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Tra novembre e dicembre del 1940, gli italiani subiscono le prime sconfitte in Grecia. Le truppe sono costrette ad arretrare dall'Epiro e a ripiegare in territorio albanese, sulle stesse posizioni da dove avevano attaccato poche settimane prima. La Regia Marina subisce due duri colpi a Taranto: i britannici mettono fuori combattimento una parte della flotta e dimostrano la loro superiorità tattica. Nella battaglia di Capo Teulada, gli italiani, infine, sono sconfitti in Egitto, che ripiegano in territorio libico.
I bollettini di guerra non riescono a nascondere le difficoltà incontrate contro i greci. Il primo novembre affermano che le operazioni militari in Epiro si svolgono regolarmente e il 3 novembre che sono ancora in corso di sviluppo. Il giorno 6 si parla apertamente di tentativi nemici respinti. L'Italia ha attaccato la Grecia, ma sono i greci ad avere il sopravvento, perché gli italiani hanno sottovalutato l'avversario e non hanno portato sul fronte forze e mezzi sufficienti. In generale, Visconti Brasca, accusato di non aver ben preparato l'operazione, viene esonerato.
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Mentre in Albania gli italiani soffrono e subiscono l'iniziativa del nemico, nella notte fra l'11 e il 12 novembre, 20 aerosiluranti britannici Swordfish, partiti dalla portaerei Illustrious, colpiscono tre corazzate ancorate nella base di Taranto: la Littorio, la Duilio e la Cavour. Dopo l'attacco, per non perderle, i marinai le fanno incagliare sui bassi fondali del porto. Sempre quella notte, altre navi britanniche bombardano Durazzo in Albania, dove incendiano i depositi di carburante e affondano nel Canale d'Otranto tre navi da trasporto italiane. Pochi giorni dopo, il ministro Bottai così descrive le condizioni della base: "La Cavour con i comignoli a fior d'acqua, la Duilio e la Littorio emergenti di sghimbescio. Intorno, nell'area, brividente un senso di ancora spaurito abbandono. La città semivuota, gli appostamenti della difesa antiaerea sulle scuole, sulle case, scarsi e deboli." Occorreranno mesi per rimettere queste corazzate in condizioni di combattere.
I bollettini di guerra ammettono che i greci hanno preso l'iniziativa, anche se poi aggiungono che sono stati respinti. Nel suo diario, il 15 novembre, Ciano parla di forti attacchi nemici. Mancano i cannoni, mentre l'artiglieria greca è moderna e ben maneggiata. Lo stesso Ciano incontra Hitler a Salisburgo e il dittatore tedesco si dimostra molto irritato per l'infelice iniziativa degli italiani. Annota il 19 novembre: "Atmosfera pesante. Hitler è pessimista e considera la situazione molto compromessa. Le sue critiche sono aperte, serrate, definitive. Cerco di discutere con lui, ma non mi lascia andare avanti." Hitler si calma soltanto quando Ciano gli comunica il consenso italiano ad eventuali trattative della Germania con la Jugoslavia. I tedeschi evidentemente vogliono estendere la loro penetrazione nei Balcani e non intendono permettere che questa regione sia abbandonata alla sola influenza italiana. Il fallimento italiano in Grecia rafforza la Germania rispetto all'Italia e i tedeschi ne approfittano. Hitler, per di più, sta preparando l'attacco all'Unione Sovietica e vuole evitare che i Balcani, strategicamente fondamentali, possano essere di ostacolo alla sua prossima mossa.
Nella seconda metà di novembre, i greci continuano ad attaccare. Il 19, Mussolini convoca i gerarchi e pronuncia un discorso quasi disperato: "Affermai 5 anni fa: spezzeremo le reni al Nexus. Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto, assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia, in due o 12 mesi, poco importa. La guerra è appena cominciata." In quei giorni, incontrando il ministro Attilio Teruzzi, Mussolini gli dice: "Voi vi sorprendete, lo vedo, di trovarmi così calmo, ma io sono più che calmo, sono glaciale, come chi è dinanzi al patibolo." Mussolini e Badoglio si accusano a vicenda di aver sbagliato e ha inizio tra loro un regolamento di conti che si concluderà in dicembre con l'esonero di Badoglio. Mussolini sostiene di essere stato l'unico ad appesantire le difficoltà. Il diario di Ciano fa invece pensare che, prima dell'attacco, i militari e Badoglio fossero pessimisti, ma che avessero poi deciso di tacere per non urtarsi col potere politico. Ormai l'insuccesso è evidente. Il bollettino del 22 novembre parla di ritirata e di perdite sensibili. Il 23, le truppe italiane svolgono regolarmente i movimenti previsti per raggiungere le nuove posizioni. Il 24 viene detto che "il nemico ha tentato invano di ostacolare la manovra delle nostre truppe, la quale prosegue regolarmente." La verità è che gli italiani si ritirano e che, tra novembre e dicembre, abbandonano ai greci circa un terzo dell'Albania.
Un fascista intransigente che ha perso credito, Roberto Farinacci, approfitta del contrasto fra Mussolini e Badoglio per tornare sulla scena e attacca pubblicamente Badoglio il 23 novembre, dalle pagine del regime fascista. Tre giorni dopo, Badoglio presenta le dimissioni. "L'atmosfera è tesissima," scrive Ciano il 26 novembre. "Stamane gli uscieri di Palazzo Venezia dovevano smistare indifferenti saloni i più alti papaveri italiani per evitare che si arrivasse a una scazzottatura generale." Il 30, Mussolini riunisce il Consiglio dei Ministri, parla delle responsabilità di Badoglio, spiega che i greci sono abilissimi ad avanzare per infiltrazioni, prendendo alle spalle le unità italiane e conclude: "La situazione è precaria, non è ancora la disfatta, ma potrebbe divenirlo." Secondo il Duce, perfino un paio di battaglioni della milizia sono passati al nemico.
Frattanto, il 27 novembre, ha luogo al largo della Sardegna la battaglia navale di Capo Teulada. Ancora una volta, il punto debole degli italiani è la difficile cooperazione degli aerei con le forze navali. Nello scontro, l'aeronautica ha sicuramente una parte di rilievo, che tuttavia sarà più motivo di diatribe successive tra le due armi che fonte di successo. Durante l'azione, l'atteggiamento tattico della squadra italiana, che si trova in condizione di superiorità e che dovrebbe impedire il passaggio di un grande convoglio britannico, è cauto e rinunciatario, come scriverà l'ammiraglio Romeo Bernotti: "Nello scontro di Capo Teulada, il criterio della prudenza fu spinto a un limite paralizzante, anche se la situazione politica e strategica della nazione imponesse di non lasciar sfuggire l'occasione di riportare un successo sul mare."
Dichiara Mussolini il 30 novembre ai ministri: "Gli italiani hanno preso l'iniziativa di attaccare la squadra navale britannica, ma il risultato è stato relativo e non quale lo si sarebbe atteso. In compenso, i sottomarini, sia nel Mediterraneo sia in Atlantico, hanno conseguito alcuni successi." Con i greci, la situazione si fa sempre più critica. Il 4 dicembre, Mussolini convoca il generale Cavallero, che prende il posto di Badoglio, e lo invia subito in Albania, dove gli italiani abbandonano Argirocastro e Porto Edda per alcune ore. La situazione sembra disperata e a Palazzo Venezia c'è addirittura il panico. Mussolini si spinge fino ad affermare che bisogna chiedere la tregua tramite Hitler. In realtà, la situazione è critica ma in via di stabilizzazione. Il 6 dicembre, il bollettino di guerra annuncia per la prima volta agli italiani che la guerra si svolge in Albania e non più nell'Epiro. Il giorno seguente, Bottai va a Palazzo Venezia, dove trova Mussolini col volto vecchio e consumato, la barba incolta, il vestito trasandato.
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Due giorni dopo, come se non bastasse, arrivano notizie tragiche anche dall'Africa settentrionale. Le truppe di Graziani, in settembre, erano penetrate in Egitto fino a Marsa Matrouh, allungando pericolosamente la linea dei rifornimenti. Il 9 dicembre, i britannici, molto bene armati e guidati dal generale Wavell, attaccano gli italiani. Fanno 40.000 prigionieri, tra cui quattro generali, catturano armi e carri armati e avanzano fino al territorio libico. In generale, Maletti muore in combattimento. Graziani è sconvolto, fa testamento, propone di ritirarsi fino a Tripoli e accusa il Duce per averlo spinto troppo in avanti senza mezzi adeguati. Il 15 dicembre, Mussolini dichiara a Ciano di disprezzare Graziani.
Continuano nel frattempo i bombardamenti sulle città italiane, soprattutto su quelle portuali vicine alla Grecia, come Brindisi, Bari e Monopoli, ma anche su Napoli, Carbonia, Torino, Milano, Genova, Vercelli, San Vito dei Normanni, Tripoli, Bengasi. Gli italiani bombardano Malta e Alessandria d'Egitto. I tedeschi trasferiscono alcune squadriglie di caccia in Sicilia per sostenere gli italiani in difficoltà e si dicono pronti a inviare reparti corazzati in Libia. Anche in Africa orientale, gli italiani, che si stanno battendo con grande coraggio, cominciano a mostrare segni di logoramento. La fine dell'anno è quanto mai malinconica e Mussolini esprime la sua disperazione con frasi prive di senso. Il 24 dicembre, Ciano è con lui. Il Duce guarda fuori della finestra ed è contento che nevichi: "Questa neve, questo freddo vanno benissimo," dice. "Così muoiono le mezze cartucce e si migliora questa mediocre razza italiana. Una delle principali ragioni per cui ho voluto il rimboschimento dell'Appennino è stata per rendere più fredda e nevosa l'Italia."
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Il 31 dicembre, Bottai si reca all'Istituto Luce, dove assiste alla proiezione di un documentario dedicato ai bombardamenti sull'Inghilterra e commenta: "Bombe, bombe rotolanti tra nubi alla cieca. Se per un istante la fede cede, lo spettacolo diventa misero e triste." Il giorno prima, Mussolini ha cercato di illuderlo dicendogli: "Del resto, noi non possiamo essere vinti. E sai perché? Perché né noi né la Germania possiamo essere invasi. L'invasione arriverà nel 1943, ma si preparava da tempo."
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I primi mesi del '41 vedono gli italiani in difficoltà su tutti i fronti: in Albania contro i greci, in Africa contro i britannici e nel Mediterraneo contro la Royal Navy. Tuttavia, la conclusione della guerra può sembrare ancora incerta. Infatti, anche la Gran Bretagna si trova in difficoltà ed è sola a combattere contro l'Asse italo-germanico, poiché la Francia è uscita di scena, mentre Stati Uniti d'America e Unione Sovietica non sono ancora scesi in campo. Le forze armate germaniche non sono riuscite ad effettuare lo sbarco in Inghilterra, ma sembrano tuttora capaci di svolgere un ruolo risolutivo per le sorti della guerra. Molti si illudono che questo conflitto possa finire presto, tanto che nel gennaio 1941, perfino il ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano si turba udendo il suo collega tedesco Joachim von Ribbentrop dichiarare che la guerra non finirà prima del 1942.
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In ogni caso, i britannici stanno ottenendo da alcuni mesi risultati consistenti contro gli italiani. Il 9 dicembre hanno dato inizio a una grande operazione in Africa settentrionale che li porta il 3 gennaio ad attaccare Bardia, in territorio libico, che occupano il giorno dopo. Il generale Paolo Puntoni, aiutante di campo del Re d'Italia, annota nel suo diario che "il presidio di Bardia non può ricevere aiuti, poiché l'aviazione avversaria ha conquistato il dominio del cielo africano."
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Il 4 gennaio, quando Bardia cade, si riunisce a Roma il Consiglio dei Ministri e Mussolini ammette che "la guerra ha preso un andamento sfavorevole dall'11 novembre 1940, vale a dire dal giorno in cui gli aerosiluranti britannici hanno colpito le tre corazzate ancorate a Taranto."
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Mussolini teme perfino che le truppe nemiche in Libia possano raggiungere e superare Tripoli. In effetti, dopo aver conquistato Bardia, i britannici vanno avanti senza incontrare molta resistenza. 45.000 italiani, comandati dal generale Bergonzoli, sono fatti prigionieri e il 6 gennaio Vittorio Emanuele III, preoccupato e scosso, dice a Ciano: "Da troppo tempo in Italia una sedia si chiama un palazzo, ma ciò non toglie che la sedia resti sedia. Così le nostre divisioni, scarne e disarmate, di divisioni hanno soltanto il nome." Il Re arriva a prendere in considerazione l'ipotesi di uno sbarco inglese in Italia. Il suo aiutante di campo annota nel diario che "l'aviazione ha subito perdite gravissime, tanto che in Africa sono rimasti, si e no, 100 aeroplani. Si ha l'impressione che la guerra vada avanti alla giornata."
Dopo la caduta di Bardia e l'ingresso del nemico in Libia, l'opinione pubblica italiana è depressa. Un generale dei Carabinieri, Azolino Hudson, incontra l'aiutante del Re e gli fa un quadro fosco della situazione interna: "Il partito fascista e Mussolini perdono ogni giorno terreno, cresce il malcontento contro i gerarchi e cresce la disistima nei capi. Molti auspicano che uomini nuovi e moralmente sani vadano al governo." Sul fronte albanese, i greci continuano ad avere l'iniziativa. Ciano annota l'11 gennaio che "gli italiani arretrano. Le truppe, anche quelle fresche, tengono fino a quando non si manifesta la pressione greca, ma sotto l'urto cedono e anche rapidamente." Perché Mussolini trova che "tutta la situazione è un inesplicabile dramma, tanto più grave in quanto inesplicabile." Il 16, Mussolini si reca in Puglia per incontrare il generale Cavallero, ma torna a Roma scuro e pessimista. Il fronte non è ancora stabile, nonostante i rinforzi e i materiali spediti.
Scontri aeronavali hanno luogo frattanto nel Mediterraneo, durante i quali gli italiani, assieme ai tedeschi, ottengono alcuni successi. L'11 gennaio 1941, il bollettino di guerra annuncia per la prima volta: "Le unità del corpo aereo tedesco, in infraterna e stretta collaborazione con le unità aeree italiane, hanno brillantemente partecipato all'attacco di formazioni navali nemiche, riuscendo a colpire una delle navi portaerei con bombe grosse e medie." Le memorie di Cecil confermano trattarsi della Illustrious, la portaerei da cui l'11 novembre 1940 si erano levati in volo gli aerosiluranti britannici diretti a Taranto. Il bollettino italiano del 17 annuncia che "i bombardieri tedeschi, scortati da caccia tedeschi e italiani, hanno nuovamente colpito la Illustrious nel porto di Malta."
Oltre che con gli aerei, i tedeschi cominciano a venire in aiuto degli italiani anche con forze di terra. In gennaio, Hitler invia in Libia un reparto dotato di cannoni anticarro e decide di costituire un corpo corazzato, l'Africa Corps, appositamente attrezzato per dare manforte agli italiani nella Guerra del deserto. Possiamo immaginare lo stato d'animo di Mussolini allorché il 19 gennaio deve recarsi nella villa di Hitler presso Salisburgo. Come Ciano scrive il 5 gennaio, "Mussolini ha rinviato questo incontro perché non ama presentarsi al Führer sotto il peso dei numerosi insuccessi non riscattati almeno parzialmente." L'incontro, tuttavia, è cordiale e non ci sono le condoglianze nascoste che tanto avrebbero imbarazzato il Duce. Hitler spiega, anzi, come gli sia impossibile sbarcare in Inghilterra, assicura che i tedeschi interverranno nei Balcani e in Libia, chiede al Duce di convincere la Spagna a entrare in guerra perché lui non ci è riuscito. Però, al di là delle apparenze e delle cortesie, Mussolini capisce di contare poco e di non poter condurre quella guerra parallela e autonoma che fino all'autunno del 1940 gli sembrava realizzabile.
Tornando a Roma, Mussolini apprende che in Libia anche Tobruk è perduta. I britannici vi catturano altri 25.000 prigionieri, oltre a carri e artiglierie.
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Molti reparti italiani, prima di soccombere, combattono eroicamente in questa guerra. Tanti giovani sacrificano le loro esistenze, mentre le autorità politiche e militari, compresi i supremi comandi, operano spesso con improvvisazione e leggerezza. Anche il Re se ne indigna. Il 23 dichiara al generale Puntoni che "Mussolini, parlandogli delle operazioni in Africa, gli ha fatto l'impressione che veda le cose più da giornalista che da generale." Il 26, lo stesso Re ribadisce: "La situazione militare è molto grave. Le operazioni sono negative in tutti gli scacchieri. Manca un'organizzazione seria nell'alto comando ed è quasi impossibile ridare all'esercito l'efficienza che gli occorre per continuare la guerra in maniera degna delle sue tradizioni."
La battaglia si sposta presto a ovest di Tobruk. Si combatte attorno a Derna, finché il 30 gennaio anche Derna è evacuata. Il 6 febbraio, gli italiani perdono anche Bengasi. I bollettini parlano spesso del fortino di Giarabub, un'oasi del deserto dove un piccolo presidio di soldati italiani si oppone eroicamente per giorni all'assedio britannico. All'inizio di febbraio, partono da Napoli i primi reparti dell'Africa Corps e, insieme con essi, arriva in Libia anche Erwin Rommel. Il generale tedesco, che prende sotto il suo comando anche le truppe italiane dislocate, nel 1917 ha combattuto contro gli italiani nella battaglia di Caporetto. Nel '44 si ucciderà dopo aver partecipato al complotto contro Hitler, ma nel '41 è solennemente ricevuto sia da Hitler che da Mussolini. È un grande esperto della guerra coi carri armati e ci si aspetta che le sue grandi capacità servano a risollevare le sorti del conflitto. In effetti, l'arrivo dell'Africa Corps e di Rommel contribuirà a bloccare i britannici ai confini della Tripolitania. Dal dicembre 1940 al febbraio 1941, i britannici sono andati avanti per centinaia di chilometri, facendo più di 120.000 prigionieri. Il 25 febbraio entrano in contatto con l'Africa Corps.
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Nell'Africa orientale, gli italiani sono vicini al collasso, ma si tratta di un disastro annunciato e inevitabile, perché sono più di 8 mesi che dalla madre patria non arrivano rifornimenti. In gennaio, gli italiani abbandonano Kassala, al confine tra l'Eritrea e l'Etiopia, e Mogadiscio in Somalia.
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Nel febbraio, in Eritrea, a inizio la grande battaglia di Keren. Sempre in febbraio, ma in Albania, si combatte aspramente. I gerarchi del regime e perfino vari membri del governo, come Ciano e Bottai, sono richiamati alle armi e spediti al fronte per dare il buon esempio. Ma Bottai esercita il suo spirito critico, scrivendo alla moglie: "L'esercito è una macchina vecchia, ci sono incongruenze incredibili, usi antidiluviani, mancanze e esperte di contraddittorie."
Continuano i bombardamenti aerei. Gli italiani e i tedeschi colpiscono Malta di frequente, 58 volte soltanto in gennaio, secondo quel che scrive Churchill. I britannici, a loro volta, colpiscono Napoli, Palermo, Catania, Siracusa, Brindisi, Avellino, Torino, Savigliano, Venezia, Livorno, Pisa, Rodi e varie località della Sardegna. Ma l'evento più drammatico è il bombardamento di Genova, effettuato di sorpresa all'alba del 9 febbraio da una squadra navale britannica, che fa rotta da Gibilterra alla città ligure e ritorna alla base senza essere disturbata da nessuno, se non da qualche cannone costiero. I grossi calibri di quelle navi provocano effetti disastrosi. Il bollettino italiano dell'indomani parla di "ingenti danni alle abitazioni civili, nonché di 72 morti e 226 feriti finora accertati."
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Nel marzo del 1941, la guerra continua ad andare male per gli italiani. In aprile, invece, le sorti del conflitto migliorano decisamente su tutti i fronti, tranne che in Africa orientale. Ma ciò è dovuto più che altro all'intervento tedesco nei Balcani e in Libia. Per 20 giorni, dal 2 al 21 marzo, Mussolini soggiorna in Albania, sperando di assistere alla vittoria delle sue truppe contro quelle greche. Ma l'11 marzo, l'aiutante di campo del Re, generale Puntoni, già annota con freddezza: "Si delinea il fallimento della nostra offensiva in Albania." E lo ripete il giorno 19: "Il nostro attacco in Grecia è sostanzialmente fallito, specialmente se si tiene conto delle speranze che in esso erano state riposte." Il 21 marzo, Puntoni annota ancora: "Mussolini è tornato dall'Albania. Mi hanno detto che è di pessimo umore e che vuol trovare a tutti i costi i responsabili della pessima figura che gli hanno fatto fare."
La situazione muta dopo che, all'alba del 5 aprile, i tedeschi aprono le ostilità contro la Jugoslavia e la Grecia. Hitler propone a Mussolini di coordinare le operazioni militari in modo unitario, senza che da parte italiana si parli più di una guerra parallela e autonoma. Più che una proposta, è un ordine che Mussolini non può fare a meno di accettare. Il 6 aprile, i tedeschi sottopongono Belgrado a un bombardamento che provocherà 17.000 morti.
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E gli italiani cominciano a invadere la Jugoslavia. Nel volgere di pochi giorni, la situazione precipita. La Jugoslavia è allo sfascio e i greci sono vicini al crollo. Il corpo di spedizione inviato dagli inglesi in Grecia si prepara ad andar via. I tedeschi occupano la città di Salonicco e l'Armata greca della Macedonia è costretta a capitolare. I greci continuano invece a combattere con ostinazione e coraggio contro gli italiani. Il bollettino del 9 aprile informa che "è stato respinto un attacco nemico di carattere locale." Fino al giorno 14, le forze greche schierate in Albania resistono, decise a riservare le ultime energie per continuare a umiliare gli italiani, i quali, in compenso, ottengono buoni risultati in Jugoslavia, grazie anche alla presenza. L'11 aprile, i tedeschi occupano Belgrado e gli italiani Lubiana. Nei giorni seguenti, le truppe italiane raggiungono Sebenico, le isole attorno a Zara, Spalato, Cattaro. Il 17, la Jugoslavia chiede l'armistizio e gli italiani occupano Mostar.
I greci in Epiro stanno già arrendendosi ai tedeschi, ma in Albania no. Il bollettino del 19 aprile afferma che "le truppe italiane hanno quasi ovunque raggiunto le frontiere del regno di Albania," una frase dalla quale si deduce che una parte dell'Albania è ancora in mano greca. Il 21, i greci chiedono l'armistizio al maresciallo tedesco Wilhelm von List. Lo chiedono ai tedeschi, ma non agli italiani, e Mussolini si adira con i tedeschi, che vorrebbero imporre agli italiani di attestarsi sulla vecchia linea di confine greco-albanese, senza ottenere alcun vantaggio territoriale in Grecia.
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Due mesi più tardi, il 10 giugno, il Duce continuerà a rivivere con sofferenza questa umiliazione e dirà a Ciano: "Io, del resto, ho la nausea dei tedeschi, da quando List fece l'armistizio con la Grecia alle nostre spalle." E i fanti della divisione Casale Forlivesi, come me, che odiano la Germania, trovarono al ponte di Perati, al confine tra l'Albania e la Grecia, un soldato germanico a gambe larghe che sbarrava loro il cammino, che rubava il frutto della vittoria.
Il 22 aprile, i greci sono costretti a chiedere l'armistizio anche all'Italia. Lo firmeranno il giorno dopo a Salonicco. Il 26 aprile, le truppe di Hitler si impadroniscono di Atene. Il 24, gli italiani occupano l'Epiro settentrionale e il 27 l'isola di Corfù. Il 30 aprile, 150 paracadutisti italiani si lanciano sull'isola di Cefalonia. Sono pochi e c'è il rischio che il presidio greco possa sopraffarli, ma Mussolini preferisce beffare, come spesso gli accade, e con Ciano si dimostra ansioso di emanare al più presto un comunicato altisonante: "Perché, dato che abbiamo ormai un buon nucleo di paracadutisti, potremo, anche se sono solo un reggimento, dire che ne abbiamo una divisione."
In aprile, i croati si costituiscono in Regno autonomo e offrono la corona a un membro di Casa Savoia, il Duca Amedeo d'Aosta. Il Re d'Italia ne sarebbe lieto, ma il Duca comanda le truppe in Etiopia e non può accettare la corona. Verrà offerta al fratello di Amedeo d'Aosta, che sarà nominato Re di Croazia col nome di Tomislavo II e non prenderà mai possesso del trono. Anche in Montenegro si fa l'ipotesi di un Re italiano, forse perché la Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III, è montenegrina. Ma Vittorio Emanuele non vuole. Tutta la vicenda delle corone offerte ai Savoia assume il sapore di una tragicommedia, nel corso della quale gli ambienti politici romani fingono di credere che la penisola balcanica sia ancora una zona sottoposta all'influenza italiana.
In Africa settentrionale, il 21 marzo, il piccolo ed eroico presidio di Giarabub, dopo una serie di quattro mesi, si arrende ai britannici. Ma in aprile, le truppe italo-tedesche, guidate dal generale Erwin Rommel, scatenano l'offensiva e avanzano velocemente, preoccupando in pochi giorni tutte le città della Libia, tranne Tobruk, e raggiungendo il 14 aprile Sollum in territorio egiziano. La piazzaforte di Tobruk è accerchiata, ma rimarrà in mano britannica. Arrivato a Sollum, ritiene prudente arrestare l'avanzata. I britannici, durante la ritirata precipitosa, perdono migliaia di uomini e moltissimi materiali. Le forze dell'Asse, soltanto ad Erden, riescono a catturare 2.000 prigionieri, fra cui sei generali. Tra i prigionieri più illustri ci sono il generale Neame, comandante di armata, e il generale O'Connor, giudicato da Churchill come il comandante britannico più esperto nella Guerra del deserto.
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Il 26 aprile, volendo dimostrare di essere ancora forti, i britannici compiono un bombardamento aereo-navale su Tripoli, causando più di 100 morti e circa 300 feriti.
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Rommel si conquista il soprannome di "Volpe del deserto" e riceve riconoscimenti da tutti, in primo luogo da Churchill. Nelle sue memorie, il primo ministro britannico scrive che "Rommel in Africa dimostra di essere un maestro nel comandare i reparti mobili e soprattutto nel raggrupparli dopo una battaglia, riportandoli a nuovi successi. Nelle faccende militari, secondo Churchill, Rommel è uno splendido giocatore d'azzardo, padrone assoluto della logistica e sprezzante verso i critici."
In Africa orientale, gli italiani sono ormai alla fine. I britannici conquistano Asmara e Massaua in Eritrea, catturando quanto resta della flotta italiana nel Mar Rosso. Quattro sommergibili italiani lasciano l'Africa orientale e, dopo aver superato il Capo di Buona Speranza, riescono a unirsi alla flotta sottomarina che la Marina italiana ha organizzato nella base di Bordeaux in Francia. I britannici riconquistano la Somalia e il 6 aprile gli italiani sgomberano Addis Abeba, la capitale dell'Etiopia conquistata cinque anni prima. Una grande, dura battaglia ha luogo per sei settimane a Keren, in Eritrea, con forti perdite da entrambe le parti.
Nel Mediterraneo, il 28 marzo 1941, si svolge una battaglia notturna tra Capo Matapan e l'isola di Gaudo nel Peloponneso, che si conclude tragicamente per la Marina italiana. Ancora una volta, grazie al radar, che gli italiani non possiedono, i britannici affondano tre incrociatori, due cacciatorpediniere e colpiscono con un siluro, senza provocare gravi danni, la corazzata Vittorio Veneto. Il bollettino italiano afferma che "un incrociatore nemico è stato affondato." Nessun aereo italiano o tedesco riesce ad essere utilizzato nello scontro. I britannici, viceversa, coordinano ottimamente navi e aerei, grazie anche alle portaerei che l'Italia non possiede.
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Dopo la battaglia, Mussolini spiega all'ammiraglio Angelo Iachino come in futuro le navi da guerra italiane non debbano essere più sorprese "nelle condizioni di un cieco inerme che venga improvvisamente attaccato da più uomini con tanto di occhi aperti e muniti di armi micidiali."
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Per rimediare almeno in parte a tanta inferiorità, viene deciso di accelerare il programma di costruzione di due portaerei, Aquila e Sparviero, ma nessuna di esse sarà pronta prima della fine della guerra. Fino all'ultimo giorno di guerra, del resto, gli italiani rimangono privi anche di radar. Sulla corazzata Littorio, nel 1941, verrà installato un prototipo di radar prodotto in Italia, ma poco efficace, mentre gli apparati Gufo, costruiti in Italia e di buona qualità, verranno distribuiti solo dopo l'armistizio. Scrive l'ammiraglio Iachino: "Ci trovammo nella dolorosa necessità di rinunciare a ogni iniziativa bellica."
Di notte, comincia frattanto la serie di colpi di mano messi a segno dai reparti speciali della Marina italiana. Il 27 marzo, 6 barchini della Xª MAS, piccoli motoscafi dotati di cariche esplosive, dopo essere penetrati nella Baia di Suda nell'isola di Creta, colpiscono un incrociatore britannico e due navi mercantili. Sempre in quei giorni, rientrano in linea a Taranto, dopo 5 mesi di lavori, le corazzate Littorio e Duilio, che erano state colpite dagli aerosiluranti della Royal Navy.
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Dal punto di vista militare, nel maggio-giugno 1941, l'evento più importante è costituito dall'attacco tedesco all'Unione Sovietica, scattato all'alba del 22 giugno.
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Ed è significativo che Hitler non informi Mussolini se non a fatto compiuto. I rapporti tra i governanti italiani e tedeschi evidentemente hanno raggiunto un elevato grado di ambiguità e di rivalità. Come Mussolini dichiara guerra alla Grecia l'anno prima senza avvisare preventivamente l'alleato tedesco, così Hitler, nel giugno del 1941, non informa l'alleato italiano. Anche i tedeschi, come gli italiani in Grecia, si illudono che la campagna militare in Unione Sovietica possa durare poche settimane, se non meno. Secondo lo storico britannico Alan J.P. Taylor, molti esperti in tutto il mondo ne sono convinti. I servizi segreti britannici concedono ai sovietici 10 giorni di resistenza. Il generale Dill, capo di Stato Maggiore dell'Impero Britannico, prevede 6 settimane. I consiglieri di Roosevelt sostengono che la Russia può resistere da 1 a 3 mesi. Il generale Ugo Cavallero, comandante supremo italiano, dichiara a Ciano il 23 giugno che "le masse armate bolsceviche si sbanderanno, provocando il collasso." E non c'è troppo da meravigliarsi, poiché, come rivela Krusciov nel 1956, perfino Stalin, dopo le prime disfatte, immagina che l'Unione Sovietica sia giunta alla fine.
Sui fronti nei quali gli italiani sono impegnati direttamente, l'episodio più drammatico è rappresentato dalla caduta dell'Amba Alagi in Africa orientale, dove si sono arroccati 18.000 italiani al comando del Duca Amedeo d'Aosta. La resa degli italiani è descritta nel bollettino del 19 maggio con parole toccanti: "Orientale il presidio dell'Amba Alagi, dopo aver resistito oltre ogni limite, ridotto ormai senza viveri e senza acqua, nell'impossibilità materiale di curare i feriti, ha avuto l'ordine di cessare la lotta. Il nemico, in omaggio al valore dei nostri soldati, a loro concesso l'onore delle armi, ha lasciato la pistola agli ufficiali e ha disposto che il nostro presidio, uscendo dal ridotto dell'Amba Alagi, sfili in armi dinanzi ai reparti inglesi, che renderanno gli onori." Il Duca d'Aosta segue la sorte delle sue truppe. Il Duca morirà in prigionia nel 1942 e gli sarà conferita la medaglia d'oro al valore militare. Come Churchill ricorderà nelle sue memorie, i rapporti tra Mussolini e il Duca non sono mai stati cordiali, e anche il diario di Ciano lo conferma.
La resistenza degli italiani in Africa orientale continuerà ancora per alcuni mesi: in Dancalia, nel Galla e Sidama, a Gondar e nella regione di Jim. Isolati da oltre un anno, gli italiani non hanno alcuna speranza di vittoria, perché la madre patria non può inviare loro nulla, ma combattono. Il 29 giugno, allorché la notizia della resa di Jim giunge in Italia, Mussolini appare a Ciano di umore nero. Non riesce a capire perché si sia avuta "la solita resa di grandi proporzioni, con generali in testa, quando vi era ancora larga disponibilità di mezzi e di armi."
In Grecia, sulla terraferma, la guerra è praticamente finita e gli italiani occupano facilmente numerose isole greche, fra le quali Nasso, Paro e Mykonos. A Creta, viceversa, si scatena una grande battaglia. Il 20 maggio, i tedeschi attaccano l'isola, strategicamente importantissima e presidiata da oltre 40.000 soldati fra greci e britannici. L'unica divisione di paracadutisti di cui la Germania disponga viene lanciata su Creta ed è annientata. Come scrive Churchill, "migliaia di quegli audaci paracadutisti sono uccisi e la divisione è messa per sempre fuori combattimento." Il bollettino italiano del 25 annuncia che "forze navali e aeree italiane stanno combattendo in stretta collaborazione con le forze germaniche, riportando considerevoli successi," e il bollettino del 28 maggio informa che "truppe di terra sono sbarcate a Creta." Sempre al fine di portare aiuto ai tedeschi, i greci e i britannici sono sconfitti con gravi perdite e il primo giugno le operazioni militari cessano. 18.000 uomini della guarnigione britannica si salvano e riparano a Cipro, mentre 13.000 sono fatti prigionieri.
In Africa settentrionale, gli italo-tedeschi riportano altri successi. Nel mese di maggio, la guarnigione britannica rimasta assetata a Tobruk e rifornita via mare, tenta invano di forzare l'assedio, ma è bloccata dalle forze dell'Asse. Il 15 giugno, il generale britannico Wavell scatena un'offensiva per ricongiungersi col presidio di Tobruk, ma viene fermato dopo tre giorni di scontri, durante i quali il suo esercito perde più di 90 carri armati contro i 12 perduti dagli italo-tedeschi. I britannici iniziano la battaglia senza sapere che il cannone antiaereo tedesco da 88 mm può svolgere una duplice funzione ed essere micidiale anche contro i carri armati. Churchill perde ogni fiducia in Wavell, che lo sostituisce con il generale Auchinleck.
L'Italia, come abbiamo già detto, non viene informata da Hitler dell'imminente attacco all'Unione Sovietica. Tuttavia, a Roma arrivano alcune voci. Già il 14 maggio, per esempio, Ciano apprende dai servizi segreti militari che l'attacco sarebbe programmato per il 15 giugno.
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Il 2 giugno, 20 giorni prima dell'attacco, Hitler convoca precipitosamente Mussolini al Brennero, ma non gli dice praticamente nulla. Forse vuole annunciare al Duce l'imminente attacco e poi ci ripensa. Dopo i colloqui del Brennero, Mussolini e Ciano pensano che per il momento Hitler non abbia un piano d'azione preciso. Il ministro Ribbentrop conferma a Ciano che le voci circa prossimi inizi delle operazioni contro la Russia sono da considerarsi prive di fondamento, per lo meno eccessivamente premature. Ma le voci continuano a girare e il ministro Bottai il 5 giugno viene a sapere di un imminente ultimatum tedesco all'Unione Sovietica. L'indomani, Mussolini ne parla con Ciano e gli confida: "Non mi dispiacerebbe affatto che la Germania perdesse nello scontro con la Russia." A molte penne, nei giorni seguenti, si infittiscono le voci di una grave crisi tra tedeschi e sovietici. Il 15 giugno, incontrando Ciano a Venezia, Ribbentrop fa capire che un attacco alla Russia è imminente. Fino all'ultimo, tuttavia, i tedeschi si rifiutano di dare informazioni precise. E difatti, la comunicazione ufficiale, contenuta in una lunga lettera di Hitler a Mussolini, viene consegnata a Ciano soltanto alle tre del mattino del 22 giugno, quando l'attacco è stato sferrato. Mussolini è a Riccione a fare i bagni di mare e Ciano gli telefona subito, svegliandolo in piena notte. L'indomani mattina, Ciano si mette alla ricerca dell'ambasciatore sovietico per notificargli la dichiarazione di guerra dell'Italia. Non riesce a vederlo sino a mezzogiorno e mezzo, poiché lui e con lui tutto il personale di ambasciata se n'è andato candidamente a fare un bagno a Fregene. È la prima domenica dell'estate e quegli ignari funzionari sono andati al mare, sperando in un mondo migliore.
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Mussolini vuole inviare subito truppe italiane in Unione Sovietica, "affinché l'Italia abbia crediti da esigere al tavolo della pace," annota Ciano il 22 giugno. "La cosa che sta più a cuore al Duce è la partecipazione di un nostro contingente. Ma da quanto scrive Hitler è facile capire che lui ne farebbe volentieri a meno." Due giorni dopo, Mussolini appare a Ciano molto eccitato dall'idea della nostra partecipazione al conflitto. Il 26 giugno, il Duce passa in rivista a Verona la prima divisione in partenza per la Russia e la giudica perfetta. Il 30 giugno, il capo del governo si è reso conto che Hitler non gradisce la partecipazione delle nostre forze sul fronte russo, ma insiste e le vuole mandare lo stesso, tanto la guerra durerà poco.
Quanto alla ex Jugoslavia, la propaganda del regime vorrebbe far credere autentica la messa in scena degli italiani che distribuiscono corone e governatorati. Sono invece i tedeschi a comandare. Il 26 maggio, Bottai parla a Ciano dei nuovi assurdi confini attorno a Lubiana, ormai annessa all'Italia, e Ciano gli risponde: "Non c'è nulla da fare. I tedeschi ci hanno comunicato la linea di confine a mezzo usciere." Il 10 giugno, anche Mussolini si lamenta col suo ministro: "Non ha importanza che i tedeschi riconoscano sulla carta i nostri diritti in Croazia, quando in pratica si prendono tutto e a noi lasciano un mucchietto di ossa."
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Gli aerei italiani e tedeschi bombardano di continuo Malta e Tobruk. In giugno, Gibilterra è colpita due volte. I britannici compiono incursioni su Tripoli, Bengasi, Derna, Rodi. Il 23 giugno colpiscono Siracusa. L'8 maggio, gli aerei dell'Asse attaccano duramente i convogli britannici che portano armi e materiali a Malta. Il 27 maggio, i britannici affondano il transatlantico Conte Rosso, che trasporta circa 3.000 soldati in Libia. Soltanto una parte di loro si salverà.
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Il 27 giugno, a Livorno, si incontrano l'ex ministro degli Esteri Dino Grandi, l'ex segretario del Partito Fascista Adelchi Serena, il ministro Bottai e Galeazzo Ciano. L'occasione dell'incontro è il secondo anniversario della morte di Costanzo Ciano, padre di Galeazzo. Scrive Bottai: "Dopo una sosta al cimitero, ci rechiamo alla villa sul mare, chiusa. Sediamo al sole e subito si accende il discorso attorno alle nostre vicende. La critica al capo si fa sempre più amara, insofferente e scoperta."
Nel luglio-agosto 1941, appare già chiaro che l'attacco all'Unione Sovietica non ottiene il rapido successo nel quale i tedeschi speravano. Il 2 luglio, Hitler scrive a Mussolini che "le operazioni militari si rivelano più dure del previsto." Il 9 luglio, il ministro degli Esteri Ciano annota: "L'avanzata tedesca procede in Russia con un ritmo piuttosto rallentato. La resistenza è seria. Ho visto un documentario mandato da Goebbels, dal quale ciò risulta con molta evidenza. I documentari cinematografici, insomma, e a tutti i livelli, possono essere più convincenti delle parole." Nei giorni seguenti, i tedeschi compiono in Unione Sovietica progressi notevoli, ma il 17 luglio Mussolini si abbandona a previsioni fosche: "Il crollo del regime sovietico non c'è stato e non c'è."
Tra il 25 e il 29 agosto 1941, Mussolini si reca al quartier generale di Hitler per un nuovo colloquio. Nel resoconto leggiamo che "Hitler ha esplicitamente riconosciuto che per la prima volta dall'inizio del conflitto il servizio tedesco delle informazioni militari non ha funzionato, poiché ha sottovalutato le capacità militari sovietiche." Hitler non ha dubbi sull'esito della lotta e pensa che i sovietici saranno sconfitti al più tardi entro ottobre, ma non ne è proprio sicuro e quindi soggiunge con noncuranza che "questo crollo avvenga a breve scadenza, tra qualche mese o anche nella primavera avventura, può considerarsi secondario, poiché gli strumenti della vittoria sono sin da adesso nelle mani tedesche." Mussolini esprime a Hitler il desiderio di inviare sul fronte russo un numero molto più alto di soldati italiani. Hitler dice di apprezzare l'offerta, ma in sostanza la respinge, facendo osservare che la grande distanza del fronte russo dall'Italia e le difficoltà di carattere logistico rendono non poco arduo il problema del trasporto e del funzionamento di ingenti masse militari. Il Führer vuole invece che l'Italia invii altre truppe a Creta per sostituire il corpo alpino tedesco che andrà a combattere nel Caucaso.
Frattanto, è già arrivato in Ucraina il XXX Corpo di spedizione italiano in Russia, composto da più di 50.000 uomini comandati dal generale Giovanni Messe. L'11 agosto, il XXX ha avuto il primo scontro con i sovietici attorno agli Snai a Poliani.
[Applauso]
Il giorno 28, Hitler e Mussolini si recano in volo nella ex Ucraina Sovietica per passare in rivista le truppe. Dopo il rancio, Hitler scambia battute e scherzose con i soldati italiani e Mussolini, rimasto in disparte, si ingelosisce. I rapporti tra Mussolini e Hitler continuano ad essere contraddistinti da rivalità e doppiezze.
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Il Duce soffre perché la Germania ha una potenza visibilmente superiore a quella dell'Italia e teme di essere un vassallo di chi. Il 5 luglio, Bottai annota in Consiglio dei Ministri alcune frasi pronunciate da Mussolini con voce grave e accorata: "Ormai si pone il problema delle proporzioni tra ciò che hanno fatto i tedeschi in questa guerra e quello che noi abbiamo fatto e faremo." E aggiunge: "Anche questa guerra è un esame comparativo. Ho dato ordini precisi al comandante del XXX, contegno irreprensibile, fraternità coi tedeschi, ma distacco."
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Il 6 luglio, Mussolini è ancora più esplicito e confida a Ciano: "Segna nel tuo diario che io prevedo come inevitabile una crisi tra Italia e Germania. Ormai è evidente che si preparano a chiederci di portare il confine a Salorno o forse anche a Verona, il che produrrà una formidabile crisi in Italia, anche per il regime."
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E poi il Duce si spinge ben oltre: "Mi pongo seriamente il quesito se per il nostro futuro non sia più auspicabile una vittoria inglese che una vittoria tedesca."
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Il 20 luglio, Mussolini continua a sfogarsi con Ciano e a chiedersi se gli italiani non siano già abbassati dai tedeschi: "E anche se non lo siamo oggi, lo saremo il giorno della vittoria totale della Germania. Bisogna mettere migliaia di cannoni lungo i fiumi del Veneto, poiché sarà da lì che i tedeschi lanceranno l'invasione d'Italia. Ma dobbiamo augurarci due cose: che la guerra sia lunga e spossante per la Germania, e che finisca attraverso un compromesso che salvi la nostra indipendenza."
[Musica] [Applauso]
Se il capo del governo si trova in uno stato d'animo così depresso e contraddittorio, non c'è da stupirsi che il 9 luglio il Sottosegretario all'Interno, Buffarini, esponga a Ciano un quadro "molto, molto nero della situazione interna: antifascismo radicato ovunque, sordo, minaccioso, implacabile."
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Il 7 agosto, in un incidente aereo presso Pisa, muore un figlio di Mussolini, Bruno, aviatore ventiduenne. Ai funerali, che si svolgono in Romagna, Mussolini appare a Bottai devastato dal dolore, pallidissimo, quasi verde, gli occhi cerchiati di rosso. I gerarchi, durante la cerimonia, discorrono liberamente fra loro, criticando il regime del quale dovrebbero essere, viceversa, i pilastri. "Sembra di sentire parlare un gruppo di opposizione," osserva Bottai, "e non una classe responsabile."
Edmondo Rossoni, membro del Gran Consiglio, dice a voce alta: "La nostra non è più la politica del fascio, è la politica dello sfascio."
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In Africa orientale, alcuni presidi italiani, nonostante tutto, continuano a combattere. Intorno a Gondar, a Aculquabet, il 4 luglio, il contingente italiano di Debra Tabor, per mancanza di viveri, si arrende ai britannici con l'onore delle armi. Ma Mussolini ritiene si tratti di una commedia.
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Il 15 luglio, difatti, Ciano annota nel diario: "Abbiamo i particolari della resa di Debra Tabor. Su 4000 uomini, in otto settimane, le perdite ammontavano a due nazionali morti e quattro feriti. Ciononostante, ha avuto luogo la resa con l'onore delle armi." Mussolini afferma che si tratta di "una delle classiche combinazioni italiane. Hanno scoperto questa forma di resa che salva la pelle e che dagli inglesi, spiriti essenzialmente mercantili, è facile da ottenere, pur di evitare sacrifici e perdite." Bottai ci fa sapere che Mussolini ha già esposto questa tesi nel consiglio dei ministri del 5 luglio: "Gli inglesi non sono un popolo guerriero e, pur di risolvere una situazione, concedono l'onore delle armi." I militari italiani di Etiopia in...
La realtà sono affamati, irrimediabilmente isolati e privi di speranze.
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In Africa settentrionale, in luglio e agosto, le operazioni militari sono relativamente limitate. Duelli di artiglierie, bombardamenti aerei e scontri terrestri si svolgono pressoché ogni giorno nella zona di Tobruk. Ma i britannici riescono a rompere l'assedio, le forze dell'Asse riescono a occupare Tobruk. L'11 agosto, il generale Cavallero riferisce a Mussolini che in Africa settentrionale gli inglesi si stanno rafforzando col proposito di sferrare una nuova offensiva. Ma l'offensiva avrà luogo in novembre.
In luglio, numerosi piroscafi italiani che portano armi e truppe in Libia sono affondati dai britannici. Il 23 luglio, una violenta battaglia aeronavale ha luogo nel Mediterraneo centrale, poiché gli aerei italiani attaccano pesantemente un grosso convoglio britannico scortato da navi da guerra e diretto a Malta, una base che i britannici intendono in tutti i modi proteggere dopo che Creta è caduta nelle mani dell'Asse.
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Il 29 luglio, tuttavia, il generale Puntoni, aiutante di campo del Re, annota nel suo diario che i risultati dell'operazione non sono stati quelli sperati, poiché anche questa volta è mancato l'accordo fra Marina e Aeronautica.
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In Montenegro, gli italiani si trovano di fronte a un nemico di nuovo genere e particolarmente insidioso: le bande partigiane. A metà luglio, gli italiani arrivano perfino a perdere il controllo della capitale, Cettigne, e temono di dover chiedere soccorso ai tedeschi. Il Re d'Italia, che ha una moglie montenegrina e segue attentamente la situazione, si infuria con il ministro degli Esteri Ciano, ritenendolo responsabile di gravi errori politici in Montenegro. Ciano pensa invece che la ribellione possa avere altre e più ampie cause.
In effetti, dopo che la Germania in giugno ha stracciato il patto di non aggressione con l'Unione Sovietica, i comunisti di tutto il mondo, anche i montenegrini, hanno ricevuto da Mosca il permesso di ribellarsi all'Asse e di organizzare movimenti partigiani. Il Re non rinuncia a criticare Ciano e, anzi, il 22 luglio, come riferisce Puntoni, ne parla a Mussolini, accusando il ministro degli Esteri di gravi imprudenze nell'esprimersi pubblicamente contro i tedeschi e di essere troppo ricco per aver ereditato dal padre 900 milioni di lire. Al che il Duce ricorda: "Il Re a strabuzzato gli occhi ed è rimasto senza fiato". Un operaio, a quei tempi, guadagnava attorno alle 550 lire al mese.
L'aviazione italiana bombarda Malta, Tobruk, Cipro, l'Egitto. Ma i britannici riprendono a colpire con frequenza città della Sicilia, della Sardegna, Rodi, Tripoli e soprattutto la città e il porto di Napoli. Nella notte del 10 luglio, Napoli subisce per circa tre ore un duro bombardamento. Vanno a fuoco 6.000 tonnellate di nafta, di cui l'Italia ha un bisogno estremo, mentre le perdite civili sono abbastanza contenute. Ma Mussolini dice a Ciano: "Sono lieto che Napoli abbia delle notti così severe. La razza diventerà più dura, la guerra farà dei napoletani un popolo nordico".
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Nel settembre-ottobre 1941, i tedeschi ottengono grandi successi contro i sovietici: catturano centinaia di migliaia di prigionieri, invadono regioni estesissime, assediano Leningrado.
[Applauso]
Ma si fermano davanti a Mosca.
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L'Armata Rossa è più forte del previsto e si ritira, distruggendo quasi tutto alle sue spalle. I problemi logistici dei tedeschi diventano immensi. La rete stradale sovietica è arcaica, le distanze sono enormi e ai primi di ottobre le piste sono invase dal fango.
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Comincia a nevicare e le truppe di Hitler, nonostante la proverbiale organizzazione germanica, sono impreparate al freddo. La previsione iniziale dei tedeschi, infatti, era quella di concludere le operazioni militari prima della cattiva stagione. Anche i 60.000 italiani del Corpo di Spedizione in Russia, il CSIR, non sono preparati al freddo. Alla fine di settembre, con un clima già invernale, partecipano alla battaglia di Petrikovka, dove catturano 10.000 prigionieri. In ottobre occupano Mariupol, Stalino e una parte dell'area del Donets.
Ma Mussolini è insoddisfatto ed ansioso di inviare in Unione Sovietica altre 20 divisioni, perché il contributo italiano gli sembra modesto. Il 10 ottobre, rivela a Ciano la vera causa della sua ansia: "Se gli italiani faranno uno sforzo maggiore, non verranno trattati come un popolo vinto dalla Germania vittoriosa". Il 13 ottobre, Mussolini spiega a Ciano che prima della guerra i tedeschi pensavano a un'Italia paritaria, signora del Mediterraneo, come la Germania lo sarebbe stata del Baltico. Ma poi a Berlino hanno cambiato idea e hanno cominciato a trattare l'Italia come provincia confederata in un'Europa germanizzata. "Sono pronte a trattarla come una colonia", confessa Mussolini il 13 ottobre. "Se domani ci chiedessero di includere Trieste nel loro spazio vitale, bisognerebbe piegare la testa".
L'Armata Rossa sembra tuttavia vicina al collasso. Il governo sovietico abbandona Mosca e il 2 ottobre Hitler pronuncia un discorso per annunciare che l'Unione Sovietica è praticamente sconfitta. Molti gli credono, ma altri ricordano il disastro subito da Napoleone nel 1812. Anche Mussolini e Ciano sono un po' scettici. Mussolini, il 10 ottobre, riconosce che i tedeschi hanno ottenuto moltissimo, ma ritiene che i successi siano stati ingigantiti per scopi di propaganda interna. All'inizio di un inverno che sarà duro, il Duce pensa che i tedeschi vinceranno, ma solo nel 1942. E proprio per questo vuole inviare in Russia altre truppe.
Hitler riceve Ciano alla fine di ottobre e, dopo avergli ripetuto che l'Unione Sovietica è ormai fuori gioco, ammette che "se prima della campagna avesse avuto una, sia pure pallida, idea di quello che era l'armamento russo, forse non avrebbe usato agire come ha fatto".
Di fronte alla grandiosità della campagna di Russia, le vicende militari africane sembrano piccola cosa. In Africa orientale, gli italiani resistono ancora nella zona di Gondar, a Wokfit, Aculquabet e nella regione del Lago Tana. In Africa settentrionale, nel settembre-ottobre, né italo-tedeschi né i britannici si impegnano in grandi operazioni terrestri. Tobruk, assediata, resta in mano britannica e le truppe di Rommel si limitano a organizzare qualche puntata a est di Sollum. Gli italo-tedeschi sono in gravi difficoltà perché gran parte dei convogli di uomini e mezzi inviati dall'Italia in Libia viene decimato dagli attacchi britannici.
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Il 18 settembre, i piroscafi Neptunia e Oceania colano a picco.
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Il 14 ottobre, il generale Puntoni annota che in tre mesi, tra l'Italia e la Libia, si sono persi 52 piroscafi. In settembre, solo il 20% dei materiali e il 50% degli uomini preventivati sono arrivati in Africa settentrionale. Negli ambienti della Marina Militare Italiana, alcuni cominciano a pensare che bisognerà rinunciare a difendere la Libia. E il generale Gastone Gambara, che comanda in Libia il XX Corpo d'Armata, si confida con Ciano il 28 settembre: "Vedo il futuro denso di minacce e di pericoli. Rispetto all'anno scorso, la situazione è grandemente migliorata, ma è un miglioramento relativo e i rifornimenti si fanno sempre più scarsi e difficili".
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L'isola di Malta, colonia britannica, è un caposaldo strategico che minaccia permanentemente i convogli diretti in Libia. Il comandante supremo italiano, generale Cavallero, ordina pertanto al generale Roatta di mettere allo studio un piano per la conquista di quell'isola.
Nell'Atlantico, i sommergibili tedeschi ottengono successi importanti, affondando nel solo mese di settembre 200.000 tonnellate di naviglio britannico.
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Così da indurre Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti ancora neutrali, ad assumere l'ardita decisione di proteggere con le sue navi da guerra un convoglio diretto a Liverpool. Ma nel Mare Mediterraneo, come abbiamo appena visto, è la Marina britannica ad assestare grossi colpi contro le navi italiane.
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Il 20 settembre, la Xª MAS replica affondando a Gibilterra piroscafi nemici e una petroliera militare. Il 27 settembre, aerosiluranti italiani e tedeschi colpiscono nel Mediterraneo centrale la corazzata britannica Nelson, mettendola fuori uso per alcuni mesi, e affondano un piroscafo. Un comunicato straordinario descrive questa battaglia aeronavale e Mussolini appare euforico. I danni inferti al nemico, però, sono più limitati di quel che il comunicato straordinario vorrebbe far credere. L'efficienza dell'Aeronautica italiana è molto migliorata rispetto al passato, ma resta ancora deludente il fatto di ricognizione aerea e di collegamenti con le forze di mare. 150 aerei italo-tedeschi partecipano alla battaglia, 24 sono abbattuti.
In Italia, l'atmosfera è cupa e la propaganda del regime non riesce a convincere. Il generale dei Carabinieri Azzolino Hudson dichiara il 15 ottobre al generale Puntoni che "la situazione interna italiana è molto grave, dato che la massa non ha più fiducia in nessuno, neppure nel Duce. Tutti guardano al Re come a un'ancora di salvezza in caso di sconfitta". Hudson giunge fino al punto di assicurare che "tutti i carabinieri, dal più elevato in grado al più umile, sono tendenzialmente antifascisti" e che sono antifascisti anche i membri della polizia e il suo capo, Carmine Senese.
Anche un artista di fede fascista come Ardengo Soffici deve registrare nel suo diario il crescente disfattismo e antifascismo degli italiani. Nessuno sembra capire, precisa Soffici, l'8 ottobre, che "in questo momento il fronte interno è importante almeno quanto quello militare e che un crollo delle forze popolari sarebbe più disastroso che un rovescio sui campi di battaglia". Le cause di questo temuto crollo morale sono da ricercare in tre fatti: nel prolungarsi di una guerra inizialmente prevista come un conflitto di brevissima durata; nel fatto che a molti italiani la guerra appare ormai destinata a una sconfitta; nel fatto che i sacrifici a cui gli italiani sono chiamati sono sempre più spesso giudicati insopportabili a causa della corruzione e del disordine dilagante.
Il prolungarsi del conflitto sta producendo una crisi anche in Germania. Il 30 settembre, per esempio, il ministro Ciano riceve da Berlino un rapporto dell'ambasciatore Dino Alfieri, nel quale si riferisce che "il popolo tedesco si va allontanando dall'idea della vittoria totale per avviarsi a quella di una pace di compromesso". Anche i tedeschi sono stanchi. Essi, tuttavia, non si sentono ancora sconfitti, come invece accade tra gli italiani.
Il ministro Bottai riassume efficacemente questa sensazione nel diario del 16 settembre: "Per noi italiani, in questa guerra non ci sono due ipotesi, in fondo ce n'è una sola: la vittoria degli altri. O vincono gli inglesi o vincono i tedeschi. In entrambi i casi, non una vittoria nostra, ma una vittoria altrui". Anche Mussolini non la pensa troppo diversamente, quando ipotizza un'Italia colonia germanica. Quanto alla durata della guerra, ben pochi si fanno illusioni. Lo stesso Mussolini, parlando in consiglio dei ministri il 27 settembre '41, si dice certo che "durerà molti anni".
I sacrifici imposti agli italiani sono, innanzitutto, quelli di morire al fronte o sotto i bombardamenti aerei. E nel settembre-ottobre '41, le bombe britanniche cadono su Palermo e molte altre località siciliane, ma anche su Napoli, Milano, Genova, Torino, La Spezia, Savona e Reggio Calabria, mentre gli italiani bombardano Malta, Cipro e le raffinerie di Haifa in Palestina. Ma milioni di italiani compiono sacrifici quotidiani, rinunciando a molti beni di consumo e a un'alimentazione sufficiente, e tutto ciò mentre si diffondono l'inflazione, la corruzione dei servizi annonari e la borsa nera, vale a dire il mercato clandestino dei prodotti razionati.
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Il 14 ottobre, Vittorio Emanuele III espone a Mussolini le sue preoccupazioni sulla situazione interna e sulle prepotenze di certi gerarchi locali. Mussolini, come riferisce il diario del generale Puntoni, ammette di fronte al Re che "molti si comportano in maniera veramente riprovevole" e assicura che interverrà energicamente. Ma quattro giorni più tardi, lo stesso Re esprime a Puntoni nuove preoccupazioni sulla questione morale, accennando agli amori tra il Duce e Clara Petacci: "Dice il sovrano: 'Se ne sentono di tutti i colori. Si dice addirittura che Mussolini avrebbe intenzione di sposarla. Non ci credo, sarebbe un errore incalcolabile'".
Il 28 ottobre, anniversario della Marcia su Roma, Mussolini si affaccia al balcone di Palazzo Venezia, ma parla meno di 3 minuti.
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Il 1941 si chiude con due eventi fondamentali per le sorti del conflitto: la sconfitta dei tedeschi davanti a Mosca e l'aggressione del Giappone agli Stati Uniti. Nei fronti dove gli italiani sono maggiormente impegnati, accadono tre fatti importanti: l'offensiva britannica in Africa settentrionale, i duri colpi sofferti dalla Marina britannica nel Mediterraneo e la fine scontata delle ultime resistenze italiane in Africa orientale.
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Il 29 novembre 1941, i tedeschi arrivano a Mosca, nel sobborgo di Perovo, al capolinea di un tram che conduce proprio sulla Piazza Rossa, dove è il Cremlino.
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Ma a Berlino ormai tutti conoscono le difficoltà della campagna di Russia, tanto che scoppiano violenti contrasti fra Hitler e i capi delle Forze Armate. Hitler scarica sui militari tutta la colpa degli insuccessi; i militari attribuiscono a Hitler la responsabilità degli errori e pensano che la Russia sarà la rovina della Germania. Il capo dell'Aeronautica tedesca si toglie la vita. Il generale Keitel, capo di Stato Maggiore di tutte le Forze Armate, pensa anche lui di uccidersi dopo un diverbio con Hitler. Il generale von Brauchitsch, capo dell'esercito, è destituito. Il 19 dicembre, il glorioso generale Guderian, comandante della Seconda Armata Corazzata, e altri generali subiscono la stessa sorte.
Agli inizi di dicembre, sono invece i sovietici a scatenare una potente offensiva sotto la guida dei generali Zhukov e Timoshenko. I tedeschi arretrano in vari settori e altrettanto accade al piccolo corpo di spedizione italiano, che Mussolini vorrebbe ingrandire. Hitler e Goebbels inviano messaggi che provocano a Roma una pessima impressione. Annota Ciano il 21 dicembre: "La richiesta umile e pressante di indumenti caldi per i soldati sul fronte orientale è in netto contrasto col tono arrogante che ha finora caratterizzato i loro discorsi".
Il 7 dicembre, mentre le armate tedesche si trovano ancora alle porte di Mosca, i giapponesi attaccano senza preavviso la flotta americana ancorata a Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. 93 navi della marina statunitense, tra cui 8 corazzate, sono gravemente danneggiate, alcune non navigheranno più. I giapponesi, grazie a questo attacco, modificano a loro favore i rapporti di forza nel Pacifico. La guerra diventa mondiale e, in un primo momento, molti pensano che gli Stati Uniti non riusciranno mai più a riprendersi dal duro colpo subito.
Mussolini è lieto per l'accaduto, poiché pensa che "più si complica la guerra, e più è probabile che essa finisca con una pace di compromesso, grazie alla quale l'Italia non finirà schiacciata da Hitler". L'11 dicembre, Mussolini annuncia dal balcone di Palazzo Venezia che "l'Italia è in guerra con gli Stati Uniti", ma il ministro Bottai registra nel suo diario "lo scarso entusiasmo di Piazza Venezia. Sono le tre del pomeriggio, la folla ha fame, non grida, non urla, languisce. Mussolini parla breve e scialbo, non una sola formula scintillante e captante esce dalla sua voce forzata".
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Al "Vinceremo!" finale, la gente si disperde rapida verso i tram. In quei giorni, l'Italia riceve da parte di Hitler altre umiliazioni. I militari tedeschi sono sempre più numerosi in Africa, nel Mediterraneo e in Italia, nella presunzione del fatto che gli italiani da soli non siano in grado di continuare la guerra. Nei primi giorni di novembre, Hitler, preoccupato per le sorti dell'Africa Corps, decide di inviare in Italia un'armata aerea e incarica il feldmaresciallo Kesselring di comandare le forze tedesche operanti in Italia. Numerosi italiani, fra i quali i ministri Ciano e Bottai, interpretano tutto ciò come l'inizio di un'invasione tedesca. Il comandante supremo italiano, generale Caballero, si sente mortificato per l'arrivo di Kesselring e chiede di ottenere anche lui il grado di maresciallo per tentare di porsi almeno formalmente alla pari con il suo collega germanico.
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Mussolini, come accade da tempo, è a disagio con i tedeschi e spera in un loro crollo. Lo dice chiaramente a Ciano il 6 novembre: "Contro la Germania, per ora, non c'è niente da fare. Bisogna attendere. È un paese che nessuno potrà battere militarmente, ma che crollerà per difetto di statica interna. Per noi è un problema di durare e attendere che ciò avvenga". Il 29 novembre, sempre Mussolini dichiara a Bottai che "la tesi di affiancarsi alla Germania per mitigarne l'egemonia gli sembra ormai improponibile. Si domanda il Duce: 'Come potrà questa tesi convincere la gente, se già i metodi dell'egemonia tedesca sono sotto i nostri occhi? Se noi stessi, alleati, siamo ai ferri corti con i tedeschi in Grecia, in Croazia, in Slovenia, per difendere le nostre posizioni economiche e politiche?'".
Il 20 dicembre, con Ciano, Mussolini si rallegra per le sconfitte tedesche in Russia.
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Dieci giorni più tardi, comincia a preoccuparsene. Evidentemente, il Duce vuole che i tedeschi prendano molte legnate, ma non che finiscano con una vera e propria disfatta.
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In Africa orientale, a novembre, gli ultimi centri di resistenza italiana cedono ai britannici. Il 21 novembre cade il presidio di Culquicvert, dove combatte fino all'ultimo un battaglione di carabinieri. Il 27, si arrendono a Gondar migliaia di militari italiani. L'Impero creato da Mussolini nel 1936 finisce così per sempre.
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In Africa settentrionale, i britannici sono pronti a scatenare un'offensiva e indeboliscono le armate italo-tedesche colpendo i convogli che trasportano dall'Italia uomini e rifornimenti. Nella notte tra l'8 e il 9 novembre, i britannici attaccano un consistente convoglio scortato da navi da guerra.
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Quattro navi di scorta sono colpite: il Fulmine affonda e il Grecale deve farsi rimorchiare. L'intera scorta si disorienta e i britannici riescono ad affondare tutte e sette le navi mercantili del convoglio. Nascono sospetti sul comportamento della Marina e Mussolini, depresso e indignato, dichiara a Ciano che "la giornata del 9 novembre viene da lui giudicata la più umiliante dal principio della guerra".
Il 12 dicembre avviene un nuovo disastro. Pur di far arrivare benzina in Libia, è stato deciso di caricarne i fusti sugli incrociatori Alberico da Barbiano e Alberto di Giussano, in partenza da Palermo. Dato che i fusti, altamente infiammabili, non sono a tenuta stagna, è necessario collocarli sui ponti e non nelle stive. Ma i britannici sono in grado, grazie al sistema Ultra, di decifrare i messaggi con gli ordini di partenza da Palermo. Inviano un ricognitore munito di radar, avvistano nella notte i segnali luminosi delle navi italiane, lanciano otto siluri contro i due incrociatori e li affondano.
Le enormi difficoltà che hanno i convogli italiani per rifornire le truppe fanno sì che i britannici, dal 18 novembre, siano in grado di sferrare una violenta offensiva in condizioni di netta superiorità: hanno più di mille carri armati contro 456 degli italo-tedeschi, 20.000 automezzi contro 10.000, 700 aerei in condizioni di operare contro 248. Nonostante ciò, la resistenza italo-tedesca è molto efficace. I britannici avanzano e rompono l'assedio di Tobruk, ma perdono molti carri armati, al punto da intimorire il generale Cunningham e indurlo sulla difensiva. Ma Cunningham viene sostituito e l'offensiva prosegue. I reparti italiani si battono bene e, di conseguenza, come annota Ciano il 26 novembre, "anche in Germania il prestigio dell'Italia è in crescita". La situazione è comunque assai critica e Cavallero, l'8 dicembre, fa sapere al Re che "la Tripolitania è a rischio". Conferma Ciano il 17 dicembre: "In Libia le cose non vanno bene". Anche Mussolini comincia ad ammetterlo e tira la croce addosso a Rommel, che avrebbe compromesso la situazione con la sua avventatezza.
D'improvviso, nella notte fra il 18 e il 19 dicembre, gli italiani ottengono sul mare due successi eccezionali. Una squadra navale britannica proveniente da Malta, mentre insegue un grosso convoglio diretto in Libia, finisce su un campo di mine italiane con effetti devastanti. L'incrociatore Neptune si capovolge e sopravvive un solo marinaio. Il caccia Aurora è danneggiato gravemente, mentre il cacciatorpediniere Kandahar cola a picco.
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Come se non bastasse, quella stessa notte, sei sommozzatori della Xª MAS, fra i quali Luigi di Giovanni, appoggiati dal sommergibile Scirè, penetrano nel porto di Alessandria d'Egitto con i loro siluri a lenta corsa.
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Mettono fuori combattimento le corazzate HMS Queen Elizabeth e Valiant, danneggiano un caccia e una petroliera. I britannici terranno segreta questa catastrofe in tutti i modi.
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Inutile dire che il convoglio italiano, inseguito dall'incrociatore Neptune, raggiunge la Libia e che, dopo il 19 dicembre, le perdite dei convogli italiani si riducono enormemente, grazie anche all'aeronautica, alle nuove motonavi da carico che sono più veloci, e grazie anche al fatto che in novembre i sottomarini tedeschi operanti nel Mediterraneo avevano tolto di mezzo, affondandole, la portaerei HMS Ark Royal e la corazzata HMS Barham.
Negli ultimi due mesi del 1941, gli italiani continuano a subire frequenti bombardamenti nelle loro città, in particolare a Napoli, Palermo, Brindisi, Catania, Messina, Siracusa. Dappertutto c'è carenza di generi alimentari, dappertutto c'è angoscia per il futuro. Le chiese a Natale sono piene di folla e Pio XII pronuncia un messaggio natalizio che a Mussolini non piace, perché è troppo critico verso le dittature sbagliate e fascisti. "Illuminare i potenti, i condottieri dei popoli, dirigere gli sciatori, portare i doni ai posti avanzati", dichiara il Duce a Ciano. "Per me, il Natale non è altro che il 25 dicembre. Certamente, sono l'uomo al mondo che sente meno queste ricorrenze".
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Agli inizi del 1942, sul fronte dell'Africa settentrionale, gli italo-tedeschi perdono Bardia, Sollum e Halfaya. Ma poi, tra la fine di gennaio e il mese di febbraio, ottengono vistosi successi, riconquistando la Cirenaica e Bengasi. La città di Bengasi diventa popolare in Italia non soltanto perché i bollettini di guerra la nominano molto spesso, ma anche perché proprio nel 1942 viene distribuito nelle sale cinematografiche un film di buona fattura, diretto da Augusto Genina, intitolato appunto "Bengasi", con Fosco Giachetti, Amedeo Nazzari e Vivi Gioi. "Bengasi" è stato girato negli studi di Cinecittà a Roma, dove un intero quartiere della città africana è stato fedelmente ricostruito sulla base di migliaia di fotografie. Ma la città di Bengasi, nel 1942, è ben conosciuta tra gli italiani anche perché appare spesso nei cinegiornali di guerra dell'Istituto Luce. Le comunicazioni sono state riattivate e, con ogni mezzo, i popoli e gli indigeni si riversano nel cuore della città, protesa nel febbrile svolgersi della guerra e ridivenuta, dopo 36 giorni di passione gloriosa, retrovia del fronte in movimento.
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E a questo proposito, vogliamo ricordare l'impegno e il sacrificio degli operatori e dei registi dell'Istituto Nazionale Luce, che in quegli anni, pur di documentare le drammatiche vicende della guerra, sono feriti, perdono la vita, occorrono comunque rischi gravissimi.
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Le truppe sono dotate di cineprese da 35 mm e hanno a disposizione furgoni molto bene attrezzati per lavorare e sopravvivere nel deserto, tanto che questi mezzi di trasporto vengono spesso utilizzati come preziosi punti di appoggio anche da molti giornalisti italiani che non dipendono dall'Istituto.
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Grazie a un'organizzazione molto efficiente, gli operatori del Luce sono in grado di inviare quotidianamente per via aerea le pellicole girate alla sede di Roma, dove vengono subito sviluppate, montate, esaminate dalla censura mussoliniana e, in caso di approvazione, proiettate al pubblico nel giro di due settimane nelle sale di tutta la penisola.
Le operazioni militari procedono sul fronte libico. Le forze corazzate italo-tedesche, comandate da Rommel, dopo aver perso Bardia e Sollum, sferrano un'improvvisa e poderosa controffensiva, approfittando di un momento in cui i britannici si stanno riorganizzando. Costrette ad arretrare, le unità britanniche oppongono una vivace resistenza a El Alamein per attestarsi poi su una linea che consenta loro ancora una volta di sfruttare il porto di Tobruk. L'avanzata italo-tedesca è stata resa possibile sia dall'abilità e dalla prontezza di Rommel, sia dal fatto che i convogli con i rifornimenti cominciano ad arrivare dall'Italia con maggiore regolarità, grazie anche ai colpi inferti di recente nel Mediterraneo alla Royal Navy.
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Sulla rotta fra l'Italia e l'Africa rimane comunque la minaccia di Malta, isola fortificata e colonia inglese. Fra l'altro, il 23 gennaio, alcuni aerosiluranti britannici riescono ad affondare la motonave Victoria Gloria della marina mercantile italiana. Per eliminare definitivamente i pericoli provenienti da Malta, i comandi militari dell'Asse decidono di preparare per l'agosto 1942 uno sbarco sull'isola con reparti paracadutisti. Malta, che è bombardata senza sosta dall'inizio della guerra, comincia a subire attacchi ancora più intensi.
Sul fronte russo, gli italiani continuano a combattere duramente e Mussolini, nel consiglio dei ministri del 7 febbraio, si spinge fino a sostenere che "sono equipaggiati meglio dei tedeschi" e soggiunge: "In primavera manderemo un'armata".
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Ma nel 1942 si sviluppa per gli italiani anche un terzo fronte terrestre, particolarmente insidioso, nella penisola balcanica. Si tratta della guerra partigiana, iniziata in Croazia, in Montenegro e in altre regioni occupate dall'Asse. In gennaio, il ministro degli Esteri Ciano viene indotto, per ragioni di sicurezza, a non recarsi a Zagabria, capitale della Croazia. Il 21 febbraio, il ministro Bottai è presente quando Mussolini parla ai federali fascisti della Dalmazia e ammette che "in Montenegro ci sono state crudeli e ferratezze dei ribelli contro le camicie nere, nonché scambi di prigionieri con questi stessi ribelli". Sono notizie che cominciano a diffondersi anche all'interno dell'Italia, tanto che un fascista come Ardengo Soffici ne parla nel suo diario, annotando che "nei Balcani le autorità militari italiane reagiscono al pericolo senza pietà: arrestano, condannano, fucilano senza risparmio, ma il male continua a covare. I condannati gridano 'Viva Stalin' e gli altri continuano ad operare finché non sono a loro volta catturati e soppressi".
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Sul fronte russo, i tedeschi sono in difficoltà così gravi che neanche i successi di Rommel in Africa bastano a controbilanciarle. Ma i giapponesi sembrano vittoriosi e inarrestabili nell'Oceano Pacifico, mentre la grande forza militare degli Stati Uniti non si rivela ancora pienamente. Pertanto, a Berlino e a Roma, molti continuano ad illudersi che la guerra non finirà con una sconfitta. Il feldmaresciallo Göring, in visita a Roma in gennaio, scende dal treno esclamando: "Tempi duri!", ma poi spiega a Mussolini che "la Russia sarà debellata nel corso del 1942 e la Gran Bretagna nel 1943". Il ministro degli Esteri tedesco, Joachim von Ribbentrop, parlando in febbraio con Bottai, allude a una possibile richiesta di pace da parte degli inglesi. Continua a circolare l'idea che la guerra possa concludersi con un compromesso, e Mussolini, che spera proprio in questo, si mostra lieto nell'apprendere che gli Stati Uniti stanno spingendo i paesi del Sud America a rompere le relazioni con l'Asse. Pensa infatti che "quanto più la guerra si estende, tanto più cresce l'eventualità di una soluzione diplomatica". E continua ad essere fuori dalla realtà quando il 20 gennaio propone a Ciano di replicare dichiarando guerra anche al Sud America, così da imporre agli Stati Uniti l'obbligo di una difesa militare su vastissimo fronte.
Chi invece non si fa molte illusioni è il Re d'Italia Vittorio Emanuele, che l'8 gennaio incontra Bottai e gli dice di temere uno sbarco degli inglesi sulle coste calabresi o siciliane, e questo sbarco non gli sembra un'operazione troppo difficile, poiché, afferma, "quei luoghi sono deserti e gli italiani laggiù hanno poche forze e pochi mezzi rapidi". Il 22 gennaio, il Re incontra Ciano, dimostrandosi come sempre anti-tedesco e critico verso l'organizzazione dell'esercito. Il pessimismo del Re deriva anche dal fatto che il generale dei Carabinieri Hason gli fa pervenire informazioni veritiere sullo stato d'animo degli italiani, sempre più provati dai sacrifici e dai bombardamenti. L'8 febbraio, Puntoni, aiutante di campo del Re, riferisce che Hason gli ha fatto "un quadro nerissimo della situazione interna". Il malumore cresce proporzionalmente alle difficoltà della vita. Il 10 gennaio, in un altro colloquio con Puntoni, lo stesso Hason si esprime come se la liquidazione di Mussolini fosse imminente. Annota Puntoni nel suo diario: "Hason mi ha riaffermato la sua convinzione che qualunque cosa accada, i carabinieri saranno sempre solidali con la monarchia". Parla anche con Ciano del malumore che dilaga ormai in Italia contro i gerarchi e alcuni membri del governo. Lo stesso Ciano dichiara poi al generale Hudson di essere stato sempre contrario alla guerra e al sistema corporativo e aggiunge: "Sia ben chiaro che le mie responsabilità non hanno nulla a che fare con le responsabilità del Duce. Io sono devoto al Re e vedo in lui l'unica guida sicura che abbia l'Italia". Manca più di un anno al giorno in cui Vittorio Emanuele farà arrestare Mussolini nel giardino di Villa Savoia, ma il clima opportuno sta maturando.
Il 22 gennaio, Dino Grandi, uno tra i fondatori del Movimento fascista e in quel momento Presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, si sfoga con Ciano e gli dice addirittura: "Non so proprio come ho fatto a contrabbandarmi per fascista durante 20 anni".
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Anche il ministro Bottai critica Mussolini. Il 3 gennaio, lo osserva con fastidio mentre, in sedia a Palazzo Venezia, il nuovo direttorio del Partito Fascista rote a occhi e mascelle, gettando in aria e innanzi il mento poderoso, facendo la boccaccia, come sempre gli accade quando c'è qualcuno nuovo al quale sa bene rieditare quel tipo di sé che le prime volte fa una certa impressione. "Sempre mi domando e ridomando da più di vent'anni che gli sono vicino, se questo gioco mimico così violento, colorito o stentato, si è voluto o involontario".
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Mussolini, in realtà, è lui stesso a disagio. In passato, come aveva detto di lui Luigi Pirandello molti anni prima, aveva costruito di sé stesso un personaggio, "un poco a somiglianza propria, un poco a somiglianza di ciò che gli italiani volevano che egli fosse". Egli era, in un certo senso, l'attore del proprio personaggio.
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Ma se in passato, al tempo dei successi, non gli era costato troppo recitare la parte del Capo, adesso, con gli strazi della guerra, quella recita lo tormenta assai di più. Lui stesso non crede all'alleanza con Hitler. Il 13 gennaio, parlando con Ciano, Mussolini critica Hitler per la campagna di Russia, lo accusa di mentire nei bollettini di guerra e lo paragona a "quel bestione di Roosevelt". Del resto, aggiunge il Duce, "sono due bestioni analoghi, figli di razze di muli".
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Frattanto, gli inglesi continuano a bombardare le città italiane.
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Nel primo bimestre del 1942, oltre a Napoli, vengono colpiti grandi e piccoli centri della Sicilia: Palermo, Catania, Comiso, Vizzini, Castelvetrano, Augusta, Siracusa, Paternò, Lentini, mentre gli aerei dell'Asse, oltre che su Malta, compiono incursioni su Alessandria d'Egitto.
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