Transcription
Okay, a volte ho la sensazione che per noi sia più facile, e abbiamo in qualche modo la predisposizione, quando ci avviciniamo al Buddismo, di mettere enfasi sui veleni mentali, nel vedere, riconoscere la rabbia piuttosto che la gelosia, piuttosto che l'invidia e così via.
E come conseguenza di questo, cerchiamo di osservare, dire che non va bene, in qualche modo puntare il dito su quello che non va. E nel puntare il dito su quello che non va, ogni tanto anche entriamo in uno stato di sentirci in colpa, perché io non dovrei essere così. Invece io sono così, io non dovrei fare così, invece lo faccio, eccetera eccetera. Quello che però diventa veramente importante per noi, non solo da capire, ma anche dopo da mettere in pratica effettivamente, è che l'energia non va investita nell'andare contro i veleni mentali, ma l'energia va investita nel coltivare le nostre qualità e va messa nell'anticipo, invece, nel coltivare l'antidoto. Okay, non so se è per una ragione culturale. Per quale ragione, però, ogni tanto la sensazione che diamo più enfasi all'altra parte, a vedere quella che è la parte che non va, a rimanere lì a puntare il dito e a dire: "Ah, questo non va, quello non va", eccetera eccetera. Ovviamente è importante vedere quello che non va. C'è questo verso che dice: "La malattia è da riconoscere, le sue cause sono da abbandonare, lo stato di salute è da ottenere, è da raggiungere e per questo il percorso di guarigione è da applicarsi". Quindi il percorso è: riconosco la malattia, abbandono le sue cause, mi direziono verso lo stato di salute e seguo il percorso di guarigione. Okay, perciò riconosco quali sono le cose che non voglio soffrire, vado a vedere quali sono le cause della sofferenza e lì sì, lì devo abbandonarle. Quindi, lì dove noi vediamo che ci sono dei nostri comportamenti, ci sono dei mostri aspetti che non ci fanno bene, noi non dobbiamo opporci ai nostri veleni mentali, noi dobbiamo smettere di nutrirli. È diverso, eh! Una cosa è che io cerco di mettermi in opposizione, quindi vado contro, cerco di generare un'energia contro, opposta alla rabbia, l'invidia, la gelosia o qualunque abitudine sia essa, però senza applicare l'antidoto e questo non funziona. Un'altra cosa invece è che io, per prima cosa, riconosco lì dove ci sono certe cattive abitudini e per prima cosa smetto di nutrirle. Questo è il passo fondamentale che c'è all'inizio, le cause della malattia. Una volta che io riconosco quali sono le cose che mi fanno male, non devo oppormi a quello che mi fa male, però devo smettere di nutrirlo, smettere di coltivarlo. Come facciamo per smettere di nutrire qualcosa? Dobbiamo smettere di investire energia in quello, di dare energia a quello. Come facciamo per dare energia a un'abitudine? Ripetendola! Qualunque abitudine abbiamo, se vogliamo rinforzare l'abitudine, cosa facciamo? La ripetiamo più volte, facciamo qualcosa più forte, diventa quell'abitudine. Okay. Perciò, se io ho un'attitudine mentale, emozionale, verbale, fisica che sia, quella di mangiare qualcosa che non mi fa bene, che sia l'abitudine di utilizzare dei termini mentre parlo che non vanno bene, che sia qualunque abitudine sia, l'abitudine del criticare, del lamentare, qualunque abitudine sia essa, ogni qual volta che sorge, perché un'abitudine è come un'onda che viene, qualcosa che uno non ci pensa più di tanto, semplicemente viene. Però, quando sorge quell'onda, se noi la materializziamo, prendiamo quello e diamo energia a quello, diventa più forte. E ci sono tre modi per nutrire un'abitudine: nutrirla fisicamente, quindi andiamo a prendere delle decisioni, andiamo ad agire presi da quell'abitudine; andiamo verbalmente, andiamo a verbalizzare, parlare tramite quello stato emozionale, quell'abitudine; e il terzo, mentalmente, entriamo in un dialogo con quell'abitudine, con quello stato mentale. Okay, quindi il primo passo è quello di in qualche modo ignorare, generare indifferenza.
Ok, vi è mai capitato di essere per strada e vedere qualcuno che chiede dei soldi o del cibo, qualcuno che si trova per strada in difficoltà? Ci sono praticamente tre possibili attitudini: c'è l'attitudine di dare energia, quindi in due modalità: o si va verso la persona che ha bisogno, si guarda la persona negli occhi, si vede la persona, si cerca di dare una mano, di aiutare, si dà attenzione alla persona fisicamente, verbalmente o mentalmente. Anche solo il fatto di vederla e pensare qualcosa è già un direzionare qualche energia verso la persona. C'è l'attitudine di parlargli, di toccarli. E questo può essere in due modalità: o con attrazione o con avversione. Uno può anche addirittura vedere qualcuno che è in difficoltà e agire con violenza, con aggressività, questo è possibile. E un altro è che uno agisce con affetto, con amore, con generosità, cerca di vedere l'altro e aiutarlo. E poi c'è la terza possibilità. Quindi abbiamo avversione, attrazione e la terza è indifferenza. L'indifferenza, qual è? So che c'è la persona, però non genero né attrazione né avversione, è come se non esistesse. Non so se avete mai sperimentato una cosa del genere. Immagino di sì. Okay, passiamo davanti a una situazione, davanti a qualcuno, qualcosa e noi non vogliamo entrare in contatto con, per qualunque ragione sia essa. Certe volte perché non vogliamo soffrire, quindi entrare in contatto vuol dire entrare in contatto con la nostra propria incapacità di fare qualcosa, impotenza, piuttosto che qualunque altra ragione sia essa. Fatto sta che andiamo a generare indifferenza, non diamo né attrazione né avversione, come se non esistesse, passiamo dritti. Ma quando facciamo questo, sappiamo che l'altro c'è o no? Sì, però cosa succede? Non gli diamo attenzione, non direzioniamo la nostra energia verso quella persona. Okay. Questa è un'esperienza che credo che più o meno tutti l'avremmo già fatta. Non voglio dire che uno la fa ogni volta che vede qualcuno in difficoltà, però ci sarà capitata qualche volta, o no? Ma immagino di sì. Okay. Faccio questo esempio non per entrare adesso a parlare dell'indifferenza, che è una forma di violenza, che anche il termine per descrivere la non violenza, *ahimsa*, è la non indifferenza dinanzi alla sofferenza altrui. Questo già con questo si dice tanto. Comunque, non voglio adesso entrare in questo, non era questo il punto. Il punto è vedere l'indifferenza, riconoscere qual è l'attitudine di questa indifferenza, di questa neutralità. Io vedo che c'è, non genero né attrazione né avversione, passo dritto come se quasi non ci fossi. Okay. Quando noi abbiamo una nostra abitudine interna, un nostro cosiddetto veleno mentale, un'abitudine fisica, verbale o mentale che noi riconosciamo che ci fa del male, uno dei metodi è questo di sviluppare questa sorta di indifferenza. Quindi io vedo che c'è quell'abitudine, non la blocco, non cerco di fermarla, non cerco di nasconderla, non faccio finta che non c'è, io so che c'è, però non vado a nutrirla, non vado a darle energia. Quando noi ci opponiamo a qualcosa, gli diamo energia. Per esempio, credo che sia già capitato a tutti di mettersi a discutere con qualcuno e si possono trovare tre reazioni da parte dell'altro: si può trovare una persona che dice: "Ma no, guarda, non litighiamo, voglio stare bene con te, non facciamo così", quindi ha un'attitudine di attrazione, di gentilezza nei nostri confronti e lì c'è uno scambio di energia. Possiamo avere, trovare qualcuno che abbia un'attitudine di avversione nei nostri confronti. Quindi io agisco con aggressività e tu reagisci con aggressività, anche lì c'è uno scambio. E possiamo trovare indifferenza. Quando si trova indifferenza è come se non arrivasse nulla dall'altra parte. Io lancio e non ritorna. Okay. Se io lancio la palla e non rimbalza, fra queste tre, qual è quella che dà più fastidio in qualche modo? L'indifferenza. Io mi ricordo, mi è venuto in mente adesso così, la ricordo anche per dedicare un po' di, no, meriti energia a lei, una signora in Brasile, si chiamava Aminia. Aminia era una tibetana arrivata in Brasile negli anni '40, '50, qualcosa del genere, una follia la sua storia. Lei era di una famiglia tibetana di Lhasa, una famiglia musulmana tibetana, per questo che il suo nome, Aminia, era il tibetano di Amen, e si chiamava Aminia. E a un certo punto la sua famiglia, che era un po' nobile e così via, ha ricevuto un ospite dalla Cina, non so da dove, che era un po' mezzo delinquente, che è stato da loro per un po' di tempo. E si vede che questo qua era uno che aveva un comportamento scorretto sessualmente, e questo dava fastidio alla famiglia perché lui non era un ospite per una settimana. Quell'epoca lì, parliamo degli anni '30, gli anni '20, quando sarà stato, uno veniva da un posto lontano, stava lì 6 mesi, un anno come ospite, e il suo comportamento stava mettendo la famiglia in difficoltà dinanzi alla società. Quindi, per calmarlo, le hanno dato una figlia in matrimonio, che era lei. E lui si vede che era un uomo estremamente violento, aggressivo, eccetera eccetera, no. Comunque, fatto sta che lui era un mezzo criminale e alla fine dei conti doveva scappare da un posto all'altro perché faceva delle truffe e alla fine doveva scappare, scappò dal Tibet, è andato a Hong Kong, da Hong Kong è andato in India, dall'India è finito in Brasile. Però tutto questo per dire che è una storia un po' abbastanza tragica, in parte sua. Comunque sì, alla fine di tutto lei lo uccide, una volta che lui stava per picchiare la propria figlia con una, lui era ubriaco e stava per praticamente quasi uccidere la propria figlia, e alla fine lei uccide lui. Tutta una storia abbastanza tragica nel suo insieme, però tutto questo mi ricorda il fatto che lei raccontava, e poi lei va dalla polizia per raccontare quello che lei ha fatto. La polizia, conoscendo quello che era accaduto, ha fatto finta come se non fosse niente, che lei non avesse fatto nulla, e lei non ha mai dovuto andare in prigione o cose del genere. Al di là di tutto questo, scusate, però mi è venuto in mente Aminia, questa signora tibetana in Brasile, una storia proprio strana. Però lei raccontava che quando lei era ancora abbastanza giovane, si era appena sposata poco tempo prima, questo uomo la portava in giro tra Hong Kong e l'India e di qua di là, e spesso lei veniva picchiata. Lei raccontava che lei, il modo che aveva lei per fare del male a lui era essere indifferente dinanzi alla sua violenza. Quindi lei racconta che una volta lui le ha girato il suo braccio, che faceva tanto male, e lei non diceva né "per favore smetti", né piangeva, non manifestava dolore e sofferenza. Questo faceva lui arrabbiare ancora di più, finché gli ha rotto il braccio e lei comunque è rimasta zitta, no. E lei diceva che il suo modo per colpirlo era un'indifferenza nei suoi confronti. Questo mi sono ricordato di questo fattore, no, che quando uno lancia e non ritorna è quasi più fastidioso. Okay. Adesso, l'indifferenza è un'attitudine che può essere applicata su diverse cose. Quello su cui stiamo parlando qui non è l'indifferenza, non è il bloccare e fare finta che non c'è, è il non dare energia indietro. C'è un'abitudine, vedo che quell'abitudine c'è, non do energia a quello. E una cosa importante è che le nostre varie, come si dice, comportamenti eccetera, non è che sono in natura necessariamente buoni o cattivi. Come l'indifferenza, dipende verso che cosa siamo indifferenti. E quando noi vediamo che c'è una cattiva abitudine, e per cattive abitudini intendo dire anche la rabbia, la gelosia, la paura, l'invidia, l'ansia eccetera, con indifferenza non vado a bloccare e non vado a nutrire fisicamente, verbalmente, mentalmente.
Okay, abbiamo parlato di questo tante volte e con questo facciamo la seconda parte: "La malattia è da riconoscere, le sue cause sono da abbandonare". La malattia sarebbe il nostro stato di sofferenza, di malessere; le cause, le nostre diverse abitudini fisiche, verbali, mentali che generano sofferenza. Per abbandonarle comincio non nutrendo più quelle abitudini e uno dei punti fondamentali per non nutrirle più è smettere di giustificarle. Noi non dobbiamo né incolparci: "Ah, faccio questo, sì, lo so che non dovrei, però hai visto cosa è successo? Però io sono fatto così, eh! Però sai che, però io sono in quel modo". Noi non dobbiamo giustificare perché noi non siamo sotto, come si dice, processo, non siamo sotto processo che dobbiamo lì e stare a spiegare a noi stessi o a qualcuno: "Sì, ho fatto questo, però sai che era per quello". Non, non dobbiamo, perché non c'è da entrare nel giudizio della nostra persona con noi stessi, cioè da entrare nel giudizio delle nostre azioni, delle nostre abitudini. Questa non mi fa bene, la devo lasciare. Poi, "lo stato di salute è da ottenere", e questo è uno dei punti più importanti in assoluto, che è il direzionarsi verso lo stato di salute, il direzionarsi verso ciò che è sano, ciò che è virtuoso, ciò che è positivo, e avere una visione idealizzata, un sogno, avere un, come si dice, mi è sfuggita la parola adesso, un sogno, un desiderio di qualcosa che possa sembrare impossibile, però comunque uno ci crede, no? Mi è sfuggito il nome, comunque la parola, un'utopia. Grazie, davvero, un'utopia. Per esempio, un corpo in perfetta salute. Scusate se lo dico, è un po' un'utopia. La definizione di questo corpo nella filosofia buddista viene definito *seng pumbo saker leng pumbo*. Vuol dire, *pumbo* vuol dire accumulo, dove si accumulano le cose, come picchi di una montagna, un accumulo, accumulo di accumulo dei risultati delle impurità, è dove si accumulano i risultati delle azioni e delle emozioni non virtuose. Ossia, se noi manifestiamo rabbia, gelosia, invidia eccetera, questo si manifesta nel corpo, no? Sì, le nostre azioni che andiamo a compiere durante la nostra vita, le nostre abitudini, ma anche da un punto di vista molto materiale, senza entrare negli aspetti più sottili del Karma, quello che mangio, i luoghi che vado, il modo in cui dormo, tutte le scelte che faccio si accumulano nel corpo, no? E dove si manifesta il risultato delle nostre azioni? Nel corpo. È dove si manifestano i risultati e si accumulano i risultati delle nostre scelte, delle nostre emozioni, di quello che facciamo. È normale che ci ammaliamo, oltre, è nel corpo che si manifestano i risultati del nostro Karma, che vuol dire azioni. Poi, alla fine, questo per dire, desiderare uno stato di salute perfetta è quasi come se fosse un'utopia. Secondo la medicina tibetana, l'unico modo per raggiungere uno stato di salute così, per dire, assoluta, è essere in uno stato interiore di totale equilibrio e armonia, essere in uno stato interiore dove uno non ha più rabbia, più invidia, più gelosia, più arroganza, in uno stato perfetto di soddisfazione, di equilibrio, di pace. Questo è l'unico modo per essere in armonia, perché anche se noi mangiamo bene, interagiamo bene, viviamo in un luogo sano, senza inquinamento eccetera, ma interiormente non siamo equilibrati, questo naturalmente porta il corpo a non essere in equilibrio e di conseguenza si manifestano malattie. Okay, però anche se in questa vita volere una salute perfetta può essere un'utopia, questo non mi toglie il fatto di voler questa utopia e quindi direzionarmi verso di quello. E da questo viene quella bellissima frase che dice: "Qual è la funzione dell'utopia? È la stessa funzione dell'orizzonte". Si dice: "L'utopia è come l'orizzonte, più cammini verso l'orizzonte, più l'orizzonte si allontana". Qual è la funzione? Farci camminare. Se io non credo in un'utopia, se io non ho un obiettivo che trascende il luogo in cui sono, io rimango dove sono. Invece, quando desidero qualcosa che va al di là, io cammino verso, probabilmente non arriverò in uno stato di salute perfetto, però probabilmente riesco a, comunque, invecchiare in uno stato più o meno equilibrato di salute, che non è mica male, no? Io mi ricordo mio nonno, che adesso c'ha 98, 97, 98 anni e sta bene. Ricordo una quindicina di anni fa, già che lui aveva il cellulare e aveva dei giochini nel cellulare, no, 10 anni fa, quel che era, e lui era lì con questi giochi e lui mi disse: "Io non è che mi diverto più di tanto, però quando uno invecchia", e all'epoca aveva più di 80 anni, lui dice, lui mi disse, la parte con tutti i termini tecnici me lo spiegò, che la parte del cervello che ha la memoria a breve termine si va a deteriorare man mano che uno invecchia, e il modo per non permettere che questo accada più di tanto è continuamente imparare cose nuove. Uno non deve smettere di imparare cose nuove, per quello che io sto sempre a fare questi giochi, imparare delle nuove cose per tenere il mio cervello sano. Questo è un'attitudine che ha funzionato, però il fatto che cos'è, voglio andare verso una direzione, ho un obiettivo, quindi cammino verso quello. Ed è qua che viene l'aspetto dell'utopia, del desiderare qualcosa. Io voglio essere sano, quindi applico la terapia, applico il percorso per rimanere sano. È uno dei, delle cose, secondo me, fondamentali per noi è avere con noi stessi un'immagine idealizzata di come io sarei in uno stato sano, fisico, mentale, emozionale. Qual è lo stato di salute mentale e fisica che io voglio ottenere? Questo è una cosa molto importante per noi, perché se io non ho un obiettivo, io rimango, alla fine, finiamo a trovare una zona di conforto lì dove siamo. E certe volte noi ci accomodiamo, si può dire in italiano, noi riusciamo ad accomodarci anche nella malattia, anche in uno stato di malessere, anche in uno stato di conflitto, riusciamo ad accomodarci anche in quello. E quando noi ci accomodiamo nello stato di malattia fisica, mentale, delle relazioni, in uno stato di conflitto, di malessere, quando noi ci accomodiamo in questo, la soluzione sembra più sofferente che il problema stesso. Quando noi ci accomodiamo in questo stato di malattia: "Ah, almeno è un male di cui mi sono già abituato". Cambiare le mie abitudini, cambiare il modo di mangiare, fare gli esercizi, prendere le medicine, cambiare le mie emozioni, troppo faticoso! Ma chi ce lo fa fare? Il percorso di guarigione diventa visto come se fosse più sofferente che il problema stesso. Questo è perché manca un sogno, manca un'utopia, manca una direzione. E noi non dobbiamo permettere che questo accada. Per questo, sia dal punto di vista delle relazioni con le altre persone, per esempio, succede che noi con un'altra persona, che sia qualcuno nella nostra famiglia, il marito, la moglie, il compagno, la compagna, il padre, la madre, il figlio, l'amico, l'amica, qualunque persona sia essa, a un certo punto si crea una situazione di conflitto, può accadere, no? Noi, dinanzi a questa situazione di conflitto, possiamo accomodarci: "Dice, ma tanto è così, e rimango in quel conflitto". E dopo un po', o posso dire: "Io vorrei essere in armonia. Questo è il mio obiettivo. Voglio stare bene con te. Voglio avere una relazione di armonia, e quindi io mi direziono verso". E questo vuol dire che io devo mettere energia, io devo imparare a vedere le tue necessità, devo imparare a smettere di nutrire il conflitto, devo smettere di avere un'immagine idealizzata di come tu dovresti essere o fare. Devo imparare ad accettarti, devo mettere la mia energia verso l'armonia, che richiede un sacco di energia, senza dubbi, però ci porta verso l'armonia. Se c'è un conflitto e io vado in qualche modo a stabilirmi, vado a trovare una sorta di conforto all'interno di quello, no, no, vado, credo, una sola zona di conforto: "Tanto è così, e lì rimango e mi vado a vittimizzare". Perdere l'obiettivo, mai perdere il nostro sogno, il nostro desiderio, sia verso noi stessi che verso gli altri. Però, gli altri intendo dire in ogni situazione, nel nostro modo di lavorare, nella nostra salute fisica, nel nostro rapporto con ogni persona, che tipo di rapporto voglio avere, come voglio risolvere le situazioni, come voglio vivere, in che tipo di ambiente voglio vivere, come società. Questa è una delle cose che accade nei tempi in cui noi viviamo, che noi vediamo i problemi, li riconosciamo, ci lamentiamo e poi diciamo: "Ma io sono troppo piccolo per farci qualcosa, quindi piuttosto sto a guardare la televisione". Non so se è mai capitato a voi o avete mai visto qualcuno di vedere qualcosa, una spazzatura buttata per terra e dire: "Ma guarda la gente che schifo che si lascia la spazzatura per terra!", e continuare dritto, e passare dritto. "Non sono io che ho buttato, perché lo devo prendere io?". Perché il punto qua non è il giudizio di chi ha buttato, chi non ha buttato, è il fatto che fa male all'ambiente. Io voglio un ambiente pulito. Quindi cosa dovrei fare? Prenderlo. "È così faticoso!" No, questo mi è venuto in mente adesso perché ieri sono andato a camminare in montagna ed ero abbastanza lontano, così proprio in mezzo alla montagna, a un certo punto tornando verso la macchina c'era un pannolino di bambino buttato per terra, tutto ben piegato. "Atolli! Ma che schifo, dai!" E io ho visto che la prima tendenza non è quella di subito andarlo a prendere, è di giudicare chi l'ha buttato. Dopo siamo andati lì, abbiamo preso, portato, buttato, però non è necessariamente la prima reazione. Però quello che voglio dire è che dobbiamo andare al di là di giudicare uno o l'altro, ma andare verso l'obiettivo che noi vogliamo, verso l'ambiente, verso la società e non rimanere in quell'attitudine di dire: "Ah sì, sarebbe bello se, ma tanto quello che faccio io è così poco che non posso far nulla, quindi piuttosto non faccio niente, perché tanto non si può". È un po' per dire, io ho già visto cose del genere: "Ah, sarebbe bello se nessuno rubasse, se fossero tutti corretti. Ma già che gli altri rubano, anch'io". Non funziona così. Okay, tutti si approfittano, mi approfitto anch'io, eh, no! Perciò mantenere l'obiettivo su ogni cosa è fondamentale. E per riflettere, sapersi fermare ogni tanto per immaginare come sarebbe un corpo sano, una mente sana, uno stile di vita sano, un rapporto sano e sognarlo, permetterci di sognare quello e descriverlo, dipingerlo nella nostra mente e dinanzi a questo lo desideriamo e quindi ci direzioniamo verso. E qui entra quello che è il punto principale di oggi, in cui voglio arrivare come risultato di tutto quello che abbiamo parlato finora, che ed è: una volta che io ho smesso di nutrire ciò che mi fa male, mi direziono verso lo stato di salute, ho quel desiderio. A questo punto devo direzionare le mie forze, direzionare la mia energia, perché noi abbiamo una certa quantità di energia nella nostra vita. Quando ci svegliamo abbiamo più energia, poi ci stanchiamo, dormiamo, andiamo a rinnovare le nostre forze e il giorno dopo riprendiamo le forze. No, però noi andiamo a consumare la nostra energia in tanti modi diversi: consumiamo la nostra energia fisicamente, consumiamo la nostra energia parlando e consumiamo principalmente la nostra energia pensando. Okay, perciò quello che viene da questo è la domanda: "Ma io dove consumo la mia energia? In che modo vado a consumare l'energia che ho?". È come se immaginiamo all'inizio del giorno abbiamo 100, alla fine del giorno abbiamo 10, meglio non andare a dormire con zero. Okay, cosa succede? Dove vado a utilizzare questa energia? In che modo la vado a consumare? E la cosa interessante è che ci sono certi modi di consumare l'energia che vanno a drenare ancora più energia, ci sono certi modi di consumare l'energia che hanno anche un ritorno di energia. Io consumo e ritorna. Okay. Noi abbiamo parlato del discorso della perfezione dei mezzi abili. Okay, la prossima perfezione, la prossima qualità da perfezionare viene chiamata in tibetano *top garcin*. Questa mattina ho anche cercato, sono arrivato anche un po' in ritardo, che stavo cercando in un dizionario di Dharma speciale che ho, la definizione di questa perfezione, però non l'ho trovata. C'era la perfezione di quella del lunedì scorso, di questa di oggi non c'era. Devo andare a cercarla ancora, quindi vi lascio con la mia interpretazione. Okay, ho due, tre libri su cui andare a cercarla, però non ho avuto, non sono riuscito a guardare ancora. Non è che non ho avuto il tempo, non ho messo il tempo per quello, perché il tempo ci sarebbe stato. Ehm, per la perfezione della forza, perfezione dell'energia, del potere. *Top* vuol dire forza, *top* vuol dire potere, okay. E il direzionare anche la nostra energia, e come utilizzo le forze che ho, come utilizzo le mie forze, come utilizzo la mia energia, e questo è uno dei punti molto importanti. La cosa ideale è imparare a utilizzare l'energia in cose che hanno uno scambio: io metto e ritorna, almeno non è necessariamente 100/100. L'ideale, certe volte ci sono certe cose dove investiamo 100 e ritorna 200, addirittura. Non so se vi è mai capitato di fare qualcosa dove uno mette energia e finisce con più forza di come ha cominciato, ci sono delle cose così, okay. Però dobbiamo almeno cercare di partire da questo concetto: mi sveglio al mattino, ho una certa quantità di energia, dove la vado a direzionare? Perché questa energia che io ho è quello che noi poi chiamiamo vita, la nostra propria energia vitale e dove si svolge la nostra vita? In che modo la voglio consumare? Ogni giorno noi stiamo consumando la nostra vita. Si dice che quando si nasce, ognuno di noi nasce già con una certa quantità di forza vitale, di energia vitale già predisposta. No, secondo la medicina cinese è l'energia del rene che viene chiamata l'energia ancestrale, che è quella che quando consumata è consumata, non si può rinnovare durante la vita. Uno nasce con una certa quantità di energia e man mano la consuma durante la vita. Per quello è un certo tipo di energia che uno deve stare molto attento e come la va a consumare. Secondo la visione che viene spiegata anche nei testi buddisti tibetani, si dice che c'è una cosa chiamata *tse*, che poi è il termine che viene utilizzato per vita, *tse*, è il, viene, è come se fosse un'energia vitale che ogni giorno noi la consumiamo. In realtà viene detto che viene consumato con ogni respiro, è come se la nostra energia vitale fosse calcolata in respiri. Io una volta ho conosciuto un signore russo in India, quando eravamo andati alla casa lì, al centro di Trivedi, quelle cose un po' da film, e questo uomo, lui aveva questa sua idea che, visto che l'energia vitale si consuma in respiri, la sua tecnica per vivere di più era respirare di meno. E quindi lui aveva, si era allenato in tecniche di pranayama, un respiro in cui lui faceva dei respiri lunghissimi, anche mentre andava in bicicletta. Quindi lui aveva, si era allenato proprio nell'inspirare lentamente e nell'espirare. Al giorno, se uno di questi 21.000 diventano 5.000, a principio, secondo questa teoria, la vita diventa più lunga. Al di là di questo, fatto sta, chiamiamolo in qualunque modo possiamo studiare e vedere in tanti modi che noi abbiamo una certa quantità di energia vitale, abbiamo una certa quantità di tempo di vita, anche volendo utilizzare questo termine, e che ogni giorno lo stiamo consumando. Anche se noi dovessimo vivere per 200 anni, che sia 100 anni, che sia, parliamo di qualcosa più reale, ogni giorno stiamo consumando la vita, o no? Sì. Quindi ogni giorno quando ci svegliamo abbiamo una certa quantità di energia lì, è una domanda che noi dobbiamo porci: "Dove voglio investire questa energia? Come la voglio utilizzare?". Perché il modo in cui noi utilizziamo la nostra energia non è una conseguenza di ciò che ci accade, è una nostra scelta. Quello dipende da noi, ciò che accade intorno a noi non dipende unicamente da noi, dipende da tanti fattori, fra cui anche noi, però non solo, ma non dipende totalmente da noi, no? Gli stoici, gli stoici greci avevano questo concetto che i fenomeni vengono divisi fra ciò che dipende e non dipende da noi, e ciò che ci accade intorno non dipende da noi. Io direi: "Nì!", nel senso che ciò che ci accade intorno in gran parte non dipende da noi, però nelle nostre azioni, le nostre scelte interagiscono e quindi trasformano e cambiano ciò che ci accade intorno, anche se noi non abbiamo totale controllo su quello. Però noi abbiamo controllo su come noi andiamo a reagire, su come noi andiamo a vivere, dove io vado a mettere energia. E se noi osserviamo nella nostra vita, nella nostra esperienza di vita, cosa stanca di più: camminare tanto, correre, saltare, fare esercizio fisico, parlare tanto, tanto, tanto, o pensare in un modo compulsivo, con delle forti emozioni? Secondo voi, di questi tre, alla fine della, della fine di un periodo lungo, di questi tre, con quale uno è più, si sente più stanco, esausto? Secondo me è il pensare, perché dopo di una lunga mangiata di, non lo so, tipo una *fuade*, no, un cibo pesante, dopo di mangiare tanto uno fa fatica a ragionare, perché l'energia del corpo, il flusso sanguigno va verso la digestione e manca energia per andare al cervello. Okay, il nostro cervello è l'organo che più consuma energia, no? Secondo i tibetani, per esempio, io mi ricordo che quando ci sono i monasteri, i monaci che devono dare degli esami che sono difficilissimi e devono studiare quelle 16 ore al giorno, almeno per un periodo lungo, sono 5 anni di esame, sono esami che durano un mese, ogni esame per 5 anni, ed è una cosa folle la quantità che si studia per quello, in quel periodo lì che uno deve studiare così tanto, di solito in quei casi lì la maggioranza dei monaci mangia il cibo che viene dato dal monastero, che è un cibo abbastanza basico, e quindi viene fatta una piccola raccolta fondi per fare un cibo migliore per loro che stanno studiando, perché devono consumare più energia, non è che lavorano nel campo, stanno lì a pensare tantissimo. Questo per dire, il pensiero consuma energia. Perciò ogni pensiero, ogni emozione sta consumando una parte della nostra vita, e non solo consuma, ma va a nutrire quell'abitudine. Perciò partiamo dal principio, ripeto una volta ancora: ci svegliamo, abbiamo una certa quantità di energia e noi possiamo, e sarebbe buono imparare ad avere la consapevolezza del direzionare questa energia, dell'utilizzarla in un modo consapevole. Questa cosa qua, sì, ci sarebbe, però, no, la mia energia è troppo preziosa, non la vado a utilizzare per questo, la direzione per quell'altro. E man mano lascio questo alla vostra esperienza, vedere quali sono le cose che quando metto la mia energia su quello c'è un ritorno e cose sulle quali non c'è ritorno. Metto 100 e alla fine consuma 150, ci sono cose che metto 100 e mi ritorna 20, 50. Io ho l'esperienza che ci sono diverse cose per me che quando le faccio metto energia e quando finisce è come se ce ne avessi ancora di più. Quello che viene fatto con amore, di solito è così, quello che viene fatto con un vero affetto, con un vero amore, quello che viene fatto con gioia genera questo tipo di energia. Anche perciò una delle nostre qualità, una delle nostre caratteristiche che noi abbiamo è quella di scegliere dove investire la nostra energia in un modo consapevole. Okay, quindi vediamo che c'è qualcosa che non, non, non fa bene, qualcosa che non serve, non mettiamo l'energia lì. È come per dire: "Non voglio investire la mia vita in quello", perché la nostra vita si svolge a ogni momento, a ogni parola stiamo consumando vita, stiamo consumando energia vitale e perciò dobbiamo, il più possibile, direzionare la nostra energia vitale verso ciò che è virtuoso, verso ciò che ci fa bene, verso quell'utopia. E con questo gradualmente vedremo che effettivamente riusciamo a coltivare sempre di più e pacificare sempre di più la parte che invece non ci fa bene. Perciò questa qualità da perfezionare è la nostra gestione energetica, diciamo così. Io vedevo la Magan Rimpoche che aveva un'energia infinita, ma principalmente, dal mio punto di vista, perché Rimpoche aveva questa capacità di direzionare la propria energia in ciò che andava ad aumentarla e quindi manteneva sempre un livello di energia alto, perché comunque e non permetteva di consumare la sua energia con cose che dopo vanno a drenare. Basta pensare quante energie in più avremmo noi se smettessimo di stare a farci menate interne, visto che il pensiero consuma energia e le emozioni consumano energia. Se noi non avessimo più quel costante flusso di pensieri: "Ma se quello fosse così, e se quell'altro fosse così, e l'invidia di qua e la rabbia di là e quello e la paura e l'ansia e questo e quell'altro". Okay, riuscissimo a pacificare questo, quante energie in più avremmo a disposizione? E se invece direzionassimo l'energia verso ciò che va a nutrire e generare più energia ancora, sarebbe meraviglioso. Quindi io quello che vi invito è generare la consapevolezza che l'energia va direzionata, okay? E ogni giorno noi scegliamo consapevolmente: "Dove voglio direzionare la mia energia? Come voglio consumare la mia energia vitale, la mia forza vitale, la mia vita?". Okay, facciamo le nostre [Musica] dedicazioni [Musica] [Musica] [Musica] Dre [Musica] [Musica] all'alba o al tramonto, di notte o durante il giorno, possano i Tre Gioielli concederci le loro benedizioni, possano aiutarci ad ottenere tutte le realizzazioni e cospargere il sentiero della nostra vita con molti segni di buon auspicio. Buona giornata a tutti.