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FINANZA, POTERI GLOBALI E CONFLITTI: COME COSTRUIRE UN’ECONOMIA DI PACE

Collettiva3:26:20

Transcription

Buongiorno a tutte e a tutti e benvenute e benvenuti a questa iniziativa che APICA e la CGIL hanno voluto tenere in questo giorno emblematico, il 7 di ottobre del 2025, dal titolo "Finanza, poteri globali e conflitti. Come costruire un'economia di pace".

Nel programma dei lavori è prevista un'apertura da parte della presidente di APICA, Federica Cocchi. Poi avremo due interventi che ci aiuteranno a comprendere la fase geopolitica ed economica che stiamo attraversando. Ringraziamo Roberto Lampa che è presente qui in sala con noi e Orsola Costantini che invece ci interverrà da remoto.

Poi abbiamo chiesto ad alcune amiche e amici dell'Archivio di Sarmo, Fabrizio Batistelli, Valentina Venditti che è seduta qua alla mia sinistra della associazione di cooperazione CIS, Cooperazione Internazionale Sud Sud, e Silvia Stilli che purtroppo invece non ci potrà raggiungere oggi per dei motivi di salute, i migliori auguri a Silvia, della OI, di ragionare con noi di come la società civile, il sindacato possono contribuire alle politiche innanzitutto di disarmo, a costruire un'agenda internazionale per il lavoro dignitoso e soprattutto aiutare chi in questo momento sta soffrendo le conseguenze peggiori del genocidio, in particolare a Gaza, delle guerre e della ingiustizia sociale in tutto il mondo.

Quindi l'opera fondamentale delle associazioni umanitarie e avremo anche un breve video che ci arriva direttamente da Gaza, dal segretario generale del sindacato palestinese PGFTU, con cui la CGIL ha una lunga storia di collaborazione, fratellanza e cooperazione. E poi chiuderemo i lavori con l'intervento del segretario confederale nazionale Cristian Ferrari.

Prima di iniziare i lavori e dare la parola a Federica Cocchi, però, abbiamo pensato, vista la giornata particolare nella quale ci troviamo, di farci di iniziare la giornata e l'iniziativa con un video che spero possa comunicare più di ogni altro messaggio.

>> Anna Pia, che se dormi non vedrai tante infamie e tanti guai che succedono nel mondo fra le spade e i fucili degli popoli civili. Ninna nanna, tu non senti sospiri e li lamenti

della gente che se scanna per un matto che comanna,

che se scanna e che smazza a vantaggio della razza

o a vantaggio di una fede per un Dio che non se vede.

Ma che serve da rivaro al sovrano macellaro?

Che quel covo d'assassini che ci insanguina la terra?

Sa benone che la guerra è un gran giro de quatrini

che prepara le risorse per i ladri delle borse.

Fa la ninna cocco bello, finché dura sto macello.

Fa la ninna che domani rivedremo sovrani che se scambiano la stima buoni amichi come prima.

So cugini e fra parenti non se fanno complimenti.

Torneranno più cordiali rapporti personali

e riuniti fra de loro, senza all'ombra di un rimorso,

ci faranno un bel discorso sulla pace e sul lavoro per quel popolo risparmiato dal cannone.

[Musica]

Finché dura sto macello noi dobbiamo darci da fare e quindi penso che adesso ascoltando Federica Cocchi avremo qualche indicazione su quello che dovremmo fare nei prossimi giorni e mesi, forse speriamo non anni, per fare finire questo macello. Federica, la parola a te.

Grazie Salvatore. E sì, lo diceva Salvatore in apertura, abbiamo scelto di aprire con questo video con la voce di alcuni scrittori, giornalisti e giornaliste, artisti che appunto hanno prestato la voce alla ninna nanna di Trilussa durante l'iniziativa "Libri come 2025" che si è tenuto all'Auditorium Parco della Musica. Perché abbiamo voluto iniziare con questo? Perché sono nate come righe per cullare la ninna nanna di Trilussa e oggi purtroppo suonano come un richiamo al silenzio delle armi e alla speranza.

Viviamo un momento in cui le decisioni economiche, finanziarie, geopolitiche che si stanno prendendo sui grandi scenari globali, dalle guerre agli investimenti militari, al controllo delle risorse naturali, alle politiche commerciali, tornano e impattano con forza nella vita quotidiana delle persone. L'economia di guerra, la corsa al riarmo non sono delle categorie astratte. Dietro gli armamenti, i conflitti, ci sono interessi economici e finanziari profondi che orientano la spesa pubblica, gli investimenti e tolgono risorse a settori sociali fondamentali come l'istruzione, la sanità e questo si traduce in ulteriori effetti concreti sui prezzi, sulla produzione, sulle disuguaglianze e appunto sulle politiche sociali.

Pensiamo alle politiche dei dazi, alle tensioni commerciali internazionali che influenzano i costi delle materie prime, delle energie, dei beni intermedi e generano inflazione, carovita e costi crescenti per le famiglie e per le imprese. I dazi imposti dagli Stati Uniti al 15% sui prodotti europei, fino al 50% per settori come l'acciaio, l'alluminio, rischiano di tradursi in quelli che sono rincari sostanziali per le importazioni europee e quindi maggiore inflazione. I relatori qui presenti oggi, sia Roberto che Orsola, su questo sapranno dirci e farci riflettere molto di più.

Sul fronte energetico, l'accordo tra l'Unione Europea e gli Stati Uniti per l'importazione del gas liquefatto e per i combustibili nucleari per un valore di oltre 250 milioni di dollari mostra come la geopolitica energetica sia diventata un vero strumento strategico nei rapporti commerciali. In Italia i prezzi dell'energia continuano a trainare l'inflazione. A dicembre 2024 l'energia era cresciuta dello 0,1% su base annua, contribuendo a un'inflazione complessiva del +2,4%. E ancora, l'Ucraina, lo abbiamo detto tante volte, con le sue riserve di metalli critici come il titanio, il litio, la grafite, le terre rare è al centro di interessi che sono globali e finanziari perché queste materie prime sono fondamentali per l'industria militare e civile. E poi in Congo, per andare, diciamo, ad altri teatri di guerra, dove i gruppi armati controllano giacimenti di Coltan, altri minerali strategici e impongono tasse e prelievi che alimentano conflitti e instabilità.

Simulazioni macroeconomiche già alla fine del 2022 mostravano come la guerra in Ucraina aveva fatto salire l'inflazione e aveva ridotto la crescita del PIL europeo. Ma questa economia di guerra non è solo là fuori in questi territori che stiamo raccontando, è dentro le nostre politiche economiche. La manovra italiana del 2025 ne è un esempio concreto. Più fondi per la difesa, oltre 32 miliardi di euro e contemporaneamente tagli ai capitoli della spesa sociale. Si riducono gli investimenti nella sanità pubblica, lo vediamo tutti i giorni. Si rinviano le assunzioni nella scuola, si mantengono inalterati i tetti di spesa degli enti locali, mentre aumentano i fondi per i programmi militari, la logistica bellica e le cooperazioni industriali nel settore difesa.

Questa è l'economia di guerra, una struttura economica che invece di ridistribuire concentra risorse verso le filiere militari, verso i profitti dell'industria bellica, lasciando ai margini quelli di cui noi invece ci vogliamo occupare: le persone, le famiglie, i lavoratori e le lavoratrici. E ancora più grave, normalizza una logica di guerra come parte del funzionamento ordinario dell'economia, rendendo la spesa militare un automatismo e non un'eccezione. È questa la deriva che noi dobbiamo provare e continuare a contrastare.

Dietro questa concentrazione ci sono intrecci potenti tra industria, finanza, tecnologia che vogliamo anche provare ad approfondire oggi. Israele, ad esempio, è diventata la cassaforte digitale dell'Occidente. Ce lo dice un report dell'Espresso che nella sua ultima inchiesta ci racconta come negli ultimi 20 anni ha costruito Israele un ecosistema tecnologico-militare unico al mondo, frutto dell'intreccio tra università, esercito e intelligence. Dal reparto d'élite per la cyber intelligence, Unit 8200, provengono molti dei fondatori di startup e colossi high-tech che sviluppano strumenti di sorveglianza, intercettazione, profilazione venduti ai governi occidentali sotto la bandiera della sicurezza nazionale. Molti di questi software, capaci perfino di trasformare un telefono in un microfono permanente, sono usati in Europa e negli Stati Uniti. È un modello economico in cui la guerra e la sicurezza diventano un prodotto, un mercato e un profitto.

Non è un caso che colossi come Microsoft e Amazon siano stati coinvolti in programmi di archiviazione, di analisi dei dati per la sorveglianza di massa dei palestinesi. Secondo un'inchiesta del Guardian, la Unit 8200, che citavo prima, avrebbe utilizzato per anni i servizi cloud di Microsoft per memorizzare oltre 8000 TB di intercettazioni. Solo dopo proteste interne, indagini indipendenti, Microsoft ha interrotto questa collaborazione ed è una notizia che abbiamo letto anche su molti giornali. Ma come spesso accade, i sistemi vengono solo spostati. Oggi si parla di un trasferimento dei dati verso Amazon Web Services, fuori dal territorio dell'Unione Europea.

Un'ulteriore conferma di questo intreccio tra potere economico e logica di guerra arriva anche dall'ultimo rapporto della relatrice Francesca Albanese, intitolato "Dall'economia dell'occupazione all'economia del genocidio". Il rapporto denuncia questa macchina economico-finanziaria che accumula profitti attraverso l'occupazione illegale della Palestina e la distruzione del suo popolo e richiama nelle sue pagine a una responsabilità collettiva di stati, di governi e di imprese. La Albanese documenta una fitta rete di aziende multinazionali, produttrici di armi, macchinari, tecnologie digitali, ma anche banche, fondi e università che hanno sostenuto e hanno tratto profitto dal genocidio in corso. Tra questi ci sono colossi come Caterpillar, Hyundai, Volvo nel settore delle demolizioni, società tecnologiche appunto come Google, come Amazon, Microsoft, IBM, Palantir, coinvolte nella sorveglianza di massa e nello sviluppo, appunto, dei sistemi di intelligenza artificiale militare. È un'analisi che mostra come il genocidio non sia solo un fatto militare e umano, ovviamente, ma anche un fatto economico sostenuto da chi ci guadagna e dunque non ha interesse a fermarlo.

Negli ultimi mesi dobbiamo aggiungere, però, un elemento, qualcosa di ancora più sottile delle armi che si è installato sullo scenario del conflitto ed è quello della guerra delle narrazioni, fatta di manipolazioni, di tentativi anche di riprogrammazione algoritmica. Secondo un'inchiesta recente, il ministro degli Esteri israeliano ha affidato a Clock Tower, una società legata all'ex stratega repubblicano Brad Parscale, un contratto da 6 milioni di dollari per influenzare la percezione del conflitto attraverso campagne digitali e il cosiddetto GPT framing, cioè la capacità di orientare ciò che gli algoritmi generativi come Chat GPT e i social network pensano e raccontano su Gaza, sui razzi, sugli abitanti assediati. È la dimostrazione di come la guerra contemporanea si combatta anche nel campo dell'informazione automatizzata, dove si decide chi può avere voce, chi deve essere oscurato e quale verità diventa visibile. È la dimostrazione di quanto sia stretto il legame fra tecnologia, potere e controllo e di come l'economia digitale si intrecci con l'economia del riarmo.

Con questo anche la finanza gioca la sua parte. Dopo mesi di proteste, tra cui alcune banche italiane, tra cui BPR, si sono liberate in silenzio dai cosiddetti war bond, i bond di guerra israeliani, titoli di stato che erano destinati a finanziare la spesa militare del governo di Tel Aviv. Questo è un tiepido segnale, eppure è un segnale che la consapevolezza cresce, ma anche che le connessioni tra i conflitti, finanze e politiche sono profonde e pervasive.

In questo contesto per noi è anche importante sottolineare che cresce anche un'altra consapevolezza, cresce la risposta del mondo del lavoro organizzato. Ne faccio un esempio. UniGlobal, la Federazione Sindacale Mondiale del Terziario, partecipa alla campagna "Stop Trade with Settlements", una campagna di Oxfam che Oxfam conduce insieme a oltre 80 organizzazioni per chiedere lo stop al commercio con gli insediamenti israeliani illegali nei territori palestinesi occupati e il disinvestimento dai territori occupati in Cisgiordania. Secondo il report di Oxfam, l'occupazione israeliana costa ogni anno miliardi all'economia palestinese, mentre la povertà è più che raddoppiata, ovviamente, dal 2023. Il nuovo report denuncia come imprese e governi contribuiscano attivamente all'occupazione israeliana attraverso attività economiche. Gli espropri, le demolizioni e l'espansione dei coloni israeliani hanno distrutto tutte le basi economiche delle comunità palestinesi. Israele ha rilanciato anche un progetto, un antico progetto per la verità, il controverso progetto E1, East One, che compromette la continuità territoriale palestinese dividendo la Cisgiordania.

La campagna di Oxfam, a cui partecipa UniGlobal, chiede ai governi di vietare il commercio con gli insediamenti, come già fatto in altri casi di occupazione. Uni ha sottolineato il ruolo delle imprese e la necessità di disinvestire da attività collegate agli insediamenti. Proprio nei prossimi giorni saranno inviate da parte di UniGlobal lettere alle multinazionali coinvolte e anche a noi, ai sindacati locali nazionali, per sostenere questa campagna di disinvestimento. Si partirà con BNP Paribas, con le banche, una delle aziende italiane che è più coinvolta nelle attività economiche nei territori occupati. Uni proverà e farà di tutto per coinvolgere i sindacati affiliati, per fare pressione sulle imprese e sui governi. È la prima volta che un sindacato globale si unisce a una campagna di questa portata. È un segnale di civiltà, è un segnale anche di coerenza, perché il lavoro dignitoso, oggi si celebra la giornata del lavoro dignitoso e la pace, sono due facce della stessa battaglia.

Per questo dire no al riarmo non è un gesto solo simbolico per noi, è una posizione politica, sindacale molto precisa perché ogni euro che viene investito in armi è tolto alla scuola, alla sanità, al welfare, al lavoro, perché l'economia di guerra alimenta precarietà, paura e insicurezza. E perché la guerra quando diventa normalità economica, come dicevamo all'inizio, diventa anche normalità culturale e morale. E noi non possiamo e non ci arrendiamo, come dire, ad accettare questa deriva. Non possiamo rassegnarci a un modello che considera la distruzione un motore di sviluppo.

Il compito del sindacato, il nostro compito oggi è anche quello di dare voce e direzione a questo dissenso. Siamo chiamati a essere tante cose insieme: analisti, interpreti, promotori e anche propositori di un nuovo modello sociale, un modello che sia fondato sulla solidarietà, sulla giustizia, sulla dignità e sul lavoro dignitoso. E dobbiamo essere anche custodi, dobbiamo ricordarcelo sempre, della democrazia sociale. Dobbiamo vigilare affinché le emergenze non diventino un pretesto per comprimere i diritti o per ridurre la contrattazione collettiva.

Le piazze che ci sono state in questi giorni, le piazze piene del 2 ottobre, lo sciopero generale del 3 con oltre 2 milioni di persone in più di 100 città d'Italia e la manifestazione del 4 ottobre per Gaza e la pace ci dicono che qualcosa si sta muovendo nelle persone, nei cittadini e nelle cittadine, che c'è una forte richiesta di partecipazione dal basso, un desiderio di riscatto civile, di giustizia, di un altro modo di vivere insieme.

E in questo quadro allora anche il percorso di mobilitazione che noi abbiamo avviato come CGIL assume un significato che dobbiamo però saper interpretare e con la testa nella realtà saper agire. La manifestazione del 25 ottobre nell'ambito di quella che sarà la mobilitazione "Democrazia al lavoro" può rappresentare un ulteriore passaggio di questo percorso perché vogliamo unire il lavoro, la sanità, i salari, l'istruzione e la pace in un'unica visione sociale. E per noi il 25 ottobre non è solo una scadenza, ma è una direzione. Significa rimettere al centro le persone, la dignità del lavoro, la giustizia sociale, la solidarietà internazionale.

Chiudo riprendendo quello con cui ha aperto Salvatore, la data di oggi, il 7 ottobre. Due anni fa, in questa stessa giornata si sono verificate due cose. Intanto a Roma si è svolta la manifestazione nazionale "La Via Maestra", che era promossa dalla CGIL da oltre 100 associazioni, centinaia di migliaia di persone che si sono trovate in piazza anche a loro allora per il lavoro, la sanità, l'istruzione, i diritti sociali e la pace. E proprio quel 7 ottobre, lo sappiamo tutti, avveniva anche l'attacco di Hamas a Israele che apriva una fase nuova, tragica, complessa di questo conflitto che oggi vediamo, che però vede le sue origini lontano nel tempo. Due immagini opposte nello stesso giorno: la piazza che chiede la pace e la guerra che, mai sopita, si riaccende prepotentemente.

Oggi, il 7 ottobre, però, dicevo, è anche la giornata mondiale per il lavoro dignitoso. Guardate, tutti questi elementi in qualche modo si uniscono. È un richiamo potente perché la dignità del lavoro è fondamento della dignità della vita, è la condizione stessa della pace, è l'antidoto alla povertà, alla paura e alla rassegnazione. E quindi oggi noi vogliamo che questa iniziativa non sia solo un'iniziativa di riflessione, ma anche di rilancio per dire con forza che la pace non è soltanto un'utopia di cui ci riempiamo a parole, ma è una scelta politica, economica e sociale e che tocca a noi anche come sindacato e come cittadine e cittadini tenerla viva ogni giorno con le parole, con l'azione e con l'impegno collettivo.

Ringrazio tutti gli ospiti, relatori e le relatrici che si sono prestate, hanno dato la loro disponibilità qui oggi a essere con noi, ad approfondire questa riflessione e voglio ringraziare, permettetemi anche Salvatore Marra, Massimo Brancato e Nicolò Giangrande che hanno costruito con grande passione insieme a noi questa iniziativa. E da ultimo Cristian Ferrari che si collegherà da remoto perché l'influenza colpisce in questo periodo e che ci aiuterà a fare anche delle riflessioni che ci traghettino oltre questa giornata. Grazie.

Grazie Federica. Nel frattempo invito il professor Battistelli ad accomodarsi qui con noi alla tribuna. E lo diceva bene Federica nel passare la parola a Roberto Lampa. Di fronte a questo scenario molto preoccupante che credo Federica abbia descritto con chiarezza e in dettaglio dal punto di vista economico, politico, geopolitico e sociale, ehm, la cosa che più ci ha colpiti in queste ultime settimane è stata la necessità di reagire al silenzio, alla complicità e alle scelte accelerate, diremmo noi, della massima parte dei governi occidentali e, ahinoi, alcune volte anche delle istituzioni multilaterali alle quali noi teniamo tanto a far cominciare dall'Unione Europea.

Allora, c'è voluta l'azione della società civile che si è ribellata, no, in qualche modo, per rompere l'embargo, no, anche emblematicamente con le varie flottiglie che erano e sono ancora in viaggio verso le coste di Gaza e le maree umane che hanno occupato le strade in questi giorni in Italia. Io lo ricordo, siamo i primi a scioperare nel mondo, speriamo non gli ultimi. A breve ci sarà uno sciopero generale anche in Spagna per Gaza il 15 di ottobre e speriamo seguano altri per opporci, no, opporci a quello che sta accadendo.

Allora, ci chiedevamo però se ci a Lampa chiediamo, e anche a poi a Orsola Costantini chiediamo, qualche elemento in più per capire che cosa sta accadendo e inquadrare la situazione che stiamo attraversando alla quale noi, appunto, come diceva Federica, cerchiamo di reagire opponendoci con i nostri corpi, di amare, di avere.

Ok. Allora, io ho preparato, come abitudine, eh, alcune slide. L'idea è quella di inquadrare, appunto, una fase che è estremamente complessa e nella quale si sovrappongono tendenze perfino, direi, potenzialmente catastrofiche per in particolare le nostre economie, le economie europee. E appunto, direi che il problema finora è sempre stato quello di narrare gli eventi e nel caos, perfino direi, nella sovraccarico comunicativo che questo determina, non si riesce a trovare un momento per, dicevamo, un tempo analizzare la fase. Ecco, quindi che la stessa reazione e la stessa e lo stesso posizionamento degli attori sociali può diventare perfino contraddittorio, schizofrenico in certi casi.

Ecco, l'idea appunto è quella di Oddio, non vanno avanti le slide. Qua, vero? La freccetta in giù normalmente, forse è spenta. Eccola. Facciamo con il manus rifugire, appunto, dicevo, quelle che possono essere le spiegazioni banali, mh, la situazione in particolare economica internazionale, l'opera di un pazzo, gli Stati Uniti hanno votato per il pazzarello che fa pazzie, ecco, oppure perfino già questa seconda posizione, oggi meno popolare, ma che ogni tanto riecheggia: "ci penseranno i mercati a disciplinare, a chiarire, a mettere le cose al loro posto", quindi una sottovalutazione facilona. Ed inquadrare invece la fase attuale come un passaggio storico per quello che definiamo sistema monetario internazionale. Cioè, noi dobbiamo capire che non è la prima volta che questo accade, non è la prima volta che una potenza egemonica che manifesta la sua egemonia in un sistema capitalista anche e soprattutto, direi, ovviamente la potenza militare è sempre lì sullo sfondo, ma attraverso la potenza egemonica sul piano monetario, finanziario ed economico si trova in difficoltà. La correzione dei disequilibri esterni da parte di un paese egemonico inevitabilmente comporta sempre la ricerca dello stesso canovaccio, dello stesso cliché. Il disequilibrio esterno è doloroso da correggere, no? Chiedetelo agli italiani, chiedetelo ai greci, eh, in base alle regole ortodosse che le nostre istituzioni applicano. Ma se io sono una potenza egemonica, voi capite, non ho nessuna intenzione di sopportare quei momenti dolorosi, eccetera eccetera. E quindi questa narrazione che poi è intrisa di etica protestante che tu guadagnerai il pane col sudore alla tua fronte, ma siccome sei un greco, stai sempre in spiaggia anche a dicembre che c'è un metro di neve, devi morire. Ecco, questa è l'idea. Viene meno e quindi i danni li ho fatti io, le conseguenze le pagate voi. Questo è il concetto.

L'antecedente storico del 1971 deve essere molto tenuto presente da questo punto di vista. Cioè nel 1971 che cosa accadeva? Accadeva qualche cosa di estremamente semplice e tragico allo stesso tempo: gli Stati Uniti gettavano al macero il sistema monetario uscito da Bretton Woods di fronte a un rischio possibile che veniva aleggiando sullo sfondo, non si materializzava ancora, di default degli Stati Uniti stessi. C'era un bug nel sistema. Mh, questo bug avrebbe teoricamente potuto determinare il default degli Stati Uniti. Non si sono fatti scrupoli a gettare quel sistema monetario alle ortiche, a viaggiare immediatamente in Cina, gettando le premesse per quello che sarebbe stato poi il modello da seguire negli anni successivi e arriviamo praticamente fino a ieri, ma allo stesso tempo, ed è bene ricordarlo, causando gravissimi problemi a tutto il resto del mondo. A partire da quello shock monetario, noi parliamo per i paesi mid-income e in via di sviluppo di "lost 20s", 20 anni persi, i 20 anni più orribili nella loro storia in termini di performance economica. Ma non dimentichiamoci che nel '75 chi c'era in Italia? C'era il Fondo Monetario Internazionale che faceva immediatamente una sua missione e ci chiedeva che cosa? Quello che sarebbe poi seguito il governo di austerità nazionale, cioè 4 anni di funzionamento del nuovo sistema monetario internazionale avevano già messo le cose in chiaro su come il film proseguiva e non c'era un finale felice per noi.

Quindi, qual è il trigger? Ecco, partiamo da questo, il grilletto, no? Diciamo che fa partire la pallottola. Partiamo da questa polemica che Trump quotidianamente, qui ho messo uno dei tanti, non sono più tweet, insomma, ignoro dove diavolo scriva, scusatemi, io sono abbastanza antisocial, ma appunto la polemica infinita con la Federal Reserve alla quale Trump dice: "Dovete abbassare i tassi di interesse". Di questi, permettetemi, se li chiamo tweet, ne trovate centinaia e li trovate quotidianamente perché, ecco, partiamo da qua. Il ritorno dell'inflazione si dà in un contesto particolare, un contesto nel quale nel 1971 gli Stati Uniti avevano semplicemente rinunciato ai propri surplus commerciali, quindi avevano accumulato deficit commerciali, deficit delle partite correnti importanti. Questo era un fatto risaputo, a cambio però di qualche cosa di estremamente importante: il fatto che tutto il mondo e tutte le banche centrali del mondo fossero inondate di bond statunitensi. Quindi semmai quella era una prova di forza, non di debolezza. Circolavano analisi strampalate, completamente infondate sul fatto che gli Stati Uniti fossero deboli perché la Cina, mi ha detto a mio cugino, c'ha tutto il suo debito e domani li manda in default. No, la Cina e tutti gli altri paesi che hanno asset in dollari nelle casse della banca centrale sono deboli perché quegli asset funzionano da garanzia. Garanzia per che cosa? Per i flussi internazionali di capitale. I pagamenti internazionali avvengono in dollari. Dovrò dare la garanzia alla mia controparte che io quei dollari ce li ho. E se non li stampo quei dollari, come lo faccio? Accumulando enormi riserve in dollari. E questa era la quadratura del cerchio. D'accordo?

Qual è il problema? Che questo che chiamiamo volgarmente canale del tesoro, no? E c'era anche in Italia quando la Banca d'Italia era era obbligata nell'asta primaria a ricomprarsi i bond a bassi tassi di interesse. Diciamo che questo è il canale del tesoro a livello globale diventa difficilmente percorribile in quella magnitudine, in quelle dimensioni da parte di Trump. Perché? Perché con il ritorno dell'inflazione, vi dicevo, guerra ucraina, aumentano i tassi di interesse imposti dalla Fed e quindi quella montagna di debito, va bene, la consolidiamo, va bene, in linea teorica potremmo stampare tutti i dollari per pagarla, ma il costo per interessi diventa una voce molto importante che determina in teoria deficit interni statunitensi altissimi. E lì comincia un problema. L'altro problema è quello delle condizioni politiche internazionali, cioè evidentemente in un contesto in cui allegramente sequestri asset in dollari a questo o quel paese, voi capite che nel mondo in via di sviluppo, nei BRICS, la domanda è: mh, saranno sicuri questi asset in dollari? Fino ad oggi credevamo di sì. Evidentemente sarebbe meglio diversificare. Apro e chiudo una parentesi. Il motivo per cui era una sciocchezza ritenere che le sanzioni economiche avrebbero spinto la Russia al cannibalismo sostanzialmente era molto semplice. La Russia negli anni precedenti, a partire dal 2014, anno in cui Obama applica le sanzioni, diversifica le proprie riserve arrivando alla cifra record di 300 miliardi di dollari in oro detenuti sul territorio russo e quindi non sequestrabili. Voi mi insegnate, no? C'era poi la vicenda degli euro che sappiamo essere un gran casino, per dirlo in francese. Insomma, un po' tutti i paesi in via di sviluppo iniziano a ragionare in questi termini. Quindi legittimamente emettere grandi quantità di bond pone la questione se c'è un mercato o no per questi bond.

Ecco quindi che negli Stati Uniti si decide di prendere anche per le pressioni del settore finanziario il toro per le corna. Bisogna correggere questi disequilibri. In base a quale ragionamento? L'argomento più ortodosso e controverso, perfino direi fortemente discutibile per essere moderati, è quello dei "twin deficits", cioè è il deficit interno a causare, quindi si suppone una causalità, i disequilibri esterni. Bisogna correggere il deficit interno. E questo come si fa? Si fa con l'austerità. E questa è la fase tragicomica e direi perfino trash della iniziale amministrazione Trump. Trash perché quando voi vedete in una foto, appunto, l'uomo più ricco del mondo o giù di lì, e mi riferisco ovviamente a Elon Musk, con Milei che, diciamo così, si comincia a ritenere in Argentina che chiudi un qualche problemino. Adesso lo stiamo, ce ne stiamo prendendo cura, direbbe un medico, assieme, però c'è del disagio profondo. Consegnargli una motosega Tesla. Voi capite che siamo già nell'avanspettacolo, se non fosse tragico, ma era significativo di quel clima. Gli Stati Uniti volevano accingersi a fare quello che Milei aveva fatto in Argentina: la motosega, tagliare, tagliare, tagliare. E Musk era la garanzia per gli ambienti finanziari e per il bidtech che più di ogni altro settore statunitense chiedevano una correzione del deficit interno. Ok?

Allora, che cosa è accaduto? Perché noi siamo un po' rimasti lì a livello di cronache politiche, giornalistiche, eccetera. Da maggio questo qua, questo mondo qua, non esiste più. Cioè, da maggio effettivamente dovremmo aver addrizzato tutte le antenne e tutti i radar perché Musk viene licenziato con argomenti che nessuno ha capito e con i soliti beceri insulti sui social, ma questo era il contorno. Ma soprattutto chi lo rimpiazza? Un oscuro signore, non economista di professione, Steven Mnuchin, che aveva fatto un pamphlet che trovate gratis online, nel quale delineava una strada fatta di tre passi: dazi per il resto del mondo, svalutazione del dollaro, sempre per lo stesso motivo, questo per correggere i i disequilibri esterni, mh, e per non fare l'austerità interna. Quindi sul piano interno politiche espansive. In un'altra strada potenzialmente più feconda per Trump. Se tu tagli tutto a tutti, poi chi ti vota? Eh, sì, qualche sciroccato che va in giro con la bandiera sudista e armi automatiche lo troviamo, però l'idea sarebbe arrivare al 51%, no? O giù di lì. Ecco, quindi che mentre noi continuavamo a parlare di tagli e di austerità, nel congresso statunitense arrivava LOBBA con 3B, cioè proprio estrema periferia romana, "One Big Beautiful Bill Act". Eh, già dal nome, insomma, Freud si gira, dice: "Chi è? Chi è? Chi è narcisismo patologico?" È sottolineato tre volte, no? Ecco, perché è uno, è bello, è beautiful, è tutto lui, ma insomma sono 3 trilioni di dollari di spesa da qui al 2034, quindi il contrario di una politica di austerità, quindi disequilibri esterni nostri, problemi vostri, mi seguite? Eh, non no che taglio io, tagli te, non io. Io sono la potenza egemonica. E attenzione ai dazi perché perché questa è stata la prima fase in cui noi ci siamo illusi, vedete, vi richiamo il dazio medio. Tutti noi abbiamo iniziato a a ragionare di di dazi medi. Ah, però i dazzi medi erano al 2,3, vanno all'8,8. Attenzione, questo è un calcolo che è circolato all'inizio che era estremamente ottimistico, ma che era sbagliato. Se noi avessimo calcolato il dazio ponderato per l'importanza dei settori, in realtà avevamo dei dazzi estremamente più bassi, pari nel caso italiano a circa il 2,2%, quindi voi capite che portarli al 15% quei dazi è stato ed è uno shock fortissimo.

Quindi, prima cosa, l'entità di ciò accaduto è, dicevo, molto grande e questo qui si sono confuse, insomma. Ecco, questo che volevo farvi vedere è un po' lo stato dell'arte riguardo alla difficoltà degli altri paesi di dare una risposta all'altezza, perché questa è una tabella che forse leggerete un po' male, ma che riassume, la pubblicano gli Stati Uniti trimestralmente, l'elenco dei paesi che detengono la maggior quantità di bond statunitensi. Come vedete la Cina è ancora il terzo paese. In Cina c'è una volontà di sganciarsi dal dollaro e dagli asset denominati in dollari. Ma questa volontà si scontra, insisto, sulla difficoltà, direi perfino impraticabilità di questo sganciamento. Ora la Cina sta comprando oro come se non ci fosse un domani. È l'unica strada ragionevole e ne sarebbe potuta esistere un'altra. Senz'altro, veniamo a noi, all'Unione Europea. Quindi, diciamo, mettiamoci già le mani nei capelli, l'euro avrebbe avuto un'occasione incredibile di affrancarsi come seconda valuta internazionale di riserva. Abbiamo pensato, siccome noi siamo quelli studiati, come si dice, no? Come dicono i comici, di sequestrare gli asset russi, perché no? Sequestriamoli, diciamo che li usiamo per lucre. Quello sarà un ottimo modo di attrarre e no, riserve internazionali in euro in tutto il mondo. Voi immaginatevi, no? Eh, 170 miliardi che si polverizzano così e sai che c'è? Che l'oro magari è difficile da stoccare, però come vedete appunto si tratta di paesi eh il Giappone tra tutti è noto, no, l'altissimo indice del Giappone. E qui vedete ancora il paradosso che noi osserviamo. La fetta di questa torta più grande, quella celeste chiara, è la quantità di riserve internazionali che al mondo nelle banche centrali sono appunto detenute in dollari. In blu scuro c'è l'euro e in quello vi dico è stata un'occasione persa questa del riposizionamento, soprattutto dei paesi BRICS. Se pensiamo che avevamo iniziato con la Via della Seta, era il corollario di questo ragionamento, no? Trump rompe con quei paesi, noi c'abbiamo buone relazioni, dice: "Ma qual è il problema? Raccontami." "Ma sai, c'ho sti asset in dollari? Passiamoli con qualche accordo di garanzie assolute da qualche parte nel Belgio, no? Belgio che è anche un paradiso fiscale, perché poi questa è la nostra ipocrisia, no? Ecco, vabbè, siamo ligi alle regole, eccetto quelle che fino a un certo punto, diciamo, ecco, su South Park c'è, per chi lo segue, no, la puntata, vi rimanda la puntata di Cartman che va a San Francisco e si mette lo scafandro contro lo smog, non lo smog, però non voglio proprio sbracare, come si dice a Roma. Noi siamo quella roba là.

Allora, il mondo di fronte a Trump, quindi, com'è messo? Qual è la situazione? Beh, sicuramente è in difficoltà. Mh, però possiamo dire che per quanto riguarda i BRICS, questo ha fomentato, lo avete osservato anche con il vertice dei BRICS e in Cina, insomma, è la prima visita di stato che l'India ha fatto in Cina, un fatto direi epocale, al netto delle loro differenze interne, che sono a volte anche molto grandi e che potenzialmente possono mettere in difficoltà il blocco, una tra tutte, eh, che relazione avere nei confronti del dollaro. Oggi noi lì abbiamo una specie di Babele delle lingue. Lula dice: "Dobbiamo creare un'altra moneta", ma allo stesso tempo lo dice in un paese, il Brasile, che è uno dei più finanziarizzati al mondo, del mondo emergente, e che quindi gode e ha goduto di flussi di capitale in dollari enormi che hanno sostenuto la sua economia. Può sembrare una contraddizione, no? Una piazza finanziaria periferica, però vi assicuro che è così. Il Brasile è sistematicamente in deficit per la parte commerciale, ma ha dei surplus finanziari incredibili che si sono tradotti in un'accumulazione di riserve in dollari altrettanto incredibile. L'India dice: "Ma manco il sogno, perché?" Perché l'India, tra i paesi BRICS, è quella che ha delle multinazionali che a loro volta hanno fatto acquisti importanti nel mondo sviluppato. Avrete letto dell'Iveco, no? al gruppo Tata, ma insomma ci sono moltissime altre multinazionali indiane che fanno quel tipo di operazioni e quindi nella logica stessa di funzionamento tecnico delle multinazionali, i dollari sono la benzina e l'olio del motore. La Cina e la Russia evidentemente incarnano ancora un'altra visione, però al netto di queste differenze interne, la risposta è stata maggiore integrazione del blocco, maggiore apertura del blocco per tenere botta, per reggere l'urto di questo nuovo shock e un progressivo sganciamento del dollaro, seppure indefinito.

Ecco, attenzione, abbiamo descritto il Giappone e la Corea come dei vassalli eh uguali o peggiori di noi stessi. Abbiamo detto e ma è toccata a tutti. Questo è falso. Il Giappone e la Corea del Sud hanno sì accettato i dazi al 15%, ma hanno ottenuto in questa negoziazione abbastanza dura il no al 5% del PIL in armamenti. Quindi una cosa l'hanno portata a casa. Arriviamo invece alla posizione più debole che è quella dell'Unione Europea. Cioè, intanto dobbiamo capire la ratio. Noi siamo estremamente dipendenti sia dall'energia statunitense adesso che evidentemente abbiamo rotto con la Russia, sia da una serie di semilavorati strategici statunitensi. Questa dei semilavorati è una vecchia polemica che alcuni economisti un po' più avveduti sollevano, tacciati come sempre di eresia, bolscevismo o le due cose insieme, no? Ecco, ma in realtà si diceva: "L'Europa dovrebbe regionalizzare alcune catene di offerta e ridurre la sua dipendenza da beni semilavorati". Quando lo dicevamo, quando l'inflazione aveva dimostrato che la ripercussione sui nostri prodotti, specie appunto Italia e Germania, quindi produzioni industriali eh più avanzate, era stata più forte perché perché evidentemente era inflazione anche importata, quindi era cosa buona e giusta farlo. Adesso quella stessa dipendenza è un'arma a doppio taglio. Come pensiamo di mettere controdazi agli Stati Uniti se dipendiamo dagli Stati Uniti e gli Stati Uniti questo lo sanno bene, ecco perché con noi ci sono andati giù pesanti. Ma attenzione, questa dipendenza fa sì anche la simmetria di dazi, no? Gli Stati Uniti impongono dazi, noi non imponiamo controdazi. Che molte delle nostre imprese che magari hanno già una filiale pensino di cambiare l'ordine dei fattori. Vado negli Stati Uniti, bypasso i dazi negli Stati Uniti, gli europei non mettono controdazi e la Nutella ti arriva che ne so, dal Colorado piuttosto che non dall'Oregon, ecco. E te la magni uguale. Zitto. Ok. Ecco, questo è il rischio. Parlo di Ferrero perché è stato uno dei primi a palesare questa possibilità. Non è un'accusa così campata per aria.

Quindi rischio di fuga, sommiamoci, eh, che Biden aveva fatto e vi ricordate l'Inflation Act? Quindi grossi incentivi anche alle imprese che si radicano negli Stati Uniti, che non sono venuti meno e soprattutto un futuro che vedrà noi come potenzialmente area economica caratterizzata da disequilibri commerciali esterni e con una piccola differenza però che noi non emettiamo la valuta egemonica mondiale e che quindi questo implicherà l'indebolimento dell'euro come valuta internazionale di riserva. Non so se mi seguite, cioè quando io devo mettere al sicuro le mie riserve internazionali, io paese del mondo emergente, io paese del terzo mondo, io paese europeo che non sto nell'euro, eh, devo avere qualcosa che mantenga il valore. Ci siamo? Cioè che significa mettere al sicuro le riserve? Sapere che quel valore che vado a stoccare rimane inalterato. Mh, è la mia garanzia, la mia assicurazione sulla vita. Eh, voi paghereste l'assicurazione della vita a uno scommettitore compulsivo, mh, a un ludopata, eh, mica tanto, insomma. Ecco, non lo fareste nemmeno con un'area valutaria caratterizzata da forti disequilibri esterni. Mh. La ABC del banchiere centrale è: mi fai vedere il tuo current account, il tuo conto delle partite correnti, mi fai vedere il tuo livello di deficit? Ok, siamo amici, tanti saluti, arrivederci. Questa è la questione giusta o sbagliata che sia, discutibile o non discutibile che sia, ritengo sia molto discutibile dal punto di vista della teoria economica, ma non ci siamo accontentati perché questo già sarebbe stato un grosso danno. Noi volevamo una Caporetto e quindi ci abbiamo messo sopra 600 miliardi di investimenti diretti e perché diceva: "C'è il rischio che le imprese vadano", ma perché un rischio sia una certezza, andate 600 miliardi di investimenti diretti perché magari qualcuno dice: "Ma sai, comunque magari Trump perde, le cose cambiano". No, no, tu vai, te lo diciamo noi. E per finire la scelta demenziale da questo punto di vista, poi ce ne sono molti altri, del Rearm Europe, vi rimando al Financial Times del 14 luglio. Tutte le armi, 93% possiamo dire che son tutte, no? Eh, quasi tutte eh che entrerebbero in questo rearm vengono prodotte dagli Stati Uniti con il rischio però di dinamiche che già osserviamo di prezzo fortemente crescente di queste armi. È il classico argomento che in economia chiamiamo del bottleneck, del collo di bottiglia, cioè se tutti chiedono armi, la capacità produttiva installata quella è, non la puoi espandere in due giorni, i prezzi aumentano e quindi altra fiammata data inflazionistica e ulteriore indebolimento dell'euro e vai eh alla grande. Diciamo che questo è quello che vi dicevo, un grafico che riassume l'andamento del prezzo delle armi e delle munizioni dal 2000 al 2025, riguardati in particolare dallo scoppio della guerra in Ucraina che è l'ultima parte di segmento sulla destra, l'impennata che osserviamo. Ecco, se ci sì, se ci mettiamo sopra 700 miliardi di riarmo, altro che impennata, arriviamo a un grafico verticale, sostanzialmente, no?

Quale altro elemento dobbiamo considerare nello spiegare le vicende europee in questa logica? Poi ovviamente ci sarà Orsola, non immagino entrerà più nel dettaglio, che noi abbiamo un malato grave e quando c'hai un malato grave in casa e c'hai un problema grave, e questa è la Germania. Mh, cioè riassumendo le puntate precedenti, perché anche lì è facile cadere in quelli che sono magari dei cliché o a volte non lo sono, sono perfino giusti, insomma, no? Che noi abbiamo nei confronti dei tedeschi, ma dobbiamo inquadrare il loro modello di sviluppo. Eh, l'Agenda 2010, parliamo del governo Schröder, segnava un percorso chiaro: deflazione salariale, puntare tutte le fiches sull'industria, energia a basso costo tramite gli accordi con la Russia per fare che cosa? Per vincere la competizione commerciale globale. Neomercantilismo tedesco. Quando un paese si pone esplicitamente l'obiettivo di crescere a discapito degli altri. Mh, è una strategia neomercantilista. Ora voi capite che Trump dice: "Tutto molto bello, ma nel 2017", in quella suo stile, insomma, in un'intervista alla Bild che ancora trovate, dice: "Il gioco è finito". 2018-2019 effettivamente noi osserviamo una caduta forte del ritmo di crescita della Germania, che però risponde rilanciando col suo modello e aprendo ad est la Via della Seta. Dovete leggerla in quei termini. Un grande mercato di sbocco delle produzioni industriali tedesche, la Cina, un paese che anche se assorbisse tutte le Volkswagen Golf del mondo, non gliene può fregare di meno perché ha un miliardo e mezzo di abitanti e hai voglia a dargli le Volkswagen Golf, non non andrebbe nemmeno a discapito della sua produzione automobilistica, ci sarebbe gloria per tutti. E soprattutto un blocco di paesi dell'Asia centrale che doveva metterci il gas a basso costo, eh, Kazakistan, Russia. Mh, saltato questo modello eh autosabotato, perfino uno direbbe, dopo il conflitto russo-ucraino da parte della Germania, il problema è che la Germania è un personaggio in cerca di autore, che però da 2 anni in recessione, non ce lo raccontiamo, ma da 2 anni è un paese in recessione e quindi la risposta è una spesa in armamenti alle stelle che purtroppo avviene, questo è abbastanza scioccante, anche con sostanziale appoggio del principale sindacato metalmeccanico, no? tedesco e pensando che siano rimpiazzabili appunto quelle Volkswagen Golf ai cinesi che, per quanto possa sembrare un po' così dozzinale come caricatura, garantivano anni di crescita a carri armati a chi? Chi te li deve comprare questi carri armati Leopard per farci che cosa? E altri gesti disperati come addirittura l'accordo di

libero scambio Mercosur per vendere un paio di Mercedes in più agli oligarchi del Sud America.

Quindi, accingendomi a concludere, spero di avervi dato una panoramica generale in cui andiamo delineando le varie eh dinamiche e alcune cause di fondo di difficile soluzione, diremmo, ma che dovrebbero appunto farci vigilare su alcuni fronti fronti critici di qui in avanti.

Il primo le fughe di capitali e le delocalizzazioni. Apre e chiudo una parentesi. L'Unione Europea già oggi si caratterizza per una per una caratteristica, scusate la ripetizione piuttosto nefasta e il fatto che qua non si risparmia in asset in euro, cioè già oggi le nostre classi dirigenti risparmiano in dollari, le proprie fortune le accumulano in altre piazze finanziarie. Questa si chiama fuga di capitali. Anche quando quei capitali rimanessero fisicamente qua, se li passiamo a un'altra valuta, dollari, è fuga di capitali. Ok? Quello che camuffava l'entità e i potenziali danni di questo problema erano appunto i surplus commerciali. Cosa succede se vengono meno? Mh, prima domanda. E cosa succede se questo si dà in un contesto di indebolimento dell'euro? Seconda domanda. Quindi potremmo trovarci a dover fronteggiare un nuovo problema che fin qui abbiamo sottovalutato.

E l'altra questione se un piano di spesa ambizioso deve essere e quindi se i soldi ci sono, perché il rearm sì e la regionalizzazione delle catene di offerta, non tutte, non stiamo ai tempi di Mussolini, facciamo il sucedio il caffè qu cresce, lo importiamo meglio, no? Giusto. Ma le catene di offerta strategiche mh a partire dal famoso caso dell'Ilva, eh da quanto tempo qualcuno predicando nel deserto non propone, ad esempio, un'integrazione tra l'Ilva e l'unica impresa di produzione di pannelli fotovoltaici che si trova anch'essa nel Sud Italia, perché perché serve un gas, mi spiega chi ne capisce, che si libera nella fase di lavorazione dell'acciaio che l'Ilva è in grado eh di stoccare. Mh. Quindi perché non investire in queste cose? Eh, potrei fare mille altri esempi.

E l'altra attenzione perché se gli aggregati di spesa sono questi, spesa militare, noi siamo oggi il penultimo paese tra quelli della NATO per spese militari. Quindi, nel nostro caso specifico, arrivare al fatidico 5% implicherà uno sforzo enorme. Se l'obiettivo dichiarato del governo è mantenere il deficit PIL al 3% per uscire definitivamente dalla procedura di infrazione bla bla bla bla bla bla, voi capite che terzo un dato c'è da sforbiciare e la spesa sociale per i sistemi di welfare è sempre la prima ragionevolmente ad essere sospettata. Quindi appunto attenzione a queste tre criticità direi e per quanto riguarda gli sviluppi futuri.

Ok, grazie. [Applauso] Grazie Roberto Lampa. Credo che abbiamo già un primo chiaro scenario nel quale ci muoviamo dal Welfare al warfare, no? credo che sia uno dei possibili titoli di questo di questo periodo e poi eh in aggiunta se se posso credo che sia lampante ormai come si sia anche assistito a una sorta di cambiamento del lessico che accompagna questa fase, ci hanno massacrato, no, a livello europeo sulla questione autonomia strategica. ne hanno parlato così tanto negli ultimi anni di quanto mi pareva di cogliere questo nel tuo ultimo messaggio, cioè la questione di reinternalizzare o riaccorciare o riportare in Europa alcune filiere. Giustissimo, il caffè non si fa, ma perché non ci possiamo fare dei microprocessori o altre cose che potremmo produrre qua? Ehm l'altra cosa che ci colpisce molto in questa fase è che noi stiamo provando a combattere eh non è solo la questione chiaramente armamenti, poi ci arriviamo dopo perché c'è Battistelli qua con noi, ma è questa idea che dall'autonomia strategica si passi al mantra della competitività a qualsiasi costo e il costo che dobbiamo pagare sono i diritti perché con la deregulation ai pacchetti Omnibus, vi ricordo che ce n'è uno in cottura di pacchetto Omnibus sulla difesa che andrà addirittura a derogare, se passa, speriamo di no, la direttiva sull'orario di lavoro, cioè significa che per produrre armi potremo lavorare anche la notte, il sabato la domenica straordinaria, eccetera eccetera. Ehm, coi pacchetti Omnibus il messaggio che si lancia è non ce lo possiamo più permettere. Questo è il punto di fondo. I diritti sono troppo cari. Diritti sindacali un po' di meno, welfare un po' di meno, salute, istruzione anche no, perché non ce lo possiamo più permettere perché per competere alla deregulation iniziata da Mask e continuata adesso dall'agenda Trump, dobbiamo rinunciare noi europei a questo vizio capitale che è il welfare, il modello sociale europeo. Questo è il messaggio di fondo che ci preoccupa moltissimo.

Allora, Orsola Costantini, abbiamo ragione a preoccuparci. Te Orsola Costantini ci segue da remoto. Spero che ci ascolti. Sì, sì, sentite? >> Benissimo, prego. Grazie. Sì, assolutamente. Hai centrato un punto essenziale di cui infatti ho intenzione di parlare. Ehm, fammi un attimo mettere schermo intero la presentazione. Eh, allora, innanzitutto, vabbè, vorrei dire che la mia il mio punto di vista è un po' meno eh, cioè sono un po' meno preoccupata. Chiedo scusa, ma la sentiamo male almeno in sala. Non so se è un problema anche della diretta. >> È un problema del suo microfono, purtroppo. Abbiamo fatto un test prima e la sentivamo perfettamente. Adesso non so che cosa è cambiato. La sentiamo male. >> Prova a togliere. >> Sì, forse è meglio senza gli auricolari. Proviamo così. >> Mi sentite meglio? La sentiamo metallica e distante, purtroppo. >> Ma come prima? >> Sì, >> ora meglio. >> No, purtroppo no. Sarebbe meglio staccare completamente gli auricolari e tornare all'audio del computer con l'ambientale. Sì, proviamo così. >> Sì, meglio. Quindi, >> eh? Benissimo, prego. >> Ok, >> erano gli auricolari. >> Bene. Eh, sì. Ehm, sono un po' meno preoccupata dai dazzi, sì, dai dazzi americani di di per loro. Diciamo che c'è un po' la tendenza in Europa di pensare che gli Stati Uniti fanno politiche sempre più furbe di noi, ma diciamo che la politica di Trump non è affatto strategica, ha sicuramente strategica dal punto di vista di alcuni specifici interessi domestici. Ma quando si parla di espansione fiscale negli Stati Uniti, in questa fase si parla di tassi, di tagli alle tasse, soprattutto ehm alle del in modo regressivo e quindi a favore delle fasce più di reddito più elevato. E quando si parla di sostituzione delle importazioni, di certo limitarsi a a dazzi e alla svalutazione della della del dollaro non è sufficiente, soprattutto quando si riducono le spese, [Musica] diciamo, delle servizi sociali, si riducono in investimenti pubblici, anche quelli previsti precedentemente da dai da Biden, ad esempio. Quindi quello che sta avvenendo negli Stati Uniti è veramente una grande scommessa sulla intelligenza artificiale e una una grande ulteriore clientelizzazione dell'economia a favore di grandi interessi e dei dei delle fasce più ricche della popolazione. Accanto a questo c'è anche una grande deregolamentazione ulteriore del del sistema creditizio e finanziario nel paese, cosa che si era leggermente cercato di rregolamentare dopo la crisi del 2008, eh con forti limiti, però qualche passo in avanti era stato fatto e adesso tutte quelle regole sono state eliminate da Trump e quindi quello che Vedremo e stiamo già vedendo in realtà oggi negli Stati Uniti una grande bolla speculativa basata sull intelligenza artificiale e la produzione di tecnologia digitale, ma di certo non una reindustrializzazione del paese e questo vorrei vorrei insistere su questo. Quindi i dazzi di per sé non è detto che abbiano un l'effetto di ridurre l'occupazione in Europa dovuta alla alla, diciamo, all'eliminazione di posti di lavoro legati alle esportazioni verso gli Stati Uniti, perché non è detto che queste esportazioni cessino anche se ci sono delle dei dei dazzi. Quello che però invece è importante ricordare è che eh il contesto in cui questi dai si si inseriscono è un contesto già macro macroeconomicamente insostenibile. Eh in particolare se noi guardiamo al lavoro ai posti di lavoro nel nell'industria, c'è un trend decrescente che va avanti da da decenni. Quindi, eh se noi parliamo in termini statici possiamo dire beh, adesso le esportazioni verso gli Stati Uniti corrispondono a posti di lavoro che sono il 2%, alcune stime che ho visto, 2,4% dell'occupazione europea, ma eh tra qualche anno sarebbero behorzione lo stesso, ma sarebbero comunque molti meno posti di lavoro a prescindere che ci siano i dazzi o meno, perché comunque questo è il trend dell'occupazione. in industria in Europa. L'altro dato interessante è che però anche in questa trend decrescente c'è un aumento della dell'occupazione che è, diciamo, generata dalle esportazioni e questo di per sé, dazi o meno, è un una situazione che rende eh diciamo macroeconomicamente a livello globale insostenibile perché perché questo significa che eh il modello di crescita, il modello di produzione, modello economico del dell'Europa è basata sulle esportazioni e questo sottrae crescita al al resto del mondo e quindi diciamo non genera una un un circolo virtuoso per che permette alla continuazione della crescita. Quindi, diciamo, c'è un un paradosso, una contraddizione di fondo che eh sussiste e e permane a prescindere dalle nuove condizioni commerciali tra Europa e Stati Uniti. E questo è importante riconoscerlo.

Sì, questo è importante riconoscerlo soprattutto per contrastare due aspetti della narrativa che vediamo oggi dominante in risposta a dazzi di Trump. La prima è quella eh sono entrambe, diciamo, legate un po' a quello che abbiamo letto nel rapporto di Draghi sulla competitività europea. Da un lato c'è il puntare sulla competitività e la crescita della produttività, soprattutto con poli di eh ricerca e sviluppo e e questo genere di iniziative di investimenti. E da questo punto di vista vediamo una grande mancanza che è il fatto di non far notare che non può esserci una crescita della competitività e della produttività se a a lato parallelamente non c'è anche una crescita della domanda interna e quindi questo deve essere l'obiettivo principale di una politica che aumenti la produttività e la competitività europea. La protezione delle imprese non è sufficiente. La protezione delle imprese c'è sempre stata anche in momenti di grande globalizzazione, ma bisogna proteggere l'impiego e bisogna proteggere gli interessi e lavoro nel territorio europeo. In questo senso qualsiasi questo, appunto, non solo protegge il mercato interno e quindi anche le imprese da da eventuali barriere al commercio internazionale, ma questo anche genera un circolo virtuoso di crescita globale perché anche se c'è maggiore consumo interno, maggiore domanda interna eh che comunque diciamo viene corrisponde a una produzione interna. Comunque quest una crescita maggiore della della zona euro per dell'Unione Europea permette una crescita di contribuire positivamente una crescita globale molto più di quanto non si facesse precedente precedentemente.

L'altro aspetto che invece l'altra componente di questa narrativa che è importante contrastare ha a che vedere con la questione dellaautonomia strategica e sempre nel rapporto di Draghi si parla di del fatto che sì, certo l'Europa vuole la pace, ma se ci sono dei rischi bisogna prepararsi e questa è una narrativa che trovo molto pericolosa. Perché il fa pensare che le politiche economiche europee non abbiano un ruolo nel generale conflitti e tensioni a livello geopolitico. invece è proprio una la il ribaltamento di questa narrativa deve, a mio parere basarsi sull'idea che è proprio eh la creazione la la diciamo la strutturare una diversa politica economica e una diversa politica commerciale che sia basata sulla sostenibilità ambientale, sulla sulle su generare relazioni pacifiche e di lungo termine con i paesi da cui si importano, si importano soprattutto le materie prime e questo può generare quindi prosperità globale e condizioni favorevoli a alla pace. Eh, un elemento importante in tutto questo è che nel momento in cui si fa una politica espansiva per aumentare la domanda interna è naturale che avvengano che ci siano delle pressioni inflazionistiche, anche se le pressioni inflazionistiche che abbiamo visto recentemente non sono guidate dalla da pressioni della domanda proprio perché appunto non c'è questo tipo di politica espansiva, ma al contrario da eh diciamo influenze del dal lato dell'offerta. E eh quindi eh il modo in cui questo tipo di inflazione è stato gestito è stato quello di eh di reprimere i salari reali, comprimere i salari reali e questo quindi è andato ancora una volta a impedire anche in una fase in cui durante il Covid subito dopo c'è stato un aumento del della spesa pubblica è andato a impedire che ci fosse un aumento del dei salari reali e un aumento della domanda interna. Quindi è molto importante concentrarsi anche su come queste pressioni inflazionistiche possono essere gestite. E allora il mio intervento si concentra su due aspetti che sono legati appunto a come gestire impressioni inflazionistiche di questo genere, ma al tempo stesso eh come diciamo gli interessi del lavoro europeo possono trovare possono coalizzarsi con altri interessi regionali e globali per sostenere questa nuova visione di un'economia globale per la pace. Innanzitutto eh ricordiamo che ehm nel recente periodo di inflazione il la componente legata al cibo è stata molto importante e spesso si è sentito dire che la ragione di questa aumento dei costi del cibo era legato all'aumento del costo dei fertilizzanti del gas e e comunque anche alla riduzione dell'offerta di grano, produzione di grano dovuta alla guerra in Ucraina. Eh, in realtà, certo, questo ha avuto un certo peso, anche se diciamo esagerato dalla reazione dei mercati finanziari. Eh, ma se noi guardiamo la struttura del mercato agricolo europeo, l'Europa intanto è un esportatrice netta di di cibo di o prodotti agricoli. Quando nel il primo grafico mostra come dal 2021 in sostanza c'è una forbice molto ampia tra e quindi un divario sproporzionato tra la riduzione della produzione e l'aumento dei del dei prezzi. Eh, quindi c'è stato sicuramente una riduzione del volume di produzione, ma eh l'aumento dei prezzi è stato sproporzionatamente alto e questo si riflette in un aumento dei redditi soprattutto molto eh diciamo diseguale tra le eh le imprese agricole più grandi e quelle più piccole. sicuramente c'è una componente di costo, ma non ha assolutamente eh ridotto o non ha comunque eh eliminato l'aumento dei profitti. Anche per quanto riguarda i fertilizzanti estessi, vediamo che l'Europa è una importatrice netta, ma per un piccolo margine e quindi comunque anche quando si parla di aumento dei prezzi fertilizzanti si tratta comunque di un mercato sostanzialmente eh europeo e quindi su cui un'industria su cui comunque si possono fare delle politiche, si può intervenire anche sui prezzi. Quindi, da questo punto di vista è eh secondo me importante politicamente costruire una coalizione tra eh gli interessi del lavoro e gli interessi europei della terra che invece tradizionalmente sono potenzialmente reazionali. Eh, quindi eh rivedere le politiche comunitarie europee è una di queste, diciamo, scelte che si possono fare in questo momento. e ripensare i sussidi e soprattutto rompere gli aspetti oligopolistici di questi mercati che vanno dal dalla produzione agli intermediari del commercio, quindi tutti questi traders finanziari che tutti sono molto pochi in realtà, ma anche alla fase della distribuzione, quindi i supermercati ad esempio che sono molto molto concentr un mercato molto concentrato a sua volta. E questo è uno degli aspetti degli accord degli ultimi accordi commerciali con gli Stati Uniti che sinceramente mi preoccupa particolarmente perché la riduzione degli standard [Musica] eh fitosanitari, insomma una tutta una serie di aperture verso i prodotti eh agricoli statunitensi potrebbe invece andare proprio nella direzione opposta rispetto a questa tendenza. Però proprio per questo questa coalizione politica con forze che soprattutto nell'Est Europa tendono ad andare verso eh verso, diciamo, politiche reazionarie conservative, conservatrici e eh anche contro l'immigrazione dovrebbe essere una sfida che secondo me il sindacato può e dovrebbe prendere in mano. La questione dell'agricoltura è anche fortemente legata alle relazioni tra l'Unione Europea e molti paesi del sud globale che sono soprattutto quelli che sono esportatori netti come il Brasile, il Sudafrica. Ehm e in questo senso eh l'altro aspetto che è sempre legato alle pressioni a come eh diciamo gestire le pressioni inflazionistiche, come generare una economia globale che diciamo, diciamo, generi prosperità pur mantenendo protezioni per il il mercato del lavoro interno. L'aspetto importante, appunto, come creare una coalizione tra gli interessi del lavoro europeo e gli interessi del sud globale. Innanzitutto ricordiamo che il l'Organizzazione Mondiale del Commercio, il WTO, anche se sembra che Trump l'abbia ucciso, in realtà non è così perché gli Stati Uniti stessi stanno continuando a lavorare sul trattato sul commercio digitale e soprattutto ha strappato delle delle eh delle degli accordi con l'Indonesia, ad esempio, che era molto contraria al nel corso le negoziazioni al WTO e quindi quel tipo di negoziazioni stanno continuando e sono ancora una volta eh riflettono una simmetria fondamentale tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. l'Unione Europea continua a fare trattati bilaterali con trattati commerciali bilaterali, come ad esempio il trattato con il Cile sul e con il Mercosur che vanno appunto a ancora una volta a cercare di ottenere materie prime sotto costo, ridurre lo spazio politico dei paesi in via di sviluppo per fare politiche di sviluppo e al tempo stesso avere mercati per il proprio esportazioni. Come ho detto prima, dal punto di vista macroeconomico questo non è sostenibile, è una c'è una contraddizione profonda e il risultato è infatti una scarsissima crescita in Europa, se non recessione in alcuni paesi e un tasso di occupazione sempre più decrescente. Quindi la, diciamo, da questo punto di vista è importante a livello europeo che i sindacati si occupino dei trattati commerciali che vengono vengono firmati tra l'Unione Europea e gli altri paesi e a seconda del dei settori e delle diciamo delle catene del valore specifiche di ciascun settore. è opportuno ripensare i meccanismi di formazione dei prezzi delle materie prime e delle terre rare, ma il gas è un esempio proprio da fuggire, ad esempio, come come è stato gestita la finanziarizzazione del mercato del gas, di cui ora subiamo le conseguenze e ancora una volta rivedere le e e e sanzionare le concentrazioni la concentrazione di mercato in alcuni settori chiavi. Eh credo che queste siano le due tendenze, le due eh diciamo operazioni da compiere per creare delle coalizioni politiche che m eh presentino quindi un'alternativa alla struttura economica che si sta delineando oggi, che non è fondamentalmente diversa da quella precedente, nel senso che riproduce nuovamente diseguaglianze in Europa e nel resto del mondo.

Grazie a Orsola Costantini. Credo che il quadro si stia piano piano componendo, nel senso che abbiamo acquisito altri elementi che ci fanno pensare che eh intanto m Federica lo ricordava in in apertura, questo 7 ottobre ha tante sfaccettature perché era la nostra giornata della via Maestra, lo ricorderete, noi eravamo in piazza in realtà per difendere la Costituzione, poi la mattina ci siamo svegliati con quello shock incredibile dell'inizio, del genocidio a Gazza e però è anche la continua a essere la giornata mondiale per il lavoro dignitoso. Io ricordo sempre Orsola Costantini ci ha dato un assist da questo punto di vista perché e l'articolo 1 dell'Organizzazione internazionale del lavoro ehm dice qualcosa che non dovremmo dimenticare, cioè che una pace duratura è possibile solo se c'è la giustizia sociale e a nostro modesto avviso la giustizia sociale non è possibile, non è raggiungibile se non c'è il lavoro digno. cioè la precondizione per il lavoro dignitoso. Giustizia sociale e lavoro dignitoso non sono mai andati d'accordo con le politiche di riarmo e le guerre. Le guerre hanno distrutto il tessuto sociale, economico, hanno distrutto, tentato di distruggere le eh diciamo organizzazioni che rappresentano il mondo del lavoro. Ricordiamo che i regimi di estrema destra, nazisti e fascisti hanno attaccato per primi ehm le organizzazioni sociali della di rappresentanza del mondo del lavoro e la consonanza con quello che sta accadendo oggi, appunto, a opera dei regimi di estrema destra in Europa e nel mondo, Trump, credo in prima fila siano chiare. Lo ricordo sempre quest'anno a Ginevra la Conferenza Internazionale del Lavoro è stata la prima volta da quando esiste l'organizzazione internazionale del lavoro in cui il governo americano si è rifiutato di accreditare la più rappresentativa organizzazione sindacale americana, ovvero l'FLCIO, la American Federation of Labor, che è sostanzialmente un'organizzazione di massa riconosciuta a livello mondiale e rappresenta gli interessi delle lavoratrici dei lavoratori. Il governo Trump per la prima volta ha rifiutato l'accredito come che accade per altri regimi, cioè il regime Bielorusso, per esempio, è da anni che rifiuta l'accredito dei sindacati indipendenti autonomi alla conferenza di Ginevra in questo contesto e Costantini ce lo ricordava molto bene. Nel frattempo invito il professor Battistella a raggiungerci qua perché per il suo intervento. il le azioni dell'Unione Europea, so c'è una consonanza, no, fra la conclusione di Lampa e la conclusione di Costantini nelle presentazioni. Che cosa fa? eh fa 800 miliardi di investimenti eh in armamenti, 92% prodotti acquistati dagli Stati Uniti. L'unica economia che non conosce veramente nessun nessuna crisi, anzi va a gonfie vele da questo punto di vista e non teme e non teme i dazzi di Trump per niente e l'economia appunto del riarmo. Io qui faccio una premessa prima di dare la parola a Battistelli che mi piace sempre fare, cioè mi piace, la ricordo sempre, dato che siamo qui in casa CG, il dibattito a livello europeo e mondiale sulla questione riarmo nel mondo del sindacato non è un dibattito semplice, anzi dibattito molto complesso che non abbiamo paura a dirlo, ci vede anche in una sorta di isolamento, vede la nostra organizzazione una sorta isolamento anche a livello nazionale. Le uniche voci chiare che si levano contro le politiche scellerate per le ragioni economiche prima che politica che sono state espresse negli interventi che mi hanno preceduto, è la nostra. Non ci sono altre grandi organizzazioni sindacali in Italia, in Europa e ai noi nel mondo che con chiarezza dicono investire in armi ci porterà a sbattere economicamente prima che tutte le questioni etiche che tralascio, perché le do un po' perdate, scontate. Non significa che ci arrendiamo, eh, che sia ben chiaro, perché noi teniamo la nostra posizione e la contrarietà allo spostare poste consistenti di bilancio dalle armi, scusate, dal sociale alle armi è stata una delle ragioni dello sciopero dell'anno scorso per quanto ci riguarda. Il 25 di ottobre la manifestazione nazionale. Chi ha letto anche solo le parole d'ordine, il volantino, il disarmo, continua a rimanere una delle ragioni della nostra manifestazione a Roma del 25 di ottobre. Tuttavia siamo ben lontani anche nel mondo sindacale dall'avere una maggioranza a favore delle politiche di disarmo. Ce ne dà qualche altra di ragione, professor Bartistelli, per continuare questa battaglia?

Bene, non è facile essere ottimisti in questa fase storica. Assolutamente. Potendo essere ottimisti, penso che sia utile che facciamo lo sforzo di essere realisti, nel senso cioè di integrare la dimensione etica, morale che non può non ispirare la nostra posizione e dico nostra in senso lato del movimento progressista, comunque configurato in qualunque ambito, per potersi farsi ascoltare, per poter incidere, deve potenziare molti moltissimo, credo, la dimensione del realismo, quella cioè di unire gli obiettivi con lo stato del mondo che ha delle caratteristiche che ci piacciono ogni giorno di più, ci piacciono di meno, ma non per questo sono dei vincoli indispensabili per poter ragionare, per cambiarli, per fronteggiarli. Purtroppo non basta l'entusiasmo perché la dimostrazione di questi anni anche nello specifico settore della spesa militare della produzione di armamenti, eh conferma che se l'entusiasmo politico e morale è una base necessaria per poter affrontare questi temi, non è sufficiente per poi riuscire a governarli. Io ricordo con nostalgia anche l'epoca in cui ampi settori del sindacato si erano impegnati molto coraggiosamente e con difficoltà poi a rappresentarlo anche ai lavoratori sul tema della riconversione dell'industria bellica verso produzioni civili. Si parlava di una riconversione ai tempi dell FLM. c'era addirittura questo monumento storico ormai affidato appunto alla storia, un forte dibattito e anche un'iniziativa sindacale e quindi sociale, culturale, politica e per la riconversione dell'industria degli armamenti. L'idea era quella di passare realisticamente, anche allora si facevano delle riflessioni pratiche attraverso il famoso duale. Cioè il doppio uso di una tecnologia nell'ambito sì militare ma anche civile, cercando di spostare il fulcro degli investimenti e dell'attenzione politica verso il civile. Devo dire che la dimensione politica generale, in particolare internazionale, ha un peso molto forte. L'originario marxismo, a cui ci siamo formati alcuni della mia generazione col tempo mostra una serie di debolezze irreversibili, tra cui il primato dell'economia sulla politica. Non lo so, siamo ancora convinti che siano le grandi forze economiche a determinare la dimensione politica. E la dimensione politica che ruolo ha? Residuale? Non credo. La dimensione socioculturale che dimensione è? Secondaria. Piuttosto io credo che noi dobbiamo andare a una analisi multifattoriale prendendo in esame le varie componenti senza necessariamente stabilire una supremazia. Non voglio farla lunga, eh, non voglio fare il seminario universitario, però sicuramente dobbiamo acquisire un po' questa. Più che acquisire, l'abbiamo già acquisita, dobbiamo definitivamente sdoganare questa spregiudicatezza nell'analizzare le variabili che abbiamo di fronte oggi, in questa situazione internazionale e nazionale interna di grandi paesi che danno là su questo tema come la Russia da un lato, gli Stati Uniti dall'altra, la dimensione politica è palesemente prioritaria. c'è poco da fare che poi dopo assuma anche i suoi obiettivi sulla base di analisi economiche più o meno infondate come abbiamo sentito nelle eccellenti relazioni precedenti. Questo è un altro discorso. Dico questo perché, per esempio, anche una tematica interessante, innovativa 30 anni fa, com'era quella dell'uso duale delle tecnologie oggi è stata rovesciata e utilizzata al contrario. Noi ci troviamo di fronte a un'Unione Europea che fa politiche di incentivo per la ricerca in ambito militare, non uso il termine bellico se è troppo valutativo, ma quello è le sta privilegiando rispetto a un passato cui erano letteralmente escluse un programma di ricerca la totalmente civile e anche con forti intenti sociali e politici di riequilibrio nord. nord sud di difesa dell'ambiente e quant'altro. Oggi il programma Horizon per la prima volta è ufficialmente aperto a finanziamenti nella ricerca e sviluppo di natura militare. Quindi questo tema dell'uso attuale è stato usato cinicamente ma efficacemente da forze anche soprattutto economiche sicuramente che hanno dato l'imbeccata a quelle politiche e quelle politiche hanno recepito senza e grandi resistenze da parte nostra in questa direzione. Non voglio affrontare la parte nostra perché aprirei un discorso delicato su grandi player nazionali, internazionali come Leonardo e diciamo i collegamenti anche politici che ha questa grande impresa. Tornando alla oggetto della nostra riflessione, allora, in nome di quella posizione realistica io credo che dobbiamo affrontare molto laicamente il tema della spesa e produzione militare nei suoi costi e nei suoi benefici, proprio per contrastare gli slogan a favore dei benefici che mostrano questo tipo questo settore come decisivo per l'innovazione tecnologica, per il sostegno del reddito, per il sostegno dell'occupazione. La nostra posizione non deve essere di negazione a priori. Questo è un discorso, insomma, superato che si può fare in situazioni non professionali. Noi come Archivio di Sarmo facciamo tantissimo lavoro in situazioni non professionali, deliberatamente proprio le radici dell'erba, no? dicono gli americani, andiamo nelle parrocchie, andiamo nelle scuole, andiamo nei circoli arci e ampi, andiamo in una regione italiana, c'è ancora le case del popolo. Noi andiamo lì e portiamo una serie di argomentazioni che per far riflettere. Cerchiamo sempre però di sposare questa dimensione anche morale, se vogliamo, con il eh eh realismo dell'analisi. Allora, noi dobbiamo fare delle analisi di fronte a questi slogan sui vantaggi della spesa e produzione militare, dobbiamo cercare di decostruirli con le armi dello studio, della ricerca, come hanno fatto i colleghi che mi hanno preceduto, cioè con quello che può sicuramente ispirare campagne anche di impegno per soggetti politici o sociali, sociali come sindacato, ma su delle basi solide, rifiutando le semplific Allora, per esempio, cominciamo su questo tema della innovazione tecnologica che vive delle ricadute del militare. Sì, in effetti è vero, dalla ricerca e sviluppo militare derivano una serie di innovazioni, di scoperte, di applicazioni che sono originate dalla ricerca militare. Naturalmente è facilmente dimostrabile che si tratta ancora una volta di decisioni politiche. è evidente, no? Se io concentro vaste e eh dimensioni e vaste risorse in un settore, è chiaro che quello sarà poi alla fine produttivo di risultati e quei risultati possono essere diffusi. Ma per introdurre in sanità l'uso del laser, una grande novità di 40 anni fa, oggi corrente, c'è bisogno di passare dalla ricerca militare? No, si può benissimo eh iniziare dalla ricerca del lasere applicato alla sanità, chiaramente, e lì ci potrebbe allora essere un fallout al contrario, poi dal civile si potrebbe anche passare al militare se quando e nelle forme opportune questo fosse eh deciso come necessario. Quindi non facciamo tutto l'elenco delle grandi scoperte a cominciare da internet per arrivare all'intelligenza artificiale che sono largamente state elaborate e vengono oggi elaborate nelle laboratori militari. l'inciso l'intelligenza artificiale. Qui c'è un rischio che abbiamo di fronte, di cui non abbiamo forse sentore fino in fondo di quello che può rappresentare proprio nel settore militare. L'altro grande allarme è quello sull'occupazione. qui in questa sede non entro perché ho solo da imparare su quelli che sono i rischi di qualcosa che è stato più volte stimato un drastico taglio dell'occupazione di 90 e passa milioni di lavoratori soltanto in Europa nei prossimi 10 anni. accenno e non entro su questo discorso. Stiamo lavorando invece come Archivio di Sarmo, devo dire per una ricerca per il Ministero degli Esteri, quindi c'è anche una sensibilità istituzionale in certi in questi casi sulle ricadute che può avere nella dimensione politica internazionale ricerca e sviluppo di intelligenza artificiale fatta nei laboratori militari. è qualcosa di fortissimamente stabilizzante, una corsa agli armamenti guidati dall'intelligenza artificiale. Non dobbiamo immaginare l'impressione e banale e fantascientifica dei robot killer. Quello è un termine usato legittimamente, efficacemente da una campagna civile per prevenirli, ma non sono quelli le principali applicazioni dell'intelligenza artificiale, non sono dei mezzi semoventi e autogestiti che rispondono in situazioni di campo di battaglia, sebbene ci siano anche quelli con risultati sorprendenti. Quest'estate un drappello di soldati russi in Ucraina occupata sono stati catturati da uno stormo di droni. Cioè sta succedendo una rivoluzione in ambito tattico su cui non mi dilungo qui perché non è la sede, ma sorprendente sulla capacità di mezzi dotati di intelligenza artificiale in grado di intervenire in situazioni concrete come il campo di battaglia con risultati che rivoluzionano il campo di battaglia stesso. E apro e chiudo questa cosa, questo specifico esempio, però vi dico l'altro. quello invece ancora più inquietante degli algoritmi che guidano l'azione di sistemi d'arma pur regolati da esseri umani. È il caso dei famosi programmi israeliani, inizialmente denominato gospel, poi sembrava un po' troppo anche agli israeliani, l'hanno ridenominato Lavander, i quali istruiscono l'operatore al missile, alla artiglieria di un cannone e eh sul campo, lo istruiscono sulla identità dell'obiettivo che ha di fronte, se sia o no nella lista dei nemici. È un algoritmo che riconosce e dichiara nemico qualcosa che l'operatore ha tra i 30 e i 40 secondi di tempo per decidere se far partire o no il colpo. Ed è evidente che 99 volte su 100 volte su 100 fa partire il colpo. Bene, questo era soltanto una parentesi di come la tecnologia a sua volta, frutto di investimenti, di scelte politiche e economiche si ribalta in un attore dotato di no come un totem diventa un essere umano nei miti e si ribella ai suoi ai suoi creatori. Golem ebraico c'è una bellissima tradizione di questo tipo. Centriamo per una serie di motivi. Allora, eh diciamo la ricaduta tecnologica. La ricaduta tecnologica in effetti c'è dal militare al civile, ma c'è in quanto crescenti risorse vengono dedicate alla ricerca militare. Questo è, diciamo, qualche cosa che può essere dimostrato ed è controverso, controvertibile e su questo si può discutere. Secondo mito, il mito della difesa dei redditi della produzione militare. La produzione militare è ricca anche dal punto di vista dei ricavi. Entro qui su questo che è abbastanza scontato fra di noi, insomma, eh e potrebbe essere quantificato con decine di esempi il boom dei titoli in borsa delle aziende di settori, profitti che determinano e anche con riferimento al caso italiano diventerebbe quasi demagogico, insomma sono cose ovvie. Il punto è ridimensionare questa pretesa di sostegno al reddito che dovrebbe e anche a sua volta sostenere il bilancio di vita dei dipendenti e quindi a sua volta sostenere i consumi. Anche in questo caso non è escluso che questo accada, ma è una via tortuosa e appunto, no, se noi dovessimo andare da qui a Piazza del Popolo, volendo passare invece dalla stazione Termini, tutto si può fare, ma è una cosa completamente illogica, considerando fra l'altro, che sui ricavi in dubbi dell'industria militare pesa tantissimo il quoziente destinato agli azionisti. i grandi ricavi, soprattutto in situazioni di libero mercato come gli Stati Uniti, ma in parte anche in Italia nelle stesse ex partecipazioni statali, perché quella è l'origine delle di tutto il conglomerato Leonardo. Comunque sia, la ripartizione di questi ricavi e giunge solo in misura limitatissima alla forza lavoro. è piuttosto ridistribuita sotto forma di dividendi, sotto forma di retribuzioni al top management. Terzo mito, l'occupazione. Ecco, questo è il mito più forte, più diffuso, più difficile da contrastare. È difficile da contrastare perché è affascinante l'idea che se si produce tanto ci vogliono tante persone per produrre e quindi questo aumenta l'occupazione. Intanto c'è una specificità dell'industria militare diversa in questo da altre industrie. è un'industria ad altissima densità di capitale e intensità di capitale e intensità tecnologica, come abbiamo sfiorato, e quindi in quanto tale e non necessariamente si traduce in un ampliamento della eh della eh lavoro. andrebbe fatto uno studio più serio di quanto fatto molto, diciamo, meritoriamente da alcuni e per esempio di fonte sindacale originaria è uno studio che abbiamo pubblicato recentemente come come archivio di Sarmo da autore aioldi e che proviene dal dal sindacato come alcuni di voi sanno e sul quale si dimostra che caso per caso, come si dovrebbe fare i risultati non dicono la stessa cosa di questa generalizzazione più produzione militare, più occupazione. Uno studio di caso molto interessante è stato quello relativo non soltanto alla singola azienda Leonardo Spa che praticamente è oligopolistica nel settore e ma sul programma anche quello molto noto, molto discusso dell'F35 di cui tutti sappiamo, no? questo Joint Strike Fighter che è costosissimo di eh concezione e produzione inizialmente eh americana con quote di coproduzione rilasciate ai paesi che fanno parte del consorzio che soprattutto acquista poi in verità, ma poi assembla anche e in parte contribuisce con qualche dettaglio di lavorazione originale. Questo era un progetto di cui si discusse negli anni 2006-2007 e le previsioni all'epoca erano entusiastiche in termini di occupazione. Qui una battuta, riporto di un discorso più ampio dell'allora sottosegretario Lorenzo Forceri, sottosegretario alla difesa nel secondo governo Prodi e non dico l'appartenenza politica perché è molto vicina e e il quale fa una previsione, non è che insomma fa chissà quale obrobrio, fa una previsione fondata evidentemente su eh le stime aziendali. Questo programma in Italia creerà 10.000 posti di lavoro. Era il 2007. E gli occupati di Leonardo Spa di quella che all'epoca era fin meccanica e aggregata con anche le aziende che oggi sono state inglobate era di 42.66 666 dipendenti 10 e 15 anni dopo, nel 2023, 16 anni dopo, i dipendenti, l'ultimo dato di cui disponiamo, ma si può benissimo aggiornare, probabilmente c'è stata una risalita dopo la grande crisi 22-23 Uraina, soprattutto in parte anche Gazza, i dipendenti erano diminuiti di e 10.000 unità erano 33.30. Quindi, se noi andiamo eh a se passiamo dal mito all'analisi e dalla visione di insieme allo studio di caso e vediamo che anche questo discorso e eh sul mito della occupazione può e deve essere ridimensionato. Un'ultima riflessione la propongo relativamente invece al lato della domanda, non dell'offerta delle aziende del mondo industriale, bensì dello Stato che è ovviamente l'unico committente di questa industria, quindi siamo in una situazione di monopsonio, c'è soltanto un cliente e questo fa una grande differenza perché rende politici ancora una volta anche i prezzi e i valori e le decisioni di eh operare o non ordinativo. Questa spesa militare non entro su qualcosa che tutti sappiamo bene perché nell'ultimo anno se n'è parlato eh a UFO eh a cominciare dalla proposta che ha fatto Draghi che è tutta fondata su un'analisi, fra l'altro indubbiamente eh ben condotta, insomma piena di dettagli utili. ma che sostanzialmente approda a questa unica conclusione. Dobbiamo siamo minacciati di più, dobbiamo difenderci di più. Qui ci sarebbe da aprire una parentesi sulla differenza fra minaccia e rischio, perché tutta la concentrazione dell'attenzione sulla minaccia, cioè su un danno portato intenzionalmente da qualcuno, un nemico, sta sovrastando definitivamente il tema della difesa nei confronti del rischio, prevenzione, difesa del rischio, che invece è un danno che può intervenire, non è obbligatorio. intervenga perché anche la faccia della scommessa positiva che va a buon fine che è invece originato da noi, dal nostro sistema sociale, politico ed economico, ma questo ci porterebbe lontano. Diciamo che questo tema di una qualche minaccia comunque esiste. Non possiamo dire che non esiste. Non possiamo dire che il mondo del 2025 sia più sicuro di quello del 2020. Senza andare troppo indietro. Non parliamo degli anni 90, dei gloriosi anni del decennio del disarmo in cui abbiamo abolito e 15.000 testate nucleari per l'accordo fra le due superpotenze, quando erano dirette da personalità su cui non mettiamo la mano sul fuoco, ma certamente erano dei politici di professione e non aggiungo altro. Lasciamo stare le nostalgie, oggi sicuramente prevale una definizione della minaccia. Questa è largamente ideologica e comunque strumentalizzata. non è totalmente priva di un fondamento, anche questo è un dato reale, cioè nel senso che effettivamente assistiamo al paradosso della sicurezza, per cui il rapporto tra la sicurezza mia e quella dell'altro, tra un paese e il suo nemico, è un rapporto inversamente proporzionale. La sicurezza dell'uno è l'insicurezza dell'altro. Quindi esagerare nella discorso, nella retorica della sicurezza e soprattutto nelle priorità alla sicurezza non può che rendere più insicuro l'interlocutore, in questo caso il nemico, il quale a sua volta reagisce aumentando la sua difesa o pretesa difesa nei confronti della minaccia. Quindi questo è un paradosso gravissimo che però esula dalle nostre possibilità. soltanto lo dobbiamo accettare all'interno dell'analisi, quindi non possiamo immaginare che il mondo sia rimasto lo stesso. Questo e lo dobbiamo lasciare aperto al dibattito che poi diventa soprattutto politico e dopo lì sarebbe giusto che il mondo politico non trattenesse questi temi come un proprio monopolio, ma li socializzasse, ne facesse un discorso pubblico. Per esempio, una grande conferenza nazionale, come c'è stata in Italia su altri temi, ci fu a suo tempo sulla emigrazione, certo è un problema, ma forse ce ne sono anche altri, una conferenza nazionale dedicata al tema della difesa, sicurezza e pace, messa insieme, no, con una concessione, appunto, verbale, no, alla pace per poi perseguire a modo proprio e e la sicurezza consolidando, espandendo end ulteriormente le armi le armi della difesa. Bene, questo discorso della spesa militare è veramente una contraddizione, veramente un enigma sul quale noi ci dobbiamo chiedere come verrà affrontato dai governi. Per fortuna che c'è un governo di destra, fatemi dire questa provocazione, che si trova di fronte a un dilemma nel quale io fossi Giorgia non dormirei la notte. È una cosa è senza via d'uscita. È senza via d'uscita. È impossibile tecnicamente che l'Italia raggiunga il 3% del prodotto interno lordo. Non dico il 5x 1000. Lasciamo stare la fantasia creativa del vicepresidente del Consiglio che ci vuol mettere dentro il ponte, ci voleva mettere il ponte di Messina. Lì siamo proprio siamo alla battuta. Ma cioè da dove si prenderà una somma che triplica l'attuale spesa per la difesa che già oggi è di 35 miliardi di euro e con fatica viene sostenuta e evidentemente a scapito di altre poste di bilancio. Su questo gli economisti io sono tutti d'accordo. Insomma, e ho in mente una sintesi fatta da Franzini, molto efficace, perché anche brevissima e la quale elenca le tre possibilità che ha un governo che vuole aumentare e aumentare, non ne parliamo di quelle dimensioni, una voce di bilancio. Allora, o aumenta il debito pubblico o incrementa il gettito fiscale oppure lo toglie ad altre voci di bilancio. Io credo, sei un economista, quindi è e come dire, come dicono in televisione, mi taccio per io io sono un sociologo, insomma, sia pure che si occupa di di questi temi, però cioè >> è veramente qualcosa che non si ha l'onestà di dichiarare nel discorso pubblico, cioè il governo dovrebbe dire "Noi siamo di fronte a questo problema, apriamo un grande confronto in Parlamento innanzitutto, ma anche nella società civile su come risolvere questo aspetto. Vogliamo

È questo un governo inclina ad aumentare le tasse, soprattutto ad aumentare le tasse là dove ci sarebbero i soldi, che non sono i salari e gli stipendi fissi e sono chiaramente no, tutto ciò che comincia con le partite IVA, che sono il mito nazionale di questi anni, su su e fino ai percettori di rendita. E come si fa a immaginare un aumento del gettito fiscale se non aumentando le tasse?

Quando hanno provato a proporre, più o meno demagogicamente, Salvini, di togliere qualcosa alle banche, si è aperto il fuoco di sbarramento di un'altra forza politica di governo che io non sapevo che era così interessata alle banche. Io pensavo che Forza Italia era interessata molto a Mmm. Ero rimasto un po' indietro, no? Poi dopo qualche amico di Milano mi ha segnalato che invece sono interessati anche alle banche. Vabbè, d'accordo, aumentiamo il gettito fiscale.

Oppure il debito pubblico, nelle condizioni in cui siamo, nel piano di rientro con un lentissimo, effettivo e graduale miglioramento, lo vogliamo rivoluzionarlo? Si dice sì, ma poi dopo se voi prendete i 150 miliardi del del del Rearm Europe, sono a condizioni di prestito straordinariamente favorevoli. Eh, ma sono prestiti, devono essere restituiti. Anche i tempi non sono così pressanti. 50 anni, lasciamo 50 anni di debito ai nostri successori, ai nostri eredi. Non so, insomma, su questo se ci fosse una discussione pubblica, non so che cosa succederebbe.

E infine c'è il grande tradeoff con la spesa sociale. Tanto aumenti la spesa militare, tanto diminuisci la spesa sociale per due voci di bilancio: sanità e istruzione. Sono questi i due, eh, come dire, che fanno la parte del leone, fortunatamente, nel nostro paese e sostanzialmente in tutta Europa. Questo è il vantaggio competitivo sociale di questo continente, di questa proposta politica, di questa pur ancora contraddittoria e e e divisa Unione Europea, e sono il nostro vantaggio competitivo nel mondo. Noi dedichiamo una priorità a queste due voci di spesa.

Non c'è altro modo che fare quello che sta facendo obliquamente il governo, quello di spostare o soprattutto evitare di aggiornare determinate forme di trasferimento, per esempio, alle regioni, che sono poi quelle che gestiscono questa spesa, su una serie di voci decisive, come per esempio il turnover del personale. È palese, è plateale questo effetto di sostituzione, questo tradeoff che c'è tra queste due voci di bilancio che meriterebbe una discussione più ampia e forse nessuno è meglio del sindacato, nelle condizioni di poterla promuovere.

Grazie. Grazie per le indicazioni e le suggestioni. Abbiamo un compito molto chiaro che è quello di sfatare i miti, ehm, a cominciare da quello sull'occupazione. Questo c'è molto chiaro. Una unica suggestione nel passare a a Valentina Venditti è questa che mi veniva in mente ascoltando eh Battistelli: e lei ha proprio ragione, cioè aprire un confronto su questi temi sarebbe vitale in questo momento, sarebbe vitale a livello europeo e sarebbe vitale a livello nazionale. Tuttavia, credo che non ci sia stato mai governo più ostico dal punto di vista dell'apertura al confronto e nessuno si sottrarrebbe a un confronto. Quindi lei ha ragione.

In questo in questo contesto, forse ancora una volta a noi, organizzazione sindacale, in particolare la CGIL, spetta l'onere di aprire un confronto pubblico, plurale, largo, il più possibile sul tema della difesa, perché l'altra cosa che mi colpiva del suo intervento è ehm la questione: non possiamo negare, no? Allo stesso tempo è giusto sfatare i miti, ma non possiamo negare. Qua dentro mi pare ci fosse lei stesso un anno e mezzo fa, mi pare, alle presenze del premio Nobel Parisi, ragionavamo del Doomsday Clock, no? Cioè di quanto si avvicina eh l'apocalisse nucleare. E se ce lo dicono studiosi che quella lancetta è sempre più vicina a zero, non è che possiamo negare, dobbiamo piuttosto attrezzarci, quindi ragionare, aprire un confronto su queste minacce che sono sempre più reali.

Ehm, ultimo tema, eh, pensavo alla questione degli investimenti in difesa e delle decisioni che sono state prese anche a livello europeo ultimamente su debito eccetera. Beh, se ci si dice che spendere in sanità fa debito e spendere in armi no, io credo che un governo al potere che ha tanta richiesta dal punto di vista militare, no, di produzione, non ha tanto remore a dire forse faccio un ospedale in meno e costruisco qualche arma in più. Se poi anche a livello europeo calcoli in queste regole sulla governance che abbiamo detto tante volte essere incompatibili, peraltro, con anche le dinamiche di crescita, governance europea, no? Il il ragionamento è semplice da da, cioè il ragionamento non è semplice, la scelta è semplice perché se non mi fa debito investire, ma produce eh produce sicuramente dal punto di vista dell'economia.

Eh, ma e qui passa a Valentina Venditti. Purtroppo Silvia Stilli, che salutiamo, non ci ha potuto raggiungere, però sono sicuro che molte delle suggestioni che Silvia avrebbe portato qui come AOI, ma sarebbero arrivate poi da da Valentina. Intanto proviamo per le 12:30 a dare parola anche alla sala, quindi ascoltiamo Valentina. 12:30 ascoltiamo qualche intervento anche dalla sala e eh ripassiamo la parola ai relatori per magari una veloce risposta di massimo 2 o 3 minuti, quindi sarò cattivo sui tempi delle vostre risposte e suggestioni dopo gli interventi dalla sala.

E la riflessione che facevo passando a te Valentina è, intanto chiaramente grazie di essere qua, ma grazie di essere soprattutto dove c'è bisogno in questo momento, in particolare CIS e in tanti paesi del mondo, ma è a Gaza e ci sta aiutando dal punto di vista proprio concreto a rendere reale l'aiuto che subito dopo il 7 ottobre abbiamo voluto mettere in campo, in campo eh per gli aiuti umanitari che sono una, anzi, la questione insieme a quello della sopravvivenza della popolazione di Gaza in questo momento, ehm, che abbiamo voluto subito denunciare, cioè il fatto che non arrivasse cibo, non arrivassero aiuti umanitari essenziali alla popolazione di Gaza, a partire dagli aiuti sanitari, però si è investito, si è disinvestito sull'aiuto umanitario anche a favore di quello, purtroppo, della difesa. Ancora una volta ci sono stati tagli drammatici, eh, ricorderemo tutti la eh le vicende relative alla UNRWA, cioè UNRWA, ma ricorderemo anche il fatto che l'Unione Europea ha un suo Peace Fund, no? Il fondo per la pace che è stata utilizzata, ai noi, per progetti di difesa. Cioè, bisognerebbe andare a guardare che cosa eh si si finanziava con questo European Peace Instrument e abbiamo trovato, vero eh, che c'erano addirittura con lo strumento europeo per la pace si si realizzavano investimenti militari.

Quindi m voi siete la nostra, diciamo, il nostro esercito pacifista di sostegno a chi la guerra la soffre. Valentina, e quindi ti ringrazio sin da subito, prima di concludere l'intervento, per quello che state facendo. Com'è la situazione adesso in campo e quali sono le richieste che arrivano dal vostro mondo al sindacato, ma alla politica, alla società più generale?

>> Grazie a tutte e a tutti. Ringraziamento particolare alla CGIL e APICA, non solo per questo invito, ma per il grandissimo supporto eh sull'aiuto umanitario che stanno dando a alla AOI, quindi alle organizzazioni della società civile che sono attive all'interno della striscia di Gaza sin dal 7 di ottobre. E vi rubo 20 secondi perché prima di iniziare voglio ricordare eh i nostri colleghi, le nostre colleghe che sono state uccise dal 7 di ottobre, no? Sultana che era un'educatrice all'interno delle nostre ludoteche, Ali Abdel Sciafi che era il direttore della federazione di box che ha messo con noi in piedi il progetto di box contro l'assedio, Ahmed Mohammed, due operatori giovanili, Ahmed Awad, un clown in culsia, Yusf Dawas, uno scrittore e storyteller palestinese, Malak Mosley, una piccola pugile della Gaza Boxing Women. [Applauso] Mi preme ricordare ognuna e ognuno di loro perché quello che sta accadendo è anche colpa della disumanizzazione che viene fatta nei confronti dei palestinesi e di e di Gaza. E la disumanizzazione, insieme all'impunità, è quello che rende possibile un genocidio oggi, nel 2025, di fronte ai nostri ai nostri occhi.

Oggi il nostro lavoro è diventato un lavoro estremamente complicato. C'è una criminalizzazione totale dell'UNRWA, stanno cambiando anche i paradigmi dell'aiuto umanitario, passando proprio alla militarizzazione dell'aiuto umanitario. Ci sono stati interventi prima di me che mi hanno dato tantissimi spunti. Vorrei ricordare solamente un dato: la spesa militare globale oggi è 50 volte l'importo della risposta umanitaria globale di OCHA, 50 volte l'importo che servirebbe alle organizzazioni umanitarie per rispondere ai bisogni dei rifugiati, delle persone vittime dei conflitti o del cambiamento climatico.

La mia organizzazione, così come tantissime altre organizzazioni di AOI, lavorano in Palestina da tantissimi anni, non ci siamo mai fermati e ne abbiamo vissute tantissime di operazioni militari. Abbiamo vissuto Piombo Fuso, Margine Proiettivo, Colonna di Difesa, la grandissima repressione della Marcia del Ritorno e ancora l'operazione del 2021, del 2022, del maggio 2023. Probabilmente nel 2014, dopo i 50 giorni di bombardamenti a tappeto, pensavamo di trovarci di fronte alla situazione peggiore che potessimo mai eh immaginare. Ma in tutti questi casi noi, in quanto privilegiati occidentali, abbiamo sempre ehm siamo sempre riusciti ad avere una limitata operatività e a mettere su dei meccanismi di risposta. Quest'anno, quest'anno, questa volta al 2023 è stato tutto molto più complicato.

Vi racconterò velocemente una una cosa che mi è successa. Noi abbiamo un ufficio all'interno della striscia di Gaza, Gaza City, nella cosiddetta zona sicura, quella zona che ho sempre avuto la certezza che non sarebbe mai stata colpita, in un palazzo dove ci sono tutte organizzazioni internazionali. Bene, quando i miei colleghi hanno avuto l'ordine di evacuazione, io ho detto a loro di andare nel nostro ufficio per stare sicuri. Fortunatamente non mi hanno dato ascolto perché il nostro ufficio è stato colpito ed è stato bruciato con il fosforo bianco, l'ufficio di un'organizzazione internazionale all'interno di un palazzo dove c'erano organizzazioni internazionali. Questo non perché noi valiamo di più, semplicemente perché siamo dei privilegiati rispetto alle organizzazioni palestinesi e questa cosa non era mai successa, non era mai successa prima.

È di qualche giorno fa, forse meno di 10 giorni fa, che Medici Senza Frontiere, la Croce Rossa hanno detto che devono stoppare le loro attività a Gaza City proprio perché non viene garantita nessun tipo di sicurezza. Ed è proprio di ieri la notizia che il 15º operatore di Medici Senza Frontiere è stato ucciso all'interno della striscia di Gaza. Dal 2023 sono più di 500 gli operatori umanitari che hanno perso la vita. La maggior parte di loro, chiaramente, sono colleghi e colleghe palestinesi tra Croce Rossa, UNRWA, Protezione Civile e Associazioni. Gaza è diventato uno dei luoghi più pericolosi al mondo per fare questo questo lavoro e Israele ha fin dall'inizio ha ostacolato il nostro lavoro.

Sappiamo bene che già prima del 7 di ottobre Gaza dipendeva dall'aiuto umanitario, entravano circa 500 camion al giorno. Dall'inizio del genocidio, subito Gallant ha detto che avrebbero bloccato tutto: elettricità, cibo, medicine, perché si combatteva contro animali umani e questo è quello che è avvenuto. Piano piano si sono rimessi in piedi dei meccanismi di aiuto umanitario, dei meccanismi che però erano estremamente lenti, estremamente macchinosi e soprattutto tutti soggetti all'approvazione da parte di Israele. Approvazione che, basta vedere i dati delle Nazioni Unite e di OCHA, o tardava ad arrivare o non arrivava proprio e molto spesso anche quando arrivava l'approvazione dell'aiuto e e delle della delle missioni di supporto di distribuzione, non veniva mai garantita quella che noi chiamiamo la deconfliction, ossia la sicurezza per le missioni umanitarie. L'abbiamo visto anche eh non solo con gli ospedali che sono ambulanze che sono state colpite, eh, tantissime missioni di soccorso sono state colpite e anche gli operatori della World Central Kitchen che insomma, ricordiamo ricordiamo un po' tutti.

E siamo ci siamo recati a Rafah con AOI, Arci, Assopace e dei parlamentari e dei giornalisti e delle giornaliste e proprio lì abbiamo deciso di chiamare questo sistema un sistema pensato per non funzionare. Ai tempi funzionava ancora il valico di Rafah, un valico che ci tengo a dire dal quale entravano gli aiuti, ma che in realtà era un valico terrestre, quindi già quello rendeva difficoltoso l'ingresso degli aiuti, ma anche in quel caso come funzionava l'ingresso degli aiuti? Siamo stati testimoni di camion, 1500, 2000 camion in fila per mesi e mesi con tutti i costi che questo eh comporta. Siamo stati testimoni di parcheggi dove c'erano altri camion che ancora non avevano avuto l'ok neanche per mettersi in fila e parliamo di altri 800 camion. E una volta che i camion ottengono la ottenevano la luce verde da da Rafah, da Rafah dovevano andare a 90 km in un posto che si chiama Nezzana e dovevano passare quattro livelli di controllo differente. Se questi controlli andavano bene, dove potevano tornare nel valico di Rafah per poi entrare? Se un qualsiasi prodotto all'interno di questi camion non veniva accettato da Israele, tornava indietro tutto il camion.

E qui ritorniamo alla questione degli "dual use". Perché Israele non fa entrare tutti quei beni che considera di uso duale? E qui arriva un'altra follia: non solo che può essere considerato di uso duale qualsiasi cosa. Quando noi eravamo lì a Rafah, erano era considerato di uso duale la tenda perché era verde militare e quindi poteva essere utilizzata per fare delle divise, era considerata di utilizzo di di uso duale tutti i medicinali chemioterapici per la composizione chimica o non è considerato uso duale, ma bene di lusso, il cornetto al cioccolato. Tutti questi beni venivano eh rimandati indietro, l'intero camion veniva rimandato indietro. Esistono dei magazzini con tutti i beni rigettati. In questi magazzini, sempre con la carovana di di AOI, abbiamo osservato incubatrici, bombole di ossigeno, kit di primo soccorso, stampelle, ogni tipo di dispositivo per la disabilità e tutto ciò che aveva come funzionamento i pannelli solari, oltre a eh medicinali e anche giocattoli, scatole intere di giocattoli. Ci sono dei magazzini immensi dei beni di beni rigettati, ma ripeto ancora, in quel momento qualche camion riusciva a entrare. Chiaramente assolutamente una goccia e assolutamente non sufficiente per garantire i bisogni della popolazione.

Ed è qui che abbiamo fatto il primo intervento, grazie alla CGIL, quando abbiamo, grazie anche alla solidarietà di tutte le persone in Italia, abbiamo raccolto i beni e medicinali, assorbenti, cibo. Eh, devo dire la CGIL ha portato dei carichi enormi con i quali abbiamo riempito una nave che è partita da Genova e che è arrivata in Egitto. Stessa cosa è successa nel marzo del 2024 e siamo riusciti a far entrare questi beni. Ci abbiamo messo 4 mesi per far entrare questi beni, ma ci siamo riusciti e li abbiamo consegnati appunto al sindacato palestinese, li abbiamo consegnati all'associazione di donne, li abbiamo consegnati agli ospedali e li abbiamo consegnati a all'UNRWA. Era complicato anche tutta la fase di distribuzione perché chiaramente la maggior parte delle strade sono distrutte, tutti i magazzini di stoccaggio sono distrutti, quindi è è difficile ogni fase del nostro lavoro.

Ma nel 2025, a partire da marzo, c'è stato l'annuncio, maggio c'è stata la messa in piedi del 2025 di questo meccanismo, di questo modello militare dell'aiuto militare, quindi si è passato da quello che era il modello civile gestito dalle Nazioni Unite, da UNRWA, da tutti i programmi internazionali, che era un modello che prevedeva 400 punti di distribuzione e che con moltissima fatica riusciva in un qualche modo a raggiungere la popolazione. Questo modello militare gestito da Israele e dagli Stati Uniti con la creazione di questo Gaza Humanitarian Foundation che è assolutamente una trappola mortale, che ha quattro punti di distribuzione tutti al sud. I racconti che ci vengono dalle persone che vanno a tentare di prendere cibo perché c'è una carestia, l'abbiamo sentito tutti e tutti, che ha raggiunto dei livelli impressionanti all'interno della striscia di Gaza, è che ci sono queste sorte di gabbie e gli annunci vengono fatti meno di un'ora prima di quando ci saranno le distribuzioni. Questi posti restano aperti in media tra i 10 e i 23 minuti. Le persone in media devono fare 6 km per raggiungere questi posti. Appena arrivano per mettersi in fila c'è uno sparo in alto. Non stiamo guardando un video, non stiamo guardando una serie di Netflix, uno sparo in alto, le persone iniziano a correre per poter prendere questa razione di di cibo e subito dopo iniziano gli spari nei confronti delle persone in fila e anche nei confronti degli operatori che ci sono che ci sono attorno. Viene distribuito solamente cibo, quantità molto molto limitata, non vengono distribuite medicine e non viene distribuita acqua. Questi quattro punti sono tutti a sud. Questa è un'altra tecnica per attuare il trasferimento forzato della della popolazione verso eh verso sud e anche per creare disordini civili, perché ormai non ci sono più infrastrutture, non ci sono più strutture che riescono a garantire un minimo di vita o di servizi sufficienti.

Sono più di 2.580 le persone che sono state uccise o mentre erano in fila per il cibo o mentre si recavano ai valichi e più 18.000 quelle ferite. L'esperto Alex De Waal, che studia la fame da 40 anni, ricorda che la fame di massa non è solo denutrizione, è distruzione della dignità, delle relazioni sociali, delle norme comunitarie ed una forma di morte sociale. Ad oggi il numero totale di decessi dovuti a malnutrizione è di 45 persone e 151 sono i bambini e le bambine che sono morte per fame nel 2025 oggi nella striscia di Gaza.

Ed è proprio qua che il discorso umanitario si intreccia pesantemente con il discorso giuridico. Quando parliamo di genocidio, non è un termine ideologico, è un termine giuridico ed è una parola che ci dà dei compiti e ci dà delle responsabilità. Il genocidio ha degli elementi materiali: queste condotte che sono l'uccisione della popolazione, il causare gravi danni alla popolazione e distruggere ogni possibilità di sopravvivenza della popolazione, e l'elemento mentale, ossia l'intenzionalità. E ne basterebbe anche solo uno di questi elementi a Gaza, li troviamo, li troviamo tutti. Ma il genocidio presuppone anche che gli stati si muovano per porre fine a questo genocidio. È un obbligo che abbiamo, è un obbligo che si chiama di risultato, di comportamento, ossia noi dobbiamo attuare tutto ciò che è in nostro potere per porre fine al genocidio, anche se è molto difficile, anche se non siamo sicuri del risultato.

Ed è per questo che sono contenta oggi di essere qua, perché credo che il passo che ha fatto la CGIL, il passo che hanno fatto tutti gli altri sindacati, il passo che sta facendo la società civile, è il passo giusto per dire al governo che dobbiamo smettere di essere complici. Sono molto convinta che proprio questa unione di lotte e di intenti tra i vari settori della società civile, del sindacato e anche della politica è quello che avremmo dovuto fare già 2 anni fa, ma che è assolutamente un primo passo, ma non è sufficiente. Dobbiamo aumentare, dobbiamo incrementare i i nostri sforzi.

Anche per quanto riguarda il lavoro umanitario, cosa chiediamo noi al sindacato? Non solo chiediamo al sindacato di continuare questo sforzo che state facendo, di continuare la mobilitazione, perché dobbiamo far capire a questo governo che non vuole ascoltare neanche un milione di persone in piazza, che noi lo mandiamo a casa. Dobbiamo far capire a questo governo che noi non ci fermiamo, che se loro non hanno neanche questa etica di ascoltare il richiamo che viene dalla gente, noi abbiamo un potere e questo potere lo mettiamo fortemente in campo, tutti e tutte assieme.

Quello che chiediamo al sindacato, però, è anche di schierarsi a favore degli operatori e le operatrici umanitarie, perché le ONG sono fortemente sotto attacco. Sono sotto attacco dalla politica, sono sotto attacco anche dalle narrazioni dei media e sono sotto attacco anche dagli stessi governi nei paesi dove dove lavoriamo. Come ricordava Salvatore Marra, c'è stata una diminuzione dei fondi della cooperazione e se dobbiamo parlare della cooperazione in Palestina, hanno praticamente bloccato la maggior parte dei programmi. Noi avevamo tanti programmi di cooperazione anche di emergenza attivi a Gaza che avrebbero potuto portare almeno a un minimo sollievo della della popolazione, ma i fondi sono stati bloccati, non c'è stata garantita l'operatività e soprattutto in questo momento Israele sta attuando una politica per buttare fuori tutte le organizzazioni, ossia hanno deciso di togliere le registrazioni alle organizzazioni che lavorano in Israele per fare un nuovo processo per dare delle nuove registrazioni, quindi delle nuove autorizzazioni ad operare nel paese. E queste autorizzazioni sono soggette, diciamo, alla posizione politica che hanno le organizzazioni. Loro controllano se negli ultimi 7 anni l'organizzazione ha delegittimato lo Stato di Israele, parlando di occupazione, parlando di apartheid, parlando di genocidio o parlando di politiche di boicottaggio e questo è semplicemente una delle azioni.

Quello che noi vorremmo è che il sindacato ci sostenesse anche e per spingere il governo a sostenere la società civile, che in questo momento non voglio neanche chiamare operatori operatrici umanitari, ma proprio degli elementi della solidarietà organizzata e collettiva, quindi sostenere queste azioni della società civile affinché possiamo continuare a fare il nostro il nostro lavoro. Che scusate, mi sto dilungando, quindi vado velocemente alle altre azioni che abbiamo fatto con la CGIL, perché di fronte alla militarizzazione dell'aiuto umanitario, che è un paradigma pericolosissimo e che come è avvenuto in Israele potrebbe avvenire in altri posti, quindi è qualcosa che dobbiamo contrastare pesantemente perché è assolutamente contrario a ogni principio di diritto umanitario e a ogni principio di umanità stessa.

Noi abbiamo siamo riusciti ad andare avanti, siamo riusciti a continuare a supportare la popolazione. In questo momento è impossibile, molto complicato far entrare beni dal da fuori. Gli ultimi dati delle Nazioni Unite dicono che da maggio ad oggi è entrata una media di 30 camion, 300 camion al mese, 300 camion al mese rispetto ai 500 camion al giorno che entravano prima del 7 di ottobre. Quindi, come potete immaginare, anche quando il governo italiano dice che fa entrare eh aiuti, sono assolutamente tutte eh frasi che non hanno nessun tipo di fondamento. Come eh ONG di AOI operative ancora all'interno della striscia di Gaza, quello che noi facciamo è mappiamo i beni che si trovano ancora all'interno, chiaramente variano. Abbiamo trovato delle contadine e dei contadini che riescono ad avere ancora un minimo di produzione e delle cooperative che riescono ad avere delle operatività. Grazie ai fondi della CGIL abbiamo fatto tre differenti distribuzioni. Siamo riusciti a a raggiungere più di 10.000 persone. Proprio in questi giorni è in corso distribuzione non solo di pacchi alimentari, ma anche di pasti caldi, sia riso che che zuppa di lenticchie. Chiaramente i luoghi dove facciamo le distribuzioni variano a seconda delle delle zone di evacuazione o delle cosiddette zone umanitarie che poi che poi non sono umanitarie. E permettetemi di ringraziare personalmente Sergio Bassoli, con il quale sono eh in contatto giornalmente proprio per gestire tutte queste eh distribuzioni. Ce lo diciamo sempre, quello che stiamo riuscendo a fare, probabilmente è un piccolissimo è un piccolissimo miracolo e se noi stiamo riuscendo a fare tutte queste distribuzioni grazie veramente al supporto di tutti i dipartimenti della CGIL, tutto il il vostro impegno, la campagna che avete lanciato e quindi a nome di anche di di della AOI e di Silvia che non è potuta essere qua, vorremmo dirvi veramente grazie per questo per questo supporto e continuiamo a lavorare insieme tutti e a tutti perché la Palestina sarà libera, lo sappiamo, il genocidio si fermerà. Non ci dobbiamo sentire sconfitti e non ci dobbiamo sentire pochi e tutti assieme abbiamo assolutamente una forza che probabilmente non crediamo di avere. Grazie a tutti.

>> No, Valentina, grazie. Lo diciamo noi a voi perché avete realizzato con grande coraggio e purtroppo pagando col prezzo della vita. Tu li hai lì e le hai ricordate queste compagne e compagni dentro Gaza che hanno perso la vita. Questa azione umanitaria senza il vostro aiuto, il vostro impegno, la vostra professionalità, lo sottolineo, la vostra professionalità, tutto questo non sarebbe stato possibile. Quindi, a nome della CGIL, io qui poi sono certo che Cristian alla fine lo riprenderà, ti riconfermo non solo il sostegno per le azioni umanitarie nella striscia di Gaza, ma ti riconfermo che insieme ad AOI e Silvia che ci segue da casa, insieme a Sergio Bassoli, lo sanno bene, siamo e saremo la vostra voce a fianco della della AOI di chi ancora oggi fa umanitario in condizioni sempre più complicate, come tu le hai ben descritte, perché le lavoratrici e lavoratori che operano in questo settore sono per noi lavoratrici e lavoratori e vanno difesi e difesi in una fase così difficile anche da lo stress, dalla dalle condizioni sempre più complicate psicologiche e fisiche. Quindi questo per noi è un punto di di di chiarezza. Lo continueremo a fare senza dubbio, come continueremo a raccogliere i fondi e a realizzare queste azioni che tu dicevi saranno anche piccole, però sono eh fondamentali per quanto ci riguarda, perché sin da subito, come CGIL, abbiamo detto una cosa: ehm è fondamentale il lavoro politico, nel senso che lo sciopero aveva delle richieste, no? Per noi l'abbiamo convocato chiedendo alle lavoratrici e ai lavoratori di rimettere una propria giornata di lavoro e di stare in piazza perché avevamo delle richieste, no? Riconoscimento dello stato di Palestina, aiuti umanitari, interrompere immediatamente l'attacco militare. Non le ripeto, però c'era una piattaforma alla base di quello sciopero, ma allo stesso tempo ci siamo detti subito dopo il 7 ottobre: cosa possiamo concretamente fare per rompere l'embargo umanitario? E per noi la risposta era chiedere a chi simpatizza, lavoratrici, lavoratori per la CGIL, immediatamente di dare una piccola mano proprio dal punto di vista della solidarietà concreta. E senza il vostro lavoro, il lavoro di CISS, il lavoro di AOI, questa solidarietà concreta non sarebbe mai diventata un aiuto vero a chi stava morendo di fame nella striscia. Quindi questo lavoro sinergico per noi è fondamentale e lo continueremo.

Però le parole più belle ce le ha mandate il segretario generale del PGFTU da Gaza e vi invito ad ascoltarle.

[Audio in arabo]

[Applauso]

Grazie, segretario generale PGFTU, che ci ha anche mandato un commovente messaggio in occasione della giornata di sciopero di venerdì scorso. Allora, ehm, per l'ordine dei lavori, per come proseguiamo, ci siamo detti che facciamo dei brevi interventi qui dalla sala. Io già ho Sabina Porcelluzzi e Nazario che sono iscritti a parlare. Non so se ci sono altri interventi, cioè li segnalate mentre parlano Sabina e Nazario e poi proviamo per le 13 a dare la parola al segretario nazionale della CGIL Cristian Ferrari, dopo aver ascoltato dei commenti di 2 minuti a testa da parte delle relatrici e dei relatori Nazario e poi Sabina. Ok.

Nazario Luciani, vicepresidente di APICA. Eh, innanzitutto ringrazio tutte le persone che sono intervenute per aver dato uno spaccato diverso rispetto a quella che è la narrazione che ci arriva, no? Perché noi ci affidiamo ai mass media, ai social, perché a volte danno più informazioni grazie ai canali particolari e eh riusciamo a capire meglio. Ringrazio anch'io personalmente Valentina per tutto il lavoro che fate e per il fatto che comunque sia mettete a rischio la vostra incolumità in situazioni assolutamente non umane, perché tutto può essere tranne il discorso degli scenari di quel tipo. Quello che mi domando e vi domando è il discorso di quella che può essere l'azione da parte delle lavoratrici e lavoratori e lo affido alla parte economica. Se le lavoratrici e lavoratori investono i propri trattamenti di fine rapporto all'interno dei fondi pensione. La FISAC CGIL l'ha già fatta come domanda, ma visto che non è un perimetro che riguarda solamente eventualmente le banche, ma riguarda tutti i fondi pensione. Parlo ad esempio del Fondo Pensione Cometa che ha 15 miliardi di euro di risparmio gestito, di riuscire a capire se quegli investimenti vanno verso qualcosa che normalmente le piazze ci dicono questo: le lavoratrici e i lavoratori italiani sicuramente rifiutano, che è quello del finanziare chi produce armi o finanziare le guerre. E aggiungo un altro elemento e poi taccio. Il debito pubblico italiano è in mano per un sesto nelle nelle mani delle famiglie italiane. A questo punto prendo e mi dico, ma non è anomalo non chiedere che quando c'è l'emissione di titolo di Stato si sappia qual è l'uso di quei soldi? Perché da risparmiatore non vado a finanziare chi prende e produce armi o chi fa conversione di industrie manifatturiere o automobilistiche in industrie di carattere bellico. Grazie.

>> Grazie Nazario. Peraltro mi pare che proprio fra qualche giorno c'è una consistente emissione di titoli di stato che sta per arrivare, no? Mi pare 20, 21, 22 ottobre. Quindi credo che a chiunque venga un po' il sospetto, no, che questa emissione vada vada poi a finanziare forse eh politiche di riarmo. Eh Sabina, durante l'intervento, Sabina, per cortesia, se ci sono altre o altri che vogliono prendere la parola me lo fanno.

Allora, volevo condividere con voi questa mia riflessione che parte un po' dal territorio da cui provengo, e cioè da Bologna, dove mi è capitato più volte di incrociare il professor Prodi che amaramente lui ha, diciamo, detto più volte che l'Europa è sempre stata zoppa perché manca di una difesa comune e cosa diversa fra la difesa comune e il riarmo sta proprio nella nella tempistica, nelle strategie, cioè essere difesi in maniera comune significa avere tutto un unico obiettivo. Invece noi ci siamo ritrovati, l'ha detto anche il professore prima quando ha parlato di economia, in un'Europa che ha dei governi timidi, dei governi invece che sono troppo audaci, dei governi che si sentono forti della loro autonomia e quindi stanno creando giorno dopo giorno questi disastri dovuti quindi allo sbilanciamento delle partite economiche tra l'export e l'import.

Ehm, ciò che più mi preoccupa, parlando di Europa dal punto di vista economico, è stato l'abbandono che l'Europa ha fatto di tutti quelli che erano gli obiettivi 2030 della Sustainability Development Goals, dell'ONU, e l'abbandono drammatico di tutto quello che era la politica del Green Deal, del collegamento agli ESG, sia per quanto riguarda la produzione, i mercati e tutto ciò che attiene alle regole dell'economia. Ehm, ciò che ha abbandonato in l'Europa in realtà erano proprio le norme di convivenza civile e eh queste norme di un obiettivo comune che era quello di formare eh una istituzione eh fatta di governi che potessero cambiare le regole del mercato portando i mercati verso una direzione più giusta, la giusta transizione di cui noi stessi abbiamo parlato più volte. E che cosa sono mancate? Sono mancate le leggi. Oggi ho indossato, non a caso, questa maglietta che porta una citazione di Cicerone: "Dove mancano le leggi, effettivamente cominciano a parlare le armi". E allora con le armi ehm, qual è lo spaccato che si viene a determinare? Si viene a determinare uno spaccato dove tutti sentiamo addosso l'urgenza e la minaccia, quindi anche quello che diceva il professor Battistelli, e invece che parlare di rischio, abbiamo questa minaccia urgente e costante che non fa altro che alimentare la speculazione, perché la speculazione si basa sulla minaccia, ha bisogno di nutrirsi di transazioni finanziarie veloci, numerose, che vadano poi sui mercati a creare interesse solo per qualcuno.

Allora, noi come categoria della finanza, perché io appartengo alla FISAC, ci siamo più volte interrogati su questo. Qualcosa l'ha detto anche Nazario. Abbiamo un grandissimo conflitto etico all'interno del mondo del lavoro che rappresentiamo, perché sappiamo benissimo che cosa c'è nei fondi di previdenza complementare, ma anche nelle stesse polizze assicurative che ognuno di noi va a sottoscrivere per potersi proteggere, per proteggere i propri investimenti, perché gran parte di quelle polizze e di quei fondi vanno ad alimentare i grandi competitor sui mercati da Black Rock o parliamo anche di AXA, parliamo di tutto ciò che è connesso a alle banche, anche internazionali e mondiali, che eh sono andate ad acquistare Warbond e sono andate anche a finanziare quelle imprese che come Caterpillar non hanno fatto altro che radere al suolo case di civili e tutto quanto era connesso.

Quindi rispetto a questo, io vi invito intanto a partecipare, se avrete l'occasione, il 5 di novembre ad un evento che abbiamo organizzato come FISAC insieme alla CGIL, insieme anche lì al mondo dei fondi pensione. 5 novembre è l'auditorium di di Rieti qui a Bologna e qui a Roma sono connessa sempre sui territori. E rispetto, diciamo, a quello che può essere l'obiettivo del sindacato, anche su questo mi sono fatto una domanda, me lo sono chiesto perché mi è venuta in mente la la ragazza premio Nobel più giovane che abbiamo avuto al mondo, che è la Malala Yousafzai, la pakistana, a cui era stato impedito di studiare ed era stata, eh, diciamo, aveva avuto dei proiettili nella testa e colpita sull'autobus che andava a scuola proprio perché lei andava a scuola. Ehm, lei per fortuna ha studiato dopo e ha fatto un calcolo. Il calcolo che lei ha fatto è che solo 8 giorni di profitto generato dalle industrie belliche potrebbero fare studiare tutti i bambini del mondo per 12 anni. E che cosa significa questo? Significa che questa, secondo me, è la risposta.

Allora, che cosa deve fare il sindacato? Non possiamo gestire l'urgenza. Eh, noi dobbiamo fare quello che abbiamo sempre fatto, cioè avere delle strategie di lungo periodo che possano mettere al centro la persona e il lavoro e il lavoro dignitoso. Il lavoro dignitoso e la persona, secondo me, hanno alla base l'educazione e l'istruzione e quindi io credo che bisogna davvero lottare perché ci possa essere un grande rilancio di politiche che abbiano a che fare con l'istruzione, se non ci arriva lo Stato e il governo, perché sono impegnati anche nel, diciamo, dirottare i nostri stessi risparmi, parliamo di 10.000 miliardi in Europa di risparmio che la Commissione vorrebbe dirottare sul piano delle armi, visto che ha non ha i fondi pubblici per farlo. Farlo noi attraverso l'educazione finanziaria, attraverso la formazione sindacale, la formazione politica, noi dobbiamo generare delle nuove generazioni consapevoli che possano nel lungo periodo riportarci, diciamo, a uno stato di normalità e per uscire finalmente dall'urgenza.

Grazie Sabina, l'applauso spontaneo. Mi sembra che insomma dia già una risposta. Ci sono altre considerazioni, interventi che qualcuno vuole fare? No, se non ci sono, allora io partirei da Orsola Costantini, se è ancora collegata a ritroso e la ringrazio che c'è tempo di essere stata con noi questa mattina. Eh, se non c'è, no, si è purtroppo scollegata. Allora, passiamo a Roberto perché l'ultimo intervento, anche quello precedente, ma l'ultimo in particolare mi pare ti abbia chiamato in causa, ma direi, insomma, non non vedo particolari, no, eh eh discontinuità, dissonanze tra quello che qui si è argomentato. Sono tutti i pezzi di un puzzle che è estremamente complesso e ovviamente nel suggerire una chiave di lettura non intendo e non ho inteso dare un elemento totalizzante, no? Quello che un tempo si chiamava economicismo. Tuttavia, ecco, ritengo prioritario in questa fase capire in fondo la vecchia domanda del "cui prodest", no? A chi conviene? E evidentemente siamo disabituati a pensare il mondo in questi termini. È un esercizio che dobbiamo fare collettivamente. Posso dirlo perché nella mia formazione in questo paese, in questo continente, io stesso lo ero, ho avuto per alcuni all'epoca, magari a casa mia si riteneva una sfortuna, invece la fortuna di dover espatriare e di farlo nel cuore invece di quei paesi in Sud America che si accingevano a un processo di crescita. Ma questo processo di crescita era passato appunto per un'attentissima analisi di chi erano loro, chi era il resto del mondo e chi faceva che cosa. Quindi direi più che focalizzarmi sul dettaglio, ribadire la che l'unica analisi che serve, questo mi è stato insegnato in quel contesto e e di questo insegnamento faccio tesoro, è quella che ci spinge oltre le nostre bolle, oltre i nostri pregiudizi, oltre i nostri steccati e che di fronte anche a un pazzo coi capelli gialli fosforescenti e la pelle arancione fosforescente, insomma, e mille altri aspetti, ci deve portare a sforzarci di dire, non perché le cose potrebbero andare come diciamo noi, ma perché potrebbero andare all'esatto contrario, perché questo pazzo potrebbe aver ragione e perché il suo piano potrebbe funzionare. Non funzionerà tanto meglio, ma l'unico esercizio che ha senso nell'analisi economica e sociale è questo. Quindi fintanto che appunto ci saranno occasioni come queste, sarà molto importante, ritengo per tutti noi, per un apprendimento che non può che essere collettivo, insomma, qui non ci sono cattedre, non ci sono persone, quindi ecco, vi ringrazio di nuovo, è stata anche per me un'occasione di arricchimento.

>> Grazie mille Battisti. Beh, sono tanti gli spunti usciti fuori quest'oggi veramente di grande interesse. Diciamo che sicuramente c'è una forte domanda, perché c'è nel paese, c'è nell'opinione pubblica, una domanda anche di etica. Non è facile dopo conciliare l'etica con l'analisi, perché l'analisi è molto empirica, però l'analisi per che cosa? Eh, per qualche cosa che sia eh che attenga al mondo dei valori. Quindi io credo che ciascuno nella sua professione deve riportare questo questo aspetto, insomma, eh giustamente l'etica finanziaria, ma non è soltanto quella, perché si fa etica finanziaria anche occupandosi di fondi pensione e di assicurazioni e banche che nelle loro strategie di investimento sono anche chiamate a rispondere ai risparmiatori, non solo agli azionisti. Quindi qui ci vorrebbe proprio veramente una rivoluzione nel modo di ragionare italiano che su questo proprio non ha neanche quella reattività che c'ha il mondo anglosassone di carattere individualista, dove le persone vogliono sapere dove vanno i loro soldi, cosa fanno i loro rappresentanti in Parlamento. Questa cosa c'è poco in Italia.

Ecco, solo grandi organizzazioni come il sindacato possono prendere nelle mani le bandiere del liberalismo lasciate cadere nel fango e quindi credo che la lotta, la resistenza nei confronti di queste decisioni politiche deve vedere anche grandi soggetti sociali in primo piano perché individualmente non ce la facciamo e allora azioni anche di governo devono essere sottoposte a un dibattito e la terza voce di bilancio sacrificata non l'ho detta per ragioni di tempo, sono proprio gli aiuti allo sviluppo. Hanno dato il segnale. Vabbè, Trump è nella modalità, diciamo, estrema e anche paranoica che lo caratterizza, ma più pacatamente e Starmer in Gran Bretagna e in piccolo sempre in proporzione, no? Poi dopo le anche i danni avvengono in proporzione ai soggetti che li attuano e e c'è l'Italia che eh sta ritagliando qua e là proprio dagli aiuti allo sviluppo, dalla solidarietà e da queste tematiche che non pagano sul piano elettorale e invece dovrebbero renderli paganti.

Un'ultima battuta che si ricollega un po' all'etica su Gaza. Siamo molto impegnati anche noi a livello di studio, naturalmente, insomma, quindi un po' un retroterra su sul grande tema sul grande tema di Gaza e e è importante difendere e reclamare i diritti che via possono ampliare e devo dire sono in via di ampliamento. Abbiamo iniziato col diritto alla vita. È ovvio che lì, in una situazione di quasi 70.000 morti, insomma, è la prima cosa, non c'è stata il fuoco, evidentemente non entriamo in questo. Accanto al diritto alla vita devo dare atto, per esempio, che questo governo ha accettato in qualche modo, io non lo so come, in che modo ci è arrivato, il diritto all'istruzione, il diritto allo studio. Questo fatto, per esempio, di riconoscere che un rappello di studenti puramente simbolico, ovviamente, no, per carità, non dovrebbe diventare neanche di massa perché poi depauperiamo la striscia di Gaza, non vogliamo che tutti gli studenti vengano in Italia, eh, per carità, però dei piccoli numeri sono.

Significativi. Ecco, un altro grande tema è il diritto, oltre che all'istruzione, all'informazione. Noi adesso ci stiamo battendo in vista delle colombe d'oro per la pace che avremo il 18 ottobre qui a Roma. Siete tutti invitati e chi è interessato me lo dica e e diventa operativo l'invito e è dedicato, essendo un premio giornalistico al tema dell'informazioni.

Questa è un'altra cosa, un altro buco nero nel dibattito. Si parla troppo poco dei 140 o 240, secondo delle stime, operatori dell'informazione che sono morti nell'esercizio della loro funzione. Non soltanto il governo israeliano li prende di mira come un bersaglio quando hanno il giubbetto "pressa", ma non permette neanche ai giornalisti internazionali di entrare. Questa è un'altra, non è la principale certamente, ma è un'altra delle violazioni dei diritti importanti. Quindi noi ci stiamo battendo per portare da Gaza a Roma due giornalisti. Due giornalisti.

Qui abbiamo la giuria del premio ha assegnato la Colomba d'Oro per la Pace 2025, che sono Fatena Lumo Anna e Assana Selmi, i quali sono coloro che hanno fatto conoscere al pubblico italiano alcuni aspetti dei tanti tragici aspetti di Gaza. Quindi chiediamo anche la solidarietà di tutti, come hanno fatto un gruppo di giornalisti, sta per fare un gruppo di giuristi. Tutti quanti partecipiamo alla sottoscrizione in favore di queste due persone che forse potrebbero arrivare in Italia. Non lo sappiamo, siamo in attesa. A volte i blocchi si aprono in un modo che certamente meramente simbolico, non risolve il problema, ma proprio segnala la sua gravità.

Grazie di aver ricordato le giornaliste e i giornalisti che stanno perdendo la vita e soffrono a causa dei conflitti, in particolare in Israele. Qua ricordo era maggio 2022, se non erro, e ricordavamo qualche giorno dopo l'uccisione di Shireen Abu Akleh, proprio appena uccisa appunto dalla IDF. E quindi credo che Shireen Abu Akleh sia poi diventata un po' emblema della violenza usata nei confronti dei giornalisti e delle giornaliste a livello mondiale, come abbiamo ricordato gli operatori umanitari. Valentina, quali sono tu ci hai detto, no, le richieste nei confronti del governo, del sindacato, eccetera, ma qual è l'emergenza che sentite voi adesso in questa fase dal punto di vista proprio della vostra operatività, in questa fase anche di incertezza per via di questo negoziato che è in corso adesso a Sharm, eccetera? Cosa pensate che sia possibile fare anche grazie chiaramente al sostegno del fondo della CGIL nei prossimi giorni e nei prossimi mesi?

Ehm, divido in in due perché da da un lato, grazie al fondo della CGIL, sicuramente possiamo continuare a a dare un minimo di supporto alla alla popolazione che, ripeto, è una goccia, ma comunque lo consideriamo essenziale. Consideriamo comunque l'aiuto anche uno strumento per per permettere alla gente di sopravvivere e continuare anche a resistere, a rivendicare i loro ehm i loro diritti. Eh, come dicevo, eh chiediamo una solidarietà, anche un supporto al settore della cooperazione, ma soprattutto, e in questo momento è importantissimo, tutto ciò che sta uscendo dalla sala. Bisogna eh lavorare per rompere gli accordi con lo Stato di Israele, per eh capire come non supportare l'economia dell'occupazione, non supportare l'occupazione militare. Bisogna fare tutto ciò in nostro potere affinché finalmente si arrivi a una decolonizzazione. Oggi è impossibile anche parlare di pace. Fin quando non c'è la fine dell'occupazione è inutile anche utilizzare la parola pace.

Quindi eh sono molto, molto, molto contenta che dell'introduzione nella relazione introduttiva Federica ha nominato la campagna di Oxfam, della quale fa parte anche il CIS, fa parte, diciamo, moltissime organizzazioni della AOI. Questa è un'altra azione molto concreta, quella di smettere di sostenere le aziende che fanno affari all'interno delle eh delle colonie. Ehm, quindi, appunto, quello che noi come AOI stiamo portando avanti, accanto, ripeto, al nostro lavoro di aiuto umanitario, è proprio il sostegno a tutte le decisioni della giustizia internazionale, sostenere il diritto internazionale perché non possiamo accettare che il diritto internazionale diventi lettera morta o valga solamente fino a un certo punto, come dice qualche nostro qualche nostro ministro. E e soprattutto lottare affinché la Palestina diventi un unico stato democratico dove i diritti umani valgano per tutti e tutte. Questo è quello che vogliamo. Eh, e per fare questo c'è bisogno del lavoro politico, del lavoro sindacale, del lavoro umanitario. Quindi la l'appello è sempre quello, continuiamo a lavorare tutti e tutti assieme perché il giorno dello sciopero generale. Da Gaza abbiamo ricevuto tantissimi messaggi ringraziando per quello che stavano vedendo in Italia. Ilan Pappé ieri diceva: "Abbiamo regalato un attimo e non dobbiamo illuderci perché è stato un attimo, ma un attimo di felicità. Quindi cerchiamo di far diventare quell'attimo più lungo e continuiamo avanti ognuno per i propri settori, ma tutti collegati." Grazie ancora.

>> Grazie Valentina. Ancora una volta, io prima di dare la parola a Cristian Ferrari, mi permetto di fare alcuni ringraziamenti. La il primo ringraziamento va a Federica Coche, a tutta Apica per avere deciso di organizzare questa iniziativa insieme all'area sviluppo e all'area internazionale della CGIL. Il secondo ringraziamento va collettiva a tutto lo staff che ci ha permesso la diretta ehm di appunto andare ben oltre la sala dal punto di vista degli ascolti. E poi chiaramente ringrazio tutte le relatrici e relatori: Orsola Costantini, Roberto Lampa, Fabrizio Battistelli e Valentina Benditti. E Cristian, la parola a te.

>> Grazie Salvatore. Intanto buongiorno a tutte e a tutti. Anch'io voglio ringraziare mh tutti, insomma, dalla bella discussione di oggi, i contributi che ci sono stati, a cominciare dall'ottima relazione di Federica, che ringrazio particolarmente, eh le compagne, i compagni di Apica e sino ai tanti relatori autorevoli che sono intervenuti. E devo dire che hanno reso questa mattinata, io penso, davvero molto utile e molto interessante. Ovviamente anch'io non posso che partire dalla dall'esplosivo contesto internazionale con cui nostro malgrado tutti ci dobbiamo misurare e per chissà quanto tempo ancora. Eh, innanzitutto le guerre guerreggiate che non solo non accennano a diminuire, ma che proseguono, che si inaspriscono, alimentando una pericolosissima escalation che anche in questi giorni sembra non finire mai. E io francamente mi chiedo, non so cosa debba ancora accadere per capire che occorre invertire la rotta con la massima urgenza. Eh, dovrebbero saperlo innanzitutto i leader europei, con tutto il portato della storia che abbiamo alle spalle in questo continente, con la crisi economica e industriale che sta attraversando tutta Europa, anche questa conseguenza diretta della guerra, ma anche con le enormi difficoltà di consenso e di tenuta delle nostre stesse democrazie che si stanno registrando. E da questo punto di vista, insomma, basta citare la Francia, con i presidenti del Consiglio che durano ormai 12 ore, per capire un po' cosa cosa intendo dire. Ma non è che in Germania o in Inghilterra siamo messi molto meglio. A ulteriore dimostrazione, io penso che senza una politica di pace nemmeno le tante contraddizioni economiche e sociali si possono affrontare e soprattutto si possono risolvere. E questo vale anche per l'Italia, al di là dell'apparente stabilità di consenso che il governo in carica sembra in qualche modo mantenere. È un consenso che invece sappiamo è tutt'altro che maggioritario, se si considera che anche nelle nelle elezioni regionali, dove la destra vince, ormai va a votare praticamente una minoranza di elettori. Ultima la Calabria ieri, dove l'astensione ha raggiunto qualcosa come il 57%. E penso che il primo passo che deve fare innanzitutto l'Occidente per invertire questa rotta catastrofica sia a partire da due dati di realtà inconfutabili. Eh, primo, che la guerra non porta mai alla pace, ma sempre a un'altra guerra, un'altra ancora. E soprattutto, secondo, che il mondo unipolare, a esclusiva, diciamo così, egemonia occidentale, che è stato teorizzato e praticato da dai neocon americani negli anni '90, ma che poi, come vediamo, è stato introiettato anche dalla classe dirigente europea, financo quella progressista, quel mondo semplicemente non esiste più. E credo che per dimostrarlo basta guardare, per così dire, a due foto. Io vi propongo due istantanee. La prima con i leader del cosiddetto Sud Globale che hanno partecipato al recente vertice che si è tenuto in Cina qualche settimana fa. La seconda, quella appunto con i leader europei seduti come bravi scolaretti davanti alla scrivania di Donald Trump, in una posizione anche teatralmente subordinata e persino grati per il trattamento che ci sta riservando. Ecco, in questo senso, la prima alternativa che noi abbiamo di fronte, detto in estrema sintesi, è molto chiara. Si tratta di scegliere se affrontare una realtà globale che è già irreversibilmente multipolare e farlo con il dialogo, farlo con la cooperazione, farlo con la convivenza pacifica, oppure se continuare ad alimentare e allargare sempre di più i conflitti sino alle conseguenze più estreme, irreversibili. E per quanto riguarda nello specifico l'Europa, penso che bisogna decidere se esercitare appunto un ruolo autonomo, che io penso sia, noi pensiamo sia quello appunto di ponte, di dialogo tra Est e Ovest e tra Nord e Sud del pianeta, oppure se limitarsi ad un ruolo di vassallaggio verso le decisioni, in particolar modo dell'amministrazione americana. Una funzione dell'Europa, la prima, ovviamente, intendo, e che servirebbe proprio a partire dai due principali teatri di guerra che sono a noi più vicini. E invece in Ucraina, gli spiragli che sembravano in qualche modo essersi aperti ad agosto si sono subito richiusi. E con l'Europa che continua a non avere alcun ruolo politico e diplomatico e anzi appare come quasi la più incline a spingere per la prosecuzione e l'allargamento di quel conflitto, senza rendersi conto dei rischi esistenziali che comporta lasciare che quella situazione si incancrenisca ulteriormente sino ad un punto di non ritorno che ci potrebbe portare dritti dritti alla terza guerra mondiale, con la Russia, per giunta, nucleare, perché poi bisogna dire le cose anche come stanno. C'è anche questo sullo sfondo, rischio che ogni giorno, in proposito, guardate, io la penso esattamente come immagino che molte, molti di voi lo conoscano, lo scrittore pacifista Nico Pira, che ha detto delle parole anche recentemente molto chiare e molto sagge: "La guerra non può mai essere tenuta sotto controllo, non può mai essere circoscritta, non può mai essere limitata. La guerra va fermata il prima possibile e soprattutto va cancellata dalla storia, perché anche qui la pace, come la sicurezza di cui ormai ci riempiamo la bocca ogni giorno a tutti i livelli, sono sempre dei beni comuni e indivisibili. Non esiste alcuna sicurezza contro o a scapito del tuo avversario o del tuo vicino. Esiste semmai il cosiddetto paradosso della sicurezza, per cui più uno stato si arma, più fa lo stesso il suo vicino e più si alimenta una spirale che poi porta inevitabilmente alla guerra." E mi pare che sia esattamente quello che sta succedendo nel vecchio continente. Va molto peggio a Gaza, con il governo israeliano che sta attuando ormai da 2 anni un genocidio attraverso un sistematico massacro del popolo palestinese e per giunta nell'indifferenza, nell'inerzia, per non dire con la complicità dei governi occidentali, a partire da quello italiano, che eh sta proseguendo addirittura la cooperazione militare con quel paese, che che ne dica il ministro Crosetto o l'amministratore delegato di Leonardo. E siamo in presenza di un genocidio contro il quale abbiamo contribuito a organizzare anche lo sciopero generale, l'straordinaria manifestazione degli scorsi giorni, con una partecipazione di massa come non si vedeva almeno da 20 anni. La distruzione della striscia e il massacro del popolo palestinese e la pulizia etnica si sono così avvicinati a un punto di non ritorno che persino Donald Trump ha deciso di muovere qualche passo e di fare qualcosa per fermare, passatemi l'espressione, la furia sterminatrice, mettiamola così, del governo israeliano. Ovviamente si è mosso per come può farlo un affarista senza scrupoli, come indubbiamente è il presidente degli Stati Uniti d'America. E su questo, però, noi diciamo una cosa molto chiara: qualunque tentativo che possa fermare qui e ora subito la carneficina che si sta consumando nella striscia e non solo, perché c'è anche la Cisgiordania, è comunque preferibile a lasciare che prosegua questa carneficina, che vada avanti indisturbata, come è stato, ahimè, negli ultimi negli ultimi due anni. Mi verrebbe da dire, a prescindere da qualsiasi altra considerazione. Poi è chiaro che se si vuole davvero invece costruire una prospettiva di pace, allora è evidente che, non so come dire, non si può proprio prescindere dal riconoscimento dello Stato di Palestina e che non si può non mettere quel popolo nelle condizioni di prendere direttamente in mano il proprio destino. Se invece si pensa appunto di speculare su quella immane tragedia, magari per fare affari, di rinviare sine die il riconoscimento dello Stato palestinese o di applicare schemi neocoloniali che sono oltretutto fuori dal tempo e anche dalla storia, eh beh, insomma, allora è chiaro che si preparano altre tragedie che invece andrebbero e vanno in ogni modo prevenute e scongiurate.

Lo diciamo da sempre e lo ribadiamo soprattutto oggi che è il secondo anniversario dell'orribile attentato, attacco terroristico con cui Hamas ha trucidato oltre 1000 cittadini israeliani innocenti, proseguendo i bombardamenti indiscriminati di civili altrettanto innocenti, continuando a privare il popolo palestinese dei diritti umani più fondamentali, non si rende alcuna giustizia a quelle vittime, ma si somma all'orrore del 7 ottobre 2023 un altro orrore che prepara il terreno più fertile possibile, diciamo così, per futuri attacchi terroristici, per future guerre, per futura violenza. E anche su tutto questo, io penso che il movimento pacifista, che sta prendendo sempre più forza e protagonismo e non solo in Italia, deve in qualche modo vigilare, prendere parola, tenere, continuare a prendere parola e soprattutto continuare a battersi. E questo direi che è l'unico, ma fondamentale, quello del movimento pacifista che abbiamo visto nelle ultime settimane, elemento positivo di una fase così complessa e così drammatica. Ehm, io penso che vada sottolineato un aspetto. Nonostante la propaganda bellicista che ci martella quotidianamente, quasi a reti unificate ormai da anni, beh, direi che i guerrafondai continuano ad essere in netta minoranza nell'opinione pubblica. Avevano puntato tutto sulla rassegnazione, sulla suefazione, sulla passività delle persone e purtroppo per loro questo non sta proprio accadendo. Su Gaza, sulla pace, sul no al riarmo, c'è un'enorme domanda di partecipazione dal basso nella nostra società. Una domanda che si esprime anche con una forte autonomia, che non aspetta nessuno per agire e che agisce non appena ne ha l'occasione, persino a prescindere da chi di volta in volta quell'occasione la offre, la convoca, la organizza o la promuove. E e direi un altro aspetto che che voglio sottolineare positivo: il grande protagonismo delle giovani generazioni. Questo veramente è un segnale importante. Sono proprio loro che nel buio in cui siamo immersi stanno in qualche modo accendendo una grande luce di speranza. E direi che, tra l'altro, non c'è di che stupirsi di questo. Era accaduto anche, scusate se vado su un argomento tra virgolette minore rispetto a quello di cui stiamo parlando, con i nostri referendum recenti che hanno raggiunto il quorum in una sola fascia di età, che era quella appunto tra i 18 e i 35 anni. Era accaduto anche con le mobilitazioni ambientaliste prima della pandemia e sta accadendo anche adesso. Altro che generazione ripiegata su se stessa, disillusa o rassegnata, come spesso viene superficialmente, per così dire, dipinta e rappresentata. E lasciatemelo dire, uno dei compiti che abbiamo in questa fase così difficile è anche quello di difendere le ragazze e i ragazzi di questo movimento dal solito tentativo della destra di schiacciare questo enorme movimento sulle esigue frange violente, perché gli utili idioti ci sono sempre e fanno anche un bel favore, soprattutto a un governo che, pur di non parlare del merito di cosa abbiamo portato in piazza, chiaramente si perde rispetto a quello. E l'obiettivo mi pare che sia evidente: il solito soffocare sulla culla questo movimento, come è successo anche in altre stagioni, anche in altre occasioni che ricordiamo tutti molto bene. E che il governo in carica questo obiettivo lo persegua e che continuerà a perseguirlo, e anche nella maniera più pericolosa e spregiudicata, beh, mi pare che non ci sia alcun dubbio, viste anche le parole e vista soprattutto la reazione quasi isterica all'ondata di partecipazione popolare e giovanile proprio di queste settimane. Ma i problemi evidentemente non finiscono certo qui, perché lo avete fatto bene anche oggi a ricordare come, se non bastassero le guerre guerreggiate, abbiamo a che fare anche con la guerra commerciale che quest'estate, insomma, da minaccia è diventata realtà. Io sono d'accordo con chi è intervenuto stamattina, ehm, in particolare chi ha sostenuto che i dazi decisi dall'amministrazione Trump rischiano davvero di avere delle ricadute molto pesanti sul sistema produttivo europeo italiano. E per rendersene conto è sufficiente elencare i punti di quello che più che un accordo politico somiglia davvero a un'autentica capitolazione dell'Europa, a cominciare dal fatto che mentre le le merci europee subiranno dazi generalizzati del 15%, se non oltre, quelle americane non pagheranno alcun dazio. Solo questo sarebbe sufficiente. E invece c'è l'impegno ad acquistare nei prossimi 3 anni 750 miliardi di gas e petrolio americani, che peggioreranno oltretutto uno dei principali fattori dei costi dell'energia che stanno compromettendo proprio la competitività delle imprese, oltre che ovviamente i bilanci delle nostre famiglie. E ancora, l'impegno per ulteriori investimenti europei, se non ricordo male, per 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti, che poi vuol dire una cosa sola: delocalizzare le nostre produzioni dall'altra parte dell'oceano. Un rischio questo, guardate, che è aggravato proprio dalla simmetria dell'accordo 15-0, che rappresenta un doppio incentivo per le imprese europee a delocalizzare negli Stati Uniti, non solo per avere libero accesso senza dazzi al mercato americano, oltre ovviamente a costi energetici più bassi, a incentivi, a regulation varie, ma anche per esportare e vendere i loro prodotti da lì all'Europa a dazi zero. Infine, l'acquisto di sistemi d'armi americani in funzione di quel folle obiettivo fissato in ambito NATO di portare appunto la spesa militare in 10 anni addirittura il 5% del PIL. Ecco, io la dico così, senza cambiare una linea politica così autolesionistica, c'è il rischio concreto che si scateni una tempesta perfetta anche sull'economia europea, in particolare su quella italiana. E anche su questo fronte, io penso che dobbiamo spingere da subito per rivendicare provvedimenti molto precisi da assumere a livello nazionale europeo per gestire nell'immediato anche le ricadute di questa emergenza qui. Primo, innanzitutto, altro che sussidi alle imprese per garantirgli i margini di profitto. Proteggere il lavoro, sia i livelli occupazionali negli ambiti che dovessero registrare maggiori sofferenze e iniziano ad esserci, sia ovviamente anche sul piano sul piano dei salari. Secondo, misure, strumenti straordinari per impedire le delocalizzazioni verso gli Stati Uniti. Siamo già all'interno di un processo di deindustrializzazione, sarebbe davvero il colpo di grazia. Terzo, in prospettiva, creare un vero mercato unico europeo dell'energia con un obiettivo: ridurre i costi e rilanciare le fonti rinnovabili, che sono l'unica vera garanzia di autonomia e di sicurezza energetica dell'Europa, altro che GNL e petrolio di Trump, ma anche della Russia, ma anche di qualsiasi cosa. Se vogliamo essere sovrani su un piano materiale concreto, c'abbiamo da fare una scelta di questo tipo, che invece viene proprio messa in discussione con questa svolta bellicista che evidentemente è stata impressa anche dalla Commissione Europea. Soprattutto è necessaria una profonda ridefinizione della strategia economica, industriale complessiva dell'Unione Europea, che abbandoni definitivamente quel mercantilismo che veniva giustamente citato anche questa mattina e anche le politiche di austerità degli ultimi 20 anni e che finalmente rimette al centro lo straordinario potenziale della domanda interna, di quello che, ricordiamocelo sempre, ancora oggi, nonostante tutto, è il mercato più grande, più ricco del mondo. Fondo. Noi abbiamo una leva straordinaria da questo punto di vista che non stiamo utilizzando. Una domanda interna che dobbiamo invece assolutamente rilanciare a livello, ripeto, europeo e anche nazionale, non certo facendo fare facendo macinare profitti al complesso militare industriale, per giunta americano, ma alzando i salari, alzando la qualità del lavoro, rafforzando uno stato sociale che sta diventando sempre meno pubblico e sempre meno universalistico. Ecco, direi che la montagna di miliardi che abbiamo promesso a Trump dovrebbe essere destinata interamente a questi scopi. E allora, di fronte a questo scenario straordinario e anche così carico di pericoli, noi penso abbiamo un compito preciso e irrinunciabile. Noi dobbiamo innanzitutto tenere insieme l'impegno per la pace con tutte le nostre rivendicazioni economiche, sociali. E guardate che non è che serve fare particolari forzature per riuscire a tenere insieme questi questi aspetti qui, perché sono questioni, come ci siamo detti tante volte, indissolubilmente intrecciate tra loro. E allora il messaggio che noi dobbiamo mandare anche alle persone nei luoghi di lavoro, nelle nostre iniziative in queste settimane è che la lotta per la pace è una strada obbligata anche per tutelare le condizioni materiali delle persone che rappresentiamo. Primo, perché è inutile che ci giriamo intorno, sono state le guerre, a partire da quella in Ucraina, che in questi anni hanno determinato la fiammata inflattiva che è alla base del brutale impoverimento di milioni di lavoratori e di pensionati italiani, che han determinato l'accelerazione di quel processo di deindustrializzazione che appunto sta investendo il nostro continente e l'Italia in particolare. Pensiamo solo ai costi energetici insostenibili anche per le nostre imprese. E che ha determinato pure, uso questa espressione, la militarizzazione delle nostre stesse democrazie, perché la guerra, la sua economia, la sua propaganda alimentano sempre torsioni autoritarie, anche interne ai singoli stati. Ma poi pensiamo appunto, e torno a questo punto qui, che è quello fondamentale, alla folle corsa al riarmo che è stata decisa a livello continentale e che, guardate, se non verrà fermata, sottrarrà centinaia e centinaia di miliardi a salari, istruzione, sanità, servizi, politiche industriali. Metteteci in fila tutte le cose che servono e che interessano alle persone in carne e ossa. Questo oggi, io penso, sia proprio il tema dei temi, non tanto ideale, ma molto, molto concreto, perché appunto incide direttamente e inciderà sempre di più sulle condizioni delle persone e sulle questioni che anche stamattina abbiamo messo in fila. Destinare, come eh deciso da Unione Europea e NATO e avallato dalla nostra Presidente del Consiglio, il 5% del PIL alla difesa, all'economia di guerra, non è soltanto uno stravolgimento totale del bilancio pubblico e della nostra economia, è totalmente incompatibile politicamente, finanziariamente, industrialmente e ovviamente socialmente con un modello di società di sviluppo fondato sulla conversione ecologica, sull'innovazione tecnologica, sui beni comuni e sullo stato sociale. E la domanda che può sorgere, no, in questa situazione, vabbè, ma che possiamo fare? Si può dire di no a tutto questo, visto che sembra che ci sia un vento, no, un'onda che trascina tutto e tutti verso l'unica scelta è questa? Certo che si può dire di no. Direi che ce l'ha dimostrato, ad esempio, Pedro Sanchez, l'unico leader europeo che ha avuto il coraggio, la dignità e la schiena dritta di opporsi alle imposizioni sia della NATO sia di Trump. Eh, verrebbe da dire, altro che i sovranisti di casa nostra. Ovviamente tutto questo eh precipiterà subito e concretamente su di noi e sul nostro lavoro anche rispetto alla prossima legge di bilancio. E a questo proposito, guardate, è piuttosto facile prevedere cosa ci aspetta. Eh, basta leggere, tra l'altro, il documento ehm programmatico di finanza pubblica che è stato varato proprio pochi giorni fa dal governo e che ribadisce la linea dell'esecutivo che possiamo sintetizzare in sole parole: riarmo e austerità per tutto il resto. E questo rende evidente un punto di fondo che io voglio proprio sottolineare, cioè che oggi, rispetto al passato, non si tratta più di criticare questo o quella politica, questo quel provvedimento, questo quell'aspetto della legge di bilancio. Oggi noi siamo di fronte ad un bivio storico. Noi siamo di fronte ad un'alternativa secca, radicale tra due modelli sociali e di sviluppo assolutamente incompatibili: quello fondato appunto su austerità, riarmo ed economia di guerra, in cui dalle istituzioni europee al governo nazionale ci vorrebbero spingere in ogni modo e che altro non è, la dico così, lo stadio finale, diciamo così, di un modello di sviluppo che da decenni svalorizza il lavoro, massimizza i profitti, devasta l'ambiente e che può salvare se stesso oggi solo ricorrendo, appunto, all'eccezionalismo di uno stato di guerra permanente. E l'altra alternativa, che è quella che invece noi sosteniamo, di un modello di sviluppo fondato appunto sul lavoro, sullo stato sociale, sui diritti e sulle condizioni delle persone in carne e ossa. Questa eh io penso sia la partita e la posta in gioco che abbiamo di fronte oggi, perché la guerra, eh, questo è un grande insegnamento e anche soprattutto questo, un preciso modello industriale, finanziario ed economico che alimenta enormi interessi, che produce giganteschi profitti e che condiziona più di chiunque altro anche la politica e la stessa democrazia. E guardate che qui non è che si tratta di fare i pacifisti radicali, profilo che peraltro nobilissimo, eh, non è questo il punto, ma qui si tratta di non dimenticare, ad esempio, l'insegnamento non di un politico progressista, ma di un presidente americano e per giunta conservatore, che nel suo ultimo discorso, alla fine del suo secondo mandato, mise in guardia il popolo americano da quella che, a suo avviso e e dall'alto della sua esperienza, era la principale minaccia per la democrazia stessa di quel paese, ed era il potere crescente e pervasivo del complesso militare industriale. Quel presidente era il generale Eisenhower, non sospettabile francamente di essere, voglio dire, ideologicamente di avere idiosincrasie rispetto al tema militare alle armi. E allora, per tornare alle nostre latitudini e ai nostri tempi, il primo obiettivo della nostra mobilitazione d'autunno è proprio questo: bucare questa bolla di propaganda e far irrompere la realtà, che poi, tra l'altro, è quella di un paese con un'economia in totale stallo, bloccata, è quella di un processo avanzato di deindustrializzazione che rischia di compromettere qualsiasi prospettiva del nostro paese, ed è quella di una legge di bilancio. Bilancio che, lo ripeto, è sostanzialmente già blindata e vincolata sia dalla camicia di forza che ci siamo autoinflitti con il piano strutturale di bilancio che è stato approvato l'anno scorso, sia appunto dalla corsa al riarmo che anche il nostro paese sta per intraprendere, mentre noi siamo in una condizione di vera e propria emergenza sociale e salariale per milioni di lavoratori e pensionati che prima hanno subito un impoverimento a causa di un'inflazione da guerra e da profitti che è stata scaricata solo su di loro. Risultato: nel 2025 i salari reali sono ancora a -7,5% rispetto al 2021. Poi gli stessi hanno subito anche un gigantesco drenaggio fiscale, 25 miliardi di maggior pressione fiscale cumulata nel triennio '22, '23 e '24. E questo maggior gettito, 25 miliardi, dalle nostre buste paga e dalle nostre pensioni, non solo non è stato restituito, non solo non è stato reinvestito in sanità, istruzione, servizi, investimenti, politiche industriali, eccetera eccetera, ma è stato utilizzato da Giorgetti per migliorare i saldi di finanza pubblica, cioè per fare ancor più austerità anche rispetto a quanto c'eravamo impegnati a fare con la Commissione Europea e con un obiettivo preciso: tornare sotto la soglia fatidica del 3% del deficit PIL già quest'anno, nel 2025, un anno prima rispetto a quanto appunto previsto e concordato dai nostri impegni, in modo da uscire in anticipo dalla procedura di infrazione in cui ci troviamo per poter attivare già dal 2026 la altrettanto famigerata clausola di salvaguardia nazionale che permette di scomputare dai vincoli del patto di stabilità proprio la spesa militare e per importi anche molto rilevanti. E il cerchio si chiude. E tra l'altro arrivano anche le prime decisioni formali in questa direzione: rimodulazione del PNRR. Guardate che lì, tra ritardi, rischio decine di miliardi a rischio perché ormai mancano 9 mesi rispetto alla fine del programma. C'è il rischio concreto che una quota rilevante di quei miliardi vada in armi? È possibile? Anzi, l'Unione Europea spinge anche per certi aspetti in questa direzione. Stessa spiaggia, stesso mare anche per i fondi strutturali europei, le politiche di coesione, che si vogliono piegare a queste, le chiamano nuove priorità. Penso poi alla richiesta che ha già fatto il governo, gli hanno già detto di sì, di aderire, veniva richiamato anche oggi, al fondo SURE, perché qui ormai in Europa si fanno gli Eurobond per finanziare le spese in armi, non si fanno per tutto quello che che interessa veramente alle persone. 15 miliardi abbiamo chiesto e 15 miliardi ci daranno, non regalati, come veniva detto prima, ma ulteriore indebitamento pubblico per comprare eh sistemi d'arma. E infine, appunto, il documento eh programmatico di finanza pubblica che eh nei giorni scorsi, nero su bianco, eh programma per il prossimo triennio un incremento di ulteriori 23 miliardi per la difesa, oltre a quelli già stanziati dalla scorsa legge di bilancio, che giustamente richiamava anche Federica nella sua relazione. In estrema sintesi, questo è il vero programma di politica economica del governo che noi dobbiamo denunciare. E allora, guardate, torniamo sempre lì. L'unica opzione per favorire un'alternativa è dire no al riarmo e mettere in campo un'altra politica fiscale, perché anche dentro i vincoli e le rigidità del nuovo patto di stabilità è sempre possibile attivare la leva di nuove entrate per finanziare nuove spese. Non è che non si possa fare, si può fare una scelta politica non farla. E allora andare a prendere i soldi dove sono, non è solo un nostro slogan, è l'unica possibilità e il solo spazio che rimane per un'altra agenda sociale. Questo deve essere il cuore della nostra mobilitazione d'autunno, a partire da una piattaforma fiscale che ovviamente rivendichi nell'immediato la restituzione del fiscal drag pregresso, quei 25 miliardi, soprattutto la sterilizzazione di quello futuro, perché non è che si è fermata coi dati che dicevo prima, continua sempre questa cosa qui. E quindi serve, ad esempio, l'indicizzazione automatica di tutti i parametri IRPEF, scaglioni, detrazioni, eccetera eccetera, per fermare e impedire questo furto, io lo chiamo così, insomma, a carico dei redditi fissi, la detassazione, ad esempio, dei rinnovi dei contratti nazionali di lavoro, che è un altro punto che porremo, ma soprattutto la cosa fondamentale è il rilancio del sistema pubblico dei servizi, a partire da sanità, istruzione e stato sociale, e investimenti per vere politiche industriali. E in coerenza con questo obiettivo, pensiamo che sia ormai giunto, tra le tante varie cose, non entro nel merito, anche perché eh l'ora l'ora è tarda, ma voglio sottolineare questo aspetto: se non ora quando, mi verrebbe da dire, è il momento anche di introdurre un'imposta patrimoniale sulle grandi ricchezze. Questo è un tema ineludibile, ormai è entrato direttamente nell'agenda non solo del dibattito accademico, economico, c'è da tempo, sindacale, eccetera eccetera, sta entrando nell'agenda politica concreta, addirittura parlamentare di molti paesi. Pensate alla Francia, e alla fine il nodo, uno dei nodi che in qualche modo ha fatto cadere anche l'ennesimo premier è il no a una misura di quel tipo lì. E noi pensiamo che anche in Italia sia arrivato il tempo, modello Zucman, vediamo come abbiamo bisogno di, scusatemi, eh, andare a chiedere al top 1% degli italiani più ricchi, non anticipo la nostra proposta, ma la lanceremo anche nei prossimi giorni, eh, un gettito rilevante senza sconvolgergli la vita per dare risposte a vantaggio del restante 99%. E è con queste impostazioni, insomma, che dobbiamo preparare anche la manifestazione del 25 ottobre che si terrà in piazza San Giovanni. Guardate, questo è un appuntamento che non può rimanere soltanto nostro, ma che deve diventare la manifestazione di tutti coloro che vogliono cambiare il corso delle cose, sia dal punto di vista interno che dal punto di vista internazionale, saldando la mobilitazione dentro ai luoghi di lavoro, che per noi non è un dettaglio, anzi è il principale ambito in cui agiamo e e dove dobbiamo ovviamente garantire e e lanciare coinvolgimento e partecipazione, con quella delle piazze che abbiamo visto anche in questi giorni. Non possiamo in alcun modo rassegnarci e dobbiamo continuare a lottare fino in fondo per tutelare le persone che rappresentiamo, per contrastare la prospettiva di una società e di un'economia di guerra e in definitiva per cambiare un modello di sviluppo che ormai non sta più in piedi sia dal punto di vista sociale che da quello ambientale. Quindi grazie davvero per questa bellissima mattinata, ma soprattutto grazie a tutte e tutti voi per quello che sono sicuro farete anche a partire dai prossimi giorni e dalle prossime settimane. Ne.