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C. Beccaria. Contro la pena di morte

@BERGAYOUTUBE17:10

Transcription

Il capitolo xvi del saggio di Cesare Beccaria, "Dei delitti e delle pene", è un testo rappresentativo di come gli intellettuali di età illuministica si spendano per le idee che assicurino alla società una possibilità di riforma, di miglioramento, di cambiamento. Per cui, negli anni stessi in cui viene pubblicato questo testo, importante, importante perché fu un vero e proprio best seller che valicò i confini italiani e trovò un'ampia diffusione e ampio interesse in tutta Europa, negli stessi anni, qui siamo nel 1764, sono gli anni in cui è attivo anche "Il Caffè", la rivista letteraria dei dei fratelli Verri, a cui aderì anche Cesare Beccaria.

Perché è importante il saggio di Beccaria? Perché mette in evidenza come la pena di morte sia assolutamente una una usanza barbarica, sia frutto di un'aberrazione del genere umano. La pena di morte, di per sé, dice anche delle cose molto moderne: può valere come spettacolo, può valere come un tormento temporaneo che atto a suscitare la pronta reazione del pubblico che vi assista, ma in realtà non ha non ha certamente uno scopo, non è assolutamente necessaria.

E proprio il brano di cui ci occupiamo in questo video, il capitolo 16, in questo brano proprio si apre evidenziando come la pena di morte possa darsi per necessaria soltanto in due casi, due casi che hanno a che fare con la sicurezza dello stato. Vale a dire, soltanto nel caso in cui la sicurezza dello stato venga messo a rischio, a repentaglio, allora a quel punto è opportuna, può parere opportuna, può sembrare legittimata la pena di morte.

Ancora una precisa una precisazione: è un testo interessante perché è costellato di riferimenti ad alcuni concetti che sicuramente sono cardine per la visione della società degli illuministi: il concetto della libertà, della felicità, della dignità dell'uomo e anche un'attenta riflessione su quello che è il ruolo e l'importanza delle leggi.

Ma ritorniamo a quello che stavo che stavo dicendo: necessaria la pena di morte è soltanto nel caso in cui si attenti alla sicurezza della nazione, quindi nel caso ci sia il rischio, cito il testo, di una di una rivoluzione, il caso di un pericolo di anarchia, di uno stato di anarchia che dunque significhi confusione, significhi pericolo per i cittadini. Ma in questo caso è la situazione di disordine che viene messa innanzi.

Mentre invece, per contro, Beccaria afferma: c'è un margot menta tivo molto forte che durante il tranquillo regno delle leggi, in una forma di governo che sia ben munita, al di fuori e al di dentro della forza del dell'opinione, in questo caso la pena di morte sembra del tutto ingiustificata. Non c'è in uno stato di ordine, in uno stato in cui non ci siano dunque le condizioni di pericolo e di rischio, Beccaria dice che non vede nessuna necessità di distruggere un cittadino, a meno che la sua morte non rappresenti come deterrente un unico e vero freno per distogliere gli altri dal commettere delitti.

Il ragionamento di Beccaria si snoda per alcuni concetti che sono anche estremamente moderni, specialmente ai nostri giorni, in cui alla TV si punta molto alla spettacolarizzazione, ma anche nell'ambito dei mass media, del giornalismo, si punta sempre a creare delle notizie che suscitino una immediata reazione, che siano di grande effetto. E allora ecco che Beccaria precisa una distinzione tra quella che l'intenzione della pena e quella che l'estensione. E il ragionamento si articola in questo in questa direzione.

Parla di intenzione della pena: intende parlare di una pena molto grave, che sicuramente costituisce uno spettacolo per chi vi assista. La morte di uno scellerato è uno spettacolo, però, che si configura come uno spettacolo passeggero. Mentre invece, a suo giudizio, non è importante tanto la la gravità, l'intensità, quanto piuttosto la durata della pena. Per questo parla di estensione, perché dice che la nostra sensibilità viene toccata in modo più facile e più stabile da minime ma replicate impressioni.

Da una parte, come vedremo, il discorso sviluppa l'idea della inutilità della pena di morte e dall'altro l'alternativa è rappresentata, perché secondo Beccaria è molto più efficace dalla quella che lui chiama schiavitù perpetua, vale a dire uno stato di detenzione rispetto ad una morte che può anche sembrare spettacolare. Sicuramente la prospettiva di una detenzione per molti anni, che significa la perdita di libertà, rappresenta un deterrente molto più forte per distogliere dall'idea di compiere reati, ingiustizie, violenze.

Certo, si tratta di uno spettacolo, ma è uno spettacolo passeggero. Per quale ragione? Perché è destinato ad essere dimenticato. Cade nel dimenticatoio, dice, la pena di morte fa un'impressione che con la sua forza non supplisce alla pronta dimenticanza. Ecco dunque che la pena di morte, c'è la pena intensa, grave, in realtà non resta, non permane nel ricordo, bensì è destinata all'oblio.

Per quale ragione? Perché c'è una regola generale: le passioni violente sorprendono gli uomini, ma non per lungo tempo. Questa è l'idea di di Beccaria. Uno spettacolo, quale può essere rappresentato dal momento della condanna a morte di uno scellerato, sicuramente potrà suscitare la compassione, potrà muovere allo sdegno, ma non si tratta però di un salutare terrore, che se volete è un'espressione ossimorica, il terrore che però è salutare, perché punta alla salus dello stato, del della cittadinanza, dell'insieme dei cittadini.

Vale a dire, da una parte abbiamo, ribadisco, il ragionamento è a forcella, da una parte abbiamo lo spettacolo passeggero che però suscita sentimenti, ma è destinato all'oblio, e dall'altro invece abbiamo il salutare terrore che è legato oltretutto alla legge, che è la legge ad ispirare.

Dopo aver parlato di questo, si occupa in un paragrafo piuttosto lungo del discorso della perdita della perpetua perdita della propria libertà. Ecco che cosa sta sull'altro piatto della bilancia: la prospettiva di una schiavitù perpetua. E più volte ritorna su questa espressione, affermando a chiare lettere che la schiavitù perpetua rappresenta un'esperienza dolorosa quanto la morte. Perché? Perché sostanzialmente la pena della schiavitù coincide, la pena della detenzione, dunque, coincide con la perdita totale della propria libertà e quindi è lesiva della dignità dell'uomo, che si esplicita e speciale espressamente nella possibilità di vivere in libertà e felicemente.

A questo punto c'è un passaggio molto importante, perché le argomentazioni dell'illumini st, Beccaria, e non potrebbero in altro modo ricevere più forza se non dall'espediente di dare la parola a un ladro, oppure ad un assassino. Vale a dire, nel discorso che sta conducendo, Beccaria ad un certo punto da la parola, accoglie nel suo saggio il ragionamento di un ladro o di un assassino. E questo è interessante perché la dice lunga sul fatto che effettivamente, per gli illuministi, la ragione è fondamentale, ma nella ragione rientra anche la capacità di comprendere o di accogliere il punto di vista dell'altro.

Ed ecco dunque che a questo punto si dà la parola proprio a chi potrebbe essere immediatamente interessato o direttamente interessato alla prospettiva di una pena. Che cosa afferma? Il nostro libro mette addirittura in carattere corsivo il discorso diretto del ladro o dell'assassino. Afferma una cosa, una fa una considerazione interessante: dice, in fondo, che il la propria condizione, che una condizione di indigenza, è legata ad un'ingiustizia sociale. Questo è un punto molto importante, perché contrappone dunque la propria condizione a quella di chi, come dice lui, è uomo ricco e potente, o chi addirittura viene definito come indolente tiranno. Da una parte, dunque, ci sono i ricchi e i tiranni, e dall'altra parte c'è chi, come il nostro ladro e assassino, a cui Beccaria dà la parola, si trova a riflettere sulla propria condizione.

In un passaggio, però, il ragionamento del ladro è debole, perché egli conta di riscattarsi, di ritrovare la propria libertà e felicità, di restituire, di ritornare ad uno stato di indipendenza naturale. Qui viene facile il collegamento con Rousseau, che aveva esaltato nella sua opera lo stato di natura contrapposte invece al vivere moderno, alla civiltà, che aveva segnato un regresso, un allontanamento dalla felicità primigenia. Ebbene, il ladro considera che potrà riscattarsi dalla propria infelice condizione grazie al coraggio e all'industria, e verrà un giorno in cui il proprio della, forse il giorno del dolore e del pentimento, quindi in riferimento alla pena di morte, ma sarà breve questo tempo.

Ed è quello che è importante per lui è il poter correggere gli errori della fortuna, tanto più che per il ladro la prospettiva della religione consente anche di percepire, in caso di pentimento e di perdono, la possibilità di una certezza di eterna felicità, che diminuisce di molto l'orrore di quel ultima tragedia. Dicevo che questa parte del ragionamento del ladro, per Beccaria, è debole, perché Beccaria sostituisce, dopo aver ascoltato la tesi del ladro, sostituisce la prospettiva di un breve tempo, quel breve tempo che intercorre tra il reato, la felicità goduta e la pena di morte, è invece ad un gran numero da anni, vale a dire a quella schiavitù perpetua che ben prima ha enucleato, una prospettiva che sicuramente porterebbe il ladro ad accettare il deterrente che lo tratterrebbe dalla dal compiere i reati.

E quindi ribadisce che lo spettacolo del supplizio non fa altro che indurire l'animo piuttosto che correggerlo. La tesi è chiara e Beccaria la ribadisce: non è utile la pena di morte, non è utile se si vive in uno stato in cui le leggi rappresentano le moderatrici della condotta degli uomini. Per quanto e proprio per questo va esclusa l'idea di un fiero esempio, cioè di un caso esemplare della della pena di morte, che risulta funesto quanto la morte legale data con di studio e con formalità.

Ribadisce anche che è un assurdo per quanto riguarda il fatto che le leggi sono l'espressione della pubblica volontà e le leggi come tali detestano e puniscono l'omicidio, pertanto non possono essere le leggi e le prime a giustificare l'assassinio di un di un cittadino. L'intero testo è costellato da questi richiami alle leggi. All'inizio aveva parlato del tranquillo regno delle leggi, alla riga 32 parla di un della nostra edizione parla di un salutare terrore che la legge conta di ispirare, al 49 richiama il potere delle leggi, al 62 dice per non violare le leggi, secondo l'assassino, sono le leggi stesse ad aver determinato un grande intervallo, vale a dire una così ampia differenza, rilevante differenza tra lui e i ricchi, alla riga 80 si dice che il vivere libero e sociali, le quindi vivere in società, è schiavo delle leggi che proteggono, alla riga 86 l'abbiamo sentito, si parla delle leggi che sono moderatrici della condotta degli uomini e moderatrici all'opposto del fiero esempio di cui parla immediatamente dopo, e poi si parla ancora di morte legale all'88 e delle leggi, come l'abbiamo sentito, espressione della pubblica volontà.

Dove porta quale conclusione porta questo percorso argomentativo? Alla considerazione che è vero, in tutte le nazioni la pena di morte è sempre stata praticata, ma non per questo risulta giustificata. Anzi, gli illuministi, che rileggono la storia alla luce della ragione, e Beccaria è tra questi, rinvengono senz'altro nella storia della civiltà, nella storia dell'umanità, un immenso pelago di errore. Così si esprime Beccaria, vale a dire la storia degli uomini coincide con un mare immenso di errori.

Li i sacrifici umani furono comuni a tutte le nazioni. È vero, ci furono anche alcune che si astennero dal dare la morte, ma quello che connota in negativo la storia dell'umanità è contro questo, sicuramente gli illuministi intendono prendere ferma posizione, e il fatto che la storia dell'umanità si configuri come una lunga e tenebrosa notte che involge gli uomini.

Nella sostanza, si riconosce da parte di Beccaria che l'epoca, l'epoca fortunata, in cui, così si esprime Beccaria, all'epoca fortunata in cui sia diffusa la verità, come ora è diffuso l'errore, non si può non si può certo che sperare che si realizzi, che si realizzi quest'anno, in quest'epoca. È su questa considerazione che volessero un buon auspicio si conclude il percorso argomentativo di Beccaria.

Ribadisco, un testo interessante, certamente rappresentativo del modo di pensare degli illuministi lombardi, un testo che metta dentro, che mette al centro il diritto alla libertà per ogni uomo e il diritto alla difesa della dignità dell'uomo. In questo senso, la pena di morte non può che essere rigettata.