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Benvenute, benvenuti. Sono Candida dell'Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.
L'Osservatorio, insieme a Docenti per Gaza, ha promosso dal 7 al 13 febbraio una settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento, per ribadirne l'importanza e la centralità tra i diritti costituzionalmente tutelati, ma soprattutto per rispondere alle minacce e alle intimidazioni del Ministro Valditara, che non ha digerito la lezione in diretta di Francesca Albanese. Una bella proposta didattica scelta da centinaia di docenti in tutta Italia per parlare ancora di Palestina, di diritti e del fallimento del diritto internazionale proprio nella questione del genocidio in Palestina.
Per coinvolgere i docenti e i loro studenti in questa settimana di mobilitazione, è possibile scaricare dal sito dell'Osservatorio dei contributi registrati con esperti ed esperte, eh, di problemi proprio inerenti il diritto internazionale.
Ora siamo qui con il professore Salvo Vaccaro, docente di filosofia politica presso l'Università di Palermo, che ci aiuterà a capire se veramente il diritto internazionale è in crisi. Prego, professore.
>> Grazie per l'invito. E allora, iniziamo un po' facendo il quadro del rapporto tra politica e diritto, perché è da questo nodo che si può avviare una discussione, una riflessione sulla crisi del diritto internazionale ed eventualmente capire se è dettata dagli ultimi fatti di cronaca, gli ultimi eventi politici di questi ultimi mesi, oppure se ha una retroterra di lungo periodo.
Eh, dobbiamo dire che la politica, che si può definire e si può declinare in tantissime maniere, ha, tra i suoi aspetti principali, una violenza connaturata al modo di conquistare il potere, di mantenere il potere. Una sorta di volontà di potenza, per echeggiare un filosofo quale che lo usava ovviamente in altri sensi, e che però contraddistingue la politica, contraddistingue il tentativo di conquista, tentativo di autoconservazione per sé, per i propri eredi. Pensiamo alle monarchie dinastiche, pensiamo a tutti i regimi dell'antichità, in cui chi conquistava il potere non se ne andava ovviamente di sua sponte, o era sconfitto in battaglia, o quando moriva lasciava il trono all'erede.
Ci sono stati anche momenti di espansione di questi regimi politici, e il potere che si espande lo fa sulla canna del fucile, si sarebbe detto nell'Ottocento. Nell'antichità si diceva sulla lancia, e nel senso, a forza di violenza. Questa violenza non ha nessun limite teorico. La violenza ha il limite soltanto in una controviolenza da parte di altre entità, di altre élite che vogliono mantenere il proprio potere e non farsi assoggettare da un potere altrui, da un potere vicino.
Quindi la politica si dà molto come campo di battaglia, come campo di lotta, come campo di lotta per il potere, per mantenere il potere, per conquistare il potere. È chiaro che in questa, eh, campagna di lotta permanente, il modo in cui emerge il diritto è un modo un po' sotterraneo, un po' surrettizio, per cercare di contenere questa violenza illimitata del potere. Il contenimento, ovviamente, eh, ha come presupposto l'emergenza di un altro contropotere altrettanto forte, e quindi la consapevolezza che la battaglia permanente non lascia in vita a nessuno, non fa trionfare nessuno.
È in questo modo che le potenze si possono mettere d'accordo, ed emerge il campo del diritto, ossia quelle regole che si stipulano insieme, che si cerca di obbligare a rispettare, che si rispettano in prima persona, un insieme di regole dettate proprio per contenere il potere. Sono regole contro il potere politico. Questo lo diceva Norberto Bobbio in una delle sue magistrali lezioni nei decenni passati.
Quindi è chiaro che il diritto emerge come contropotere, ma con uno stile diverso, uno stile fatto di obblighi, di doveri, di diritti stabiliti da chi? Dai re stessi, dai monarchi un tempo, poi dai parlamenti, dagli stati di diritto, perché la svolta nel nostro spicchio di civiltà sono state le rivoluzioni moderne: quella dell'Inghilterra del 1648, quella in America del 1776, la Rivoluzione francese del 1789. Lì il diritto emerge proprio come un corpo giuridico che è in grado di contenere e limitare il potere, tanto sul piano interno quanto sul piano esterno. E il diritto si pone come istituzione dentro uno stato, quindi un'istituzione che è autonoma, la magistratura è autonoma, il controllo di legalità va fatto indistintamente verso chiunque e verso tutti i cittadini e le cittadine, quindi incluse le élite politiche. E le istituzioni hanno i mezzi per implementare il controllo di legalità, per implementare gli obblighi, i diritti e i doveri. E nascono quindi le forze di polizia, le forze della magistratura, la polizia, la polizia giudiziaria al servizio della magistratura indipendente, proprio perché il diritto si pone come ulteriore istanza di potere all'interno di quella famosa tripartizione teorizzata da Montesquieu ai tempi di Luigi XIV, che si autoproclamava "L'État, c'est moi", cioè lo Stato sono io. E le rivoluzioni vanno proprio a cozzare contro questa etichetta dello stato identificato con una persona.
È chiaro quindi che la tripartizione voluta da Montesquieu tra legislativo, esecutivo e magistratura è un modo per istituire uno stato di diritto, in cui le regole, la supremazia della legge, come si legge nei manuali, è più forte della supremazia di chi è eletto o di chi si impone con un colpo di stato, con qualunque altro modo più o meno violento di conquistare il potere. Questo lo vediamo costantemente nella vita interna dei nostri stati, dei nostri regimi. Lo possiamo osservare, ma solamente da alcuni decenni, sul piano internazionale, perché sul piano internazionale il diritto emerge, soprattutto il diritto che noi conosciamo, con le carte dei diritti umani, i diritti dell'infanzia, le Convenzioni di Ginevra su come si fa la guerra giusta, su come non si fa, su come ci si comporta durante la guerra. Tutta una serie di obblighi, anche qui di leggi, di regole, per cercare di imbrigliare la volontà di potenza di uno stato quando cerca di espandersi verso altri, verso altre nazioni.
Da questo punto di vista, è la Grande Guerra, 1914-1945, a segnare uno spartiacque tra ieri e oggi, che emergono tutta una serie di istituzioni, dall'ONU in poi, con tutti i suoi tentativi, e una serie di carte che hanno valore morale, soprattutto in alcuni casi anche vincolante. Le Convenzioni di Ginevra sono vincolanti per chi le ha sottoscritte. La Corte Penale Internazionale è vincolante per chi le ha sottoscritte. Guarda caso, tutti gli stati autocratici, autoritari non l'hanno sottoscritta e quindi si esonerano, ma sono, come dire, sono viste come le eccezioni rispetto a uno standard di legalità internazionale.
Qual è il limite del diritto internazionale costitutivo al diritto internazionale stesso? È che non c'è una struttura che implementa questa rete di obblighi e di doveri in capo agli Stati e ai capi di Stato e ai governi. Ossia, non c'è una magistratura sovranazionale. C'è, dal punto di vista volontario, la Corte dell'Aia, ma la Corte dell'Aia non può spiccare mandato di cattura e poi implementare il mandato di cattura. Nel senso che il signor Netanyahu è libero di girare per il mondo, di sorvolare anche l'Italia, che pur avendo sottoscritto il trattato di Roma della Corte Penale Internazionale, avrebbe il dovere di intercettare l'aereo, farlo arrivare a Roma, e consegnare il signor Netanyahu. Non l'ha fatto per un oscuro colonnello libico, figuriamoci per il signor Netanyahu. Dico, questo sarcasmo, questa ironia che si vuole, la dice lunga sull'efficacia del diritto internazionale.
Efficacia del diritto internazionale, nel senso che ciò che promette: non si fanno più guerre ingiuste, non bisogna invadere le altre nazioni. Lo recita lo Statuto delle Nazioni Unite. Quindi l'aggressione della Federazione Russa nei confronti dello Stato d'Ucraina è un illecito internazionale, è un'illiceità ai sensi dello Statuto dell'ONU, al di là delle simpatie che uno può avere per le ragioni politiche che muovono a fare guerra e a resistere alla guerra.
Quindi abbiamo un diritto che esiste sulla carta, c'è, in molti casi è stato, non dico rispettato, ma è stato quantomeno, eh, come dire, adottato, e si è dovuti ricorrere a delle giustificazioni qualche volta assolutamente futili e risibili per motivare lo scostamento rispetto al diritto internazionale, rispetto alle regole che imbrigliano gli Stati a fare quello che vogliono. Perché il potere è abituato a fare così. Se c'ha la forza, fa quello che vuole, pone fatti compiuti, mentre le regole danno dei binari. Se uno vuole vincere le elezioni, bisogna passare attraverso varie passaggi formali, controllati. Ecco, chi non vuole rispettare queste procedure, va direttamente a fare la marcia su Roma, cent'anni fa.
Quindi, da questo punto di vista, il diritto internazionale, come tutto il diritto, ma il diritto internazionale ha maggior ragione rispetto al diritto interno, ha un'efficacia nella misura in cui il potere stesso adotta quelle regole. Per cui parlare oggi di crisi del diritto internazionale perché Mister Trump può fare quello che vuole e se lo può permettere finché gli altri non fanno un contropotere che può ribattere a Mister Trump. Guarda, queste cose non si fanno. Non si fanno sia per interesse politico, sia perché il mondo c'ha un ordine legale che non vogliamo che vada infranto.
Allora, da questo punto di vista, non è tanto l'arroganza di Trump a preoccuparci, non è tanto la crisi del diritto internazionale che c'è sempre stata, perché non è una regola che si impone da sé, è una regola che vale finché la si segue. Quando non la si segue, non c'è, anche se è scritta, anche se lo Statuto è lì dal '46 in poi. È chiaro che se qualcuno fa la guerra, va contro lo Statuto, ma nessun poliziotto può andare ad arrestare una guerra. Quindi è chiaro che occorre una coalizione e una volontà politica di mantenere il rispetto della legalità internazionale contro chi invece vuol fare lo sceriffo senza legge e senza rispetto per il prossimo.
Quindi è più preoccupante la reazione a quello che ci stiamo assistendo in questi ultimi tempi, le guerre di sterminio, adoperare il genocidio, non genocidio. È una questione di, appunto, di diritto internazionale, di giuristi, però quello che abbiamo visto sotto gli occhi è orripilante, a prescindere dall'etichetta giuridica che poi qualche tribunale penserà a dare. Ecco, questi fatti politici violenti non possono avere una risposta appellandosi al diritto internazionale, perché il diritto internazionale può dare un quadro, una cornice, ma non dà un'effettività. L'effettività la dà la politica, una politica che sia altrettanto forte, altrettanto deterrente, altrettanto dissuasiva da impedire che la violenza dilaghi senza regole in maniera illimitata.
Ecco, da questo punto di vista, il diritto internazionale è sempre stato in crisi. Da questo punto di vista, è la politica che ritorna ad avere una supremazia nei fatti. Certo, che tipo di politica? Una politica fondata sulla violenza, fa quello che dice Trump o Putin o gli altri dittatori in giro per il mondo, e che noi ci soffermiamo sempre sulle classiche guerre in Medio Oriente, guerre in Ucraina, ma ci sono 40 e passa conflitti in questo periodo nel nostro pianeta Terra. Quindi è chiaro che c'è una politica di violenza, lo è sempre stata. Ci deve essere una politica che si contrapponga alla violenza. Non può essere una politica che sia ancora più violenta, perché si cadrebbe dalla padella alla brace. Deve essere una politica di coalizione non violenta che riesca a bloccare, a fermare, ad arrestare determinati processi.
E questa è una cosa che va fatta sul campo, non va fatta nelle aule di tribunali che arrivano post-factum. A Norimberga hanno processato tutti i gerarchi nazisti, ma ex post, dopo aver sconfitto i gerarchi nazisti sul campo. E da lì è nata la reazione del diritto di legalità internazionale rispetto a tutto quello che si è fatto prima, tra l'Olocausto e la bomba atomica. È chiaro che poi il diritto condanna entrambi, ma nei fatti la politica ha condannato soltanto l'Olocausto, non ha condannato le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki. Quindi già nel momento stesso in cui sorge la legalità internazionale, sorge falsata dai rapporti di forza. Chi perde, perde tutto, e sarebbe stato così, e perde anche nelle aule dei tribunali. Chi vince, vince e tutela se stesso. Nessuno ha fatto un processo per le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Quindi è da questo punto di vista che la collettività, la comunità internazionale, il movimento internazionalista globale deve trovare forme, strumenti e metodi per bloccare la violenza. Non possiamo aspettare che arrivi uno ancora più violento di Trump per bloccare Trump.
Altro discorso riguarda invece se lo Stato nazionale è in crisi o meno in questi ultimi decenni. Ora, prima considerazione da fare: il mondo è diviso in 212 stati nazionali. Eh, prendo il numero 212, se non vado errato, è quello che annovera la più importante associazione internazionale che raggruppa stati, che non sono le Nazioni Unite, perché sono 193, ma è la Federazione Internazionale delle Associazioni di Football, di calcio. Ci sono 212 associazioni di calcio nazionali che fanno parte della FIFA, quindi ci sono 212 stati. Ecco, e gli stati vanno a crescere, non vanno a diminuire, nel senso che i palestinesi, per fare l'esempio, all'ordine del giorno, lottano dal 1948, lottano per avere un proprio stato nazionale, quindi 212 più eventualmente il 213° Stato Nazionale.
Quindi, da questo punto di vista, l'organizzazione del mondo è fondata sugli Stati nazionali e quindi su élite politiche che ricoprono un governo legittimo su un territorio che è confinato da confini certi e sicuri e protetti, e che ha la plausibile aspettativa che ogni legge o ogni norma, ogni decreto o ogni fatto del potere riesca a incontrare il consenso o quantomeno l'acquiescenza della propria popolazione. Questo dà legittimità alle élite politiche che hanno conquistato il potere politico in maniera anche democratica, con le elezioni. E quindi lo Stato si dichiara sovrano perché riesce a imporre la propria volontà politica dentro i propri confini. Ora, questo è un dato di fatto, piace o non piace, è così. È così in tutti i campi della politica o della società o di tutto quello che viviamo nel nostro pianeta.
E da alcuni decenni non è più così, perché sono emersi dei processi che si definiscono sovranazionali, non internazionali, che significa la cooperazione tra stati e quindi la possibilità di risolvere problemi internazionalmente, mettendosi d'accordo tra vari stati. L'Unione Europea è la classica istituzione internazionale. Però qui abbiamo a che fare con dei processi che sono sovranazionali, cioè non rispettano i confini, se ne fregano della legittimità di un potere politico. Parliamo dell'inquinamento, parliamo del cambiamento climatico, parliamo delle disponibilità finanziarie, delle speculazioni borsistiche, cioè parliamo di processi il cui impatto su un determinato territorio confinato da confini, da frontiere perfettamente controllate dallo Stato, non ha attinenza con la qualità e la quantità del percorso del processo stesso.
Qualcuno di voi che ha i capelli bianchi si ricorderà nel 1984, e i nostri ragazzi probabilmente no, perché non erano nati. I loro genitori forse erano po' ragazzi, i loro nonni sicuramente sì. Quando scoppiò la centrale nucleare di Chernobyl nella loro Unione Sovietica, adesso sarebbe l'Ucraina, e ci dissero "Ah, vabbè, ma tanto è avvenuto a non so quanti 10.000 km di distanza". Eppure, dopo qualche giorno, grazie alla rotazione dei venti, le particelle nucleari hanno bucato tranquillamente la frontiera invalicabile delle nostre Alpi e sono arrivate sulla pianura padana. La raccomandazione qual era? "Lavate la verdura, non mangiate". Tutte queste cose futili, tutto sommato, per cercare di rassererenare. La verità è che ci sono certi processi che non rispettano i confini disegnati sulla carta nelle carte geografiche del mappamondo, perché avvolgono l'intero pianeta.
Il cambiamento climatico non è una cosa che un governo singolo nazionale può risolvere. Una speculazione bancaria, una speculazione in borsa attinente verso i nostri salari, i nostri stipendi, le nostre rendite, verso qualunque cosa, perché la moneta ormai non conosce la frontiera. Al di là che si chiami Lira, come in un tempo, o Euro, come si chiama adesso, è chiaro che è una speculazione. Le borse sono aperte 24 ore al giorno. Quando apre Tokyo, poi chiude Tokyo, apre l'Europa, poi apre Wall Street. Chi vuole speculare su azioni, su fondi, su qualunque cosa, troverà sempre occasione di speculare anche sulle monete nazionali, anche sulle divise, ma non solo per arricchirsi, ma anche per impoverire col potere d'acquisto che diminuisce, che ha redditi fissi, cioè quelli che arrivano ogni mese tassati alla fonte, che non si possono modificare.
Quindi è chiaro che ci sono alcuni processi che sono globali, volenti o nolenti. Le pandemie, ne abbiamo vissuta una, e non è questione solamente del 2020-2021, perché ricordiamoci che la Spagnola, all'indomani della Prima Guerra Mondiale, che fece 10 milioni di vittime, fu una pandemia altrettanto come il Covid di adesso. Quindi abbiamo a che fare con processi che avvolgono la Terra, il pianeta Terra. Se arriva un asteroide largo 1 km che può impattare sulla Terra, è un problema globale. Non è che lo risolve Meloni o Schlein o qualunque leader di una qualunque di un qualunque stato nazionale.
Quindi ci sono diverse scale di problemi politici e non politici che un regime politico nazionale può o non può affrontare, ma non per cattiva volontà, che c'è sempre abbondantemente nelle nostre politiche, perché la scala dei problemi si pone su un livello diverso. Palazzo Chigi o il Quirinale, o di Palazzo Matignon a Parigi, o di Buckingham Palace a Londra, è una scala diversa. E la scala diversa imporrebbe una soluzione o un tappabuchi a livello altrettanto globale. Quindi solamente la cooperazione tra stati, tra regimi, ma io insisto, tra popolazioni, avrebbe qualche chance di impattare, di frenare, di attutire gli effetti eventualmente devastanti di un processo globale, perché il pianeta Terra è un pianeta circolare, un po' appiattito ai due poli, che ha un'economia interna, una vivibilità interna, si chiama una sostenibilità interna che può essere messa a repentaglio con effetti devastanti verso gli 8 miliardi di persone che abitiamo questo pianeta.
Quindi, da questo punto di vista, non è che lo Stato nazionale entra in crisi. Lo Stato nazionale serve per tante cose nazionalmente, finché il mondo sarà organizzato attraverso 200 e passa stati nazionali. E potrebbe essere organizzato attraverso delle federazioni continentali, potrebbe essere organizzato attraverso federazioni di popoli, al di là delle lingue, delle etnie, del colore della pelle, potrebbe essere organizzato in mille maniere. Noi viviamo un'epoca in cui è nato lo Stato nazionale. È nato in Europa nel 1600, nel 1500-600, ma altrove poi l'abbiamo esportato. L'Africa non viveva con Stati nazionali, è la colonizzazione che ha prodotto Stati nazionali e la decolonizzazione ha mantenuto gli stati nazionali. Sono liberi, indipendenti e non invece sottomessi al gioco coloniale.
Quindi, da questo punto di vista, viviamo un'epoca che è fatta di stati nazionali. Dobbiamo registrare il fatto che su alcuni processi lo Stato nazionale non serve a niente. Da qui nasce il populismo dirottare l'attenzione su altre cose, perché le élite stesse si rendono conto che non sono in grado di affrontare le cose. Per affrontare le cose dovrebbero dialogare con altri popoli, con altre élite, con altri stati, cedere parte dell'interesse proprio e cederlo in nome di, e probabilmente poi perderebbero le elezioni. Ci fanno quattro conti in tasca e dice "Eh, non voglio perdere le elezioni perché voglio mantenere il potere". E ritorniamo al discorso iniziale. E per mantenere il potere, non potendo affrontare e risolvere un problema, devo depistare, devo indirizzare tutta la colpa degli ebrei. Hitler se ne è uscito con tutta la colpa degli ebrei di qualunque cosa. Il problema non era la psiche di Hitler, il problema era che i tedeschi ci sono andati dietro e l'hanno assecondato.
Il problema è stato individuato chiaramente nel 1500 da La Boétie. Il problema non è il dittatore di turno, sono quelli che si sottomettono al dittatore di turno. E la servitù volontaria, il vero problema politico, il nodo politico è la servitù volontaria. Cosa ci fa? Cosa ci spinge ad obbedire anche all'ordine più insulto? È il timore, la paura, la paura, il ricatto. "Tiriamo il posto di lavoro, ti licenziamo, ti manteniamo precario per tutta la tua esistenza". E questo è il nodo politico. E non c'è nessun diritto e nessuno stato nazionale, per ritornare al focus di questo mio intervento, che potrà risolvere il nodo della politica governanti e governati. Quale dinamica, quale dialettica tra governanti e governati? E come fare in modo che spariscano sia gli uni che gli altri per la nostra felicità e per la nostra sopravvivenza in questi tempi così difficili.
Grazie per l'attenzione.
Grazie professore, perché ci ha aiutato anche a capire il ruolo nostro come docenti, particolarmente per la scuola, eh, quanto l'impegno e il fatto di non cedere, appunto, alle paure, alle intimidazioni che ci vengono dal mondo della politica che vorrebbe chiudere la scuola in una gabbia e condurla verso specifiche strade. E grazie ancora.
E grazie da parte nostra, tutto l'Osservatorio e Docenti per Gaza, ricordiamolo. Grazie mille.