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Ripassiamo. 5 minuti con Kierkegaard e la vita come scelta.

Matteo Saudino - BarbaSophia5:23

Transcription

Cinque minuti con Soren Kierkegaard in vista degli esami di stato. Vediamo i punti fondamentali del suo pensiero.

Innanzitutto, è un prodotto esistenzialista e mette al centro la sua indagine, la sua speculazione filosofica, l'esistenza del singolo. Il singolo è la categoria attraverso la quale analizzare l'esistenza umana, andare alla ricerca del senso profondo della vita. Il singolo non è riconducibile a un'astrazione, a una filosofia di stampo universalistica razionalista come quella degli idealisti. È il singolo nella sua specificità, nella sua unicità.

L'orizzonte filosofico di Kierkegaard è il singolo, la singola esistenza. Ma esistenza per Kierkegaard è possibilità. Possibilità che si apre, possibilità che lo è qui. E qui che inizia il dramma dell'esistenza. Il dramma dell'esistenza perché l'uomo è sempre di fronte a dei bivi, l'uomo è di fronte delle scelte. Scelte che generano angoscia, scelte che possono generare la paralisi, quella che ad esempio ha colpito Kierkegaard nella sua vita: la mortale impossibilità di scegliere, e addirittura di scegliere, in questo caso, la vita amorosa con Regina.

L'uomo è le scelte che compie. Le scelte producono, ovviamente, degli aut aut, degli "o questo o quello". Una vita esclude un'altra vita. Per questo c'è una scheggia nelle carni, per questo c'è dolore, per questo c'è lacerazione. La vita è sempre dolore, lacerazione per le scelte che non si possono compiere. Ma altresì, la vita è nobilitata dalle scelte che si compiono. Noi siamo le scelte che facciamo, noi siamo i rifiuti che facciamo. Noi siamo una complessità articolata che vive sulla pelle il dolore di questa, di questa, di questa scelta, il dramma di queste, di queste rinunce.

E per questo motivo è un profondo anti-hegeliano. L'anti-idealismo è una caratteristica: il tutto non è superiore alle parti, ma le singole parti, soprattutto per Kierkegaard, sono l'individuo nella sua essenza. La sua profondità è il baricentro della filosofia kierkegaardiana.

Esistono tre, sono le tre esistenze alternative. C'è un abisso che separa un'esistenza dall'altra. La vita è aut aut, è la caratteristica più l'esclusività di una scelta, l'esclusività di un percorso esistenziale e dunque la rinuncia agli altri.

Primo stadio esistenziale: quello del Don Giovanni, delle branche, del Faust di Goethe. Lo stadio dell'estetico. La vita estetica, la vita dell'edonista, del "carpe diem", del trasformare in opera d'arte, del non saper scegliere, dello scegliere di non scegliere, dei piaceri meno fugaci, in maniera istintiva, nell'istante. Questa vita precipita nella noia. La noia che deriva dalla ripetitività, la noia che deriva dalla solitudine, la noia che deriva dalla fugacità, dall'assenza di profondità.

A questo punto, aut aut. Secondo stadio esistenziale: la vita del marito, la vita etica. Lo stadio etico. Si muove dal marito, dal buon lavoratore, l'uomo che lavora per la famiglia, per la comunità, che educa i figli, che si prende cura, dunque, della famiglia, del nucleo familiare, della città in cui vive e della comunità. È l'uomo che sceglie di scegliere. Sceglie il lavoro, sceglie la famiglia. Ma questa vita, caratterizzata da sacrificio, dalla sua verità, dalla comunità, è una vita insufficiente perché manca il senso più, il senso ultimo, il senso profondo della vita. Il significato più profondo dell'esistenza.

Emerge l'angoscia. L'angoscia per l'assenza di senso profondo della propria vita, la disperazione rispetto al mondo, rispetto alle altre vite, rispetto all'ultimo di sé stesso, rispetto al mondo, all'universo. Dunque, angoscia e disperazione caratterizzano l'esistenza dell'uomo.

Questo stadio, dunque, ci si apre di fronte a un abisso, un oceano navigabile per l'uomo: è l'oceano della fede. L'uomo deve rimettersi a Dio, deve cercare di abbracciare Dio. Ma la fede, per Kierkegaard, è tutt'altro che un bigottismo, un reiterare semplicemente preghiera, andare a messa. Va bene, la fede è lacerazione e dolore, cercando il senso profondo della vita. La fede è stare nella sua solitudine. La fede è macerazione. La fede è il singolo Abramo, che è costretto da Dio, per dimostrare ancora oggi di aver fede in Dio, di uccidere il figlio. Ma Dio interverrà prima che uccida Isacco. Abramo perché sa che lo avrebbe ucciso. Dunque, la fede è lacerazione, prostrazione, mettersi nella condizione di profonda, profonda gratitudine rispetto a Dio, ma anche di profondo senso del limite rispetto alla vita.

La fede è paradossale, perché è Dio che sceglie l'uomo, non è l'uomo che sceglie Dio. E così usciamo dal gioco illusorio di una vita fatta di totalità, di una comunità che darà un senso, dei sensi più ultimi, profondi, materiali, fisici o morali, individuati dai narcisisti o imposti dall'altro. Il senso della vita sta dentro di noi, e lo si ritrova abbandonandosi a Dio, al di là dell'aridità della vita estetica, andando al di là della limitazione della vita etica, abbandonandosi alla fede lacerata, paradossale, una fede intima, alla ricerca disperata di un senso ultimo della vita.