Transcription
[Musica] Buongiorno a tutte e a tutti. Ringrazio l'ANTI per avermi invitata a prendere parte alle celebrazioni per la Festa della Repubblica.
Queste mie parole sono dedicate al mondo della cultura, perché, come ci ricorda l'articolo 9 della Costituzione, siamo tutti chiamati a tutelare e a promuovere il patrimonio storico e artistico della nostra nazione.
In questi mesi di permanenza forzata a casa, avremo sicuramente avuto l'occasione di osservare, studiare contenuti digitali legati proprio al mondo della cultura, dell'arte, dei musei. E questa modalità di trasmissione e fruizione ha visto coinvolte numerose istituzioni a livello internazionale che ci hanno offerto conoscenze e saperi di altissima qualità, e si sono sperimentate, proprio su vasta scala, nuove modalità di interazione che hanno visto pubblici anche molto diversi fra loro.
In particolare, i musei, che se ci pensate non erano mai stati chiusi dalla Seconda Guerra Mondiale, sono stati chiamati, in un certo senso, a riflettere sulla loro missione pubblica e universale. E oggi, in questo momento di ripresa per il Paese, io ritengo che le sole risorse finanziarie, supporti economici, benché importantissimi e indispensabili, non siano gli strumenti sufficienti a rispondere con efficacia al cambiamento che stiamo vivendo.
E allora, in questo giorno così importante per la storia della nostra Repubblica, è proprio alla storia che dobbiamo fare riferimento. Dobbiamo rintracciare nelle radici della nostra comunità l'esempio di chi ha saputo, in momenti anche molto difficili e drammatici, far risorgere e rinascere la cultura. E allora, le fondamenta su cui edificare questo cambiamento, io ritengo che siano le persone, la loro attiva partecipazione: ripartire dalle persone. E ciò che fece, in un certo senso, Fernanda Wittgens durante il secondo conflitto mondiale, la prima donna in Italia a ricoprire un incarico prestigioso che la vedeva alla guida della Pinacoteca di Brera a Milano.
Il legame di Fernanda Wittgens con Brera inizia nel 1928, quando viene assunta con un contratto temporaneo sotto la guida di Ettore Modigliani, l'allora direttore della Pinacoteca. Modigliani capisce fin da subito che Fernanda Wittgens è un'assistente ideale: prima di tutto, è tecnicamente preparata, alle spalle una solida ricerca scientifica, e inoltre disposta a farsi carico di un ingente lavoro che lei stessa definirà infinito. Quindi, una giovane donna che è prima di tutto capace, attivissima e instancabile. Tanto che, nel 1935, quando Modigliani è allontanato dall'Amministrazione delle Belle Arti per antifascismo, per le sue origini ebree, è costretto al confino in Africa fino al 1939, perché nel frattempo erano sopraggiunte le leggi razziali, Fernanda Wittgens decide di portare avanti da sola l'impegno, il lavoro a Brera, informando però costantemente, attraverso lettere e scritti, il suo maestro.
Nel 1940 viene poi bandito un concorso per un posto di direttore; Fernanda Wittgens decide di partecipare e supera brillantemente la prova. Viene promossa così al grado di direttore nel ruolo del personale dei musei e delle gallerie con sede proprio alla Pinacoteca. L'Italia era tratta in guerra, il momento era drammatico, e la necessità di salvare le opere d'arte, monumenti, da incendi e bombardamenti era diventata una verità, soprattutto dopo il bombardamento che aveva colpito Milano nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1943. Si decidono massicci trasferimenti che Fernanda Wittgens segue di persona, salendo sui camion al fianco dei conducenti per evitare qualsiasi interferenza. Un problema che, lungo il percorso, e nella notte tra il 7 e l'8 agosto, quindi qualche mese più tardi, effettivamente Brera viene devastata dalle bombe sganciate dagli aerei britannici.
E l'impegno per la salvezza di Brera non impedisce però a Fernanda Wittgens di riflettere sulla gravità del momento politico e storico. E la sua personale formazione ideologica, la sua frequentazione con Ettore Modigliani, suo maestro ebreo e liberale, le fanno fare esperienza diretta del fascismo e la portano, fin dai primi anni del regime, ad assumere posizioni politiche di chiara opposizione. Aiuta quindi amici, parenti, familiari perseguitati, ebrei, fin dallo scoppio della guerra, ad espatriare per salvarsi. E questo le costò il carcere: fu arrestata il 21 luglio del 1944 e portata nel carcere di San Vittore a Milano. Da qui abbiamo la testimonianza di parole intense e profonde. O scontato solo un anno, perché nell'aprile del 1945 avvenuta la liberazione. L'esperienza del carcere è stata, vorrei dire, artistica atrocità incredibili ed umanità sublime, che dimostrano la verità del detto di Montaigne sulla stranissima, misteriosa cosa che è l'uomo. Salvezza delle opere d'arte da un lato e salvezza di perseguitati politici dall'altro erano quindi due imperativi entro i quali si svolse, per Fernanda Wittgens, gli avvenimenti della guerra.
Lasciarono naturalmente un segno profondo su di lei, tanto che più volte fu portata a pensare di abbandonare l'esperienza della storia dell'arte, che viveva come attività troppo o solo estetizzante, se voleva dedicarsi ad attività sociali. Ma furono proprio i mesi in carcere a farla riflettere sulla possibilità di vedere nella storia dell'arte non solo la sua ricerca storica e scientifica, ma soprattutto il canale privilegiato di educazione e di espressione che poteva diventare un modello per la società contemporanea.
A questo proposito sono significative le parole che rivolge in una lettera alla madre dal carcere: "Quando crolla una civiltà e l'uomo diventa belva, chi ha il compito di difendere gli ideali della civiltà? Di continuare ad affermare che gli uomini sono fratelli, anche se per questo dovrà pagare? Almeno i cosiddetti intellettuali, cioè coloro che hanno sempre dichiarato di servire le idee e non i bassi interessi, e come tali hanno insegnato ai giovani, hanno scritto, si sono levati dalle file comuni degli uomini. Sarebbe troppo bello essere intellettuale in tempi pacifici e diventare codardi o anche semplicemente neutrali quando c'è un pericolo. L'errore delle mie sorelle è tuo e di credere che io sia trascinata dal buon cuore o dalla pietà ad aiutare senza sapere il rischio. È invece un proposito fermo che risponde a tutto il mio dovere di vivere. Io non posso fare diversamente, perché ho un cervello che ragiona così, un cuore che sente così".
All'uscita dal carcere, nel 1945, Fernanda Wittgens aveva così un'unica missione: ricostruire Brera. Ed effettivamente Brera diventa per lei il simbolo di un rinnovato impegno sociale e culturale. In quelle notti di agosto del 1943 la Pinacoteca era stata distrutta: 26 sale su 34 erano state devastate. E così Fernanda Wittgens coinvolge fin da subito l'allora sindaco di Milano, Antonio Greppi, perché inserisce proprio nel primo piano di ricostruzione della città, insieme a case e scuole, anche i musei. Di quel momento si ricorda il suo implacabile dinamismo che, naturalmente, terrorizzava la burocrazia ministeriale. Nel 1946 deve anche affrontare un'importante perdita, quella del suo maestro Ettore Modigliani, che non vedrà mai Brera rinata. Effettivamente rimane sola nella sua battaglia per la nascita di quello che lei definisce "il museo vivente", perché rispondeva al suo sogno umanistico che vedeva il museo un luogo di attiva partecipazione, aperto a diverse sperimentazioni artistiche e incentrate sulla ricerca scientifica e didattica.
Così, dopo quattro anni di intenso e duro lavoro, nel 1950 – da pochi giorni lo ricorderemo, il 9 giugno – riesce a inaugurare Brera alla presenza delle autorità, tra le quali anche l'allora ministro Guido Gonella. E in quella sede pronuncia un discorso molto significativo: parla di comunione commovente tra i tecnici, funzionari, operai e la direzione: tutti collaborano per la riuscita del miracolo della ricostruzione. In quel momento la vita della Pinacoteca di Brera si anima: eventi, manifestazioni, mostre, attività inedite, anche rivoluzionarie sotto il profilo della ricerca museale e scientifica. Inoltre, Fernanda Wittgens dà avvio a una serie di attività didattiche: le interessava particolarmente il problema dell'educazione dell'infanzia all'arte. Era giunta alla conclusione che solo attraverso l'educazione all'arte di base si potesse salvaguardare e promuovere il patrimonio artistico della nazione. Così realizzò attività didattiche specifiche per i bambini, per le scuole, per le famiglie e persino per gli insegnanti, che si coniugassero in qualche modo anche con il dinamismo della vita moderna. La cultura, la storia dell'arte, le esperienze della bellezza dovevano, e dovevano insistentemente, entrare a far parte della vita quotidiana di tutte le persone, della comunità.
Questo nuovo "museo vivente" accoglie così, insieme alle manifestazioni artistiche, concerti, sfilate di moda e congressi internazionali. Nel 1956 Fernanda Wittgens dà vita poi ai "Fiori di Brera", coinvolgendo maestri giardinieri e chiedendo loro di creare delle composizioni floreali negli ambienti della Pinacoteca che rispecchiassero le cromie delle sale: un evento assolutamente rivoluzionario per quel tempo, che portò migliaia di visitatori alla Pinacoteca.
Fin dagli anni della sua ricostruzione, Fernanda Wittgens ed Ettore Modigliani avevano una precisa idea sulla divisione dei compiti tra pubblico e privato: loro pensavano che al primo dovesse spettare l'onere della fabbrica, e ai privati invece il compito di incrementare le collezioni, che poi erano al cuore del museo. Un museo vivo, come abbiamo detto, ma vivo non significa soltanto capace di parlare a un vasto pubblico o essere un museo solo ricco di iniziative, ma soprattutto di essere in grado di crescere e di mutare seguendo gli sviluppi della storia dell'arte e soprattutto valorizzando quegli artisti e quelle scuole che non erano stati fino allora considerati.
Così, il 2 giugno del 1954, il Presidente della Repubblica conferisce a Fernanda Wittgens la Medaglia d'oro come benemerita della cultura e dell'arte. Esattamente due anni dopo, il 2 giugno del 1956, su proposta dell'allora Ministro dell'Istruzione, Fernanda Wittgens è invece insignita dell'onorificenza di Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Oggi, quindi, noi abbiamo la responsabilità di prendere in mano la fiaccola della specialità dell'arte che, come dice Wittgens, ho tentato di accendere uscita da San Vittore, avendo compreso nella sua interezza il problema umano, vale a dire che ovunque, persino nella barbarie, può essere salvato qualcosa dal bestiale, e che l'arte forse è una delle più alte forme di difesa dell'uomo.
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