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È il 1783. Il Regno Unito accetta la dichiarazione di indipendenza delle 13 colonie del Nord America. La loro economia si basa perlopiù sull'agricoltura, hanno pochissime fabbriche e sono piuttosto disorganizzate. Eppure, quelle ex colonie si trasformeranno nella superpotenza egemone nel mondo.
Ciao a tutti, io sono Edoardo. Questa è Stram Finance e oggi parliamo di come gli Stati Uniti d'America sono diventati una superpotenza globale. Ce lo siamo chiesti in molti, ma prima di raccontare l'ascesa del sogno americano, un ringraziamento va a Skb Capital, che ha reso possibile la realizzazione di questo video. Partiamo subito.
Questa storia inizia nel 1776. Quell'anno, 13 colonie del Regno Unito siglano insieme l'ormai famosa dichiarazione di indipendenza. Avviano così una rivoluzione contro il dominio del Regno Unito, che al tempo era la superpotenza egemone a livello globale. Nel 1783, dopo circa 6 anni, la guerra finisce. Gli inglesi accettano la dichiarazione di indipendenza non tanto perché sopraffatti a livello militare, ma soprattutto perché sembra convenga di più. Con una vittoria inglese, infatti, ci sarebbero state proteste, boicottaggi e nuove rivolte. Così, piuttosto che trovarsi con una patata bollente in mano, gli inglesi decidono di tirarsi indietro.
D'altronde, all'inizio, l'indipendenza delle colonie non sembra possa avere gravi conseguenze per il Regno Unito. Le ex colonie, infatti, hanno economie del tutto dipendenti da Londra, con l'esportazione di materie prime, soprattutto prodotti agricoli, e l'importazione di prodotti lavorati. Da sole non sembrano poter fare molto. Non hanno industrie né risorse strategiche. Una guerra contro di loro sarebbe costosa e poco utile.
Poi, per evitare problemi, le ex colonie attuano negli anni una politica sempre più isolazionista verso i paesi europei. Continuano a commerciare, ma restano al di fuori di ogni questione politica e soprattutto da ogni conflitto. Insomma, cercavano di non dare fastidio a nessuno, così da poter rimanere in pace, puntare sullo sviluppo e soprattutto su quello che sarà il primo vero passo per diventare una superpotenza: l'espansione ad ovest.
Il periodo del cosiddetto Far West. Yeah! L'espansione ad ovest è anche piena di punti oscuri. In primis, lo sterminio degli indiani del Nord America. Poi, per decenni, nei nuovi territori a ovest, detti di frontiera, regnerà una sostanziale anarchia. In particolare, in questo periodo si afferma la figura dei cosiddetti Robber Baron, letteralmente Baroni rapinatori. Si tratta di personaggi molto ricchi, industriali e banchieri, figure che sfruttano la situazione di anarchia nei territori di frontiera per compiere ogni genere di crimini in nome dei loro interessi. Diventano così capi di vere e proprie organizzazioni criminali. Non so se avete presente, sarebbero i classici cattivi dei film western.
Comunque, gli Stati Uniti, grazie alla rapida espansione a ovest, si ritroveranno con un territorio molto vasto, il che di per sé è un vantaggio, sia per l'accesso alle materie prime, sia per la possibilità di coltivare di più. Ma soprattutto, a fare la fortuna degli Stati Uniti sarà il carbone, quello che si usava per dare energia alle fabbriche. Nell'Ottocento, gli americani, infatti, scoprono di esserne pieni, anzi pienissimi. Oggi sappiamo che sono addirittura il paese al mondo ad avere più riserve naturali di carbone in assoluto, ed il grosso è proprio nella regione delle prime 13 colonie, nella zona degli Appalachi.
Così, grazie all'abbondanza di carbone, le fabbriche americane possono avere energia a basso costo. Ottengono così un grosso vantaggio competitivo a livello globale, con la possibilità di vendere prodotti lavorati o finiti a prezzo più basso, tanto da fare concorrenza alle potenze europee. Così, gli Stati Uniti nel corso dell'Ottocento avviano un massiccio processo di industrializzazione, tanto da attirare sempre più lavoratori e aspiranti industriali proprio dall'Europa.
Certo, avrebbero potuto guadagnare tanto di più e subito esportando il carbone in massa. Invece, decidono di usarlo per la propria economia, così da guadagnare di più in futuro. Invece, nella storia, molti paesi ricchi di materie prime preferiranno esportare per guadagnare di più subito, e lo vediamo ancora in alcuni paesi oggi. Gli Stati Uniti dell'epoca, invece, punteranno sull'industrializzazione nell'ottica di diventare il più possibile autonomi. Senza le fabbriche, vendendo materie prime, infatti, avrebbero avuto bisogno dei paesi europei, Regno Unito in primis, per importare prodotti lavorati. Quindi, in ogni caso, ne sarebbero stati dipendenti. E come sappiamo, esportare prodotti lavorati è molto più redditizio che non vendere soltanto le materie prime.
Ok, la scelta di usare le materie prime invece di esportarle, detta così, può sembrare scontata, ma non lo è nel momento in cui stai gestendo uno stato. E anche la decisione di farlo non sarà per niente serena per gli Stati Uniti, per niente. A puntare sulla costruzione di una catena produttiva, infatti, saranno proprio i cosiddetti stati del nord, gli Yankees. Ma gli stati del sud continueranno a puntare sulla vendita di materie prime, sia alle industrie del nord che all'Europa. Una scelta che alla lunga, per i motivi che abbiamo visto, porta meno soldi e minor autonomia. Nel breve, però, permette di incassare di più. Proprio questa divergenza sarà la causa principale, insieme alla schiavitù, della Guerra di Secessione tra il 1861 e il 1865. Stati del nord contro stati del sud. In pratica, gli stati del nord, appoggiati dal governo centrale, volevano politiche economiche e monetarie che favorissero lo sviluppo industriale. Quelli del sud, invece, preferivano politiche per favorire l'export di materie prime. Per questo provano a separarsi dagli Stati Uniti, senza successo.
Alla fine, infatti, vince il nord, come sappiamo, mantenendo l'integrità territoriale, proseguendo sulla linea dell'industrializzazione, oltre che, ovviamente, ad abolire la schiavitù a livello federale. Così, la crescita anche dopo la guerra continua in modo esplosivo. Gli Stati Uniti, in appena un secolo, passano dall'essere un paese agricolo ad una potenza industriale. Secondo diverse analisi storiche, si stima che negli anni '80 dell'Ottocento superano perfino la produzione industriale del Regno Unito.
A fine secolo, quindi, gli Stati Uniti sono ormai una potenza economica globale. Ma come si passa dall'essere una potenza economica ad una superpotenza? A inizio Novecento, gli Stati Uniti sono un paese fiorente. Ci sono state alcune crisi, ma nel complesso lo sviluppo è andato a gonfie vele. Gli immigrati dall'Europa aumentano, l'economia è in continua espansione, si creano sempre nuovi spazi per fare impresa. Un periodo di prosperità che darà origine all'ideale del sogno americano. L'abbondanza di materie prime, l'industrializzazione che non si ferma e il continuo afflusso di nuovo capitale umano. Gli Stati Uniti si consolidano come tra i primi paesi al mondo per PIL.
Nel frattempo, si sono sviluppati sempre di più anche i mercati finanziari. A inizio Novecento, quelli americani sono efficienti come pochi altri al mondo, e proprio qui vengono create diverse tecniche moderne per la borsa, usate ancora oggi. Comunque, vista la forte crescita economica, investire nelle aziende americane può essere molto redditizio. Le imprese, infatti, attirano sempre più finanziamenti, anche da investitori esteri, comprese banche e enti istituzionali europei.
Così, mentre lo sviluppo degli Stati Uniti prosegue, il legame tra America ed Europa si fa sempre più stretto. Legame reso ancora più forte dalla forte immigrazione europea, iniziata già negli anni '20 dell'Ottocento e diventata sempre più massiccia. Sia per questo legame che per il fatto che ormai non rischiano più di essere invasi, gli Stati Uniti interrompono la loro politica isolazionista, la politica per la quale si sono tenuti fuori da tutti i conflitti europei. E lo fanno nel 1917, quando il presidente Woodrow Wilson fa partecipare il paese alla Prima Guerra Mondiale, al fianco degli Stati dell'Intesa contro gli Imperi Centrali.
All'inizio, gli Stati Uniti si erano dichiarati neutrali, ma a quel punto cambiano idea, soprattutto perché gli americani, sia istituzioni che privati, avevano investito molto nei paesi dell'Intesa, dando loro importanti prestiti, in particolare alla Francia e al Regno Unito. Così, hanno un forte interesse che i paesi dell'Intesa non perdano la guerra. E così, come sappiamo, le forze dell'Intesa arrivano alla vittoria.
Dopo la guerra, poi, il presidente americano Wilson promuove la nascita della Società delle Nazioni, considerabile l'ente precursore dell'attuale ONU. Serviva per risolvere le controversie internazionali senza ricorrere alle armi, ma in realtà è un modo per avere il controllo. L'opinione pubblica americana, però, pensa sia meglio continuare a concentrarsi sullo sviluppo economico e restare fuori dai conflitti europei per evitare il più possibile problemi. Così, dopo Wilson, vengono eletti presidenti che riprendono la politica dell'isolazionismo. E la Società delle Nazioni, promossa proprio dagli Stati Uniti, alla fine, in realtà, viene creata nel 1920 senza gli Stati Uniti. Prima l'hanno proposta, per poi non aderire.
Comunque, negli anni '20, la crescita degli Stati Uniti accelera, tanto che il decennio passerà alla storia come i ruggenti anni '20. Da una parte, ciò avviene grazie ai danni causati dalla guerra in Europa, con le aziende americane che riescono ad avere così un grosso vantaggio sulla concorrenza del vecchio continente. Poi, punto centrale, arriva la diffusione nel paese del sistema della catena di montaggio, ideato o comunque molto usato da Henry Ford. Un sistema di organizzazione del lavoro che permette di abbattere i tempi e quindi i costi di produzione, permettendo così di vendere a tutti prodotti che prima erano solo per i più ricchi, come le automobili, a prezzi accessibili. Il sistema consente alle aziende americane di spiazzare ogni concorrenza estera e di realizzare guadagni enormi rispetto a prima. Nel corso del decennio, così, il PIL americano cresce di oltre il 40%.
Il periodo d'oro degli anni '20, però, è destinato a finire in modo brusco. Infatti, arriva la terribile crisi del '29, che cambia tutto. La crisi del '29 colpisce con forza gli Stati Uniti. I profitti di molte aziende erano crollati perché avevano prodotto in modo eccessivo, superando di molto la domanda dei consumatori. Gli investitori, poi, avevano puntato troppo sulla crescita, creando bolle speculative, ovvero titoli finanziari dal valore gonfiato, tenuto in alto solo dalla domanda degli investitori, e che prima o poi crolla, quasi sempre portando gli investitori a perdere montagne di soldi. Così, con i bilanci di molte aziende in rosso, arriva il crollo dei titoli finanziari gonfiati. Quindi, si creano buchi enormi, interi patrimoni finiscono bruciati. Gli effetti della crisi, causata dalla produzione eccessiva, si aggravano, innescando una reazione a catena. Tra il 1929 e il 1932, il PIL americano crolla del 28%. Quella che viene chiamata la Grande Depressione. Gli effetti della reazione a catena sono così grandi e devastanti che arrivano anche in Europa. Gli europei, infatti, comprese banche e istituzioni, hanno investito molto nell'economia americana. Il crollo della borsa del '29 fu un durissimo colpo per tutti. Mi chiedo come fosse investire all'epoca.
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Dopo il disastro della Grande Depressione, a fine 1932, in America vince le elezioni Franklin Delano Roosevelt. Sarà eletto per ben quattro mandati di seguito e viene ricordato come uno dei migliori presidenti mai avuti in America. Roosevelt metterà in atto un massiccio piano di riforme economiche chiamato New Deal, che andrà avanti dal 1933 al 1945. Le riforme del New Deal creano nuovi organi e sistemi di vigilanza dell'economia da parte dello Stato per evitare o almeno limitare pratiche che possano portare a fenomeni come la crisi del '29. Inoltre, mette a punto dei sistemi per l'intervento dello Stato in economia, sia per evitare lo scoppio di nuove crisi, sia per avere strumenti, se si dovessero verificare, per affrontarle in modo rapido. Queste riforme, unite all'effetto rimbalzo, saranno molto efficaci, tanto che nel 1938 il PIL torna ai livelli superiori al '29.
E fino a qui tutto sereno, ma l'economia degli Stati Uniti, in realtà, fatica a tornare ai livelli di crescita degli anni '20, soprattutto perché, come comprensibile, dopo il crollo della borsa, gli investitori si fidano di meno. Quindi, arrivano meno finanziamenti, meno investimenti. Di base, però, la situazione è stabilizzata, lo sviluppo riprende.
Arriviamo così al 1939. La Germania nazista attacca la Polonia, l'evento che darà inizio alla Seconda Guerra Mondiale. Gli Stati Uniti, all'inizio, non vogliono partecipare, si dichiarano comunque neutrali. Nel 1941, però, i giapponesi, alleati all'Asse, quindi alla Germania e all'Italia, attaccano Pearl Harbor, un importante porto militare americano alle Hawaii. A quel punto, gli Stati Uniti si convincono, rispondono con un contrattacco massiccio nel Pacifico e, con l'effetto causato dall'attacco giapponese sull'opinione pubblica, si uniscono alla guerra contro i paesi dell'Asse. Lo stesso anno, tra l'altro, anche l'Unione Sovietica si unisce al conflitto, dopo aver respinto la tentata invasione da parte della Germania.
Alla fine, dopo i primi anni in cui i paesi dell'Asse stavano avendo la meglio, con il coinvolgimento di Stati Uniti e Unione Sovietica, l'ago della bilancia si sposta. Nel '45, come sappiamo, la guerra finisce con la vittoria degli Alleati. L'Europa e il Giappone sono distrutti. Gli unici ad uscirne ancora forti e con una buona produzione sono stati Stati Uniti e Unione Sovietica. Stati Uniti che, tra l'altro, subito dopo la guerra sono gli unici ad avere la bomba atomica.
La situazione si va a creare, però, è spinosa. I principali vincitori della guerra, Stati Uniti e Unione Sovietica, sono fondati su principi contrapposti. Così, i due paesi si accordano, decidono come spartirsi l'Europa. Poco prima della fine della guerra, a inizio 1945, avviene un incontro storico: Stalin per l'Unione Sovietica, Roosevelt per gli Stati Uniti e Churchill per il Regno Unito, ormai ridotto ad una posizione secondaria. La famosa Conferenza di Yalta. Sembra quasi che la vecchia potenza globale egemone stesse cedendo il testimone ai suoi due naturali successori. Agli Stati Uniti viene assegnata l'Europa occidentale, con l'idea di avvicinarla ai modelli di democrazia liberale, o perlomeno di rendere i paesi della zona fedeli a Washington. Poi, in futuro, si legheranno sempre di più ai concetti del capitalismo. In realtà, il concetto di democrazia liberale non sarà proprio necessario in tutti i casi, anche perché gli Stati Uniti sosterranno anche i governi dittatoriali, come il regime franchista in Spagna, in chiave anticomunista. Pur essendo nella loro area di influenza, però, Washington vuole degli alleati, non dei paesi succubi, sia per motivi strategici, per rendere il legame più forte, che per i principi propri della cultura americana, che danno forte peso al diritto di autodeterminazione nazionale.
Tra l'altro, è proprio in questo periodo, anzi, soprattutto negli anni '50, che nella cultura americana si affermerà l'idea di cui parlavo prima, cioè che si possa equiparare la difesa della democrazia liberale alla difesa del sistema capitalista, proprio in ottica di contrapposizione al comunismo sovietico. Inoltre, gli Stati Uniti sanno di avere tutto l'interesse nell'aiutare i paesi dell'Europa occidentale, i suoi principali partner anche economici, a riprendersi in fretta. Per questo, nel 1947, Truman decide di avviare il famoso European Recovery Plan, quello che passerà alla storia come Piano Marshall, dal nome del segretario di Stato George Marshall, che si occuperà di gestire i fondi del programma. Il tutto andrà avanti fino al 1952, permettendo ai paesi coinvolti di ricostruire rapidamente fabbriche e infrastrutture senza doversi indebitare. In totale, in quegli anni, gli Stati Uniti danno all'Europa finanziamenti per 13 miliardi di dollari del tempo, uguali a circa 170 miliardi di oggi, contando l'inflazione.
Tuttavia, i fondi non sono del tutto incondizionati. Da una parte, per averli, i governi dell'Europa occidentale non devono avere forze politiche comuniste all'interno della maggioranza. Poi, fanno in modo di favorire una ripresa che favorisca il libero mercato, quindi puntando sulla creazione di mercati concorrenziali, limitando le situazioni di monopolio. Ma adesso avviene la cosa forse più importante che crea più diffusione della cultura americana: diventa sempre più forte l'afflusso di beni di consumo, di film, di musica e altri prodotti a marchio americano, che aumentano l'influenza culturale degli Stati Uniti in Europa.
Negli anni '50, gli Stati Uniti, quindi, conquistano il vecchio continente. Così, dopo l'Europa occidentale, si preparano al prossimo passo: la conquista del mondo.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti abbandonano del tutto l'isolazionismo, abbracciano appieno il ruolo di superpotenza che si contende con l'Unione Sovietica l'egemonia globale. Oltre all'Europa, un passo molto importante saranno le politiche simili al Piano Marshall attuate in Giappone, paese che, dopo la vittoria del '45, gli Stati Uniti avevano occupato militarmente. Nel 1949, gli americani avviano un programma per finanziare la ricostruzione in Giappone, il Piano Dodge, molto simile al Piano Marshall. Decisione che permetterà agli Stati Uniti di instaurare ottimi rapporti commerciali e diplomatici con l'ex nemico di guerra.
Sempre negli anni dopo la guerra, poi, vengono messi in atto accordi e create istituzioni stabilite dai Patti internazionali del 1944. Ad esempio, il sistema di Bretton Woods, con l'istituzione di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Il sistema di Bretton Woods prevede la convertibilità diretta dei dollari in oro ad un tasso fisso, 35 dollari per ogni oncia d'oro, ovvero per ogni 28 grammi circa di oro. Al sistema aderiscono 44 paesi non comunisti sparsi per il mondo. Ai dollari, così, corrisponde una quota fissa di oro. Le altre valute hanno un cambio fisso con il dollaro, che può variare solo seguendo determinate regole, così rendendo i cambi valutari più stabili. Il sistema favorisce l'aumento del commercio internazionale e dei rapporti economici tra i paesi aderenti.
Il passaggio storico più importante, però, sarà soprattutto la consacrazione del dollaro come valuta di riferimento per gli scambi internazionali, scalzando del tutto il ruolo della sterlina. Forza del dollaro che resta anche quando, nel 1971, gli Stati Uniti, guidati da Richard Nixon, decidono di annullare il sistema di Bretton Woods. Decisione presa perché era necessario per gli Stati Uniti di guidare un po' più velocemente il valore dei dollari rispetto al mercato internazionale, dovevano poter applicare politiche monetarie anche con la possibilità di svalutare il dollaro. Non resta solo il dollaro, rimangono anche gli enti internazionali fondati con Bretton Woods, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Sono enti che tutti i paesi aderenti devono finanziare, anche se i maggiori finanziatori resteranno sempre gli Stati Uniti. E i fondi degli enti verranno usati, saranno destinati ad aiutare paesi in difficoltà, difficoltà finanziarie o di altro tipo, anche per portare avanti eventuali progetti comuni di sviluppo. Queste istituzioni consolidano ancora di più il ruolo degli Stati Uniti come punto di riferimento per tutti i paesi non comunisti.
Ma tornando alla fine della guerra, c'è un'altra realtà che determinerà l'egemonia americana. Sto parlando della creazione nel 1949 della NATO, un'alleanza militare difensiva che include Stati Uniti, Canada e diversi paesi europei, anche l'Italia. Ente creato per rispondere ad un eventuale attacco sovietico, almeno sulla carta. Si avvierà così, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il periodo della cosiddetta Guerra Fredda, con il mondo diviso tra l'egemonia degli Stati Uniti e quella sovietica. Ma per via del fatto che sia gli Stati Uniti che l'Unione Sovietica, e anche i loro alleati, hanno le bombe atomiche, la guerra non scoppierà mai davvero. Le due superpotenze si limiteranno ad un contrasto indiretto, senza mai scontrarsi direttamente, per il famoso rischio della mutua distruzione totale, cioè quella teoria che prevede che un attacco nucleare comporti una risposta dello stesso tipo, risultato: distruzione di chi attacca e di chi si difende, e di tutto ciò che c'è nel mezzo. Tra momenti di tensione e di distensione tra le parti, per molto tempo sembra che nessuna delle due superpotenze possa battere l'altra.
La svolta arriva nel 1980, con l'elezione del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Con Reagan, infatti, la spinta antisovietica del governo americano diventa forte come mai prima. Il paese negli anni '80 avvia una serie di politiche finalizzate a far collassare l'economia sovietica. Da parte, gli Stati Uniti aumentano molto la spesa militare, costringendo l'Unione Sovietica a fare lo stesso, pur non potendoselo permettere. In quel periodo, poi, insieme ad altre azioni, il colpo di grazia sarà l'accordo con i paesi dell'OPEC, i maggiori esportatori di petrolio, di aumentare di molto la produzione di petrolio. Questa fu una scelta che portò a farne crollare il prezzo e, con esso, far crollare le entrate dell'export sovietico, che invece puntava proprio su queste materie prime. Questo, unito ai problemi interni, causerà la definitiva caduta dell'Unione Sovietica nel 1991.
Gli Stati Uniti, così, negli anni '90 rimangono l'unica superpotenza al mondo, ottenendo così una vera e propria egemonia globale, non solo dal punto di vista politico ed economico, ma diventando anche il più importante centro globale per la tecnologia, ciò che poi si svilupperà diventando all'inizio la Silicon Valley in California, per capirci. Eppure, all'orizzonte c'è già un altro paese, sempre di stampo comunista, pronto a sfidarli: la Cina. E quindi ci si chiede quanto durerà l'egemonia degli Stati Uniti. Ma questo io lo lascio a voi. Per oggi mi fermo qui. Come al solito, io sono Edoardo, questo è Stram Finance, e noi ci vediamo nel prossimo video. Ciao.