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Corso di Storia della filosofia - Università del Salento

Fabio Sulpizio1:25:55

Transcription

Cominciamo la chiacchierata di oggi con una domanda. Siete d'accordo con il continuare come abbiamo fatto ieri, cioè una lezione unica e che cumuli le due insieme e terminiamo un po' prima o preferite che interrompa a un certo punto? Significa che so, eh, finisco poco prima delle 15:00, poi facciamo 10 minuti e poi riprendo, però finisco alle 16:00. Alternative tra finire più o meno, faccio una lezione unica, finisco più o meno 15:30, 15:35, oppure interrompo e finisco alle 16:00. Io propenderei per la prima soluzione, come ho detto ieri, per una questione di comodità, ma sì, sì, a maggioranza direi che siamo tutti d'accordo. Beh, che bella la maggioranza, eh.

Allora, oggi comincerei a introdurre, diciamo, la parte storica, la prima parte del corso. Ho già detto ieri come fondamentalmente ci saranno tre momenti, virgolette, intorno a cui ci concentreremo: nascita dell'istituzione manicomiale della psichiatria, il momento in cui, cioè, ci si comincia a interrogare sulla possibilità che forme di alienazione, come vengono chiamate, forme di alienazione mentale fossero il risultato, oltre che di eventuali difetti. Allora si usava questa espressione, di eventuali mancanze di carattere organico, fossero anche eventualmente il risultato di un'azione morale che la società, intesa in senso lato, cioè il rapporto tra individuo e contesto sociale, contesto ambientale, famiglia, condizioni di vita, eccetera eccetera, potessero produrre e quindi l'alienazione in quanto malattia, virgolette, morale. Veniva usata questa espressione nel duplice senso. Il senso meno importante, ma che avrà una certa, un certo peso: la colpa. Il malato mentale, il malato morale è colpevole in qualche modo. È colui che non è capace di tenere sotto controllo i propri impulsi, i propri vizi e così via. Quindi c'è un elemento di, eh, intrinseca colpevolezza del malato.

Dall'altra parte, malattia morale, nel senso francese del termine, c'era un grande, una grande personalità dell'inizio dell'800, si chiamava il nome lungo Pierre, Jean, George Cabanis. Cabanis e basta. Autore estremamente interessante, non sicuramente non è tra gli autori più famosi della storia della filosofia, ma è comunque un autore di una certa importanza e rilevanza che ha scritto all'inizio dell'800 un'opera pondera, potente, anche pesantuccia, intitolata in traduzione italiana "Rapporti del fisico e del morale nell'uomo", dove morale non è ovviamente inteso nel senso della morale, ma va inteso come lo studio di tutti quegli aspetti dell'essere umano che non appartengono immediatamente all'organico, quindi lo psichico, l'aspetto delle emozioni, l'aspetto emozionale, aspetto dei giudizi, il mentale e così via.

Cos'è che rende peculiare quest'opera tra le altre cose? Un'opera molto particolare, ma risale in quest'opera che troviamo una, una sentenza, una frase che tormenterà buona parte della filosofia francese, non solo francese, di tutto l'800 e che tornerà ancora in maniera ossessiva nel '900. Cabanis dice a un certo punto che il cervello secerne pensieri esattamente come lo stomaco secerne succhi gastrici. È un taglio drastico con qualsiasi forma di spiritualismo, di idea di immortalità dell'anima, di separazione del pensiero dalla materia, cioè proprio un'affermazione di un materialismo estremo.

Temporaneamente, però, Cabanis, insieme ai suoi amici, collaboratori e così via, è tra gli iniziatori di una prospettiva antropologica che fonda sull'educabilità del corpo e quindi del morale, una nuova visione dell'uomo. Non esiste, virgolette, fatti salvi i casi eccezionali, coloro i quali per un difetto di natura, una malattia, un difetto congenito, cioè casi limite. Non esiste essere umano che sia, virgolette, peccaminoso per natura, ma è sempre anche il risultato di una retta educazione, dove per retta educazione non dobbiamo pensare soltanto a quella rousseauiana, ma anche semplicemente a un corretto, potremmo dire così, rapporto con il contesto all'interno del quale si vive e quindi il rapporto con i familiari, con la società, col lavoro, con lo Stato, eccetera eccetera eccetera. Un rapporto complesso, non c'è mai una linearità.

In questo contesto, abbiamo visto come l'idea che la malattia mentale possa essere qualcosa di curabile, attenzione, non guaribile, nel senso che si possa guarire. Nessuno lo ha mai messo in discussione, ma che la guarigione sia il risultato di un'attività terapeutica e non invece semplicemente, per esempio, della capacità del nostro organismo di guarire dalle malattie è un altro paio di maniche. Si guarisce da una malattia perché il mio corpo è abbastanza forte da superare la crisi e io guarisco senza intervento del medico. Ti guarisce, dà una, un accesso di follia perché il mio corpo, il mio animo, la mia persona, eccetera eccetera è capace di superare la crisi e quindi senza intervento terapeutico, cioè senza che il medico sia intervenuto in alcun modo, io riesco a superare questa fase di crisi.

Accennavo ieri, se ricordo bene, alla figura di Auguste Comte, il padre del positivismo. Forse lo sapete, come Manzoni, fra parentesi, soffriva di un, oggi probabilmente la definiremmo sindrome bipolare, maniacodepressiva, insomma, aveva un grave problema di, virgolette, salute mentale. Uso le virgolette per salute mentale, non perché non fosse un problema di salute mentale, ma perché negli ultimi 3-4 anni è diventata questo un termine diffuso a livello anche di, come posso dire, di dibattito mainstream riguardante tutti quegli aspetti essenziali, importantissimi del disagio, delle problematiche, delle difficoltà che noi affrontiamo nel contesto della nostra vita quotidiana. Il problema della salute mentale è diventato un problema rilevantissimo di cui si parla, meglio, di cui si parla molto. Che poi se, che, che di qualcosa si parli molto sia riconosciuto come rilevante è un altro paio di maniche. Si può parlare molto di qualcosa perché si può essere funzionali ad altre questioni. Guardate la pubblicità, quantità di pubblicità che trovate online sui servizi psicologici online. Mah, che strano, improvvisamente è diventato rilevante il problema di salute mentale e poi spuntano fuori come funghi servizi psicologici a distanza online, a pagamento ovviamente, di tutti i tipi. Vabbè, chiudo la parentesi polemica, questo è un altro discorso, ma sempre fare attenzione a questi aspetti.

Dicevo, aveva avuto gravi problemi di salute mentale, era stato ricoverato in una clinica privata perché era abbiente, era stato dimesso con diagnosi non guarito. Lo psichiatra in cura, skirol, dice chiaramente: "Non è guarito, dimetto perché non volete più". Traduco in termini molto venali: "Lo dimetto perché non volete più pagare la retta, avete deciso che non vi conviene tanto, non vale più la pena, ma lui sappiate che non è guarito". Anche perché è convinto ancora lui di poter riformare la filosofia, cosa che poi è fatta, questo è un altro paio di maniche. Ma lo stesso Comte, lungi dal nascondere questa vicenda, nell'introduzione al suo corso di sociologia generale, quando cioè di fatto inventa, potremmo dire, una nuova disciplina, è un modo di fare filosofia, in nota ricorda e riconosce questo momento della sua vita e riconosce esattamente come lo aveva riconosciuto Rousseau, di essere stato, virgolette, alienato, malato da questo punto di vista. Ma dice: "Io sono guarito non perché la medicina, non perché i medici hanno adottato la strategia terapeutica giusta, ma in virtù della forza della mia organizzazione, del mio organismo, del mio corpo". Ovvero, se la malattia mentale è, e che qui semplifico in maniera un po' brutale, malattia del cervello, malattia cerebrale, non c'è terapia che tenga, è soltanto la guarigione un percorso naturale e si guarisce se si guarisce dalla malattia mentale. Esattamente come si guarisce se si guarisce dalla febbre.

Scusate, ricordatevi sempre che eravamo in un contesto in cui non esistevano il 99% dei farmaci che conosciamo noi oggi. Eh, gli antibiotici non esistevano, non esistevano gli antipiretici e così via. Per rendere l'idea, non esistevano i narcotici e si operava a vivo. Quindi provate a immaginare che cosa significava essere sottoposti a un'operazione, a un intervento in quel momento. Provate a immaginare prima, cioè, provate a immaginare tutto un universo che è vicino, perché è vicinissimo, ma è totalmente distante. Per noi è semplicemente inconcepibile. Chiunque di voi va dal dentista e provi, e provi anche solo a pensare di farsi estrarre un dente senza anestesia, viene guardato dal dentista come un qualcuno che non, di nuovo, non sta, non è, non ha tutte le rotelle a posto, mettiamola così, perché il dolore provato è qualcosa di inimmaginabile. Figuratevi farsi un'operazione appendicite, per dire, per rimanere quest'altro.

Chiusa questa parentesi, l'alienistica, mettiamola così, cioè affronta invece la possibilità non semplicemente della guarigione, ma della cura della malattia mentale. Cioè, è possibile intervenire terapeuticamente. La terapia non può essere una terapia esclusivamente, già allora si diceva, esclusivamente farmacologica. A perché non esistevano i farmaci che conosciamo oggi, B perché i farmaci, anche quelli che esistevano, beh, venivano usati con estrema attenzione perché molto spesso si temeva che fossero più un veleno che un farmaco. I farmaci erano usati in casi particolari e particolarmente gravi per orientare il decorso naturale della malattia. La malattia veniva presentata come una sorta di decorso di un evento che naturalmente avrebbe incontrato un momento di crisi e quella crisi si sarebbe poi sviluppata in due possibili direzioni, semplificando: la guarigione o la morte, l'aggravamento con, nei casi limite, anche la morte. La guarigione. Qual è il compito essenziale del medico in questa prospettiva? Rimuovere gli ostacoli a quella che è una forza naturale. Si chiamava vis, veniva chiamata meglio vis medicatrix natura, cioè il corpo umano, la natura stessa dell'organismo tende alla guarigione. C'è una forza naturale che tende alla guarigione, alla salute. Se questa forza non ce la fa, non riesce a condurre alla guarigione è essenzialmente per un numero molto limitato di motivi. Numero uno: perché il corpo è troppo debole e quindi soccombe alla malattia, non è sufficientemente forte. La malattia viene, virgolette, immaginata, semplifichiamo un po', come un evento che dall'esterno attacca il corpo o quantomeno mette in discussione quell'unità che noi chiamiamo corpo, decomponendolo e quindi decomponendolo, quell'unità che noi chiamiamo corpo, muore. Ma questa vis medicatrix, questa forza guaritrice naturale si oppone a questo evento esterno, chiamiamolo così. Se il corpo è sufficientemente forte può guarire.

Seconda possibilità: quand'è che può non farcela? In casi di vecchiaia, il corpo è sottoposto a usura, noi ci usuriamo, invecchiamo, non abbiamo più sufficiente, noi potremmo chiamarla forza vitale, per semplificare anche qui. E quindi di nuovo la forza, la qualifica, non è sufficiente. Terzo caso: perché ci sono degli ostacoli. Ostacoli possono essere altre malattie, il concatenarsi di forme patologiche differenti che tra di loro si sovrappongono e si aggravano a vicenda e allora magari è sufficiente intervenire su un qualcosa di apparentemente secondario per permettere alla malattia più grave di guarire da sola, oppure il regime di vita, la dieta, un eccesso di, allora si facevano più di, di salassi, un eccesso di sangue e così via, cioè rimuovere quell'ostacolo che conduce alla guarigione, permettere cioè alla natura di seguire il suo corso. Potremmo dire, per chi ha studiato un po' storia della filosofia, scuola, filosofia, scuola che è un po' il progetto che in un filosofo del Seicento, Francesco Bacone, quando tematizzava la capacità dell'uomo di comandare alla natura, di dare ordini alla natura, lo faceva affermando che è possibile tanto più quanto più obbediamo alla natura, ovvero se conosciamo correttamente le leggi della natura, siamo anche capaci di intervenire in maniera opportuna, per, virgolette, direzionarla. Semplifico in maniera un po' grossolana. Se io sono convinto che le influenze derivino dagli astri e quindi da Saturno contro, faccio finta, non so, non sto dicendo cose a caso, allora che cosa faccio? Metto in, metto in atto tutta una serie di strategie derivate dall'astrologia per proteggermi dall'influenza di Saturno. Beh, con l'influenza sto a casa 40 giorni e febbre alta e così via, sono debilitato, quanto più sono debilitato, quanto peggio sto e così via. Se invece mi rendo conto che l'influenza deriva da altri fattori di carattere materiale, posso intervenire? Mi proteggo, che ne so, mediante la mascherina oggi. Allora, posso mettere in campo altre strategie. Conoscere la corr, conoscere correttamente la causa delle cose, la ragione degli eventi è uno strumento che mi permette di, virgolette, comandare la natura, cioè non pretendere di dominare la natura in virtù di una superiorità, non so di che tipo, spirituale o che so io o di arroganza intellettuale, ma sottomettendomi alle leggi naturali, conoscendole riesco a orientarle.

Che significa, attenzione, per esempio, in ambito medico, filosofico e medico sempre di quel periodo, non pretendere immediatamente l'elisir della vita eterna. L'alchimia non ha mai funzionato. Nicolas Flamel non c'è mai riuscito. Anche nei libri di Harry Potter a un certo punto muore, se ne può più. Eh, e diam, eh sì, rinuncia finalmente perché il buon Silente lo convince che non è il caso, bla bla, cioè non poteva più. Già era vecchio in carta pecora quando era giovane Silente e così via, ma neanche lì c'è. Cosa può fare la medicina invece? Mediante uno studio attento della fisiologia, dell'anatomia, dell'uso dei farmaci, dell'uso della dieta, permettere di allungare la vita. Attenzione, in quegli anni l'età media era 40 anni, quindi vivere 80 anni era vivere tantissimo. Il buon Descartes muore a 54 anni di polmonite perché la regina di Svezia pretende che gli faccia una lezione di filosofia alle 5 del mattino d'inverno a Versailles. Non era proprio il massimo, diciamo così. Ma lo stesso Bacone muore, non è giovanissimo, quando cerca di studiare il meccanismo di congelamento dell'effetto del freddo, cerca di congelare, vedere come funziona l'effetto del freddo su una gallina morta, si, si prende anche una polmonite e muore. Vabbè, i filosofi hanno a volte vicende biografiche bizzarre e ci sono alcune morti, sono particolarmente buffe. La vicenda con il più simpatico di tutti, il medico filosofo La Mettrie, autore di un'opera molto curiosa e molto interessante che sarà di ispirazione a questi autori, "L'uomo macchina", in cui di nuovo definisce l'essere umano come una macchina, studia l'uomo come una macchina e quindi studia anche le funzioni superiori dell'uomo come se fosse il risultato di un'organizzazione meccanica, che muore per un'indigestione di pâté, andato al mare e vabbè, ha mangiato troppo. Anche qui morte molto consona al personaggio, ma lasciamo perdere questi aspetti, anche sono aneddoti che in qualche modo esemplificano le figure, non è quello il punto.

Ciò che segna quest, la specificità di questi autori è che lo studio del corpo non esclude, anzi implica paradossalmente lo studio del mentale, ma che lo studio del mentale non si riduce a uno studio del fisico, del corporeo. Uno studio del mentale, diciamo così, dei fenomeni che riguardano quell'universo complesso che noi definiamo mentale e morale è fattibile e possibile soltanto all'interno di un contesto che è sociale. Ecco perché almeno alcune forme della malattia mentale, meglio dell'alienazione mentale, l'opera da cui in qualche modo facciamo iniziare la psichiatria moderna, anzi facciamo iniziare la psichiatria e basta perché il primo non esisteva, è l'opera di questo medico di cui ho accennato più volte, Philippe Pinel. La prima edizione del 1800 si intitola "La mania" e la mania sottotitolo "Trattato medico filosofico sull'alienazione mentale", non sulla malattia, sull'alienazione mentale. L'alienazione è una specifica forma di malattia, potremmo dire, ma è proprio in qualche misura anche il perdere il controllo su di sé.

La seconda edizione di qualche anno successivo che Pinel ripubblicherà dopo aver condotto ulteriori approfondimenti, diventando direttore prima, quando pubblica quest'opera, Pinel veniva dall'esperienza della direzione di un asilo per alienati, noi diremmo di un manicomio, che era quello di Bicêtre, che era, che era un ospedale manicomio esclusivamente per uomini. Poi diventerà direttore del manicomio della Salpêtrière, che diventerà celebre, ma ancora Charcot lavora ancora alla Salpêtrière, che è un manicomio femminile e permetterà a Pinel, questo è importante, uno studio differenziale delle patologie, delle alienazioni mentali, maschili e femminili, individuando forme specifiche dell'alienazione mentale, dell'alienazione mentale femminile, che è sempre legata da una parte alla specificità, potremmo dire corporea, l'importanza data al corpo, l'importanza capitale tra '700 e '800, dall'altra anche al, come dire, alla pressione sociale che uomini e donne subiscono.

La terapia, dicevo, in almeno alcune forme della mania, dell'alienazione mentale, finale individuo essenzialmente quattro. Uno è la mania propriamente detta, diciamo pure la pazzia, molto spesso esemplificato anche con gli accessi di furia ed è, cominciamo, curabile. Non è facile, con questo non significa che tutti si vengano curate, è però in linea di principio curabile. La seconda è la malinconia e su questo torneremo perché in qualche modo già ho detto che sarà un po' la corrente sotterranea su cui ci soffermeremo maggiormente, che è curabile. E poi ci sono due forme non curabili, dice Pinel: l'idiotismo e la demenza, che sono due forme molto prossime a quelle che noi oggi non definiremmo in alcun modo malate. La demenza è qualcosa di diverso, oltretutto oggi, ma oggi le definiremmo, le avvicineremmo nella descrizione che ne dà Pinel più ad alcune forme di deficit, mettiamolo così, di, non pieno sviluppo.

Non è un caso se per lungo tempo Pinel verrà ricordato essenzialmente per due cose. Una cosa che non è neanche fatto, ma a cui viene, di cui viene dato merito, cioè la liberazione dei folli dalle catene. Ci sono dei quadri in cui si mostra puntualmente lo psichiatra Pinel che dà ordine ai suoi collaboratori di liberare dalle catene i folli perché i folli venivano tenuti incatenati nei manicomi precedentemente, soprattutto quelli più pericolosi, quelli più che davano maggiormente difficoltà da controllare. cui ordina che vengano liberati, che è un atto che viene presentato come un atto umanitario anzitutto e lo è indiscutibilmente, ma è anche un programma terapeutico e filosofico. Io libero i folli dalle catene perché ritengo che sia possibile con loro instaurare un rapporto, una relazione tale che renda inutile l'uso degli strumenti di coercizione, delle catene. Se volete, salto di 200 anni e che va nella direzione distante, per certi aspetti, a colui che avrebbe in qualche modo colpito al cuore quell'istituzione, quella scienza fondata da Pinel: Franco Basaglia, che si rifiutava di firmare l'ordine di contenzione del malato. Famigato e mi non firmo, diceva, e mi non firmo in letto e io non firmo. Cioè, gli infermieri andavano dicendo: "Il malato X sta male, sta dando scandescenze o dobbiamo legarlo? Abbiamo però bisogno per farlo, dobbiamo avere la firma del medico ordinario". "Non firmo, mi rifiuto di utilizzare quello strumento". Paradossalmente, queste due figure che sono l'una, l'altro, che vengono presentate spesso come uno al posto dell'altro, in questo da un punto di vista immaginario sono prossime.

Un altro motivo per cui lungamente Pinel è stato ricordato è il ruolo del cattivo che gli è stato attribuito dalla storia, dalla storiografia, anche dal cinema, nella vicenda del famoso bambino selvaggio della Aveyron. All'inizio dell'800 venne ritrovato un bambino che a cui venne poi dato il nome di Victor nei boschi della Aveyron, un bambino selvaggio che non era capace di parlare, eccetera eccetera, e che sottoposto a visita da parte di Pinel. Pinel dice semplicemente: "È un idiota, non è possibile in alcun modo attuare alcuna terapia, non è capace di capire. L'unica cosa che possiamo fare è rinchiudere in un asilo pensato per lui, così che possa vivere una vita più pacifica possibile, ma senza alcuna speranza che possa essere reintegrato nella società". Di fronte a questa posizione, alcuni di voi forse ne avranno sentito parlare, si schierò invece contro un allievo di Pinel, Jean Itard, che può essere considerato in qualche modo il fondatore della cosiddetta pedagogia speciale, ma giusto termine, il quale invece tematizza la possibilità dell'educabilità anche di Victor attraverso strategie comunicative, educative e terapeutiche diverse. Non sa parlare. Bene, cerchiamo di capire come, se è possibile insegnare a parlare o comunque come comunicare con lui. Itard veniva anche da una straordinaria esperienza con la Abbé de l'Épée, che gestiva un, un asilo per sordomuti in cui si cominciavano a elaborare quelle cose per noi ovviamente banali, qual era l'alfabeto per sordomuti, il linguaggio testuale. Cercò di insegnare a Victor a leggere associando le immagini alle parole. E fu lui uno dei primi, se non il primo a inventarlo, il primo a pensarci. E qual era il principio essenziale intorno a cui si giocava la questione? La difficoltà di definire una linea netta di confine tra ciò che è educabile, quindi ciò che è recuperabile, ciò che è integrabile e ciò che non lo è. La difficoltà di distinguere veramente con tanta semplicità. Il fatto che un bambino presenti difficoltà, diceva Itard, traduco in termini contemporanei, difficoltà di comprensione, difficoltà di lettura, che non significa che non può in alcun modo essere integrato, non è possibile avviare un percorso di, noi diremmo oggi, di inclusione.

E perché alcune forme di malattia mentale, di alienazione, la mania, la maniconia sarebbero terapeuticamente trattabili ed altre no? Perché l'ostacolo comunicativo è così grande da impedirmi il dialogo? Perché fondamentalmente, cosa che rendeva i maniaci e i malinconici trattabili dal punto di vista terapeutico? Il fatto che era possibile comunicare con loro attraverso una forme strutturate e complesse di relazione. Non era semplicemente chiacchierare, era definire una serie di relazioni, di, come dire, un Pin parlava di trattamento morale e trattamento morale significava un insieme di elementi: abitudini, costumi, dialoghi, relazioni. Una cosa bellissima che diceva Pinel, bellissima e complessa, per quel che riguardava in particolare i malinconici, soprattutto i malinconici che soffrivano di disturbi derivanti dagli eventi terrificanti della Rivoluzione, eventualmente da, eh, paranoie di carattere religioso: "Togliete tutti i libri che leggono e date loro da leggere soltanto Orazio e Montaigne". Che è una cosa buffa. Perché Orazio e Montaigne? Perché sono due autori della misura, sono due autori non dogmatici, sono due autori che invitano in qualche modo, che ci invitano a riflettere sulla nostra debolezza e contemporaneamente però all'educare la nostra forza. Non pretendono da noi troppo, ma ci invitano a migliorarci giorno per giorno. L'uso quindi della cultura per guarire, ma l'elemento della comunicazione con una mente essenziale, dice Pinel, per il trattamento morale, per la terapia. In alcuni casi non è possibile. Colui che non è capace di pensare, che non sa mettere tecnicamente insieme soggetto e predicato, come posso comunicare con lui? Itard dirà: "Ci sono forme di comunicazione alternativa rispetto alla, alla parola". Ma anche lì il problema è: forme di comunicazione alternative devono condurre a che cosa? Qual è l'obiettivo finale? Victor non diventerà mai, virgolette, un cittadino. A parte, a parte giovane, non imparerà mai a parlare. Non solo, la vicenda triste di Victor è che a un certo punto Itard semplicemente, virgolette, lo abbandonerà alla sua governante nel momento in cui non saprà gestire gli anni della pubertà, quando c'è il cambiamento fisico scatenerà chi? Victor una serie di comportamenti che non erano tollerabili da lavorare dell'epoca e neanche, vabbè, e neanche quindi ovviamente dalla prospettiva.

Vediamo il cuore. Questo è il fantasma di che si sta lamentando evidentemente, o forse quello di Victor, non so. Apro e chiudo parentesi. Guardate che il problema posto da Victor e da Itard è un problema che, se ci riflettete, ancora oggi dà estremamente fastidio. Semplifica in maniera brutale: i cosiddetti bambini speciali. Uso espressione "cosiddetti" perché qualsiasi termine si usi è pieno di polemiche. Hanno diritto a una vita, bambini e persone speciali. Hanno diritto a una vita sentimentale e sessuale. Perché se ne parla sempre come, virgolette, angeli asessuati? È un problema quello, non si può fingere di nulla, né lo si può ridurre semplicemente a un aspetto brutalmente di controllo. Significa porsi il problema della questione dei, o noi potremmo dire, dei diritti che spettano a tutti gli uomini.

Ciò che la vicenda di Pinel, attraverso lo straordinario percorso che gli fa nei confronti degli alienati, eh, uno è un filosofo che ritengo tutti voi abbiate sentito nominare come Hegel, cioè uno dei più importanti filosofi della storia, fu un attentissimo lettore di Pinel e diceva di Pinel che aveva avuto un grande merito, contrariamente ai suoi contemporanei tedeschi, a molti altri e molti altri medici: ritenere che non, che anche nell'uomo più folle fosse sempre presente un nocciolo di razionalità a cui fare appello, a cui rivolgersi e entrando in contatto con il quale era possibile avviare un percorso terapeutico di guarigione. Che significa, e qui tocchiamo un altro tema, definire standard di normalità. Torniamo un po' al discorso che abbiamo iniziato ieri, che non sono rigidi. Facciamo anche qua un esempio. Diceva che esplicita di Pinel: un uomo che soffra di alcuni deficit, convinto che, so, convinto che il mio vicino mi odi. Non è un esempio ipotetico, facciamo un altro perché un'altra persona. Sono vicino che sono convinto che mio vicino mi odi e quindi di conseguenza metto in atto una serie di strategie di cattivo vicinato. Non lo saluto, costruisco muri, evito di entrarci in contatto perché sono convinto che voglia uccidermi. Questa mia convinzione entro quali limiti impatta sulla mia vita e quindi eventualmente sul mio rapporto prossimo, sul vicinale e quindi eventualmente richiede l'intervento di un'autorità esterna, l'intervento di un medico? Cioè, facciamo finta che io creda fermamente che il mio vicino voglia uccidermi. Ho questa idea fissa, ho questa convinzione e che questo mi spinga a fare una serie di cose: murare alcune finestre della mia camera, eh, evitare contatti, non andare negli stessi luoghi in cui vai tu. Ma per il resto questo non impatta minimamente sul mio lavoro, sulle mie relazioni personali. Magari con mia moglie posso avere qualche problema, ma lei ha imparato a convivere fondamentalmente. Per il resto faccio quel che devo fare. Non divento violento nei confronti della moglie. Non faccio nulla che sia, virgolette, pericoloso. Il medico deve intervenire, un'autorità esterna deve intervenire o questa è una forma di, virgolette, alienazione tollerabile? Ma tollerabile da quale punto di vista? Sociale, oppure, se preferite, tollerabile perché nonostante questa idea fissa, non investe altri aspetti della mia personalità? Cosa che distingue veramente, cosa che definisce veramente il confine tra ciò che è normale e ciò che è patologico, ciò che è salute e ciò che è malattia, non è mai una diagnosi semplice.

D'altra parte, il concetto di salute, il concetto di malattia è un, sono due concetti che in questi anni vengono radicalmente ripensati. E allora riprendo un attimo per continuare a parlare di questo momento. Torno al '900 e torno a Franca Ongaro. Franca Ongaro Basaglia, non di nuovo il testo che vede in programma, ma un altro testo particolarmente rilevante, interessante, molto bello, in cui Franca Ongaro raccoglie una serie di saggi, interventi. Il testo si intitola "Salute/Malattia". Paradossalmente, la cosa più importante è la barra. È proprio perché, eh, serve, vediamo se riesco a inquadrarlo, no, ma è uguale, lo trovate facilmente, perché la barra è quella, è quella, come dire, quell'intervento grafico che permette di comprendere come i due concetti siano tra di loro in opposizione, ma contemporaneamente non si può fare a meno l'una dell'altra. Sottotitolo: "Le parole della medicina". Attenzione, le parole della medicina. Franca, non è un medico, contrariamente al marito, lo sappiamo, ma ha condotto ricerche importantissime sull'uso anche sull'uso che delle parole viene fatto in vari ambiti: la medicina, il diritto, è questo fondamentale e così via. Le parole della medicina non sono parole neutre e non sono parole neanche semplicemente di una scienza. Alcune parole, in particolare, hanno una valenza descrittiva e prescrittiva molto superiori a quelle di altre, di altre discipline. Voglio dire, se voi usate la parola "atomo" nell'ambito della fisica, questa parola che ha una rilevanza, assolutamente eccezionale all'interno del dibattito del pensiero fisico, la teoria della teoria scientifica, non ha comunque la rilevanza che può avere la parola.

Ecco, procede per tutto il testo, procede raccolta per dicotomie: clinica, normalizzazione, farmaco, droga, follia, delirio, medicina, medicalizzazione, normale, patologico. Scusate, quante volte noi stessi usiamo espressioni come "tu non sei normale" come insulto, come derisione e così via. Che cosa, che cosa vogliamo dire? Che sei tu sei qualcosa di abnorme, patologico, pericoloso, perverso, eccetera eccetera eccetera. In casi assolutamente eccezionali si può dire "tu non sei normale" nel senso "sei eccezionale", ovvero la stessa cosa ma in termini positivi. Insomma, essenzialmente è sempre quello. Ciò su cui Franca Ongaro si sofferma fin dall'introduzione. Allora, questa è una raccolta di articoli che molti dei quali erano stati pubblicati all'interno dell'Enciclopedia Einaudi. Come Einaudi è stata una grande, eh, esperienza editoriale che negli anni '70 ha posto proprio come, a imitazione della grande enciclopedia del '700 di Diderot e d'Alembert, ha posto, potremmo dire, all'ordine del giorno una serie di concetti chiave riguardanti le scienze umane, quindi la storia, la filosofia, l'antropologia, la sociologia, la criminologia, la medicina, la psichiatria, eccetera eccetera. Eh, ovviamente "Follia delirio" è stato scritto da Franca Ongaro in collaborazione con Franco Basaglia.

Mi voglio soffermare brevemente invece sull'introduzione che si intitola proprio "Le parole della le parole della malattia", cioè quelle parole che in qualche modo qualificano quell'evento, quell'esperienza che noi chiamiamo malattia e che non sono caratterizzate da una presunta, non possono essere caratterizzate da una presunta oggettività naturale come a volte crediamo, in maniera irriflessa. Pensate semplicemente a come noi usiamo il termine "in qualche modo", "hai il raffreddore", cioè "hai preso", "si è impossessato di te", "ha colpito un qualcosa", una malattia che ti sta in questo momento modificando. Non respiri bene, sei e così via. Hai la febbre. Lasciamo perdere i casi più gravi. Va bene, non è neanche a parlare. Cioè, viviamo la malattia come un fenomeno estraneo che ci colpisce, che ci colpisce nella nostra, virgolette, salute, nella nostra normalità. La salute è la normalità ed è vero, è ovvio. Perché la salute è normalità? Perché quando siamo in salute possiamo fare, torniamo al discorso anche dell'essere normativi, quando siamo in salute possiamo fare molte più cose di quelle che facciamo quando non siamo in salute. Se io ho il raffreddore e non sento molti odori, non sento molti sapori, non riesco a fare molte cose, se ho la febbre non riesco a fare, cioè è un impedimento. La salute però non è semplicemente, in via negativa, un'assenza di malattia, ma è anzitutto, eh, come posso dire, una condizione di possibilità che, eh, esemplifica Franca in maniera molto interessante. Nella cultura occidentale, la condizione dell'uomo, dell'uomo sano, consiste essenzialmente nell'essere una presenza attiva e vigile della sua verticalità. L'uomo sano è in piedi. Sì, può essere seduto, può essere sdraiato per momenti, come dire, in determinati momenti o in vista di determinate funzioni, ma l'uomo sano è in piedi. L'essere seduto, l'essere sdraiato è effetto di una scelta, di una decisione, non di una necessità. L'uomo sano è vigile, è attento, è presente a se stesso, è attivo all'interno di un contesto e poi continua. Il corpo eretto coincide con lo spirito che tende a un ideale che lo trascende. C'è questa prospettiva fondamentalmente. Anche qui pensate semplicemente ai luoghi comuni, alle formule che utilizziamo: procedere sempre a testa alta, non chinare il capo, non abbassarsi, non piegarsi, eccetera eccetera eccetera. Perché? Perché prostrarsi, piegarsi, inginocchiarsi è il sintomo di sottomissione, ma la sottomissione è di nuovo il riconoscimento di una forma di incapacità e inferiorità, di debolezza. Questo accenno Franca Ongaro, teniamo conto che negli anni '70 era molto importante il dibattito, come dire, sullo sfondo dei movimenti di emancipazione. Insistere sulla liberazione, sull'emancipazione ha non soltanto un significato tecnico interno, ma è anche un eco dei movimenti di emancipazione dei, dei movimenti postcoloniali, ma per esempio in Italia anche perché il movimento femminista, di cui la Ongaro è stata importantissima esponente, non viene sempre ricordata adeguatamente, insisto, ha avuto un ruolo straordinario.

Il corpo continua in quanto inerzia, orizzontalità, passività e dipendenza e quindi culturalmente vissuto come negatività pura, non come uno degli elementi costitutivi della realtà umana. Cioè, quando noi associamo al corpo quei quei termini, quegli attributi, corpo inerte, passivo, incapace, lo definiamo difettoso. L'inerzia non appartiene a una totalità possibile, ma è vista come un elemento di negatività. Di nuovo, riflettiamo un attimo su questo. Tornerà ancora a livello di linguaggio comune. Quante volte siamo stati rimproverati o abbiamo rimproverato qualcuno di essere passivo? Non su, non sufficientemente pronto, inerte. Ti lasci, lasci che le cose accadano e non fai niente per cambiarle, eccetera eccetera eccetera. Qual è la questione? Che di fronte a tali affermazioni, c'è in realtà dietro, meglio, tali affermazioni, c'è una visione dell'idea di essere umano e dell'idea di società di un certo tipo non neutrale, possiamo dire, ma definita da una tipologia di relazione. Devo sempre essere attivi, non devo mai fermarmi, non devo mai lasciarmi e via così. Insomma, abbiamo gli esempi possono essere tanti e continua ancora l'inerzia. E attenzione, per inerzia possiamo intendere il giacere, l'essere disteso che va dal riposo alla malattia, alla morte. Non è un fattore semplice e dunque il negativo della vita, o meglio ciò che si sottrae alla vita come un meno che esiste in quanto riduce la somma finale. Cioè un fatto puramente negativo. Positivo: ciò che rende la vita somma cui viene sottratto qualcosa sono l'attività, la salute, il lavoro, la partecipazione, l'essere vigile, presente, dove la malattia e la passività ad essa conseguente giocano il ruolo di una sospensione della norma. La malattia viene vista come qualcosa che colpisce la normalità. Di nuovo, ovvio che sia così. È ovvio che la malattia impatta su di noi in questo modo. Quando siamo male non siamo capaci di fare una serie di cose. Quando siamo male finiamo sentirci un colpo perché stiamo male, perché non ci, perché ci rendiamo conto di essere non utili ai nostri cari o incapaci di badare a noi stessi e ci sentiamo in colpa. E a volte questo sentirci in colpa ci rende aggressivi, eccetera eccetera eccetera. Queste sono tutte cose che entrano, come dire, nella ovvietà dei fenomeni.

Ciò che è interessante, ciò su cui sta lavorando Franca Ongaro, portando paradossalmente a termine un percorso iniziato due secoli prima, è riflettere sulla, come dire, sull'ovvietà con cui noi accettiamo questa dicotomia. Questa dicotomia non c'è sempre stata, è figlia di un contesto culturale. La netta separazione della malattia dalla salute è un processo storicamente determinato, venuto a sovrapporsi alla natura per imprimerle un carattere adatto all'organizzazione che se ne voleva fare. Che significa questo? Anche qui, in maniera un po' grossolana, in natura non c'è la malattia. Ovvio che si muore in natura, che ci si ammala in natura, ma esattamente che cosa in natura, cosa sarebbe la malattia? Eh, un ostacolo per la vita. Ma per la vita di cosa e di che? Eh, ma il soggetto in questione com'è composto? Vi spiego, cerco di spiegarmi meglio. Eh, la malattia è qualcosa che prima dicevo mi decompone, mi divide, mi scompone, mi può condurre alla morte. Bene, ma quello che emerge, virgolette, dalla mia morte è un'altra forma di composizione. La malattia può comporre, può decomporre me e può comporre altre forme vitali. La, eh, siamo tutti d'accordo che la morte è un fatto naturale. Dovremmo essere tutti d'accordo nel fatto che la morte è un fatto naturale. Ci avete fatto caso che ultimamente, negli ultimi decenni, si sta insistendo sempre più sul fatto che l'invecchiamento sarebbe una malattia, non un processo naturale. E quindi, se è una malattia in quanto tale è trattabile. Ma a quale fine? Al fine di vivere il più a lungo possibile. Che fatica! Uno già parla della figura. Vabbè, qualcuno vuole vivere. Nicolas Flamel vuole vivere tantissimo tempo e preferibilmente in buona salute, perché vivere 500 anni riducendosi a un vecchio carta pecora, non nessuno vuole. Però combattere l'invecchiamento e combattere la morte, trasformare ciò che veniva percepito prima come un processo naturale: si nasce, si cresce, si invecchia, si muore. Trasformarli in fenomeni patologici di malattia significa voler intervenire sul corpo, sull'organismo, sui processi naturali in maniera da ridefinire e riorganizzarli in vista di qualcos'altro, la trasformazione dell'uomo in un essere diverso, diremmo noi oggi, tutta la tematica anche per cyborg e la bioingegneria va in questa direzione. Entro quali limiti noi possiamo allungare la nostra vita e perché dovremmo farlo e a costo di che cosa?

Ma appunto, cioè, che cos'è che definisce la naturalità e cos'è che definisce invece l'innaturalità? Diceva, scrive Franca prima della divisione attuata dalla scienza e dai modi di organizzarsi della società, notate questo binomio, non è solo la scienza. La scienza all'interno della nostra società, dei modi di organizzazione della nostra società, esistevano la vita e la morte, forme diverse di vita e un'unica morte regolate entrambe dagli dei, dal destino, dalla fratellanza, dalla natura contro cui l'uomo poteva nulla o poco. Forme diverse di vita, nel senso che alcune forme di vita segnate dalla malattia, segnate dai traumi, segnate dal dolore, erano molto più comuni e accettate per tali. La morte era l'unica cosa uguale, possiamo dire, quella priva, ma non dipendeva in alcun modo dall'uomo.

Andiamo nello specifico, facciamo un paio di esempi. Per fortuna, perché poi intendiamoci, c'è sempre un elemento essenziale, tra le varie cose nate più o meno nel '700, beh, c'è l'ortopedia. Il fatto che io debba corrispondere a una certa figura. La scoliosi, i corpi deformi sono molti di meno oggi rispetto a un secolo, un secolo e mezzo, due secoli fa. Perché? Non soltanto perché sono intervenuti una serie di elementi che vanno da terapie che permettono vaccini, eh, forme di alimentazione, forme di ortopedia, il busto che corregge la scoliosi che prima non esistevano. Ma non è interessante il fatto tecnico, è interessante il fatto che a un certo punto si è cominciato a pensare che si può correggere la natura. È interessante il fatto che a un certo punto si è cominciato a pensare che è possibile intervenire per, virgolette, modificare la natura e renderla più giusta, più consona alle nostre esigenze. Nostre esigenze in che senso? Di una società, di un mondo in cui, di nuovo, una vita felice, una vita sana, una vita in cui gli uomini possono, eh, vivere una pluralità di esperienze che vengono negate da altri contesti.

Di nuovo, torniamo al buon Cartesio, che è sempre cosa buona e giusta. Eh, la filosofia cartesiana per quel che riguarda il corpo umano, per quel che riguarda cioè quella cosa che di lì a 200 anni si sarebbe chiamata biologia. Di nuovo, la biologia nasce nel 1800. Eh, quindi, cioè, è un po' come la psichiatria, la scienza, guarda caso, nascono negli stessi anni e aggiungo nello stesso luogo, Parigi. Bizzarro, casuale, forse non è questo il punto, ma quello è il contesto. La Mettrie conosce Pinel, conosce Cabanis, conosce tutti questi autori. Conoscenze che sono espressione di un afflato culturale, scientifico e filosofico comune in cui vengono tematizzati e teorizzati strumenti che permettono di intervenire su che cosa? Sulla possibilità di denaturalizzare determinati eventi, determinati fenomeni. Semplifico: la povertà non è un dato di natura, non devono necessariamente esistere i poveri. È possibile pensare, progettare, teorizzare e mettere in campo scelte di carattere economico, filosofico, politico, educativo, tali da un giorno giungere a un mondo senza poveri. Nasce l'economia politica, nasce la pedagogia, nasce la sociologia. Questo è l'obiettivo: cioè togliere all'ambito naturale una serie di dati che venivano considerati come tali: la povertà, la sofferenza, la malattia, la deformità. Non è necessariamente così. È possibile intervenire. Non è un atto semplice, è una rivoluzione concettuale di lungo termine che incontra e ha, ovviamente, una serie di elementi di tensione straordinaria.

Ma torniamo a Bon Cartesio, ora. Qual è uno degli elementi di novità per quel che riguarda la filosofia della medicina, la biologia di Cartesio? La definizione del corpo in termini macchinali, meccanici. Ovvero, contrariamente a quello che diceva la, virgolette, medicina tradizionale, ora siamo la cultura tradizionale, la cultura precedente, la convinzione, anche il linguaggio comune, scusate. Faccio un esempio che ho avuto l'occasione di fare in altri luoghi, sempre abbastanza macabro. Ma perché noi usiamo l'espressione "spirare" quando vogliamo dire morire? Perché fin dalla cultura greca antica e anche in quella ebraica, l'anima, ovvero il principio vitale, ciò che vivifica un corpo, viene identificata con il respiro. Sì, che l'anima greca è il respiro, è la farfalla, ma è anche il respiro. Spirare significa che l'anima abbandona il corpo. In quanti film fantasy voi vedete il cattivo che ruba l'anima alla sua vittima strappandogliela dalla bocca in una forma di respiro che viene mangiata dal cattivo, compreso un orrido film "Mortal Kombat" che ho avuto la pessima idea di vedere qualche anno fa. Uno dei film più, qualche giorno fa, uno dei film più brutti della mia vita. Mamma mia. Comunque, vabbè, lasciamo perdere, ognuno fa degli sbagli. Non guardatelo, è troppo stupido. Eh, quella è la vicenda. La morte per bacio è di nuovo un'espressione che, per esempio, usatissima nel Rinascimento per identificare, guarda caso, anche il rapimento mistico. L'anima che viene rapita dalla divinità. È una morte per bacio, sempre dalla bocca. Eh, dice Cartesio: "No, no, l'anima muore perché l'anima abbandona il corpo". L'anima, lasciamo perdere.

Che rescogidance, che quindi non è materiale, eccetera. L'anima si stacca dal corpo perché il corpo si rompe. È un rovesciamento radicale. La morte avviene non perché a un certo punto il principio vitale abbandona il corpo, perché in Cartesio non c'è un principio vitale. Il corpo materiale ha una sua autonomia, proprio come un marchingegno funziona, ma a un certo punto si rompe o, se preferite, c'è un insieme di microfratture tali che l'organismo complesso non regge più e muore.

Ma cos'è che diventa interessante a questo punto? Che se il corpo davvero muore quando si rompe, e se riesco a individuare cos'è che si rompe, in teoria posso sostituire quello che si rompe. È come l'orologio o come il carburatore. Sì, il carburatore. Ci sono ancora i carburatori delle vecchie auto, delle automobili. Cioè, posso cambiare il pezzo difettoso e così continuare a vivere. Con questo non sto dicendo che Descartes è un teorico del del del dei trapianti, per quanto l'abbia prefigurato, ma come possibilità pone pone questa possibilità. Non c'è impossibilità. Di fatto, il mio cuore, il vostro cuore, sì, poi verranno scoperti tutti quegli altri fattori che ovviamente Descartes non poteva conoscere riguardanti compatibilità e incompatibilità, ma intanto, in linea teorica, si può pensare di sostituire un pezzo a un altro, cambiare radicalmente la prospettiva. Il corpo, cioè, non è più quell'unico che è mio, proprio, e che non può essere in alcun modo toccato, perché nel momento in cui viene toccato, cambio io, ma è qualcosa che può essere modificato senza intaccare la mia individualità.

C'è un grande filosofo francese, Jean-Luc Nancy, che qualche anno fa, è morto qualche anno fa, comunque, aveva scritto un libricino molto bello, veramente molto bello e molto toccante, intitolato "L'intruso", che viene da un dalla sua esperienza di uomo trapiantato. Lui soffriva di problemi cardiaci gravissimi. È stato sottoposto a un trapianto cardiaco da parte di un qualcuno di cui, ovviamente, non conosce l'identità, perché sappiamo tutta una serie di questioni. E lui si interroga in qualche modo sul suo essere sé e contemporaneamente non sé, perché al suo interno ha un intruso che non è semplicemente il cuore di un altro, ma è il corpo modificato. Molto probabilmente ci sono i punti, c'è il filo d'acciaio, c'è l'intervento, c'è la cicatrice, cioè c'è un corpo modificato che è il suo corpo e continuamente qualcos'altro. Sull'esperienza non psicologica, semplicemente, ma concettuale di vivere in un corpo che è sé e altro.

Di nuovo, cos'è che rende mio il mio corpo? Cos'è che rende mia l'attenzione? Cos'è che rende anche mia la decisione sul mio corpo? Entro quali confini, quali limiti, quali sono i dilemmi che sono costretto ad affrontare? Scusate, potete decidere autonomamente di amputarvi un braccio? Perché no? Perché e quale il motivo? Se provate a fare, giustamente, interveniamo tutti dicendo, ma che chiamiamo eh carabinieri, polizia, tasse e così via. Perché no? Vuole amputarsi un braccio? Per quale motivo non possiamo decidere di fare una cosa del genere? Però tranquillamente, più o meno, eh, solo per dire, più o meno tranquillamente molti di noi vanno a farsi deformare il corpo mediante piercing e non cose più rilevanti, o cambiando il nostro corpo perché accettiamo come normali determinati comportamenti e come non normali altri comportamenti.

E perché invece, per esempio, c'è tutta la questione sulla modifica del corpo, sulle modifiche dei corpi dei nostri corpi che negli ultimi decenni sta diventando rilevante, che va dalla, virgolette, semplice, virgolette, chirurgia estetica a quei processi di ingegnerizzazione dei corpi che possono essere contemporaneamente salvifici e inquietanti. Chi di noi sarebbe disposto a farsi mettere un transistor? Uso questa espressione perché sono vecchio, ma voi avete nel cervello che ci collegasse a un computer? Non molti di noi. Ma se questo mi permettesse di recuperare, che so, la sensibilità di una mano, se mi permettesse di recuperare mobilità, perché non dovrei farlo? Ma a quel punto, il mio corpo, entro quali limiti, quali definizioni, è mio e non appartiene alla macchina esterna? Il contratto di protesi, cioè ciò che sto dicendo un attimo, prego. Una protesi, una cosa seria. Eh, ma è il punto, il punto è anche quello. Cioè, il problema della protesi, che è un problema complesso nella filosofia contemporanea, è che è uno strumento che non semplicemente ha un'azione trasformativa, ma trasforma colui che lo usa. Cioè, la protesi non è soltanto uno strumento mediante il quale io modifico il mondo esterno, ma modifico anche me stesso.

Quando mangio, in parte è così, in parte no, perché io non io modifico una materia, la ingerisco, la faccio diventare parte di me. Con la protesi, io trasformo me stesso diventando qualcosa di diverso rispetto a quello che sono. Anche semplicemente mangiando, io sopravvivo, cresco, eh, mi configuro, mi mantengo. Con la protesi, io non soltanto sopravvivo, ma divento qualcosa che non sarei senza la protesi. Il la nutrizione rientra nei fattori naturali di conservazione di un organismo. L'organismo, semplifichiamo in questo momento, fondamentalmente si basa sul principio del rapporto interno-esterno, cioè un organismo entra in relazione con l'ambiente secondo termini di conflitto o di nutrizione. Mangio o sono mangiato, perché c'è anche questo questo effetto. Ma mangiando, io trasformo qualcosa che è esterno in qualcosa che è interno e trasformando in questo qualcosa interno, lo rendo me stesso. Ma io resto, virgolette, io, in qualche misura, il mio corpo resta così. La protesi trasforma l'esterno non semplicemente sul principio di assimilazione, ma sulla modifica e trasforma me stesso non semplicemente rendendo meglio, ma rendendo un qualcosa di diverso da quello che sono.

Sì, è vero che noi subiamo trasformazione quando siamo nati, però la nostra trasformazione da quando sono nato è legata a una a un codice, chiamiamolo così, informativo che mi porta a diventare io ho due braccia, due gambe, d'accordo? L'atto di nutrirmi, eccetera, non fa sì che io diventi un octopus con sei braccia e due gambe. Per contro, mediante la protesi posso trasformarmi e diventare un essere che, virgolette, da codice informativo di nato canonico non è. Cioè, intervengo per modificare ciò che normalmente qui togliamo il problema normalità, non sarebbe che nella naturalità, non sarebbe il problema che porrei. È un problema che, per esempio, nel Settecento, va già posto, non so. Cioè, noi non dobbiamo pensare all'ingegneria soltanto di Ovviamente, oggi l'ingegneria ha un potere straordinario, molto superiore a quel che aveva precedentemente, ma pensate agli innesti, cioè un qualcosa che in agricoltura si fa da millenni. Non è l'innesto, non è una protesi naturale. Siamo noi che interveniamo e mediante una protesi, un'ascia, un coltello, degli strumenti, un pensiero, un progetto, modifichiamo una pianta per fare in modo che dia frutti che non sono quelli che darebbe normalmente.

In ambito fantascientifico, la il mondo terrorizzante, affascinante, immaginato da Herbert George Wells nell'isola del dottor Moreau, quando mediante innesti su corpi organici si creavano creature mostruose, animali che non esistono in natura, non perché a loro non esisteva ancora l'idea di ingegneria genetica né i limiti che derivavano, ma si immaginava o si immaginava che mediante veramente come sul modello Frankenstein interventi, virgolette, chirurgici, ma di nuovo le idee di trasformazione della natura nel senso più potente, cioè non semplicemente di un processo di interscambio, io mi nutro e prima o poi diventerò nutrimento e tanto poi morirò e diventerò nutrimento e rientrerò nel ciclo naturale delle cose. Eh, l'idea di trasformazione dei corpi e della natura è un'idea più propriamente moderna. Di nuovo, non è un caso se alcune figure anche della letteratura nascano negli ultimi negli ultimi secoli.

Sì, per amore del cielo, nella tradizione ebraica c'era il golem, ovvero quell'essere che sarebbe stato forgiato dalla creta mediante parole magiche. Ma non è la stessa cosa del mostro di Frankenstein. La creatura cui il dottor Frankenstein dà vita, ma non gli dà un nome. Notate, questa è la solita questione, cosa che tutti sanno. Frankenstein non è il mostro, ma è il dottore. La creatura non ha un nome. Non gli viene mai dato il nome, cioè non viene mai riconosciuta da parte del suo creatore una individualità, motivo per cui la creatura impazzisce, diventa folle e così via. È metafora di che cosa? Non solo e non tanto di un pensiero filosofico che si fa portavoce di una trasformazione degli eventi naturali, ma metaforicamente di una forma di pensiero che trasforma il il corpo sociale, potremmo dire. E vi una figura come quella del mostro è possibile vedere in prospettiva quei movimenti politici sociali che all'inizio dell'Ottocento stavano emergendo come qualcosa che facevano paura perché non corrispondevano a ciò che si era già visto, non corrispondevano a ciò che conoscevamo e su cui facilmente perdiamo il controllo. Apro e chiudo parentesi. Interpretazione forzata. Sì, un pochino forse sì.

Ma chi ha scritto la vicenda, vi ricordate che è l'autrice del romanzo Frankenstein? Come si chiamava? Mary Shelley. Perfetto. Ma voi sapete che il cognome Shelley è il cognome del marito, sulla cui vicenda, lasciamo perdere, furono accusati di aver ucciso la prima moglie di Shelley per mettersi insieme. Vicenda abbastanza da grande amore romantico e terrorizzante. Quella è un'altra questione. E aggiungo, e Shelley è anche autore di un "Prometeo liberato", in cui, guarda caso, Prometeo è anche il sottotitolo, il romanzo di Mary Shelley, no? Ma proprio Prometeo, di cui metaforicamente Prometeo, una figura un'antica meteorologia greca, viene in qualche modo avvicinata alle nuovi movimenti emancipatori, movimenti, forza anche socialisti, delle rivoluzionarie dell'Ottocento. Questo Shelley, Mary Shelley nasce come Mary Godwin, che era figlia di un filosofo inglese, uno dei primi teologi dell'anarchismo, William Godwin, e di una straordinaria figura femminile che visse a Parigi durante la rivoluzione, guarda caso, sempre questi anni e così via, che si chiamava Mary Wollstonecraft, la quale negli anni della rivoluzione a Parigi partecipò alla Rivoluzione francese ed ebbe anche la cattiva idea di litigare con Robespierre, che non era proprio un, come posso dire, un'idea molto felice. Rischio fondamentalmente di finire sulla ghigliottina, ma per sua fortuna si salvò. Tentò anche il suicidio in un paio di occasioni per questioni che lasciamo perdere, ma era una delle prime teoriche e sostenitrici dei diritti femminili, dei diritti delle donne, appunto, che scrisse una rivendicazione sui diritti delle donne. E alcuni autori inglesi risposero affermando che pretendere una rivendicazione dei diritti delle donne sarebbe come pretendere una rivendicazione dei diritti dei cavalli. Non c'è differenza tra un cavallo e una donna, sono entrambi specie inferiori, esseri inferiori. Cioè, questo è l'ambiente in cui Mary Wollstonecraft lavorava. Tornata in Inghilterra, si sposa come gli Godwin, ma siccome essenzialmente sono una coppia, come posso dire, anticonformista, dicono "Sì, vabbè, ci sposiamo, ma ciascuno vive a casa sua, chiariamo. Io sto bene qua, tu stai bene là, quando abbiamo voglia ci incontriamo, ci vediamo, ma ciascuno per il conto proprio", perché era una rivendicazione da parte di Mary Wollstonecraft dell'autonomia sua individuale.

Ancora per colpa di Napoleone, c'è stato un breve momento negli anni della Rivoluzione francese fino al 1804, in cui venne messo mano al diritto di famiglia e venne riconosciuta a pari diritti alle donne che potevano addirittura, addirittura divorziare e potevano addirittura ereditare. Arriva Napoleone e tutto viene immediatamente rimesso a posto. Tra i sostenitori di quel breve momento, di quei diritti delle donne, c'era anche Cabanis, torniamo a lui, e c'era anche Pinel. Wollstonecraft muore dando eh di parto quando nasce Mary Shelley. Domanda. Una ragazza che nasce da una tale figura, conosceva le vicende della madre, conosceva il pensiero della madre, che nasce confrontandosi con una figura importante come il padre e con Jeremy Bentham e con i più importanti pensatori radicali inglesi, e che si confronta con Byron e Shelley, ma veramente quando ipotizza la figura del nuovo Prometeo, la figura la immagina come una figura mostruosa così e non come metafora di qualcosa in molto più potente. Io non credo. Rendo conto, oltretutto, delle altre cose che scriverà poi eh Mary Shelley successivamente.

Quello che voglio dire con questo, chiudo oggi, è che l'idea di normalità e l'idea di corpo, l'idea di salute a cui noi siamo abituati è un'idea non soltanto che storicamente nasce in un certo momento, fondamentalmente anche in questi anni, quando la società si organizza sulla base anche della rivoluzione industriale e quindi ha bisogno, banalmente, ha bisogno di corpi sani, l'esercito come li intendiamo noi, la scuola come li intendiamo noi, l'industria come intendiamo noi, ha bisogno di corpi sani perché non è più tollerabile, virgolette, un corpo malato che viva di elemosina perché non è utile all'economia complessiva. E quindi c'è questa questa operazione. Contemporaneamente, però, col nascere di questa prospettiva, l'idea di costruire una società in cui sparisca la povertà, ma perché sparisca la povertà tutti devono fare la loro parte, vorrei dire, gente, c'è la nascita di movimenti politici e sociali che mettono in discussione la scuola e la figura di Frankenstein da questo punto di vista è emblematica. Va bene, terminiamo così e ci vediamo la prossima settimana.