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Commedia, Inferno, XXXIII canto – Dante Alighieri || Parafrasi e analisi 🔥

Diario di Charlotte50:59

Transcription

Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera.

Oggi video lezione sulla lettura, sulla parafrasi e sull'analisi del 33º canto dell'inferno, il canto del conte Ugolino. Prima però vi ricordo di lasciare un mi piace qui sotto, di iscrivervi al canale e di seguirmi anche su Instagram. Mi trovate come Diario di Charlotte.

[Musica]

Come sapete ho una playlist dedicata alla commedia e in particolare all'inferno. Ve la lascio qui. Questa playlist l'aggiorno pian pianino perché analizzare un canto richiede parecchio tempo e anche proprio la preparazione del video.

Iniziamo con uno dei canti più famosi e più letti dell'inferno dantesco, ovvero il 33º canto. Canto, come vi dicevo, del conte Ugolino, di questo personaggio così noto, così celebre alle cronache. Innanzitutto vediamo dove ci troviamo. Siamo nel nono cerchio e siamo nella seconda e terza parte del lago Cocito. Veramente, se dobbiamo essere ancora più precisi, siamo nelle sezioni di Antenora e Tolomea, di cui poi parleremo.

Quali sono i peccatori puniti? I peccatori puniti sono i traditori della patria e qui abbiamo il nostro conte Ugolino, ma anche i traditori degli ospiti e qui abbiamo Frate Alberigo. Infatti i personaggi che incontreremo in questo canto sono Dante, Virgilio, Ugolino della Grandesca, l'arcivescovo Rogeri e Frate Alberigo.

Come al solito vi mostro dove siamo. Come vedete siamo nel lago Cocito, questo lago ghiacciato che nasce dal fiume Cocito, per l'appunto, fa parte dei quattro fiumi infernali e poi siamo quindi nella parte terminale dell'inferno vicini a Lucifero.

Vediamo quindi i traditori. Come vi dicevo, il lago Cocito è un grande lago ghiacciato che è diviso in quattro zone e qui sono immersi i traditori. Nel video dedicato all'inferno che vi lascio qui, vi ho parlato di tutta la struttura dell'inferno e anche di questo lago in cui sono immersi i traditori.

Alcuni di voi potrebbero dirmi: "Ma noi abbiamo studiato il canto di Ulisse e Ulisse è un consigliere fraudolento, ma non è un traditore anche lui." Qual è la differenza tra tradimento e frode? La differenza è molto sottile perché il tradimento colpisce chi si fida, invece la frode colpisce indistintamente.

Come vi dicevo, il lago Coito nasce dal fiume infernale che ristagna però in un lago. Noi abbiamo i quattro fiumi infernali che sono Acheronte, il Flegetonte, lo Stige e il Cocito. Questi fiumi nascono dalle lacrime di una statua, il Veglio di Creta.

Come dicevamo prima, il lago Coito è diviso in quattro sezioni. Caina attende chi a vita ci spense. Ed è subito quinto canto. Vi lascio qui la videolezione. Infatti Gianciotto che ha ucciso la moglie e il fratello Paolo e Francesca la moglie è a Caina perché è un traditore dei parenti. A Antenora invece abbiamo i traditori della patria come Ugolino. A Tolomea i traditori degli ospiti e a Giudecca da Giuda Iscariota i traditori dei benefattori.

Il loro contrappasso, come vedete qui, è legato proprio a questo lago ghiacciato. Infatti i penitenti, i peccatori sono immersi nel ghiaccio. I traditori dei parenti sono immersi fino al collo, ma devono tenere il viso basso. Presso Antenora, invece, i traditori sono immersi, ma hanno il viso verso l'alto. A Tolomea giacciono supini e le loro lacrime sono ghiacciate, mentre a Giudecca sono completamente immersi nel ghiaccio. Come vedete, questo è un contrappasso per simiglianza o per analogia. Come in vita questi peccatori dimostrarono di avere un cuore gelido, così all'inferno giacciono immersi nel ghiaccio.

Per quanto riguarda la struttura, abbiamo l'apertura del canto che di solito si legge a scuola, la vicenda del conte Ugolino, abbiamo ben due invettive in questo canto. Sapete che Dante è famoso per le sue invettive. L'invettiva in questo caso è contro Pisa e contro i genovesi. Altri personaggi che incontreremo sono Frate Alberigo e anche Branca Doria.

Ma il conte Ugolino, dove lo abbiamo già incontrato? Nel 32º canto, quando il 32º canto si chiude, già c'è un riferimento a due anime, due anime di peccatori, quella di Ugolino della Gerardesca e quella dell'arcivescovo Ruggeri. Infatti Dante dice: "Noi eravamo partiti già da ello, che io vidi due ghiacciati in una buca, sì che l'un capo all'altro era cappello; e come il pan per fame si manduca, così il sovran li denti all'altro pose là ove il cervel giunge con la nuca."

Quindi che cosa vede Dante? Vede nel lago ghiacciato due anime. Una delle due sta mordendo sulla nuca l'altra. È il conte Ugolino che morde l'arcivescovo Ruggeri. E poi il canto naturalmente si conclude.

Ma chi è questo conte Ugolino? Il conte Ugolino è un nobile pisano. Siamo tra il 1220 e il 1289 circa ed è un nobile pisano di famiglia Ghibellina. Come ricorderete bene, sia per quanto riguarda la commedia, la biografia di Dante, le lotte tra Guelfi e Ghibellini, ma anche la storia di terza, abbiamo delle lotte tra fazioni che sostengono i Ghibellini, quindi l'imperatore, e il Papa, i Guelfi. Ugolino sostiene i Ghibellini perché la sua famiglia è di origine ghibellina, però poi si alleerà con i Guelfi e in particolare con la famiglia dei Visconti. Questa alleanza sarà così stretta che addirittura una delle figlie di Ugolino sposerà Giovanni Visconti che era giudice della Gallura.

Ugolino viene quindi bandito dalla città e per alcuni anni risiede in Sardegna. Come sapete la Gallura si trova in Sardegna, però rientrerà, quando i Guelfi prendono il potere, rientrerà a Pisa e nel 1284 e otterrà anche delle vittorie militari contro Genova.

Quando pensiamo al 1284 vi deve subito venire in mente una battaglia e poi vi verrà in mente per sempre perché dopo aver studiato il canto del conte Ugolino rimarrà nella vostra memoria. Innanzitutto sappiamo che Pisa fa parte delle repubbliche marinare, così come Genova, Venezia e Amalfi. Ho dedicato un video alle repubbliche marinare che vi lascio qui. La battaglia della Meloria è una battaglia che vede lo scontro tra i genovesi e i pisani. È il 6 agosto del 1284 e le due repubbliche marinare si scontrano. Si scontrano per avere il dominio commerciale sul Mar Tirreno. Perché si chiama Battaglia della Meloria? Perché al largo di Livorno c'è una zona di fondi sabbiosi, bassi fondi sabbiosi che porta questo nome. Durante questa battaglia però Pisa viene sconfitta. Ugolino era a capo di 12 galere che sono delle imbarcazioni agili, veloci, e si rifugia nel porto pisano dopo la sconfitta. Addirittura suo figlio Lotto viene fatto prigioniero.

Nonostante la sconfitta della battaglia su qualcuni vociferano possibili complotti non comprovati, Ugolino comunque mantiene la sua reputazione, infatti continua la sua carriera politica, diventa podestà, poi capitano del popolo e vuole anche rompere l'alleanza di Genova, perché Genova, dovete sapere che era alleata con altre città toscane, in particolare con Firenze e Lucca e pare che ceda alcuni castelli alle due città. Come vedete nella slide, io vi ho sottolineato questa frase, ricordatevela perché poi tornerà nel canto. Ugolino si associa anche al nipote di Nino Visconti, che peraltro Dante ricorda nell'ottavo canto del Purgatorio. Come vedete Dante punisce Ugolino come peccatore all'Inferno, mentre il nipote Visconti sta in Purgatorio nella valletta dei principi negligenti. Ed è comunque sia un'anima purgante, quindi un'anima che può scontare la sua pena a differenza di Ugolino che è un traditore della patria.

L'alleanza però con Nino Visconti si romperà e Ugolino si alleerà con l'altro personaggio che abbiamo citato prima, ovvero l'arcivescovo Ruggeri degli Ubaldini. L'arcivescovo ordirà una congiura contro di lui e si alleerà insieme a delle importanti famiglie. L'arcivescovo Ruggeri si alleerà con tre importanti famiglie, anch'esse torneranno nel nostro canto e sono i Sismondi, i Lanfranchi e i Gualandi dall'omonima torre in cui Ugolino verrà imprigionato.

Infatti Ugolino viene accusato di tradimento e viene rinchiuso nella torre che all'epoca si chiamava Torre della Muda insieme ai figli Gaddo e Guccione e anche ai nipoti Nino e Anselmuccio. Ugolino fa una triste fine perché dopo 9 mesi di prigionia viene lasciato morire di fame insieme alla sua famiglia.

Ma ora leggiamo insieme i primi sei versi del canto.

"La bocca sollevò dal fiero pasto quel peccator forbendola ai capelli del capo che li aveva di retro guasto."

Innanzitutto quel peccator è una perifrasi per indicare Ugolino. Ugolino. Quel peccatore sollevò la bocca da che cosa? Dal pasto e la solleva in modo fiero. Infatti quel fiero pasto è una metonimia e fiero è riferito proprio a Ugolino. Naturalmente il fiero pasto e anche la nuca dell'arcivescovo Ruggeri pulendola ai capelli, quindi pulendola dai capelli del capo che lui stava guastando, quindi pulendola dai capelli del capo, appunto, della nuca che lui stava mordendo con vigore.

Poi si rivolge a Dante.

"Tu vuoi che io rinovelli disperato dolor che il cor mi preme? già pur pensando prima che io ne favelli."

Tu quindi si rivolge a Dante, desideri che io rinnovi, racconti di nuovo il dolore disperato che mi angoscia al cuore già soltanto quel pure è un latinismo, va inteso come soltanto pensandoci prima che io ne parli. Anche qui favellare, la favella è sempre un latinismo.

Come dicevamo, quindi il conte Ugolino sta mordendo con feroce al capo dell'arcivescovo Ruggeri, come vedete qui anche da questa celebre litografia. E già in questi primi versi abbiamo dei rimandi letterari. Infatti questa forbendola ai capelli, cioè il fatto che Ugolino si pulisca la bocca con i capelli strappati, richiama un episodio della Tebaide di Stazio, in particolare nel nono libro.

Ugolino, come dicevamo, si rivolge a Dante. Dice: "Tu vuoi che io racconti di nuovo, che io riprovi, rinnovi quel dolore disperato che ho provato?" E anche qui abbiamo un altro riferimento letterario classico, questa volta però l'Eneide di Virgilio, nella quale noi leggiamo "O regina, renovare dolorem" o "regina". Qui naturalmente abbiamo Enea che si rivolge a Didone e che le dice "Tu mi ordini di rinnovare questo dolore disperato, questo dolore inesprimibile".

"Ma se le mie parole essere di seme che frutti infame al traditor che io rodo, parlare la gremar vedrai insieme."

Ma se le mie parole possono essere sia il seme che il frutto dell'infamia per il traditore che io sto mordendo, quindi per l'arcivescovo Ruggeri, tu vedrai insieme parlare e lacrimare e piangere. Qui abbiamo diverse figure retoriche. Abbiamo seme e frutti che sono delle metafore, abbiamo il traditor che io rodo che è una perifrasi dell'arcivescovo Ruggeri e abbiamo uno zeugma nel quale abbiamo il verbo vedrai che regge parlare e lacrimare.

"Io non so, dice Ugolino, chi tu sei né per che modo venuto sei quaggiù. Ma fiorentino, mi sembri veramente quando io ti odo."

Io, Ugolino, non so chi sei, Dante, né in quale modo sei venuto quaggiù per le frasi per l'Inferno, ma mi sembri fiorentino per quel che io posso udire, per quel che io sento. Come dicevamo, Ugolino decide di raccontare la vicenda perché le sue parole siano seme e frutti dell'infamia. Relativa a Ruggeri, cioè che cosa vuol dire concretamente? Che vuole danneggiare la reputazione dell'arcivescovo. Quando invece abbiamo "parlare la gremar vedrai insieme" e qui abbiamo uno zeugma, notiamo anche un collegamento, un parallelismo con il quinto canto dell'Inferno nel quale abbiamo "dirò come colui che piange e dice" e qui abbiamo "parlare la gremar vedrai insieme". Quindi a Ugolino, come stavamo dicendo, non interessa tanto l'identità di Dante, però riconosce il suo accento e quindi decide di parlare perché è un fiorentino, Dante, e quindi potrà raccontare in Toscana le malefatte di Ruggeri.

"Tu devi sapere che io fui conte Ugolino, e questo è l'arcivescovo Ruggeri. Ora ti dirò perché io son tal vicino."

Tu, Dante, devi sapere chi fu il conte Ugolino della Gerardesca e questo è l'arcivescovo Rogeri degli Ubaldini. Ora io dirò a te perché gli sono così tanto vicino che per l'effetto dei suoi mai pensieri, fidandomi di lui, io fossi preso e poscia morto dirlo nei mestieri. Però quel che non puoi avere inteso, cioè come la morte mia fu cruda, udirai e saprai sei mi ha offeso.

Lui dice che a causa dei suoi pensieri malvagi, quindi dei suoi piani malvagi, e a causa del fatto che lui si è fidato di lui, cioè dell'arcivescovo, lui è stato catturato, preso e poi è morto, è stato ucciso e questo ovviamente è risaputo, ma quello che Dante forse non sa è quanto la sua morte sia stata crudele e quindi gli racconterà la storia per anchegli capire in quale modo egli, cioè l'arcivescovo, lo ha offeso, lo ha vilipeso.

Come vedete questo, "fidandomi di lui", ve l'ho evidenziato in arancione perché Dante riporta una notizia di cronaca del tempo. Infatti, secondo questa notizia, Ugolino rientrerebbe a Pisa, sarebbe rientrato a Pisa proprio convinto dall'arcivescovo Ruggeri che ha ordito una congiura contro di lui.

"Come la morte mia fu cruda."

Ugolino racconta a Dante quindi la sua storia, la sua morte così cruenta di cui vi ho parlato prima e vuole sfogare tutto l'odio che prova per Ruggeri.

"Breve pertugio dentro dalla muda, la qual per me ha il titolo della fame e che conviene ancora che altrui si chiuda, mi aveva mostrato per lo suo forame più lun già, quando io feci il malsonno che del futuro mi squarciò il velame."

Come vedete qui dal colore azzurro abbiamo tante metafore. Innanzitutto Ugolino dice che dentro la torre della Muda c'era un breve pertugio, un breve foro. La Muda, la quale per lui ha il titolo della fame, la torre della fame, perché morirà di fame. Questa torre, dato che lui ci è morto, conviene che venga chiusa. In ogni caso, questo breve pertugio gli aveva mostrato più luna già. Cosa vuol dire? Che erano passati più giorni, più mesi, quando lui, quando io, quindi quando Ugolino, fece il malsonno, quindi fece un incubo che però gli squarciò il velame del futuro, quindi un sogno, potremmo dire premonitore.

Come vi dicevo, la Torre della Muda è la torre anche detta dei Gualandi, quindi una delle famiglie con cui si allea l'arcivescovo. E in questa torre Ugolino viene rinchiuso con la sua famiglia. Viene detta Torre della Muda perché le aquile potessero andare a mudare, cioè a cambiare le penne. Oggi questa torre c'è, fa parte del Palazzo dell'Orologio. La quale per me il titolo della fame, come dicevamo, per lui ormai non si chiama più Torre della Muda, si chiama Torre della Fame per la vicenda che in cui è stato coinvolto Ugolino. Comunque sia da questo breve pertugio può scorgere la Luna e dopo qualche mese fa un sogno premonitore.

"Questi Rugeri pareva a me maestro e donno, cacciando lupo e lupicini al monte. Perché i pisani veder Lucca non ponno?"

Questi Rugeri sembrava a me maestro e anche capo della brigata di caccia e infatti chi cacciava il lupo, ovvero metafora di Ugolino e i lupicini, cioè la sua famiglia al Monte San Giuliano tra Pisa e Lucca. Perché i pisani veder Lucca non possono.

"I Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi si erano messi dinanzi insieme al popolo, cioè con cagne magre, studiose e conde, cioè ammaestrate per la caccia."

Quindi nella visione che cosa succede? Che Ugolino, che si immagina essere un lupo, insieme ai suoi piccoli, viene spinto durante la battuta di caccia verso i cacciatori, i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi. Ruggeri ci aveva messo davanti spinti verso le famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi a causa grazie alle cagne magre, studiose e ammaestrate, quindi al popolo. Cosa sta dicendo Ugolino? Ugolino ha avuto un incubo, si è immaginato, in questa visione di essere un lupo insieme ai suoi piccoli lupi e ed è stato spinto durante la battuta di caccia proprio verso i cacciatori. Quindi il popolo, cioè le cagne fameliche, è pronto a sbranarli.

"Impiccio al corso mi parevano stanchi lo padre e i figli e con la gute scane mi pare a lor veder fenderli i fianchi."

Dopo una breve corsa mi sembravano stanchi il lupo e i lupicini, cioè lo padre e i figli. Anche qui abbiamo la metafora e con le scane aguzze, quindi con i denti aguzzi, mi sembrava veder fendere i loro fianchi.

"Quando fui desto innanzi la dimane, pianger sentì fra al sonno i miei figlioli che eran con me ecco e di mandar del pane."

Quando mi fui svegliato, fui desto il giorno dopo, la mattina dopo, io sentì piangere fra il sonno i miei figliuoli. Qui abbiamo un anastrofe, che erano con me. Ecco cioè Mecum e domandare chiedere del pane. Quindi Ugolino sente piangere Uguccione e Gaddo che sognano sognano di avere fame e chiedono del pane.

"Ben sei crudel se tu già non ti duoli pensando ciò che il mio corso annunziava. E se non piangi? Di che pianger suoli?"

Qui Ugolino si rivolge a Dante e gli dice "Ma sei molto crudele se già tu non provi dolore pensando a ciò che il mio cuore si prefigurava. Ma poi se non piangi per questo, di solito perché cosa piangi?" È un'interrogativa retorica questa.

"Già erano svegli e l'ora spressava che il cibo ne solea essere addotto e per suo sogno ciascuno dubitava e io sentì che avvarluscio di sotto all'orribile torre onde io guardai nel viso i miei figlioli senza far motto."

Quindi già erano svegli e l'ora si avvicinava l'ora in cui di solito ci davano del cibo. Però a causa del loro sogno tutti dubitavano e io Ugolino, sentì chiavar, cioè mettere una trave sull'uscio di sotto all'orribile torre. La porta della torre viene inchiodata. Dunque, io guardai nel viso i miei figlioli senza parlare. Qui abbiamo, come vedete, una enumerazione per polisindeto della congiunzione e.

Ma non piangi? Dante, di solito, perché Ugolino quindi vuole che Dante partecipi al suo dramma emotivo e il dramma si acuisce quando Ugolino sente questo rumore sinistro che annuncia il peggio. Viene inchiodata la porta della torre.

"Io non piangea. Si dentro impetrai. Piangevano elli. E ansel ilmuccio mio disse: "Tu guardi". Sì, padre, che hai?"

Io non piangevo, ma dentro diventai di pietra, di ghiaccio. Qui abbiamo una metafora. Loro piangevano e Anselmuccio mio, mio nipote, Anselmuccio mio è un vezzeggiativo, disse padre. In questo caso non è il padre, come dire, di sangue, ma di spirito quasi, no? Tu ci guardi così, che hai?

"Perciò non lacrimai né risposi io, tutto quel giorno nella notte appresso. Infine l'altro sol nel mondo uscio."

Perciò io non piansi e non risposi per tutto il giorno e la notte successiva fino a che non venne l'alba. Qui abbiamo una perifrasi per indicare l'alba. Come vi dicevo, Anselmuccio mio è uno dei nipoti di Ugolino, figlio di Guelfo II. Qui, come dicevo, l'aggettivo possessivo mio ha un valore affettivo, quasi vezzeggiativo.

"Come un poco di raggio si fu messo nel doloroso carcere e io scorsi per quattro visi il mio aspetto stesso. Ambo le man per lo dolor mi morsi."

Quando un po' di raggio del sole entrò nel doloroso carcere, anche qui abbiamo la metonimia come le sudate carte dei Leopardi. E io scorsi per i quattro visi il mio aspetto, cioè vidi la mia fame nei visi dei miei figli e nipoti, presi entrambe le mie mani e le morsi per il dolore, le morsicai.

"Edi, pensando che io fessi per voglia di manicar, di subito levorsi e disser: "Padre, assai ci fiammendoglia se tu mangi di noi. Tu ne vestisti queste misere carni e tu le spoglia"."

E loro, pensando che io lo facessi per voglia di manicar, cioè di manducare, cioè di mangiare un latinismo, subito si levorsi, cioè si alzarono e mi dissero: "Padre, ci farebbe meno dolore se tu mangiassi di noi? Tu vestisti queste misere carni e tu ora le spoglierai". Come vedete qui abbiamo i nipoti e i figli che si rivolgono a Ugolino con un'invocazione. Notiamo la ripetizione, la geminatio di tu e la metafora del vestire e di spogliare le carni. Ugolino, quindi, come vi dicevo, guarda la famiglia e vede la fame negli occhi dei suoi familiari, quindi per questo si morde le mani disperato. I figli però preferirebbero che lui li divorasse piuttosto che soffrisse la fame. Quindi, così come lui ha vestito le loro carni, potrà spogliarle. E vi mostro qui una scultura che rappresenta proprio Ugolino e i suoi figli.

"Cuetami allor non farli più tristi. Lo di e l'altro stemmo tutti muti. Ahi dura terra, perché non t'apristi?"

Mi calmai allora per non renderli ancora più addolorati, più disperati e il giorno e l'altro stemmo tutti muti. E qui poi si rivolge alla Terra. Ugolino, ma perché non ti apri con un'interrogativa retorica?

"Poscia che fumo al quarto di Venuti, Gaddo mi si gittò disteso ai piedi, dicendo: "Padre mio, perché non mi aiuti?""

Dopo che fummo al quarto di venuti, cioè passato il quarto giorno, qui abbiamo anche un anastrofe, Gaddo mi si gettò ai piedi e mi disse: "Gaddo era figlio di Ugolino, padre mio, perché non mi aiuti?" Gaddo, di fatto con questa domanda sembra chiedere al padre: "Perché non mi mangi?" Al quarto giorno di digiuno, infatti, muore di fame.

"Quivi morì. E come tu mi vedi, viocascarli tre uno ad uno, tra il quinto, di e il sesto, onde io mi diedi già cieco, a brancolar sopra ciascuno e due d li chiamai poiché fur morti."

Quivi e Mibi, li morì. E come tu mi vedi ora, io vidi cascare, cioè vidi morire gli altri tre ad uno ad uno tra il quinto e il sesto giorno. Quindi io al buio mi misi a brancolare, li chiamai dopo che furono morti.

"Poscia, più che il dolor potè il digiuno."

Come vedete notiamo l'anafora. Vi avevo già segnalato in viola nei versi dal 67 al 69. C'era un poscia e qui abbiamo un altro poscia. Dopo più che il dolor potè il digiuno.

Quando ebbe detto ciò, quindi quando Ugolino disse ciò, con gli occhi torti riprese il teschio dell'arcivescovo Ruggerico e suoi denti e continuò a morderlo. Morderlo fino ad arrivare all'osso come fa un cane. Anche qui abbiamo il teschio misero che è una metonimia e abbiamo la similitudine come d'un can.

Come dicevo, Ugolino vede i figli e nipoti morire l'uno dopo l'altro. Li chiama per due giorni brancola nel buio dopo la loro morte. E poi abbiamo questo verso che è famosissimo, "poscia più che il dolor potè il digiuno". Un verso che ha una duplice interpretazione perché una parte della critica dice: "Dopo il dolore prevalse la fame e Ugolino divorò i suoi figli", come accade spesso nella letteratura. D'altra parte, un'altra parte della critica ci dice: "Ugolino si lascia morire di fame." Il primo commentatore della Commedia è Jacopo della Lana e lui sostiene la tesi dell'antropofagia, quindi del cannibalismo. Alcuni copisti antichi però variano il testo in modo invece da rivelare la loro interpretazione che viene ipotizzata anche da De Santis e da Contini. La maggior parte degli antichi e dei moderni, di fatto, sostiene che Ugolino muoia lentamente. È questa la crudeltà della sua sorte. Però entrambe le interpretazioni sono legittime. Peraltro, come leggiamo dall'Enciclopedia Dantesca, nel marzo del 1989, all'arrivo a Pisa di Guido da Montefeltro, la prigione viene aperta e il conte morto da poco, mentre in teoria l'antropofagia avrebbe dovuto sostenerlo in vita ancora un po'. L'antropofagia noi la troviamo anche nel mito greco. Pensate a Crono che divora i suoi figli e Rea che vuole salvare Zeus, appunto, che rischia altrimenti di essere divorato dal padre, Polifemo, il gigante cannibale o anche Tieste, al quale purtroppo vengono serviti i propri figli, naturalmente ignaro di tutto, ad un banchetto proprio dallo stesso fratello Atreo che lo tradisce. E quindi il tema del cannibalismo non è una novità.

Ora vediamo un'altra parte del canto, quella dedicata all'invettiva contro Pisa.

"O Pisa, offesa delle genti, vergogna degli italiani."

Vergogna dell'Italia, cioè il bel paese della lingua del sì, quindi del volgare italiano. Vi ricordo che Dante ci parla della lingua del sì nel suo De vulgari eloquentia. Dato che i vicini, cioè Firenze e Lucca, sono lenti a punirti, si muovano la Capraia e la Gorgona, cioè le isole vicine e facciano sbarramento all'Arno sulla sua foce, in modo che egli, cioè che l'Arno, anneghi ogni persona.

"Poiché se è vero che il conte Ugolino eh si diceva che ehm avesse tradito Pisa, quindi ti avesse tradita per i castelli, vi ricordate che prima ve l'ho spiegato, non dovevi porre i suoi figli, quindi la sua famiglia a tale croce."

Come vedete in questi versi abbiamo delle perifrasi, vituperio delle genti, del bel paese là dove il sì suona, i vicini, abbiamo un'invocazione ai Pisa e abbiamo la croce relativa, appunto, una metafora per dire la situazione in cui vengono posti i figli che devono purtroppo e i nipoti condividere la stessa sorte di Ugolino.

Dante quindi si lancia in un'invettiva contro Pisa. Condanna in particolare anche le lotte tra fazioni e l'ingiustizia di condannare gli innocenti proprio come i figli e i nipoti di Ugolino. Come vi dicevo, l'Italia è la lingua del sì, il sì, la lingua volgare italiana, la nascente lingua. Dante nel De vulgari eloquentia, oltre a citare la lingua del sì, ci parlerà anche della lingua d'oc e della lingua d'oïl, che sicuramente quest'anno avrete studiato parlando di letteratura cortese e cavalleresca. In ogni caso ho molti video dedicati che vi lascio qui.

Dante si riferisce al fatto che le città nemiche di Pisa, cioè Lucca e Firenze, sono lente a punirla. E quindi che cosa dovrà accadere? Dovrà accadere che siano le isole di Capraia e Gorgona sotto il dominio della Repubblica di Pisa a punirla e quindi a sbarrare il corso all'Arno in modo che faccia annegare i pisani. Il conte Ugolino, come vi dicevo, aveva la voce di aver tradito Pisa, in particolare per i castelli, però, secondo Dante, Ugolino, quindi non avrebbe ceduto ai lucchesi e ai fiorentini i castelli pisani. Quindi il poeta condanna questa pena inflitta alla famiglia di Ugolino. Peraltro mette in dubbio che abbia tradito Pisa e in più dice: Pisa è una città ingiusta perché addirittura ha punito degli innocenti.

Infatti cosa ci dice?

"Innocenti faceva l'età novella. Novella Tebe Uguccione e il Brigata e gli altri due che il canto suso appella."

A Pisa, novella Tebe, cioè sei una città nota per le lotte fratricide. In più hai punito chi? Uguzzione, il Brigata, un altro nipote e gli altri due, cioè gli altri nipoti citati nel canto in precedenza che invece erano degli innocenti, innocenti perché erano ancora nell'età novella. Hai punito quindi i familiari di Ugolino che il canto suso appella, cioè che vengono menzionati nel canto sopra.

"Noi passiamo oltre la ove la gelata, ruvidamente un'altra gente fascia non volta in giù ma tutta riversata."

Quindi Dante e Virgilio passano oltre là dove la gelata, quindi lago ghiacciato, fascia, avvolge un'altra gente, quindi altre anime di peccatori. Questa volta non in giù, ma tutta stesa. Quindi stiamo passando dai traditori della patria ai traditori degli ospiti. Come ribadisco, Dante condanna il coinvolgere i figli nella sorte dei padri e lo fa a ragion veduta perché lui stesso era stato esiliato e anche i suoi figli, dopo aver superato la fanciullezza, sono condannati alla stessa sorte.

Leggiamo il commento di Chiavacci Leonardi relativo proprio alla novella Tebe, quindi Pisa che viene paragonata a Tebe nota per le lotte fratricide. Vi ricorderete bene? Edipo, Giocasta e poi le lotte tra Eteocle, Polinice, Antigone, no? I figli. Quindi Tebe è la città dell'efferatezza per antonomasia, dove le più terribili e disumane vicende si erano compiute. Il figlio Edipo che uccide il padre Laio e giace con la madre Giocasta. I due fratelli Eteocle e Polinice che si uccidono a vicenda. Il nemico Tideo che rode il cranio del nemico ucciso. Quindi Dante veramente ha una pessima considerazione di Pisa che paragona addirittura a Tebe.

"Noi passiamo oltre."

Quindi Dante e Virgilio vanno nella Tolomea dove si trovano i traditori degli ospiti. Ma perché si chiama Tolomea? Tolomeo di Gerico, che era il governatore della città di Gerico, ma che uccide tradimento Simone Maccabeo e i suoi figli dopo averli invitati a un banchetto.

"Lo pianto stesso li pianger non lascia e il dual che trova in sugli occhi rimpetto si volge in dentro a far crescere l'ambascia. Poiché le lacrime prime fanno groppo e sì come visiere di cristallo riempion sotto il ciglio tutto il coppo."

Lì il pianto stesso non fa piangere, cioè non permette il pianto e le lacrime che sono sugli occhi che stanno cercando di colare trovano un intoppo, trovano un ostacolo. Il pianto stesso lì non li lascia piangere e il pianto che trova appunto nel viso, negli occhi degli ostacoli torna indietro e fa crescere la loro angoscia, il loro dolore, poiché le lacrime è come se si cristallizzassero, cioè fanno un groppo e formano sul viso come delle visiere, degli elmi di cristallo e riempiono sotto il ciglio tutto il coppo. Quindi riempiono tutta la cavità sotto gli occhi. Sono i traditori degli ospiti che, come dicevo, sono riversi supini nel lago, nello stagno ghiacciato e le loro lacrime si congelano. Formano delle visiere di cristallo che riempiono la cavità dell'occhio sotto le ciglia.

"E avvenna che siccome d'un callo per la freddura ciascun sentimento che c'è stato avesse del mio viso stallo, già vi par sentire alquanto vento perché io, maestro mio, questo chi muove non è quaggiù ogni vapore spento?"

Quindi, e sebbene e avvenne a che come avviene, come succede a un callo a causa del freddo, ciascun sentimento avesse cessato di fare stallo nel mio cuore, cioè di essere nel mio cuore, insomma, non provasse più nulla, già mi sembrava di sentire vento, perché io mi rivolsi al mio maestro, cioè Virgilio, e dissi "Ma maestro mio, questo chi lo muove? Ogni vapore non è spento qui all'Inferno." Abbiamo qui una lunga similitudine e abbiamo poi l'invocazione maestro mio e la perifrasi quaggiù. All'Inferno non c'è il sole, quindi teoricamente non dovrebbero esserci fenomeni atmosferici, eppure le ali di Lucifero quando si muovono producono dei venti.

"Ondi a me, acio, sarai dove di ciò ti farà l'occhio la risposta. Veggendo la cagonca il fiato piove."

Quindi vi ho fatto uno spoiler di fatto. Avaccio viene da Vivacius, quindi da Vivax e quindi veloce tra poco, quindi tu tra poco sarai dove l'occhio ti darà la risposta. Qui abbiamo un anastrofe. Vedendo la ragione che il fiato piove, cioè vedendo la causa di che cosa? di questo fiato che piove, quindi di questo vento.

"L'uno dei tristi della fredda crosta gridò a noi: "Oh anime crudeli, tanto che data ve ultima posta, levatemi dal viso i due riveli, sì che io sfoghi il dual che il cor mi impregna un poco prima che il pianto si raggeli.""

Un'anima, un peccatore della fredda crosta, quindi della Tolomea, gridò a noi: "Oh anime crudeli, dato che siete qui all'Inferno, levatemi dal viso i duri veli, come abbiamo detto noi, i veli ghiacciati, una metafora, così che io possa sfogare un po' il pianto che ho nel cuore un poco prima che dopo si eh cristallizzi di nuovo." L'anima si rivolge a Dante e a Virgilio per chiedere una cortesia, cioè di essere liberata da quelle lacrime ghiacciate. Si tratta di Frate Alberigo che era un capo Guelfo di Faenza. Nel 1267 però lui era entrato nei Frati Gaudenti che erano un ordine nato per difendere gli ideali cristiani nelle mura cittadine. Peraltro dei Frati Gaudenti Dante già ci parla nell'Inferno, in particolare nel 23º canto nel quale vengono citati tra i fondatori Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò. Siamo però in questo caso nelle Male Bolge, in particolare nella sesta bolgia degli ipocriti. Quindi qui parliamo, no, di frode, la frode verso tutti, quindi verso chi non si fida e non tradimento che colpisce chi si fida. In lite con i parenti Alberghetto e Manfredo dei Manfredi per interessi economici. Che cosa fa Frate Alberigo? Li invita a casa sua. Siamo nel 1285 e li uccide a tradimento.

"Perché io a lui? Se vuoi che io ti sovegna, dimmi chi sei e se io non ti disbrigo al fondo della ghiaccia ir mi convegna."

Dante gli risponde: "Se vuoi che io ti sovegna, qui abbiamo un latinismo da subvenire, quindi venire in soccorso a correre, no? Se vuoi che io ti aiuti, dimmi chi sei e se io non ti libero mi converrà andare al fondo della ghiaccia." Quindi in fondo al ghiaccio, no, in fondo al lago Cocito.

"Al che Frate Alberigo risponde: "Io son Frate Alberigo. Io son quel dalla frutta del malorto che qui riprendo dattero per figo.""

Allora, qui abbiamo innanzitutto "ir mi convegna" che è un'anastrofe e "al fondo della ghiaccia" è una perifrasi. È una perifrasi per indicare il lago Cocito. E l'anima risponde: "Io sono Frate Alberigo, sono colui della frutta del malorto e qui riprendo dattero per figo." E qui abbiamo la metafora che poi vi spiegherò.

"Oh, disse io lui, ora sei tu ancor morto?"

Dice: "Ma tu sei già morto?" E lui risponde a Dante: "Come il mio corpo stea nel mondo su, nulla scienza porto."

Quindi, Frate Alberigo si trova su nella terra, ancora vivo, ma non sa nulla scienza porto, non sa perché. Questa è un'anastrofe e abbiamo anche una perifrasi. Ma vediamo un po' perché il frate è quello dei frutti dell'orto malvagio. Perché è colui che fece uccidere i parenti proprio nel momento della frutta durante il dessert. Ed è così che svela a Dante la sua identità. Qui "riprendo dattero per figo". È una metafora medievale. È un po' come il nostro pane e focaccia. Il dattero era più pregiato del fico tutt'ora. No, quindi dice Alberigo che sta subendo una pena più grave della colpa.

"Ora sei tu ancor morto?"

Frate Alberigo nel 1300 è ancora in vita. Il suo corpo è sulla terra abitato da Satana.

"Con tal vantaggio a questa Tolomea, spesse volte l'anima ci cade innanzos mossa l'edea."

A questo vantaggio la Tolomea. Spesse volte l'anima ci cade prima che Atropo abbia mosso le dita. E perché tu più volentier mirade le invetriate lacrime dal volto, sappie che tosto che l'anima trade come feci io, il corpo suo l'è tolto da un demonio che poscia il governa, mentre che il tempo suo tutto sia volto.

E perché, Dante, tu che mi farai questo favore di togliermi, no, questa visiera, questo elmo ghiacciato, quindi le invetriate lacrime dal volto, sappi che tosto, appena l'anima tradisce, come feci io, il corpo suo le è tolto da un demonio e dopo il demonio lo governa, mentre il tempo suo non è ancora finito. L'anima ci cade innanzi prima che Atropo mossa l'idea. Cosa significa? Beh, ricordate le Parche, le Moire, abbiamo Cloto, la tessitrice del filo della vita, Lachesi che avvolge il filo e Atropo che lo recide. Come dicevamo, appena l'anima tradisce, il corpo viene retto da un demonio. Forse Dante qui riprende il Vangelo di Giovanni. In Giuda, appena compiuto il tradimento, entra Satana.

"Ella l'anima, ruina si fatta cisterna e forse pare ancorossuso dell'ombra che di qua dietro mi sverna."

Ella, cioè l'anima, cade in questa cisterna, in questo lago ghiacciato e pare che il suo corpo invece sia ancora su, così come è accaduto all'ombra che trascorre l'eterno inverno di Cocito e l'ombra dietro Frate Alberigo è quella di un altro personaggio.

"Tu devi sapere se tu viurmo mogiuso. Eli è ser Brancadoria e son più anni poscia passati che fusi racchiuso."

Tu devi sapere, dato che vieni nel momento giusto, che lui è Branca Doria e sono molti anni che lui è rinchiuso qui nel Cocito. Io credo, dissi lui, che tu mi inganni, cioè dice Dante, poiché Branca Doria non morì un cioè mai fino ad ora.

"Mangia, beve, dorme e veste panni."

Qui abbiamo anche, come notate, il polisindeto della congiunzione e abbiamo in questi versi le perifrasi che vi ho segnalato in blu scuro, la metafora all'ombra in azzurro e la ripetizione di tu. Tu come dicevamo, quindi l'anima di Frate Alberigo è nel Cocito, così come quella di Branca Doria che trascorre l'eterno inverno di Cocito.

Chi è Branca Doria? È un politico ghibellino genovese. Vi ricordo che abbiamo poi l'ultima invettiva, quella contro i genovesi, che è stato condannato all'Inferno, anche se il suo corpo è vivo e vegeto, sulla Terra. Lui nasce nel 1233 ed era influente sia in Liguria che in Sardegna, in particolare nella zona di Torres, uno dei giudicati sardi. Branca è vivo e vegeto, quindi Dante è stupito e incredulo.

"Nel fosso sud di delle Malebranche, là dove bolle la tenace pece, non era ancor giunto Michele Zanche che questi lasciò il diavolo in sua vece, nel corpo suo, e un suo prossimano che il tradimento insieme con lui fece."

Nel fosso su, quello delle Malebranche, cioè nelle Malebolge, dove bolle la tenace pece, non era ancora arrivato Michele Zanche, il signore del Logudoro, genero di Branca. Questi, Branca Doria lasciò il diavolo in sua vece, nel suo corpo, quindi il suo corpo venne abitato dal diavolo perché perché lui tradì proprio Michele Zanche grazie anche alla collaborazione di un prossimano, di un parente. Quindi addirittura Michele Zanche neanche fa in tempo ad arrivare nelle Malebolge che già il demonio è entrato e fa le veci di Branca Doria nel suo corpo.

"Ma distendi oggi mai? In quale mano? Aprimi gli occhi."

Quindi poi Branca Doria dice: "Ora distendi la tua mano, aprimi gli occhi, cioè liberami dalla visiera di ghiaccio."

"Ma io non glieli aprì e cortesia fu lui essere villano."

E fu una cortesia per lui, per un'anima così brava, essergli villano. Gran Doria tradisce il parente Michele Zanche che era signore dell'Ugud d'Oro, era suo genero e non era ancora arrivato nell'ottavo cerchio quando ormai già il demonio è nel corpo di Branca Doria. Michele Zanche è nella quinta bolgia, quella dei barattieri. Per porre mano proprio sui domini di Michele Zanche, Branca Doria invita a un banchetto e poi lo fa trucidare con il suo seguito. Forse è stato aiutato addirittura dal cognato, comunque sia da un parente. Come vi dicevo, Dante non tiene fede alle sue parole, non apre gli occhi a Frate Alberigo che racconta la storia di Branca e dice: "E cortesia, fu lui essere villano, cioè un'anima così maligna è una cortesia esserle villani."

Il canto finisce con l'invettiva ai genovesi.

"Ai genovesi uomini diversi d'ogni costume e pien d'ogne magagna. Perché non siete voi del mondo spersi?"

Ciao genovesi che siete degli uomini dai mali costumi pieni di beghe, ma perché non siete dispersi? Perché non vi siete annientati?

"Poiché col peggiore spirito di Romagna trovai di voi un tal che per sua opera in anima in coccito già si bagna e in corpo pravivo ancor di sopra."

Poiché oltre a Frate Alberigo, Dante ha trovato un tale, cioè Branca Doria che nonostante sia immerso nel lago ghiacciato Cocito, nel suo corpo è ancora vivo di sopra. Come vedete qui abbiamo un'interrogativa retorica, ai genovesi, un'invocazione e varie perifrasi sempre segnalate in blu scuro.

Quindi con questa invettiva Dante chiude il canto. I genovesi sono alieni al buon costume, sono pieni di vizi. Addirittura questo genovese che ha conosciuto Dante, questo Branca Doria è al Cocito in realtà con la sua anima, ma abitato dal demonio sulla terra.

Ci vediamo al prossimo.

[Musica]