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Cronache dal Rinascimento - Il sacco di Roma - La tempesta si avvicina

sailormark6730:13

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Il 5 maggio del 1527 a Roma sta diventando buio. Sta scendendo la sera. È quella di quell'anno è una primavera strana, fredda e piovosa. Ma Roma, nell'ultimo secolo, ha cambiato volto, si è trasformata. Non conosce saccheggi da circa 500 anni. L'ultimo è stato quello dei Normanni nel 1084. Così le fortezze, le case fortificate in cui si rinchiudevano le grandi famiglie romane, hanno lasciato il posto a ville, palazzi affrescati e disegnati dai più grandi artisti del momento, come questa, la Farnesina. Una villa fatta costruire dal banchiere senese Agostino Chigi.

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Per decorarla ha chiamato Raffaello. E qui dentro ci sono due affreschi suoi: il Trionfo di Galatea e la Loggia di Amore e Psiche. Celebrazioni di una vita gioiosa e colorata.

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Ma tutto questo mondo fatto di arte, di ricchezza, di splendore, sta per subire un trauma catastrofico. Perché oltre le finestre, oltre i muri della Farnesina, lassù sul Gianicolo, brillano i fuochi dei bivacchi dell'esercito dell'imperatore Carlo V. E tra poche ore, all'alba del 6 maggio, quell'esercito calerà su Roma con, alla testa, i Lanzichenecchi, mercenari luterani, che saccheggeranno, occuperanno, devasteranno la città per mesi.

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La cronaca del sacco del 1527, della profanazione della città santa, della capitale del Cattolicesimo, da parte di soldati protestanti, per di più, è la cronaca di un fatto storico che ha lasciato conseguenze enormi sulla storia europea. E che, secondo alcuni, segna la fine del Rinascimento.

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La cronaca del sacco di Roma inizia qui, sul Gianicolo, dove siamo saliti perché qui è che sono accampati i Lanzichenecchi con l'esercito imperiale. Dall'alto contemplano Roma con i suoi palazzi, le sue ricchezze, la loro futura preda. Ma per capire come si è arrivati a questo punto, bisogna tornare indietro di una decina d'anni, al 1516. Vedere le ragioni della disputa e chi sono i protagonisti. Cominciamo dal primo: Carlo V d'Asburgo, re di Spagna, nipote dell'imperatore Massimiliano I. Di lui ci sono molti ritratti, spesso dipinti da Tiziano. Il più famoso è Carlo V alla Battaglia di Mühlberg, dove a cavallo, alla corazza, la testa alta, lo sguardo dritto.

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In realtà, Carlo V è piccolo, non è bello, e quindi ama farsi ritrarre in queste pose così autorevoli per trasmettere ai sudditi la consapevolezza e l'importanza del suo ruolo. Carlo V è molto fortunato. Per ragioni dinastiche, ha ereditato dei domini immensi che vanno dalla Spagna alla Germania, all'Italia meridionale, fino al Nuovo Mondo, alle Americhe. Del suo impero dice che è un impero dove non tramonta mai il sole.

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Ogni protagonista ha un antagonista. In questo caso, Francesco I, re di Francia. Anche lui è ritratto da Tiziano, di profilo, con un portamento elegante e fiero.

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Francesco I è un uomo d'azione, ma ama molto le arti. Ed è anche molto legato all'Italia, perché suo padre è morto quando lui era piccolissimo e ha avuto un precettore italiano. Ed è anche pronipote di Visconti, i signori di Milano. E così ha conquistato il Ducato di Milano, perché lo ritiene suo di diritto. Ha invitato in Francia, alla sua corte, Leonardo da Vinci. È una leggenda, racconta che parta ogni sera dal suo castello di Amboise e attraverso un passaggio segreto vada a trovare Leonardo. Ancora oggi non si è capito bene con certezza se la Gioconda gliel'abbia vissuta Leonardo, gliel'abbiano venduta i suoi eredi.

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Ma cosa si contendono i due? Si contendono un titolo, anzi il titolo dei titoli, il titolo più augusto in assoluto: quello di Imperatore del Sacro Romano Impero. E diventare imperatore è una faccenda abbastanza complicata. Prima di tutto, il titolo non è ereditario, bisogna venire eletti e conquistare i voti di sette grandi elettori, sette principi tedeschi. Una volta che si viene eletti, c'è un ulteriore passaggio: bisogna venire incoronati Rex Romanorum, re dei Romani. La prima mossa la fa Carlo V, che, grazie all'aiuto di alcuni banchieri tedeschi, compra il titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero. Viene eletto e viene incoronato re dei Romani ad Aquisgrana. Ricevette nel mese d'ottobre, ad Aquisgrana, la prima corona, quella medesima con la quale fu incoronato Carlo Magno.

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Dopo l'incoronazione a re dei Romani, per diventare imperatori a tutti gli effetti, c'è bisogno di un altro passaggio: la consacrazione da parte del Papa. Ed è qui che entra in gioco la terza protagonista della nostra storia: la Roma dei Papi. Ma come si vive? Qual è il clima nella Roma del Cinquecento?

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Per farci un'idea di come era la vita a Roma agli inizi del Cinquecento, siamo venuti in uno dei luoghi più evocativi della Roma rinascimentale, davanti a Palazzo Farnese. Roma è sempre stata la capitale della cristianità, ma in quel momento diventa anche capitale delle arti e sottrae il primato a Firenze, attratta dalle committenze delle famiglie nobili, ma soprattutto dalle committenze del Papa. A Roma arrivano moltissimi artisti. Arriva Michelangelo, arriva Antonio da Sangallo il Giovane. Insieme disegnano la facciata di questo palazzo. Michelangelo dipinge anche la volta della Cappella Sistina. Poi arriva Raffaello, che dipinge le Stanze di Raffaello in Vaticano. Arriva Bramante. Arriva anche un artista orafo che avrà un ruolo molto importante nel racconto del sacco di Roma, e benvenuto Cellini. Ed è grazie a lui che abbiamo un resoconto di prima mano di come la vita a Roma. Tra colleghi artisti, Michelangelo era senese ed era un uomo molto valente, tale che poteva comparire fra ogni altri di questa professione. Noi ci ritrovavamo spesso insieme in questa nostra compagnia. C'erano Giulio Romano, pittore, e Gianfrancesco Discepoli, meravigliosi del gran Raffaello da Urbino.

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Oltre ai grandi palazzi, oltre ai nuovi impianti urbanistici, alle nuove vie che vengono tracciate, come Via Giulia, qui dietro Palazzo Farnese, in quegli anni a Roma prende anche il via il più ambizioso di tutti i progetti: la costruzione di una nuova Basilica di San Pietro, al posto di quella vecchia di epoca tardo romana, eretta nel luogo dove, secondo tradizione, era stato sepolto l'apostolo Pietro dopo la crocifissione. Il progetto viene affidato a Bramante, che per prima cosa, tra mille polemiche, rade al suolo la vecchia basilica. Poi vengono chiamati i più importanti artisti architetti del momento. Insomma, quel progetto si ingigantisce, si pensa anche a una grande cupola. Il cantiere diventa un pozzo senza fondo, una fonte di spese e di guai. Leone X, che portò per primo la grandezza ecclesiastica nella casa dei Medici, per lo spendere troppo si metteva in necessità di dovere sempre cercare denari per vie straordinarie. Leone X, il primo Papa della famiglia Medici, ha bisogno continuamente di soldi per la costruzione della nuova basilica. Per prima cosa, chiede in prestito ai banchieri tedeschi, gli stessi che hanno prestato i soldi a Carlo V per la sua elezione imperatore. Ed è un primo motivo di frizione tra il Papato e la Germania. Ma i soldi comunque non gli bastano, quindi intensifica il già discusso mercato delle indulgenze. Addirittura arriva a promulgare un'indulgenza plenaria per tutti quelli che, anche se non riescono a venire a Roma, versano un obolo per la fabbrica di San Pietro. È il 1517 e le cose si complicano ancora di più, sempre con la Germania, perché i principi tedeschi pretendono di trattenere una percentuale degli oboli versati nei loro territori. La corte di Roma, con l'autorità delle indulgenze, pareva che non attendesse ad altro se non a esigere quantità grande di denari da tutta la cristianità, non avendo altrettanta cura della salute delle anime. Ma le cose non finiscono qui, perché in quello stesso anno Martin Lutero denuncia la corruzione della Chiesa, lancia la sua riforma e gli equilibri in Italia e in Europa cambiano.

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1517. Martin Lutero affigge le 95 tesi sulla chiesa del castello di Wittenberg. In Europa si stanno affermando le monarchie nazionali e grandi stati come Francia, Inghilterra e Spagna. La Germania, invece, è divisa tra potenti feudatari, si trova in un equilibrio molto precario che una forte protesta è in grado di trasformare in un incendio. Per questo le tesi di Lutero contro il potere, le gerarchie e le ricchezze della Chiesa conoscono in Germania un'espansione travolgente, dando il via alla Riforma Protestante.

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1521. Lutero si rifiuta di ritrattare le sue tesi e viene scomunicato da Papa Leone X. Nello stesso anno, viene messo al bando dall'imperatore Carlo V. Per proteggerlo, l'Elettore di Sassonia nasconde Lutero nel castello di Wartburg, dove il monaco traduce la Bibbia in tedesco per farla conoscere a tutti quelli che non leggono il latino. Carlo V, impegnato a combattere contro la Francia e contro i Turchi, è lontano dalla Germania e non si occupa di Lutero. La Bibbia tradotta viene stampata e si diffonde in Germania, e con lei gli opuscoli che spiegano le tesi di Lutero. I principi e i ricchi accolgono la riforma con entusiasmo, perché meno potere alla Chiesa significa più libertà, meno denaro da versare al Papa e meno obblighi verso l'imperatore cattolico. E i contadini, i poveri, vedono nel ritorno agli ideali evangelici una possibilità di riscatto. Con queste premesse, dalla Germania la riforma si espande rapidamente nel Nord Europa: Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Islanda. L'Italia, già frammentata in tanti piccoli stati e già percorsa da eserciti stranieri conquistatori, ha sempre visto nella sacralità di Roma un riferimento attorno cui orbitare e in cui, nonostante tutte le guerre, riconoscersi. Con l'arrivo di Lutero, quella sacralità inviolabile, quel senso di appartenenza a una casa comune cattolica, non esiste più. Quindi l'Europa, l'Italia e Roma, soprattutto, e l'autorità papale sono travolti dalla Riforma luterana. Ed è questo il contesto in cui si inasprisce la lotta tra i nostri due antagonisti: Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, e Francesco I, re di Francia. Francesco I si sente accerchiato dai domini del suo avversario. Per rompere l'accerchiamento, riarma un esercito e dà inizio a una nuova guerra.

Cominciarono pochi mesi dopo a perturbarsi le cose d'Italia con guerre molto più lunghe e più pericolose delle passate, stimolando l'ambizione di due potentissimi re, pieni tra loro di emulazione, di odio e di sospetto. Lo storico Guicciardini usa un'immagine sintetica e molto efficace: le cose in Italia sono perturbate da guerre sempre più lunghe e pericolose, e al centro di quelle guerre c'è il Ducato di Milano. Carlo V lo vuole per unire i suoi domini al nord con i suoi domini al sud e riesce a strapparlo ai francesi. A questo punto, Francesco I accorre con il suo esercito, ma viene sconfitto molto duramente nella battaglia di Pavia, fatto prigioniero e portato a Madrid. Il re di Francia, pieno di gravissimi dispiaceri, si ridusse nella rocca di Madrid e in tale estremità della vita che i medici fecero intendere all'imperatore di fidarsi totalmente della salute. La vittoria di Carlo V è stata totale e Francesco I, pur di guarire dalle malattie che abbiamo appena sentito e pur di essere liberato, firma una pace umiliante. Il Ducato di Milano sarà di Carlo V e lo sarà per sempre. A garanzia di questo trattato, è costretto a lasciare i suoi due figli maschi come ostaggi nelle mani di Carlo V. La situazione sembrerebbe risolta in modo decisivo, ma non lo è, perché dentro Francesco I l'umiliazione brucia fortissima e subito allora si mette a tessere una tela diplomatica, cercando alleati in tutti quegli stati italiani che si sentono schiacciati dalla presenza ingombrante dell'imperatore. Tra questi, il più importante è lo Stato della Chiesa. E allora Francesco I si rivolge a Roma. Ma cosa risponde il Papa? E chi è il Papa in quel momento?

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Nel frattempo, a Roma è stato eletto un nuovo Papa. È nato con il nome di Giulio Zanobi ed è figlio illegittimo di Giuliano de' Medici. Giulio non ha mai conosciuto suo padre, che è stato assassinato durante la congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita. Il futuro pontefice è cresciuto sotto l'ala protettiva dello zio Lorenzo il Magnifico, che lo ha avviato alla carriera ecclesiastica. Raffaello ci ritrae un giovane Giulio Zanobi nelle vesti di cardinale, accanto al suo cugino, un altro Medici Papa, Leone X. Ed è proprio Leone X che lo dichiara figlio legittimo di Giuliano per matrimonio clandestino. Al termine di un conclave piuttosto lungo e complicato, e grazie anche all'appoggio dell'imperatore Carlo V, Giulio viene eletto Papa con il nome di Clemente VII. Riapre subito le porte ad artisti e studiosi, perché vuole riaffermare il prestigio della Chiesa, messa in discussione dalla Riforma Protestante e minacciata dai Turchi che invadono l'Europa orientale. Intanto, gli equilibri tra i due antagonisti, Carlo V e Francesco I, sono cambiati. Il Papa prova a creare una pace tra di loro, ma non ci riesce. Incomincia a prendere ora per l'uno, ora per l'altro. Lo scacchiere diplomatico è in continua evoluzione e il Papa cerca di adeguarsi. Non è semplicissimo stargli dietro, però ci proviamo. In estrema sintesi: all'inizio, quando Francesco I conquista il Ducato di Milano, il Papa è preoccupato per la sua Firenze, decide di allearsi con lui. Ma quando Francesco I è annientato a Pavia da Carlo V, il Papa cambia fronte, lascia Francesco I e sceglie Carlo V. Passano gli anni, però, il Papa incomincia a sentirsi minacciato. Carlo V ha dominio a nord in Germania, a sud nel Regno di Napoli, a ovest in Spagna. Insomma, Clemente VII si sente accerchiato. E così, alla fine, prende la sua decisione finale: lascia Carlo V e sceglie Francesco I. Deliberò finalmente non solo di confederarsi con la Francia e con gli altri contro all'imperatore, ma di farlo quanto prima. La nuova alleanza prende il nome di Lega di Cognac e, oltre che sulla Francia e sullo Stato Pontificio, può contare su Firenze, Venezia e Milano. Carlo V, però, non sta a guardare, non sta a subire. Questa volta fa del Papa il suo obiettivo. E come prima mossa, decide di mettere in moto i suoi alleati romani, i Colonna, che odiano i Medici e Clemente VII.

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Siamo nel cortile di Palazzo Colonna a Roma. Questa colonna è il simbolo della famiglia. Tutto il palazzo, poi, con le sue sale affrescate da grandi artisti, con le sue collezioni splendide, con le stratificazioni attraverso i secoli, è testimone del fasto della famiglia, che ha sempre avuto un rapporto un po' ambiguo col Papato. Da un lato, i Colonna sono molto ben radicati dentro il sistema di potere della Curia Romana, hanno avuto un Papa molto importante, Martino V, quello che ha riportato il Papato a Roma da Avignone, che ha posto fine allo scisma d'Occidente. D'altra parte, però, per antichità e per potenza, si sentono quasi superiori all'autorità papale. È l'episodio più famoso che ha visto un Colonna opposto al Papa è l'episodio dello Schiaffo di Anagni, quando Sciarra Colonna ha preso a schiaffi Bonifacio VIII agli inizi del Trecento. Anche negli anni che precedono il sacco di Roma, tra i Colonna e il Papa non corre buon sangue. Il Papa è un Medici, viene da Firenze, quindi viene percepito dai Colonna come un estraneo, uno che non appartiene alla storia di Roma. Carlo V questo lo sa benissimo e sfrutta l'inimicizia a suo vantaggio. Lui vuole punire il Papa che si è schierato con il suo arcinemico, Francesco I. E così chiede ai suoi alleati romani, i Colonna, di punirlo. I Colonna gli obbediscono. In una notte del settembre 1526, il cardinale Pompeo Colonna, con le sue truppe, occupa la Porta di San Giovanni in Laterano. Arrivarono prima del giorno a Roma e presero la porta di San Giovanni. Venne subito in città la notizia e quando fu al Papa riferita, a malapena ci poteva credere. Mentre il Papa, come dice la fonte, non crede alle notizie che gli arrivano, i Colonna entrano indisturbati in città e il cronista annota minuziosamente il loro percorso: attraversato Ponte Sisto, entrarono in Borgo Vecchio, si incamminarono alla volta di San Pietro, la quale chiesa spogliarono d'oro e d'argento e di molti oggetti preziosi. Le fonti ci dicono che neppure il tesoro di San Pietro viene risparmiato. E sembra quasi che questo piccolo sacco dei Colonna del 1526 sia una prova generale per il grande sacco che avverrà qualche mese dopo. Comunque, in questo intreccio di rancori locali romani e di crisi diplomatiche internazionali, il Papa viene colto di sorpresa, non ha visto arrivare il colpo e si spaventa. Si sente minacciato a casa sua, così cambia atteggiamento. Chiede aiuto a Carlo V, gli chiede di fermare i Colonna in cambio lui rinuncerà all'alleanza col re di Francia, con Francesco I. Carlo V gli crede, richiama i Colonna, Pompeo Colonna viene mandato a Napoli. Ma una volta che il Papa si sente di nuovo di avere le mani libere, torna indietro sulla sua decisione. Si è riallea con Francesco I. A questo punto, Carlo V non si fida più. Troppi impegni disattesi, troppi voltafaccia. E arruola un esercito per spedirlo contro lo Stato Pontificio e ridurre il Papa all'obbedienza. Quell'esercito ha una nuova arma: un corpo di mercenari protestanti che vedono in Roma la città di Satana. Autunno 1526. Carlo V forma un corpo di spedizione da mandare in Italia per attaccare lo Stato della Chiesa. 10.000 soldati mercenari, i feroci Lanzichenecchi, vengono arruolati nelle regioni tedesche meridionali del Sacro Romano Impero. Sono un corpo di fanteria istituito da Massimiliano I d'Asburgo. Lance che nette, ovvero servi della terra. Il mondo feudale al quale appartengono si sta sgretolando e i servi cercano un modo facile e veloce per arricchirsi. L'esercito mercenario è uno di questi, perché la paga si accompagna spesso alla speranza del saccheggio. Ciò che è prezioso viene portato via, ciò che non vale viene distrutto.

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Armati di alabarde, picche, archibugi e spade così pesanti da essere usate con due mani, i Lanzichenecchi sono preceduti dalla loro fama. Sono i nuovi barbari, pronti a tutto. Tutti li temono, sono il nuovo flagello di Dio. Lo racconta molto bene l'espressione impaurita del paggio di fronte al Lanzichenecco ai piedi della croce di Cristo, ritratto nel Duomo di Cremona. Oltre alla ferocia, i Lanzichenecchi hanno qualcosa in più che mette in pericolo Clemente VII: sono luterani. Nutrono un odio cieco nei confronti del Papa, considerano Roma la città di Satana, piena di vizi e di peccati. Per loro, il sacco di Roma non rappresenta uno sfregio alla cristianità, è una punizione inevitabile da infliggere al centro della corruzione, dell'immoralità. E a Roma, con le ricchezze della Chiesa e i tesori accumulati nei secoli, il bottino si preannuncia molto più ghiotto che altrove.

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Qui a Roma, i Colonna e altre grandi famiglie aspettano a braccia aperte i Lanzichenecchi, perché vogliono schiacciare con loro il detestatissimo Papa Medici. Alcune di loro addirittura anticipano dei soldi per pagare parte dello stipendio dei mercenari. Nel frattempo, i Lanzichenecchi scendono dal Tirolo sul Nord Italia e hanno i primi scontri con le truppe alleate del Papa, le quali, non si capisce perché, visto che sono in schiacciante superiorità numerica, a un certo punto si tirano indietro. L'unico che resta a combattere è Giovanni de' Medici, detto delle Bande Nere. Secondo Machiavelli, il solo in grado di fermare Carlo V in Italia. Tutti credono che fra gli italiani non ci sia capo al quale i soldati vadano più volentieri dietro, né di cui gli spagnoli più abbiano paura e stimino di più. Ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, vigliatore di grandi partiti. Giovanni de' Medici sente molto l'orgoglio di appartenere alla famiglia dei Medici. Quando era morto il primo Papa Medici, Leone X, in segno di lutto, aveva annerito le sue insegne che erano bianche e viola, e per questo è stato chiamato Giovanni delle Bande Nere. Quindi è naturale che provi a difendere Clemente VII, il secondo Papa Medici, che tra l'altro, biancheggiò, pagò tutti i debiti. Così Giovanni prova a fermare i Lanzichenecchi a Governolo, vicino a Mantova, ma viene ferito da un colpo di falconetto, un piccolo cannone da campo. Il secondo tiro ruppe la gamba sopra al ginocchio a Giovanni de' Medici, del quale colpo morì pochi giorni dopo. Morto Giovanni delle Bande Nere, i Lanzichenecchi sono liberi di unirsi al resto dell'esercito imperiale e a scendere verso lo Stato Pontificio. E a questo punto entra in scena un nuovo protagonista della nostra storia: si chiama Carlo di Borbone. Ed è lui a comandare l'esercito riunito, in cui ci sono italiani, spagnoli, mercenari tedeschi. Ed è un francese, che per di più era un fedelissimo del re di Francia, Francesco I. Comandava addirittura i suoi eserciti. La sua carica era Connestabile di Francia, ma gli ha voltato le spalle perché Francesco I gli ha confiscato l'eredità della moglie. Quindi la storia del sacco di Roma, in questa fase, assume connotati della tempesta perfetta, in cui tutti i tasselli vanno a incastrarsi per creare una catastrofe. Ci sono italiani e spagnoli, cattolici, protestanti. Ormai sono liberi di calare verso Roma e nessuno li può fermare.

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La tempesta perfetta si avvicina a Roma e il Papa incomincia ad avere seriamente paura. Anche perché il suo grande alleato, Francesco I, re di Francia, che aveva promesso di proteggere, di fare e di combattere, non c'è. E dov'è finito? Il fatto è che Francesco I ha i figli ancora ostaggi dell'imperatore Carlo V. Spera di liberarli e così sta fermo. Il Papa, a questo punto, è isolato e tenta una mediazione estrema. Convoca gli emissari di Carlo V, si dice disposto a tutto pur di evitare lo scontro finale. Addirittura, come gesto di buona volontà, licenzia il suo esercito e Roma resta indifesa. Ma i Lanzichenecchi sono un'onda che ormai non può più essere fermata. Sono partiti dalla Germania in inverno, hanno attraversato l'Italia combattendo, sono stanchi, infreddoliti e affamati, assetati di bottino. E così, nel maggio del 1527, arrivano qui sul Gianicolo, che si accampano.

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Questo è il chiostro del convento di Sant'Onofrio sul Gianicolo, e qui c'è il quartier generale degli imperiali. In questo convento, Carlo di Borbone, la sera prima del sacco, si confessa. È un episodio che rivela tutta la complessità e i paradossi di questa vicenda. Un comandante militare cattolico, agli ordini di un imperatore cattolico, alla testa di un esercito di cui ci sono dei mercenari luterani, si prepara ad attaccare Roma. E il Papa, dopo la confessione, come colto da un presagio. Carlo di Borbone decide di fare anche testamento. Il giorno dopo si combatterà. Il giorno dopo il suo esercito calerà su Roma per metterla a sacco.

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Sono le quattro del mattino del 6 maggio e c'è una nebbia molto fitta. E l'esercito incomincia a scendere dal Gianicolo. L'attacco a Roma è iniziato.

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