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Le condizioni materiali della società di ancien régime sono quelle tipiche dell'economia preindustriale: prevalenza assoluta dell'agricoltura, scarsa produttività, equilibrio fragile tra demografia e risorse. Sia nei fatti che nella mentalità, si tratta di un'economia di sussistenza, per la quale l'idea di progresso e quella di benessere saranno rivoluzionarie.
La terra è quindi la base di tutto; anche se produce poco, soprattutto per l'arretratezza dei mezzi di produzione: spesso si utilizza ancora, ad esempio, l'aratro di legno invece di quello a versoio in ferro. In media, il raccolto di grano è pari a 5 o 6 volte il seminato; perciò, clima, guerre, annate sfavorevoli possano produrre carestie e conseguenti epidemie, come avvenne nel 1709 e nel 1741.
Sulla terra gravano quasi ovunque i diritti signorili a cui si aggiunge la decima ecclesiastica, pari a un ventesimo della raccolta del Regno; il clero è il cosiddetto Primo Stato del Regno, circa 120 mila persone. Il Secondo Stato è costituito dai nobili: 350 mila persone, l'1,5 per cento della popolazione, suddivisi in nobiltà di spada (cioè di sangue) e nobiltà di toga, vale a dire le famiglie nobilitate dopo tre generazioni di servizio allo Stato. Primo e Secondo Stato, oltre a percepire i redditi feudali, sono esentati dalla taglia: la tassa statale sulle persone; questa gerarchia sociale è ritenuta di diritto divino, quindi immutabile, ed è cementata dalla spontanea e assoluta religiosità dei contadini, che sono il 75 per cento della popolazione.
Al vertice della società c'è il sovrano, padre di tutti i sudditi, dotato di poteri assoluti, la cui corte di Versailles (in cui vivono circa 4.000 nobili) è il cuore di una burocrazia centralizzata volta soprattutto alla riscossione fiscale. Lo Stato francese si presenta in realtà come un'entità duplice: ancora feudale, poiché il re rimane un signore, il signore dei signori, ma anche avviata verso una statualità moderna da quando la dinastia borbonica ha progressivamente esautorato i grandi signori dei loro poteri politici. Il re assoluto è anche un equilibratore della società, che egli sporadicamente riforma senza modificarne l'assetto.
La crisi del 1789 nasce anche da un miglioramento delle condizioni materiali e da un arricchimento relativo del Regno; si stima che dall'inizio del secolo la popolazione sia passata da 20 a 26 milioni di abitanti, anche perché il territorio del Regno non fu toccato dai numerosi conflitti settecenteschi europei; tra il 1730 e il 1790, dopo un periodo di stagnazione che ha caratterizzato l'intero regno di Luigi XIV (il re "sole"), si calcola che i prezzi siano aumentati del 50 o 60 per cento, spia di una certa espansione economica. Ma l'aumento dei prezzi agricoli e dei canoni favorisce soltanto chi possiede eccedenze da vendere, quindi i proprietari fondiari il cui reddito si raddoppia; piccoli contadini e salariati non godono di questa espansione e accumulano risentimento.
I contadini hanno un alleato nel risentimento della borghesia urbana che è gravata dalle tasse, che ha una crescita dei redditi grazie all'ampliamento delle città, dove i signori investono le loro rendite per edificare delle residenze; grazie all'intensificarsi dei commerci marittimi e interni. Nonostante la miriade di dazi, in città abita anche tutta la clientela dell'ancien régime: i rentiers (percettori di rendita del debito monarchico), i funzionari che investono nell'acquisto di cariche pubbliche, ecc. Ma la borghesia sta maturando culturalmente, scopre la forza dell'opinione pubblica, crea nuove idee, acquisisce una coscienza politica. Avvocati, magistrati, funzionari formano un vasto pubblico di lettori che permette agli scrittori dei libri di storia, di economia o di viaggi, un'autonomia economica e quindi dai mecenati aristocratici.
Riforme e critica del privilegio sono i contenuti principali della cultura dell'epoca; invece, il riformismo regio arretra poiché la nobiltà vuole recuperare il terreno perduto sotto Luigi XIV e occupare le alte cariche statali ed ecclesiastiche. La corte di Versailles, per il cui funzionamento viene speso il 6% delle entrate statali, non è più il luogo di asservimento della nobiltà al sovrano, ma il suo contrario; per cui la monarchia si trova stretta tra la critica tradizionalista nobiliare e quella riformista del Terzo Stato (borghesa e contadini), che rappresenta il 98 per cento della popolazione francese.
In questo contesto il principale problema del regno, quello finanziario, resta insoluto poiché esso coinvolge anche la questione economica e quella sociale; il sistema fiscale è infatti ingiusto e inefficiente, poiché non colpisce la risorsa vera, ovvero la rendita fondiaria, e grava sui redditi popolari. La carica esplosiva si accumula nel decennio che precede la rivoluzione, in cui si verifica una crisi del mercato dei consumi urbani, con conseguente calo dei prezzi del grano e una diminuzione più consistente dell'altra grande produzione agricola, il vino, dovuta alla sovrapproduzione. Il commercio internazionale e l'industria edile vanno invece bene, quindi la crisi colpisce soprattutto i contadini, anche perché i signori cercano di rivalersi su di loro della crisi dei prezzi agricoli che intacca le rendite fondiarie.
S'intensifica anche all'azione in favore del privilegio nobiliare: nel 1781, ad esempio, viene approvata l'editto dei quattro quarti che attribuiscea i nobili incontestabile il diritto di nomine diretta ad ufficiali dell'esercito. L'alta nobiltà di toga dei cosiddetti Parlamenti (organi giudiziari e non politici), dal canto suo, aveva ripreso, soprattutto tramite il Parlamento di Parigi, le sue prerogative di controllo sulla legislazione regia che re Sole gli aveva tolto, divenendo così il baluardo dell'antiassolutismo e venendo visto dalla borghesia come una rappresentanza dei propri interessi ed aspirazioni.
La convocazione degli Stati generali è una sorta di fuga in avanti del re, che, non potendo colpire la nobiltà, asseconda la sua pretesa di imporre ancora una volta il privilegio in modo legale e solenne, tramite il massimo organo rappresentativo del Regno. La congiuntura economica del biennio 1788-89 è però estremamente negativa: il pessimo raccolto, l'ultimo di un decennio difficile, produce penuria di pane e un innalzamento del prezzo dei cereali al massimo dell'intero secolo. Il ciclo economico butta così benzina sul fuoco del risentimento sociale: nobili e re si scopriranno improvvisamente inermi di fronte alla grande unità del Terzo Stato.
Per certi versi gli eventi del 1787-89 assomigliano a una nuova Fronda e l'epicentro del sommovimento è la questione fiscale. Nel 1786 la situazione delle finanze appare catastrofica: difatti, il deficit previsto per il 1787 supera l 100 milioni di lire; il controllore generale delle finanze, Calonne, propose nell'introduzione della sovvenzione territoriale: una tassa fondiaria progressiva da pagare in natura; oltre a ciò propose l'abolizione delle dogane interne e la creazione di una piramide di assemblee consultive elette tra i proprietari terrieri, senza suddivisione per ordini. Suggerì inoltre la creazione di un'assemblea dei notabili per approvare le sue riforme.
I notabili bocciarono il programma di Calonne, e il primo maggio 1787 il re lo licenziò; l'alta nobiltà non era disposta a cedere i propri privilegi e ambiva anzi a sostituirsi al re nella guida dello Stato. Ma la situazione era così grave che il successore di Calonne, Loménie de Brienne arcivescovo di Tolosa, fu costretto a riproporre alcune delle misure di Calonne. Scattò quindi l'opposizione parlamentare, espressione della nobiltà di toga.
I 13 Parlamenti francesi erano composti da ricchi plebei che avevano acquistato o ereditato le cariche, di cui erano quindi pieni proprietari; cosa che dava loro indipendenza rispetto al sovrano. A metà del XVIII secolo i parlamenti avevano ufficialmente rivendicato il loro potere legislativo e il potere di rifiutare la registrazione delle leggi e delle ordinanze regie. I Parlamenti, benché fondamentalmente tradizionalisti (avevano ad esempio fatto bruciare l'Emile di Rousseau, condannato a morte l'ugonotto Calas falsamente accusato dell'omicidio del figlio per impedirgli la conversione al cattolicesimo), godevano del consenso della borghesia cittadina per la loro azione antiassolutistica; attraversati anche dalle idee illuministiche del merito, della libertà e della separazione dei poteri, ma restano una casta di privilegiati.
Nell'agosto 1787 avevano dichiarato illegale la registrazione forzata di una tassa di bollo imposta dal re con la sessione detta "Lit de justice", che consentiva al re di imporre la registrazione forzata; la città si schierò con il Parlamento, visto come avversario della tassazione. Il 17 agosto di quell'anno il conte d'Artois, il fratello minore del re, si recò al palazzo di giustizia per la registrazione materiale degli editti e fu fischiato da una folla di 10mila persone; a gennaio 1788 il Parlamento dichiara le "Lettres de cachet" (i mandati d'arresto fatti dal re senza procedura) come contrari al diritto pubblico e naturale; il 3 maggio il Parlamento di Parigi proclama quella che viene definita la costituzione del Regno: obbligo di registrazione degli editti, primato degli Stati generali nelle decisioni sulla tassazione, abolizione delle Lettres de cachet.
L'inconsueto richiamo agli Stati generali, che non venivano convocati dal 1614 poiché il rafforzamento crescente dell'assolutismo li aveva resi inutili, sembra essere il mezzo legale prescelto dalla nobiltà di toga per imporre al re il predominio nobiliare; per tutta risposta il re proclama vacante il Parlamento della capitale. I Parlamenti provinciali e tutto l'ambiente legale (avvocati, cancellieri, ecc.) reagiscono anche perché erano imbevuti delle idee riformatrici illuministiche e si ribellano al re, che cede in agosto e accetta e di convocare per il primo maggio 1789 gli stati generali. Intanto lo Stato sospende i pagamenti e viene richiamato al ministero Necker, il finanziere svizzero che era stato in precedenza silurato da Calonne; ma ormai è chiaro che tutto si deciderà negli Stati generali.
Il 25 settembre 1788 il Parlamento di Parigi rivela le sue intenzioni conservatrici pretendendo che gli Stati generali vengano convocati e composti come nel 1614, cioè con un voto per ordine, prefigurando così una maggioranza a favore di nobiltà e clero. La coalizione anti assolutista si rompe: il Parlamento diventa impopolare e gli esponenti del Terzo Stato reclamano il voto pro capite, col quale, aggregando a sé i voti del basso clero e di alcuni nobili, avrebbero una maggioranza sicura. La borghesia fa così intendere che concepisce gli Stati generali non solo come il mezzo per attaccare l'assolutismo, ma di avere di mira anche il privilegio.
Si costituisce un comitato di 30 membri che definisce "Partito nazionale" il movimento del Terzo Stato; ne fanno parte Brissot, provinciale povero e ambizioso, Barnave, giovane e brillante avvocato di Grenoble, ci sono poi Sieyès, figlio di un notaio e canonico di Chartres, e Mirabeau, vulcanico nobile provenzale; qualche membro dell'alta nobiltà si affianca loro, come Lafayette e il duca de Broglie, probabilmente animati dall'esigenza di adeguare il loro ruolo dirigente alla nuova situazione storica. Sono tutti figli della cultura illuministica, che arriva definitivamente sciolto il collante religioso e tradizionalista dell'Ancien régime, che aveva elaborato con i fisiocrati le basi del libero mercato, che aveva creato l'opinione pubblica e le discussioni su forma di governo, esempio inglese, "Gloriosa rivoluzione" del 1688, circolazione delle merci, eccetera. Dirà Mirabeau all'Assemblea costituente "abbiamo idee in abbondanza"; fioriscono i club a Parigi e in provincia.
Necker e il re mostrano di cedere al Partito nazionale, per fronteggiare i privilegiati e porsi in posizione di vantaggio. A fine dicembre 1788 vengono quindi raddoppiati i deputati del Terzo Stato, ma senza esprimersi sul voto pro capite; l'effetto è però, al contrario, quello di radicalizzare il Terzo Stato. A febbraio 1789 esce il diffusissimo opuscolo di Sieyès, "Che cos'è il Terzo Stato", che dichiara i nobili fannulloni estranei alla nazione.
Nell'estate del 1789 ci furono tre rivoluzioni convergenti: quella degli avvocati cioè dei deputati del Terzo Stato, quella del popolo parigino e quella dei contadini. I famosi "Cahiers de doléances" (documenti delle lamentele), che furono compilati da tutti gli ordini nelle assemblee locali, in cui venivano eletti rappresentanti agli Stati generali, rivelano le volontà dei francesi dell'epoca: tutti sembrano volere una monarchia controllata; i nobili per esercitare direttamente il potere, mentre il Terzo Stato appoggia l'ostilità dei privilegiati verso i funzionari regi locali (intendenti), la burocrazia centrale di Versailles, quello che viene chiamato il dispotismo ministeriale.
Il Terzo Stato è però portatore di un nuovo modello di società ispirato all'Illuminismo e ai diritti naturali: libertà individuale, proprietà, tolleranza intellettuale e religiosa, eguaglianza dei diritti e approvazione assembleare delle imposte. Gli aristocratici liberali, dal canto loro, guardavano all'esempio della monarchia costituzionale inglese. Nei cahier de doléances il re è ancora visto come il legittimo sovrano che si accorderà con la nazione; il Terzo Stato di Parigi si spinge fino alla ripartizione dei poteri: quello legislativo alla Nazione, quello esecutivo al re. La rivoluzione è vista come un fine non come un mezzo e la conciliazione generale è il modo preferito per giungere alla società nuova.
Il vero nemico è il privilegio: non basta più l'eguaglianza fiscale, che nei cahiers della nobiltà sembra ormai accettata da tutti, ma si esige da parte del Terzo Stato la parità totale dei diritti, cioè l'accesso alle cariche, ai gradi militari, l'abolizione dei diritti signorili. Votarono tutti i francesi con più di 25 anni, eleggendo 1165 deputati, di cui quasi 600 del Terzo Stato, e quasi 300 per ognuno degli altri due ordini. Nel clero si sono fatti valere i semplici curati e i vescovi eletti sono soltanto 46. Novanta deputati aristocratici appoggiano la fazione liberale guidata da La Fayette. Nel Terzo Stato sono totalmente assenti contadini, operai e artigiani; la maggioranza dei suoi eletti è composta da giuristi e commercianti.
Due dei leader del Terzo Stato sono dei transfughi dagli altri ordini: l'abate Seiyés, di indole dottrinaria, eletto a Parigi in virtù del successo del suo opuscolo, e il conte Mirabeau, espulso dal suo ordine ed eletto ad Aix-en-Provence. Gli Stati generali iniziano in perfetto stile ancien régime: il re riceve i deputati nella chiesa di san Luigi, dove i posti di nobili e clero sono già assegnati e il vescovo di Nancy, nel suo sermone, presenta al re gli omaggi del clero, il rispetto della nobiltà e le suppliche del Terzo Stato.
Il 5 maggio si aprono i lavori degli Stati generali a l’Hôtel des Menus Plaisirs di Versailles, con una relazione finanziaria di Necker che fa capire che l'intenzione del re è solo quella di ottenere un prestito di 80 milioni per tamponare il deficit. Gli ordini si riuniscono separatamente; il Terzo Stato è indeciso, ma decreta di denominare i propri rappresentanti deputati dei Comuni. I contrasti tra alto e basso clero danno l'occasione al Terzo Stato di chiedere una riunione congiunta rifiutata dai nobili. Dopo un mese di discussioni inconcludenti, il 10 giugno su proposta di Sieyès il Terzo Stato convoca l'assemblea generale dei rappresentanti della nazione; nei giorni successivi una ventina di curati aderiscono e il 17 giugno il Terzo Stato proclama l'Assemblea nazionale.
Questo è il vero atto rivoluzionario poiché viene creato un nuovo potere politico indipendente dal re. Presidente è l'accademico Bailly; si dichiara la difesa dei titoli del debito pubblico e quindi si fa capire ai rentiers che l'Assemblea nazionale protegge il risparmio meglio del sovrano. Il 19 giugno la maggioranza del clero decide di aggregarsi all'Assemblea nazionale, assieme a 80 deputati aristocratici. I grandi del regno questa volta si rivolgono al re, dopo averlo combattuto e screditato. L'entourage del re è favorevole ad un'azione di forza mentre i ministri parteggiano piuttosto per il Terzo Stato.
Il re indice una seduta solenne per il 23 giugno, dove eserciterà il suo arbitrato e fa chiudere l’Hôtel des Menus Plaisirs. I deputati del Terzo Stato il 20 giugno si radunano allora nella vicina Sala della pallacorda (un gioco sportivo dell'epoca) e giurano tutti (tranne uno) di non sciogliersi fino a quando non sarà approvata la costituzione del Regno. Il 23 giugno il re fa alcune concessioni al Terzo Stato: libertà individuale e di stampa, decentramento amministrativo, sollecita i privilegiati a sottomettersi alla tassazione, ma per il resto si schiera con i privilegi nobiliari, per il mantenimento delle differenze di ceto e respinge - non citandola mai - l'idea stessa di un'Assemblea nazionale e minaccia infine velatamente di sciogliere gli Stati generali.
Il Terzo Stato tiene duro e ottiene nei giorni seguenti che il clero e una parte della nobiltà si unisca a loro; il 27 giugno il re accetta l'unione dei tre Stati in una sola assemblea. La corte e l'alta nobiltà, la regina Antonietta, il conte d'Artois, i principi di Condé, Polignac e Broglie però non demordono. Delle truppe composte in gran parte da mercenari svizzeri e tedeschi vengono concentrate a Parigi. L'undici luglio il re licenza Necker e i ministri e liberali. De Broglie ministro della guerra viene interpretato da tutti come volontà di guerra civile.
La popolazione parigina, assillata dal caro pane, grida alla congiura aristocratica, si crede circondata dall'esercito e insorge in preda a emozioni profonde e millenariste, per difendere se stessa più che l'Assemblea nazionale. La borghesia cittadina cerca di evitare un'esplosione anarchica; costituisce un comitato permanente e una milizia cittadina, ma il popolo si muove. Dopo aver attaccato il 13 luglio le barriere dei dazi, simboli dell'esosa fiscalità regia, il 14 luglio il popolo attacca la prigione della Bastiglia. Il comandante della fortezza fa sparare sui rivoltosi uccidendo 100 persone, ma deve poi arrendersi e la folla inferocita uccide alcuni ufficiali e soldati, massacra il comandante della Bastiglia e il sindaco regio della città, Flesselles. Le loro teste infilzate su due picche vengono portate dalla folla fino al Palais reale, l'antica residenza personale di Richelieu, adesso divenuta il centro commerciale della città. La folla in maggioranza è costituita da artigiani del periferico fabourg saint Antoine; le truppe regie si ritirano dalla città, segnando la vittoria dei rivoltosi.
L'agitazione continua ancora per giorni, sempre sulla base di paure collettive e false notizie. Il 22 luglio viene arrestato uno dei nuovi ministri reazionari, Foulon de Doué, che viene portato all'Hôtel de ville (il municipio), accusato di tramare per la bancarotta dello Stato e subito impiccato; suo genero intendente di Parigi (prefetto), Bertier de Sauvigny, subisce la stessa sorte, accusato di voler affamare la città. Il re cede e il 15 luglio si reca presso l'Assemblea nazionale per comunicare di avere allontanato le truppe, mentre il giorno dopo richiama Necker. Bailly viene nominato sindaco di Parigi e La Fayette comandante della guardia nazionale. Il 17 luglio il re si reca all'Hôtel de ville per riconciliarsi; il popolo lo accoglie freddamente ma lo perdona. I principi reazionari erano già espatriati la notte precedente.
Le notizie parigine creano in provincia un'imitazione pacifica con la creazione di comitati cittadini che si affiancano o sostituiscono ai poteri regi. La terza rivoluzione viene dalle campagne, dove le elezioni e la crisi dei raccolti spingono i contadini a ribellarsi ai diritti signorili. L'aumento di vagabondi e mendicanti (l'anno successivo saranno stimati tra il 10 e il 20 per cento della popolazione) crea paura di briganti e insicurezza nei villaggi; gli eventi parigini aumentano il timore di invasioni straniere in aiuto del re. Nella seconda metà di luglio in molte zone della Francia scoppiano dunque delle rivolte con assalti alle residenze signorili e incendi dei documenti su cui si basavano i prelievi feudali; talvolta anche i borghesi vengono assaliti, come i prestatori ebrei dell'Alsazia. Lo storico Feorge Lefebvre ha definita queste insurrezioni contadine la Grande paura, per indicarne il carattere reattivo ed emotivo.
L'Assemblea nazionale, di fronte alla rivolta contadina che rischia di travolgere anche gli interessi borghesi, prende una posizione di compromesso. Il 4 agosto, su proposta del duca d'Aiguillon, uno dei signori più ricchi del regno, proclama l'abolizione dei diritti feudali personali, ma introducendo il riscatto rateale dei prelievi signorili sul raccolto ad un tasso d'interesse del 3,3 per cento. Questa decisione viene condensata nelle prime parole del decreto corrispondente dell'11 agosto: "l'Assemblea nazionale abolisce interamente il regime feudale". Il diritto borghese sostituisce quindi quello signorile.
Incamminata ormai sulla strada del rinnovamento rivoluzionario, il 26 agosto l'Assemblea nazionale approva i 17 limpidi articoli della "Dichiarazione dei diritti", che sono dichiarati naturali e imperscrittibili. Sotto gli auspici del illuministico Essere supremo, ai diritti naturali dell'individuo si aggiungono l'habeas corpus, la sovranità popolare, la separazione dei poteri e si dà quindi concretezza tutte le elaborazioni giuridiche e politiche fatte dai grandi illuministi. La dichiarazione, in questo modo, si pone a modello di tutte le future rivoluzioni democratiche europee.
Di fronte a queste svolte epocali si ha la prima frattura del movimento nazionale, la prima di una lunga serie che si avranno nel corso del periodo rivoluzionario: aristocratici liberali e alto clero, appoggiati da Necker, uniti nel partito anglomane, che vuole cioè limitarsi ad uno Stato costituzionale all'inglese, propongono il diritto di veto del re sulle decisioni parlamentari e un Senato a ereditario simile alla Camera dei Lords. Il partito patriota respinge tali proposte nonostante la mediazione di La Fayette. I patrioti concedono infine il veto regio in cambio della promulgazione dei Decreti di agosto, ma il re fa resistenza passiva e intanto convoca a Versailles il reggimento delle Fiandre.
A Parigi si svolgono le elezioni della nuova municipalità popolare in cui vengono eletti molti personaggi che poi diverranno protagonisti delle vicende rivoluzionarie. Un banchetto dei mille soldati del reggimento delle Fiandre con le guardie del corpo del re, nel corso del quale viene calpestata la coccarda tricolore simbolo della municipalità di Parigi e divenuto simbolo della rivoluzione, provoca una seconda insurrezione parigina. Il 4 ottobre decine di migliaia di donne, operai, membri della Guardia nazionale si recano in corteo a Versailles per portare il in città e sottrarlo alla corte; Luigi XVI, impaurito, la sera firma i Decreti di agosto, dopo che il giorno prima li aveva respinti; ma il popolo vuole che il re vada a Parigi e all'alba attacca la residenza regia e costringe la famiglia reale a seguirlo. Anche l'Assemblea nazionale decide di trasferirsi a Parigi.
Il re si stabilisce nel vecchio palazzo regio delle Tuileries, mentre l'amministrazione della corte passa sotto il Ministero degli interni e la protezione del re viene assunta - in sostituzione delle guardie regie - dalla Guardia nazionale. In soli cinque mesi la Francia è cambiata, e tutti lo sentono. I cinque mesi più importanti della storia di Francia; ma gli uomini cresciuti nell' Ancien Régime non sono abituati a ritmi così accelerati e, se l'Illuminismo aveva ben delineato le forme della società migliore e futura, poco aveva detto sul modo di ottenerla e sulle modalità specifiche del passaggio da una forma di società all'altra. Da qui le convulsioni e le vie impervie e sanguinose che il processo rivoluzionario imboccherà.
In questa prima fase i costituenti cercano l'appoggio del re: lo ritengono naturale. Ma Luigi XVI è invece la personificazione della società basata su ceti e privilegi; d'altra parte la rivoluzione moderata di avvocati, curati e nobili liberali è fallita. Non c'è stata infatti una sola rivoluzione ma tre rivoluzioni convergenti, che hanno scombussolato il progetto riformistico illuminato. Le nuove forze popolari, cittadine e contadine, sono difficili da governare o da ingannare. D'altra parte i costituenti hanno assoluto bisogno del popolo. Il re, ancora titolare del potere esecutivo, nomina al fianco di Necker dei ministri liberali, tutti vicini a La Fayette.
L'Assemblea nazionale si era trasferita nella Sala del maneggio a Parigi, un vecchio maneggio costruito nel XVIII secolo accanto ai giardini delle Tuileries. Le attuali nozioni di destra e sinistra derivano dal posto occupato dai deputati di fronte al presidente dell'Assemblea: a destra sedevano gli oppositori del Decreto del 4 agosto di abolizione del regime feudale (detti gli aristocratici o i neri, dai colori dell'Austria); tra essi vi erano anche dei borghesi e l'abate Maury ne era la mente politica; accanto ad essi sedevano gli anglomani, favorevoli al veto regio e al bicameralismo, dapprima guidati da Mounier (che preferì emigrare), mentre Clermont-Tonnerre fu uno dei loro esponenti più noti; il partito cosiddetto patriota era composto anche da nobili (La Fayette, i fratelli Lameth, Montmorency, due dei La Rochefoucauld), ma il suo grosso era composto da borghesi.
Mirabeau aveva cercato di soppiantare Necker, ma l'assemblea votò il divieto ai deputati di diventare ministri per impedire che le nomine regie potessero dividere i costituenti. Nel maggio 1790, Mirabeau passò infine al servizio della corte in cambio dell'estinzione dei suoi debiti e muore l'anno successivo. La Fayette, molto popolare e appoggiato da uno schieramento trasversale, non seppe trarne vantaggio e fu contrastato sia da Mirabeau che dalla sinistra. A capo della sinistra si costituisce un triumvirato che guiderà il gruppo fino alla fine del 1790, composto da un nobile di spada, Alexandre de Lameth, un nobile di toga, Du Port, e da un avvocato, Barnave.
Parigi pullula di clubs e di società; I neri fondano il Salon Français che nel maggio 1791 sarà chiuso; gli anglomani s'insediano dal dicembre 1789 nel club degli Imparziali, poi nell'aprile del 1790 fondano il club monarchico; la Società dell'ottantanove radunava gli amici di La Fayette; nel dicembre del 1789 la Società degli amici della costituzione (che era stata fondata dai deputati bretoni e poi aperta a tutti i deputati patrioti) si trasferì nel convento dei Giacobini in rue Saint-Honoré. L'iscrizione al club era onerosa e quindi i ceti popolari ne erano esclusi; il club giacobino svolse un'importante attività politica legata alle attività dell'Assemblea nazionale e si ramificò in tutto il Paese, con 450 filiali locali attive nel giugno del 1791.
La libertà di stampa fece proliferare i giornali: nella sola Parigi se ne contavano almeno 150 nel 1791; accanto ad alcuni fogli reazionari, vi erano numerose pubblicazioni democratiche: "Il Patriota" di Brissot, il foglio di Camille Desmoulins e soprattutto "L'Ami du Peuple" di Marat, giornale democratico avverso al re, a La Fayette e ai notabili, che vigilava con sospetto sulle autorità e dovette subire diverse proibizioni ma resistette grazie all'appoggio popolare e della piccola borghesia. Il 14 luglio 1790 fu indetto il primo festeggiamento pubblico della rivoluzione: la festa della Federazione, in cui prevalse la figura di La Fayette.
La costituente intanto lavora alla concretizzazione degli ideali di libertà, istituendo procedure giudiziarie eque, imitando dall'Inghilterra le giurie popolari e il carattere orale pubblico della procedura. Il nuovo codice penale, che tra l'altro abolisce la tortura, la gogna e il marchio d'infamia, verrà approvato nel settembre 1791. Il 19 giugno 1790 furono aboliti i titoli nobiliari; alla fine del 1789 erano stati riconosciuti i diritti politici ai protestanti (già emancipati nel 1787) e tra il 1790-91 c'è l'emancipazione degli ebrei, che acquisiscono così i diritti civili di proprietà, testamento, parola ecc.
Poco fiduciosi negli eccessi popolari, i costituenti votano anche la divisione tra cittadini attivi e passivi escludendo dal voto i più poveri e i servi; il totale dei votanti è comunque di 4 milioni di persone di cui fanno parte anche piccoli fittavoli, braccianti, artigiani, operai. Molto più restrittivo è il criterio di eleggibilità che è fissato a un marco d'argento di reddito su pressione degli anglomani. Il democratico Desmoulins scrive polemicamente sul suo giornale che Rousseau, Corneille e Mably non sarebbero stati eleggibili; a fine 1791 questi criteri verranno rivisti, ma gli esponenti capaci della borghesia vedono finalmente spalancate davanti a sé le strade della politica e del governo.
La costituente vara anche un'importante riforma amministrativa, decentrando il potere, istituendo in ogni centro urbano la municipalità elettiva; i corpi municipali eleggono loro volta per un quadriennio gli amministratori degli 83 dipartimenti in cui viene suddivisa la Francia, abolendo gli intendenti e il controllo del territorio da parte dell'esecutivo e del re. Anche nel campo giudiziario vengono istituiti molti uffici elettivi. Non viene istituita la leva obbligatoria ma la nomina degli ufficiali avviene adesso per concorso e non per nomina regia; molti ufficiali aristocratici vengono comunque tenuti in servizio.
Il liberismo di Smith è l'ideologia prevalente tra i costituenti che nel maggio 1791 aboliscono le corporazioni e il 14 giugno, con la legge Le Chapellier, vietano i sindacati. Nelle campagne si giunge a un compromesso: prezzi e tipo di coltura vengono liberalizzati come vuole la borghesia fondiaria, ma certi piccoli privilegi degli indigenti, con pascolo e uso dei beni comunali, vengono mantenuti. Il laissez passer è proclamato: tutti i dazi sono aboliti ed i prezzi sono liberalizzati; ma nel 1790, assecondando le paure contadine, viene votato il divieto di esportazione del grano. Viene istituita un'imposta generale fondiaria che dovrebbe garantire un gettito di 240 milioni; ad essa si affianca l'imposta sulla ricchezza mobile (60 milioni di gettito previsto) e la patente sul profitto commerciale e industriale.
Una delle cause principali del fallimento della rivoluzione moderata, che puntava a una monarchia costituzionale ordinata e pacifica, è la stessa che aveva portato alla fine dell'Ancien Régime: il problema finanziario. La Costituente, per non inimicarsi vaste fasce della borghesia, del clero, dei funzionari, si era accollata i vecchi debiti dello Stato, ne aveva contratto di nuovi e aveva rinunciato a molte entrate che i francesi giudicavano odiose; ma il debito del passato assommava 5 miliardi mentre le spese annue, benché non fossero cresciute granché, erano 731 milioni nel 1789 ed erano comunque 822 milioni nel 1791.
Fu dunque decisa il 2 novembre 1789 la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, il cui valore fu stimato in 3 miliardi di lire; questi beni vennero venduti tramite un titolo di prestito emesso dal Tesoro (poi chiamato assegnato): lo stato incamerava subito del denaro che si impegnava a restituire con gli interessi una volta venduti i beni; nel 1791 l'assegnato divenne una moneta cartacea e le assemblee rivoluzionarie ne moltiplicarono le emissioni, causando una forte inflazione poiché il loro valore era ormai molto superiore ai beni ecclesiastici che li garantivano. L'inflazione, se ebbe degli effetti positivi sullo sviluppo dell'economia, penalizzava i titolari di redditi fissi, cioè i titolari di rendite i salariati.
La vendita dei beni ecclesiastici contribuì comunque a rafforzare la base sociale del nuovo regime, i cui destini ormai si legavano quelli dei molti borghesi e dei pochi contadini che acquistarono quei beni; la confisca non causò una rottura col clero e con la Chiesa, ma altri provvedimenti emanati sulla base di idee cesaropapiste che risalivano a Luigi XIV e che erano prevalenti tra i costituenti, provocarono una gravissima frattura religiosa che darà alla controrivoluzione quella base popolare che non possedeva. Il 13 febbraio 1790 furono sciolte le Congregazioni monastiche basate sui voti perpetui e, soprattutto, il 12 luglio fu votata la Costituzione civile del clero che, pur mantenendo il Cattolicesimo religione di Stato, modificava le diocesi rendendole omogenee ai dipartimenti, stabiliva l'elettività ecclesiastica di curati e vescovi, demandava l'investitura spirituale al metropolita francese togliendo al papa.
In giugno fu reso obbligatorio il giuramento di fedeltà alla Costituzione per i preti che esercitavano funzioni pubbliche; pur non essendo riforme del tutto nuove poiché l'imperatore austriaco Giuseppe II ne aveva già varate di simili, il clero vide in questi provvedimenti un'ingiustificata intromissione del potere civile negli affari ecclesiastici e nella sfera spirituale. Circa la metà dei sacerdoti e la maggior parte dei vescovi rifiutò pertanto di giurare e vennero definiti refrattari. Nel marzo 1791 il papa Pio VI condannò aspramente questi provvedimenti.
I circoli di emigrati legittimisti a Torino, Coblenza e Worms non riuscirono però nei loro intenti di far fuggire il re e di provocare delle sollevazioni nelle province. Intanto vi fu una radicalizzazione e migliore organizzazione dell'azione politica popolare, di cui fu protagonista la Società dei diritti dell'uomo e del cittadino, costituita nell'aprile 1790 presso il convento dei Cordiglieri a Parigi e di cui furono dirigenti Danton, Marat, Santerre; in particolar modo la piccola borghesia contestava la legge elettorale censitaria, la schiavitù non era stata abolita, ma un'ulteriore frattura nella sinistra fu causata dalla approvazione nel maggio 1791 dei diritti civili per i mulatti o di colore liberi.
In generale, i triumviri dei patriottici, Barnave, Lameth. Du Port, e la maggioranza dei deputati erano di orientamento moderato e nel corso del 1791 si riavvicinarono al re. Il 17 maggio Du Port dichiara che la rivoluzione è finita e ogni eccesso va eliminato, ma la linea del re è sempre quella del 23 giugno 1789: libertà ed equità fiscale sì, ma eguaglianza e fine della società divisa per ceti, no. In una lettera segreta al re di Spagna dell'ottobre 1789 egli aveva infatti dichiarato che tutte le sue decisioni successive al 15 luglio erano da considerare non valide perché estorte.
Spiazzando i patrioti moderati il re, in combutta con gli aristocratici emigrati, compie il gesto che fa precipitare irreversibilmente gli eventi e pone fine ad ogni tentativo di rivoluzione moderata. il 21 giugno 1791 tenta la fuga all'estero con la sua famiglia, ma viene riconosciuto e bloccato a Varenne,s non lontano da Lussemburgo. La notizia fu una bomba: fece crollare il mito regio e la fedeltà al sovrano che era ancora maggioritaria nella popolazione. L'Assemblea nazionale sospese il re e creò una commissione d'inchiesta che, su suggerimento di La Fayette, concluse che il re era innocente poiché era stato rapito.
Molti parlamentari conservatori (293) rifiutarono la sospensione del re; certuni invocarono l'intervento straniero; i cordiglieri chiesero che si consultasse il popoloei organizzarono una manifestazione al Campo di Marte, che il 17 luglio 1791 portò allo scontro tra operai e Guardia nazionale. I giacobini si scissero e i moderati si insediarono nel convento dei Foglianti; al loro club aderirono quasi tutti i deputati e circa 1.900 società politiche parigine su 2.400. In provincia prevaleva la volontà di riunificazione dei patrioti; il club dei cordiglieri e il giornale di Desmoulins furono chiusi e si ebbero degli arresti, poi amnistiati il 15 settembre. Barnave e cerco di recuperare il consenso della destra moderata e di isolare i capi giacobini, tra cui il giovane avvocato di Arras, Robespierre; ma la manovra non gli riuscì.
Il 14 settembre il reggerò ancora una volta fedeltà all'Assemblea e alla prima Costituzione francese approvata il 13 settembre 1791. Il primo ottobre si riunì la nuova Assemblea legislativa; Robespierre aveva ottenuto il divieto di ricandidarsi per i membri della Costituente, per cui deputati erano tutti degli uomini nuovi; 136 si iscrissero al club dei giacobini, 260 i foglianti e la restante maggioranza, più di 300 deputati, rifiutò ogni e affiliazione poiché temeva sia la vicinanza dei foglianti alla cortesia ai metodi dei giacobini.
Veri e propri pericoli di guerra dall'esterno non ne venivano, ma il 25 agosto 1791 l'imperatore Leopoldo e il re di Prussia firmarono la dichiarazione di Pillnitz, in cui affermavano che la condizione in cui si trovava il re di Francia era di interesse europeo. La condizione dell'esercito francese era pessima: si possedevano buoni armamenti ma in quantità insufficiente; dopo Varennes, 6.000 ufficiali su 9.000 disertarono ed emigrarono; una tendenza all'insubordinazione era latente nella truppa. Eppure, per motivi opposti, volevano la guerra sia il re e i moderati, da un lato, sia una parte dei giacobini guidati da Brissot, il giornalista fondatore del "Patriote français" ed ex segretario di Luigi Filippo d'Orléans, il principe più attivo in appoggio alla rivoluzione. Il re e La Fayette vedevano nella guerra l'opportunità per ristabilire l'ordine e le gerarchie sociali; Brissot, vicino anche a molti esuli stranieri riparati dopo l'89 in Francia, vedeva nella guerra il modo per esportare la rivoluzione e aiutare la liberazione degli altri popoli europei. Robespierre fu tra i pochi ad essere ostile alla guerra.
Il 10 marzo 1792 il re licenzia i ministri foglianti e nomine i brissotini, con Dumouriez agli esteri; il 20 aprile l'Assemblea dichiara guerra all'Austria con soli 7 voti contrari. Lo scoppio della guerra coincide con una grave crisi economica causata dal crollo del corso dell'assegnato, che perde il 57 per cento del suo valore. Le sommosse per ottenere il calmiere dei prezzi sono condotte dal popolo degli artigiani e degli operai che disdegnano i pantaloni corti al ginocchio dei ricchi o culotte e usano i pantaloni lunghi; sono perciò passati alla storia col nome di sanculotti; essi conquistano le società fatte da cittadini "passivi" (non votanti) e si esaltano nelle feste patriottiche. I deputati patrioti sono però tutti i fedeli ai principi liberistici e solo Robespierre è disposto a fare qualche concessione ai popolari, mentre l'esistenza stessa della sanculotteria è per i foglianti la dimostrazione che occorre schiacciare la democrazia.
La guerra ebbe, come prevedibile, un inizio disastroso; il popolo parigino reagì il 20 giugno con un'altra giornata di mobilitazione, recandosi all'Assemblea e poi - sfondando le protezioni - giungendo fino sovrano per chiedergli l'accettazione della creazione di un esercito popolare di 20.000 uomini. Nella confusione generale, La Fayette chiese qualche giorno dopo la chiusura dei club e il sindaco, un giacobino, venne sospeso. Il 6 luglio anche la Prussia entrò in guerra e l'11 luglio venne proclamata la patria in pericolo. Si lancia la mobilitazione dei civili a cui aderiscono molti dalle province, i cosiddetti federati.
Il 30 luglio arriva a Parigi il contingente da Marsiglia che ha come innno quello appassionatamente patriottico e anti dispotico che è passato alla storia come la Marsigliese, anche se era stato composto da un ufficiale per il reggimento regolare di stanza a Strasburgo. Il primo agosto viene diffuso a Parigi il manifesto del comandate nemico, il duca di Brunswick, che minaccia i parigini di una terribile punizione per ogni violenza arrecata alla famiglia reale; i cittadini passivi e i federati insorgono e il 10 agosto 1792 danno vita a un nuovo 14 luglio, ad una nuova presa della Bastiglia, conquistando l'Hôtel de Ville.
Nei giorni precedenti Brissot aveva scelto la strada del riavvicinamento al re, mentre all'opposto Robespierre mette da parte le sue idee legalitarie: credendo che la rivoluzione non può fare a meno del popolo, chiede l'elezione di una nuova Assemblea nazionale a suffragio universale assieme alla decadenza del re. Il capo della Guardia nazionale viene ucciso e sostituito con Santerre, un ex militare figlio di un produttore di birra; i rivoltosi attaccano la residenza del re che però si era rifugiato al Maneggio, presso l'Assemblea nazionale che è costretta a dichiararne la sospensione. I foglianti sono definitivamente sconfitti. Barnave esce dalla scena politica e La Fayette si rifugia e all'estero.
Il fallimento del programma moderato dei foglianti è da addebitare soprattutto al re. Al posto dei foglianti emerge una dirigenza borghese proveniente da ceti più modesti, meno rispettosa delle élites ma favorevole al diritto di proprietà e non disposta a quella democrazia sociale che il popolo delle campagne delle città pretende ispirandosi alle vecchie teorie egualitarie della Fronda. Con i foglianti spariscono le élites formate dalla storia precedente e avanzano gli uomini che devono tutto alle circostanze e che si riveleranno però impreparati al ruolo e alle esigenze dell'emergenza storica.
Dopo il 10 agosto 1792 per un anno si contrapporranno al loro interno alla sinistra dei montagnardi (detti così perché se tutti sui banchi più alti della Convenzione eletta il 20 settembre 1792) e i brissotini, che sono stati chiamati dagli storici i girondini anche perché molti tra i loro dirigenti provenivano dal dipartimento della Gironda e dai porti costieri atlantici. Uno dei principali è il grande oratore Vergniaud, un avvocato che Turgot aveva aiutato negli studi; simpatizzante dei girondini è anche Condorcet, il filosofo di nobili origini teorico dell'idea di progresso umano, che si era convertito al repubblicanesimo dopo la fuga del re.
Socialmente, politicamente e culturalmente i due gruppi erano simili: medio borghesi, democratici e anticlericali li divide un diverso rapporto con i ceti popolari ma soprattutto una rivalità di gruppo; i girondini, che hanno voluto la guerra, ne saranno travolti poiché non vorranno prendere tutte le misure d'emergenza ed estremistiche che la guerra richiede. Un'altra contrapposizione dopo il 10 agosto è quella tra la Comune popolare l'Assemblea nazionale; la Comune, un'assemblea di 200 sanculotti composta in maggioranza da artigiani, non riconosce piena sovranità all'Assemblea. Il governo è composta da girondini a cui viene aggiunto anche il montagnardo Danton, ex membro del club dei cordiglieri, la cui forte personalità lo mise in urto con gli altri ministri.
Dopo il 10 agosto i poteri popolari creano un Comitato di sorveglianza, promuovono indagini e arresti di controrivoluzionari; per evitare un bagno di sangue l'Assemblea accetta la formazione di un Tribunale speciale. Ci si accanisce anche contro i preti refrattari, minacciati di deportazione, mentre vengono chiusi tutti i conventi ancora esistenti. Il 20 settembre viene introdotto il divorzio; il 30 agosto il governo decreta la soppressione della Comune, ma i rovesci militari lo costringono a ritirare il decreto dopo soli tre giorni; sempre in agosto i contadini ottengono l'abolizione senza indennizzo dei diritti signorili non documentati e la vendita in piccoli lotti dei beni confiscati. La seconda ondata rivoluzionaria è dunque anch'essa fruttuosa per i contadini.
Ma giunge notizia della presa di Verdun da parte delle truppe prussiane. Parigi è in pericolo e viene indetta una leva di 60mila uomini, mentre emerge la figura di Danton che si rivela il più energico e coraggioso organizzatore della difesa della patria; per ritorsione i sanculotti massacrano più di mille detenuti nelle carceri, soprattutto i falsari di assegnati e i preti refrattari. In questo contesto i montagnardi, guidati da Robespierre, decidono di sferrare un duro attacco ai girondini accusando Brissot di aver offerto la corona a un principe straniero. Solo Danton riesce ad impedire l'arresto di Brissot e di altri ministri.
I girondini, approfittando anche del disgusto per i massacri compiuti dalla Comune, reagiscono accusando i montagnardi di voler prendere il potere e il 19 settembre sciolgono la Comune. La rivoluzione viene quindi inquinata anche da lotte di consorterie: girondini contro montagnardi, per il puro potere. Il 20 settembre 1792 si verificano due avvenimenti capitali: si insedia la Convenzione, la terza assemblea elettiva rivoluzionaria eletta a suffragio universale anche se aristocratici e foglianti non parteciparono al voto, mentre molti elettori popolari non esercitarono i loro diritti; il mandato della nuova assemblea legislativa era quello di riscrivere la costituzione. Il 20 settembre ci fu anche lo scontro militare di Valmy in cui
Le truppe francesi guidate da Dumouriez riuscirono a bloccare i prussiani. Goethe affermò che questa battaglia aveva salvato la rivoluzione e cambiato il mondo.
Il gruppo dirigente della Convenzione è costituito dai girondini, con circa 200 deputati; i montagnardi sono un centinaio, mentre la maggioranza è costituita dal gruppo di centro: la Pianura (o la Palude per i suoi detrattori). La pianura, guidata da Barère e Sieyès, appoggia i girondini ma è pronta a soluzioni più radicali, se necessario, per difendere la rivoluzione. Danton cerca di lavorare per l'unità ma i girondini preferiscono una politica più severa e sopprimono il tribunale speciale ma non riescono a schiacciare l'opposizione.
Comunque, il 21 settembre 1792 la monarchia viene abolita all'unanimità; il re e la sua famiglia sono prigionieri della Comune. La scoperta della sua corrispondenza segreta con gli emigrati controrivoluzionari ne rende inevitabile il processo; Saint-Just e Robespierre, della Montagna, vorrebbero una condanna senza processo poiché un'ipotetica assoluzione del re avrebbe significato la condanna della rivoluzione. La maggioranza dei deputati fu per il processo, nel corso del quale i girondini cercarono un atto di clemenza pensando che avrebbe potuto produrre una pacificazione generale, anche internazionale; ma la maggioranza dei deputati preferì la condanna per non mettere in pericolo la rivoluzione. Alle 10 e 20 del 21 gennaio 1793, Luigi XVI è ghigliottinato di fronte alle Tuileries, nel sito dell'attuale Place de la Concorde.
Frattanto, nei mesi precedenti una controffensiva francese era stata vittoriosa e aveva portato alla conquista del Belgio, della Savoia e di Nizza, di cui si vota l'annessione. Danton e i girondini sarebbero favorevoli alla pace, ma l'opinione pubblica è contraria; le annessioni sono però un grave errore poiché provocano la scesa in campo dell'Inghilterra, che finora era stata neutrale ma che vede così violato l'equilibrio internazionale. Nasce una coalizione che durerà 20 anni e che alla fine sconfiggerà Napoleone e la Francia. La reazione inglese radicalizza i deputati che a febbraio dichiarano guerra a Inghilterra e Olanda; nel giro di poco tempo tutta l'Europa dichiara guerra alla Francia. A questo punto occorrerebbero scelte radicali, che i girondini non vogliono attuare, e iniziano le sconfitte. Dumouriez, sconfitto, passa con i nemici.
Danton era riuscito ad imporre una leva di massa di 300.000 uomini che però provoca malcontento e sollevazioni, che avranno il proprio epicentro nella Vandea, terra di preti refrattari ma soprattutto regione in cui i contadini mal avevano sopportato l'avidità borghese nell'acquisizione delle terre confiscate e che per questo si volgono in favore dei vecchi protettori: signori e Chiesa. I ribelli vandeani respingono diverse spedizioni militari inviate da Parigi; anche la popolazione parigina è in subbuglio e il movimento detto degli Arrabbiati rivendica un calmiere dei prezzi, il cosiddetto maximum. Tutto ciò produce uno slittamento a sinistra della Convenzione; i montagnardi si avvicinano alle rivendicazioni popolari, mentre anche il rappresentante centrista della pianura Barère proclama che in tempi eccezionali occorrono mezzi speciali di governo e che bisogna allearsi col popolo. Pur odiando Marat e Robespierre, i deputati della pianura votano i provvedimenti dei giacobini, sotto la spinta della rivolta vandeana e delle sconfitte militari. L'undici marzo viene creato un tribunale speciale per i sospetti di controrivoluzione; un mese dopo viene varato il corso forzoso dell'assegnato, che non può quindi più essere convertito in terre e diventa carta moneta inflazionata; poi il maximum su cereali e farine e un prestito forzoso di un miliardo sui ricchi. Il 6 aprile si costituisce il Comitato di salute pubblica che delibera in segreto. I girondini gridano alla dittatura e Marat parla di necessario dispotismo della libertà.
I centristi della pianura hanno la maggioranza nel Comitato di salute pubblica, dove per i montagnardi entrano soltanto Danton (che è peraltro favorevole a un governo unitario dei patrioti che escluda le estreme) e Delacroix. Ma Danton viene attaccato dai girondini e si sposta su posizioni estreme, mentre il club dei giacobini chiede alle società di provincia di far decadere i deputati che avevano chiesto l'appello al popolo per decidere la sorte del re, invece della condanna a morte. Marat viene portato davanti al tribunale per aver formato questa richiesta, ma viene assolto e riportato trionfalmente dalla folla alla Convenzione. Robespierre spera che la pressione popolare faccia ritirare i girondini, ma i sanculotti insorgono il 31 maggio 1793; il 2 giugno una folla di 80 mila uomini armati di 150 cannoni circonda la Convenzione. La Convenzione è costretta a consegnare i girondini agli insorti. Il 2 giugno 1793 si celebra un altro strappo: il potere rappresentativo cessa di essere sacro e centrale, e questa insurrezione popolare anticipa i colpi di Stato successivi, come quello napoleonico. Inizia il breve ma intenso periodo di potere montagnardo che è passato alla storia come potere giacobino e che è forse la fase più famosa dell'intera vicenda rivoluzionaria.
La guida del paese è adesso nelle mani del Comitato di salute pubblica, guidato da Danton. Robespierre lo attacca anche perché la situazione militare è molto negativa e il 10 luglio Danton preferisce dimettersi. Tre giorni dopo Marat viene assassinato da Carlotta Corday, che vedeva in lui il responsabile della dittatura giacobina. Nel corso dei mesi il Comitato di salute pubblica si riempie di esponenti della sinistra e vi entrano anche due cordiglieri collegati ai sanculotti: Collot d’Herbois e Billaud-Varenne. Ci sono, tra gli altri, i giacobini Robespierre e Saint-Just, l'ingegnere - ottimo organizzatore - Carnot, il centrista Barère. Robespierre, che aveva sempre sostenuto l'alleanza tra borghesia e popolo, diventa il leader politico del nuovo regime eccezionale; lui e Saint-Just maturano una posizione intransigente e pessimista al tempo stesso. Diverranno i "cavalieri della virtù", come li chiamerà Hegel, che combattono allo specchio con se stessi e con le tendenze naturali della borghesia da cui provengono e che essi rappresentano.
In agosto vengono intanto prese misure estreme contro la Vandea, mentre l'approvazione della nuova Costituzione serve anche a placare le accuse di dittatura e a rassicurare la borghesia; ma la situazione peggiore è quella bellica: i prussiani avanzano di nuovo, il porto di Tolone assieme a Marsiglia è caduto in mano agli inglesi. Per cementare l'alleanza col popolo vengono decise la leva in massa, il maximum su tutti i prezzi e il terrore verso i sospetti. Ad ottobre si sospende la Convenzione e le garanzie costituzionali. Vengono ghigliottinati la regina Maria Antonietta, lo stesso Filippo d’Orlèans che aveva appoggiato la rivoluzione e che era stato perciò chiamato Filippo Egalité; i capi girondini vengono sterminati e i pochi sopravvissuti si suicidano. Anche i foglianti, tra cui Barnave e Bailly, subiscono questa sorte. L'idea di Robespierre è che occorra assecondare i sanculotti ed effettuare un terrore circoscritto per evitare un bagno di sangue più generale.
Già la proclamazione della Repubblica aveva portato a una nuova cronologia che poneva il 1792 come l'anno primo della rivoluzione. A settembre 1793 fu adottato il nuovo calendario e la nuova denominazione dei mesi. Nell'esercito vengono epurati gli ufficiali superiori e giovani comandanti trentenni vengono posti a capo delle armate: Jourdan a quella del nord e Hoche a quella della Mosella. Lione, che era finita in mano ai realisti, viene ripresa ad ottobre, mentre il 19 dicembre gli inglesi e gli spagnoli vengono scacciati da Tolone. Anche le armate vandeane vengono sbaragliate.
Sul piano politico, Robespierre si trova a dover fronteggiare l'ala destra giacobina guidata da Danton, gli indulgenti e gli arrabbiati di Hébert, che vogliono tra l'altro la scristianizzazione completa della Francia e l'eliminazione di molti deputati. Accuse di malversazione portano all'arresto a gennaio 1794 di numerosi indulgenti; a metà marzo è la volta degli hébertisti, che vengono ghigliottinati. Nuove accuse di corruzione e le sue idee di richiesta di pace alle potenze nemiche portano all'arresto a fine marzo anche di Danton, Delacroix e Desmoulins. Il 5 aprile (16 germinale) Danton, che nel processo si è difeso come un leone, viene ghigliottinato.
Eliminando gli arrabbiati cordiglieri, il comitato di salute pubblica era riuscito a sbarazzarsi finalmente della pressione popolare che dal 10 agosto 1792 gravava sul governo rivoluzionario; per cui, fin dal marzo 1794 vi è un ritorno ad una politica più filo-borghese, che verrà poi accentuata dal successivo regime termidoriano. Ma l'eliminazione degli indulgenti isola i giacobini, il cui potere sopravvive solo per qualche mese ed è costretto, a questo scopo, ad esercitare una piena dittatura e a mitizzare se stesso, la propria incorruttibilità e la propria inflessibilità. All'inizio dell'estate inizia il Grande terrore, con migliaia di condanne a morte. Robespierre si appella ad un sostegno non solo morale, ma metafisico: proclama che l'ateismo è la causa della faziosità e la Convenzione proclama la credenza nell'Essere supremo e nell'immortalità dell'anima. L'otto giugno si organizza la festa dell'Essere supremo, presieduta da Robespierre, con un lungo corteo che dalle Tuileries raggiunge il Campo di Marte.
L'esercito, forte adesso di 500 mila uomini, riesce a invadere il Belgio; la vittoria militare segna la fine del terrore e di Robespierre. Carnot, Barère (come rappresentante della pianura e della continuità rivoluzionaria) e Collot d’Herbois (cioè l'esponente della nuova dirigenza forgiatasi nel terrore e nella guerra) preparano il complotto che porterà all'arresto del 9 termidoro (26 luglio) di Robespierre, suo fratello Augustin, Saint Just e Couthon. Il popolo non si mobilita e i giacobini, ventidue, vengono giustiziati il giorno dopo. È la fine del terrore, durante il quale si calcola che i ghigliottinati furono 17 mila, senza contare le numerose vittime della repressione in Vandea, Bretagna e a Lione. Inizia la fase termidoriana guidata dalla borghesia moderata.