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I dialoghi giovanili di Platone: Virtù, Conoscenza e Felicità

The Prof. Player29:14

Transcription

[Musica] Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Con queste semplici parole, tratte dall'Apologia di Socrate, possiamo, volendo, riassumere il periodo della fase della produzione di Platone che noi chiamiamo giovanile o appunto socratico, cioè quello in cui in Platone domina ancora l'influenza di Socrate e non sono ancora visibili in trasparenza le grandi teorie originali che renderanno famoso Platone, come la teoria delle idee, la teoria dell'amore, la teoria della bellezza, la teoria della conoscenza, dello stato, delle leggi e così via.

In questa prima fase della sua produzione, Platone è molto vicino a Socrate e, secondo me, sebbene spesso si tenda a trascurare questa parte del pensiero di Platone, proprio perché non è originale, in realtà, secondo me, è molto preziosa per permettere Platone in contesto. Per farci capire che prima del Platone originale, prima del Platone maestro, esiste il Platone allievo, esiste il Platone di Socrate, oltre che il Socrate di Platone, ossia sia il protagonista dei dialoghi all'inizio. In questi dialoghi, Socrate è una figura che spicca, Socrate è una figura che ancora riusciamo a riconoscere rispetto al Socrate storico che abbiamo studiato.

In questo video, che vi invito a recuperare, perché in questa lezione chiaramente daremo per scontate molte delle nozioni che lì abbiamo già spiegato, ma ci focalizzeremo sul modo in cui queste nozioni sono rimaste a Platone, chiedendoci quali di queste sono più importanti per l'evoluzione del suo pensiero, quali di queste sono quelle che a Platone sono rimaste, quelle su cui lui ricalca, il modo in cui lui le esprime è totalmente neutro o ci sono dei casi in cui Platone calca un po' la mano, va oltre Socrate, fa dire a Socrate qualcosa in più già nei suoi dialoghi giovanili. Questo sarà il nostro compito in questa lezione.

La prima opera da cui dobbiamo partire era quella che vi ho detto già mentre abbiamo parlato delle opere di Platone. Recuperate il video qui, se non l'avete visto. È un unicum nella produzione di Platone, perché è l'unica opera che non sia né un dialogo né una lettera. Sto parlando dell'Apologia di Socrate, un testo che vi consiglio di leggere se volete un'introduzione graduale al pensiero di Platone. Questo è l'unica delle opere di Platone che non sia un dialogo, se togliamo le lettere, ovviamente. E qui Socrate mette in scena il processo di Socrate, ma soprattutto una difesa accorata del suo maestro e focalizza la sua attenzione soprattutto su un aspetto che è quello su cui voglio insistere qui, quantomeno, che è quello della ricerca filosofica come stile di vita, o meglio ancora, della filosofia come ricerca continua, come vita dedita completamente, devota alla ricerca.

Vi dicevo, all'inizio, la vita senza ricerca non sarebbe degna di essere vissuta. Platone fa suo pienamente il motto di Socrate e queste parole resteranno incise in lui come delle iscrizioni su una tavoletta di pietra, rimarranno un po' la traccia del pensiero del suo maestro su Platone. In un'altra opera dedicata agli ultimi momenti della vita di Socrate, che si chiama il Critone, invece, vediamo Platone che, attraverso Socrate, affronta il tema della morte, su cui tornerà molto. Il tema della morte è fondamentale per Platone, lo approfondiremo, ma a noi interessa che qui, in questa prima fase, Platone usa la descrizione degli ultimi momenti di Socrate per mettere in scena un dilemma esistenziale e fondamentale, e cioè: fino a che punto è importante per un filosofo essere coerente con le sue conoscenze, con le sue teorie?

Perché noi sappiamo che per Socrate la filosofia è uno stile di vita, e ci aspettiamo che lo stesso sia per Platone, e lo è. Quindi, di conseguenza, se queste conoscenze che noi abbiamo, che formano la nostra filosofia, se volete, non sono solo delle dottrine, come ad esempio il teorema di Pitagora o la credenza che tutto il mondo sia cambiamento, ma sono proprio conquiste che io ho fatto dentro di me, frutto di un lungo percorso di analisi, di definizione, di ridefinizione, di dialogo con gli altri, allora come posso io ignorare queste mie teorie? Ed ecco, in quest'opera, Platone esalta Socrate per la sua scelta, per la sua scelta di non fuggire quando avrebbe potuto.

Ricordate, lo abbiamo visto nel video su Socrate, i suoi allievi, i suoi discepoli più cari gli propongono la fuga. Socrate è stato condannato a morte, anche se ingiustamente. Platone dirà: "Era il più giusto degli uomini, eppure lo hanno condannato". Ma i suoi amici, i suoi allievi hanno per lui la via di fuga, hanno una nave che lo aspetta al porto. Socrate può fuggire, scappare alla sua condanna, e invece Socrate sceglie di restare, sceglie di affrontare la pena a cui la sua città, le leggi della sua città, lo hanno sottoposto, sebbene non sia in accordo con esse. Sceglie di non fuggire perché, e per Platone questo è fondamentale, vuole restare coerente alla sua filosofia. È una filosofia che si basa sul rispetto, sul rispetto delle leggi della città, è una filosofia che si basa sulla coerenza con le proprie conoscenze, le proprie convinzioni.

E questa è la stessa cosa che farà Platone. Lo abbiamo visto nel video sulla sua vita e sul suo progetto filosofico. Il grande obiettivo del della filosofia per Platone, la finalità, se vogliamo, di tutto il pensiero filosofico, è quello di realizzare la giustizia in uno stato ideale, in uno stato in cui, e questo è l'unico modo che Platone vede percorribile, al governo di uno stato ci sia un filosofo. E noi sappiamo che Platone, anche in età avanzata, darà tutto se stesso per realizzare questo obiettivo. Affronterà tre viaggi a Siracusa, in due dei quali sarà molto anziano, già scolarca prestigioso, senza problemi, non aveva nulla che lo spingesse a rischiare, se non la sua convinzione ferma nella coerenza del suo messaggio.

Per Platone, così come fu per Socrate, essere coerenti nella pratica con ciò che la propria filosofia è in teoria sarà fondamentale. E questo tratto sarà quasi un unicum nella storia della filosofia. Ne incontreremo davvero pochi che saranno così coerenti ai loro messaggi, se non magari i filosofi ellenistici e altri filosofi dell'antichità, della tarda antichità. Ma questa, forse, è una delle cose più importanti che staccano la filosofia antica dalla nostra. E qui potete vedere perché sin dai primi video insistevo con voi sulla concezione della filosofia antica come stile di vita. Non potreste altrimenti spiegare tutto questo.

Se per questi uomini le loro teorie fossero state solo teorie provvisorie da cambiare senza nessun impegno, un po' come erano per i sofisti, dopotutto, non avrebbero mai fatto tutto questo. E raccontando questo episodio di Socrate, noi capiamo da dove viene quella convinzione di Platone. Possiamo renderci conto di quanto quel messaggio, quel gesto, quella scelta abbiano lasciato un'impronta indelebile nell'allievo Platone.

In vari dialoghi che noi chiamiamo socratici, in cui al centro c'è la figura di Socrate, Platone insiste su alcune delle teorie di Socrate. E noi ci rendiamo conto che dell'insegnamento di Socrate, per quanto riguarda i suoi contenuti, a Platone interessa soprattutto un tema che ha molte sfaccettature, ma possiamo ridurre a un unico macro tema, ossia questo: che la virtù è una sola e la virtù si identifica con la scienza, oppure potremmo noi dire con la conoscenza. La virtù è ciò che rende l'uomo felice. Platone, come Socrate, è un eudemonista, crede che la virtù ci renda felici. Il modo per essere felici nella vita è essere virtuosi, ma essere virtuosi vuol dire conoscere. Pertanto, per essere felici noi uomini, dobbiamo conoscere, quindi fare filosofia. La filosofia è il modo attraverso cui l'uomo può essere felice, e non un modo tra gli altri, l'unico modo per essere felici.

Quindi, il bene, il vero bene, che è la felicità permanente, la felicità stabile, non quella che viene e va, si identifica con la virtù, e la virtù si identifica con la felicità, la quale a sua volta si identifica con la conoscenza. Quindi arriviamo alla conclusione che è quella che importa a Platone, per cui il bene coincide con la conoscenza. Bene uguale razionalità, esercizio della ragione. Questo, ovviamente, non è una teoria incontestata. Platone mette in scena il suo Socrate che dibatte ferocemente con i sofisti, che su questo non sono affatto d'accordo con Socrate. Loro pensano che esistano tantissime virtù e che siano tutte insegnabili. Ad esempio, esiste il coraggio, vorremmo negare che il coraggio sia una virtù? Per Platone, sì, la vera virtù è solo la conoscenza. Per Socrate, o meglio, per il Socrate di Platone. Ma qui possiamo vedere che Socrate e Platone dicono la stessa cosa, perché Platone è d'accordo col suo maestro. Questa è la sua matrice.

Che cosa significa che la virtù, l'unica virtù, è la conoscenza? Vuol dire, se vogliamo prendere sempre l'esempio del coraggio, che il coraggio in sé, se non supportato dalla conoscenza, non ha valore. Non è davvero coraggioso, non è davvero virtuoso quell'uomo che affronta con coraggio una sfida che non ha idea di quanto sia difficile. Un uomo, un soldato che sta in prima linea tutto fiero e senza esitare, ma perché non ha idea del pericolo che lo attende, perché pensa che sarà una battaglia facile. È coraggioso l'uomo che conosce l'entità del pericolo a cui va incontro e ciò nonostante lo affronta. Tutte le virtù, tutte le altre virtù che noi possiamo immaginare, non sono nulla se non fondate sulla conoscenza. La conoscenza è la prima delle virtù e il vero bene. Questa è l'idea di base di Socrate e l'idea di base di Platone.

Quell'idea che noi abbiamo chiamato intellettualismo, che è anche il rovescio della medaglia. Il suo rovescio della medaglia qual è? È che il male, quindi, è l'ignoranza. È che noi facciamo errori. Chi commette errori, li commette solo per ignoranza, mai per volontà. Nessuno sceglie di fare il male in quanto male. Se qualcuno lo fa, è perché è ignorante, perché pensa di star facendo il bene, fa del male, ma lui lo scambia per bene, ha i suoi occhi è bene. Quindi, se vogliamo educare qualcuno, se vogliamo farlo crescere, se vogliamo farlo essere felice, non dobbiamo fargli fare la scelta giusta, ma farlo conoscere, perché quando conoscerà, lui sarà in grado di vedere qual è il vero bene.

E con cosa viene di solito scambiato il vero bene? Ecco, questo è qualcosa di interessante ed è oggetto del Gorgia, uno dei dialoghi della gioventù di Platone, che sono forse i più interessanti di tutti, perché mettono a tema qualcosa di davvero cruciale nel pensiero di Platone, cioè proprio questo di cui stiamo parlando. Ma in particolare, qui è Callicle a prendere la parola e mette in campo una teoria che Platone avrà un po' di difficoltà a confutare. Vedremo che nel tentativo di farlo, gli farà fare anche un passo avanti rispetto al Socrate che noi conosciamo, al Socrate storico.

Callicle cosa sostiene? Secondo Callicle, la giustizia umana, il bene, se vogliamo, è qualcosa di convenzionale. Le leggi degli uomini sono accordi fra uomini arbitrari, ci sono e potevano essere diversi. Pertanto, non vale la pena di rispettarli. E di fatto, noi vediamo che in realtà la giustizia altro non è che la legge del più forte. Nella società prevale chi sopraffa gli altri, chi fa un passo sopra gli altri, mette in piede in testa gli altri, i prepotenti, coloro che non si fanno scrupoli. È la morale, l'esaltazione sofistica degli uomini forti, degli uomini violenti, arraffato, che si prendono tutto senza preoccuparsi di valori o altro. È l'uomo relativista, ma non in senso socratico, in senso sofistico, che non ammette nessun valore, che per il quale ogni valore è arbitrario, vale quanto gli altri, non ci sono verità assolute, non ci sono valori assoluti. Pertanto, farò ciò che va a mio beneficio, anche a costo di fare del male agli altri, anche a costo di fare il male.

E Callicle osserva: "Di fatto, queste persone che voi dite che fanno il male, vogliamo darlo per scontato? Ok, queste persone che fanno il male, invece, sembrano le più felici, perché sono piene di ricchezze, di onori, di piaceri. Sono felici, hanno tutte quelle cose che noi reputiamo felici. Invece, tutti coloro che si fanno scrupoli morali, che seguono delle leggi che nessuno in realtà ha imposto a tutti gli esseri umani, che uno segue perché è debole, ma che se fosse forte non dovrebbe seguire, queste persone non sono davvero felici."

Qui Platone deve difendere da questa accusa e usa la figura di Socrate. Noi sappiamo che Socrate sostiene qualcosa di molto vicino a quello che gli farà sostenere Platone, almeno in questa prima battuta. Cosa sostiene Socrate? Beh, Socrate sostiene innanzitutto che quel piacere di cui parlano i sofisti non è la vera felicità. È un piacere transitorio. Dopotutto, il piacere che cos'è? È il soddisfacimento di un bisogno. Ma il bisogno, a sua volta, che cos'è? Non è altro che mancanza mascherata. Noi abbiamo bisogno di qualcosa quando qualcosa non lo abbiamo, quando qualcosa ci manca, quando vogliamo qualcosa. Ma questa tensione del volere, altro non è che rovescio della medaglia del dolore. Dietro ogni piacere, così inteso come ricchezza, accumulo, bisogno soddisfatto, c'è l'ombra del dolore. È come l'altra faccia della medaglia. Ecco perché ogni volta che noi abbiamo qualcosa, l'abbiamo voluta e siamo felici perché l'abbiamo ottenuta, solo perché prima abbiamo provato dolore per il fatto che non ce l'avevamo. Nessuno di noi desidererebbe qualcosa che già ha. Anzi, più radicalmente, anche quando riusciamo a ottenerla, subito dopo ce ne annoiamo, come avrebbe detto Schopenhauer, oppure tendiamo ad avere paura di perderlo.

Non fatevi problemi se vi cito filosofi successivi, è giusto per farvi fare un orecchio. Per ora non vi è richiesto che li conosciate, ci arriveremo. Schopenhauer, in particolare, lo studieremo al quinto anno, quindi fra un bel po' di lezioni, ma per adesso non vi preoccupate, rimaniamo, siamo focalizzati su Socrate. Quindi, Socrate sta criticando, o meglio, dovremmo dire Platone attraverso Socrate, sta criticando l'idea sofistica. Sta dicendo che il piacere in cui Callicle, questo interlocutore nel Gorgia, che è un po' il campione dei sofisti, vuole far consistere la felicità, questa idea di felicità come piacere, non è sufficiente.

E invece, l'unico vero piacere stabile, e invece l'unica vera felicità stabile, non consiste nel piacere, ma nella conoscenza o nella virtù. Perché, di fatto, l'uomo che commette ingiustizie non è davvero felice. Se volessimo riprendere Democrito, potremmo dire che il giudice interiore che c'è dentro ognuno di noi farebbe sì che il vero uomo insoddisfatto, il vero uomo misero, non è tanto quello che subisce l'ingiustizia, ma colui che la compie, perché il rispetto verso noi stessi è la cosa più importante di tutte. Questo è un tema che ritorna anche in Socrate e quindi ritorna anche in Platone.

Ma non è tutto qui. Non è questo solo il motivo per cui noi dobbiamo fare il bene e non il male, e perché fare il male non ci porta la vera felicità. Lo abbiamo visto: la nostra vera felicità può venirci soltanto dalla conoscenza. Perché quando noi conosciamo, allora riusciamo a vederlo che quella felicità che gli altri si illudono sia un senso ultimo, non lo è davvero. Possiamo vedere tutto attorno a noi, ancora nella nostra società oggi, che molta gente spende la propria intera vita focalizzata all'accumulo di denaro, di gloria o di potere. Però queste persone, in qualche modo, non le vediamo felici. Quanti VIP non felici riusciamo a immaginare? Pure se rimaniamo superficiali, queste persone ci sembrano avere tutto ciò che la nostra società ci dipinge come desiderabile: fama, ricchezza, talvolta anche bellezza, celebrità. Perché queste persone, però, spesso non sono felici, o non sono così drammaticamente più felici di noi?

Ecco, probabilmente qui Platone avrebbe risposto questo: avrebbe risposto che quelle persone sono ignoranti, non sanno qual è il vero bene. E allora lo fanno coincidere col piacere, con questa soddisfazione di bisogni. Ma il vero sapiente sa in cosa consiste la vera felicità, e la vera felicità consiste nel praticare la virtù. E che cos'è questa virtù, se non la conoscenza, se non fare filosofia? Perché conoscenza? Perché tramite la conoscenza noi possiamo renderci conto che quei piaceri che fanno felici gli altri, in realtà sono effimeri. In greco, effimero vuol dire ephemeros, vuol dire della durata di un giorno, durano poco, vengono e vanno, non rimangono.

Che cosa ci rimane? La conoscenza. Quella è nostra, quello è un percorso che noi abbiamo fatto dentro di noi, progressivo, mai finito, una ricerca sempre in corso, ma che ci cambia dentro, ci cambia come stile di vita, rende diversa la nostra mente, ed è dentro la nostra mente, dentro la nostra razionalità, che consiste la nostra felicità. Questa è l'idea forte di Platone.

Che però ha bisogno di aggiungere, perché gli argomenti di Callicle sono serrati, ha bisogno di aggiungere perché dobbiamo rispettare le leggi. Beh, perché è giusto farlo. Perché se il bene è la virtù e la virtù è conoscenza, allora il bene è conoscenza, ma la conoscenza altro non è che ragione. Rispettare ciò che è razionale, e ciò che è razionale per noi sono le leggi. Le leggi sono ciò che deriva dalla nostra razionalità, sono l'espressione della razionalità di un popolo, di ciò che un popolo si dà come norme. Dopotutto, le leggi anche interiori sono queste: un tentativo di disciplinare il caos degli istinti, di metterci un freno quando vorremmo mangiare troppo, ma siamo a dieta, quando vorremmo fare qualcosa di cattivo, ma non lo facciamo, perché la nostra ragione ci dice che è sbagliato.

In quel caso, qui vedete, Platone sta facendo un passo in avanti rispetto a Socrate, sta calcando molto più la mano su questo aspetto. La nostra ragione ci dice ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Per cui, se la virtù e la felicità consistono nella conoscenza, allora l'ignoranza è un male, l'ignoranza va demonizzata, perché l'ignoranza ti fa scambiare per bene ciò che bene non è. E quindi l'unico modo per cui noi possiamo arrivare a giustificare perché dobbiamo rispettare le leggi, è perché le leggi sono razionali, perché la nostra mente ci dice di rispettarle. Quindi, per l'essere umano, ciò che è giusto è ciò che la sua mente gli detta. Vedete questa razionalizzazione, questa ragione che sale, si erge a giudice della condotta umana. Ecco, forse qui Platone ha fatto un passo in avanti rispetto a Socrate, questo pensano molti interpreti, quantomeno, anche io sono d'accordo su questo aspetto.

Tenete conto che Platone è così preso da questa discussione che a un certo punto arriva a tirare dentro anche una credenza orfica, crediamo noi, sia, ossia una credenza in una sorta di morale dell'aldilà. Intendiamoci, come Socrate, Platone fino a questo punto della discussione nel Gorgia ha cercato di mantenersi su una morale dell'al di qua, quindi un modo per essere felici in questa vita, qui ed ora, non proiettando la nostra felicità in un mondo ulteriore. Però, nel tentativo di giustificare perché noi dovremmo rispettare delle leggi, perché dovremmo fare il bene piuttosto che il male, anche quando il male ci sembra prometterci più piacere, quindi più felicità, Platone aggiunge a tutti gli argomenti che abbiamo già detto adesso, che forse sarebbero anche già bastati, e cioè che il piacere delle persone normali non è un vero piacere e che il vero piacere è solo nella felicità stabile che ci dà la virtù e la conoscenza, aggiunge questo: aggiunge che noi facciamo questo per essere felici anche dopo la vita. Non si sa bene a che cosa si riferisca. Di sicuro è un'anticipazione di una delle dottrine cruciali di Platone, quella dell'immortalità dell'anima, ma sulla quale adesso non mi voglio soffermare.

La cosa che mi importa di più è che capiate che questo tema della riflessione su che cos'è la virtù è importantissimo per Platone, e lo è già sin dai dialoghi giovanili, e lo è grazie soprattutto alla riflessione sui temi socratici della virtù e della conoscenza. Senza questo Platone allievo di Socrate, non potremmo capire il Platone scolarca e maestro dell'Accademia che mette capo alla teoria delle idee e alla teoria dello stato.

Un ultimo argomento che voglio prendere, ma in questo caso solo sfiorarlo, perché davvero è un argomento molto complesso che rischia di portarci troppo dentro a un problema che avremo tutto il tempo di approfondire nel corso del nostro itinerario nella storia della filosofia, è quello del linguaggio, che viene fuori in un altro dialogo giovanile di Platone, ed è per questo che ve ne voglio parlare, ed è il Cratilo. Il Cratilo è un dialogo che è focalizzato su una domanda, ossia: che rapporto c'è tra il linguaggio e le cose? Le cose della nostra esperienza, gli oggetti di cui noi vogliamo parlare, che rapporti hanno questi oggetti con le parole che noi usiamo per parlare di esse, per esprimerle?

Noi sappiamo che già nel percorso che abbiamo fatto finora, abbiamo incontrato alcuni pensatori che si sono posti la questione, sebbene non proprio in questi termini, comunque in termini abbastanza paragonabili. Sappiamo, ad esempio, che Parmenide e tutto l'eleatismo in generale, era convinto che ci fosse una trasparenza assoluta tra il piano del pensiero e quello dell'essere, e che quindi il linguaggio fosse una sorta di medium, una sorta di intermedio tra i due, di mediatore, ma un mediatore trasparente, per cui io posso parlare dell'essere e il modo in cui ne parlo può cogliere l'essere nella sua essenza. Abbiamo detto per Parmenide: essere, linguaggio e pensiero coincidono. Il mio pensiero di ciò che c'è è la stessa cosa di ciò che io dico su ciò che c'è, tanto che il non essere, che non c'è, io non posso pensarlo, ma non posso neanche dirlo, non posso neanche parlarne. Quindi, vedete, il linguaggio ha una funzione fondamentale e per Parmenide non è una funzione negativa, è soltanto un tramite. Ma in questo tramite, in questo passaggio tra il mio pensiero e le cose fuori di me, non perdo niente.

Gorgia, invece, aveva ribaltato la questione. Ci aveva detto che il linguaggio, in realtà, è una barriera, è qualcosa che ci separa, che separa il pensiero dalle cose. Cosa aveva sostenuto Gorgia? Gorgia aveva sostenuto che anche qualora l'essere ci fosse, non sarebbe comunicabile. Anche se esistessero gli oggetti fuori di me, ecco, io di quegli oggetti non potrei parlare, perché quando ne parlo, tradirei la mia comprensione, perché quello che io capisco di quella cosa lì non è la stessa cosa che io sto dicendo. Se io dico "cane", non sto riferendomi subito al cane, non è la stessa cosa. La parola "cane" è l'oggetto "cane", cioè l'animale con quattro zampe e una coda. Sono due cose molto diverse tra loro, e non è detto che la parola "cane" sia adatta a riferirsi alla cosa "cane". Io ho deciso così, ma l'origine del linguaggio è convenzionale. E infatti, esistono tante lingue, in varie lingue diverse "cane" si dice in modo diverso, in inglese, ad esempio, si dice "dog", e io non posso dire quale di queste è migliore delle altre.

Questo è il problema del Cratilo. Platone si confronta con due teorie alternative. La prima delle quali è proprio questa della natura convenzionale del linguaggio, per cui il linguaggio e le parole che noi usiamo quando parliamo sarebbero fondamentalmente il frutto di un accordo tra le persone. Noi ci siamo messi d'accordo, abbiamo scelto che il cane lo chiameremo con questa parola qui, avremmo potuto chiamarlo ornitorinco, ma abbiamo scelto "cane". Ma non c'è di fatto nessun legame tra questa parola e quel cane. Abbiamo scelto una parola e l'abbiamo imposta a quell'oggetto dell'esperienza. Quindi, il nostro legame con le cose esterne è mediato da questo tramite che è il linguaggio, che tuttavia è qualcosa di arbitrario, che fa sì, sappiamo per i sofisti, che poi il linguaggio assuma un'importanza straordinaria, perché manipolando il linguaggio, noi possiamo manipolare la visione della realtà di una persona o di un auditorio. Per cui, essere padroni della parola, essere maestri della parola, diventa incredibilmente molto desiderabile, perché fondamentalmente c'è l'idea che il linguaggio possa essere un po' piegato come vogliamo noi.

L'altra teoria, che è un po' più oscura, che Platone non spiega benissimo, che quella fatta propria, appunto, da Cratilo, e in realtà appare da una scuola un po' eraclitea, di ispirazione eraclitea, è che il linguaggio esprime in qualche modo, sia causato dalle cose, quindi ha un rapporto con le cose, che significa: tra la parola "cane" e il cane esistente fuori di me, c'è un rapporto, e quella parola è causata da qualcosa che il cane fa in quanto essere vivente su di me, in quanto essere umano, e che mi spinge a usare quella parola piuttosto che un'altra.

La terza opzione è quella di Platone, e cioè che esista un'essenza delle cose, una natura delle cose, ciò che rende quella cosa ciò che è, per l'uomo, ad esempio, il suo essere animale razionale, è la definizione di una cosa, essenza che il linguaggio è in grado di cogliere. Le parole che noi scegliamo non sono casuali, ma sono le parole che meglio colgono l'essenza di quella cosa. Quindi, c'è una relazione tra le cose e il linguaggio, e tra il linguaggio e il nostro pensiero. C'è un filo rosso che li unisce. Non è più quella perfetta trasparenza di Parmenide, ma ci siamo comunque molto vicini. Per cui Platone ha una teoria opposta rispetto a quella convenzionalismo, e quindi, di conseguenza, Platone, in contrapposizione netta rispetto ai sofisti.

Andando avanti nel nostro percorso su Platone, vedremo l'evolversi di questa tematica, che comunque è molto complessa, e qui preferisco non scendere nei dettagli per non complicare troppo l'esposizione di questa lezione, che vuole essere introduttiva. Il cui scopo è farvi vedere perché Platone, come allievo di Socrate, è ancora importante, perché noi non potremmo capire il Platone maturo, il Platone della teoria delle idee, se non capissimo perché, se non capissimo il contesto, il retroterra, ciò da cui viene.

Perché, ragazzi, da dove pensate che possa venire l'esigenza di trovare un valore assoluto, la giustizia con la G maiuscola, ciò che è giusto per tutti e in ogni luogo, se non dall'esperienza tragica della morte di Socrate? Se non dall'aver visto, da questi dibattiti contro i sofisti, in cui era chiaro che loro riuscivano a trasformare ogni cosa in qualcosa di arbitrario? Se non dall'esigenza fortissima avvertita da Platone di radicalizzare il passaggio di Socrate, la richiesta di Socrate di definizioni, e trovare una risposta a quelle definizioni, pur sempre nella consapevolezza che la filosofia è ricerca, è qualcosa che si fa in continuazione e non perviene mai a una fine, ma con il tentativo di trovare dei valori assoluti, degli ideali assoluti.

E dopotutto, anche il progetto di vita di Platone, il progetto politico, quello che lui proverà a realizzare, non avrebbe avuto senso senza l'esperienza di Socrate, senza aver visto con i propri occhi quanto gli stati fossero ingiusti, un'esperienza che noi sappiamo ha reso Platone molto guardingo, lo ha fatto allontanare per un po' dalla vita politica e lo ha fatto meditare, gli ha fatto mettere a punto una teoria, una teoria delle idee, che vedremo nelle prossime lezioni, che si sostanzia in una teoria dello stato, e che arriva alla conclusione che per avere uno stato giusto, c'è bisogno di un sovrano che sia un filosofo, di un sovrano che sia virtuoso, e che, in quanto virtuoso, persegua la via della conoscenza, e quindi di un sovrano felice, di uno stato felice, perché è virtuoso. E qual è lo stato virtuoso, se non lo stato in cui tutti perseguono la conoscenza?

Questi sono tutti i passaggi che erano già dentro Socrate, e senza i quali noi non comprenderemo il Platone adulto. Ed è per questo che ho voluto farvi questa lezione, che spero vi sia piaciuta. Se vi è stata utile, ricordate di lasciare un like sotto questo video e restate sintonizzati sul canale per le prossime lezioni. A presto.

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