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Alessandro Barbero - La Venezia del ghetto (Doc)

Alessandro Barbero Fan Channel44:15

Transcription

[Musica] benvenuti. Il documentario di oggi racconta la nascita del primo ghetto ebraico, quello di Venezia, avvenuta a mezzo millennio fa, nel 1516. Oggi "ghetto" è un termine comune che si usa anche in tanti casi in cui gli ebrei non c'entrano niente. Ma Venezia, nel Rinascimento, fu la prima città europea a decidere che gli ebrei, che per tanti secoli erano vissuti insieme ai cristiani, d'ora in poi potevano essere tollerati solo a patto di stare rinchiusi e segregati in un loro partito.

[Musica] Anche questa volta, per presentare il documentario, ha accettato di collaborare con AC/DC qualcuno che su questo argomento complesso ha una competenza specifica. Il ghetto di Venezia è il primo ghetto a costituirsi in Italia. Fra l'altro, quello dei ghetti è un fenomeno essenzialmente italiano e si costituisce nel 1516. È una risposta a una decisione che viene presa, una una domanda che viene fatta: tenere o meno gli ebrei a Venezia. C'è chi li vuole espellere, c'è chi li vuole tenere e il risultato è un compromesso: cioè, tenerli ma chiusi.

Un ghetto viene costruito rapidamente nell'isola di Cannaregio, che è separata, è un po' separato dal resto della città, ai margini. E sottolineo questo, perché poi molto spesso il ghetto sarà invece centrale, come a Roma, in uno spazio centrale dentro il tessuto urbanistico. Il ghetto viene costruito nell'isola di Cannaregio. Le case vengono chiuse sull'esterno, venivano costruite delle mura e in modo tale che non ci si possa affacciare all'esterno. Il ghetto si apre all'alba, si chiude al tramonto. Ci sono delle guardie che sorvegliano.

Il ghetto di Venezia è fondamentale per due motivi. Il primo è interno al ghetto stesso. Il ghetto è un centro culturale: vi si sviluppa musica, poesia, studi filosofici, studi cabalistici. Sono rapporti col mondo cristiano, rapporti con gli altri ghetti. Non è una prigione chiusa, è qualcosa di molto diverso, in cui, tra l'altro, c'è un rapporto forte tra cristiani ed ebrei dentro il ghetto.

Inoltre, il ghetto di Venezia è anche un posto di passaggio di persone che vengono da mondi diversi. Ci sono gli ebrei ashkenaziti tedeschi, quelli del primo ghetto, che sono essenzialmente prestatori. Ci sono poi i marrani, cioè gli ebrei convertiti al cristianesimo forzatamente, che tornano all'ebraismo, che passano dall'Impero Ottomano, dal Portogallo, da ponente, da levante, che si confluiscono in quelli che poi saranno i ghetti di Venezia: il ghetto vecchio e poi il ghetto nuovissimo nel 1633. Quindi, un mondo estremamente complesso, non soltanto dei prestatori, ma di commercianti, anche di commercianti su scala molto ampia mediterranea, che avrà un'importanza fondamentale nella cultura e nell'economia di questi secoli.

[Musica] Venezia, un mito che supera i confini del tempo. Forse la città più bella del mondo, visitata da milioni di persone, fotografata milioni di volte, soprattutto alla luce del tramonto. Venezia mostra tutto il suo fascino che non ha eguali al mondo. Una città costruita sull'acqua, un tempo signora dei mari, da visitare almeno una volta nella vita.

Ma esiste anche un'altra Venezia, lontano dai percorsi turistici più noti. Si celano segni misteriosi che avrebbero molto da raccontare. Tuttavia, quasi sempre affrettiamo il passo e il racconto si interrompe.

[Musica] Chi vuole davvero conoscere Venezia deve fermarsi qui e ascoltare. Siamo nell'antico ghetto ebraico, da secoli parte integrante della Serenissima, tipicamente veneziano eppure anche tanto diverso. Un universo a sé stante, una vera e propria città nella città. Il ghetto è legato indissolubilmente alla storia di Venezia. È qualcosa che si capisce da tantissimi piccoli dettagli celati dietro ogni angolo. Questi segni raccontano la storia della presenza ebraica a Venezia, una storia che narra di oppressione e privazioni, ma anche di voglia di vivere e felicità. Come un luogo che è, per molti secoli, un luogo ambivalente: un luogo della separazione, ma anche un luogo del contatto, dell'incontro.

Era il ghetto, era un luogo di costrizione, era un luogo dove loro erano stati tenuti, tra virgolette, prigionieri. Gli ebrei non hanno mai potuto accedere alla proprietà. Qui ci furono delle discriminazioni, ma non ci fu quasi mai violenza. Oggi la porta del ghetto passa quasi inosservata. Attraversando la si raggiunge un punto d'incontro, un luogo pieno di vita.

[Musica] Ma non è stato sempre così. Il 29 marzo 1516, la Repubblica di Venezia ratificava una decisione che avrebbe avuto profonde conseguenze. Tutti gli ebrei che già vivevano a Venezia da tempo e tutti quelli che vi si erano stabiliti da poco, dovevano essere rinchiusi in uno stesso luogo, chiamato il Ghetto. Il sito era stato individuato con cura. Allora non si trovava, infatti, nel cuore della città, ma ai suoi margini. Non dovevano esserci chiese cristiane né spazi o terreni consacrati. Soprattutto, doveva essere facile da delimitare e da sorvegliare. Venezia aveva scelto, volutamente, un luogo abbandonato, fatiscente, un'ex zona industriale dell'epoca, in cui venivano gettati gli scarti di rame. Per gli ebrei che vi arrivavano, c'erano solo case diroccate, sporcizia e rifiuti.

Qui avrebbero vissuto da quel momento persone come Elia Calimani, che è stato uno dei primi a trasferirvisi. La sua famiglia era destinata a diventare una delle più importanti del ghetto. La famiglia Calimani esiste ancora oggi. Incontriamo un discendente di Elia, Riccardo Calimani. Un giorno, un amico mi regalò un libro sulla diocesi di Treviso nel 1350. E francamente, della diocesi di Treviso mi interessava poco. Però, lo guardai lo stesso. Ne scoprì che i Calimani venivano da Treviso. E il Calimani, buono ed onesto, fu tra i primi a scappare da Treviso, tutto per arrivare a Venezia. Molti altri ebrei si rifugiarono nel ghetto insieme a lui. Provenivano dalla Germania, erano chiamati ebrei ashkenaziti. Scappavano dalle guerre e dalle persecuzioni nei vari territori intorno a Venezia. Il ghetto era, infatti, anche uno spazio protetto. Fin dall'inizio, gli ebrei trattavano qui i loro affari.

Allora, il Calimani, uomo buono e onesto, scappa da Treviso e probabilmente era un prestatore a Treviso e arriva a Venezia e fa il prestatore a Venezia. E questa famiglia è diventata più veneziana dei veneziani. Elia Calimani faceva, quindi, il prestatore, una professione che era stata assegnata agli ebrei dai cristiani. Il prestito del denaro a interesse era un'attività vietata dalla Chiesa per motivi religiosi. La Bibbia dice, infatti: "Non prenderà interessi dai tuoi fratelli". Tuttavia, la società dell'epoca aveva un disperato bisogno di credito. Venezia decide, allora, di offrire agli ebrei di soggiornare in città, se solo se accettano di prestare denaro. Siccome la Chiesa considerava il prestito del denaro un peccato mortale, gli ebrei erano già peccatori per loro natura stessa e quindi potevano essere impiegati per quella che oggi si chiamerebbe, in maniera molto semplice, una questione di banca e di prestito.

Al Campo, la piazza centrale del ghetto, i nuovi arrivati allestivano subito un mercato. Proprio qui, Elia Calimani apriva la sua banca, il Banco Rosso. Nei secoli successivi, il ghetto sarebbe diventata la grande casa degli ebrei veneziani e il Campo il suo centro. Come da tradizione ebraica, lì attendeva un piccolo astuccio all'ingresso della sua banca. Questo oggetto si chiama Mezuzah. Al suo interno c'è un rotolo di pergamena su cui è scritta una preghiera in ebraico: "Baruch ata Adonai Eloheinu melech ha'olam, asher kid'shanu b'mitzvotav v'tzivanu al mezuzah". La sua funzione è portare fortuna alla casa sulla quale viene affissa. Secondo un'antica tradizione, la Mezuzah è inchiodata in posizione obliqua. Serve, infatti, a ricordare che solo Dio può raddrizzare tutti i torti. Ogni volta che Elia entrava e usciva dalla banca, sfiorava le dita con un bacio e lo deponeva sulla Mezuzah. Ancora oggi, possiamo vedere le Mezuzah affisse su tutti i negozi e le abitazioni del ghetto, anche fuori dal Banco Rosso. E qui, il portone, esiste ancora oggi. Quella che un tempo era una banca, è oggi un museo. In passato, c'erano tre banche nel ghetto, oltre al Banco Rosso, la più antica. C'erano anche il Banco Verde e il Banco Nero. I tre colori corrispondevano alle ricevute emesse dalle banche per agevolare il commercio con le tante persone che allora non sapevano leggere.

In stridente contrasto con le modeste costruzioni del ghetto, ecco il Palazzo Ducale, il centro del potere della Repubblica di Venezia. La prima volta che ho visitato il Palazzo Ducale, mi sono immedesimato in chi vi entrava nel XVI secolo. Ci si sente piccoli e insignificanti e si prova un grande stupore di fronte al marmo e ai dipinti che trasmettono un'immagine di potenza e di ricchezza. Quello che colpisce ancora oggi, ben più di un esperto di storia veneziana, è senza dubbio il disegno politico seguito dall'architetto. Venezia è stata per secoli una delle città più ricche d'Europa ed era allo stesso tempo una repubblica rappresentata dalla figura del Doge e governata da un Senato. La tolleranza era importante per garantire il potere economico. Le sorti di Venezia dipendevano dal commercio e se fioriva, la città prosperava. Ma se c'era la concorrenza, l'eventualità più temuta o una guerra, Venezia soffriva. Proprio da questo interesse è nata un'inclinazione a cercare la pace piuttosto che la guerra.

I mercanti sono da sempre dei guerrieri molto riluttanti. Ma a volte le guerre erano inevitabili. Nel 1509, la Repubblica veniva minacciata da un'alleanza tra il Papa, la Francia e l'Impero Austriaco. Venezia era a un passo dalla rovina. La città sembrava sull'orlo della catastrofe. Le truppe nemiche avevano ormai raggiunto la laguna, tenute soltanto grazie alla fortuna, alle abilità diplomatiche e soprattutto al dissenso tra gli avversari, che non si accordavano su come spartirsi il territorio. Ma alla fine, Venezia è riuscita a sopravvivere. Ma sono stati tempi duri. Niente costa più della guerra. Si dice che servono tre cose per una guerra: denaro, denaro e ancora denaro.

Ma ecco che quindi ai nobili veneziani, tutto sommato, gli ebrei facevano molto comodo. Gli ebrei dovevano risollevare le finanze di Venezia dissanguate dalla guerra. Erano sempre di più quelli che arrivavano nel ghetto in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni e non c'era quasi più posto. Quindi, il mio banco, il mio banco? Certo che no. Certo che sì. Certo che no. Certo che sì. Io cosa vuol dire? Certo che no. Montino? È certo che no, caro mio. Il banco oggi occupate. Arrivederci.

[Musica] Davanti al Banco Rosso di Elia Calimani, c'era sempre una lunga fila per ricevere un credito. Eppure, veneziani aspettavano. La guerra aveva ridotto in rovina molte persone. Le autorità avevano affidato alle banche ebraiche il compito di concedere piccoli prestiti alle famiglie in difficoltà per placare gli animi. I veneziani lasciavano in pegno i loro oggetti di valore. Non bisogna farsi ingannare dall'oro e dal marmo. Nella maggior parte dei veneziani viveva, forse, un po' meglio rispetto ad altri cittadini europei, grazie all'approvvigionamento di cereali via mare. Ma anche qui c'era tanta povertà. L'attività del banco funzionava così: chi aveva bisogno di soldi portava un oggetto di valore e riceveva l'equivalente in denaro. Se si riusciva a ripagare in tempo il debito, compresi gli interessi, lì veniva restituito il pegno. Altrimenti, il titolare del banco era autorizzato a tenerlo e rivenderlo. Tuttavia, non tutti gli oggetti potevano essere dati in pegno alle banche ebraiche. La Chiesa vigilava sempre, in particolare alcuni frati dell'ordine francescano. Finora si erano occupati di distribuire le elemosine ai più poveri, ma adesso il loro atteggiamento intimidatorio disturbava i prestatori ebrei, ai quali era, infatti, severamente vietato accettare in pegno qualsiasi oggetto sacro cristiano.

Fammi vedere cosa c'è. E tu? Cosa c'è? E tu? Anche presto, presto! Fammi vedere! È eretico! Eretici a morte! Gli ebrei! Elia Calimani sapeva che su di lui pendeva la spada di Damocle dell'Inquisizione. Sia i cristiani che gli ebrei si affidavano alla clemenza divina con preghiere diverse, con diverse invocazioni di aiuto. Si rivolgevano allo stesso Dio. Nel corso della storia, gli ebrei erano stati già perseguitati e uccisi per colpe infinitamente minori. In tutta Europa, i pogrom erano stati una tragica costante fin dal Medioevo. Gli ebrei erano considerati responsabili della peste e di altre sciagure. Queste stampe si riferiscono alle terribili persecuzioni avvenute in Germania nel 1348. L'impiccagione dell'ebreo al fianco del cane era un modo per ucciderne la dignità. La morte sul rogo doveva, ovviamente, purificare gli ebrei dagli spiriti maligni. A Venezia, l'epicentro della discriminazione e dell'odio per gli ebrei era all'Ordine Francescano, la cui sede era all'imponente Basilica dei Frari. Annesso alla chiesa c'è un antico convento, oggi è in parte abbandonato, ma ospita uno dei più grandi archivi storici del mondo: l'Archivio di Stato di Venezia. Qui è custodita tutta la storia di Venezia e con essa quella dell'Europa del Medioevo e dell'inizio dell'età moderna. Lungo chilometri di corridoi sono custoditi centinaia di migliaia di atti. Nessuno sa quanti siano di preciso e il loro numero sembra infinito. Molte pratiche non sono state mai sbrigate, tanti segreti giacciono ancora nascosti tra le innumerevoli cartelle di documenti. Nell'Archivio di Stato si trovano anche le pratiche delle autorità giudiziarie veneziane legate al ghetto ebraico. Tra queste c'è un documento importante: si tratta dell'atto costitutivo del ghetto di Venezia. Ed è qui che troviamo per la prima volta il concetto di "ghetto".

[Musica] L'origine di questa parola ha una storia sorprendente, come ci spiega Donatella Calabi. Prima del 1516, il ghetto era una zona destinata prevalentemente a una produzione di rame e la parola stessa "ghetto" deriva da questo. È un toponimo, non ha niente a che vedere né con gli ebrei né con la segregazione, malgrado abbia poi avuto una fortuna terminologica. Tutti parlano di ghetto come luogo di emarginazione, luogo di segregazione. In realtà, inizialmente, questa parola non aveva veramente niente a che vedere con la segregazione. Era semplicemente un toponimo, un toponimo esistente in loco dal Medioevo, che significava in veneziano "getto", luogo dove si gettavano le scorie della lavorazione del rame. Questa parola diventa poi "ghetto" con l'arrivo dei tedeschi, degli ebrei tedeschi, quindi dopo l'istituzione del ghetto, quando i tedeschi leggono "lege".

[Musica] Oggi, il significato della parola "ghetto" è noto in tutto il mondo. Il nome di questo piccolo quartiere ai margini della città di Venezia è diventato universalmente sinonimo di persecuzione e oppressione. In realtà, qui c'erano luci e ombre, unione ed emarginazione. Oggi, molti non fanno caso ai segni nel ghetto che testimoniano l'antica reclusione della popolazione ebraica. Al massimo, si notano delle piccole incisioni sui muri. Qui si trovano i cardini delle porte che chiudevano il ghetto. Vivere nel ghetto significava, infatti, essere prigionieri. Qui si trovava una delle tre porte. Le case antiche dei guardiani sul ponte ne sono la prova.

[Musica] In tutto, c'erano tre ingressi al ghetto, che sono ancora oggi gli unici punti di accesso al perimetro originale. Tutti e tre gli ingressi portano a un canale che circonda il ghetto. Il canale è detto di me, è il confine del ghetto. Le altre case alle mie spalle sono il ghetto, che era come una piccola fortezza all'interno della città. Quindi, non un luogo chiuso e aperto, luogo in cui gli ebrei erano stati simultaneamente esclusi o separati dal resto della città, ma anche inclusi e protetti all'interno della città.

Ore d'angoscia per Rica Calimani, moglie di Elia, portata via dai veneziani per essere interrogata. Doveva tornare presto, prima che le porte del ghetto si chiudessero per la notte. Oggi può sembrare strano, eppure la reclusione nel ghetto era anche una protezione, soprattutto di notte. Chi rimaneva fuori dopo la chiusura delle porte era facile preda di una città piena di rancore.

[Musica] Il suono delle campane annunciava la chiusura delle porte. Elia doveva assolutamente rientrare in tempo. Rica temeva che fosse stato imprigionato dall'Inquisizione.

[Musica] Tuttavia, il potere della Chiesa aveva dei limiti. A Venezia, nella Repubblica, il commercio era più importante della vera fede e certe trasgressioni non venivano punite duramente come altrove. Al suono della campana di San Marco, la celebre Marangona, venivano chiuse le porte del ghetto a mezzanotte. Ma le porte non erano l'unico accorgimento per isolare fisicamente il quartiere dalla Venezia cristiana. Ogni isola è circondata da un canale. In questo caso, si tratta di un canale non enorme, non tanto grande, all'interno del quale dovevano passare le barche dei guardiani. Guardiani cristiani, pagati dagli ebrei, ma cristiani e scelti dalla Repubblica Veneta per controllare la chiusura delle porte e delle finestre durante le ore di chiusura, cioè durante la notte. Era umiliante per gli ebrei dover pagare anche i propri guardiani.

Venezia era una potenza importante che, facendo le cose con criterio giuridico, allora decise di offrire agli ebrei che restavano, che vivevano in città, un accordo giuridico chiamato "condotta". Questa condotta stabiliva le condizioni alle quali gli ebrei potevano vivere a Venezia. Poiché la Serenissima Repubblica li considerava ospiti, era concesso loro di trattenersi, ma sempre provvisoriamente. In cambio, dovevano rispettare alcune condizioni, come la concessione dei prestiti e pagare pesanti tributi. Tali condizioni non venivano negoziate, ma imposte agli ebrei e cambiavano di continuo. All'inizio, queste condotte si rinnovavano di cinque anni in cinque anni. Quindi, non è che mancassero del tutto l'intenzione. Gli ebrei erano sempre a rischio di espulsione e le condizioni per il soggiorno non erano certamente le più eque. Gli ebrei non hanno mai potuto accedere alla proprietà. Era loro impedito essere proprietari. Loro abitavano delle case come affittuari. Le case erano di proprietà di cristiani, le quali, i quali hanno affittato le loro case dopo l'istituzione del 1516 ad un affitto maggiorato, 30% in più di quanto pagassero i precedenti affittuari cristiani. Siccome gli ebrei non potevano possedere le case dove abitavano, l'unica cosa che potevano farne era avere in mano delle monete. E chi se ne facevano del denaro? Se non lo potevano spendere, lo prestavano. Nuove generazioni di prestatori si trasferivano nel ghetto e gli anni passavano, ma l'usanza di affiggere la Mezuzah sulla porta restava viva nei secoli.

[Musica] L'attività bancaria non era l'unica professione che gli ebrei del ghetto potevano esercitare.

[Musica] Roma.

[Musica] No.

[Musica] Chi non aveva denaro da prestare doveva cercare un'altra fonte di guadagno. Anche qui esistevano delle norme rigide. Gli ebrei non potevano, infatti, esercitare ufficialmente nessun mestiere, ma erano ingegnosi e riuscivano a creare oggetti di valore anche partendo dagli scarti, come le ossa delle macellerie.

[Musica] Per questo, sfruttavano la collocazione unica di Venezia. Ancora oggi, nei canali vivono molti animali acquatici, come i granchi. Proprio questi crostacei, insieme alle ossa, gli scarti, diventavano una fonte di guadagno per gli ebrei più poveri. Se si guarda attentamente, questa attività ha lasciato tracce ancora visibili. Dove si trovano, ce lo spiega Sergio Stefano. Persone entrano nel ghetto e non ne conoscono la storia, non capiscono, non decodificano. In realtà, vivere qui è vivere in un posto dove le pietre parlano di una storia. Tu devi immaginare che è un posto pieno di cose strane, anche un po' misterioso, anche un po' sconosciuto. Per esempio, queste due finestre che tu vedi qui, che sono al livello della della marea. Venezia è stata costruita sull'acqua e quindi soggetta alle maree come nessun'altra città al mondo. Due volte al giorno, il livello del mare si alza e si abbassa anche di 80 centimetri. L'acqua entra nei canali, gli edifici possono essere sommersi fino a una certa altezza. E lo stesso vale per quelle strane finestre murate. Non sono state sempre chiuse. Con la bassa marea, si trovano poco al di sopra del livello dell'acqua. Con l'alta marea, poco al di sotto. In passato, l'acqua entrava e allagava le stanze su cui si affacciavano, quelli che erano dei magazzini molto bassi, dove la gente buttava delle ossa, prevalentemente lingue. E entravano dentro con la marea gli esseri e i granchi. E i granchi mangiavano quello che rimaneva di proteico nelle ossa, come dire, le spolpavano. Poi l'acqua salsa le puliva e dopo un periodo di, credo, un mese circa, le ossa venivano tirate fuori e le portavano nel Campo. E qui, con le ossa, faccio i bottoni. Ed era una delle attività del del ghetto. Perché no? Un'attività un po' immonda. Stanley, con queste ossa sporche. No, perché mi lasciavano logicamente ai più poveri. Un tempo, i bottoni erano fatti di corno, legno, metallo, oppure proprio di osso. Questi ultimi non erano certo duri come gli altri materiali, ma senz'altro più economici. Agli ebrei era concesso di dedicarsi solo alle professioni che venivano scartate dal resto della popolazione cristiana e di cui non si occupava nessuna corporazione, come il filatore di coltelli, il conciabrocche, poi robivecchi. Infatti, non potevano vendere alcuna merce nuova, ad eccezione dei generi alimentari.

Cucire. L'attività principale degli ebrei restava il prestito di denaro. Dato che i veneziani poveri diventavano sempre più poveri, il bisogno di piccoli prestiti continuava a crescere, al punto che i prestatori ebrei restavano spesso senza denaro. Dovevano, timidamente, chiederlo in prestito ai veneziani più ricchi tra i cristiani. Il prestito del denaro era proibito, ma gli ebrei non erano fratelli, quindi potevano essere concessi loro dei prestiti. Ed era la Repubblica a decidere quali interessi sarebbero stati applicati agli ebrei. E la regolamentazione divenne sempre più rigida. Di fatto, i banchi del ghetto, dagli anni '70 del Cinquecento, non furono più imprese private, ma furono finanziati dai nobili veneziani, che permettevano il funzionamento dei banchi. Questo è un paradosso.

A metà del XVI secolo, delle strane figure fecero la loro comparsa nel ghetto. Indossavano abiti esotici e parlavano una lingua straniera. Erano mercanti che venivano dall'Oriente ed erano ricchi, molto ricchi. Buongiorno. Ho visto che fino ad allora i ricchi mercanti erano una presenza rara nel ghetto. Sono nuovi arrivati. Erano del tutto sconosciuti agli ebrei italiani e tedeschi che vivevano a Venezia. Molto rare queste fortune. Gli stampi, questi gianni, questi questi marrani. Cosa fatta da marino? Sotto il controllo adesso lo deve pagare. Ma non ho mai niente. Eppure erano come loro ebrei, ebrei sefarditi. I loro antenati erano fuggiti dal Portogallo e dalla Spagna in seguito al massacro di Lisbona del 1506, uno dei più grandi pogrom dell'inizio dell'era moderna. Dalla penisola iberica, gli ebrei scappavano verso l'Europa e il Nord Africa. Alla fine, alcuni si stabilivano a Costantinopoli, l'odierna Istanbul, che aveva importanti legami commerciali con Venezia. Per l'economia veneziana, era importante avere buoni rapporti con l'Oriente. Per questo, alcuni ebrei sefarditi erano stati invitati a stabilirsi nel ghetto. Si tratta di persone che hanno abitudini diverse, mestieri diversi. I primi ebrei, che sono prevalentemente italiani e tedeschi, sono banchieri o vendono merci usate. Quelli che vengono sia dalla Spagna, dal Portogallo, che dall'Impero Ottomano, sono invece dei grandi mercanti che navigano sul mare. Quindi, hanno veramente dei comportamenti e delle abitudini totalmente diverse.

[Musica] Il ghetto doveva essere ingrandito. Venne, quindi, ampliato con l'aggiunta del Ghetto Vecchio.

[Musica] Arrivavano sempre più persone, lo spazio si riduceva e le abitazioni mancavano. Questo portava a costruire case sempre più alte, come a Venezia. Oggi si vedono, infatti, solo qui, nel ghetto, un'impresa difficile in una città che sorge sull'acqua. Prima, andava verificata la stabilità degli edifici.

[Musica] Come abbiano fatto i costruttori a superare la sfida, lo scopriamo insieme a Donatella Calabi. Nell'Archivio di Stato, qui sono custoditi i progetti originali degli edifici a più piani. Le prime ondate migratorie fanno sì che una popolazione che cresce enormemente a metà del Seicento, erano circa 3.000, e è chiaro che a questa, questa densità è stata risolta con una costruzione di case in altezza, che è una cosa assolutamente rara per Venezia. Venezia, una città qua solo sabbioso, dove costruire in altezza è molto difficile e anche abbastanza pericoloso. La soluzione scelta è quella di costruire un'edilizia molto leggera, con dei muri sottili e con un'altezza fra pavimento e soffitto molto bassa. Era l'unico modo per riuscire ad arrivare a costruire degli edifici che fossero di sette, otto, addirittura nove piani.

[Musica] Gli appartamenti dal soffitto basso nei vecchi palazzi del ghetto esistono ancora oggi e sono ancora abitati, e che può comportare anche diversi problemi. L'unione chiede sempre a fare qui aia morti vista è molto veneziano e scusarsi queste funzionalità e proprio boom. Quando Sergio Costantini invita degli amici, deve raccomandare loro di fare attenzione. Ogni novanta stranieri chiedono se meraviglioso e fasto percorso da Piazzale Roma. Ahia! Allora, perché queste case basse, travi a vista? Se meraviglioso perote gasol a Venezia, via tifosi baruffa, fosse per lui. Il soffitto basso non è mai stato un problema, dato che è alto circa un metro e sessanta e ha, quindi, l'altezza media degli uomini del XVI e XVII secolo. Ma per molti dei suoi amici, andare a trovarlo a casa è una vera impresa. Alquanto distante.

Grandi cambiamenti, immagino, ma abbastanza. Tanti, ancora più sorprendente, è la casa di Sergio Stefanoni, che dopo averci svelato il mistero delle finestre murate, ci porta nel suo appartamento, che in passato era un luogo davvero unico. Sergio lavora come psichiatra in un istituto carcerario e da qualche anno si è trasferito nel ghetto. Ci ho pensato anche un po' dopo che c'era questo collegamento tra lavorare nel luogo della chiusura e vivere in un luogo che era stato un luogo della chiusura. Liberato. Una lapide all'entrata indica che si tratta di una casa appartenuta alla comunità ebraica, costruita in modo completamente diverso rispetto agli altri edifici. In questa casa, e sono rimasto molto affascinato da questi spazi enormi, per cui praticamente c'erano tre enormi stanze senza pareti divisorie, che è una cosa un po' diversa da tutto il resto del ghetto, in cui le stanze sono tutte piccole, molto affastellate una dentro nell'altra. E per cui ho fatto un po' di indagini, ho cercato di capire nell'archivio del della comunità ebraica, e questa casa era la casa delle feste, delle feste della comunità. Qui, io, io vivo qui, immagino queste enormi feste di tutta la comunità, dove tutti mangiavano ed era il momento della gioia. Perché voi vedete che questo spazio è enorme, che il Campo del Ghetto, che dovete immaginare è pieno di persone che lavoravano e vivevano nel Campo. Il ghetto è questo spazio fuori, enorme, perché fuori non c'erano case. Questa concentrazione enorme di persone che vivono con spazi grandi per le cose importanti: la preghiera, il lavoro, le feste, e spazi piccolissimi com'era la vita privata. Questa era la vita nella neve nel ghetto. Il Campo del Ghetto Nuovo è anche diventato, dal momento in cui è stato istituito il ghetto, un luogo di identità comunitaria molto importante. La presenza dei pozzi, e quindi dell'approvvigionamento dell'acqua, la presenza delle sinagoghe, sono servizi molto importanti per la comunità.

[Musica] Ancora oggi, il Campo del Ghetto è una delle piazze più grandi di Venezia. Sebbene gli abitanti facessero i conti con i cronici problemi di spazio, si concedevano questa vasta area aperta e pubblica.

[Musica] Una piazza grande come questa è il luogo adatto a contrastare la sensazione di sentirsi esclusi. Così, il Campo nel Ghetto è diventato uno degli spazi preferiti da tutti i veneziani. Qui i bambini possono scatenarsi senza rischiare di cadere nei canali. Al centro della piazza, incontriamo un residente particolare. Si è trasferito a Venezia dalla Giordania. Mio locale è perfetto, non sono molto bene, sto dando tutto il mio. È stato così in una posizione centrale, centro al ghetto di Venezia, sono il cuore del ghetto, dove iniziare. E sono venuto qua nel 2000 a trovare un mio zio che studiava qui a Venezia e poi c'è stato tempo, un colpo tra me e la città, ho deciso di fermarmi. Ho iniziato la mia vita. E io sono musulmano, ma ecco, sto magari per uno da fuori sembra strano, ma per me è normalissimo. Essendo qua, non ho visto nessuna differenza, come vi passi, mi trovo molto bene. Io faccio il mio, con vivo nella città, ma e questa è Venezia, più che altro, che io ho avuto la fortuna e me lo sto comportando molto bene, questa mia fortuna, perché penso che la fortuna non è che abbiamo una volta nella vita, ti vedo tutti i giorni, deve camminare con la tua fortuna.