pace, può trovare armonia col mondo, ma è un luogo da cui il poeta è escluso per sempre, un luogo irraggiungibile.
Ottava cosa da dire riguarda la forma del sonetto, ovvero l’utilizzo di una forma metrica regolare tradizionale formata da quattordici sillabe, suddivisi in due quartine e in due terzine. Questa forma regolare però viene scardinata dall’interno e a questo punto osserviamo l’ottava cosa da dire, ovvero il linguaggio e lo stile di “A Zacinto”. Il linguaggio è tipicamente neoclassico in quanto ricco di termini ricercati, dal tono elegante, dalla sintassi complessa, ma un linguaggio, uno stile anche carico di enjambement e anastrofi che rendono il discorso lirico tortuoso e riflettono l’irrequietezza interiore del poeta. In questo modo quella regolarità, quell’equilibrio formale proprio del sonetto viene scardinato dall’interno, appunto con questa sintassi tortuosa che è riflesso dello stato d’animo irrequieto che prova il poeta.
L’ultima cosa da osservare riguarda la fusione nella poesia di Neoclassicismo e Preromanticismo, una fusione che è caratteristica della figura poetica di Ugo Foscolo. In “A Zacinto” troviamo elementi propriamente neoclassici come la descrizione della bellezza naturale dell’isola, quindi l’esaltazione della bellezza, i riferimenti al mito classico, l’equilibrio, l’ordine, la pace, l’armonia espresse attraverso la descrizione delle bellezze naturali dell’isola a cui si ricollegano i vari miti classici come quello di Venere. Allo stesso tempo però questa perfezione, questa armonia, questo equilibrio viene scosso dall’interno in quanto trovano spazio nella poesia elementi tipicamente preromantici, come ad esempio il sentimento della nostalgia, della malinconia, la figura dell’eroe solitario condannato a un destino avverso ed esiliato per sempre dalla sua terra. Tutti questi elementi sono tipicamente preromantici e trovano la massima rappresentazione nell’introspezione che pervade tutta la poesia, un’introspezione attraverso cui il poeta arriva a rappresentare ai massimi livelli quel senso di malinconia e di nostalgia che affligge tutti gli esiliati del mondo e di tutti i tempi. E non è un caso che per questo motivo Foscolo diverrà un modello per i romantici e per i poeti risorgimentali, il simbolo di colui che rinunciò ad ogni compromesso al fine di seguire i propri ideali e difendere la propria idea di libertà.
Con questo concluso, ti ricordo i miei libri sulla Divina Commedia e Promessi Sposi o su come fare il tema. E infine ti ricordo che se vuoi una spiegazione più dettagliata e un’analisi delle figure retoriche di “A Zacinto”, ho fatto un video specifico.
Sus, mai da mia mai nessun modo te la faccio detto portavo stanza. Ah, né più mai toccherò le sacre sponde in nessun modo, mai per nulla e nessuna occasione. Già da faccio un letto, portavo distanza verso le tue rocce. Non c’entro la costa, parlo di persone. Attualmente salute, mentale e depressione. Se penso che non ho bandiere, non ho manco un nome. La c mia che te specchi nell’onde del Mar nero. Sembro Decebalo perché porto i rumeni dietro. Ricordai di cantare per imprese che mi ha segnato, non sporcarmi di orologi e pensando al suo sogno. So l’Ulisse tra i colonni, no le colonne, guarda nei calpeggi giorni e trascorsi la mia infanzia in mezzo alle due fronde, per questo canterò fatali le due terre incolte e se tra gli altri vorrà fama dare matrimonia, voglio il sangue alle pareti, non una cerimonia e volevo solo pace con un botto in mezzo al mais, giuro l’ho pensato e non l’ho fatto mai. Le due rughe sopra il viso sono le crepe dei carpazzi, ma ci siamo fatti grandi. Sappiamo che poi dopo anni, né più mai per nulla al mondo. La mia c’ha un problema, è fuori controllo. Già ma ora né più mai per nulla al mondo. Se da cavi su ritorno devirai l’opposto. Tu non altro che cazzo hai fi ora mandando la mia terra, ora ti vedo sola simulazione e lo posso di carica, volevo tenerti vicino, ora sono morto. Se la vita è percorrenza non è conclusione, eh sono in viaggio da decenni, non conto le ore, la manicomio. Sono sognatore, ancora le poteri vicino. Ora sono morto. Ora sono morto, terra. Arrivata. [Musica] Secondo me, secondo me lo spacco. No.