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Blu Notte: La mattanza, dai silenzi della Mafia al silenzio della Mafia

AMERICAN CLUB1:58:40

Transcription

Ci sono storie che sembrano romanzi, film, addirittura grandi storie con personaggi eccezionali, avvenimenti incredibili, coincidenze, colpi di scena, intrighi e, soprattutto, misteri. Strani, stranissimi misteri. Sono storie che sarebbero romanzi da leggersi tutti d'un fiato, oppure sarebbero film da vedere e da ricordare passo dopo passo, come quando si esce da un cinema o si chiude un romanzo ben scritto. Solo che con queste storie non si può fare così. Non si possono ricordare con soddisfazione come se fossero avventure della fantasia, e per due motivi: perché sono storie brutte e perché sono storie vere.

Ecco, se fosse un romanzo, la nostra storia si aprirebbe con un uomo che cammina. Cammina piano, tranquillamente. Perché è una bella giornata. È sera, una sera fresca di metà settembre, il 15. E anche il giorno del suo compleanno. Ne compie 56 proprio quel giorno lì. Cammina tranquillo perché quella è la sua città, il suo quartiere, il posto in cui è nato e in cui lavora, dove lo conoscono tutti. Sta tornando a casa e c'è quasi arrivato. Deve solo attraversare la piazza ed è davanti alla porta del suo palazzo. Non c'è ragione che si volti indietro, non quel giorno in particolare, non in quel momento. Non si volta e non si accorge, invece, che dietro di lui ci sono due uomini che lo stanno seguendo.

Fermiamoci qui e torniamo indietro. Un flashback, come si fa nei film e nei romanzi.

Bari, 11 giugno 1969. Aula della prima sessione della Corte d'Assise. È un lunedì e sono le 11:30. Il presidente di quella corte sta per leggere la sentenza a carico di 64 persone. Non sono persone da poco, non sono semplici delinquenti comuni. Sono la Mafia di Corleone. Sono i capi e i soldati della famiglia dei Corleonesi, accusati di una serie impressionante di delitti e di associazione a delinquere. Non di mafia, l'associazione a delinquere di stampo mafioso ancora non esiste perché c'è qualcuno che dice che proprio la mafia non esiste. I delitti di cui sono accusati, però, quelli esistono davvero. Il giudice istruttore Cesare Terranova ha ricostruito decine di omicidi avvenuti a Corleone.

Bari, 11 giugno 1969, ore 11:30. Il presidente del tribunale sta per leggere la sentenza. I 64 imputati, la mafia di Corleone, gli avvocati, il pubblico ministero aspettano in silenzio, trattenendo il fiato. Leggio Luciano, capo della famiglia dei Corleonesi, assolto. Riina Salvatore, detto Totò, il suo braccio destro, assolto. Provenzano Bernardo, detto Binnu, trattori, assolto. Bagarella Leoluca, detto Lucino, assolto. E con loro anche gli altri 60 imputati, con formula piena o per insufficienza di prove, come era sempre successo in tutti quei processi di mafia a Bari, a Lecce, a Viterbo, a Catanzaro, spostati da Palermo per legittima suspicione, e poi tutti assolti. Tutti a casa, come se non fosse mai successo niente.

La ragione è legata al fatto che i tribunali valutavano i singoli reati, spesso non ne trovavano le prove, spesso non ne capivano le logiche, perché le logiche erano legate a quanto accadeva all'interno dell'organizzazione mafiosa, quanto accadeva in relazione a un conflitto di potere interno all'organizzazione stessa. Bisognava riconoscere questo elemento, ma non era facile. Niente prove, niente testimoni, nessuno che abbia visto o sentito niente, nessuno che sappia dire che cos'è questa mafia e neanche se esista davvero. "Per noi avvocati la mafia non esiste. Per noi esistono dei clienti imputati di essere mafiosi. Ma noi partiamo da un presupposto: che tutti i nostri clienti sono innocenti. Per esempio, per lei, lei che è il difensore di Tano Badalamenti, non è mafioso?" "Io ritengo che Gaetano Badalamenti non sia un mafioso. Che cos'è? Un industriale."

Restiamo in quell'aula di tribunale a Bari nel 1969. Ecco, se fosse davvero un film, la nostra storia a questo punto la macchina da presa si sposterebbe. Lascerebbe gli imputati che esultano per l'assoluzione, lascerebbe il pubblico ministero costretto un'altra volta ad ingoiare la rabbia della sconfitta, e si fermerebbe su un altro uomo, poco distante. Un uomo dalla fronte molto alta, vestito in modo poco appariscente, che se non avesse un taccuino in mano, potrebbe benissimo essere soltanto un usciere. È un giornalista, invece. Uno di quei giornalisti che si trovano sempre nei romanzi e spesso anche nella realtà. Uno bravo, che vede e sente tutto, che riesce a capire le cose prima ancora che succedano. Si chiama Mario Francese.

Per lui il giornalismo è una passione da sempre. Per quella ha lasciato un posto fisso alla Regione, comodo e ben pagato, come capo ufficio stampa di un assessorato, e si è fatto assumere al Giornale di Sicilia, uno dei quotidiani di Palermo, di cui è diventato responsabile della cronaca giudiziaria. Mario Francese era un uomo buono, solare, è un cronista di razza. Il suo unico metro era la ricerca della notizia. Se aveva una colpa, era quella di scrivere tutto quello che sapeva. Lui cercava soltanto di usare una sua piccola rete di informatori nelle taverne, nei bar della città, dal palazzo di giustizia ai mercati popolari, per capire com'era fatta questa città e per andare oltre la notizia.

Mario Francese ha un pallino, come una specie di ossessione: i Corleonesi. Sta succedendo qualcosa nella mafia, lui lo ha capito, e i Corleonesi ne sono i protagonisti. Sono diversi, i Corleonesi. Sono più pericolosi degli altri. Totò Riina, Leoluca Bagarella, Bernardo Provenzano. Anche questi, alcuni li possiamo immaginare mentre se ne vanno liberi dall'aula del tribunale. Anche questi sono personaggi da romanzo. Soprattutto Totò Riina. Il braccio destro di Luciano Leggio, di cui presto prenderà il posto come capo della famiglia dei Corleonesi. Sulla sua carta d'identità, sopra la fotografia che lo ritrae da giovane, con i baffetti e i capelli ricci fissati dalla brillantina, c'è scritto Salvatore Riina, ma tutti lo chiamano Totò. Totò 'u Curtu, per la sua corporatura massiccia e per la sua "dottorina". Non è colto, non ha studiato. Come dirà in un processo: "Sono un quinto elementare". Ma per fare carriera in Cosa Nostra non c'è bisogno di una laurea. Lui comincia presto, uccide il suo primo uomo a 19 anni in una rissa, finisce in carcere, si fa 6 anni, poi esce, torna a Corleone e continua con la sua carriera.

Per raccontare il suo modo di vedere le cose, c'è un aneddoto. Totò, trovato assieme ad alcuni dei suoi a progettare un attentato, molti anni più avanti, qualcuno dei suoi gli fa notare, rispettosamente, con molta cautela, perché è difficile muovere una punta: Totò Riina, che per compiere quell'attentato bisogna sparare d'estate sulla spiaggia e ci sono molti bambini, potrebbero morire dei bambini. E allora dice Totò Riina: "Anche a Sarajevo muoiono i bambini". Ecco, questo è il suo modo di concepire gli affari di Cosa Nostra come una guerra, una guerra da vincere a tutti i costi e contro tutti.

Rina Salvatore, Bagarella Leoluca è il suo braccio destro. È anche lui un personaggio da romanzo, uno dei capi più sanguinari di Cosa Nostra. Per raccontare Luchino Bagarella, c'è una fotografia: Bagarella assieme a sette carabinieri che faticano a tenerlo fermo. Siamo negli anni '70. Leo Luca Bagarella agli inizi della sua carriera, ma è già latitante. È stato fermato per un controllo mentre si trovava assieme ad una ragazza. L'hanno portato in caserma, ma non l'hanno riconosciuto. Bagarella ha fretta di andarsene, non vuole farsi riconoscere, non vuole compromettere la ragazza che è con lui e che poi diventerà sua moglie. Ma proprio mentre sta uscendo dalla caserma, nel corridoio incontra un maresciallo dei carabinieri che lo riconosce. Ce ne vogliono sette di carabinieri per immobilizzarlo e riportarlo dentro.

Rina Salvatore e Bagarella Leoluca e Provenzano Bernardo. Lui in aula non c'è, è latitante fin dal 1963. Di lui si ha soltanto una foto segnaletica che lo ritrae come un giovane di 26 anni, alto e robusto, con i capelli lucidi di brillantina, come se fosse appena uscito dal barbiere. Lo chiamano "il Ragioniere", e questo potrebbe far pensare che sia una persona più moderata, meno sanguinaria. Dai suoi compagni, però, lo chiamano anche "Binnu", Bernardo 'u Tratturi, il trattore, perché dove passa lui non cresce più l'erba. Lo dimostrerà poco più avanti, quando un gruppo di mafiosi, travestiti da poliziotti, fa irruzione nel covo di una famiglia rivale in Viale Lazio a Palermo. Devono uccidere tutti, recuperare dei documenti compromettenti e dare fuoco all'appartamento. Vogliono giocare sulla sorpresa, su quel travestimento, come Al Capone a Chicago con la strage di San Valentino. Ma uno dei mafiosi travestiti ha troppa fretta e si mette a sparare subito, bruciando la trappola. In quell'appartamento si scatena l'inferno: 3 minuti in cui tutti sparano contro tutti, e alla fine restano a terra cinque morti e due feriti. Una strage, la strage di Viale Lazio. Nel gruppo dei mafiosi travestiti c'era anche lui, Bernardo Provenzano. Gli altri vorrebbero scappare. Quelli della famiglia avversaria sono morti tutti, anche il loro capo, Michele Cavataio. Tra poco arriva la polizia, ma Provenzano no. Vuole controllare. Tira fuori il capo della famiglia avversaria dalla scrivania sotto la quale è caduto, e Cavataio si volta di scatto puntandogli in faccia una pistola. Spara, ma a vuoto, perché ha finito i colpi. Spara anche Provenzano, ma la sua mitraglietta si inceppa. Allora colpisce Cavataio alla testa con il calcio dell'arma, prende un'altra pistola e lo finisce. Bernardo Provenzano, 'Binnu 'u Tratturi. Ma in quell'aula di tribunale lui non c'è. C'è soltanto la sua foto segnaletica. È un mistero. Bernardo Provenzano, un fantasma che non c'è e di cui non si sa niente. Un personaggio da romanzo.

In un romanzo, all'inizio si approfitta di ogni occasione per presentare i personaggi principali della storia. Ma oltre a Bernardo Provenzano, ce ne sono altri due molto importanti per noi, che non erano in quel tribunale a Bari e non ci potevano essere, perché appartengono a tutt'altro ambiente. Uno si chiama Giuseppe Puglisi, ma tutti lo chiamano Don Pino, e non perché sia un boss. È un prete, un semplice parroco di borgata, che è diventato sacerdote nel 1960 e sta a Sette Cannoli, un quartiere di Palermo, vicino a Brancaccio, quello in cui è nato Don Pino. Un prete, un semplice prete di borgata. Il secondo, invece, è un uomo politico. Si chiama Salvo Lima ed è un uomo politico molto importante, deputato alla Camera nelle liste della Democrazia Cristiana, eletto con 880.000 voti. Da un anno ha lasciato la corrente di Amintore Fanfani per passare a quella di Giulio Andreotti. Imponente il fazzoletto immacolato nel taschino della giacca, le sigarette fumate con un corto bocchino nero stretto tra i denti. Salvo Lima è un uomo che parla poco, che sembra chiuso in un apparente freddo distacco, ma in realtà è l'uomo politico più potente di tutta la Sicilia. È un uomo chiacchierato. L'Onorevole Lima, nella relazione della prima commissione antimafia, viene nominato ben 162 volte e ha due uomini d'onore nella sua corrente alla DC di Palermo. Per 11 volte viene chiesta l'autorizzazione a procedere nei suoi confronti e per quattro volte viene concessa, anche se non si arriva a nessun processo. Dal 1959 al 1963 Salvo Lima è sindaco di Palermo. Ha un assessore ai lavori pubblici che si chiama Vito Ciancimino. Magro, con i baffi stretti sulle labbra e la voce roca per il fumo delle sigarette. Quando arriva a Palermo da Corleone, dove è nato, subito dopo la guerra, Vito Ciancimino possiede soltanto il suo diploma di geometra. Poi, all'improvviso, vince un importante appalto per le ferrovie. Sono suoi i carrelli fer, quelli che trasportano le merci per la stazione di Palermo. Anche Vito Ciancimino è un personaggio molto chiacchierato. La commissione antimafia lo definisce "un personaggio simbolo della penetrazione mafiosa nel comune di Palermo".

Salvo Lima, sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, assessore ai lavori pubblici. Sono anni particolari per la città. Sono gli anni del "sacco di Palermo". Sacco di Palermo fu la più grande speculazione edilizia portata avanti da un sistema politico-mafioso che abbia avuto la Cosa Nostra siciliana. E in pochissimo tempo furono abbattute le numerosissime ville Liberty del Boulevard alla Libertà di Palermo, sostituite con enormi casermoni. L'operazione consisteva appunto in una joint venture tra mafia e politica, e specialmente politica amministrativa. In sostanza, si trattava di cambiare la destinazione di alcuni terreni e di alcuni siti per fare edilizia ad altissima densità. Operazione che fu resa possibile anche da un atteggiamento compiacente di alcuni istituti di credito siciliani, che finanziavano gli imprenditori mafiosi a discapito di imprenditori che invece non avevano amicizie altolocate. Ecco, nell'immaginario palermitano, questa grande operazione fu, come dire, sintetizzata in una sigla che era "VALIGI", l'insieme delle iniziali dei tre protagonisti di questa speculazione, che erano il costruttore Francesco Vassallo, Salvo Lima, che era in quel momento sindaco di Palermo, e l'ex ministro democristiano Giovanni Gioia.

Il sindaco Lima e il suo assessore Ciancimino hanno uno slogan: "Palermo è bella, facciamola ancora più bella". Chissà com'era quella Palermo bella, quella del centro? Perché quella delle periferie, dei quartieri ghetto, come Cortile Cascino, come Rancaccio, come Sette Cannoli, dove lavora Don Pino Puglisi? Quelli hanno il fango per le strade, le fogne sono ancora a cielo aperto e i bambini si ammalano di scabbia e di tubercolosi. Chissà com'era bella la Palermo bella di allora, quella degli anni '50, nei quartieri residenziali del centro, in Viale della Libertà, in mezzo alle ville Liberty. C'erano grandi cespugli di gelsomino che d'estate fiorivano e facevano di quello l'odore caratteristico di Palermo, l'odore di gelsomino. Il centro della vita culturale della città era il Teatro Bellini, che aveva un ristorante in cui si andava a mangiare. Le sponde, bouquet di citronella e gelsomino profumatissimi. Non sono più in una notte. Il Villino Florio, cotte all'nde di Viale Margherita. Aria con dinamite. Villa De Leila, una palazzina Liberty va in fiamme. Anche ilat Bellini. Questa non è quella cittadella. Città non c'è più. Salv s e Vito o assessore ai pubici svano il di palmo, abbattono i palazzi e li sostituiscono con casermoni e grattacieli. Coprono di cemento le periferie, tolgono il vincolo alle aree di bite verde pubblico e coprono di cemento anche quello. In 4 anni vengono concesse 4.205 licenze edilizie, ma sono licenze strane. 311 licenze, circa l'80%, sono intestate alle stesse cinque persone: cinque muri, fabbri, cinque mastri muratori sconosciuti e quasi nulla tenenti dei prestanome. E non ci sono soltanto le licenze, ci sono i subappalti per il cemento, per la manutenzione delle strade e delle fognature, per la nettezza urbana, per la riscossione delle tasse comunali. È qui che arriva la mafia. È qui, in questo enorme affare di potere, di soldi, che arriva a Cosa Nostra. È nell'edilizia che comporta necessariamente un rapporto molto stretto con l'amministrazione pubblica che inizia il legame tra mafia e politica.

Torniamo a quell'uomo, quello che sta camminando tranquillamente per il suo quartiere. Una bella serata di metà settembre e magari sta pensando che compie gli anni, 56, più della metà di una vita. Ma per uno come lui, ci sono ancora un sacco di cose da fare. Se non si è guardato attorno, non si è accorto che ci sono due uomini che lo stanno seguendo. Se non si è guardato attorno, non si è accorto che sono giovani e che camminano decisi, non come se stessero passeggiando, ma come se volessero andare dove sta andando lui. Ma anche se si fosse voltato a guardarsi attorno, quell'uomo difficilmente si sarebbe accorto che uno dei due che lo stanno seguendo, sotto il giubbotto, ha una pistola.

Il giornalista, i mafiosi, gli uomini politici. In questa storia, fino adesso, mancano i personaggi femminili. Questa è una storia di mafia, una storia di guardie e di ladri. E fare la guardia o il ladro in quegli anni era un mestiere da uomini. Però, in questo romanzo, ci sono anche le donne, e anche loro sono personaggi da romanzo. Ce n'è una che si chiama Francesca. È una bella donna, molto dolce, ma anche molto riservata e molto decisa. È una donna di legge, viene da una famiglia di magistrati ed è un magistrato anche lei, prima presso la Procura dei Minori, poi come consigliere presso la Corte d'Appello di Palermo. Ma non è per questo che è costretta a vivere blindata dietro la porta di una villetta che ha, da una parte, una bellissima pianta di magnolia e dall'altra, una garitta col vetro antiproiettile e guardie armate dentro. È perché è la compagna di un altro magistrato, un giudice istruttore presso la Procura di Palermo, che si chiama Giovanni Falcone.

Quando lo conosce, Francesca ha 35 anni e lui ne ha 42. È una donna di legge, Francesca. Sa come vanno certe cose, e poi ama quell'uomo, e per lui è disposta anche a sopportare l'elicottero che sorvola il tetto della villa tutte le volte che Giovanni Falcone torna a casa, con tre uomini armati dentro l'ascensore e altri due che salgono le scale piano per piano con le pistole in mano. È disposta a sopportare il fatto di uscire da sola per comprare le cose che a lui servono, di uscire da sola con la sua macchina per arrivare a casa di amici quando escono la sera a cena, mentre Giovanni Falcone arriva per un'altra strada, con quattro auto blindate, con dentro uomini armati col mitra e col giubbotto antiproiettile.

Anche Ninetta non può fare una vita normale a causa del marito. Ma la sua è una storia diversa. Ninetta si chiama Antonietta Bagarella e viene da una famiglia di mafiosi di Corleone. Ha il padre al confino, un fratello ucciso nella strage di Viale Lazio, e l'altro, l'altro fratello è Leoluca Bagarella. E questo basta. Ninetta fa la maestra all'istituto privato del Sacro Cuore, e nel suo mestiere è preparata, coscienziosa, anche molto devota. Nessuno si è mai lamentato di lei, anzi. Ma a 12 anni si è innamorata di un amico di Leo Luca, un giovane robusto, appena uscito di galera per aver ucciso un uomo, che si chiama Totò Riina. Si sono fidanzati ufficialmente nel 1969, quando lui era ancora a piede libero per essere stato assolto dal tribunale di Bari. Poi Totò è scappato, è diventato latitante, e dopo un po' è scomparsa anche lei, clandestina.

C'è un giornalista che riesce ad intervistarla poco prima che scompaia. È il 1971. Siamo nel Tribunale di Palermo. Ninetta è stata accusata di favoreggiamento. Il pubblico ministero ha chiesto per lei 4 anni di confino da scontarsi in una città del nord. Dopo l'udienza, Ninetta è riuscita a rifugiarsi negli uffici della cancelleria al piano di sopra, per sfuggire ai fotografi e ai giornalisti. È lì, vestita con un abito a fiori, con una borsa tracolla bianca e scarpe col tacco bianche, che viene sorpresa da un altro giornalista, Mario Francese. Lei dice: "Ninetta Bagarella. Mario Francese, mi dirà: 'Perché ho scelto come uomo della mia vita proprio Totore Riina, di cui sono state dette tante cose?' L'ho scelto prima perché lo amo, e l'amore non guarda tante cose." Per lei, Totò Riina è l'uomo migliore del mondo.

È una vera fissazione quella di Mario Francese per i Corleonesi. Ma non è una fissazione gratuita, è una fissazione da giornalista, da giornalista bravo, che sa capire le cose. Un'intuizione. L'intuizione che nella mafia sta per scoppiare un'altra guerra. Parliamo spesso di una seconda guerra di mafia. La vogliamo distinguere così dalla prima guerra di mafia di inizio anni '60. Ma la seconda guerra di mafia è molto diversa dalla prima, perché la prima fu uno scontro tra gruppi e fazioni contrapposte. La seconda, invece, non vide uno scontro di questo genere. Cioè, i morti ammazzati, che sono stati numerosissimi, forse 1000 in un biennio soltanto a Palermo, vide questi morti stare tutti da una parte sola. Quindi, dunque, si tratta di una specie di golpe, di un colpo di stato fatto dalla commissione, e all'interno della commissione, dalla fazione dei Corleonesi. Chi erano gli avversari dei Corleonesi? Gli avversari dei Corleonesi erano quelle cosche, quei gruppi legati a Stefano Bontate, soprattutto, e a Inzerillo, che avevano fatto una quantità enorme di denaro con il commercio di droga con gli Stati Uniti, la cosiddetta Pizza Connection. La seconda guerra di mafia fu un feroce scontro tra denaro, Inzerillo e Bontate, e potere militare, i Corleonesi. Nell'immediato, si risolse in una enorme vittoria dei Corleonesi.

Siamo alla fine degli anni '70. Il predominio su Cosa Nostra è conteso tra due fazioni. Da una parte, quella delle famiglie Bontate, Inzerillo, Badalamenti, il cui capo è Stefano Bontate, detto "il Principe di Villagrazia". Dall'altra, i Corleonesi. Fino agli inizi degli anni '60, i soldi grossi la mafia li faceva con l'edilizia e il sistema degli appalti. Poi arriva la droga. La Sicilia diventa un punto di passaggio della droga che dall'Asia va fino agli Stati Uniti. Non solo in Sicilia, attorno a Palermo nascono laboratori clandestini per raffinare la morfina base, trasformarla in eroina e portarla a vendere sui mercati americani. Tutto questo significa soldi, tantissimi soldi da riciclare, ripulire e investire. Significa contatti più stretti con imprenditori e politici, significa maggiore capacità di condizionamento da parte della mafia sulla politica e sull'economia. Quello dell'abbraccio tra i soldi e la mafia, tra la politica, i soldi e la mafia, è il più grosso buco nero della storia della mafia siciliana, perché raramente le indagini erano riuscite ad entrare nei santuari dei soldi mafiosi, che erano gli istituti di credito siciliani.

L'esplosione del benessere di Cosa Nostra coincide con l'avvento dell'eroina. Cosa Nostra si fa insieme produttrice e grande distributrice dell'eroina. Ovviamente, tutto ciò porta una valanga di soldi che avevano bisogno di essere occultati e nascosti. Tutto ciò avviene con la complicità, come dire, cosciente o meno cosciente, degli istituti di credito e con una sorta di cecità delle degli uffici investigativi che non riuscivano a penetrare nelle banche. Tutti questi soldi cambiano i rapporti di forza all'interno di Cosa Nostra, ed è in questo contesto che avviene il golpe dei Corleonesi. La famiglia di Totò Riina è la più feroce e la più preparata dal punto di vista militare. Attacca gli uomini delle famiglie Bontate, Inzerillo e Badalamenti, stermina praticamente tutti e trasformando Palermo e la Sicilia in un grande campo di battaglia. In due anni ci sono più di 1000 morti. La mattanza, la chiamano. Muore anche Stefano Bontate, il Principe di Villagrazia, fermo ad un semaforo rosso nella sua Alfa nuova di zecca, massacrato a colpi di Kalashnikov da due killer in moto.

Alcune di queste cose Mario Francese le scrive. La frattura all'interno di Cosa Nostra, gli interessi dei Corleonesi in alcune opere pubbliche, come la diga Garcia, vicino a Corleone, i cui territori vengono comprati da imprenditori vicino alla mafia per 2 miliardi e poi rivenduti al comune per 17. Anche gli interessi dei Corleonesi in società immobiliari, come la Risa, contrazione di Rina Salvatore. Credo che Mario Francese, coi suoi servizi, abbia rotto una tradizione che nel giornalismo siciliano è tutta, come dire, fondata, puntata sulla cautela. Io non so quanto coscientemente questo sia avvenuto nella sua testa, però posso dire che per la prima volta su un giornale, sui giornali, finivano dei nomi che ai palermitani erano sconosciuti. Aver portato sui giornali il nome di Totò Riina è stata una grande trasgressione per quell'epoca, ma soprattutto aver portato sul giornale i nomi delle imprese di Salvatore Riina e dei Corleonesi, che in quel momento popolavano le contrade di quella zona che era al centro di una grandissima speculazione che passerà alla storia col nome della speculazione sulla diga di Garcia.

Mario Francese non lo sa, ma è già morto. Lui cammina, respira, mangia, lavora, vive. Ma è come se fosse già morto da almeno 2 anni. I Corleonesi hanno deciso che deve essere messo a tacere. A Totò Riina i suoi articoli, così ben scritti e ben documentati, non sono piaciuti. È un rompiscatole quel giornalista che si ostina a scrivere la verità, ed è bravo. Così bravo che un giorno, durante un processo a un sacerdote, don Agostino Coppola, il parroco di Carini, implicato in una vicenda oscura di sequestri e di mafia, durante quel processo si avvicina al pubblico ministero in difficoltà e gli suggerisce le domande da fare. Don Agostino se ne accorge, si volta a fargli un gestaccio e gli sussurra: "Cornuto, a mezza voce". E anche testimone di un delitto. Mario Francese, un giorno, si trova in una taverna vicino al mercato della Vucciria a Palermo, quando entrano alcune persone che si mettono a sparare e uccidono tre uomini. Mario Francese ha il coraggio di uscire a chiamare il 113 e poi racconta anche tutta la polizia e lo scrive anche sul giornale. Cosa vuole quel giornalista, perché non si fa gli affari suoi, perché si ostina a scrivere la verità?

Il 26 gennaio del 1979 è sera e Mario Francese sta uscendo dal giornale. Ha salutato tutti nel solito modo, agitando un braccio e gridando: "Uomini del Colorado, vi saluto e me ne vado". Come tutte le sere, sta tornando a casa. È proprio davanti alla sua abitazione, vicino al portone, quando sul marciapiede si accosta una macchina. Ne scende un uomo che indossa un elegante cappotto scuro. È Leoluca Bagarella, che prende la mira e gli spara quattro colpi in testa con una Smith & Wesson calibro 38. Poi si avvicina, guarda se lo ha colpito, torna alla macchina e si allontana lentamente, come se non avesse nessuna paura di essere visto o riconosciuto da qualcuno. Così muore Mario Francese.

Quella sera, Mario, prima di lasciare il giornale, telefonò al figlio, a Giulio. Giulio lavorava in cronaca con me. Io ero il suo capocronista e si diedero appuntamento a casa. "Ci vediamo a casa". Pochi, poco dopo anche Giulio andava e ci salutò. Mentre lui si accingeva ad andare a casa, dalla radio della polizia abbiamo appreso che c'era stata una sparatoria. Poco dopo veniva dato il nome della vittima e quindi abbiamo capito. Abbiamo saputo, abbiamo capito che si trattava di Mario. A quel punto, il pensiero nostro fu quello di cercare di fermare Giulio prima che potesse arrivare e vedere il padre morto assassinato. Non ci siamo riusciti, perché era già andato via. E poi è stato proprio Giulio a raccontarmi di essere arrivato sotto casa e di aver visto la folla, la classica folla. Aveva capito che era successo qualcosa. È andato incontro al cadavere. Non è riuscito a scoprirlo chi fosse, perché in quel momento il vicequestore Bori Giuliano lo vide, lo portò in disparte e con grande cautela e con grande, con grande amore gli disse quello che era accaduto al padre.

Mario Francese non è l'unico a parlare dei soldi di Cosa Nostra e dei suoi rapporti con imprenditori e politici. C'è un poliziotto che si chiama Boris Giuliano ed è il vicecapo della Squadra Mobile di Palermo. Anche Giuliano è uno bravo, uno che non molla, uno che vuole scoprire la verità. Indaga sul traffico di stupefacenti che dalla Sicilia arriva fino agli Stati Uniti e fa sequestrare un carico di eroina per il valore di 3 miliardi in un appartamento di Palermo. Collabora con gli investigatori americani e fa sequestrare droga anche a New York. Ma più che la droga, il vicequestore Giuliano cerca i soldi. Vuole trovare le banche e i finanzieri che riciclano i soldi della mafia, e qualche filo in mano ce l'ha. Ha in mano un giro di assegni che da Palermo arriva a Milano e poi passa in Svizzera, attraverso finanzieri come Michele Sindona, prima, e Roberto Calvi, poi.

Il vice questore Giuliano non lo sa, ma è già morto. La mattina del 21 luglio, Giuliano è nel bar sotto casa e sta prendendo un caffè, perché l'autista che viene a prenderlo tutte le mattine per portarlo in questura quel giorno è un po' in ritardo. Il vicequestore Giuliano è un poliziotto in gamba, è armato e la sua pistola la sa usare bene. Ma Leoluca Bagarella, ancora lui, entra nel bar, lo sorprende alle spalle e gli lascia appena il tempo di dire "No" prima di sparare.

Anche il giudice istruttore Cesare Terranova, quello del processo di Bari, anche lui non lo sa, ma è già morto. Luciano Liggio lo considera il suo peggior nemico. La mattina del 25 settembre 1979, viene massacrato a colpi di mitra mentre sta andando a lavorare in macchina assieme al suo autista, il Maresciallo Lenin Mancuso. E anche il procuratore capo della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, anche lui non lo sa, ma mentre sta passeggiando tra le bancarelle del centro, è già morto. Era già morto fin da quando i sostituti procuratori incaricati delle indagini si erano rifiutati di firmare alcuni ordini di custodia a carico di alcuni boss del giro di Rosario Spatola, un costruttore che ricicla nell'edilizia i soldi della mafia. Quegli ordini se li era dovuti firmare tutti lui, il procuratore capo in persona, assumendosene tutta la responsabilità. È il 6 agosto 1980 e sta curiosando in una bancarella di libri usati, quando arriva un ragazzo in moto, scende, gli si avvicina e gli spara tre colpi.

C'è un altro magistrato, il capo dell'Ufficio Istruzione di Palermo, Rocco Chinnici. "Nel sistema processuale, non c'erano delle limitazioni per il magistrato per potere entrare in quei sacri templi che sono le banche. Difatti, noi ci siamo entrati, e ci siamo entrati proprio qui a Palermo. C'è entrato l'Ufficio Istruzione, c'è entrata la Procura. E appunto, in questi templi finora inviolati, è venuta fuori una verità e una realtà che noi non sapevamo, che noi SC conoscevamo, cioè la ricchezza accumulata dalle imprese mafiose." Ecco, anche lui non lo sa, ma è già morto. Il 28 luglio 1983, pochi minuti dopo le 8, come tutte le mattine, sta uscendo assieme a due carabinieri di scorta dal palazzo in cui abita. Parcheggiata lì davanti, c'è un'autobomba che esplode, uccidendoli tutti, uccidendo anche il portinaio del palazzo e ferendo una ventina di passanti. Palermo come Beirut, scriveranno i giornali, ed è vero.

Cosa fa Francesca in quei giorni in cui magistrati, poliziotti, giornalisti, chiunque si metta contro la mafia viene ammazzato per la strada, senza avere la minima possibilità di difendersi? Anche lei è la moglie di un magistrato impegnato nella lotta alla mafia, e anche in prima linea, come Giovanni Falcone. Cosa fa Francesca? Ha paura, sicuramente. Forse quando lavora non ci pensa, ma quando è da sola a casa, ha paura che squilli il telefono, che suoni alla porta, e che ci sia qualcuno, un amico di famiglia, un altro magistrato, qualcuno a dirle che è successo qualcosa a Giovanni.

Anche Ninetta ha paura. Anche lei sta a casa ad aspettare il marito e non sa se tornerà, o se dovrà vederselo al telegiornale in manette tra i carabinieri, oppure dentro un'auto, steso sul sedile col vetro sfondato dai proiettili. Però la loro situazione è diversa, e non solo perché Ninetta ha sposato un mafioso e Francesca ha sposato un magistrato. Loro due, è paradossale, perché sono due latitanti, riescono a condurre una vita molto più normale di quella che conducono Francesca e Giovanni. È come se non li cercasse nessuno, e in un certo senso è così. Di nascosto, clandestinamente, si sono sposati ufficialmente il 16 aprile 1974, di nascosto, però, alla grande, in una villa patrizia nei pressi di Capaci, con tre sacerdoti a celebrare il matrimonio, di cui uno è quel don Agostino Coppola, quello di Mario Francese, quello di quel gesto e di quell'insulsa. Vanno ad abitare a San Lorenzo, poi traslocano alla Noce, e poi traslocano ancora, fino ad arrivare in Via Bernini, nel quartiere dell'Uditore. Hanno quattro figli, che Ninetta partorisce nella clinica Notto, una delle case di cura più importanti di Palermo, e con il suo cognome, Bagarella. Antonietta, detta Ninetta, in Riina. Ninetta, che magari sta a casa assieme ai figli piccoli e aspetta che Totò torni per cena dalla riunione in cui, assieme ad altri boss di Cosa Nostra, ha deciso di far ammazzare un rivale o di far mettere una bomba sotto la casa di un magistrato. Lo dice anche una delle figlie durante un interrogatorio: "Mio padre non può essere stato, perché il giorno della strage era con me sul divano a guardare la televisione."

Più di 1000 morti ammazzati, bombe nelle auto, le più alte cariche dello Stato uccise per la strada, nello spazio di pochi anni. Una mattanza. Se si fa un passo avanti, è solo perché è successo qualcosa. La prima commissione parlamentare Antimafia nasce dopo la strage di Ciaculli. La strage era avvenuta il 30 giugno del 1963, in un podere di Ciaculli, una borgata agricola alle porte di Palermo. Un contadino trova una Giulietta ferma su un viottolo. È strana quella macchina, ha una bombola di gas sul sedile posteriore con una miccia in parte bruciacchiata. Siccome in quei giorni è in corso una guerra di mafia e di auto ne sono saltate, il contadino chiama i carabinieri. Arrivano due artificieri dell'esercito, un ufficiale con tre carabinieri e un maresciallo di pubblica sicurezza. Ma appena l'ufficiale dei carabinieri tocca la macchina, la bomba salta per aria, uccidendoli tutti. Sette morti, una strage.

Muoiono anche i politici. Tutti quelli che cercano di cambiare qualcosa, di rinnovare, come il segretario provinciale della DC, Michele Reina, ammazzato il 9 marzo 1979, o il Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, ammazzato il 6 gennaio 1980. Pio La Torre, segretario regionale del Partito Comunista, lo ammazzano il 30 aprile del 1982, assieme al suo autista, Rosario Di Salvo. Aveva un torto grande: Pio La Torre aveva presentato in Parlamento una proposta di legge che introduceva il reato di associazione mafiosa e prevedeva il sequestro dei patrimoni. Era andato a toccare i soldi. Pio La Torre, lui non lo sapeva, ma era già morto.

Dopo la morte di Pio La Torre, lo Stato manda a Palermo il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il vincitore della lotta al terrorismo, prefetto di Palermo con pieni poteri. "Pieni poteri", il generale Dalla Chiesa lo dice al giornalista Giorgio Bocca durante un'intervista: "Sono qui da solo in questo ufficio, davanti a un telefono che non squilla mai. Dove sono i pieni poteri?". Lo ammazzano il 3 settembre 1982, in macchina, assieme alla moglie Manuela Setti Carraro e all'agente Domenico Russo, che li segue con l'auto blindata. Se si fa un passo avanti, è solo perché è successo qualcosa. È solo dopo la morte del generale Dalla Chiesa che viene introdotto il 416 bis, l'articolo del codice penale che punisce l'associazione a delinquere di stampo mafioso. Prima, prima del 1982, essere mafioso non era un reato. Bisognava intimidire, uccidere, mettere le bombe, sequestrare, ma essere mafioso non era un problema, non più di tanto.

Questo, però, è un romanzo fatto di personaggi e non dobbiamo perderci. Cosa fanno Salvo Lima e Vito Ciancimino? Vito Ciancimino è responsabile degli enti locali della Democrazia Cristiana e membro del consiglio d'amministrazione della Cassa di Risparmio, la seconda banca siciliana. Aveva detto che avrebbe lasciato la politica per darsi alla finanza e a metà degli anni '70 fonda una serie di società nel nord Italia. Salvo Lima, invece, dopo la morte di Michele Reina, rilascia un'intervista al Corriere della Sera, dice che la mafia non c'entra con quell'omicidio, dice che la mafia non si è mai occupata di politica, non sono mai state ricevute intimidazioni dalla mafia sulle scelte politiche. Poi si fa eleggere deputato europeo e va a Strasburgo, prende più di 300.000 preferenze, un record.

Torniamo al nostro uomo che cammina tranquillo nel suo quartiere. Lo abbiamo lasciato ad un passo da casa, pochi metri prima del portone. Però non stavamo guardando lui, ci eravamo concentrati sugli uomini che lo stanno seguendo. Ce n'è uno più vicino alle sue spalle, con una pistola sotto la giacca. Si chiama Salvatore Grigoli. Salvatore Grigoli è un killer della mafia, uno della famiglia di Brancaccio, vicino ai Corleonesi, e sulla coscienza ha almeno 40 omicidi. L'altro uomo, quello che sta accelerando il passo, come se volesse superare il nostro uomo che cammina, si chiama Gaspare Spatuzza. È di Brancaccio anche lui, e di omicidi ne ha commessi almeno 50. Ci sono altri tre uomini che li stanno seguendo più lontani. Sono tutti killer della mafia.

Avete casa di proprietà o vivete in affitto, come i giovani europei? E le tasse le pagate o le evadete? Come si è fatta a lungo in Italia? Insomma, dal punto di vista economico siete degni dell'Europa? E dal punto di vista culturale siete pronti all'Europa? Ad esempio, li chiamate gay o [ __ ]? Martedì alle 21:00 su Rai 3 a Ballarò.

Torniamo agli anni '80. Piano piano le cose cominciano a cambiare. Dopo la morte di Rocco Chinnici, a capo dell'Ufficio Istruzione arriva un altro magistrato che si chiama Antonino Caponnetto. Anche lui è un personaggio molto importante. Non è un personaggio da tragedia come Totò Riina o Leoluca Bagarella. È un eroe tranquillo, un eroe borghese, un uomo dello Stato che a essere eroe, probabilmente, non ci teneva neanche, ma che gli è toccato esserlo. Dopo la morte di Rocco Chinnici, sente che deve fare qualcosa, e che deve farlo là dove lo Stato sta combattendo la sua guerra, in Sicilia. Antonino Caponnetto è anziano, è vicino alla pensione e viene da Firenze, anche se è siciliano d'origine. Sembra che non c'entri niente con la lotta alla mafia, e invece no. Antonino Caponnetto si chiude nel suo ufficio al tribunale, ne esce soltanto per andare a dormire in una stanza nella caserma della Guardia di Finanza, e comincia a lavorare.

Il giudice Caponnetto ha un'idea, maturata sull'esperienza che sta facendo a Torino un magistrato che si chiama Giancarlo Caselli e che lotta contro il terrorismo. L'idea è molto semplice: se ad occuparsi dell'indagine è un magistrato solo, è facile intimidirlo. Di continuità, di sicurezza, di scambio di informazioni, di idee, il magistrato che fa indagini non deve essere solo. Deve lavorare assieme ad altri, deve far parte di un pool. Il pool di magistrati che si occupano di combattere la mafia a Palermo, in Sicilia, nasce il 16 novembre del 1983. All'inizio ne fanno parte tre magistrati, a cui poi si aggiungerà anche Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone.

Nelle loro indagini, Giovanni Falcone e i magistrati del pool hanno in mano un'arma nuova per la lotta alla mafia: i pentiti. Nella guerra di mafia degli anni '80 c'era stata una mafia vincente, quella di Totò Riina, e una mafia perdente, quella dei suoi avversari. Molti restano a terra, coperti da un telo insanguinato, o finiscono sciolti nell'acido. Alcuni passano dalla parte vincente, altri, invece, si pentono, accettano di collaborare con la giustizia e per salvarsi la pelle si mettono sotto la protezione della legge. Tra questi, il più grosso, il più importante, è Tommaso Buscetta. Lo chiamano "il boss dei due mondi" perché ha coordinato un traffico di stupefacenti tra la Sicilia, gli Stati Uniti e il Brasile. È anche lui un personaggio da romanzo, è inquieto, potente, attivo. È anche un perdente, come dirà lui stesso: "Sono un uomo che è sempre salito sul carro dei perdenti, quasi una vocazione."

Tommasino Buscetta viene arrestato a San Paolo del Brasile il 24 ottobre del 1983, estradato in Italia il 16 luglio. Comincia a parlare, prima con uno sbirro, Gianni De Gennaro, allora capo della Criminalpol, e adesso capo della polizia, il poliziotto che sta dietro a molte delle indagini vincenti di quegli anni. Poi con Giovanni Falcone. "Il fenomeno mafioso non è comune, non è il brigadismo, non è la solita criminalità, perché la solita criminalità la polizia se ne intende, la combatte bene. Il fenomeno mafioso è qualcosa di più importante della criminalità, è la criminalità più l'intelligenza e più l'omertà. È una cosa ben diversa." Falcone dirà che Buscetta è stato come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza dover parlare con i gesti. Racconta tutto di una mafia di cui fino a quel momento non si sapeva quasi niente. "La commissione interprovinciale tratta problemi che vanno al di sopra dell'interesse della piccola borgata. Sì, se si dovesse decidere, è un esempio, se si dovesse decidere un colpo di stato, si riunisce la commissione provinciale. Ho capito. La seduta è segreta." Parla di politica. Don Masino ne parla a poco a poco, nel corso degli anni. Inizia parlando di Don Vito Ciancimino, poi parla anche dei cugini Nino e Ignazio Salvo, esponenti della Democrazia Cristiana che gestiscono la riscossione dei tributi in Sicilia, uomini d'onore della famiglia di Salemi, in provincia di Trapani. Parla anche di Salvo Lima. Parla di politica, ma non subito e non dice tutto. "Signor giudice," dirà a Falcone, "se io parlo di certe cose, lei sarà ucciso e io sarò preso per pazzo." Non si fida. Tommasino si ricorda di quello che è successo a Leonardo Vitale, forse l'unico vero pentito nel senso.

letterale del termine nella storia dei pentiti di mafia. Nel 1973, Leuccio Vitale parla, racconta tutto della mafia, parla anche dei suoi referenti politici e fa i nomi di principi e di assessori. Non viene creduto. Le sue dichiarazioni vengono ritenute attendibili, ma lui finisce in un manicomio criminale e, quando esce, naturalmente, lo ammazzano. L'aver parlato le è costato molto. L'hanno isolata, l'hanno minacciata. 8 anni di carcere, 7 anni di carcere, 4 anni di manicomio, 3 anni di carcere e mesi che sto.

Quando lei parlò e rivelò tutto sulla mafia, sulla mafia, la dichiararono pazzo. Sem infermo mentale, mi pare. Sì. Lei invece? Perché? Perché mi hanno dichiarato sem infermo mentale. Non è stato detto al processo perché l'hanno dichiarata se infermo. Sì. Dico, ma secondo lei perché? Perché per ritenerla meno attendibile. Ecco, sì, appunto.

Ma adesso i tempi sono cambiati. Don Masino parla e, assieme a lui, parlano anche boss del calibro di Francesco Marino Mannoia, Salvatore Contorno e Antonino Calderone. Tutto questo, le rivelazioni dei pentiti, le indagini dei magistrati del Pool e degli sbirri di De Gennaro, le intercettazioni, i pedinamenti, le carte, portano ad una serie di incriminazioni a carico di uomini di mafia. Portano a centinaia di arresti in un giorno solo. Il blitz di San Michele l'hanno chiamato. Portano al maxi processo.

Come vive quei giorni Francesca, la moglie di un magistrato come Giovanni Falcone? Ci sono tutti quei dati da raccogliere, tutte quelle carte da scrivere per l'ordinanza di rinvio a giudizio. A volte Giovanni sparisce e, con gli altri magistrati del Pool, va nei luoghi meno probabili. Gran parte dell'ordinanza di rinvio a giudizio, per esempio, viene scritta sul tavolo da ping pong del giudice Aiala, nella sua villa Mondello, protetta dai carabinieri.

Poi, un giorno, all'improvviso, Francesca è costretta a tornare a casa di corsa dal lavoro perché c'è un aereo militare che deve prendere lei, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e la sua famiglia e portarli tutti quanti nella Foresteria del supercarcere dell'Asinara, perché sono in pericolo. Lì, chiusi lì dentro, assieme alle famiglie, i due magistrati del Pool ci restano settimane a lavorare, finché non arriva il momento di tornare a casa. Prima, però, devono pagare di tasca loro le spese di alloggio all'amministrazione carceraria.

Il maxi processo inizia a Palermo il 10 febbraio del 1986. 474 imputati. Tra questi ci sono nomi del calibro di Luciano Liggio, che si presenta in aula con un grosso sigaro cubano, come i boss dei film americani. Pippo Calò, detto il cassiere della mafia. Senta Calò, lei deve rispondere di 137 imputazioni. Nelle quali, con un abito azzurro e un Rolex d'oro al polso. La violenza non fa parte della mia dignità. Come spiega tutte queste accuse nei suoi confronti? Perché se anziché chiamarmi Michele Greco mi chiamasse, ad esempio, Michele Rocca, tanto per dire, non mi troverei qui adesso. Non sembra più un romanzo, sembra davvero un film americano di mafia, sembra Il Padrino di Francis Ford Coppola.

Ci sono politici come Ignazio Salvo. Nino è morto poco prima del processo. Totò, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, invece, non ci sono. Sono latitanti. Tanti. Per la prima volta, Cosa Nostra viene processata in quanto tale, in quanto organizzazione unitaria con una struttura verticistica e piramidale. La famiglia prende il nome del rione dove si trova questa famiglia nella città di Palermo. Nella città di Palermo, per quanto riguarda la provincia di Palermo, la famiglia prende il nome del paese. Dove, al di sopra di queste famiglie, esiste una commissione composta da persone che vengono detti da noi, o venivano detti da noi, perché io non ci sono più. Commissione, capi mandamento. Sopra la commissione esiste un altro organo che si chiama interprovinciale. Interprovinciale? Sì. Della provincia di Palermo veniva rappresentata da Michele Greco.

Le udienze si tengono in un'aula bunker, che i giornalisti chiamano verde, per il colore del pavimento e delle pareti. Ma io le posso dire una cosa, signor presidente: che la rovina dell'umanità sono certi film, film di violenza, film di pornografia sono la rovina dell'umanità. Perché se Contorno avesse visto, anziché il Padrino, avesse visto, avesse visto Mosè, ad esempio, avesse visto Mosè, non avrebbe calunniato l'avvocato Chiaramonte in una maniera più assoluta. Io sono arrabbiato con costui. Ma arrabbiato. Lascia stare, non ti arrabbiare perché si arrabbia di can. In 400 pagine di interrogatorio, non ho mai toccato a nessun problema familiare di nessuna persona. No. Io è molto strano il comportamento di un uomo d'onore, il quale lui è parlare delle mie vicende personali di famiglia. C'è di più che l'unica verità che lui dice in quest'aula è che mio fratello aveva un'amicizia molto cara con lui. Però lui sta dimenticando in questo momento di essersi seduto insieme a tutta la commissione per decidere la fine di mio fratello e di mio nipote, avendolo cappato anche qua. Lui doveva solo limitarsi a non parlare della mia famiglia. Or, guardi che qui davanti guardano continuamente qui dentro. Uno privo di allungare lo sguardo verso la corte e seguire il discorso che che si svolge. Ma io veramente non lo...

Queste sono misure ordinarie di sicurezza che ci sono. Ma senza siamo chiuse. Insomma, l'ordinaria di sicurezza qual è? Quello di innervosire il il detenuto, non farlo ascoltare. Io non lo so. Sono in molti a pensare che il processo non arriverà in fondo, che si impantana nel nulla. La scadenza dei termini. Pigiamone un'altra. Dunque, si dà atto che il detenuto Sinagra Vincenzo, entrando in cella, dà in escandescenze proferendo delle grida inintelligibili. Presidente, dispone che venga riaccompagnato. Io, se mi consentite, no, siete... Io, arsura desertica di imparare, signor presidente, ma ha avuto sorte, Dio santo. Ma la sorte, se mi consentite, non uso i termini, io, di vittimismo, di persecuzione, che a voi so che non piace, ma è stato sventurato, signor presidente.

E invece il processo in fondo ci arriva. Questo è mio figlio. 40 anni m'hanno distrutto a me la vita e m'hanno distrutto a mio figlio. Le mandano a mio figlio. Sono rimasta sola. Che io son solo, non aveva nessuno, solo questo figlio. Non era modo di uccidere a mio figlio in questo modo, strangolarlo e metterlo nel cose. E se vogliono venirmi a uccidere ora, quest'signore, facciano venire a uccidere a me. Me ne vado con mio figlio.

349 udienze, per un totale di 1820 ore. 1314 interrogatori, 635 aringhe difensive, 200 avvocati. Prima di ritirarsi in camera di consiglio, il giudice e i giurati ricevono uno strano augurio da parte di Michele Greco. Il Papa, farv un augurio, io vi auguro la pace, signor presidente, a tutti voi. Io auguro la pace perché la pace è la tranquillità e la serenità dello spirito e della coscienza. È quella che cerchiamo anche noi, che per il compito che vi aspetta. Mi deve scusare, signor presidente, la serenità è la base fondamentale per giudicare. Non sono parole mie, sono parole di nostro Signore, che lo raccomando a Mosè quando deve giudicare, che ci sia la massima serenità, che è la base fondamentale. E vi auguro ancora, signor presidente, per questa pace, vi accompagni nel resto della vostra vita, oltre a questa occasione.

Il 16 dicembre 1987, il presidente della Corte d'Assise, Alfonso Giordano, legge la sentenza nell'aula bunker, nell'astronave verde. Imputati, avvocati difensori, magistrati, giornalisti, i parenti delle vittime, come i figli del Generale Dalla Chiesa, il sindaco Leoluca Orlando in rappresentanza del Comune di Palermo, che per la prima volta si è costituito parte civile contro la mafia. Tutti attendono trattenendo il fiato. Come a Bari nel 1969. 19 ergastoli e 2665 anni di carcere. Ergastolo a Riina, Provenzano e Michele Greco. 23 anni a Pippo Calò. 6 anni a Ignazio Salvo. I boss mafiosi ascoltano impietriti le parole del Presidente Alfonso Giordano. Ma non è finita, c'è ancora l'appello.

Il 30 luglio del 1991, la Corte d'Assise d'Appello di Palermo ridimensiona le sentenze e le testimonianze dei pentiti. I boss mafiosi tirano un sospiro di sollievo. Nel frattempo, si è aperta al tribunale di Palermo la stagione dei veleni, che cerca di mare i magistrati del Pool. E c'è ancora la Cassazione, che può annullare tutto, come già accaduto in molti casi. Il magistrato che deve sostenere l'accusa si chiama Antonino Scopelliti. Viene ucciso il 9 agosto del 1991.

Il processo va avanti lo stesso. Ma a questo punto succede qualcosa. Giovanni Falcone, che nel frattempo si è trasferito dalla Procura di Palermo all'Ufficio Affari Penali a Roma, ha un'idea. Ha fatto monitorare tutte le sentenze di mafia pronunciate dalla Cassazione e si è accorto che vengono sempre assegnate tutte alla stessa sezione. Allora suggerisce la turnazione, un sistema per cui le sezioni chiamate a pronunciare le sentenze cambiano. E così viene fatto.

Il 30 gennaio 1992, il giudice Arnaldo Valente, presidente della prima sezione della Corte di Cassazione, legge la sentenza che chiude l'ultimo grado di giudizio del maxi processo. La Corte ribalta la sentenza d'appello che aveva assolto gran parte dei boss mafiosi e riconferma 19 ergastoli e 2665 anni di carcere. Le rivelazioni di Tommaso Buscetta e degli altri pentiti, su cui si sono basati i processi, diventano verità giudiziaria. È una rivoluzione, una vera e propria rivoluzione per Cosa Nostra. La mafia è in difficoltà. Totorino è in difficoltà, perché è lui il capo di Cosa Nostra. Alle prime sentenze del maxi processo aveva detto ai suoi di stare calmi, perché si sarebbe aggiustato tutto come al solito. Un uomo d'onore mette in conto di finire in carcere prima o poi, a patto di uscirne presto. Qualche anno di galera, più o meno, se lo sono fatti tutti, per poi uscire grazie a un cavillo, una sentenza della Cassazione, le maxi assoluzioni per insufficienza di prove, di una volta. Ma l'ergastolo, no. Ad entrare in crisi è uno dei concetti fondamentali sui quali si basa il potere mafioso: l'impunità. Vedere il mafioso diffidato, ristretto al confino, privato della patente, che si muove lo stesso alla guida della sua macchina e va dove vuole, è una cosa. Vedere i latitanti che stanno indisturbati nelle loro città, è una cosa. Ma vedere i boss dietro le sbarre, e per sempre, è un'altra.

E poi ci sono i pentiti. La voragine dei collaboratori di giustizia che si sta aprendo e che fa vacillare un altro dei pilastri su cui si basa il potere della mafia: l'omertà. La controffensiva di Totò Riina è decisa e, come sempre quando si tratta dei Corleonesi, feroce e spietata. Adesso il nostro romanzo diventa un romanzo dell'orrore. Vendette trasversali, una vera strage di parenti, amici e conoscenti dei boss che hanno deciso di collaborare. A Tommaso Buscetta, la mafia uccide due figli, il genero e i due nipoti che lavorano nella sua pizzeria. Il fratello con il figlio e il cognato. A Francesco Marino Mannoia, uccidono la madre, la sorella e la cugina. A Totuccio Contorno, uccidono una ventina di familiari, compresi i parenti della moglie. Rune, ci ho sentito dire che si dovevano ammazzare fino al ventesimo grado di parentela, tutti i parenti dei collaboratori di giustizia. Lui diceva dei pentiti, usava questo linguaggio, cominciando dai bambini di sei anni. C'è ancora un conto da regolare, ed è quello con la politica. La mafia, Cosa Nostra, non sarebbe diventata quello che è diventata senza uno stretto rapporto con la politica. Non sarebbe entrata nel giro degli appalti, non sarebbe riuscita a far allontanare e rimuovere tutti i suoi nemici, non sarebbe riuscita a godere di tutte quelle impunità che per anni hanno addormentato la lotta dello Stato contro la criminalità organizzata, fino a far dire che la mafia non esiste, che non è un problema, che sono soltanto gangster che si ammazzano tra loro. È chiaro che un controllo del territorio così occhiuto, così pesante, così condizionante, non può che tradursi, nel momento del voto, in un orientamento sicuro da parte delle organizzazioni mafiose nei confronti di un partito anziché di un altro, di un candidato anziché di un altro. E di queste vicende abbiamo esempi di ogni genere.

A parlare del rapporto fra mafia e politica non sono soltanto i pentiti. Ci sono anche le indagini e le sentenze, come quella che il 17 gennaio 1992 condanna Vito Ciancimino a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza poi passata in giudicato e interamente scontata. Di qualunque natura sia il rapporto tra Cosa Nostra e la politica, che fin dal dopoguerra, fin dai tempi del bandito Giuliano, era sembrato immutabile, ora, con la rivoluzione del maxi processo, sembra in crisi. Ci vogliono nuovi referenti, nuovi contatti. Già da prima, dicono i collaboratori di giustizia, la mafia aveva provato a fare qualche cambiamento. Lo conferma anche uno degli ultimi pentiti, Antonino Giuffrè. Totò Riina aveva capito che stava per cominciare un periodo brutto. Secondo le rivelazioni di Antonino Giuffrè, ancora al vaglio della magistratura, avrebbe convocato una riunione della commissione in cui avrebbe imposto di non votare più per la Democrazia Cristiana nelle elezioni politiche del 1987, ma per altri partiti, il Partito Radicale e soprattutto il Partito Socialista, per dare un segnale, un monito a chi avrebbe dovuto rimettere a posto le cose in vista del maxi processo. Nei quartieri popolari di Palermo, a Brancaccio, Ciaculli, al Politeama, il PSI passa dal 7 al 20%. Capolista Claudio Martelli. Compio questa analisi del voto, dal quale risultò che certamente il voto in Sicilia ai socialisti era cresciuto, ma più o meno nella proporzione del 3,4%, di cui era cresciuto in tutta Italia. Non dimentichiamo, l'87 è il record elettorale assoluto nella storia del PSI. Questo perché? Perché il Partito Socialista, e io in prima persona, eravamo stati protagonisti pochi mesi prima dell'iniziativa referendaria sulla cosiddetta giustizia giusta, o meglio, sull'affermazione della responsabilità civile del magistrato che sbaglia. E erano state quindi polemiche anche pubbliche, democratiche, limpide, trasparenti, tra noi socialisti, noi radicali e una parte della magistratura contraria a questa misura. E indubbiamente la fama, la cultura socialista, come quella radicale, erano quelle di garantisti. Quindi posso anche comprendere quello che adesso dicono alcuni pentiti, e cioè che da parte della mafia si sia, o ingenuamente o volutamente, equivocato tra difesa dei diritti e tolleranza verso i delitti. Che si sia pensato: "Beh, questi sono buoni perché polemizza coi magistrati, sono garantisti. Questa Democrazia Cristiana ci garantisce meno nel passato, tant'è che siamo sotto le grinfie di Falcone, che ci porta a un maxi processo, tutti alla sbarra. E che abbiamo pensato di dare un segnale alla Democrazia Cristiana". Io questo non lo posso affatto escludere. Questa ha una sua ragionevolezza, comunque, questa interpretazione. Che poi, infine, per dirla tutta, nel contesto palermitano o siciliano, ci fossero aree in diversi partiti, compreso il mio, che potevano avere degli strusci o delle zone di di di confine non ben marcato con clan, cosche o presenze criminali, questo io non lo posso escludere in tutta sincerità. Questo è pur possibile, ma questo non mi riguarda.

Di qualunque cosa si tratti, il rapporto tra Cosa Nostra e la politica non funziona più. Forse, come ha detto qualcuno, perché è caduto il muro di Berlino e per mantenere l'Italia sotto controllo Cosa Nostra non serve più. O forse, come ha detto qualcun altro, la rivoluzione di Mani Pulite, che si compirà nel '92, ha talmente indebolito la politica che questa non riesce a coprire più i mafiosi. O forse, più semplicemente, in questa lotta tra Stato e mafia, alcuni uomini dello Stato sono finalmente riusciti a reagire davvero. E allora ecco il periodo brutto. Ecco la sentenza della Cassazione sul maxi processo. Ecco la rivoluzione. Totorino è nei guai. State buoni che tutto si aggiusta. Invece non si aggiusta niente, anzi va anche peggio. Allora bisogna dare un segnale. Di qualunque natura sia stato il rapporto tra mafia e politica, bisogna dare un segnale più netto alla Corleonese. Salvo Lima non lo sa, ma è già morto. Secondo i collaboratori di giustizia, Totò Riina, il suo omicidio già dal 1987, perché avrebbe sentito la sua candidatura alle europee come una fuga dal campo di battaglia. Stavano soltanto aspettando il momento più opportuno.

Il 12 marzo del 1992, Salvo Lima sta uscendo dalla sua villa di Mondello, in uno dei quartieri residenziali più belli di Palermo, diretto all'Hotel Palace per organizzare la cena elettorale di Giulio Andreotti, in occasione delle elezioni politiche di quell'anno. È in macchina assieme ad altre due persone, quando la sua auto viene affiancata da due uomini in moto che sparano alcuni colpi contro la carrozzeria. Sanno tutti quello che sta per succedere. Gli occupanti dell'auto scappano, mentre Salvo Lima cerca di nascondersi dietro un cassonetto. Uno degli uomini sulla moto lo insegue e lo uccide a colpi di pistola. Così muore Salvo Lima. 6 mesi dopo, il 17 settembre, è la volta di Ignazio Salvo. Nascosto nella sua villa a Casteldaccia, alle porte di Palermo, c'è lui, Leoluca Bagarella, con altri uomini della famiglia. Ignazio Salvo fa appena in tempo a scendere dalla macchina che viene abbattuto sul vialetto di casa. Procedere alla Corleonese, che significa anche togliere di mezzo nemici a qualunque costo. La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e, come tutti i fatti umani, ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave, e che si può vincere non pretendendo l'eroismo dai cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.

Con Giovanni a Roma, Francesca si sente sicuramente più tranquilla. Giovanni Falcone ha lasciato Palermo per assumere l'incarico di direttore dell'Ufficio Affari Penali a Roma, chiamato dal Ministro della Giustizia Claudio Martelli. Sembra che lontano dalla Sicilia sia fuorigioco. E invece no. È proprio là, lontano dai veleni che si consumano nel tribunale di Palermo e vicino al nuovo fronte della lotta alla mafia, che sono le carceri, che è più utile. Anche là, anche lontano da Palermo, anche a Roma, Giovanni Falcone non molla. Ma chi glielo fa fare? Soltanto lo spirito di servizio. Ha mai avuto dei momenti di di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta? No, mai. Anche Francesca si è fatta trasferire a Roma e stanno cercando casa assieme. Poi, una volta, Giovanni vuole ritornare in Sicilia per qualche giorno, vuole andare a Favignana a vedere la Mattanza, e Francesca va con lui.

È il 23 maggio del 1992. Sono le 17:56 di un sabato. Sull'autostrada che dall'aeroporto di Punta Raisi va a Palermo, all'altezza di Capaci, ci sono tre auto. In quella di mezzo c'è Giovanni Falcone con sua moglie, l'autista Giuseppe Costanza. L'autista siede dietro perché Falcone ha voglia di guidare. L'autista chiede a Falcone quando dovrà tornare a riprenderlo. Lunedì mattina, dice Falcone. Allora l'autista gli chiede se cortesemente, quando arrivano a casa, gli ridà le chiavi, così potrà andare a prenderlo con la macchina. Falcone deve essere sopra pensiero, perché istintivamente sfila le chiavi dal cruscotto per darle all'autista. Cosa fa, dice Giuseppe Costanza, così ci ammazziamo. Falcone si riprende e rimette a posto le chiavi nel cruscotto. Scusi, scusi, dice Giovanni Falcone. E queste sono le ultime parole che Costanza si ricorda, prima di risvegliarsi all'ospedale. La manovra della chiave, infatti, ha rallentato l'andatura della macchina, che proseguiva regolare tra le altre due, e l'ha portata all'appuntamento con l'esplosione, con qualche secondo di ritardo, ma non è abbastanza.

Il magistrato. Feri sono sono tanti. Io, alle ore 17:57, le auto di Giovanni Falcone e della sua scorta vengono investite in pieno da una carica di 500 kg di esplosivo, piazzata sotto l'autostrada e azionata con un telecomando da Giovanni Brusca, il braccio destro di Totò Riina. Muoiono Giovanni Falcone e gli agenti Tonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Francesca è ancora viva. Viene portata di corsa all'ospedale e i medici cercano disperatamente di salvarla, ma non ce la fa. Così muoiono Francesca Morvillo e Giovanni Falcone. Una strage, una strage che lascia sgomenta tutta l'Italia. Io vi perdono, però mi dovete mettere in ginocchio, però se avete il coraggio di cambiare. Loro non cambiano. Di cambiare. È morto un uomo dello Stato, ma ce n'è un altro, un'altra guardia pronta a prendere il suo posto.

Dal punto di vista investigativo, tutte le attenzioni e tutte le speranze si appuntano su un altro magistrato siciliano. Si chiama Paolo Borsellino. Raccogliendo finanche fra le mie braccia gli ultimi respiri di Giovanni Falcone, pensai che si trattava di un appuntamento rinviato. Oltre che un collega, Paolo Borsellino è un amico di Giovanni Falcone. Sono cresciuti nello stesso quartiere, quello della Calsa, ed è stato con lui nel Pool Antimafia ai tempi del maxi processo. Poi si è spostato a Marsala, dove ha continuato con successo la lotta alla mafia. Nel gennaio del '92 è tornato a Palermo ed è diventato procuratore aggiunto. Dopo la morte di Giovanni Falcone, è stato proposto per il ruolo di capo della Procura Nazionale Antimafia. Paolo Borsellino lo sa che è già morto. Lo dice a tutti: "Ho fretta, devo fare in fretta". Lo dice al sostituto procuratore Antonio Ingroia, lo dice al collega Leonardo Guarnotta, lo dice alla moglie. "Devo fare una corsa contro il tempo, devo lavorare, devo lavorare tantissimo. E se mi fanno arrivare in fretta". Ma perché così in fretta? Paolo Borsellino sta indagando sulla morte di Giovanni Falcone. Ha ripreso in mano il rapporto mafia e appalti dei Carabinieri del ROS, del Colonnello Mario Mori. Deve lavorare tantissimo e non sa se farà in tempo. Quando parla di sé stesso, è la sorella Rita a raccontarlo. Non dice "se mi ammazzeranno", dice "quando mi mi ammazzeranno". Paolo Borsellino lo sa che è già morto, ma lui è uno di quelli che non si tira indietro. È un uomo della legge, un magistrato, un uomo dello Stato, uno che non ci riesce a non fare il suo dovere. Allora dissi: "Paolo, arrivederci a presto". Non è facile descrivere né dimenticare lo sguardo che mi diede Paolo, che già sapeva che era nel mirino. "Ma sei sicuro", disse Antonio, "che ci rivedremo?". La domanda mi turbò, mi turbò molto. Cercai di mascherare il mio turbamento. La volsi un po' in tono scherzoso. "Ma che stai dicendo? Paolo, certo che ci rivedremo". E allora mi abbracciò, ma mi abbracciò con una con una forza che mi fece male, mi strinse. Non se ne rendeva conto. Mi abbracciò come come come non volersi distaccare, come a volere tenere avvinto qualcosa di caro e portarselo via. Ecco, quello è stato lì. Ho sentito che era l'addio di Paolo.

Se questa storia fosse un romanzo o un film, questa scena si aprirebbe con un rumore. Il rumore di un antifurto, un antifurto da macchina, un suono acuto che si alza su tutti gli altri rumori: che ci sono le grida della gente, i passi di corsa, il crepitare delle fiamme. Che cosa è successo? È successo che il 19 luglio 1992, poco prima delle 5 del pomeriggio, le auto blindate di Paolo Borsellino e della sua scorta si infilano in via D'Amelio, dove vive la madre del magistrato. È domenica e Paolo Borsellino ha deciso di andarla a trovare, il primo giorno di vacanza che si è preso dopo settimane di lavoro. Dall'auto scendono due agenti, Claudio Traina e Vincenzo Limuli, per controllare che sia tutto a posto. Bonifica, si chiama in gergo tecnico. Poi scendono altri due agenti, Agostino Catalano ed Emanuele Loi, assieme a Paolo Borsellino. Un altro agente va Cina, è rimasto indietro, mentre un altro, Antonio Vullo, è nell'auto blindata che ha riportato in fondo alla strada. Da lì, dall'auto, Vullo osserva il magistrato che si avvicina alla casa della madre, assieme agli agenti. Pensa che quella non è una bella situazione. Via D'Amelio è un budello, bisogna entrare in fila indiana e poi fare marcia indietro per uscire, e ci sono tantissime auto parcheggiate.

Ore 16:58. Antonio Vullo sta guardando il procuratore Borsellino che suona il campanello della madre. Poi non vede nient'altro, perché viene sbalzato all'indietro dentro l'auto blindata da una nube d'aria caldissima. Che cosa è successo? È successo di nuovo. È successo che una 126, col bagagliaio imbottito da 90 kg di esplosivo, è saltata per aria, uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti Loi, Limuli, Catalano, Cusina e Traina. Quando i magistrati chiederanno all'agente Vullo se ha notato qualcosa al momento dell'esplosione, lui dirà solamente: "Alcuni brandelli dei colleghi". È un colpo, un colpo durissimo per la magistratura, per le forze dell'ordine, per la Sicilia, per tutta l'Italia, che sembra stordita, quasi disperata. "Non c'è assolutamente speranza per questa città". "È finito tutto". "Perché è finito tutto, dottore Caponetta?". "Perché è finito tutto, perché non mi faccia dire altro, non ne faccia dire altro".

Un momento, però. C'è qualcosa che non torna in questo romanzo. Sappiamo chi è Totò Riina, sappiamo chi sono Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano, criminali sanguinari, stragisti senza scrupoli. Però, perché un altro colpo, e un altro colpo così grosso, a solo 58 giorni dalla strage di Capaci? Non possono pensare che a questo punto lo Stato e la gente non reagiranno. Perché una strage come questa? E proprio adesso? Perché dover uccidere così in fretta Paolo Borsellino? La mafia è abituata a dosare i suoi tempi, a tirare la corda stando attenta che non si spezzi. Come succede adesso? Perché a questo punto lo Stato, forse per la prima volta, reagisce con rapidità e decisione. Reagisce la gente, che manifesta contro la mafia, anche in Sicilia, anche a Palermo, anche con quella che è stata chiamata la rivolta dei lenzuoli. C'è quel prete, Don Pino Puglisi. Dal 1990, Don Pino è tornato al suo quartiere, a Brancaccio. Lì ci sono palazzoni senza fogne che scaricano direttamente in strada, in mezzo al fango e ai topi. Ci sono bambini che hanno malattie da terzo mondo e spacciano eroina per conto della mafia locale. E lì c'è Padre Puglisi, che si dà da fare per raccogliere fondi. Invece di spenderli nella processione a San Gaetano, li investe in un centro di aggregazione, il Centro Padre Nostro. E ci riesce, anche se è difficile, perché il centro viene inaugurato il 29 gennaio e già il 29 giugno la mafia gli ha dato fuoco, incendiando contemporaneamente anche le abitazioni dei membri del comitato che gestisce il centro. Padre Puglisi, però, va avanti e i risultati li ottiene. La sua è una lotta soprattutto contro la mentalità mafiosa. Un giorno riesce addirittura a convincere un ragazzino di 13 anni a restituire i soldi di un'autoradio rubata. "No, quel prete in quel quartiere è pericoloso. L'apertura di questo centro per noi è anche segno di una esplicita fiducia nella solidarietà degli uomini, che esprime, potremmo dire, la provvidenza di Dio". Reagisce la gente, ma reagisce anche lo Stato. Arrivano i soldati, gli alpini, mandati a presidiare gli obiettivi sensibili, in modo da liberare carabinieri e poliziotti da compiti di sorveglianza.

Dopo la morte di Giovanni Falcone, erano già studiate alcune misure repressive, ma erano ancora ferme, imprigionate nei ritardi burocratici. Si era già pensato di trasferire i mafiosi in carceri più sicure, di inasprire il regime carcerario, di agire con più decisione. Dopo la morte di Paolo Borsellino, il decreto Falcone, così l'hanno chiamato, viene attuato immediatamente. Nella notte, in cui convoca, recatomi subito a Palermo, il vertice delle forze di polizia per capire e reagire a ciò che era accaduto. E fu un vertice molto tempestoso, il più tempestoso che io abbia governato e al quale, comunque, abbia partecipato. E fu tempestoso perché non potevo lasciar passare sotto silenzio il fatto che, nonostante gli allarmi ripetutamente lanciati da Roma e da me in prima persona, a prefetto e forze di polizia, perché Borsellino, dopo quello che era accaduto a Falcone, venisse tutelato, soprattutto dopo che era stato anche esposto come nuovo candidato a dirigere la superprocura, eh, vi fosse stata una tale colpevole incuria nella sua protezione da lasciare praticamente incustodito un luogo di sua frequentazione abituale, quale la casa di sua madre a Palermo. Chiesi la rimozione, successivamente, dei vertici delle forze dell'ordine che garantivano l'ordine pubblico a Palermo per questa ragione, e la ottenni. E quella sera stessa, tornando in aereo da Palermo a Roma con i miei collaboratori, diedi esecuzione, ancorché i lavori non fossero ancora del tutto terminati, al piano all'Asinara, firmando il trasferimento di quasi 400 tra i principali boss di mafia e di criminalità organizzata da diverse carceri italiane, ma principalmente dall'Ucciardone, verso le due isole di Pianosa e dell'Asinara. Ma soprattutto, viene rapidamente convertito in legge un decreto firmato subito dopo la morte di Giovanni Falcone e basato su alcune delle sue idee, che in casi di eccezionale gravità, come la lotta alla mafia, sospende il normale trattamento carcerario dei detenuti e prevede il regime carcerario duro per i mafiosi. È il 41 bis. Hanno dei colloqui con i familiari, con gli stretti congiunti. Questi colloqui, chiaramente, è una delle, diciamo, delle delle attività che è soggetta a un regime particolare, nel senso che è limitata a un colloquio al mese e che il colloquio viene fruito con una separazione fra il detenuto e i suoi familiari, un vetro antiproiettile. Insomma, un vetro antiproiettile che non consente, appunto, il contatto fisico. E questo pure è necessario precisare. La sorveglianza, per quanto riguarda questi colloqui, da parte del personale è soltanto visiva. Il vetro divisorio è è necessario perché è servito ad impedire, in modo certo assoluto, che i familiari potessero comunque passare qualcosa al detenuto, anche piccoli foglietti, messaggi, cose che in passato è avvenute. Per quanto riguarda gli altri aspetti della vita detentiva del 41 bis, bisogna dire che comunque all'interno delle celle hanno il televisore, possono guardare liberamente le trasmissioni televisive, possono, possono, da dallo scorso anno, anche cucinarsi, nel senso che hanno dei fornelli autoalimentati con i quali possono preparare delle, possono, dovrebbero poter riscaldare delle vivande di facile cottura.

Un mafioso ha già messo in conto di finire in carcere prima o poi, come ha detto Totò Riina. Un uomo d'onore, 5-6 anni di branda, se li può anche fare, soprattutto se le carceri sono quelle di una volta, come Poggio Reale a Napoli, dove dopo una rivolta vengono trovati 50 pistole e 28 candelotti di dinamite, o come il Grande Hotel dell'Ucciardone, come veniva chiamato il carcere di Palermo. Pasti che arrivavano dai migliori ristoranti della città, feste come il compleanno di un boss nella palestra del carcere con aragoste e champagne, o il matrimonio della figlia di Buscetta con Don Masino, detenuto in smoking. Celle che restano aperte anche la notte, trasformando il braccio della mafia in una specie di caseggiato. Libertà di movimenti e libertà di incontri, come Buscetta, che da detenuto in carcere incontra Saro Riccobono, latitante. Ma non è soltanto la bella vita che manca ai boss. Con il 41 bis, con il 41 bis si interrompe la catena di comando, come dice Antonino Gioè, l'armiere della strage di Capaci. Il boss in carcere è come un tralcio senza vite. Io sto isolato da tutti, a me mi fanno fare una vita da cane, ma anche anche i cani sono trattati come sono trattato io.

Ma il problema per Cosa Nostra non è soltanto che col 41 bis si vive male e si resta talmente isolati da decadere praticamente dalla carica di capo. Il problema è che il 41 bis diventa una fabbrica di pentiti. Già ce n'erano stati, soprattutto nelle famiglie perdenti, lo abbiamo visto, ma adesso cominciano a pentirsi anche i Corleonesi. In carcere col 41 bis crollano e cominciano a parlare. E questo per Cosa Nostra è un virus mortale, da guardare con paura, da rinnegare quasi con orrore. "Non me l'aspettavo. È mio figlio". E da e basta. Ora, se spuglia la legge, lei lo conosceva Santo Di Matteo? Non lo conosce. Certo, come lo conosce. È paesano. Perché lo conosce? Lo conosco. E quando ha saputo che si è pentito, che cosa ha pensato? Quello che ha pensato. Che è un vigliacco. Io, per me, fa un cornuto, un cornuto, un ladro. Ma perché dice questo? Il virus del pentimento arriva anche nella famiglia di Leoluca Bagarella. E qui davvero la nostra storia assume i connotati di una vera e propria tragedia greca. Pino Marchese, uno dei pentiti più illustri, ha una sorella che si chiama Vincenzina. Vincenzina Bagarella, la moglie di Leoluca. Un giorno Leoluca ritorna a casa, nel covo in cui si nasconde assieme alla moglie, perché è sempre latitante, e la trova impiccata ad una trave nella stanza in cui stava stirando. Un suicidio, sicuramente. Ma perché? Ci sono due ipotesi, e tutte e due sono ipotesi da tragedia greca. Forse Vincenzina Marchese si è uccisa perché aveva abortito da poco e considerava questo frutto di una maledizione, perché era stato proprio suo marito Leoluca ad ordinare che il figlio di un pentito, Giuseppe Di Matteo, fosse torturato, ucciso e sciolto nell'acido. Giuseppe Di Matteo, un bambino di appena 12 anni. Oppure Vincenzina si è uccisa per la vergogna del fratello pentito e per evitare a suo marito Leoluca, uno dei capi di Cosa Nostra, che quindi non poteva avere nessun legame di parentela con un pentito, guai peggiori. Un sacrificio, insomma, un vero e proprio sacrificio umano. A Cosa Nostra.

Torniamo a noi, alla nostra storia. Quello che avviene a Cosa Nostra, perché a questo punto che succede qualcosa di strano. Questo è un romanzo pieno di avvenimenti eccezionali, di personaggi incredibili, ma soprattutto di misteri. E a questo punto, che ce n'è uno. C'è un colonnello dei carabinieri che si chiama Mario Mori e che è vicecomandante del ROS, il Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri. Il colonnello Mori è un ufficiale di grande esperienza, che ha diretto operazioni contro la mafia e il terrorismo e che attualmente, col grado di generale, è il comandante del SISDE, il Servizio Segreto Civile. Tra gli inizi di giugno e l'ottobre del 1992, il colonnello Mori e i suoi uomini incontrano Vito Ciancimino. Gli dicono che questa guerra tra Stato e mafia non può portare a nulla e che vorrebbero parlare con qualcuno di Cosa Nostra. Ciancimino si consulta con i boss mafiosi e riporta il parere della mafia: "Si può fare". Totò Riina ha elencato una serie di richieste. Il papello, l'ha chiamato Giovanni Brusca. Via il 41 bis, via la legge Rognoni-La Torre sul sequestro dei beni dei mafiosi, via la legge sui pentiti, revisione delle sentenze del maxi processo. La mafia tratta lo Stato. Cosa offre il colonnello Mori? È spiazzato. La sua dice: "Non era una trattativa, era una trappola. Voleva arrivare soltanto alla cattura di qualche latitante". Sa bene che non può trattare a nome dello Stato, quindi che i mafiosi si consegnino e lo Stato tratterà bene le loro famiglie. A questo punto è Ciancimino ad essere spiazzato, anzi, è terrorizzato. Lo dice al colonnello Mori: "Lei mi vuole morto, anzi, vuole morire anche lei. Io questo discorso non lo posso fare a nessuno".

Intanto succede un'altra cosa. Un'altra trattativa. A condurla sono due persone. Uno è un personaggio da romanzo, si chiama Paolo Bellini. È un ex estremista di destra, poi autoaccusatosi di omicidi politici e in galera sotto falso nome per un traffico di opere d'arte. L'altro è Antonino Gioè, l'artificiere della strage di Capaci. È durante questa trattativa che a qualcuno viene in mente un'idea. Durante uno dei colloqui, Bellini commentando la strategia mafiosa dice che in effetti uccidere un magistrato non serve, perché poi lo Stato ne manda un altro. Una persona, per quanto importante, può essere sostituita. Un'opera d'arte, una volta persa, è per sempre. Per esempio, la Torre di Pisa, sarebbe come uccidere un'intera città. Bellini riferisce sempre tutto al maresciallo dei carabinieri. Ma anche questa trattativa, come quell'altra, si blocca. Riina, però, ormai l'idea della trattativa ce l'ha in testa e per portarla avanti utilizza il suo metodo, il metodo Corleonese di fare gli affari.

Il 17 ottobre del 1992, un proiettile da mortaio viene nascosto nel giardino di Boboli a Firenze. Poi qualcuno telefona all'ANSA per rivendicarlo, facendo riferimento alla situazione carceraria dei mafiosi. È un segnale, un segnale che vorrebbe essere preciso e invece... E qui la nostra storia sarebbe una farsa, se non ci fossero di mezzo tutti quei morti. Invece, chi telefona non sa farsi capire, non si sa spiegare. Così la rivendicazione cade nel nulla e il proiettile verrà addirittura ritrovato tanto tempo dopo. Totò Riina, però, ha fretta. Ci sono i tempi brutti, la pressione dello Stato si fa sempre più forte. Chissà se Ninetta se lo sente quello che sta per succedere. Lei fa avanti e indietro da un palazzo di via Bernini nel centro di Palermo con le figlie, clandestina ma indisturbata, e non sa che è sorvegliata da un nucleo speciale dei carabinieri con un pentito, Balduccio Di Maio, che l'ha riconosciuta. Quella donna, quella donna di mezza età con gli occhiali è lei, Ninetta Bagarella in Riina.

È il 15 gennaio 1993, alle 8:15. Dal cancello del palazzo esce una Citroen ZX con due persone a bordo. Al primo semaforo rosso viene bloccata dalle auto dei carabinieri del Capitano Ultimo. L'uomo seduto al posto del passeggero viene tirato fuori, ammanettato e coperto con un telo. È un uomo robusto, ben vestito, con una sciarpa di cashmere attorno al collo. Si chiama Salvatore Riina, detto Totò Curto. Alle 8:45, il capo di Cosa Nostra è già in camera di sicurezza. A questo punto succede qualcosa. Per una dimenticanza, un ordine, un disguido, i carabinieri tolgono la sorveglianza al palazzo senza entrare nel covo di Totò Riina. Ci entreranno un mese dopo, con il magistrato. Nel frattempo, però, c'è entrato qualcuno che ha portato via tutto, anche ridipinto le pareti. Chi, non si sa. Le telecamere di sorveglianza sono state spente quel pomeriggio stesso. Peccato, perché avrebbe potuto esserci qualcosa di interessante: un documento, un'agenda. Un altro ufficiale dei carabinieri aveva detto: "Quando si saprà chi ha incontrato Totò Riina in questi anni, ci saranno persone che dovranno abbandonare Palermo con la coda tra le gambe".

Chi se ne va da Palermo, invece, tranquillamente, è Ninetta. Lo stesso giorno della cattura di Totò Riina, prende i figli, fa le valigie, prende un taxi e se ne torna a Corleone. Adesso che suo marito è stato arrestato, la clandestinità è finita. E laggiù a Corleone trova praticamente le stesse cose che ha lasciato 30 anni prima. Il paese è sempre quello, il nome significa ancora nocciolo di mandorla, e lui è ancora lì, in mezzo a una campagna bellissima, selvaggia e deserta, piccolo e duro come un nocciolo, appunto. Fino a qualche anno fa, a Corleone non c'era nessun albergo. Adesso ce n'è uno. Fino a qualche anno fa, il palazzo più bello e più moderno era la villa di Totò Riina. Adesso è diventata una scuola. Neanche Cosa Nostra cambia, e soprattutto non si ferma. Gli arresti dei capi non l'hanno mai fermata, perché ne arriva subito un altro. Preso Totò Riina, il bastone del comando passa a Bernardo Provenzano. Binnu U' Tratturi, un uomo di cui non si sa niente. Non se ne conosce il volto, perché è latitante da 40 anni e l'ultima fotografia risale al 1963. C'erano alcune sue registrazioni sonore al Tribunale di Agrigento, ma sono scomparse, per cui non se ne conosce neppure la voce. Non usa il cellulare, non parla al telefono, non si presenta quasi mai di persona agli appuntamenti. Comunica attraverso pizzini, fogliettini scritti a mano, che consegna a uomini di fiducia. È un fantasma, Bernardo Provenzano, un fantasma che governa Cosa Nostra da un'altra dimensione, e di cui si ha soltanto una ricostruzione al computer. Al suo fianco, Bernardo Provenzano ha Leoluca Bagarella, che la pensa come Totò Riina sulle stragi e sulla guerra da fare allo Stato, e anche i fratelli Graviano. Bost, il quartiere di Brancaccio. La posizione, appunto, di quello che possiamo chiamare lo Stato Maggiore delle stragi, è che non deve essere abbandonata la linea individuata ed elaborata da Riina. Quindi, vi è una continuità tra quello che è successo nell'estate del '92, con quelle due ipotesi di trattativa che in realtà non lo sono mai state, né nella né nelle vicende Bellini, né nella vicenda Mori-De Donno-Ciancimino, e quello che alimenta il nucleo centrale della decisione nel '93.

La mafia non si ferma e alza il tiro. Bisogna lasciare una firma che renda riconoscibili gli attentati successivi. 14 maggio 1993, Roma. Una Fiat 1 carica di esplosivo esplode in via Fauro, a 15 metri da un incrocio da cui sta passando l'auto del giornalista Maurizio Costanzo. Nessun morto, ma 30 feriti. Il 41 bis si inasprisce. I mafiosi trasferiti a Pianosa si lamentano. Guantanamo della mafia, la chiamano. 27 maggio 1993, Firenze. Alle 1 di notte, un furgoncino rubato esplode, distruggendo la Torre dei Pulci in via de' Georgofili.

Un passo dalla Galleria degli Uffizi, cinque morti e 35 feriti. 27 luglio 1993. Milano. Alle 23 esplode un'auto in via Palestro, davanti al PAC, il padiglione d'arte contemporanea, che viene completamente sventrato dall'esplosione. Cinque morti.

Ma non doveva succedere lì. La bomba esplosa per errore doveva saltare più avanti, in Piazza Cavour, dove c'è il palazzo della stampa, sede delle redazioni di alcuni giornali. Attacco al patrimonio artistico dello Stato e non solo. Un segnale che sembra rivolto anche ad un altro locutore: la chiesa. La mafia cerca di coinvolgere la chiesa. I mafiosi chiedono aiuto ai Cappellani delle Carceri per mitigare il 41 bis. I familiari dei mafiosi si lamentano col vescovo di Trapani. Ma la chiesa non ci sta. "Mafia non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Questo popolo, popolo siciliano talmente attaccato alla vita, popolo che ama la vita, che dà la vita, non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, civiltà della morte. Lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili, convertitevi. Una volta verrà in giudizio di Dio."

La risposta di Cosa Nostra, i suoi agguati, le sue vendette non si fanno attendere. 28 luglio 1993. Roma. Il Portico della chiesa del Velabro crolla sotto l'esplosione di un'autobomba che danneggia all'interno della chiesa e molti dei palazzi vicini, e ferisce alcuni degli abitanti della zona. E ancora, sempre a Roma, la stessa notte. Piazza San Giovanni in Laterano. Un'autobomba esplode poco dopo mezzanotte, provocando un cratere del diametro di quasi 4 metri all'angolo tra il palazzo del Laterano e la Basilica di San Giovanni.

E non finisce qui. L'uomo che cammina, quello che abbiamo visto fin dall'inizio, è quasi arrivato a casa. Quando Gaspare Spatuzza, uno dei due uomini che lo stanno seguendo, gli gira davanti e lo ferma. L'altro, alle sue spalle, estrae la pistola. Don Pino Puglisi lo sa che sta per morire. È il 15 settembre 1993. È il suo compleanno, il 56°. E i fratelli Graviano, i boss del quartiere Brancato, lo hanno condannato a morte per quello che ha fatto fino a quel momento e per dare un segnale alla chiesa sul 41 bis. Gaspare Spatuzza dice che quando Don Pino li ha visti arrivare, poco prima che Grigoli gli sparasse, gli ha detto: "Me lo aspettavo". E gli ha anche sorriso. Così muore Don Pino Puglisi.

E non finisce qui. Se è possibile, c'è anche di peggio. Nel maggio del '93, proprio Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza sono in un deposito in corso dei Mille a Palermo. Stanno lavorando dell'esplosivo, tanto esplosivo. Lo pressano dentro sacchi della spazzatura, legano con delle corde e confezionano cinque bombe che sembrano forme di parmigiano. Cinque dischi del peso di 50-60 kg. Per renderle ancora più micidiali, nei sacchetti della spazzatura vengono messi dei pezzi di tondino di ferro. Per fare che cosa? I mafiosi non lo sanno. Gli è stato ordinato ed eseguono. Poi due di queste bombe vengono portate a Roma e caricate nel baule di una Lancia Thema, appositamente rubata. Perché? Non lo sanno. Obbediscono e basta. Poi Gaspare Spatuzza e un altro mafioso vengono mandati a fare un sopralluogo. Dove? Allo Stadio Olimpico, di domenica, durante il derby Roma-Lazio. Guardano soprattutto dove passeranno i pullman con i carabinieri in servizio di ordine pubblico. Per fare cosa? Adesso è facile immaginarlo. Parcheggiata in via dei Gladiatori, davanti alla caserma dei Carabinieri, l'auto ha sul tetto un'antenna, una di quelle antenne che servono a far muovere le auto giocattolo e che possono benissimo servire a far esplodere una bomba. Una bomba come quella, in un posto come quello, e in quel momento, una strage. Una mattanza. Ma la bomba non esplode. Il telecomando non funziona e l'impulso non arriva. È lo stesso Spatuzza a disinnescare le forme di parmigiano per portare via la Thema, in attesa di un altro momento. Sarebbe stata una strage, un massacro, una mattanza.

Attraverso le stragi si propose un obiettivo strategico, che era quello di indurre lo Stato a fare numerosi passi a ritroso nelle scelte di politica criminale che aveva praticato negli anni '91 e '92. Soprattutto. Quindi noi possiamo parlare correttamente di una strategia di tipo eversivo, perché in qualche modo si chiedeva allo Stato di rinunziare a una parte della propria sovranità. Stragi, bombe e massacri. Stragi e trattative per fermare l'azione repressiva dello Stato.

Ma la mafia ha bisogno anche di un'altra cosa. Ha bisogno di riallacciare quel rapporto con la politica che si è interrotto e senza il quale non può sopravvivere ed espandersi. Ha bisogno di un interlocutore politico. Ma guardi, io le posso dire che Riina aveva portato degli appunti e ha chiesto a Ganci Raffaele, a quelli che erano presenti, cosa dovevamo chiedere, diciamo dei vantaggi, diciamo per Cosa Nostra. Mi ricordo che c'era. Quindi lui aveva preparato una, lui aveva chiamato delle richieste da presentare allo Stato. Sì, che lui le doveva presentare a persone che aveva lui nelle mani. Mi ricordo che c'era l'annullamento dell'ergastolo, l'alleggerimento dei beni, cancellare la legge dei pentiti, perché lui il male ci faceva. Quello era l'impegno che aveva preso. Persone che avevano preso con lui, perché lui diceva che la prima cosa dovevano fare questo, di cancellare la legge dei pentiti, perché il male viene di là e io mi gioco con i denti. Queste erano parole che io ci ho sentito dire tante volte, che si giocava i denti. Cosa Nostra ha delle richieste precise, ma non può tenerle da sola. Ha bisogno di un appoggio politico.

Ne parla anche il collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè nelle sue più recenti dichiarazioni. La politica, dice Giuffrè, è una cosa poco bella, di cui però non si può fare a meno. Il politico, dice Giuffrè, è viscido, perché prima prende i voti di Cosa Nostra, poi una volta eletto si dimentica delle promesse. Anzi, quando sente su di sé l'attenzione dello Stato, per farsi credere pulito, si impegna ancora di più nella lotta contro la mafia. La miserabilità nel sogno utopistico di arrivare prima o poi a farsi Stato, a governare da sé il proprio territorio, fare della Sicilia e del Sud Italia un porto franco, una specie di Singapore del Mediterraneo. A nord c'è la Lega Nord che ha questo progetto di dividere l'Italia in tre macroregioni e questo alla mafia va bene. Sul modello della Lega Nord, Leoluca Bagarella, il più entusiasta del progetto separatista, cerca di infiltrarsi nelle numerosissime leghe che nascono anche al Sud e fa fondare "Sicilia Libera", un movimento che nasce a Palermo e a Catania nell'ottobre del '93 e che, assieme a tante persone ignare ed oneste, vede la presenza diretta di Cosa Nostra.

Ma Bernardo Provenzano ha altre idee. Il progetto separatista sembra stia tramontando e intanto è meglio cercare un nuovo soggetto politico che possa venire incontro alle esigenze di Cosa Nostra, come è sempre successo. Alla partecipazione politica, Bernardo Provenzano preferisce il collateralismo politico. Un nuovo soggetto da cercare a tutti i costi, con tutti i mezzi, anche con le stragi e anche con le bombe. Poi, all'improvviso, tutto finisce. Da luglio del '93, o dall'ottobre del '93, se vogliamo considerare anche il fallito attentato allo Stadio Olimpico, di bombe non ce ne sono più. Perché? Perché Cosa Nostra ha capito che la strategia eversiva non funziona, anzi è suicida, perché inasprisce la reazione dello Stato. O perché ha raggiunto il suo scopo? C'è una frase molto ambigua pronunciata da Totò Riina prima di essere arrestato: "Si sono fatti sotto". A chi si riferiva? Ai Carabinieri del Colonnello Mori, oppure a qualcun altro? E lo ha trovato a Cosa Nostra questo referente politico? Questo fa parte di una necessità di approfondimento che è tuttora all'ordine del giorno per l'ufficio giudiziario che lavora su questi, sulla ricostruzione di questa vicenda di stragi.

Qualunque cosa sia successo, per quanto riguarda la mafia, non accade più niente. Niente più bombe, niente più omicidi eccellenti. La mafia sembra essere diventata invisibile. Non spara più, non parla neanche. Fino al 12 luglio 2002. Anche questa scena potrebbe aprirsi con un rumore, ma non il rumore acuto degli antifurti impazziti per la bomba che ha sterminato Paolo Borsellino e la sua scorta in via D'Amelio. Questo rumore è la voce di un uomo, un uomo dal forte accento siciliano. E anche questa è la voce di Cosa Nostra. È una voce che si alza sui rumori che rimbombano all'interno dell'aula di un tribunale. "Signor Presidente, buonasera. Buonasera. Sono Bagarella, Leoluca. Debbo leggere una petizione, se lei mi consente, a nome di tutti i detenuti. Presidente, ma una cosa che inizia tutti i detenuti che viene pronunciato... Vediamo di che cosa si tratta. Oh, povero monastero, non è che sta sta facendo chissà che cosa."

12 luglio 2002. Chi parla è Leoluca Bagarella, il boss, Leoluca Bagarella, il braccio destro di Totò Riina. Leoluca Bagarella è nel carcere dell'Aquila, collegato in videoconferenza con la Corte d'Assise di Trapani e ad un certo punto chiede di poter leggere un proclama indirizzato al Ministro della Giustizia, Dottor Roberto Castelli. "È uno sciopero della fame contro il 41 bis a nome di tutti i detenuti, stanche di essere strumentalizzate, umiliate, vessate e usate come merce di scambio dalle varie forze politiche." Quella di Leoluca Bagarella non è l'unica protesta. Da quasi tutte le carceri italiane, in cui si trovano detenuti sottoposti al 41 bis, arrivano lettere e proteste che annunciano petizioni e scioperi della fame. Sono indirizzati soprattutto agli avvocati delle regioni meridionali che ora siedono negli scranni parlamentari. Allora, dicono i boss, quando li difendevano erano i primi a scagliarsi contro il 41 bis e adesso perché non lo fanno più? Allora lo facevano solo per far cassa? Sono proteste che, quando vengono dagli uomini di Cosa Nostra, anche se in carcere, fanno paura.

Il Generale Mario Mori, come direttore del SISDE, il servizio segreto civile, inoltre, in un rapporto, il Generale Mori segnala che la situazione vede i capi di Cosa Nostra di fronte ad una vanificazione delle speranze, alla quale, è verosimile, intendano reagire. Reagire significa colpire. E quindi il Generale Mori individua come bersaglio ideale una personalità politica che, al di là del suo effettivo coinvolgimento in affari di mafia, venga comunque concepita come massone, come compromesso con la mafia e quindi non difendibile dall'opinione pubblica. Sui giornali compaiono i nomi delle persone che il rapporto avrebbe indicato come bersagli ideali: sono Marcello Dell'Utri e Cesare Previti, che affermano di non aver mai avuto niente a che fare con tutto questo. C'è anche un altro rapporto della Direzione Investigativa Antimafia che fa altri nomi che ritiene a rischio: sono sette ex avvocati difensori di boss mafiosi eletti nelle file di Forza Italia e Alleanza Nazionale. Sono sotto scorta, perché il Prefetto di Palermo, con molta solerzia e determinazione, alla luce di quello che è uscito, io non ho avuto cognizione dai giornali, ma pare da un proclama che è stato emesso dalle carceri, dalle carceri, pare che ci fosse un riferimento a pericoli che avrebbero potuto avere, rincorrere gli avvocati che facevano i parlamentari.

E poi c'è un altro episodio che avviene durante una partita, particolarmente inquietante, se si pensa che l'ultimo attentato della mafia doveva avvenire proprio in uno stadio. Il 22 dicembre del 2002, durante la partita Palermo-Ascoli, e proprio nel carcere di Ascoli, sarà una coincidenza, ma è rinchiuso Totò Riina. Durante la partita Palermo-Ascoli, su una curva dello stadio Barbera di Palermo compare uno striscione. Sopra c'è scritto: "Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia".

La mafia è consapevole che un parlamentare, a prescindere che abbia fatto l'avvocato, non può essere in condizioni di potere manovrare o di potere fare cambiare rotta un governo che per scelta strategica si è data quella di adottare provvedimenti finalizzati all'applicazione del 41 bis, se si tratta di giustizia, all'applicazione di altri, di altri provvedimenti. E noi parlamentari a stento ci danno la possibilità qualche volta di farci approvare qualche emendamento. Immaginate un poco se un parlamentare è in condizione di fare cambiare strategia al proprio partito o addirittura a una coalizione. E il 61 a 0, i voti che il Polo ha preso nel '94 e nel 2001, era un voto di voglia di cambiare, voglia. Tanto è vero, tanto è vero che quando ci siamo presentati alle elezioni, alle elezioni, gran parte dei manifesti elettorali non indicavano il nome, il nome del candidato. Il candidato era Berlusconi. Immaginate un poco se un candidato che si presenta in un comune, fa un comizio, se ne va, si gira il collegio in questi termini, possa avere il tempo materiale di avere, di avere un, diciamo, dei contatti, ma neanche col proprio partito più, perché sono voti che vengono dalla, vengono da Roma, dalle, dalle televisioni, dai giornali, dal rilevare un sentimento forte del popolo che vuole cambiare. Altro che voto condizionato, del voto orientato, del voto dato a questo, voto dato a quell'altro. La mafia chiede sconti, oppure la mafia presenta il conto, oppure vuole soltanto mascherare, compromettere una forza politica innocente.

E perché quelle strade? Perché quella strage? La strage di via D'Amelio, con la morte di Paolo Borsellino, soltanto 58 giorni dopo quella di Giovanni Falcone. Ci sono due inchieste che cercano di capire se dietro alle stragi, dietro agli esecutori e mandanti mafiosi, non ci sia qualcun altro, qualcuno di esterno all'organizzazione. Una è a Caltanissetta e indaga sulla strage di via D'Amelio e su quella di Capaci. L'altra è a Firenze, indaga sulle stragi di Firenze, Roma e Milano. La conduceva il sostituto procuratore nazionale antimafia Gabriele Chelazzi, che è morto di infarto il 15 aprile del 2003. L'inchiesta, però, va avanti lo stesso.

La mafia, comunque, sembra essere scomparsa. Cosa è successo? È stata vinta? Oppure è soltanto diventata invisibile? Perché la mafia c'è ancora. Ci sono ancora le estorsioni, il pizzo. Ogni tanto scompare qualcuno per lupara bianca, o qualcuno viene ammazzato per la strada. Perché ci sono segnali inquietanti. Il 2 giugno di quest'anno, qualcuno ha murato l'ingresso del centro Padre Nostro, il centro fondato da Don Pino Puglisi. È andato lì la notte e ha chiuso la porta con pietre e calcina, e ha lasciato anche lì gli attrezzi. Porta murata, chiusa come quella di una tomba. È soltanto un gesto simbolico, poco di più. Ma è anche così che la mafia si impone, con i simboli.

Qui finisce questo romanzo. I nostri personaggi sono morti, come Mario Francese, Padre Puglisi, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Oppure, come Salvo Lima e Vito Ciancimino, morto di morte naturale nel novembre del 2002. Oppure sono in galera, sottoposti al 41 bis, come Leoluca Bagarella e Totò Riina, che non ha mai parlato, non ha mai collaborato. E se parla, è soltanto per attaccare. "Cioè, io sono i comunisti che portano avanti queste cose, signor Violante, signor Castelli, da Palermo, cioè tutto un, una commedia, tutto quello che che che che gira attorno a queste cose, portano avanti queste cose. Questo c'è di questo governo, questo se debbono guardare di questi attacchi, cioè comunisti." Bernardo Provenzano, invece, è ancora latitante, ancora fantasma, ancora fluttuante in una dimensione virtuale. Dov'è chi comanda veramente Cosa Nostra? E cosa sta facendo adesso la mafia?

Se fosse un romanzo, avremmo le risposte. E se fosse un romanzo o un film, a questo punto avremmo una scritta che dice che ogni riferimento a parole o fatti è puramente casuale. Ma qui no. Qui non possiamo avercela, perché tutto quello che abbiamo detto, i fatti, le date, le persone, e soprattutto i morti, quelli che hanno scelto la strada del crimine o quelli che sono stati ammazzati per servire lo Stato, la legge, la giustizia, tutto questo, purtroppo, è vero. Lo Stato non cederà mai al ricatto, da qualsiasi parte provenga, perché è dovere dello Stato non cedere. La società civile non è più garantita. Ma chi glielo fa fare? Soltanto lo spirito di servizio. Ha mai avuto dei momenti di di scoramento, magari dei dubbi, delle tentazioni di abbandonare questa lotta? No.