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Si racconta che un giorno Zeus liberò due aquile ai lati estremi della terra. Le aquile volarono e si trovarono qui, in un posto bellissimo in Grecia, sotto le rupi del monte Parnaso, affacciato sul mare che è laggiù, dietro quelle colline. In questo modo, il padre degli dei stabilì quale fosse il centro della terra, o meglio, l'ombelico del mondo, "Omphalos" in greco.
E attorno all'ombelico del mondo, all'Omphalos, venne costruito il santuario più venerato dell'antichità, dedicato al dio Apollo, che da lassù, dal suo tempio, dispensava gli oracoli. Nel santuario era conservata una pietra a forma di cono e si diceva che proprio quella pietra fosse l'Omphalos, l'ombelico del mondo, una sorta di chiave magica e mistica che apriva un corridoio che metteva in comunicazione uomini e dei. Ma era un corridoio oscuro, perché l'oracolo, la voce di Apollo, arrivava distorta. Le sue parole erano piene di enigmi, andavano decifrate.
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Uno degli epiteti di Apollo è "Lòstia", che significa l'obliquo, l'ambiguo. Di lui si diceva: "Non nasconde né rivela, ma accenna". In pratica, dice la verità, ma non la dice tutta, la lascia trapelare in modo sfuggente. Sta poi agli uomini comprenderne il significato più profondo. Questo aspetto di Apollo ne fa il simbolo dell'ansia propria dell'uomo di cogliere, anche solo per un attimo, ciò che è al di fuori della sua portata, di vedere ciò che è invisibile, di conoscere il futuro. Una grazia che Apollo concede in modo capriccioso e per cui si fa pagare, perché gli oracoli non sono gratis.
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Nel corso dei secoli, i devoti che si sono arrampicati fino a qua su, e si trattava di individui singoli, di intere comunità, addirittura gli stati, hanno versato quantità enormi d'oro e d'argento per consultare l'oracolo e avere risposte sul loro destino. Nel nostro viaggio, capiremo come funzionava l'oracolo di Delfi, un'esplorazione che ci consentirà di dare un'occhiata alla zona intermedia, dove la sfera umana e quella divina si incrociano, la zona dove sono nati i miti.
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Questo era ed è l'ingresso al santuario di Delfi, e sto camminando sulla strada che conduce al tempio principale, che era disseminata di tesori, cioè i piccoli edifici in cui le comunità greche mettevano le loro offerte votive. C'è il tesoro degli Ateniesi, dei Tebani, dei Megaresi, e tutto attorno qui, su questi podi, c'erano statue di divinità, di eroi, di re. Sono andate perdute, ma c'è chi pensa che i Bronzi di Riace arrivino proprio da qui. Prima di addentrarci nel santuario, però, dobbiamo conoscere meglio il dio che lo possiede: Apollo.
E la sua caratteristica distintiva è la bellezza. Ancora oggi si dice "bellezza apollinea" o "bello come un Apollo". Apollo è pieno d'oro, è sempre bello, sempre giovane. Non sfiora le sue guance delicate un'ombra di barba, dai suoi capelli stillano a terra gocce di olio profumato. La perfezione fisica, l'eterno aspetto da ragazzino, la grazia della giovinezza sono i tratti esteriori di Apollo, ma non bisogna lasciarsi ingannare, perché il suo essere vive di estremi opposti. Apollo è allo stesso tempo benevolo e crudele.
E l'ambiguità la compagna da sempre, fin dalla sua nascita sull'isola di Delo.
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"Tutta Delo si coprì d'oro, vedendo la prole di Zeus e Leto, per la gioia che il dio l'avesse scelta a dimora. Fioriva d'oro come la vetta di un monte per i germogli del bosco." A sentire questi versi sembrerebbe che la nascita di Apollo e della sua gemella Artemide sia stata un tripudio di rose e fiori, ma le cose non sono andate così. Era la sposa legittima di Zeus, Era, a rendere il parto di Leto, la madre dei gemelli divini, lungo, doloroso e difficile. Per la sofferenza si è dovuta aggrappare a una palma per nove giorni e nove notti.
"Leto fu trafitta da indicibili dolori. Jeans, con le braccia, la palma. Punto ora, ginocchia sul prato. Sorrise sotto di lei la terra, e il dio balzò fuori alla luce." Bellezza e sofferenza, quindi, hanno accompagnato Apollo fin dai tempi della sua venuta al mondo e si riflettono negli epiteti che vengono affiancati al suo nome. Il più usato è Febo, che significa lo splendente. Infatti, Apollo è anche associato a Helios, il sole. Ma un altro epiteto è Licèo, cioè il signore dei lupi, con un richiamo a oscuri riti tribali che forse, in tempi arcaici, comprendevano anche forme di sacrificio umano e di cannibalismo rituale.
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La natura doppia di Apollo è testimoniata anche dai suoi oggetti preferiti. Uno è la cetra, strumento musicale di cui è maestro. Del resto, Apollo è anche spesso accompagnato dalle Muse, protettrici delle arti. È una delle residenze comuni preferite di Apollo e delle Muse, proprio qui sopra, sulle cime del Parnaso. L'altro strumento prediletto, però, non ha niente a che vedere con la musica: è l'arco, con cui è dio semina la morte da lontano. E lo dice lo stesso Apollo in un inno a lui dedicato.
"Sono miei la cetra amica e l'arco di culto, e agli uomini rivelerò il velo consiglio di Zeus."
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L'ultimo verso, "agli uomini rivelerò il consiglio", cioè il pensiero, le intenzioni di Zeus, indica la vocazione di Apollo agli oracoli, a fare da tramite tra il mondo terreno e la volontà divina. Quello che gli serve è un luogo dove portare a compimento questa vocazione.
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Dopo aver viaggiato per il mondo, Apollo decide che il luogo ideale da consacrare a se stesso è qui, a Delfi, l'ombelico del mondo. Ma Delfi non è sua, la deve conquistare. Questa, all'ombra dei platani e delle rupi del Parnaso, è la fonte Castalia, cui scorreva l'acqua e qui venivano a purificarsi i pellegrini prima di andare a consultare l'oracolo. Ed è proprio vicino a una fonte che Apollo deve sconfiggere un serpente, un Pitone in greco, un drago smisurato che resta in agguato nelle selve e uccide tutti quelli che incontra. Il dio lo trafigge con una freccia. Poi, compiuta l'impresa, può finalmente costruire il suo tempio.
"Intendo innalzare uno splendido tempio che sia oracolo per gli uomini quanti abitano l'Europa e le isole circondate dal mare." Delfi, luogo scelto da Apollo, era un santuario già nel secondo millennio avanti Cristo, ma forse era ancora più antico. Vi sono stati trovati degli idoli di terracotta in forma di donna, con le braccia alzate in un gesto di preghiera. Secondo alcuni, sarebbero testimonianza di un culto primordiale dedicato a una dea della terra, materna e femminile, che parlava attraverso le voci della natura: il fremito delle foglie mosse dal vento, il mormorio delle fonti.
Ora, il serpente è un animale sacro alla terra e alle dee ad essa legate. Così, c'è chi ha visto in Apollo il dio maschio che uccide il serpente e prende possesso del santuario. L'arrivo di divinità maschili che soppiantano divinità femminili più antiche, però, qui a Delfi, qualcosa di femminile è rimasto, perché la sacerdotessa che, invasata dal dio, entra in trance e pronuncia i suoi oracoli, è una donna. Si chiama Pizia, e il nome deriva da "Piton", il serpente. In qualche modo, è la donna-serpente, la pitonessa. E questa sovrapposizione maschile-femminile è presente in altri oracoli del Mediterraneo, forse memoria di un tempo remotissimo in cui l'unica dea era la Madre.
A Dodona, nell'Epiro, si trovava un oracolo antichissimo, attivo in epoca pre-ellenica, forse intorno al secondo millennio avanti Cristo. L'oracolo era dedicato a due divinità: Zeus, signore dell'Olimpo, e la Dea Madre, identificata con Gea. Il culto si svolgeva attorno a una quercia sacra. Zeus, il fruscio delle foglie di quell'albero era il modo con cui Gea parlava.
L'oasi di Siwa, in Egitto, ospitava l'oracolo di Amon, il principale dio della religione egizia. In epoca classica, venne assimilato allo Zeus greco. Da questo oracolo, Alessandro Magno riceve la rivelazione di essere figlio di Zeus. Amon è dunque destinato alla missione divina di fondare un impero universale.
Sulle rive del fiume Acheronte, vicino alla città di Efira, c'era un santuario sotterraneo che si credeva fosse la porta d'accesso al regno dei morti: il Negromante Ion. L'oracolo dei morti era dedicato ad Ade e Persefone. Attraverso un complesso cerimoniale, sotto la guida di un sacerdote, i devoti potevano evocare i loro defunti, ai quali chiedevano previsioni sul futuro.
La città di Cuma, in Campania, ospitava il più celebre oracolo di Apollo del mondo italico. La somma sacerdotessa, la Sibilla Cumana, svolgeva la sua attività in una caverna nei pressi del lago Averno, ispirata dal dio. Trascriveva in versi i suoi vaticini su foglie che venivano poi mischiate dai venti provenienti dalle cento aperture dell'antro. A Roma, i responsi delle Sibille erano conservati nei Libri Sibillini. Venivano consultati su autorizzazione del Senato e usati in casi particolari per prendere decisioni sul destino della città.
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Ucciso il serpente, costruito il santuario, Apollo ha bisogno di sacerdoti che se ne occupino. Vede passare una nave nel golfo di Corinto, che è lì, dietro, in fondo a questa valle. Prende le sembianze di un delfino, salta sulla nave e ordina ai marinai di mettersi al suo servizio.
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"Stranieri, io sono Apollo, figlio di Zeus. Voglio che siate i custodi del mio santuario. Conoscerete i disegni segreti degli immortali e sempre, in eterno, sarete onorati da tutti gli uomini." Di fronte al prodigio del delfino parlante, i marinai non stanno a discutere e obbediscono al dio. A questo punto, l'oracolo è al completo e dobbiamo capire come funzionava.
Il tempio era gestito da un sommo sacerdote con quattro assistenti, i Puri. Ma la figura più importante, come abbiamo detto, era la Pizia, la profetessa. Veniva scelta tra le vergini delle campagne e qui, attorno a Delfi, restava in carica tutta la vita. A lei si richiedevano purezza e semplicità. "Come la sposa deve aver visto e udito il meno possibile prima di andare nella casa del marito, così anche la profetessa, inesperta e ignara quasi di tutto, e in una parola vergine anche nell'anima, si congiunge con Dio."
La Pizia veniva consultata un solo giorno al mese, il settimo, il giorno in cui si pensava fosse nato Apollo. L'oracolo, poi, restava aperto nove mesi all'anno, che erano i mesi in cui si credeva che Apollo risiedesse qui, a Delfi. I supplici che arrivavano al tempio trovavano sulle mura tre scritte. Due contenevano precetti morali e filosofici molto famosi e alti: uno era "Conosci te stesso", l'altro "Nulla di troppo". E poi c'era un terzo consiglio, che era invece molto più pratico e cinico: "Fai una promessa e ti ritroverai nei guai". Una raccomandazione che non ci si aspetta da un dio.
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Il giorno delle consultazioni si apriva con un sacrificio collettivo su questo altare, davanti al tempio. Sulla testa dell'animale vittima veniva spruzzata dell'acqua e, se l'animale reagiva con un cenno del capo, veniva interpretato come un gesto di accettazione del proprio destino e si procedeva con il sacrificio. Poi, i supplici venivano condotti nel "bètylos", si compiva un altro sacrificio e finalmente potevano ascoltare la voce della Pizia, senza però vederla.
Anche la Pizia doveva compiere tutta una serie di riti. Prima si purificava, lavandosi nelle acque della fonte Castalia, poi bruciava su un altare foglie d'alloro e farina d'orzo. Infine, entrava nelle cavità più inaccessibili del tempio, dove era custodito l'Omphalos, l'ombelico del mondo. A quel punto, si cingeva una corona d'alloro, saliva sul tripode, entrava in trance e lasciava che il dio parlasse attraverso di lei.
"La donna di Delfi siede accanto al tripode sacro e grida cantando ai Greci le parole che Apollo le ispira." La cavità nascosta in cui stava la Pizia era sotto questa roccia, in cui si intravedono due aperture. Le parole del dio, poi, erano ambigue, spesso incomprensibili. I sacerdoti, allora, si incaricavano di interpretarle, trascriverle in versi e consegnarle ai supplici.
Si è molto discusso sul modo in cui la Pizia si sarebbe procurata lo stato di trance. Si è parlato di droghe, di sostanze allucinogene. Di recente, è stata avanzata un'altra ipotesi, partendo da una notizia data dal geografo antico Strabone. Raccontano che l'oracolo sia sorto con una cavità che scende fino agli abissi, da lì esce un'esalazione che ispira una possessione divina. Sulla base di questa informazione, sono stati condotti degli studi geologici e si è scoperto che il tempio sorge sulla confluenza di due faglie. Sotto l'altare della Pizia, quindi, ci sarebbe stata una spaccatura nella crosta terrestre da cui, un tempo, sarebbero esalati dei gas allucinogeni. Ecco, quindi, la spiegazione ipotetica ma affascinante della trance divina della profetessa.
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"Sulla bocca della fenditura è piazzato il tripode su cui siederà la Pizia, che, ispirando l'esalazione, inizia a recitare oracoli." Visto come funzionava il santuario, vediamo ora che cosa, in concreto, dicevano i responsi oracolari. E partiamo da una considerazione: i pellegrini che venivano qui per consultare Apollo arrivavano da ogni angolo del mondo conosciuto: dall'Europa, dall'Asia, dall'Africa. E fornivano notizie sui loro luoghi d'origine, sui loro viaggi, sui popoli incontrati, sui posti visitati. Questa massa di informazioni fece sì che, nel corso dei secoli, il santuario conservasse una sorta di memoria collettiva, un archivio geografico e politico del Mediterraneo antico.
Per questo, una delle richieste più frequenti ad Apollo era: "Vogliamo fondare una nuova città, dove dobbiamo andare?". In questo modo, il santuario, l'oracolo di Delfi, diede un contributo fondamentale a uno degli episodi più importanti della storia antica: la colonizzazione greca. Un esempio è la fondazione di Taranto. Ecco la storia: Sparta è impegnata in una guerra lunga e difficile. Gli uomini non possono tornare a casa, non ci sono nuove nascite, c'è un problema demografico. E a questo problema si decide di dare una soluzione drastica: alcuni guerrieri vengono richiamati con l'ordine di fecondare più donne possibile, ordine che loro eseguono. Poi, però, la guerra finisce all'improvviso, i mariti tornano a casa e c'è una generazione di figli illegittimi, di cui nessuno sa cosa fare. Vengono chiamati i Partenèi, i figli delle vergini, e si decide di spedirli a fondare una colonia.
Prima, i Partenèi vengono a Delfi e il dio dice al loro capo di andare in Italia e aggiunge anche qualche indicazione: "Quando vedrai piovere dal cielo sereno e senza nuvole, conquisterai territorio". Il capo dei Partenèi, che si chiama Falanto, obbedisce ad Apollo, va in Italia, ma si trova a dover combattere con delle popolazioni locali molto agguerrite e poi non piove mai da un cielo sereno e senza nuvole, quindi non sa dove fermarsi. La vita per lui e per i suoi diventa molto difficile. Un giorno sta riposando in grembo a sua moglie, e sua moglie si mette a piangere. Ma sua moglie si chiama Etra, "petra" significa appunto "aria serena, cielo sereno", quindi le sue lacrime sono la pioggia da un cielo sereno e senza nuvole. Hanno trovato il posto dove fermarsi. Taranto viene fondata nel 700 avanti Cristo. L'oracolo è completo.
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Ma la trance della profetessa non riguardava soltanto i problemi personali dei semplici, o la fondazione di colonie. I messaggi del dio avevano un peso politico determinante, influivano sulle sorti dei popoli e degli imperi.
560 avanti Cristo. Creso, il ricchissimo re di Lidia, si rivolge al dio Apollo per ottenere un responso prima di dichiarare guerra al potente impero persiano di Ciro. Ecco cosa dice la Pizia: "Se combatterai i Persiani, distruggerai un grande impero." Confortato dall'oracolo, Creso attacca, ma la sua armata viene annientata dal nemico e lui stesso fatto prigioniero. Il grande impero distrutto era il suo, e non quello di Persia, come invece aveva creduto.
480 avanti Cristo. La Grecia è attaccata dall'esercito persiano di Serse. Per capire cosa fare, gli Spartani consultano l'oracolo di Delfi, che risponde: "O a voi, abitanti di Sparta, o la vostra gloriosissima città verrà distrutta dai Persiani, oppure questo non avverrà, ma Sparta piangerà la morte di un re." In pratica, vi salverete se uno dei vostri due re morirà. Il re è Leonida, che con i suoi 300 guerrieri scelti si sacrifica alle Termopili.
Durante la stessa guerra, anche gli Ateniesi chiedono consiglio all'oracolo. Questa è la risposta: "La veggente Zeus, conceda d'Atena, che solo il muro di legno si è inespugnabile. Questo salverà te e i tuoi figli." L'Ateniese Temistocle non ha dubbi: il muro di legno sono le navi. Gli Ateniesi rinunciano a combattere sulla terraferma, attirano i Persiani in mare e, verso la fine del 480 avanti Cristo, con l'aiuto degli alleati, distruggono la flotta persiana nello stretto tra l'isola di Salamina e l'Attica.
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Questo è il teatro di Delfi, dove periodicamente si tenevano concorsi di musica e di poesia, festival di teatro. È un luogo meraviglioso, affacciato sulla terrazza del tempio e sulla valle coperta di ulivi, e ci ricorda anche le altre doti di Apollo, che è patrono della musica e della poesia. Ma, come sempre, quando si parla di lui, accanto al dio solare e luminoso, c'è in agguato il suo lato crudele. A ricordarcelo è uno dei miti più famosi che lo riguardano.
Un satiro di nome Marsia fa una scoperta: se soffia dentro una canna con dei buchi, ne esce un suono melodioso. In pratica, è lo scopritore dell'uso del flauto. Dopo questa bella idea, però, ne ha una pessima: e sfida Apollo a una gara musicale. Lui con il flauto, il dio con la cetra. La gara la vince Apollo, che però non si accontenta della vittoria e punisce Marsia per l'affronto, appendendolo a un albero e scuoiandolo vivo. Ce ne fa un resoconto molto splatter il poeta Ovidio: "E mentre urlava, la pelle gli era strappata per tutto il corpo, che era tutta una ferita. Ovunque stilla il sangue, i muscoli vengono scoperti, le vene pulsanti balzano senza più veli."
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Un altro esempio della natura doppia di Apollo è questo: il dio ha un figlio che si chiama Asclepio, ed è il dio guaritore, l'inventore della medicina, antenato mitico e protettore di tutti i medici. Ma se il figlio guarisce dalle malattie, lui, invece, semina pestilenze. Come quando il sacerdote Crise gli rivolge una preghiera, la più antica preghiera del mondo occidentale giunta fino a noi: "Ascoltami, arco d'argento! Se mai, qualche volta, un tempio gradito eretto, se per te ho bruciato grasso, conscio di tori e di capre, esaudisci questo mio desiderio: fa scontare le mie lacrime ai Greci con le tue frecce."
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Siamo arrivati in cima al santuario di Delfi, e questo è lo stadio, qui ogni quattro anni si svolgevano i giochi pitici, gare atletiche che si diceva avesse fondato il dio in persona, dopo aver ucciso il serpente con l'arco. E sempre con l'arco, Apollo decide di esaudire la preghiera che abbiamo appena sentito. La storia è famosissima ed è l'inizio dell'Iliade. Il sacerdote Crise ha una figlia che si chiama Criseide, che viene catturata dagli Achei e diventa schiava del loro re, Agamennone. Crise, allora, chiede l'intervento del dio per farsela restituire, e Apollo scende dall'Olimpo, colpendo con le sue frecce prima gli animali e poi gli uomini.
"Lanciò una freccia, e fu pauroso il ronzio dell'arco d'argento. I muli colpiva in principio, e i cani veloci, poi, mirando sugli uomini, la freccia acuta lanciava, e di continuo le pire dei morti ardevano fitte." Il resto è noto: Agamennone, per placare la collera di Apollo, lascia andare libera Criseide, ma chiede un risarcimento e si fa consegnare un'altra schiava, Briseide, che però appartiene ad Achille, scatenando così la sua ira funesta. È il primo verso del primo poema della nostra letteratura. E se cerchiamo delle coincidenze mitiche, eccone una: Apollo, il dio che allo stesso tempo è benevolo e dispensatore di morte, poeta e torturatore, con le sue frecce letali, mette in moto l'ispirazione del primo dei nostri poeti. Ancora una volta, bellezza e crudeltà.
La pestilenza è solo uno degli episodi in cui Apollo dimostra il suo favore per i Troiani, la sua inimicizia per gli Achei. Del resto, lo stesso Achille morirà perché sarà Apollo a guidare la freccia di Paride contro il tallone che lo rende vulnerabile. E sempre tra i Troiani, Apollo cerca anche di fare delle conquiste amorose. Infatti, si innamora di Cassandra, figlia del re Priamo, per sedurla le dà il dono della profezia, ma quando lei lo respinge, la punisce in un modo molto sottile.
"Apollo, che desiderava possedere Cassandra, promise di insegnarle l'arte della profezia. Lei imparò l'arte, ma rifiutò di fare l'amore con lui. Allora Apollo fece in modo che le sue profezie non fossero mai credute." Cassandra vedrà in anticipo la rovina della sua città, della sua famiglia, vedrà in anticipo la sua stessa morte, ma non potrà fare niente per impedire queste catastrofi, perché nessuno le darà retta. Da allora, Cassandra è un simbolo. Cassandre sono le profetesse o i profeti che prevedono disastri o crisi di qualsiasi natura e restano inascoltati.
Ma nonostante Apollo sia sinonimo di bellezza assoluta, Cassandra non è che uno dei suoi amori non corrisposti o infelici.
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Il primo e il più grande amore di Apollo è per una ninfa che si chiama Dafne. Anche questo non va a finire bene. Lei gli sfugge, lui la insegue, giurandole che l'ama, e quando finalmente riesce ad avvicinarsi e quasi a toccarla, lei si trasforma in una pianta. Dalle dita spuntano le foglie, le gambe affondano nella terra come radici. La pianta è l'alloro, che in greco si dice appunto "daphne", e da quel momento sarà la pianta sacra di Apollo, e lui, per ricordare l'amore mai vissuto, porterà sempre una corona d'alloro.
"Dal momento che non puoi essere mia moglie, sarai almeno il mio albero. Ti avrò sempre alloro sui capelli, sulla cetra, sulla mia faretra." Forse, in questa serie di disavventure amorose, in cui il dio è al tempo stesso vittima e carnefice, c'è la chiave per capire il senso profondo della natura divina di Apollo: l'obliquo, l'ambiguo, che parla per enigmi, che non rivela né nasconde, che da una parte cura e dall'altra uccide. Perché è così che doveva apparire l'universo agli uomini antichi: solare e minaccioso, bellissimo e crudele, come Apollo.
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