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Ludovico Ariosto nasce a Reggio Emilia l'8 settembre 1474, quando Niccolò Machiavelli ha 5 anni e Leonardo da Vinci 22. Sei mesi più tardi nasce Michelangelo. Sua madre, Daria, è una nobildonna; suo padre, Nicolò, è comandante dell'esercito estense. Da 19 anni Johannes Gutenberg ha inventato la stampa.
Nel 1484 la sua famiglia si trasferisce a Ferrara. Ludovico studia giurisprudenza senza successo e si appassiona alla letteratura. Negli stessi anni conosce Pietro Bembo.
Nel 1500, dopo la morte improvvisa del padre, si ritrova costretto a mantenere la famiglia. Accetta un incarico da capitano della Rocca di Canossa e inizia la sua carriera. Dal 1503 è alle dirette dipendenze del cardinale Ippolito d'Este, svolge funzioni diplomatiche, scrive le opere teatrali Cassaria ed Suppositi.
Intorno al 1505 inizia la prima stesura del poema Orlando Furioso, che viene stampato 11 anni più tardi. Lo stesso anno muore Ercole I d'Este.
Nel 1517 il cardinale Ippolito è nominato vescovo a Buda, in Ungheria. Ariosto rifiuta di seguirlo. Il suo nuovo protettore è il duca Alfonso, che lo nomina commissario in Garfagnana nel 1522.
Dal 1529 rientra stabilmente a Ferrara con la moglie Adriana. Allestisce commedie, La Lena e Il Negromante. Rientrando da una missione diplomatica a Mantova, si ammala e muore dopo alcuni mesi, il 6 luglio del 1533. Lascia incompiuta una commedia, alcune liriche latine e l'ultima versione del grande poema che lo renderà immortale.
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La letteratura si basa sullo scontro, su una battaglia fino all'ultimo sangue. Non è quella fra due popoli, le guerre contro i Saraceni della poesia cavalleresca. Non è nemmeno la lotta fra classi delle commedie e dei romanzi moderni. No, il vero scontro è un altro ed è più universale: è lo scontro tra la vita e il sogno, tra l'idea e la realtà, tra la città ideale e le città della storia. Ed è proprio all'interno di questa frattura che si gioca l'intera opera e la vita di Ludovico Ariosto.
Ludovico Ariosto è prima di tutto un grandissimo poeta, apparentemente semplice ma in realtà molto raffinato. Vive in un mondo di sogni, rappresenta un mondo di sogni, vola sulla luna, vola con l'ippogrifo, va nel regno della maga Alcina. Ma proprio attraverso la fantasia, attraverso il paradosso, in realtà ci dà una visione molto precisa e anche molto amara, a volte, di quella che è la realtà del mondo politico e soprattutto del teatro delle umane passioni.
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La vita di Ariosto, il nostro maestro del fantastico, è una rassegna di eventi comuni, gli eventi da nulla che ritroviamo nelle biografie di tutti gli autori più lunatici, degli impiegati regolari che a sera poi scrivono di metamorfosi ed insetti, e dei più ligi funzionari di corte, come fu anche Messer Ludovico. Ma diffidate della calma: lì sotto covano le ceneri. E proprio in reazione a una vita tranquilla si può arrivare a sognare ippogrifi.
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La vita di Ariosto si svolge dentro un momento così ricco culturalmente, ma anche pieno di tensioni politiche, di ogni sorta di tensioni che sono interne già alla corte ferrarese, con tutti gli scontri, lotte di vario tipo, lotte di potere che si erano già date alla fine del Quattrocento nel passaggio da un duca all'altro.
Tra Quattro e Cinquecento la vita culturale a Ferrara è molto ricca, anche perché la corte investe molto su questo, cioè fa, diciamo, della politica culturale un elemento qualificante della propria politica in senso generale. La corte estense è molto interessata intanto, appunto, a rappresentare se stessa. A un certo punto la città viene ricostruita, la dizione erculea, in modo da diventare anche, appunto, urbanisticamente l'immagine del nuovo ordine della corte. E l'idea, appunto, è quella di recuperare a tutti i livelli la tradizione antica, la tradizione classica, per rinnovarla.
Siamo venuti a Ferrara, a Ferrara l'epica, come la chiamò il Carducci, non soltanto perché essa a partire da un certo momento diventa la patria adottiva e la capitale della poesia cavalleresca, ma perché l'attività ferrarese raffigura ai nostri occhi nei suoi aspetti d'arte ed ambiente, e di paesaggio, e di costume, lo sfondo e il clima, direi, di quella grande fioritura letteraria che risplende nei nomi Boiardo, dell'Ariosto e anche, se non riguarda il nostro tema, del Tasso.
Con Ferrara abbiamo una vera e propria dilatazione dello spazio della fantasia. E questa dilatazione noi la vediamo raffigurata nelle forme stesse, nelle dimensioni della città che veniva crescendo in questo scorcio del secolo, e la rappresentazione del mondo che gli artisti al servizio degli Estensi venivano elaborando e realizzando.
La corte di Ferrara, una corte come tutte le corti d'Europa, che si vuole rappresentare come mondo ideale. Peccato però che per esistere ha bisogno di funzionari, ha bisogno di fatica, di lavoro, di piccole miserie quotidiane. In una parola, ha bisogno di realtà.
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Sostienirò, o voglio, alla riuscire
accuse e liti sempre egri d'ascolto,
furti, omicidi, o dipendente mira.
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Dal giogo del cardinal d'Este,
presso cui ed alla creazione,
il sino al rogo di Iulio,
e poi sette anni amico di Leo,
non mi lascio fermar molto in un uomo,
e di poeta cavallar mi fa.
Vedi se per le balze o per le fosse
io potevo imparar greco o caldeo.
Immaginate un poeta, cioè un uomo che sogna soltanto di scrivere, di imparare il greco, il caldeo, cioè l'aramaico, e che invece la vita costringe a fare i conti con la realtà. Per Ariosto significa da giovane avere nove fratelli a cui badare, poi diversi figli da diverse mogli, e poi ancora protettori intransigenti che lo spediscono in missione, lui che sogna semplicemente una stanzetta tutta per sé e qualche rampa a pranzo o a cena.
Ecco Ariosto, il poeta costretto dalla vita a fare il commissario o il cavallo. È quel che racconta Ariosto stesso in quella specie di diario pubblico, capolavoro di ironia malinconica, che è la raccolta delle Satire. Un genere antico, ripreso da Orazio, che per otto anni, cioè tra il 1517 e il 1525, il poeta sfrutta per sfogarsi e raccontarsi alle prese col freddo, gli impegni, le scadenze e un uomo come il cardinale Ippolito, il superiore più rozzo e insensibile che gli potesse capitare.
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Reazioni del cardinale Ippolito d'Este all'ascolto degli immortali versi di Ludovico Ariosto.
Reazione numero uno: "Messer Lodovico, dove avete pigliato tante coglionerie?"
Reazione numero due: "I vostri versi potete mandarli a un seo."
Le Satire sono la cronaca in versi di una lotta serissima: come si fa a stare poeti? Come si può tenere in vita la voglia, la fiamma dell'ispirazione, quando il mondo fa di tutto per scoraggiarci, umiliarci, zittirci? E sono la cronaca grottesca, perché in questo mondo è proprio il poeta con le sue idee, le sue manie, le sue illusioni, in fondo, a sentirsi ridicolo.
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Ariosto affronta quello che diventerà il problema dei grandi della letteratura moderna: dover conciliare scrittura e lavoro. Poi il nuovo signore, il duca Alfonso, gli assegna un nuovo incarico: commissario in Garfagnana, una zona terribile, infestata di briganti. Una zona in cui Ariosto vede arrivare i 50 anni tra veri liti e grattacapi, e dove capisce la sola verità: la vita alle volte complotta contro la poesia.
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Ariosto fa parte di una nobiltà di basso rango e quindi è costretto a prestare servizi alla corte. E questi servizi entrano molto presto in conflitto con la sua passione letteraria. Anche se lui scrive un poema che è destinato ad esaltare le glorie degli stessi Estensi, non ha quella ricezione così che lui spera fino in fondo. Per cui sorgono i conflitti col cardinale Ippolito d'Este, di cui lascia il servizio, e dopo qualche mese entra invece al servizio del duca Alfonso, che però lo costringe a tanti viaggi, anche pericolosi, anche nei conflitti tra Ferrara e il Papato di Roma. E poi a un certo punto gli assegna questo governatorato nella regione proprio impervia, frequentata quasi soltanto da banditi, come dice lui, che allora era la Garfagnana. E quindi per due anni Ariosto è costretto a fare, a svolgere questa funzione, e lo svolge con grande rigore, grande serietà.
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Come reagirà alla vita? Con una vita parallela, con la vita diversa della letteratura. La corte lo usa anche come programmatore di spettacoli, scrive direttamente le commedie, ma poi le mette, le mette in scena. E tra l'altro c'è un episodio molto interessante: è che una lettera del grande attore e autore padovano Ruzzante, che ha preparato uno spettacolo per Ferrara ma non ci può andare, ma manda la sua truppa dicendo che lì avete Ludovico Ariosto che sa il fatto suo e ci penserà lui a mettere su lo spettacolo.
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Cassaria, I Suppositi, Il Negromante, La Lena: questi i titoli delle commedie scritte e dirette da Ludovico Ariosto. Lavori importanti per il poeta, che ne curava minuziosamente l'allestimento, che si infuriava quando qualcuno degli attori trafugava il copione e lo dava alle stampe senza permesso e con mille refusi. Lavori composti per la corte, che ancora una volta lo inserivano in quel ruolo ambiguo di funzionario e letterato che fu il suo cruccio per tutta la vita.
L'esperienza di Ariosto come uomo di teatro e anche come regista teatrale è molto importante anche per il poema. Ci sono moltissimi passi del poema in cui si sente, diciamo, questa esperienza. In fondo il poema è anche un grande teatro del mondo. Nel suo teatro, soprattutto, fu il banco di sperimentazione, di sperimentazione stilistica. Dopo le prime versioni in prosa, fu proprio qui che Ariosto adottò una scrittura in versi, ma piana, colloquiale, quasi narrativa. È anche un banco di sperimentazioni ideale, l'inizio del grande teatro comico del Rinascimento, nel quale gli antichi, Terenzio e Plauto innanzitutto, venivano presi a modello per essere rivisitati.
Nella Cassaria troviamo una contaminazione tra fonti antiche e fonti moderne. È importante la prospettiva, diciamo, per cui questa storia che si rifà al mondo classico però viene vista sullo sfondo che rinvia alla città moderna. E addirittura invece nei Suppositi la commedia antica, diciamo tra virgolette, sarà ambientata proprio a Ferrara. Quindi c'è questo gioco tra il passato e il presente, tra mondo classico e mondo contemporaneo, che è molto importante anche per il poema. Non solo, ma i Suppositi nel 1519 saranno rappresentati con scenografia fatta di Raffaello, il che ci fa pensare a un altro aspetto molto importante anche per il Furioso, e cioè l'influenza delle arti contemporanee, in particolare della pittura.
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Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia no per tanto
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante, re che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
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Commedia dunque di successo, in cui la tradizione viene rinnovata, in cui la realtà di una città come Ferrara, e parlo dei Suppositi, viene trasfigurata, comicizzata. Nello stesso tempo però, nella testa di Ariosto si agitavano e si inseguivano altri mondi, altri cavalieri, altri eroi. Mondi che, in quanto inesistenti, provocavano sin da subito profonda nostalgia.
O gran bontà de' cavalieri antiqui!
Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian negli aspri colpi iniqui
per tutta la persona non dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme vanni senza sospetto aversi,
da quattro sproni il destrier punto arriva
ove una strada in due si dipartiva.
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L'epica, la meraviglia, la magia: elementi che affascinavano il lettore di ieri e che ancora affascinano milioni di lettori. Le saghe moderne oggi le scrivono autori di un genere nuovo, il fantasy, che forse Messer Ludovico Ariosto avrebbe apprezzato. Licia Troisi è la regina del fantasy italiano ed astrofisica, conosce la terra come il mondo minerale.
Ecco, c'è questa idea che la fantasia sia liberatoria. Per Ariosto era la liberazione da una quotidianità dura, difficile, noiosa, anche umiliante. Oggi non come vincere su questo fatto. Lenimento. Una citazione Tolkien, che veniva accusato di fare un genere dedicato all'escapismo, e lui diceva: "C'è una grossa differenza tra chi scappa da una prigione, quindi se la fantasia per evadere da qualcosa di pesa, e invece dalla fuga del disertore che abbandona il campo di battaglia". E lui pensava di appartenere giustamente a chi fa evadere le persone dalla prigione. Quindi la fantasia continua a rimanere questo, però secondo me è anche in qualche modo ancorata alla realtà. Anche in Ariosto, secondo me, era così. Tutto sommato è un modo diverso di vedere il mondo.
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Due erano i cicli cavallereschi che dominavano la poesia europea: il ciclo arturiano, Lancillotto, Merlino e naturalmente l'Arthur, cioè un ciclo nordico per definizione, carico di magia, mistero, incantesimi. E poi un altro, il ciclo carolingio francese, che raccontava degli scontri tra i paladini di Re Carlo Magno e i Mori.
Le storie del ciclo carolingio affascinavano, che erano ricche degli ingredienti grazie ai quali hanno affascinato per secoli. Basta pensare al teatro dei pupi, quindi storie di magia, di tradimenti, di amori, storie fantastiche, appunto, di dame e cavalieri. Ma nello stesso tempo alla corte estense, diciamo, queste storie piacevano molto perché c'era un gioco di rispecchiamento tra la corte e, appunto, questo mondo fantastico. "Gran bontà dei cavalieri antiqui", no, di là di Ariosto. E questo si vede anche nel fatto che la corte spesso rappresenta se stessa come proiettandosi in questo mondo fantastico passato. Se siamo proprio dei travestimenti, c'erano dei grandi tornei, delle grandi feste di corte.
E le avventure carolingi partivano da dati reali, ma in sei o sette secoli avevano continuato a viaggiare di bocca in bocca, di poema in poema, erano giunte giù in Sicilia, dove oggi vivono nel teatro dei pupi, e si erano tinte con la fantasia. Così i Saraceni che nella realtà si erano fermati in Spagna, nella poesia arrivavano ad assediare Parigi. E un certo personaggio di contorno che le cronache antiche nominavano appena, come Roland, si trasformava in protagonista, il perfetto, fortissimo, incorruttibile paladino di Francia, il conte Orlando.
L'Orlando Furioso si ricollega, senza nemmeno mai nominarlo direttamente, all'Orlando Innamorato, alla narrazione di Boiardo, che aveva un suo tratto di fortissima originalità, che Boiardo stesso rivendica. Anzitutto il fatto che rispetto alla tradizione dei poemi carolingi, i paladini di Carlo Magno, in particolare Orlando, sono tutti innamorati. Ecco, non era stato mai presentato Orlando, che è il paladino più virtuoso, più eroico e più virtuoso, di grande fedeltà alla religione, al suo impero, senza nessuna trasgressione di nessun tipo, diventa innamorato.
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Orlando Innamorato, l'opera scritta da Matteo Maria Boiardo, conte di Scandiano, per celebrare e divertire la corte di Ercole I. Si trattava di un poema cavalleresco in ottave che riprendeva da una parte le storie della tradizione: i Mori che sfondavano le difese cristiane, l'assedio nell'esercito di Re Carlo Magno che lottava coi suoi paladini. E dall'altra aggiungeva fatti inediti: Orlando e Rinaldo, suo cugino, si innamoravano di Angelica, la principessa del Catai, ed arrivavano a sfidarsi per ottenere i suoi favori.
Tutto comincia con l'apparizione di Angelica. Orlando si innamora e così tutti i guerrieri con lui. Il vero protagonista è l'amore e la sua incarnazione è Angelica. E così Orlando stesso cresce di statura nel rapporto con gli altri, nell'amicizia con Brandimarte, ad esempio, o nello scontro mortale con Angricana, suo rivale. L'amore in quell'ora della verità del XIX canto del primo libro.
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I primi due libri del poema erano usciti nel 1483, mentre era intento a scrivere il terzo, nel 1494 Boiardo morì. Così nasce l'idea dell'Orlando Furioso, un poema nuovo che completi quello di Boiardo, ma trasformandolo in qualcosa di completamente nuovo, diverso per i personaggi, attingendo alla tradizione carolingia, mentre per le atmosfere, per la magia e per la meraviglia, attingendo alla tradizione arturiana. Tutto questo per costruire un poema mondo capace di contrapporsi nettamente alla realtà.
In definitiva, di che cosa parla l'Orlando Furioso?
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Raccontare la trama del Furioso? Ma non si può, è veramente un'impresa disperata. Tentativo di esaurimento della trama dell'Orlando Furioso. I Mori assediano Parigi, ma Orlando e Rinaldo amano Angelica. Angelica fugge, fugge, fugge, non si sa dove va a finire, incontra i personaggi più diversi. Orlando parte per cercare Angelica, nel frattempo salva Olimpia, mentre Ruggero salva Angelica che è minacciata da un'orca. Astolfo ha uno scudo magico che ha ereditato dal mago Atlante, su cui potremmo tornare indietro a raccontare tutta la vicenda, ma lasciamo perdere.
Angelica sposa il saraceno Medoro. Orlando lo scopre ed impazzisce, quindi va a nuoto fino in Africa. E voi, come, come si fa? Perché Orlando deve assolutamente tornare a combattere. Astolfo trova l'ippogrifo, sconfigge le arpie, si cala all'inferno e va sulla luna con San Giovanni Evangelista. Mentre Astolfo sale sulla luna, sulla luna recupera il senno, ritrova il senno perduto. Orlando, però, vabbè, non è che lo raccontiamo tutto. Fermiamoci un attimo e proviamo a mettere ordine nel caos, sempre che il caos non sia un ordine a sé stante.
Storie, raccontare storie. Ariosto non solo fugge dalla realtà, ma con la sua, il suo libro, il suo Orlando, una continua macchina per creare storia, per perdere. C'è la generosità del racconto. Sì, questa è una cosa straordinaria nella quale io credo fortissimamente. Penso raccontarsi le storie sia un atto veramente seminale, probabilmente una delle prime cose che abbiamo fatto nella nostra vita come esseri umani, insomma, la nostra storia come umanità. Perché è il modo col quale capiamo il mondo, ce lo tramandiamo, ci raccontiamo le cose, cerchiamo anche un po' di evadere dalla nostra prigione, di andare in alto.
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Dunque, Messer Matteo Maria Boiardo aveva scritto un magnifico romanzo cortese, anche nel senso di opera di corte, un poema dove si celebravano gli Estensi, dove si sarebbe dovuto raccontare, tra l'altro, di come il saraceno Ruggero e la cristiana Bradamante, sposandosi, avessero dato vita alla dinastia che governava Ferrara. È un poema ideale che prendeva i fili della poesia cavalleresca e li armonizzava, li cuciva, li cesellava per celebrare la corte. In fondo la cifra del poema cavalleresco era sempre stata questa: la coerenza, personaggi che avevano una missione e la portavano a termine. Perfetto.
E anche Ariosto vuole portare a termine il proposito di Boiardo: celebrare la famiglia d'Este e scrivere finalmente di come Ruggero e Bradamante si fossero sposati. E poi, oltre a loro, vuole chiudere tutte le avventure dei personaggi che Boiardo aveva incominciato a muovere.
Quanto al resto, cambia tutto. L'Orlando Innamorato è un'opera chiusa, perfetta, ordinata, precisa. E l'Orlando di Boiardo è un eroe senza macchia e senza paura, preciso, onesto. Ariosto prende tutto questo materiale, gli fa subire un'accelerazione, lo sconvolge, fa procedere il racconto a zig zag. Ecco, Orlando, il suo paladino, diventa pazzo, furioso, passa da un'azione efferata all'altra. Ed è questo uno dei motivi per il quale noi lettori lo troviamo ancora oggi irresistibile.
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Se Boiardo aveva già rappresentato Orlando innamorato, Ariosto va oltre, lo presenta addirittura pazzo, impazzito, folle per amore. Ora, questo tema della follia era presente, certo, nella tradizione precedente. Ci sono nei poemi, nei romanzi francesi, ci sono molti episodi di cavalieri che improvvisamente impazziscono o fingono di essere pazzi, come per esempio c'è un poema, Folie Tristan, la follia di Tristan, Folie Lancelot, la follia di Lancillotto. Quindi, rispetto a tutto questo orizzonte, però, Ariosto fa la scelta estrema di rendere pazzo il paladino che per definizione nella tradizione è il più savio di tutti.
L'eroe d'ora in poi, per essere eroe, non potrà più essere tutto d'un pezzo. L'eroe, ogni eroe, proprio per essere eroe, dovrà affrontare innanzitutto una lotta contro se stesso, contro i propri demoni, i propri desideri sfrenati, le proprie illusioni e disillusioni, la violenza e la debolezza che lo abitano. Ma tutto ciò non costituisce una sconfitta. Orlando continua ad essere il protagonista e porterà a compimento la sua missione: vincerà i Saraceni e salverà le donzelle indifese. Ma quel lato oscuro che Ariosto ci ha mostrato resterà indimenticabile. Sapremo che lì, dentro di lui, anche quando tace, pulsa il furioso.
L'umana vicenda, l'alterno moto delle sorti umane, trova rappresentazione e trasfigurazione nelle gesta dei cavalieri ereditate dall'Innamorato. Fughe e inseguimenti, scontri e passioni sono la vicenda dell'uomo. La materia cavalleresca ricevuta dal suo predecessore serve a interpretare, a raffigurare la realtà e storia dell'uomo. E Orlando, accanto agli altri e come gli altri, prende forma e carattere intero ed autonomo. Così Angelica, ricondotta al suo limite e alle sue esigenze di donna. E Angelica alla fine sarà sistemata con un bel marito. L'uomo ritrova la sua misura e la sua dismisura calandosi nella sua umanità. Orlando nella follia, che non è un'allegoria, non è un'iperbole, ma l'esperienza dell'uomo, dell'uomo grande, forte, che si scontra con se stesso, che si scontra con la passione e può essere il conflitto.
Ma siamo certi che l'aggettivo "furioso" si riferisca soltanto al personaggio Orlando e non anche al poema in generale? Il paladino che impazzisce inizia a vagare senza meta in Europa, in Africa. Fa quello che fa tutto il libro, poema impazzito, che dal vagare trae il proprio tratto distintivo. La struttura dell'Orlando Furioso è veramente un rompicapo. Ariosto, come dire, mette insieme mille storie diverse, mille suggestioni diverse, e allo stesso tempo si diverte a farlo e vuole che noi lettori ci rendiamo conto di cosa sta facendo.
La follia in Orlando diventa estrema, distruttiva, assoluta, non proprio perché lui è il saggio estremo, ma la follia abita dappertutto. Ciascuno dei personaggi che si muovono nel poema è insidiato da forme marginali, particolari di follia. È una follia con cui si intrattiene la continuazione del vivere. Da un lato lui è il burattinaio, il poeta onnisciente, no, che controlla tutto. D'altro lato dice che il poema rischia di non finire, rischia di naufragare, perché? Perché anche lui in realtà è pazzo per amore.
Italo Calvino diceva che l'Orlando Furioso è un poema che si rifiuta di cominciare e che si rifiuta di finire. Questo per vari motivi: un po' perché l'Orlando Furioso nasce da un altro poema, quello di Boiardo, e anche un po' perché Ariosto vi lavorò fino alla fine dei suoi giorni. Nello stesso tempo l'Orlando Furioso è anche una specie di grande fiume, un fiume che si diverte con i propri affluenti, con i propri torrenti. Nello stesso tempo è anche ancora una sorta di buco nero, uno strano oggetto che vive in un mondo parallelo, in un mondo in cui spazio e tempo si divertono a fare i birichini.
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Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
son là su che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
città ed anni, castelli suoi,
con case delle quali mai le più mani
non vide palla di prima e poi.
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Proprio al centro dell'Orlando Furioso, Astolfo sale in sella a un ippogrifo, vuole andare sulla luna per recuperare il senno che Orlando ha perso dopo aver scoperto che Angelica si è sposata con Medoro.
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Molta fama è lassù, che come tarlo
il tempo a lungo andare quaggiù divora;
là infiniti preghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fa;
le lacrime e i sospiri degli amanti,
le notti, il tempo che si perde a gioco,
e l'ozio lungo d'uomini ignoranti,
vaghi disegni che non ha mai luogo.
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In Ariosto la luna è una specie di grande magnete che attrae tutte le cose perdute sulla terra. L'astrofisica come giudica questa intuizione poetica? Perfetta. Una posizione astrofisica torna perché quello che lega la terra alla luna è esattamente la forza di gravità, che poi in realtà tiene insieme tutto l'universo, regola tutte quante le cose. Però io ho trovato molto divertente, molto pratica, molto bella, perché vanno, attrae tanto le cose materiali quanto le cose spirituali: il tempo perduto, i desideri fasulli che abbiamo inseguito e il senno.
Anche Ariosto ha un'idea fantastica: portare sulla luna tutto ciò che sulla terra è stato perduto, la fama, i sospiri, le promesse mancate, i progetti che non sono stati mai realizzati. La luna diventa così un mondo altro, è come la terra vista attraverso lo specchio.
Nella terza Satira Ariosto racconta un apologo, una favoletta che tra l'altro era stata già narrata da un autore per lui molto importante, l'umanista Leon Battista Alberti. Una favoletta a proposito di un popolo primitivo che vedendo la luna su di un monte crede di poterla afferrare se va su, se raggiunge quel monte. Quel monte rappresenta la fortuna e l'atteggiamento di questo popolo rappresenta il desiderio, il desiderio che domina tutti gli aspetti dell'esistenza. Tutti i personaggi del Furioso sono guidati da una molla essenziale che è quella del desiderio. Il desiderio di Angelica, per esempio, amata da tanti paladini, è uno dei più emblematici. Ma ci sono desideri di tutti i tipi. Ma il desiderio è suscitato spesso anche dall'illusione. Il desiderio mette in rapporto con qualcosa che si desidera ma che non si può afferrare. I maghi, per esempio, costruiscono dei simulacri, delle finzioni che attirano e suscitano il desiderio che però diventa vano.
La critica letteraria ha notato che un fatto incredibile come l'allunaggio, cioè l'uomo che mette piede sulla luna, un fatto del genere non ha creato poesia epica, non sono state le opere di narrazione che hanno celebrato un avvenimento straordinario che l'umanità covava e aspettava da sempre. Come mai? Ma non lo so, in effetti è stata un po' deludente questa luna, perché appunto, dopo che i poeti se l'erano immaginata come luogo dove chissà cosa c'era, chissà cosa succedeva, magari c'erano degli altri come noi, è un deserto anche tutto abbastanza simile. Quindi probabilmente è stato questo. Poi l'immaginazione, secondo me, si nutre soprattutto di mistero. E oramai la luna è una cosa che abbiamo visto, in qualche modo conosciamo, e quindi io penso che gli scrittori preferiscano andare verso un altrove, qualcosa che ancora dobbiamo scoprire, e quindi preferiscono andare in posti più lontani, altri pianeti, al caso la fantascienza.
Un altro luogo straordinario del poema è il palazzo di Atlante, una delle invenzioni più geniali di Ariosto. Atlante è il mago che, preoccupato per la sorte del suo amato Ruggero, il quale è destinato a sposare Bradamante e a diventare il capostipite degli Estensi, ma purtroppo dopo questo, dopo il matrimonio, diciamo, dopo la sua conversione, incontrerà la morte. Per questo Atlante cerca di differire, cioè di allontanare questa sorte, e lo fa costruendo appunto questo luogo, questo bellissimo castello in cui per incantesimo ognuno, cioè le dame e i cavalieri che lui ha catturato, ognuno insegue il suo desiderio. E quindi è anche, come dire, una specie di rappresentazione di come funziona il poema, in cui ognuno insegue l'oggetto del suo desiderio, non riesce mai a raggiungerlo.
Dallo stesso tempo Atlante è il mago che ha un libro, un libro con le formule magiche, un libro di magia, appunto. E in un certo senso è l'Ariosto, diciamo, è il poeta che crea dal nulla anche questi palazzi, questo mondo dell'illusione. Desiderio e illusione, ecco le due parole guida di questo poema straordinario. Ecco il motore potenzialmente perpetuo che spinge i personaggi a muoversi e incontrarsi, scontrarsi, separarsi, a girare però sempre in tondo. Il motore di un libro, un libro magico che rappresenta tutto il mondo, che accumula dati come un'enciclopedia, ma in cui ogni cosa, ogni ricerca, risulta ogni volta vuota, vana. Il desiderio è inappagabile e l'illusione regge il mondo.
Quella follia che sta qua giù né se ne parte mai. La fortuna poteva ancora essere limitata in un quattrocentista, e così la gelosia, pur sentita come presente, era come esorcizzata, deprecata. Qui la gelosia diventa follia. L'uomo ora ha conosciuto a fondo se stesso e Orlando e il suo poema è questa esperienza. Vari gli effetti, insomma, la pazzia è tutt'uno, però che li fa uscire. Gli effetti della pazzia sono tanti, si diffonde a vari livelli, ma domina il mondo. E del resto proprio in quegli anni, proprio mentre l'Ariosto scriveva l'Orlando Furioso, era stato pubblicato proprio in Italia l'Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam.
Non molti anni dopo Miguel de Cervantes avrebbe definitivamente chiuso la stagione dei poemi cavallereschi scrivendo la storia di un cavaliere errante pazzo, un cavaliere nutrito di libri che crede di scorgere giganti dietro le pale dei mulini a vento. La follia a cui Erasmo dedica un elogio negli stessi anni in cui Ariosto scriveva il poema. La follia, il tema dei romanzi moderni. Ma la modernità in letteratura era già cominciata qui, in questo libro che Don Chisciotte aveva tra gli scaffali della sua biblioteca, nel libro che aveva celebrato e messo il punto ai poemi cortesi, e aveva cantato il desiderio, aveva cantato l'illusione, aveva cantato la pazzia, contro il rigore delle leggi della realtà. Un libro che divenne un modello irraggiungibile, come la luna.
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Isabella d'Este è stata sempre una grandissima sponsor dell'Ariosto. Sappiamo che fin da ragazza era molto appassionata, appunto, alla tradizione cavalleresca, ma va detto a suo onore che intuisce da subito la straordinaria grandezza del Furioso, di cui, appunto, l'Ariosto prima le racconta la trama, poi le legge alcune ottave.
E nel 1516 Ariosto pubblica la prima edizione del suo libro. Ora, abbiamo ricordato che era uno perso nei sogni, che amava anche rappresentarsi così, ma in realtà è anche uno che sa perfettamente che il libro si rivolge ormai non più soltanto alla corte, ma a un pubblico più vasto. Quindi lui cura l'edizione del poema, non solo, ma cura la distribuzione, la vendita del libro, che poi, diciamo, curerà una nuova, due altre edizioni fino a quella definitiva del '32. E da subito il libro diventa un classico, tanto che sfugge al controllo dell'autore.
Il Furioso ha avuto un grande successo nel corso del Cinquecento, è stato anche un modello stilistico che però è sfuggito alla pura ufficialità, al classicismo codificato. La ricchezza del linguaggio dell'Orlando Furioso è aperta in più direzioni, tiene un equilibrio classico assoluto, ma su questo equilibrio classico, quella che Croce in un famoso saggio aveva chiamato l'armonia, su questo però è tramata tutta una serie di elementi reali, insomma, con una fluidità di svolgimento che è tipica della sua ottava, con un senso del ritmo assoluto che ha dato spunti anche a tanti autori successivi, a tutta la tradizione del romanzo cavalleresco, anche ad un autore che poi in un certo senso riprende la tradizione ferrarese, ma la porta in una direzione completamente diversa anche dal punto di vista stilistico, come Tasso.
Perché l'Orlando Furioso fu subito un classico? Forse la risposta sta nel titolo, perché furioso come la modernità che stava per nascere. L'Orlando Furioso come il fuoco d'artificio o il colpo d'archibugio che saluta i tempi nuovi.
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Lo tolse, e disse: "A ciò finisca mai
cavalier per te essere ardito,
né quanto il buon vai mai più si vanti
rio per te valere, quei giuri manca."
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L'Orlando Furioso si svolge nel IX secolo, ma appunto per finta, nel suo tempo sospeso. Infatti succede un po' di tutto. Per esempio, Orlando a un certo punto incontra Cimosco, il re di Frisia, un cattivo che impugna un'arma del futuro: il fucile.
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O maledetto, abominio ordigno,
che fabbricato nel Tartaro fondo
fosti per man di ben serva una linea
che eroina per te disegnò il mondo!
All'inferno, onde uscisti, tirassegno,
così dicendo, lo gettò il profondo.
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Ariosto ci mostra Orlando prendere il fucile e gettarlo in acqua. Vuole che se ne vada definitivamente all'inferno quel fucile, che non torni mai più. Orlando non accetta che con quell'arma chiunque può succedere un prode cavaliere, un uomo valoroso. Ma Ariosto sa che Orlando ha torto: le prossime guerre verranno tutte combattute con armi da fuoco.
Quattrocento anni dopo, nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, tra il fuoco incrociato dei moderni archibugi, pare che anche il filosofo Ernst Jünger, soldato nell'esercito tedesco, leggesse una copia dell'Orlando Furioso. In ginocchio tra il fango, un combattente come tanti tra milioni di altri combattenti, un uomo moderno nell'abominio della sua realtà, che usava il Furioso per sognare altre guerre, altri valori, per fuggire. E che capiva la natura di un poema eterno, perché da sempre senza età, nato fuori dal tempo per reagire al tempo.
Il poeta e scrittore argentino Borges scrisse una poesia che riesce a raccontare tutta la poetica e la vita di Ariosto. Questi sono quattro versi:
Come ogni poeta, la fortuna, il destino
diedero una sorte rara:
andava per le strade di Ferrara
e al tempo stesso andava per la luna.
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