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Sesto canto del Paradiso della Divina Commedia. Facile, facile per voi. Allora, questo sesto canto, come tutti i sesti canti, stessi tanto sesto canto dell'Inferno, il sesto canto del Purgatorio e il sesto canto del Paradiso, appunto, è un canto politico. Nell'Inferno abbiamo visto Dante parla della città di Firenze, nel Purgatorio parla dell'Italia e qui parlerà della situazione politica dell'Impero, soprattutto dell'Impero Romano. E lo farà usando un protagonista dell'Impero Romano, e cioè Giustiniano, l'imperatore Giustiniano, appunto.
Siamo nel secondo cielo, il cielo di Mercurio, dove ci sono le anime che operarono per la gloria in terra. Quindi Dante, abbiamo lasciato Dante nel canto precedente e Giustiniano, scusate, è un imperatore importante in quanto riformò le leggi dello stato, le leggi dell'Impero Romano, togliendo il vano, il superfluo, lo dirà in questo, in questo canto. Quindi abbiamo lasciato Dante che, appunto, sta parlando in questo secondo cielo con quest'anima luminescente e gli chiede Dante chi era stato in vita e qual è la condizione degli spiriti che si trovano in questo cielo.
A questo punto risponde quest'anima il canto, con il siero, e comincia in questo modo dicendo che quando Costantino riportò l'aquila, l'aquila simboleggia in tutta la Divina Commedia e in questo punto in particolare simboleggia l'Impero Romano. Quindi quando Costantino riportò l'aquila in Oriente e quindi a Bisanzio, che poi diventò Costantinopoli, l'attuale Istanbul, quando Costantino riportò l'aquila, quindi fondando Costantinopoli, diciamo, da quel momento passarono 200 anni e l'aquila si posò sul braccio di vari imperatori, finché non arrivò sul suo braccio e appunto, con uno, Giustiniano dice: "E io fui Cesare, e ora sono Giustiniano". Quindi ci dice che è stato imperatore e adesso, appunto, è semplicemente Giustiniano.
E si presenta quindi dicendo un po' della sua vita, dicendoci, appunto, che lui inizialmente credeva nell'eresia monofisita, e cioè il fatto di pensare che dentro Gesù Cristo ci fosse soltanto la natura divina. Questa cosa venne corretta, diciamo, da Papa Agapito, che convinse Giustiniano a credere nella visione cattolica del Cristo. E quindi da quel momento Giustiniano si sentì ispirato direttamente da Dio per compiere la sua missione, cioè, appunto, quella di riformare le leggi dello stato. È una cosa che gli prese molto tempo e molto impegno, tant'è che delegò tutte le incombenze militari, quindi di difendere, di espandere i territori, al suo generale Belisario, che ebbe anch'esso il favore divino, in quanto vinse tutte le battaglie che combatté.
Quindi a questo punto Giustiniano dice: "Io però voglio che tu ti renda ben conto di quanto sbagliano i Guelfi e Ghibellini, quindi ad andare contro l'aquila, contro il simbolo dell'Impero Romano, contro, contro, appunto, quello che rappresenta l'Impero Romano". E per farti capire, appunto, quanto è grande questo Impero, quanto è importante per te Impero, Giustiniano, appunto, racconta la storia dell'Impero Romano. E dice, appunto, "Enea qui", diciamo, inizia la sua vita già dai tempi di Pallante, quanto quando Pallante si sacrificò per permettere ad Enea di trionfare, poi 7300 anni in Alba Longa, dopodiché ci furono gli eventi degli Orazi e Curiazi, il ratto delle Sabine, l'oltraggio di Lucrezia che permise ai Romani di cacciare i re, i Tarquini, gli ultimi re, di cacciarli da Roma e quindi far nascere la Res Publica, la Repubblica Romana.
Repubblica Romana che cominciò ad espandersi combattendo contro i Galli, vincendo contro i Galli di Brenno, combattendo contro e vincendo contro Pirro. E quindi queste battaglie diedero risonanza a dei personaggi e delle famiglie, i Torquati e Quinto Cincinnato, i Decii, i Fabii, insomma, famiglie che diventarono importanti, non importanti personaggi, ma importanti nella Repubblica Romana. E poi arriva il momento in cui Roma si espanse verso sud, conquistando Cartagine e quindi sbaragliando l'esercito di Annibale, che scendeva dal nord Italia, dal Po, attraversando le Alpi, venne sbaragliato, appunto, da Scipione.
Dopo di che arrivò Pompeo, che fu amaro a Fiesole, il colle, appunto, alle appendici del quale nacque Dante, colle di Firenze. E quindi successivamente a Pompeo arrivò Giulio Cesare. Giulio Cesare anticipava di poco la venuta del Cristo, quindi Giulio Cesare preparò il mondo, diciamo così, viene visto in quest'ottica, preparò il mondo alla venuta di Cristo. Infatti, ci dice Giustiniano, racconta Giustiniano a Dante, che Cesare fece delle imprese meravigliose, poi appunto, alla Francia. Giustiniano nomina i fiumi francesi, la Spagna e ci dice, appunto, che quando poi tornò indietro, superando il Rubicone, nel famoso fiume, "ormai il dado è tratto", ecco, superando quel fiume cominciò la guerra civile.
Una guerra civile che lo portò ad Oriente, vicino a Troia, dove già ci sono le spoglie di Ettore. Guerra civile che lo portò in Egitto, dove uccise Tolomeo, dove uccise il re della Mauritania. Dopodiché tornò in Italia per disperdere gli ultimi seguaci di Pompeo, gli ultimi seguaci pompeiani. Dopo Giulio Cesare, appunto, arrivò, fu il momento del primo imperatore, il primo vero imperatore romano, e cioè Augusto Ottaviano, che vendicò la morte di Cesare, uccidendo Cassio e Bruto, che adesso patiscono all'Inferno, li abbiamo visti nell'ultimo canto dell'Inferno. E appunto, continuò le sue conquiste in Italia, finché non arrivò a instaurare una pace salda e duratura, una pace che addirittura permise di chiudere il Tempio di Giano. Giano, un dio al quale i Romani pregavano prima di andare in battaglia, prima di andare in guerra, quindi non c'erano più guerre, quindi venne addirittura chiuso il Tempio di Giano.
Continua Giustiniano dicendo che però l'importanza dei due imperatori successivi ad Augusto è molto più forte, molto più ampia rispetto all'importanza di tutti gli imperatori e di tutti i re che arrivarono prima. Questo perché il primo di questi due imperatori, Tiberio, sotto Tiberio, appunto, nacque Gesù Cristo e permise, diciamo così, la morte di Cristo, la crocifissione di Cristo, di punirci, di purificarci dal peccato originale. Quindi Dio si vendicò con la morte del Cristo, con la morte del suo figlio, del peccato originario e originale. Dopo di che venne Tito, che punì coloro che avevano attuato questa vendetta, cioè gli Ebrei. Infatti Tito distrusse Gerusalemme e disperse il popolo ebraico.
Dopodiché, appunto, quando la Chiesa ebbe bisogno di difendersi dai Longobardi, scese dal nord Carlo Magno, che fondò il Sacro Romano Impero. Quindi questo è l'excursus che fa Giustiniano dell'Impero Romano. E a questo punto Giustiniano dice: "Vedi ora ti rende ben conto di quanto sbagliano i Guelfi e Ghibellini, che attualmente sono il male del mondo. I primi, appunto, ad appoggiare si appoggiano alla monarchia francese, al giglio della monarchia francese, e i secondi che vogliono usare il simbolo dell'aquila per fare i loro intrallazzi politici".
Quindi dice, appunto, che Dio sono degli stolti, in quanto Dio non cambierà mai il suo simbolo prediletto dell'Impero, cioè l'aquila, come, appunto, il simbolo della monarchia francese. E, appunto, ci dice che questo Carlo II d'Angiò non deve neanche pensare di riuscire, che riuscirà nell'impresa, diciamo, di sconfiggere l'aquila romana, perché quest'aquila, diciamo, con i suoi artigli ha sfogliato leoni ben più feroci di lui. Quindi questo, diciamo, l'ammonimento che fa Giustiniano a Guelfi e Ghibellini, quindi l'ammonimento che fa Dante a Guelfi e Ghibellini, appunto, lo fa fare attraverso le parole di Giustiniano, di un imperatore romano.
Continua Giustiniano, appunto, a questo punto risponde alla seconda domanda di Dante, spiegando chi sono loro, le anime che si trovano lì. E, appunto, Giustiniano dice che sono le anime, appunto, che hanno operato per la gloria terrena e per operare per la gloria terrena, ovviamente, hanno rivolto le loro attenzioni ai beni terreni, non ai beni spirituali, pur facendo del bene, ma comunque ai beni terreni. Ed è per questo che si trovano nel secondo cielo, quindi un cielo abbastanza basso, proprio perché, appunto, la gloria laggiù, quello è il giusto posto in cui devono stare, è la giusta gloria che Dio dà loro.
Ma ribadendo un concetto che già ha espresso Piccarda Donati, Giustiniano dice che non si lamentano di questo, anzi sono contenti perché vedono in ciò la giustizia divina. E quindi Giustiniano dice: "Come in una melodia ci sono diversi strumenti che si sentono più o meno, così anche nella gloria di Dio ci sono diverse beatitudini che però partecipano tutte quante a questa gloria meravigliosa, la gloria di Dio".
Successivamente, dette queste parole, Giustiniano presenta un'anima. Dice: "Ti voglio presentare quest'anima, a me è l'anima di Romeo da Villanova". Ecco, questo è un personaggio abbastanza, di cui sappiamo pochissimo. Si sa che c'è una leggenda, si dice che era un mendicante che arrivò alla corte di Berengario e praticamente con i suoi consigli permise a Berengario di aumentare i suoi guadagni, le sue entrate, e non solo riuscì a far sposare le quattro figlie di Berengario tutte con dei re, e quindi fu un'impresa abbastanza notevole. Però poi successe, appunto, che le voci invidiose, diciamo, della corte, e qui ci ricorda un po' Pier della Vigna, le voci invidiose della corte, appunto, misero in giro gli altri cortigiani che quest'uomo faceva dell'usura.
Quindi Dante qui usa sempre uno stratagemma matematico per dirci che, appunto, era stato accusato di usura e quindi venne cacciato e se ne andò povero, così come arrivò. E quindi ci dice Giustiniano che chiese l'elemosina, lui si ridusse a chiedere l'elemosina, ma lo fece con tanta umiltà che se il mondo lo sapesse, se il mondo l'avesse saputo, oggi quest'uomo, quest'anima, sarebbe glorificata di più di quanto lo è. E con queste parole si chiude questo bellissimo sesto canto.