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Bene, siamo quasi alla fine di questa carrellata sul pensiero criminologico del 9. Ehm, continuerei ehm nel nell'approfondimento di questo aspetto con lo studio di quelle che sono le criminologie del conflitto, cioè le teorie conflittuali, che non sono da confondere invece con le teorie dei conflitti culturali o le teorie del sottocultura che abbiamo analizzato nella scorsa lezione.
La teoria conflittuale è una teoria, le teorie conflittuali, perché non esiste soltanto una teoria, ma è una, diciamo, una serie di elaborazioni teoriche che proprio partono dal presupposto che all'interno della nostra società non vi sia un consenso, scusate, non vi sia un un no, non vi sia un consenso su dei valori, anzi non vi sia neanche la condivisione degli scopi e di quella ideologia che la classe dominante invece vuole imporre come unica, espressione etica, morale, culturale di una società.
E il modello, diciamo, il modello conflittuale si è affermato soprattutto alla fine degli anni 60, del 900, inizi degli anni 70 e dobbiamo anche poter cogliere il contesto storico, il contesto culturale, il momento della rivoluzione culturale del 68, dei movimenti, eh diciamo, il potere operaio, il potere della la classe subalterna, gli operai, le classi proletarie, la classe proletaria aveva assunto un potere, una forza contrattuale anche all'interno della delle società capitaliste che certamente hanno influenzato anche la, diciamo, lo sviluppo della cultura e della scienza, anche della scienza criminologica.
Qual è l'idea della conflittualità? Eh l'idea delle teorie conflittuali è che proprio il conflitto caratterizzi il contesto sociale, ogni contesto sociale, che non è il semplice conflitto culturale che abbiamo visto nelle precedenti lezioni, ma un conflitto più profondo ehm in base al quale si spiega come mai la formazione e l'applicazione delle norme favoriscano alcune classi e in qualche modo criminalizzino, quindi rechino un certo svantaggio e se vogliamo producano una certa marginalizzazione e stigmatizzazione ad alcune ad altre classi.
Quindi, sostanzialmente per le teorie del conflitto, adesso vedremo, eh diciamo eh eh spiegano la società come un sistema che è incapace di venire incontro, di andare incontro a quelle che sono le esigenze di tutti e di conseguenza si sviluppa una competizione, ma non è la competizione alla Merton per il successo economico e l'affermazione del sé, ma è proprio una competizione, se vogliamo, tra gruppi, per cui il gruppo dominante poi si impone in modo tale da poter tutelare i propri interessi, parliamo qui proprio di interessi, attraverso non solo una cultura delle tradizioni e delle convenzioni, diciamo, imposte anche alle classi subalterne, ma anche attraverso una legislazione che favorisce e immunizza i propri comportamenti criminalizzando invece, cioè quelle delle classi eh subalterne.
Nella teoria del conflitto, concetti chiave sono quelli del potere della classe dominante e del predominio. Come potete vedere, è una critica molto molto serrata, molto radicale a quella che è la società capitalista. Potete immaginare, quindi, che vi sia un chiaro riferimento, una chiara matrice, diciamo, marxista anche nell'ambito delle teorie del conflitto.
E di conseguenza, pare quasi scontato, lapalissiano, che le teorie del conflitto rifiutino quell'approccio tradizionale della criminologia di stampo positivista o di tutta quella criminologia che si era sviluppata ancora prima dello struttural funzionalismo, eh che individuava nella povertà o nelle condizioni di disagio eh la l'origine e la causa della criminalità.
Anzi, vi leggo testualmente un pezzo da Eric Good, il teorico del conflitto, che ha riassunto così, se vogliamo, l'impostazione conflittuale, la teoria, ed è secondo me ehm significativa, abbastanza sintetica da poter, diciamo, rappresentare bene quelle che sono che sono i connotati di tale teoria.
"La teoria del conflitto abbandona l'interrogativo sul perché alcune persone vivono nelle regole. Invece tratta la questione relativa alla produzione delle norme, in particolare di quelle delle norme penali, perché quel certo comportamento è fuori legge e perché un altro, spesso anche più dannoso, non lo è. I teorici del conflitto rispondono a queste domande sostenendo che vengono emanate leggi e approvate regole che sostengono le usanze e gli interessi dei membri più potenti della società. In una società complessa, nessuna norma o legge è accettata e ritenuta giusta dalla totalità, ma solo da una sua parte. Inoltre, nessuna regola o legge protegge i diritti e gli interessi di tutti, di nuovo solo quelli di certe categorie sociali. Solo il gruppo di potere è in grado di imporre il suo volere sul resto della società ed è sicuro che vengano stabilite delle leggi e regole a lui favorevoli e possibilmente pregiudizievoli per gli altri gruppi meno forti."
Questo, in poche parole, è il tema centrale della teoria del conflitto. Quindi vedete, la causa della criminalità non risiede tanto nel fatto che le persone deboli, economicamente sprovviste di mezzi di sostentamento siano costrette a delinquere, ma nel fatto che le classi dominanti si accaparrano, si arrogano il diritto, o meglio il dominio sulle classi subalterne anche attraverso una legge che non è una legge uguale per tutti, ma è una legge che riproduce le disuguaglianze. Le disuguaglianze tra i vari ceti, o meglio, più che ceti, qui si parla proprio di classi e di conseguenza non fa altro che eh diciamo consolidare il potere e tutelare gli interessi della classe dominante e produrre danni alle classi subalterne.
Tra l'altro, diciamo, in qualche modo squalificando, svalutando le loro usanze, la loro cultura e, se vogliamo, i loro comportamenti. E quindi il gruppo dominante che fa? Sostanzialmente mh eh ricordate anche Sutherland, lo possiamo annoverare tra eh i teorici del conflitto perché anche Sutherland evidenzia come i gruppi abbienti, i colletti bianchi influiscano sulla produzione delle leggi. Influenzano la produzione delle leggi, diciamo, influenzando il legislatore in modo tale che questi, invece di eh emanare delle norme in contrasto con gli interessi della classe dominante, ehm e diciamo, adottino una legislazione più benevola, cioè sicuramente meno severa rispetto a quella che invece viene, diciamo, adottata, le scelte che vengono compiute per regolare, giudicare, valutare e finanche criminalizzare i comportamenti delle classi subalterne.
Quindi la giustizia non viene applicata se la legge è iniqua, anche la giustizia è una giustizia che creerà ulteriore disuguaglianza. Vi dicevo che questa impostazione ovviamente è debitrice del pensiero marxiano e marxista del materialismo storico. Ora sono certa che voi abbiate ben presente che cosa è il materialismo storico e, diciamo, la teorizzazione di Marx ed Engels che partendo proprio dall'analisi, se vogliamo, della struttura economica di una società e le disuguaglianze che da questa struttura emergono nella società capitalista, eh ritengono che queste disuguaglianze vengano poi riprodotte a livello sovrastrutturale nella cultura, nelle tradizioni, nelle convenzioni e anche nelle leggi.
Sostanzialmente Marx, Engels, il pensiero marxista invita a osservare innanzitutto la vita materiale, cioè la vita, la struttura economica di una società e tale struttura economica che nella società capitalista è fortemente, diciamo, disuguale, ha creato e si è consolidata, diciamo, il capitalismo sulla disuguaglianza tra classi e, diciamo, lo sfruttamento delle classi subalterne del proletario, di cui si appropria il capitalista, di cui il capitalista si appropria del plusvalore, dice, di quel valore in più che si produce attraverso la forza lavoro.
Questa disuguaglianza, diciamo, viene in qualche modo reiterata, cristallizzata, consolidata anche attraverso la sovrastruttura giuridica, cioè la sovrastruttura giuridica, ma anche la sovrastruttura culturale, non può che riflettere questa disuguaglianza materiale, economica, strutturale, no, della società. E di conseguenza, qual è la soluzione? Marx ed Engels non si, scusate, Marx ed Engels non si occupano di criminalità in maniera diretta, però lo sviluppo del pensiero marxista anche da una prospettiva criminologica porta alla conclusione che in realtà il criminale sostanzialmente appartiene alle classi subalterne, non è altro che un proletario, uno un soggetto sfruttato che non ha ancora una sua coscienza di classe, cioè si ribella alla struttura foriera di disuguaglianze, ma non ha ancora sviluppato una coscienza di classe che lo porterebbe poi a ribaltare i rapporti di forza all'interno di una società attraverso appunto la rivoluzione.
Questo sostanzialmente è l'approccio marxista a quella che è la criminalità. Ehm, potete bene immaginare che, insomma, questo approccio eh in qualche modo, almeno nei suoi esiti, nelle soluzioni, è sicuramente ormai superato. Tuttavia, è interessante notare che alcuni spunti di riflessione che appunto provengono dalle teorie del conflitto di stampo marxista in qualche modo hanno contribuito a spiegare alcune situazioni, no, di dominio e di predominio delle classi dominanti e della necessità invece di introdurre degli strumenti antidiscriminatori e in qualche modo volti a superare quelle diseguaglianze, quelle asimmetrie di potere che sono all'interno della società come strumento di prevenzione primaria al crimine.
E nell'ambito delle teorie del conflitto esistono anche teorie conflittuali non marxiste. E per esempio Pavarini, che pure ha avuto un'impostazione marxista, no, è una è stato un criminologo, un penologo italiano di altissimo livello, che parte da un'impostazione proprio marxista. Spiega che il modello conflittuale vede la società come qualcosa in permanente mutamento, come questo mutamento sia dato dai conflitti che si sviluppano al suo interno, come ogni elemento della società contribuisca al mutamento, come essa si fondi sulla coercizione di alcuni suoi membri sugli altri.
Guardate, anche secondo Pavarini, la teoria del conflitto che spiega la dinamica sociale sostanzialmente poi si basa sulla coercizione e, se vogliamo, anche la criminalizzazione dei comportamenti delle classi subalterne da parte delle classi dominanti.
Diciamo, nell'ambito della teoria delle teorie del conflitto, no, di non marxiste, si sviluppa l'idea che le classi dominanti debbano in qualche modo allontanare da sé l'aggressività della classe dei dominati, in qualche modo debbano, diciamo, ehm catalizzare le pulsioni di aggressività nei confronti di un soggetto che assume la funzione del capro espiatorio. Quindi spostano, se vogliamo, il bersaglio da quelli che sarebbero gli autori o comunque i responsabili di una disuguaglianza, quindi quelli che sarebbero i reali responsabili di una sperequazione sociale ed economica, spostano il bersaglio verso il capro espiatorio che è il criminale.
Cioè, sostanzialmente il diritto penale serve a convogliare quelle pulsioni di aggressività nei confronti di un soggetto che poi magari non tutte queste, cioè, voglio dire, non ha, ovviamente parliamo da una partiamo da una prospettiva eh diciamo di tipo conflittuale. E il crimine, vi ricordate anche quando abbiamo analizzato la definizione di crimine, il crimine in sé non esiste, è frutto di una reazione sociale, è una costruzione sociale secondo le teorie del conflitto. Quindi si disinteressano totalmente della definizione di crimine e di conseguenza il criminale non è qualcuno che in sé ha commesso qualcosa, ma è un soggetto funzionale, se vogliamo, agli interessi della classe dominante che nell'individuare un nemico interno in qualche modo consolida, più che altro rafforza questo sentimento di unione di gruppo che è in grado quindi poi di ehm diciamo ehm serrare le file per contrastare il nemico interno.
È il vero produttore della criminalità, cioè l'elemento che produce criminalità è proprio il sistema legale, il sistema giudiziario. Il sistema giudiziario è quello che è criminogeno perché produce, cioè nel momento in cui condanna, nel momento in cui si accerta la responsabilità di un crimine, beh, quel quel fatto è diventato crimine, è quell'atto che produce la criminalità. Non esiste una criminalità su una base di tipo ontologico, si dice.
E quindi questo in questo modo al criminale che diventa il capro espiatorio si attribuisce uno stigma sociale, uno si svaluta dalla svalutazione del fatto commesso, si passa a una svalutazione del sé della persona e di conseguenza si spiega, si giustifica, si legittimano su questa base tutte le differenze di classe dovute non tanto perché la classe dominante criminalizza i comportamenti della classe subalterna, no? Ma questo sarebbe la spiegazione della criminologia del conflitto, ma il diritto penale serve proprio per giustificare queste queste disuguaglianze, cioè che le classi subalterne non possono aspirare a una vita migliore perché sono criminali. Questo sostanzialmente è la funzione del diritto penale, cioè una funzione volta a mantenere gli interessi delle classi dominanti e quindi consolidare le disuguaglianze, giustificarle, legittimarle proprio attraverso il diritto penale.
E ovviamente quali sono poi, diciamo, le prospettive, no, della criminologia critica di stampo marxista o di stampo non marxista? Quelle marxiste, abbiamo detto che il crimine, no, utopisticamente potrebbe dissolversi col dissolvimento della società capitalista quando sarà più una società basata sulle classi e quindi quando finalmente un'economia di tipo collettivistico comunista consentirà un'eguaglianza sostanziale, economica, una struttura quindi omogenea che produrrà quindi conseguentemente una legislazione altrettanto egalitaria e il crimine, come per incanto, dovrebbe sparire in una società comunista.
Le, diciamo, invece criminologie critiche di stampo non marxista invece offrono come soluzione eh diciamo propongono come soluzione addirittura l'abolizione del diritto penale. Sono teorie che hanno come, diciamo, soluzione una danno come soluzione la una prospettiva, adottano una prospettiva abolizionista, addirittura l'abolizione totale del carcere, l'abolizione totale del diritto penale o nelle versioni meno radicali, l'abolizione soltanto del carcere, il mantenimento del diritto penale o nelle versioni ancora meno radicali e se vogliamo più eh praticabili sono quelle dell'idea, l'idea, no, del diritto penale minimo, per cui il diritto penale dovrebbe essere l'ultima risorsa realmente utilizzata soltanto per i fatti di maggiore gravità, ehm diciamo, gravità sociale.
Questa sostanzialmente è l'approccio delle delle criminologie critiche, della criminologia, diciamo, sia marxista che non marxista che in generale della criminologia ehm radicale che purtroppo però, avendo un'impostazione così tranciante, è stata sostanzialmente messa da parte e anzi questo atteggiamento, se vogliamo, di così grande intolleranza verso il sistema capitalista e verso il sistema della verso le classi dominanti, ha fatto sì che poi nel frattempo nello allo stesso tempo venissero ad affermarsi delle criminologie di destra sicuramente più funzionali alla spiegazione del crimine della classe dominante. Cioè, paradossalmente queste criminologie che hanno un'impostazione critica radicale hanno inciso in maniera minore rispetto a a quelle che sono le dinamiche anche, diciamo, di stigmatizzazione, di ghettizzazione, di marginalizzazione del all'interno del sistema sociale attraverso il diritto penale, proprio perché hanno proposto delle cose utopistiche, no? Delle soluzioni utopistiche impraticabili.
Questo che cosa ha comportato? Che poi negli anni 80, ad esempio, soprattutto in America, perché siamo sempre, diciamo, lo sviluppo della criminologia è molto molto vivace negli Stati Uniti d'America, o nei sistemi di common law, lo sviluppo della criminologia negli anni 80 ha registrato un regresso con l'affermazione della criminologia di destra e con una criminologia di stampo amministrativo, diciamo. Grazie.