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Blu Notte Misteri Italiani Il segreto di Paolo Borsellino

Il Documento Flash Player video1:08:32

Transcription

[Musica] di guerra. Una strana, stranissima guerra che si combatte da tanto tempo, con tutto quello che succede nelle storie di guerra: tradimenti, uccisioni, massacri, bombardamenti, trattative diplomatiche, proclami. Una guerra che si continua a combattere anche oggi, e proprio qui in Italia. E i nemici non sono stranieri, sono italiani anche loro, anche se appartengono ad un altro stato che non si chiama più Italia, ma si chiama Mafia. Non è facile raccontare questa storia, perché non è soltanto un romanzo. È un'etica, un'epopea, una storia corale di eroi e di criminali, di guardie e di ladri. Potrebbe essere "Guerre e Pace" di Tolstoj, oppure un dramma shakespeariano, o addirittura una tragedia greca. E siccome è anche un romanzo giallo, è anche una storia piena di colpi di scena, di cose che non tornano, di misteri. Per raccontarla, cominciamo da un rumore: la sirena di un antifurto, di un antifurto da macchina. Non sono udite quasi un urlo che si alza su tutti gli altri rumori, le voci della gente, vi passò in corsa il crepitare delle radio.

[Musica]

Sono le 16:55 del 19 luglio 1992. E Paolo Borsellino, il procuratore aggiunto Paolo Borsellino, uno dei magistrati di punta nella lotta alla Mafia, è appena saltato per aria con tutta la sua scorta. Cinque poliziotti massacrati da un'autobomba parcheggiata in via D'Amelio, nella zona residenziale di Palermo. Una strada.

[Applauso] [Musica] [Musica]

Continuiamo con i suoni, ma questa volta non è un rumore, è una voce. La voce di un uomo dal forte accento siciliano. Anche questo si eleva su altri rumori, altre voci che rimbombano nell'aula di un tribunale. Mio precedente a quella sera non pagheremo all'evoluto dopo legge una petizione per lei, ma consente a nome di tutti i detenuti. Niente, ma cosa andavano incontro detenuti che viene però non ne diamo il nostro. Queste vediamo di che cosa si tratta. Resterà che sta pagando che sale.

Il 12 luglio del 2002. Chi parla è Leoluca Bagarella, il boss. Leoluca Bagarella, il braccio destro del capo della Mafia, Totò Riina. Leoluca Bagarella è in carcere all'Aquila, collegato in videoconferenza con la Corte d'Assise di Trapani, quando chiede di poter leggere un proclama indirizzato al Ministro della Giustizia, dottor Roberto Castelli. È una protesta, uno sciopero della fame contro il 41 bis, il regime carcerario duro a cui sono sottoposti i mafiosi. C'è qualcosa di strano in quel proclama anomalo. Tutte detenute anche di essere strumentalizzate, come le a te versate e ha usate come merce di scambio dalle varie forze politiche. I mafiosi sono stanchi di essere usati come merce di scambio dalle varie forze politiche. Tra una frase molto ambigua, e poi c'è un linguaggio giuridico perfetto, molto accurato, molto preciso. Corte Costituzionale, articolo 13, i numeri delle sentenze. C'è qualcosa che non torna. Il fatto è che questa Mafia non sembra quella Mafia. La Mafia che legge i proclami in aula non sembra quella che mette le bombe, che incenerisce e massacra poliziotti e magistrati. Eppure è la stessa. Il sottoscritto Bagarella Leoluca, nato a Corleone, eccetera eccetera. È sempre lui, il braccio destro di Totò Riina, uno dei capi più sanguinari di Cosa Nostra. Per capire chi è Luchino Bagarella, ci sono una foto e un aneddoto. La foto: Leoluca Bagarella è in mezzo a sette carabinieri che faticano a tenerlo fermo. Siamo negli anni '70. Leoluca è agli inizi della sua carriera, ma è già un latitante. È stato fermato per un controllo mentre si trovava assieme ad una ragazza ed è stato portato in caserma. I carabinieri non l'hanno ancora identificato. Lui non vuole farsi riconoscere, non vuole compromettere la ragazza. E cioè quasi riuscito, e quasi uscito dalla caserma, quando nel corridoio incontra il maresciallo che lo riconosce. Ci vogliono sette carabinieri per riuscire a tenerlo. L'aneddoto: siamo nel marzo del '95 a Palermo. Leoluca Bagarella è ancora latitante, ma non importa, si muove bene lo stesso. In un bar incontra un amico che vi presento un uomo. L'uomo è molto amichevole, gli stringe la mano, io offro un caffè. Quando l'uomo se ne va, Bagarella chiede all'amico chi sia quell'uomo. E l'amico gli dice che è il nipote di Don Masino Buscetta, un pentito. Ma come, gli ha fatto stringere la mano del nipote di un pentito? Adesso, se non vuole essere ucciso, quell'amico deve correre dietro all'uomo e ammazzarlo. E così che muore il Domingo Buscetta. Questo è Leoluca Bagarella. E quest'uomo che ha sempre parlato con le bombe, con le pistole, adesso parla col codice penale.

19 luglio 1992. 12 luglio 2002. Sono passati dieci anni. Che cosa è successo in quei dieci anni? Quali misteri si nascondono dietro questa strana storia di stragi e di omicidi feroci? Per cercare di capirlo, dobbiamo fare un passo indietro. Non di molto.

30 gennaio 1992. Quel giorno succede qualcosa di molto importante per la storia della Mafia. Quel giorno c'è la rivoluzione. Il 30 gennaio 1992, il Presidente della Prima Sezione della Corte di Cassazione legge la sentenza che chiude l'ultimo grado di giudizio del maxi processo. La Corte ribalta la sentenza d'appello che aveva assolto gran parte dei boss mafiosi e riconferma 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere. Le rivelazioni di Tommaso Buscetta e degli altri collaboratori di giustizia sui delitti e la struttura di Cosa Nostra, su cui si basano i processi, diventano verità giudiziaria. Ma soprattutto, finiscono per sempre dietro le sbarre boss del calibro di Michele Greco, Pippo Calò e Biagio Madonia, i generali di Cosa Nostra, criminali feroci e sanguinari. È una rivoluzione, una vera e propria rivoluzione. Sì, perché il fatto di vedere condannati boss finiti sotto processo non era per niente un risultato scontato. Ci sono stati altri tempi nella lotta alla Mafia. Tempi in cui niente era scontato, neppure la Mafia. E lega il difensore Tano Badalamenti non è mafioso. Io ritengo che Gaetano Badalamenti non sia un mafioso, un industriale. Ci sono stati tempi in cui si diceva che la Mafia fosse soltanto un insieme di bande criminali in lotta tra di loro, come diceva lo stesso procuratore di Palermo Emanuele Pili, oppure come dirà un cardinale che la Mafia non esiste e che soltanto un'invenzione dei comunisti. Ci sono stati tempi in cui tutti i grandi processi di Mafia si svolgevano lontano da Palermo per legittima suspicione, come quello per la strage di Portella della Ginestra che viene spostata a Viterbo, o quelli degli anni '70 che si spostano a Bari, a Catanzaro, a Lecce, e poi si chiudono quasi sempre con assoluzioni generali per insufficienza di prove, o al massimo con qualche provvedimento di soggiorno obbligato. Tempi in cui vengono ammazzati sistematicamente tutti i poliziotti, i carabinieri che imboccano piste pericolose, come il capo della Squadra Mobile di Palermo Boris Giuliano, o il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. Ci sono tempi in cui sostituti procuratori si rifiutano di firmare gli ordini di custodia cautelare e se li devi firmare lui, il procuratore capo di Palermo in persona, Gaetano Costa. Infatti, viene ammazzato poco dopo per lo sgarbo, il 6 agosto 1980, mentre sta curiosando tra i libri di una bancarella in una via del centro di Palermo, da solo, perché la scorta non ce l'ha, non gliel'hanno data. Arriva un ragazzo in moto, scende, si avvicina e gli spara tre colpi.

[Musica]

Guardie e ladri. In questa epopea che sembra una storia da Far West, invece accade qui in Italia, in Sicilia. A morire in questo momento sono le guardie. Ma quelli davanti, c'è un'auto bomba che esplode uccidendoli tutti, uccidendo anche il portinaio del palazzo e ferendo una ventina di passanti.

[Musica]

Palermo come Beirut, scriveranno i giornali. Ed è vero. Poi piano piano le cose cambiano. A sostituire Rocco Chinnici, a capo dell'Ufficio Istruzione, arriva un altro magistrato che si chiama Antonino Caponnetto. Anche lui, nella nostra storia, è un personaggio molto importante. Non è un personaggio da tragedia come Totò Riina e Leoluca Bagarella. È un eroe tranquillo, un eroe borghese, un uomo. Giovanni Falcone, nella nostra storia di guardie e ladri, anche lui è un personaggio molto importante. Se da una parte ci stanno i criminali, ci sta Leoluca Bagarella e ci stanno i suoi capi, dall'altra chi sta Giovanni Falcone con tutti gli uomini dello Stato.

[Musica]

Giovanni Falcone a Palermo è già una leggenda. È uno dei magistrati più brillanti, decisi nella lotta alla Mafia, e porta nel pool le sue intuizioni, i risultati delle indagini, come quella sulla Pizza Connection, un gigantesco traffico di eroina e soldi riciclati tra New York, Palermo e Milano. Piano piano le cose cominciano a cambiare. Nel 1982, dopo l'omicidio del Prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, era stato introdotto il 416 bis, l'articolo del codice penale che punisce l'associazione di stampo mafioso. Prima del 416 bis, essere mafioso non era un reato. Bisognava uccidere, rapire, mettere le bombe, ma essere mafioso non era un problema, o almeno non più di tanto. Piano piano le cose cominciano a cambiare. Arrivano i pentiti. Infatti, nel 1980 c'era stata la seconda guerra di Mafia, quello che è stato chiamato il golpe dei Corleonesi. Ecco, il capo della famiglia di Corleone è anche lui un personaggio da tragedia, un personaggio da dramma shakespeariano. Si chiama Totò Riina. Totò 'u Curtu, lo chiamano, perché di corporatura bassa e massiccia. Totò Riina non è colto, non ha studiato. Come dirà di sé stesso ad un processo: "Sono in quinta elementare". Ma non c'è bisogno di una laurea per fare carriera in Cosa Nostra. Basta essere astuti, riservati e soprattutto molto feroci. Ecco, c'è un aneddoto anche per raccontare Totò Riina. Un giorno sta progettando un attentato assieme ad alcuni dei suoi. Qualcuno, con molta cautela e con molto rispetto, gli fa notare che per quell'attentato bisogna mettersi a sparare sulla spiaggia d'estate, in mezzo ai bambini. Ecco, potrebbero morire dei bambini. E allora dice Totò Riina: "Anche a Beirut muoiono i bambini". Ecco, è così che Totò Riina, il capo dei Corleonesi, concepisce gli affari di Cosa Nostra come una guerra da vincere a tutti i costi e contro tutti. La Mafia vincente, la cosca di Totò Riina, la più feroce, la più preparata dal punto di vista militare, elimina uno ad uno tutti gli avversari fino ad impadronirsi del comando di Cosa Nostra. Molti boss, molti soldati di Mafia restano a terra, per le strade, uccisi dai killer dei Corleonesi. Tanti morti, tantissimi, un migliaio in pochi anni. Alcuni boss passano dalla parte vincente, altri invece si pentono, cominciano a collaborare con la giustizia e per salvarsi la pelle si mettono sotto la protezione dello Stato. Uno di questi, il più grosso, il più importante, è Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi.

[Musica]

Don Masino Buscetta viene arrestato a San Paolo del Brasile il 24 ottobre del 1983, estradato in Italia il 16 luglio. Comincia a parlare, prima con il capo della Criminalpol Gianni De Gennaro, adesso capo della Polizia, poi con Giovanni Falcone. Intende combattere bene qualcosa di più importante. La criminalità più l'intelligence più lo era e cosa ben diversa. Falcone dirà che Buscetta è stato come un professore di lingue che ti permette di andare dai Turchi senza parlare, con i gesti. Racconta tutto di una Mafia di cui fino a quel momento non si sapeva praticamente niente. Racconta la distribuzione delle famiglie sul territorio, racconta il capo mandamento che riuniscono alcune famiglie, racconta la commissione provinciale che riunisce i boss di ogni singola provincia, e racconta la commissione regionale, la cosiddetta Cupola, che riunisce gli emissari delle varie province alla conduzione. Entra provinciale, tratta problemi che vanno al di sopra degli interessi della piccola borgata. Se si dovesse decidere, è un esempio, se si dovesse decidere un colpo di stato, si riunirebbe la commissione provinciale. La seduta e sei lett. Don Masino Buscetta non è l'unico a collaborare. Parlano anche boss del calibro di Francesco Marino Mannoia, Antonino Calderone, Salvatore Contorno. Il maxi processo ai vertici di Cosa Nostra si apre a Palermo il 10 febbraio del 1986. Per scrivere il rinvio a giudizio, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le loro famiglie vengono caricati all'improvviso su un aereo militare e portati di nascosto nella foresteria del supercarcere dell'Asinara, dove rimangono segregati per settimane.

[Musica]

474 imputati. Tra questi, boss come Luciano Liggio, e anche esponenti politici come i cugini Ignazio e Nino Salvo, e Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo dei tempi della speculazione edilizia. Il processo si conclude il 16 dicembre 1987. Il presidente della Corte d'Assise Alfonso Giordano, con Pietro Grasso, adesso procuratore di Palermo, come giudice a latere, legge la sentenza che distribuisce 19 ergastoli, 2.665 anni di carcere ai vertici di Cosa Nostra. La Corte d'Assise d'Appello, il 30 luglio 1991, ridimensiona le condanne e le testimonianze dei pentiti. C'è anche l'omicidio di un altro giudice, Antonino Scopelliti, che avrebbe dovuto sostenere l'accusa presso la Cassazione, ucciso il 9 agosto 1991.

[Musica]

Ma poi, se arriva quel giorno, il 30 gennaio 1992, quando la Corte di Cassazione conferma gli ergastoli del maxi processo. Il giorno della rivoluzione.

[Musica]

La Mafia è in difficoltà. Totò Riina in difficoltà, perché lui è il capo di Cosa Nostra. Quando ci sono stati i primi arresti e le prime sentenze del maxi processo, ha detto ai suoi di stare calmi, perché si sarebbe aggiustato tutto come al solito. Un uomo d'onore mette in conto di finire in galera prima o poi, a patto di finire presto qualche anno di carcere. Se lo sono fatti tutti, per poi uscire con qualche cavillo, qualche sentenza della Cassazione, le maxi assoluzioni per insufficienza di prove. Ma l'ergastolo, l'ergastolo definitivo, no. Ad entrare in crisi è uno dei concetti fondamentali su cui si basa il potere mafioso: l'impunità. Vedere i boss diffidati, privati della patente, ristretti al confino, che invece si muovono lo stesso, la guida della loro macchina, e vanno praticamente dove vogliono, è una cosa. Vedere gli arrestati che se ne stanno a casa loro, nelle loro città, indisturbati, è una cosa. Ma vederli dietro le sbarre e per sempre, è tutta un'altra.

[Musica]

E poi ci sono i pentiti. La voragine dei collaboratori di giustizia che mette in crisi l'altro pilastro su cui si fonda il potere mafioso: l'omertà. La reazione di Totò Riina è decisa e, come sempre quando si tratta dei Corleonesi, feroce e spietata. Questo non è più film western, questa non è più una storia di guerra. Adesso è un bagno di sangue degno di un film dell'orrore.

[Musica]

Vendette trasversali. Una vera e propria strage di parenti, amici e collaboratori dei boss che hanno deciso di parlare. A Tommaso Buscetta, la Mafia uccide due figli, il genero, i due nipoti, il fratello con il figlio e il cognato. A Francesco Marino Mannoia, uccidono la madre, la sorella e la cugina. A Aldo Tuccio Contorno, uccidono una ventina di familiari, compresi i parenti della moglie. In una riunione, se ho sentito dire che si dovevano ammazzare fino al ventesimo grado di parentela tutti i parenti dei collaboratori di giustizia. Lui diceva dei pentiti, usava questo linguaggio, cominciando dai bambini di sei anni. C'è ancora un conto da regolare, ed è quello con la politica. Cosa Nostra, la Mafia, non avrebbe fatto quello che ha fatto senza un preciso rapporto con la politica. Non sarebbe riuscita ad entrare nel giro degli appalti, non sarebbe riuscita a far allontanare, rimuovere i suoi nemici, non sarebbe riuscita a godere di quelle impunità che per tanti anni hanno addormentato e rallentato la lotta dello Stato contro la Mafia, facendo dire che la Mafia non esiste, che non è un problema, che sono solo gangster che si ammazzano tra loro. A parlare del rapporto tra Mafia e politica sono i collaboratori di giustizia, da Tommaso Buscetta fino ad Antonino Giuffrè. Ma non sono soltanto i pentiti che testimoniano questo rapporto. Ci sono anche le indagini e le sentenze, come quella che il 17 gennaio 1992 condanna Vito Ciancimino, sindaco di Palermo e autorevole esponente della DC siciliana, a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza poi passata in giudicato e interamente scontata. Di qualunque natura sia il rapporto tra Mafia e politica, che fino dal dopoguerra, fin dai tempi del bandito Giuliano, sembrava immutabile, adesso, dopo la rivoluzione del maxi processo, sembra entrato in crisi. Ci vogliono nuovi referenti, nuovi contatti. Già da prima, dicono i collaboratori di giustizia, e lo conferma anche uno degli ultimi pentiti, Antonino Giuffrè, ancora al vaglio della magistratura. La Mafia aveva provato a fare qualche cambiamento. Totò Riina aveva capito che stava per cominciare un periodo brutto, così lo avrebbe definito, e quindi avrebbe indetto una riunione in cui avrebbe imposto a tutti di non votare più per la DC, nelle elezioni politiche del 1987, ma per altri partiti, per il Partito Radicale, soprattutto per il Partito Socialista. Per dare un monito, dicono i collaboratori di giustizia, un segnale. Nei quartieri palermitani, a Ciaculli, Brancaccio, al Politeama, il Partito Socialista quell'anno passa dal 7 al 20%. Un film a questa analisi del voto, dal quale risulta che certamente il voto in Sicilia ai socialisti era cresciuto, ma più o meno nella proporzione 3-4% di quella cresciuto in tutta Italia. Non dimentichiamo, l'87 è il record elettorale assoluto nella storia del PSI. Questo perché? Perché il Partito Socialista, e io in prima persona, eravamo stati protagonisti pochi mesi prima dell'iniziativa referendaria sulla cosiddetta "giustizia giusta", o meglio, sull'affermazione della responsabilità civile del magistrato che sbaglia, ed erano state quindi polemiche anche pubbliche, democratiche, limpide, trasparenti, tra noi socialisti, noi radicali e una parte della magistratura contraria a questa misura. Ed indubbiamente la fama, la cultura socialista, come quella radicale, erano quelle di garantisti. Posso anche comprendere quello che adesso dicono alcuni pentiti, e cioè che da parte della Mafia si sia, o ingenuamente o volutamente, equivocato tra difesa dei diritti e tolleranza verso i delitti, che si sia pensato: "Perché questi polemizzano con i magistrati, sono garantisti, questa Democrazia Cristiana ci garantisce meno nel passato, tant'è che siamo sotto le grinfie di Falcone che ci porta un maxi processo tutti alla sbarra, e che abbiamo pensato di dare un segnale alla Democrazia Cristiana". Io questo non lo posso affatto escludere. Questa non è una sua ragionevolezza, comunque, questa interpretazione, che poi, infine, per dirla tutta, nel contesto palermitano siciliano, ci fossero aree in diversi partiti, compreso il mio, che potevano avere degli struzzi o delle zone d'di confine in un ben marcato con clan, cosche o presenze criminali, questo io non lo posso escludere in tutta sincerità. Questo è pure possibile, ma questo non mi riguarda. Di qualunque cosa si tratti, il rapporto tra Cosa Nostra e la politica non funziona più. Forse, come ha detto qualcuno, è caduto il muro di Berlino e per mantenere l'Italia sotto controllo con la politica della strategia dell'attenzione, Cosa Nostra non serve più. O forse, come ha detto qualcun altro, la rivoluzione di Mani Pulite che si compì nel '92 ha talmente indebolito la politica, e questa non riesce a coprire più i mafiosi. O forse, in questa guerra tra Stato e Mafia, lo Stato ha finalmente deciso di reagire davvero. Comunque, ecco il periodo brutto. Ecco la sentenza della Cassazione sul maxi processo. Ecco la rivoluzione. Totò Riina è nei guai. "State calmi che tutto si aggiusta", aveva detto. E invece non si aggiusta niente, anzi va anche peggio. Allora bisogna dare un segnale più forte, bisogna dare un taglio più netto. In qualunque natura siano stati i rapporti precedenti, ci vuole un segnale forte.

Alla Corleonese, 12 marzo 1992. Per le strade di Mondello, vicino a Palermo, l'auto dell'eurodeputato DC Salvo Lima viene affiancata da due uomini in moto che sparano alcuni colpi.

[Musica]

Sanno tutti quello che sta per succedere. Gli occupanti dell'auto restano in macchina, mentre Salvo Lima scappa e cerca di nascondersi dietro un cassonetto. Uno degli uomini sulla moto lo insegue e lo uccide a colpi di pistola. I collaboratori di giustizia dicono che Salvo Lima, già definito anche in atti giudiziari come uno dei principali referenti politici di Cosa Nostra, era stato condannato a morte dal 1987. Il suo candidarsi alle elezioni europee, dicono i collaboratori di giustizia, era stato visto come una fuga, come un abbandono del campo di battaglia. Sei mesi dopo, 17 settembre, è la volta di Ignazio Salvo, che con il cugino Nino, morto di cancro qualche anno prima, era stato anche lui uno dei principali referenti di Cosa Nostra in Sicilia. Già condannato nel maxi processo, nascosto nella sua villa a Casteldaccia, alle porte di Palermo, se lui, Leoluca Bagarella con altri uomini della cosca.

[Musica]

Ignazio Salvo, appena in tempo a scendere dalla macchina, che viene abbattuto sul vialetto di casa.

[Musica]

Procedere alla Corleonese, che significa anche togliere di mezzo tutti i nemici a qualunque costo. Per la Mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave, e che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni. Giovanni Falcone se n'era andato da Palermo il 13 marzo 1991 per assumere la direzione dell'Ufficio Affari Penali a Roma. Sembra che Falcone, così lontano dalla Sicilia, sia fuorigioco. E invece no, è proprio là che è più utile per la lotta alla Mafia, lontano dai veleni che si consumano nel palazzo di giustizia di Palermo, e vicino a quella che è la nuova frontiera della lotta dello Stato contro Cosa Nostra: le carceri.

[Musica]

Giovanni Falcone porta in quel campo il suo metodo di lavoro, le sue intuizioni. Per esempio, è sua l'idea di far monitorare tutte le sentenze di Mafia della Corte di Cassazione. Si accorge che sono tutte emesse dalla stessa sezione e allora suggerisce di introdurre la turnazione, una sorta di rotazione per cui queste sentenze sono affidate a sezioni diverse, come accade per la sentenza che conferma tutti gli ergastoli del maxi processo. No, anche a Roma, anche lontano dalla Sicilia, Falcone è molto pericoloso. Forse lo è di più. Lei è sacrificato gran parte della sua esistenza proprio alla lotta alla Mafia, considerato dalle cosche un pochino il simbolo di questo Stato da combattere, da colpire. Lei vive, in sostanza, blindato. Ma chi glielo fa fare? Soltanto lo spirito di servizio. Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta? No.

È il 23 maggio 1992. Sono le 17:56 di un sabato. Sull'autostrada che dall'aeroporto di Punta Raisi va a Palermo, all'altezza di Capaci, ci sono tre auto.

[Musica]

In quella di mezzo c'è Giovanni Falcone con sua moglie e l'autista, Giuseppe Costanza. L'autista siede dietro, perché Falcone ha voglia di guidare. Parlano. L'autista che da Falcone quando dovrà andare a riprenderlo lunedì mattina. All'ora l'autista chiede a Falcone se cortesemente, appena arrivati a casa, ieri, dalle chiavi della macchina, così potrà andare a prenderlo lunedì mattina.

[Musica]

Falcone deve essere sovrappensiero, perché istintivamente sfila le chiavi dal cruscotto per darle all'autista. Cosa fa? Dice: "Giuseppe Costanza, così ci ammazziamo". Falcone si riprende e rimette a posto le chiavi nel cruscotto. "Scusi, scusi", dice Giovanni Falcone. E quelle sono le ultime parole che Costanza si ricorda, prima di risvegliarsi all'ospedale. La manovra delle chiavi, infatti, ha rallentato l'andatura della macchina, che procede regolare in mezzo alle altre due, e l'ha portata all'appuntamento con l'esplosione con qualche secondo di ritardo.

[Musica]

Ma non è abbastanza.

[Musica] [Musica] [Musica]

È deceduto.

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Con Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo, muoiono anche tre agenti della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. La loro auto è stata investita in pieno da una carica di 500 chili di esplosivo piazzata sotto l'autostrada e azionata con un telecomando da Giovanni Brusca, l'uomo di fiducia di Totò Riina. Una strada, una strada che lascia argomenta tutta l'Italia. Io vi perdono, però mi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare, di cambiare.

[Applauso]

È morto un uomo dello Stato, un'altra guardia. Ma ce n'è un altro, c'è un'altra guardia che può reagire. Dal punto di vista investigativo, dopo la morte di un magistrato del calibro, dell'esperienza di Giovanni Falcone, c'è un altro magistrato siciliano su cui si appuntano le attenzioni di tutti. Si chiama Paolo Borsellino. Finanche fra le mie braccia, gli ultimi suoi sprazzi di Giovanni Falcone, pensa che si trattava di un appuntamento rinviato. Oltre che un collega, Paolo Borsellino è un amico di Giovanni Falcone.

[Musica]

Sono cresciuti nello stesso quartiere, quello della Kalsa. È stato con lui nel pool antimafia ai tempi del maxi processo.

[Musica]

Poi Paolo Borsellino si sposta a Marsala, dove continua con successo la lotta alla Mafia. Nel 1992 torna a Palermo come procuratore aggiunto. Dopo la morte di Giovanni Falcone, viene proposto come capo della Procura Nazionale Antimafia. Paolo Borsellino ha fretta, come se sapesse di non avere più tempo. Lo dice a tutti: "Ho fretta, devo fare in fretta". Lo dice al sostituto procuratore Antonio Ingroia: "Devo fare presto". Lo dice al collega Leonardo Guarnotta: "Non so se farò in tempo". Lo dice anche alla moglie Agnese: "Faccio una corsa contro il tempo, devo lavorare, devo lavorare tantissimo, e se mi fanno arrivare".

[Musica]

In fretta, in fretta. Ma perché tanta fretta? Paolo Borsellino sta indagando sulla morte di Giovanni Falcone. Ha ripreso in mano il rapporto Mafia e Appalti, scritto dai carabinieri del ROS, del colonnello Mori e del capitano De Donno. Sta lavorando, sta lavorando moltissimo, perché ha fretta. Quando parla di sé e la sorella Rita, ricordarlo. Non dice: "Se mi ammazzeranno", dice: "Quando mi ammazzeranno". Allora dissi: "Paolo, arrivederci a presto". Non è facile descrivere e dimenticare lo sguardo che vive. Parte già sapeva che era nel mirino, ma sei sicuro dei santoni che ce li rese. Domanda mi turbò, mi turbò molto. Cerca di mascherare mezzo momento la voce, un po' in tono scherzoso. Ma che stai dicendo? Certo che ci rivedremo. E non ami abbraccio, ma vi abbraccio con una forza che mi fece male. Mi strinse, consegna, tendeva conto, come come non volersi distaccare, come a volere tenere qualcosa di caro e portarselo via. Ecco, quello è stato. Ne ho sentito che era l'avvio di Paolo.

Il 19 luglio 1992, poco prima delle cinque del pomeriggio, le auto blindate di Paolo Borsellino e della sua scorta si infilano in via D'Amelio, dove vive la madre del magistrato. È domenica e Paolo Borsellino sta andando a trovarla. È il primo giorno di vacanza che si concede dopo settimane di lavoro.

[Musica]

È successo di nuovo. È successo che una 126 con il baule imbottito da 90 chili di esplosivo, innescati da un telecomando, è saltata per aria, uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti Loi, Limoni, Traina e Cusina e Catalano. L'agente Bullo è sopravvissuto. E quando i magistrati gli chiederanno se, quando è uscito dalla macchina, ha notato qualcosa, lui dirà: "Solamente alcuni brandelli dei colleghi". È un colpo fortissimo nelle forze dell'ordine, per la magistratura, per la Sicilia, per tutta l'Italia, che sembra disperata, quasi stordita. Non c'è assolutamente speranza. Una capacità è finito tutto. Che è finito tutto. Il dottore che permette, perché appunto non mi faccio uso. L'altro non mi faccia dire i maschi. Un momento, però, c'è qualcosa che non torna. Sappiamo che è Leoluca Bagarella, sappiamo chi è Totò Riina, criminali feroci, stragisti senza scrupoli. Però un altro colpo, un altro colpo così grosso, a soli 57 giorni dalla strage di Capaci, non possono non pensare che il paese e che lo Stato non reagiranno. E allora perché un'altra strage? Perché così in fretta? La Mafia è abituata ad usare i suoi tempi, sa come tirare la corda senza correre il rischio, come adesso, di spezzarla. Perché adesso è, forse per la prima volta, lo Stato reagisce con rapidità e con durezza.

[Musica]

Reagisce la gente, che manifesta contro la Mafia, anche in Sicilia, anche a Palermo, anche con quella che è stata chiamata la rivolta dei lenzuoli.

[Musica]

Arrivano i soldati, arrivano gli alpini, mandati a presidiare gli obiettivi sensibili, in modo da liberare carabinieri, poliziotti da compiti di sorveglianza.

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Dopo la morte di Giovanni Falcone, erano state studiate nuove misure, ma erano ancora ferme, imprigionate nelle lentezze della burocrazia e della politica. Con la morte di Paolo Borsellino, il decreto Falcone, così lo hanno chiamato, viene attuato immediatamente. Nella notte, in cui convocai, recatomi subito a Palermo, il vertice delle forze di polizia per capire e reagire a ciò che era accaduto, e fu un vertice molto tempestoso, il più tempestoso che io abbia governato, dal quale comunque io abbia partecipato. Fu tempestoso perché non potevo lasciar passare sotto silenzio il fatto che, nonostante gli allarmi ripetutamente lanciati da Roma e da me in prima persona, al Prefetto e alle forze di polizia, perché Borsellino, dopo quello che era accaduto a Falcone, venisse tutelato, soprattutto dopo che era stato anche esposto come nuovo candidato ad erigere la Superprocura, vi fosse stata una tale colpevole incuria nella sua protezione da lasciare praticamente incustodito un luogo di sua frequentazione abituale, quale la casa di sua madre a Palermo. Chiesi la rimozione, successivamente, dei vertici delle forze dell'ordine che garantivano l'ordine pubblico a Palermo per questa ragione. E l'autentica, e quella sera stessa, tornando in aereo da Palermo a Roma con i miei collaboratori, di e di esecuzione, ancorché i lavori non fosse ancora del tutto terminati, anche noi dell'Asinara, firmando il trasferimento di quasi 400 tra i principali boss di Mafia, di criminalità organizzata, da diverse carceri italiane, ma principalmente la luce verso le due isole di Pianosa e dell'Asinara. Ma soprattutto, viene rapidamente convertito in legge un decreto che era stato firmato subito dopo la morte di Falcone, e che era ispirato anche alle sue idee, un decreto che in casi di eccezionale gravità, come per esempio la lotta alla Mafia, sospende le normali condizioni di trattamento dei detenuti e istituisce il carcere duro per i mafiosi, e il 41 bis. Se ne parlava già prima, ripeto, più volte Falcone, parlando in Commissione Antimafia, aveva comunicato le sue preoccupazioni, delle preoccupazioni della magistratura, delle forze di polizia, in ordine al fatto che lo stare in carcere non rompeva rapporti con l'organizzazione criminale. E purtroppo, ciò fu necessaria, tra virgolette, necessaria la sua mosca, perché il decreto legge introduce il 41 bis dell'ordinamento. Devo dire, tutte le leggi antimafia, in un qualche peso, hanno risposto sempre degli strangio gli omicidi. Abbiamo detto che questa è una storia di guerra, un'epopea da Far West, una tragedia greca, ma è anche un romanzo giallo. E è a questo punto che iniziano i misteri. Tra gli inizi di giugno e l'inizio di agosto del 1992, ci sono alcuni incontri tra uomini dello Stato, alti ufficiali del ROS, il Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri, e uomini vicini alla Mafia, come don Vito Ciancimino. I carabinieri vogliono tendere una trappola per arrivare alla cattura di qualche latitante, magari dello stesso Totò Riina. Totò Riina, invece, vuole trattare e ha delle richieste molto precise: vuole la revisione delle sentenze di condanna dei mafiosi, come quelle del maxi processo, vuole la restituzione dei beni dei mafiosi sequestrati con la legge Rognoni-La Torre, vuole la cancellazione della legge sui pentiti e vuole la cancellazione del 41 bis. Per portare avanti quella che ritiene una trattativa, Totò Riina ha il suo metodo, il metodo corleonese di fare gli affari. È un metodo che gli è stato suggerito durante un colloquio da uno dei suoi emissari, da un personaggio, un altro personaggio da romanzo, anche questo, ma un romanzo di spionaggio.

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Paolo Bellini, un ex estremista di destra, un trafficante di opere d'arte, finito in galera sotto falso nome, e tanti anni dopo si autoaccuserà di una serie di omicidi politici e di Mafia. Durante quel dialogo, qualcuno aveva detto che colpire un magistrato non serve, perché lo Stato ne manda un altro. Ma un'opera d'arte non si può sostituire. Colpire la Torre di Pisa, per esempio, significherebbe uccidere un'intera città. Attaccare il patrimonio artistico dello Stato. Il 17 ottobre del 1992, un proiettile da mortaio viene nascosto nel giardino dei Boboli a Firenze. Poi qualcuno telefona alla stampa per rivendicarlo, e pare il riferimento alla situazione carceraria dei mafiosi. Un segnale che vuole essere chiaro e preciso. E invece, e qui la nostra storia sarebbe una farsa, se non ci fossero di mezzo tutti quei morti. Chi telefona non riesce a spiegarsi, non sa farsi capire. Così la rivendicazione cade nel vuoto. Il proiettile verrà ritrovato soltanto molto tempo dopo. E intanto, lo Stato mette a segno un altro colpo importante. Il 15 gennaio 1993, i carabinieri del capitano Ultimo bloccano un'auto all'angolo tra via Bernini e viale Regione Siciliana a Palermo. Dentro c'è lui, Totò Riina, il capo di Cosa Nostra.

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Cosa Nostra non si ferma. La cattura di un capo non l'ha mai fermata, perché ne arriva subito un altro. Il bastone del comando passa a Bernardo Provenzano, "Binnu u tratturi". Un altro personaggio da romanzo. Di lui non si sa quasi niente. Non se ne conosce il volto, perché latitante da 40 anni, e l'ultima fotografia risale al 1963. C'erano alcune registrazioni sonore al Tribunale di Agrigento, ma sono scomparse, per cui non se ne conosce neppure la voce. Non possiede un cellulare, non parla al telefono, non si presenta quasi mai di persona agli incontri. Comunica attraverso pizzini con gli appunti scritti a mano e consegnate da persone di fiducia. È un fantasma, Bernardo Provenzano, un fantasma che governa Cosa Nostra da un'altra dimensione, e di cui si ha soltanto una ricostruzione al computer. Al suo fianco, Bernardo Provenzano, ha Leoluca Bagarella, che la pensa come Totò Riina sulla guerra da fare allo Stato. La Mafia non si ferma e alza il tiro.

14 maggio 1993, Roma. Una Fiat Uno carica di esplosivo esplode in via Fauro, a 15 metri da un incrocio da cui sta passando l'auto del giornalista Maurizio Costanzo. Nessun morto, ma 30 feriti.

27 maggio 1993, Firenze. All'una di notte, un furgoncino rubato esplode distruggendo la Torre dei Pulci in via dei Georgofili, a un passo dalla Galleria degli Uffizi. Cinque morti e 35 feriti.

27 luglio 1993, Milano. Alle 23, esplode un'auto in via Palestro, davanti al PAC, il Padiglione d'Arte Contemporanea, che viene completamente sventrato dall'esplosione. Cinque morti. Attacco al patrimonio artistico dello Stato. Un attacco spietato e sanguinario. Un segnale che sembra essere diretto anche ad un altro interlocutore: la Chiesa. "Mafia non può cambiare, calpestare questo diritto santissimo di Dio, questo popolo, popolo siciliano talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi, una volta per tutte, al giudizio di Dio". Agli inizi di maggio, Papa Giovanni Paolo II visita la Sicilia occidentale. La risposta di Cosa Nostra, i suoi segnali, non si fanno attendere. A Palermo, nel quartiere Brancaccio, c'è un prete che si chiama Don Pino Puglisi.

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Don Pino è il parroco di San Gaetano e da sempre è uno di quei preti che non sanno stare zitti, che non riescono a rimanere indifferenti alle ingiustizie e che prendono sul serio la loro missione. Con le prediche, durante la messa, con quello che dice e quello che fanno nel quartiere, Don Pino Puglisi è diventato un simbolo di quello che significa resistere alla Mafia. Il 15 settembre 1993, Don Pino sta rientrando a casa, quando gli si avvicinano due uomini: Gaspare Spatuzza, un killer con 50 omicidi sulla coscienza, e Salvatore Grigoli, 40 omicidi. Spatuzza ferma Don Pino, mentre Grigoli gli gira attorno alle spalle con la pistola in mano. Spatuzza dirà che quando Don Puglisi ha visto, gli ha detto: "Me l'aspettavo". Ed è anche sorriso.

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28 luglio '93, Roma. Il portico della Chiesa del Velabro crolla sotto l'esplosione di un'autobomba, un'auto imbottita di esplosivo che danneggia all'interno della chiesa e molti dei palazzi vicini, e ferisce alcuni degli abitanti della zona. E ancora, sempre a Roma, la stessa notte, Piazza San Giovanni in Laterano. Un'autobomba esplode poco dopo mezzanotte, provocando un cratere del diametro di quasi quattro metri all'angolo tra il Palazzo del Laterano e la Basilica di San Giovanni. E non finisce qui. Se è possibile, c'è anche di peggio. Alla fine di maggio del '93, Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza e altri mafiosi sono nel capannone di un deposito di via dei Mille a Palermo. Lavorano dell'esplosivo, molto esplosivo. Lo pressano dentro sacchi della spazzatura, lo legano con delle corde e confezionano cinque bombe che sembrano forme di parmigiano, cinque dischi del peso di 50-60 kg. E perché siano ancora più micidiali, mettono nei sacchi dei pezzi di tondino di ferro. Per fare cosa? I mafiosi non lo sanno, obbediscono e basta. Due di queste bombe vengono caricate su un camion e portate fino a Roma, dove vengono messe nel baule di una Lancia Thema appositamente rubata. Perché i mafiosi non lo sanno ancora, obbediscono e basta. Poi Spatuzza e un altro mafioso vengono mandati a fare un sopralluogo dove.

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A Roma, allo Stadio Olimpico, di domenica, durante la partita, per fare cosa? Adesso è facile immaginarlo. Un paio di settimane dopo, un'ora prima della fine della partita Lazio-Udinese, la Lancia Thema imbottita di esplosivo e tondini di ferro viene parcheggiata vicino allo stadio, sopra a un'antenna collegata con un telecomando, di quelli che servono a far muovere le auto giocattolo, ma che può benissimo servire a far esplodere una bomba. Una bomba come quella, in un posto come quello, e proprio alla fine della partita.

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Ma la bomba non esplode. Per fortuna, l'impulso non arriva, il telecomando non funziona e non succede niente. E lo stesso Spatuzza a disinnescare le forme di parmigiano per portare via la Thema, in attesa di un altro momento.

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Stragi, bombe, massacri. Questa è tornata ad essere una storia di guerra, la storia della guerra di Cosa Nostra allo Stato. Ma cosa vuole la Mafia? Perché la strage di Via D'Amelio, con tutta quella fretta e tutto quello che è successo dopo? E perché queste stragi adesso? Ma io le posso dire che Riina aveva valutato degli abitanti e a questo cancellato a quelli che erano presenti. Cosa dovevamo chiedere? Dicevamo dei vantaggi, diciamo per Cosa Nostra. Mi ricordo che c'era con lui, aveva preparato un sì, un arrivata la chiamata di richieste. Si presenta allo Stato, si che lui che doveva presentare a persone che avevano niente, ma non è quello che c'era l'andamento delle cause di questi beni, cancellare la nitidezza di tutti i vecchi qui il male ci faceva, poi divenire questo l'impegno che aveva preso persone che hanno preso con cui io mi diceva che la prima cosa dovevano fare questo per cancellare la legge dei pentiti e che il male viene di là, e io mi gioco quelli che questi hanno pagato. Sentito dire tante uomini ritoccabile di Totò Riina l'aveva detto con chiarezza prima di essere arrestato, dicono che l'avesse scritto su un papello, su un foglio di carta, che però non è mai stato trovato. La Mafia rivuole i soldi e beni confiscati ai mafiosi, vuole la revisione dei processi che devono essere celebrati con leggi e sentenze più benevole, soprattutto non vuole stare in carcere, e soprattutto non ci vuole stare col 41 bis. Io sto isolato da adulti, a me mi fanno fare una vita da cani, ma anche i cani sono già state come sono trattate gli ingaggi.

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Un mafioso ha già messo in conto di finire in galera prima o poi, come ha detto Totò Riina. Un uomo d'onore, 5-6 anni di branda, si può anche fare, soprattutto quando le carceri erano come quelle di una volta, come per esempio Poggioreale, dove dopo una rivolta vengono trovate 50 pistole e 28 candelotti di dinamite, o come il Grand Hotel dell'Ucciardone, come veniva chiamato il carcere di Palermo, pasti che arrivavano dai migliori ristoranti di Palermo, feste, come il compleanno di un boss, e la palestra del carcere con aragoste e champagne.

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O come il matrimonio della figlia di Buscetta, con Don Masino detenuto in smoking. Celle che rimangono aperte anche di notte, trasformando il braccio della Mafia in una specie di grande caseggiato, libertà di movimenti ed incontri, come quando Tommaso Buscetta, detenuto, in contrasto con il co-bono latitante e non contro in carcere, ma non è soltanto la bella vita che viene negata ai boss col 41 bis. Viene interrotta anche quella catena di comando che lega il boss all'organizzazione. Il boss in carcere, come dirà Antonino Gioè, uno degli artificieri della strage di Capaci, è come un tralcio senza vita. Hanno dei colloqui con i familiari, con gli stretti congiunti. Colloqui, chiaramente, è una delle, diciamo, delle attività che è soggetta a un regime particolare, nel senso che è limitato a un colloquio al mese.

E che il colloquio viene fruito con una separazione fra il detenuto e i suoi familiari, vetro antiproiettile, vedo antiproiettile, che non consente appunto il contatto fisico. E questo, pur è necessario precisare, la sorveglianza per quanto riguarda questi colloqui da parte del personale è soltanto visiva.

Vetro divisorio è necessario perché è servito ad impedire in modo certo assoluto che i familiari potessero comunque passare qualcosa al detenuto, anche piccoli foglietti, messaggi, cose che in passato è avvenuto.

Per quanto riguarda gli altri aspetti della vita detentiva del 41, bisogna dire che comunque all'interno delle celle hanno il televisore, possono guardare liberamente le trasmissioni televisive, possano possono da dallo scorso anno anche cucinarsi. Nel senso che hanno dei fornelli auto alimentato con i quali possono preparare delle, dovrebbero poter riscaldare delle vivande di facile cottura.

Ma il problema per Cosa Nostra non è soltanto che col 41 bis si vive male e si resta talmente isolati da non poter comandare e quindi decadere praticamente dal ruolo di capo. Il problema è che il 41 bis diventa una fabbrica di pentiti. Ce n'erano già stati, lo abbiamo visto soprattutto tra le cosche perdenti, ma adesso cominciano a collaborare anche i Corleonesi. Con il 41 bis crollano e cominciano a parlare, e questo per Cosa Nostra è una specie di virus mortale da rifiutarsi con paura, quasi con orrore.

Non me l'aspettavo. E da e button a Perugia la legge lo conosceva. Santori materno, quando c'è un uomo, non lo fanno uscire. Paesano, per loro, non lo conosco. Quando ha saputo che si è pentito, che cosa ha pensato? Io, che pensavo che è un vigliacco. Che abbiamo vissuto, ma perché dice come una volta devo un po' sul secondo che il virus del pentimento arriva anche nella famiglia di Leoluca Bagarella. E qui davvero la nostra storia assume toni di una vera e propria tragedia greca.

Pino Marchese, uno dei pentiti, P. Industry, ha una sorella che si chiama Vincenzina. Vincenzina Bagarella, la moglie di Leoluca. Un giorno Leoluca Bagarella ritorna a casa nel covo in cui si nasconde assieme alla moglie, perché sempre latitante, e la trova impiccata ad una trave nella stanza. E Gusta Barriera, un suicidio sicuramente. Ma perché ci sono due ipotesi sulla morte di Vincenzina Bagarella? Sono tutte e due da tragedia greca.

Una, Vincenzina Bagarella si è uccisa perché aveva da poco avuto un aborto e considerava quella una specie di maledizione. Perché? Perché era stato proprio suo marito, Leoluca, ad ordinare l'uccisione di Giuseppe Di Matteo, il figlio di un pentito che era stato torturato, ucciso e sciolto nell'acido. E Giuseppe Di Matteo aveva soltanto 12 anni. Oppure, secondo ipotesi, Vincenzina si è uccisa per la vergogna di avere un fratello pentito, Pino Marchese. E si è uccisa per evitare al suo marito Leoluca guai peggiori, perché Leoluca Bagarella è un boss e non può avere rapporti di parentela con un pentito. Un sacrificio, un vero e proprio sacrificio umano a Cosa Nostra.

Draghi e trattative per fermare l'azione repressiva dello Stato. Ma Cosa Nostra cerca anche un'altra cosa. Cerca di riallacciare quel rapporto con la politica che si è interrotto e che lei necessario per sopravvivere ed espandersi. Cerca un altro per locutore politico. Il rapporto con la politica è sempre stato un'ossessione di Cosa Nostra. Ne parla anche il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè nelle sue più recenti dichiarazioni. Una cosa poco bella, dice Antonino Giuffrè, di cui però non si poteva fare a meno, perché l'uomo politico, dice Giuffrè, è viscido, fa il doppio gioco. Prima si prende i voti di Cosa Nostra e poi non mantiene le promesse. Anzi, quando sente su di sé l'attenzione dello Stato, per farsi credere pulito, per rifarsi una verginità, si impegna ancora di più nella lotta alla mafia. La miserabilità dell'uomo politico, così la chiama De Freddo. Meglio a volte cercare di fare da soli, come quando Leoluca Bagarella ispira la nascita di un movimento politico, Sicilia Libera, che nasce a Palermo e a Catania nell'ottobre del '93 e che, assieme a tante persone ignare ed oneste, vede la presenza diretta di Cosa Nostra.

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Ma Bernardo Provenzano ha altre idee. Alla partecipazione diretta, lui preferisce il collateralismo politico. Preferisce cercare un interlocutore esterno che sappia venire incontro alle esigenze di Cosa Nostra, come è sempre successo. Un interlocutore esterno che deve essere cercato a qualunque costo e con tutti i mezzi, anche con le stragi. Poi, all'improvviso, tutto finisce. Dal luglio del '93 o dal gennaio del '94, se vogliamo considerare anche il fallito attentato allo Stadio Olimpico, tutto finisce. Di bombe non ce ne sono più. Perché? Perché Cosa Nostra ha capito che la strategia stragista non funziona, anzi è suicida, perché inasprisce la reazione dello Stato. O perché ha ottenuto il suo scopo. C'è una frase molto ambigua detta da Totò Riina prima di essere arrestato: "Si sono fatti sotto". A chi si riferisce? Ai contatti avuti con i Carabinieri del ROS che volevano arrestarlo e che lui avrebbe frainteso, o a qualcun altro? Qualunque cosa sia successo, per quanto riguarda la mafia, non accade più niente. Niente più bombe e niente più omicidi eccellenti. La mafia sembra essere diventata invisibile. Fino ad oggi, fino al 12 luglio del 2002.

Mio presidente, Bonasera. Per non pagarla, l'Europa. Quella di Leoluca Bagarella non è l'unica protesta. Da tutte le carceri in cui si trovano detenuti sottoposti al 41 bis, arrivano lettere e petizioni che minacciano proteste e scioperi della fame. Sono lettere e petizioni indirizzate soprattutto agli avvocati delle regioni meridionali che siedono sugli scranni parlamentari. Allora, dicono i detenuti, quando difendevano i mafiosi, erano i primi a protestare contro il 41 bis e adesso invece non lo fanno più. Sono proteste che, quando vengono dagli uomini di Cosa Nostra, anche se in carcere, preoccupano il generale Mario Mori, prima comandante dei ROS e adesso direttore del SISDE, il servizio segreto civile.

Inoltre, un rapporto, in quel rapporto il generale Mori segnala che la situazione vede i capi di Cosa Nostra di fronte ad una vanificazione delle speranze, alla quale è verosimile intendano reagire. Reagire significa colpire. E quindi il generale Mori individua anche un bersaglio, un bersaglio ideale, una personalità politica che, al di là del suo effettivo coinvolgimento in affari di mafia, venga comunque concepita come mascherato, come compromesso con la mafia e quindi non difendibile dall'opinione pubblica.

C'è un altro rapporto, un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia, che fa altri nomi che ritiene a rischio. Sono 70 i difensori di boss mafiosi, tutti eletti nelle file di Forza Italia e Alleanza Nazionale. Sono sotto scorta. Perché? Il prefetto di Palermo, con molta solerzia e determinazione, alla luce di quella che è uscita migliore, non ha avuto cognizione dai giornali, ma pare da un proclama che è stato emesso dalle carceri, dalle carceri, pare che ci fosse un riferimento a pericoli che avrebbero potuto avere, che rincorrere gli avvocati che facevano i parlamentari. Dalla mafia di Leoluca Bagarella e di Totò Riina, dalla mafia delle stragi, si passerebbe quindi a quella che presenta petizione e chiede sconti, oppure, come dice qualcuno, che presenta il conto.

La mafia è consapevole che un parlamentare, a prescindere che abbia fatto l'avvocato, non può essere in condizione di poter manovrare o di potere fare cambiare rotta un governo che per scelta strategica si è data quella di adottare provvedimenti finalizzati all'applicazione del 41 bis. Se si tratta di giustizia, all'applicazione di altri, di altri provvedimenti, noi parlamentari a stento ci diamo la possibilità, qualche volta, di farci approvare qualche emendamento. Immaginate un poco se un parlamentare è in condizione di fare cambiare strategia al proprio partito o addirittura a una coalizione.

E il 61 a zero i voti che il Polo ha preso nel '94, nel '96 e nel 2001, era un voto di di voglia di cambiare. Voi, a tanto è vero, tant'è vero che quando ci siamo presentati alle elezioni, all'elezione, gran parte dei manifesti elettorali non indicavano il nome, il nome del candidato. Il candidato era Berlusconi. Le campagne elettorali sono fatte oggi col sistema maggioritario, sono campagne elettorali diverse da quelle che si facevano col sistema proporzionale. Tenete conto che io sono stato eletto rispetto al mio avversario diretto con 25.000 voti di differenza. Immaginate un poco se un candidato che si presenta in un comune fa un comizio, se ne va, si gira il collegio in questi termini possa avere o il tempo materiale di avere, diciamo, dei contatti, ma neanche col proprio partito, più perché sono voti che vengono da Roma, dal dalle televisioni, dai giornali, dal rilevare un sentimento forte del popolo che vuole cambiare. Altro che voto condizionato, del voto orientato, del voto dato a questo, voto dato a quell'altro.

Totò Riina, Leoluca Bagarella, gli autori delle stragi, quasi tutti i protagonisti negativi di questa storia, gli eroi del male di questa tragedia, sono in galera, sottoposti al 41 bis, come Totò Riina, che da dieci anni non dice una parola, se non per difendersi e inveire. C'è solo uno strumento politico del signor Violanti, ma però c'è sempre partito, cioè i sonni comunisti che portano avanti queste cose. Signor Violanti, signor Caselle, da Palermo, cioè tutto una piccola, tutto quella che mi si dica che gira attorno a queste cose, portano avanti queste cose. Spesso c'è di questo governo, questo se debbano guardare di questi attacchi, cioè comunisti.

Ma Bernardo Provenzano è ancora fuori, è ancora latitante, ancora fantasma. E Cosa Nostra è ancora forte. I risultati sono stati che dal '96 al 2001 si sono arrestati, credo, 180 importanti mafiosi, ogni 28 ore, se non ricordo male. Quindi l'attività c'è stata, l'attività di repressione, polizia. Che cosa è accaduto? È accaduto che però nel frattempo è venuta meno, ho l'impressione, l'accensione del faro sulla mafia, come se avessimo spento i riflettori. Così è accaduto che la mafia ha cominciato ad espandersi ad altri livelli, specie quello dell'amministrazione locale. La categoria delle persone che sono più oggetto di minacce sono gli amministratori pubblici. Gli amministratori pubblici, non le forze di polizia, non i magistrati, e non non i giornalisti, non i politici, ma gli amministratori pubblici. Questo deve far riflettere su un dato che ormai emerge tra tutte quante le valutazioni che fa la Direzione Investigativa Investigativa Antimafia, la Direzione Nazionale Antimafia, il Ministro degli Interni, le magistrature, e soprattutto siciliane, che ci dicono come Cosa Nostra controlli quasi tutta l'economia siciliana.

E poi resta aperto il giallo. Sì, perché gli omicidi dei primi anni '90, l'omicidio di Salvo Lima e quello di Ignazio Salvo, sono omicidi di vendetta. La strage di Capaci con la morte di Falcone, anche quella risponde a criteri di vendetta, ma soprattutto a criteri di prevenzione, per togliere di mezzo un uomo dello Stato che è diventato troppo pericoloso. Le stragi del '93, l'attacco al patrimonio artistico dello Stato, quelle sono stragi estorsive, ricatti per portare avanti quella che i Corleonesi ritengono una trattativa. Ma la strage di Via D'Amelio, la morte di Paolo Borsellino, quella che cos'è? Un'azione preventiva per togliere di mezzo un altro uomo dello Stato che è diventato pericoloso, o un altro ricatto per alzare la tensione della trattativa che poi però si è rivelato un errore strategico, o qualcos'altro? Perché Paolo Borsellino doveva lavorare così in fretta? Perché si doveva ucciderlo subito?

Qui finisce la nostra storia di guardie e ladri. Quella che non è finita è la guerra tra la mafia e lo Stato. La guerra tra chi mette le bombe, chi vuole fare giustizia. La guerra tra chi uccide e chi sta rischiando la pelle e che non dice "se mi uccideranno", ma dice "quando mi uccideranno". Eppure va avanti lo stesso, senza arrendersi. Lei è sacrificato gran parte della sua esistenza proprio alla lotta alla mafia, considerato dalle cosche un pochino il simbolo di questo Stato da combattere, da colpire. Lei vive in sostanza blindato. Ma chi glielo fa fare? Soltanto lo spirito di servizio. Ha mai avuto dei momenti di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta?

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