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Di Sparta e Atene parliamo oggi col professore Alessandro Barbero e con Rita Cioffi, Matteo Marroni e Alessia Amante. Professione, prendiamolo dall'inizio. Come nasce il mito di Atene? Atene sconfiggere l'Impero Persiano alla fine del quinto, all'inizio del quinto secolo avanti Cristo. Fa fuori un, come se oggi Malta sconfiggesse gli Stati Uniti d'America. Beh, quasi. Diciamo che loro ci hanno giocato su molto, effettivamente. Loro, agli Ateniesi e i Greci in genere, hanno costruito su questa loro eroica resistenza all'immenso impero, al milione di uomini dell'esercito di Serse. Poi, figurarsi se era davvero un milione, ma i Greci se la raccontano così. Ci hanno costruito su una leggenda che dura fino ad oggi. Ancora oggi si fanno dei film che si intitolano 300 e che parlano delle Termopili. Quindi Ateniesi e Greci in genere si, no, i pochi abbiamo sconfitto l'immenso impero. In tutto questo soffriva di invidia, no? Perché intanto alle Termopili la gloria se la son presa loro, morendo i 300 Spartani. E poi gli Spartani non invidiavano nessuno, secondo me. Avevano un tale complesso di superiorità. Però è anche vero che i Greci non erano un piccolo popolo qualunque. Ecco, in questo senso Atene era la capitale di un impero commerciale. Noi non sappiamo quanti abitanti aveva, ma tanti. E metteva in mare una quantità enorme di navi. Quindi sembravano piccoli perché erano sparsi, divisi, sparpagliati, ma erano una potenza anche loro, in realtà. Va bene, adesso ne parleremo. Entriamo nel primo capitolo della nostra storia: Sparta e Atene, le due città più rappresentative della Grecia classica. Dopo aver lottato fianco a fianco contro l'avversario, è quello di cui abbiamo appena parlato, come Barbero, incrementa in antagonismo nel mondo greco.
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Nella Grecia arcaica e classica, la cellula dell'organizzazione politica è la polis, la città-stato. Non esiste uno stato greco, ma c'è un senso di identità che si riconosce nelle feste collettive, come i Giochi Olimpici, e nei grandi santuari, come quello di Apollo a Delfi. Ci sono poi le leghe, le coalizioni di città che ruotano attorno a quelle più importanti. Atene è il cardine della Lega Delio-Attica. Sparta è la potenza egemone tra le polis del Peloponneso. Il sistema che gli Ateniesi hanno inventato per governarsi è la democrazia. Tra le sue istituzioni c'è la Boulé, il parlamento, 500 membri estratti a sorte tra i cittadini liberi, restano in carica un anno, con il compito di proporre leggi e provvedimenti che devono essere ratificati dalla Ecclesia, l'assemblea generale.
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L'Ecclesia è aperta ai cittadini maschi ateniesi liberi e maggiorenni. Tutti hanno diritto di voto e ogni decisione importante è presa per votazione diretta del popolo, il demos. Tutte le cariche istituzionali ad Atene sono sorteggiate, solo quelle delle massime autorità militari, gli strateghi, sono elettive. Sparta, invece, è una società aristocratica. Al vertice ci sono i Pari, gli Homoioi, gli Spartiati, l'aristocrazia guerriera. Vive in comunità e il simbolo di questo tipo di vita sono i syssitia, i pasti comunitari. Un pari di Sparta non può possedere denaro né esercitare alcun mestiere. La sua unica attività è la preparazione alla guerra.
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Gli Spartiati vivono dei lotti di terra assegnati loro dallo stato e lavorati dagli Iloti, la classe servile. In mezzo ci sono i Perieci, uomini liberi ma senza diritti. Il governo è retto da cinque magistrati, gli Efori, eletti dall'assemblea dei Pari. Restano in carica un anno. Il potere degli Efori è superiore a quello dei due re di Sparta, che conservano il comando dell'esercito. La brillantezza culturale di Atene e la solidità chiusa e granitica di Sparta diventano proverbiali nel mondo greco.
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L'Atene del quinto secolo è la città del teatro, dei grandi poeti tragici Eschilo, Sofocle, Euripide, delle commedie di Aristofane, dei filosofi, degli artisti come lo scultore Fidia, degli architetti Ictino e Callicrate.
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La grandezza della città di Atene si riassume nella risistemazione dell'Acropoli voluta da Pericle verso la metà del secolo, con l'ingresso monumentale dei Propilei e soprattutto con il Partenone, il tempio di Atena Parthenos, la dea vergine guerriera protettrice della città. Il prestigio di Sparta si legge invece sul valore militare degli Spartiati, sulla leggendaria durezza del suo sistema educativo, l'agoghé spartana, l'addestramento alla fatica e al combattimento che tutti i Pari devono affrontare fin dall'infanzia. La differenza tra le due città è racchiusa nella profezia amara dello storico ateniese Tucidide, che scrive: "Se Sparta venisse abbandonata, i posteri vedendo le sue rovine non potrebbero immaginare quanto grande sia stata la sua potenza. Se gli Ateniesi, invece, subissero la stessa sorte, vedendo i resti della città, la loro importanza si supporrebbe doppia di quella reale." Una profezia che si è avverata.
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Matteo Marroni: Una curiosità, ma i Greci si sentivano Greci? Aveva esisteva l'identità greca?
Il filmato citava giustamente il senso di identità comune che i Greci avvertivano. Ed è un senso di identità comune che noi troviamo attestato per la prima volta a livello letterario in una pagina molto famosa dello storiografo Erodoto, che ha raccontato la gloriosa battaglia di Salamina, dove gli Ateniesi sono riusciti a infliggere una pesante sconfitta navale all'esercito persiano. Ateniesi che però devono subito accogliere le preoccupazioni di Sparta relativamente a un possibile accordo con Serse e con lo stesso esercito persiano. Gli ambasciatori ateniesi rispondono che questo accordo è impensabile proprio in virtù di quelle caratteristiche comuni che legano i Greci: tutti, l'uomo, il sangue comune, la possibilità di parlare e di capire una stessa lingua, pur all'interno di una variante dialettale molto forte, e ancora la presenza di santuari e templi comuni dove compiere comuni sacrifici e i generali costumi che sono praticati in tutta la Grecia.
E a home o troppa sia più semplice liquido ripassare i nostri greco del ginnasio. Effettivamente sì, questa identità comune c'è. Basta pensare a una cosa come le Olimpiadi. Le Olimpiadi, i Greci erano sportivi, sì, ma non come lo siamo noi. Lo sport era una cosa da ricchi, era una cosa in cui eccellevano le persone importanti di ogni città, ma soprattutto era un'attività religiosa. Le Olimpiadi non erano un insieme di gare sportive fatte sotto i riflettori per guadagnare soldi. C'erano gli dei a guardare le Olimpiadi. E per le Olimpiadi, i Greci che normalmente si scannavano fra loro, perché riconoscere di essere un unico popolo non impediva di fatto di odiarsi e ammazzarsi, un po' come gli Europei in secoli più vicini ai nostri, no? Però quando c'erano le Olimpiadi, interrompevano tutto e andavano insieme a onorare i loro dei comuni. Quindi sì, questa identità c'era. Ed è quella che li porta a fare una cosa ai nostri occhi anche non troppo simpatica, del tipo dire: "Noi siamo i Greci e siamo i veri uomini. Tutti gli altri che non parlano greco sono animali, sono inferiori".
Alessia Amante: Ho annotato nel nostro filmato una cosa strana ma consueta: quando si parla di Sparta si parla di guerra e ci sono sottofondo musiche marziali, però quando è Atene, invece, sono state cultura, violini in sottofondo. Io ho l'impressione che tutta questa storia sia circondata di luoghi comuni quasi insopportabile.
Sì, a tal punto che nell'Ottocento si parlava proprio di "miraggio spartano". E alcuni di questi elementi sono spesso false. Faccio solo un esempio: cioè questo poeta lirico di VII secolo avanti Cristo, Alcmane, che opera a Sparta e scrive parti per fanciulle. Ebbene, si credeva così improbabile che ad un certo punto della sua storia fosse esistita una Sparta amante del bello, che si negò la paternità spartana di Alcmane. Si disse che doveva essere nato per forza in Oriente. Invece, in età arcaica, Sparta era estremamente aperta, addirittura verso il mare, verso l'Oriente stesso. E soltanto dopo subentrò questo processo di chiusura e di congelamento che la rende la città-caserma. Insomma, un po' del mito che la tradizione attribuisce all'opera principalmente di Licurgo, il legislatore, soprattutto di Chilon e di Plutarco, senza farci scoprire dagli spettatori.
Procediamo anche una rivalutazione di Sparta. Beh, intanto, appunto, Sparta come la conosciamo noi, cioè la feroce dittatura degli uguali, dei Pari, che sottomettono la massa asservita degli Iloti e che si dedicano esclusivamente alla guerra, è una cosa che si è verificata a un certo punto della storia di Sparta. Sparta non è stata sempre questo. Però, certamente, la Sparta che conosciamo noi, quella diversa da tutte le altre città greche, è la superpotenza militare. Però, per esempio, per esempio, se Alcmane cantava le fanciulle di Sparta secoli prima, risulta che anche dopo, nella Sparta militarista, le donne hanno molto più spazio che non, per esempio, ad Atene. Le donne ad Atene se ne stanno in casa e se escono mettono il velo e parlano tra loro con invidia delle Spartane che, a quanto si dice, fanno ginnastica, sporta anche loro nude. Si dice ad Atene perché i Greci fanno sport nudi. Naturalmente noi sappiamo che le donne a Sparta hanno diritti nella gestione delle proprietà familiari, per esempio, che le donne di Atene si sognavano. Ecco, tutta questa ginnastica poi ne faceva anche probabilmente le donne più belle della Grecia. Aristofane, nella Lisistrata, mette in scena la rivolta delle donne ateniesi, poi a un certo punto arriva la Spartana per unirsi a loro e c'è questa scena in cui tutte le Ateniesi sono tutte intorno a lei, dire "Mamma, ragazza, come se in forma, mamma mia!".
E c'è lo sport. Esattamente.
Rita Cioffi: La chiusura di Sparta, che dire? Beh, la chiusura di Sparta, ad un certo punto, avviene effettiva. E questa misura è testimoniata anche da un dato materiale, vale a dire il rifiuto da parte di Sparta di coniare una propria moneta. Infatti, sappiamo che Licurgo emanò alcuni provvedimenti sul tu aerei, tra i quali il divieto di uso e possesso di oro e argento e l'introduzione di una moneta in bronzo fuso, che però non aveva valore intrinseco e che quindi poteva essere utilizzata soltanto all'interno di Sparta. Questo sicuramente isolò Sparta economicamente rispetto a tutte le altre polis della della Grecia. È un rifiuto che è perfettamente coerente a quella volontà di Sparta di omologare, di livellare tutta la popolazione, di renderla uguali, pari, per l'appunto. E tra l'altro, è un rifiuto ancora più importante se noi pensiamo che la monetazione in tutte le polis greche aveva anche una forte valenza identitaria. Basti pensare, appunto, alla monetazione di Atene. La moneta ateniese, per antonomasia, ha la testa di Atena sul diritto e la civetta sul rovescio, cioè delle raffigurazioni in cui tutto il popolo ateniese poteva facilmente riconoscersi. È vero che Sparta fa questo sforzo di dire: "Noi, ai veri Spartani, agli uguali, le ricchezze non devono interessare. Siamo già ricchi, ognuno un proprietario terriero ai suoi lati, e quindi il denaro a noi non interessa. Non siamo come gli Ateniesi che vanno per mare a cercare di far soldi. Ecco, noi abbiamo ideali più alti". Il risultato, però, a quanto dicono almeno gli Ateniesi, è che i generali spartani, quando andavano all'estero, erano celeberrimi per la loro avidità di denaro, perché siccome a Sparta non ne potevano avere, appena venivano a contatto con i Persiani, per esempio, si lasciavano corrompere, perché loro, che a casa non vedevano mai, per loro era un ideale.
Adesso la porto nel secondo capitolo. Prima di averle fatto una domanda, però, lo voglio fare una domanda secca: chi è che inizia la guerra? Prima Sparta la inizia? Sparta per paura, perché è convinta che Atene sta per cominciare e allora la inizia Sparta. Sparta e Atene.
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Bevi nel secondo capitolo. Si riscontrano la Guerra del Peloponneso, che a fasi alterne diventa una guerra totale delle colonie comprese.
Le ingerenze ateniesi negli scontri tra Corcira e Corinto e l'embargo commerciale di Atene a carico di Megara sono due degli episodi che rivelano con chiarezza l'espansionismo ateniese. Le principali città del Peloponneso chiedono a Sparta una reazione e la città, sebbene riluttante all'ipotesi di sostenere un pesante conflitto, delibera per la guerra contro Atene.
431 avanti Cristo. L'esercito spartano invade l'Attica. Inizia quella che Tucidide chiama Guerra Archidamica, dal nome del re spartano Archidamo. Gli Spartani, consapevoli della loro inferiorità navale, cercano uno scontro sulla terraferma. Scelgono di saccheggiare gli insediamenti vicini ad Atene, nell'intento di provocare una battaglia campale. Atene adotta una strategia di resistenza. Pericle, che è a capo della città, ordina di trincerarsi dentro le lunghe mura fortificate del porto del Pireo. Intanto, le navi ateniesi, con lo stesso intento, costeggiano il Peloponneso, saccheggiando e ostacolando i commerci.
430 avanti Cristo. Ad Atene scoppia una terribile epidemia di peste. Tra le migliaia di Ateniesi che perdono la vita c'è anche Pericle, la cui scomparsa lascia un vuoto di potere proprio all'inizio della guerra. Tra fasi alterne, il conflitto continua. Il generale spartano Brasida vince in Tracia, ma gli Ateniesi, a Sfacteria, danno un pesante colpo al prestigio militare spartano, catturando vivi più di 100 Spartiati. Dopo Pericle, muore anche il grande re di Sparta, Archidamo.
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421 avanti Cristo. Si giunge a un accordo, la Pace di Nicia, dal nome del comandante ateniese che ne tratta le condizioni. Nel complesso, la pace ristabilisce la situazione antecedente alla guerra. Una pace fragile, piuttosto una tregua, che a molti non piace, perché di fatto sancisce l'egemonia ateniese.
Matteo Marroni: Non parliamo solo di questioni militari, c'era anche un conflitto ideologico dentro questa guerra, a volte anche all'interno di uno stesso schieramento?
Assolutamente sì. La città, l'isola di Corcira, che è stata citata nel filmato, fu teatro di uno scontro ideologico estremamente feroce tra il 427 e il 425. La fazione degli oligarchici, cioè di coloro che facevano capo a Sparta, e lo schieramento dei democratici, si trovano al centro di lotte civili sanguinolente che Tucidide, nel terzo libro delle Storie, descrive con sfumature tragiche, indicando in questo episodio quasi un salto di qualità nella violenza politica in Grecia. La guerra, dice Tucidide con un'espressione meravigliosa, è un "didáskalos ríza sos", è un insegnante, un maestro, con le sue violenze, che porta in sostanza a dimenticare tutte le norme su cui il vivere civile si era retto fino ad allora.
E allora, andiamo all'aspetto ideologico. Normalmente a scuola non si insegna come si esporta. Forse la destra, mi scusi, e Atene la sinistra? Che cosa c'è di ideologico? Qualcosa di vero c'è in questo senso, che naturalmente, appunto, i Greci, oltre a scannarsi fra loro città contro città, si scannavano all'interno di ogni città per decidere come doveva essere governata la polis. I modelli, in definitiva, erano due: cioè, o governiamo in pochi, i migliori, ma è scontato che sono i migliori, naturalmente, quando sono pochi a governare, oppure governa il popolo. Là dove governano i migliori, guardano con disprezzo le città democratiche, dicendo: "Ma tu pensa, lì ci sono degli analfabeti, della gente che si sporca le mani a bottega, e poi votano, e il loro voto vale come quello del gran signore che ha studiato, che ha vinto le Olimpiadi, che conosce la musica, la storia". Ecco. Invece, nelle città democratiche si dice, appunto: "Qui, qui uno vale uno. Qui tutto il popolo è consapevole, fa politica, e i nobili signori con la puzza sotto il naso devono stare attenti, perché non ci mettiamo niente a condannarli come nemici del popolo". No. Ecco, però è vero che quando a questo punto Atene e Sparta si scontrano, agli Ateniesi viene naturale pensare: "Quando ci impadroniremo di una città o una città diventa nostra alleata, lì spingiamo perché il governo sia simile al nostro, democratico". Per reazione, secondo me, per reazione, gli Spartani non è che ci avessero pensato, ma per reazione agli Spartani viene naturale dire: "Ma allora i democratici sono amici di Atene". Però, fermo restando che la democrazia non è democrazia come la intendiamo oggi, ovviamente. Democratica delle nostre illusioni carica della nostra. Quello è un modello moderno ed esportabile. L'altro è il modello, è una declinazione del modello tradizionale: comanda uno o in pochi l'esercito al potere, nel nome del bene contro il male, ma insomma, come gli pare a loro, no?
Senza dubbio, la democrazia è l'invenzione più originale, è l'invenzione più originale senza ritocchi.
Cosa sono le ambascerie? Sembra paradossale, però Sparta inizialmente non voleva la guerra. Prima dell'attacco inviò tre ambascerie ad Atene per tentare la strada della diplomazia. Atene, però, rifiutò queste tre ambascerie. Quindi, nella primavera del 431 avanti Cristo, si andò allo scontro diretto con l'invasione dell'Attica. E quindi sembra che Sparta, alla vigilia della Guerra del Peloponneso, si fece portavoce del di ideali quali le eleutheria e l'autonomia, cioè la libertà e l'indipendenza, che vengono tolte quasi alla democrazia ateniese, che gli Ateniesi credevano potesse appartenere solo alla loro democrazia. E allora, appunto, qui in realtà è questione di propaganda ateniese, perché mentre il conflitto fra democrazia, dove tutti votano, e oligarchia, dove soltanto i ricchi comandano, è un conflitto indiscutibile, c'è proprio. Però poi tutti quanti parlavano di libertà. Ogni città voleva essere libera nel senso di non dover obbedire ad altre città o all'Impero Persiano, al Macedone. Ogni città voleva essere indipendente. Quindi quelli non sono valori democratici, sono valori condivisi in generale da da tutte le polis greche.
Alessia Amante: Io vorrei per noi colleghi il mito di Pericle. Sì, perché la prima ambasceria degli Spartani agli Ateniesi è una sorta di avvertimento. Gli Spartani dicono agli Ateniesi che hanno incontaminato in casa, che sarebbe Pericle. E perché questo riferimento? Pericle faceva parte degli Alcmeonidi, cioè la famiglia non soltanto più famosa di Atene, ma anche un po' maledetta, perché si era macchiata di una colpa nel VII secolo avanti Cristo. Gli Alcmeonidi avevano ucciso dei supplici nei templi della città, cioè Cilone e i suoi seguaci, che avevano tentato di imporre la tirannide. E questa macchia pesò sulla famiglia per tutti i secoli successivi. Tant'è vero che Pisistrato, il tiranno, poi di Atene, sposò inizialmente un Alcmeonide, ma poi, quando se ne separò per motivi politici, usò proprio la scusa che era un Alcmeonide. E questa cosa permane addirittura fino a Pericle. L'uso politico della storia. Appunto, i Greci non avevano niente da imparare da nessuno, e lo si è visto in quello che dicevamo prima su come costruiscono il mito delle Guerre Persiane. Però questa storia ci insegna anche qualcos'altro: ci insegna l'importanza della famiglia, della discendenza, del sangue per i Greci. Noi a volte, noi siamo una civiltà individualista fondamentalmente, la civiltà occidentale moderna è individualista. E questa civiltà da secoli è convinta che i Greci erano i nostri antenati, no? Ecco, in realtà i Greci erano molto diversi da noi. Erano diversi da noi perché erano poco individualisti e ogni individuo era membro di un clan e portava l'impronta di quel clan. E poi un altro motivo per cui i Greci erano diversi da noi è che da noi la religione è una faccenda che interviene da secoli molto poco nella politica, semmai un fatto privato. Per loro, invece, la religione è un fatto di enorme importanza. Cioè, loro vivono in un mondo in cui davvero ci sono gli dei continuamente che ti guardano, gli oracoli, presagi, miracoli, sogni. Loro vivono immersi in questo mondo e sono diversissimi da noi.
È un'altra di quelle curiosità. Le chiedo: come mai Atene perde nella Guerra del Peloponneso? Sparta vince. Come mai a miti della storia vince Atene? Atene rimane nei secoli, parte un po' negletta, diciamo. In realtà, poi Sparta gode di simpatia. E secondo me, quando i ragazzini giocano coi soldatini, secondo me, se fai combattere Spartani contro Ateniesi, molti ragazzi di stato. Gli anziani, c'è il culto della forza che rinasce. Atene nella storia, diamine, l'aveva già capito e rodato prima ancora che succedesse. Il Partenone. A Sparta non c'è neanche le tragedie. Cioè, Atene, effettivamente, ha costruito delle cose. Si può perdere una guerra importantissima, la guerra più importante di quel secolo, della fine di quel secolo, ma se tu hai costruito dei monumenti, nella cultura, parlo di monumenti, Partenone, ma anche delle opere letterarie, poi puoi avere una speranza di vincere tu. Beh, diciamo, nella memoria e nel ricordo, ovviamente. Quella Atene è scomparsa. Oggi Atene è una grande metropoli, la capitale della Grecia, ma ha poco in comune anche il popolo greco di oggi. Loro si offenderebbero a dirlo, ma non sono proprio tutti discendenti diretti dei Greci di allora. Però nella battaglia per la memoria vinci tu. Vinci tu.
Entriamo nel terzo e ultimo capitolo della nostra storia. Ad Atene entra in gioco un personaggio carismatico, Pericle, che abbiamo visto è morto di peste. Ed è Alcibiade, il nipote di Pericle. Sarà lui a proporre la spedizione in Sicilia, la cui disfatta si rivela un punto di non ritorno per le sorti del conflitto.
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420 avanti Cristo. Atene ha un nuovo stratego: Alcibiade, nipote di Pericle. Un uomo carismatico, campione delle Olimpiadi, maestro dell'oratoria, amato dagli uomini e dalle donne ateniesi. È il nobile rampollo di un'Atene orgogliosa ed espansionista, ricco e con importanti contatti internazionali. Sarà lui a riaprire le ostilità.
418 avanti Cristo. Alcibiade si allea con Argo, antica rivale di Sparta nel Peloponneso, ma viene sconfitto in uno scontro in campo aperto a Mantinea.
415 avanti Cristo. Alcibiade convince gli Ateniesi a finanziare una campagna militare in Sicilia, inserendosi nei contrasti tra Segesta e Siracusa. Dal Pireo parte una grande spedizione militare contro Siracusa, capitanata da tre comandanti, tra cui Alcibiade e Nicia. Alcibiade, però, viene presto richiamato in patria con l'accusa di aver partecipato alla mutilazione delle statuette di Hermes, un episodio di empietà avvenuto in città prima della partenza. Alcibiade evita il processo e si rifugia proprio a Sparta, dove ha amicizie importanti. Da lì inizia a giocare una strana partita nello scacchiere delle alleanze: istiga gli Spartani a inviare un contingente in soccorso ai Siracusani, rivelando il piano ateniese. Sparta invia il comandante Gilippo, che, arrivato a Siracusa, prende in mano la situazione.
413 avanti Cristo. La flotta ateniese viene distrutta nel porto di Siracusa. Gli Ateniesi vengono inseguiti e annientati durante la ritirata. I prigionieri saranno gettati a morire nelle cave di pietra siciliane, le latomie. Sempre su consiglio di Alcibiade, gli Spartani spingono alla rivolta le isole dell'Egeo, alleate di Atene. Si alleano con i Persiani e occupano la fortezza di Decelea in Attica. Inizia la fase finale della Guerra del Peloponneso, la fase di assedio.
411 avanti Cristo. Ad Atene, un colpo di stato oligarchico impone il governo filo-spartano dei 400. Il modello democratico subisce un duro colpo. Nel frattempo, Alcibiade, che per motivi mai chiariti è stato allontanato da Sparta, partecipa alla rivolta contro i 400, vince sugli Spartani e viene riaccolto ad Atene da trionfatore. Riparte poi per nuove campagne che conclude senza successo, uscendo del tutto dalla vita politica ateniese.
406 avanti Cristo. Gli Ateniesi ottengono una vittoria presso le isole Arginuse, ma i comandanti, al loro ritorno, vengono processati e condannati a morte per non aver soccorso i naufraghi. Il processo è lo specchio delle lacerazioni interne alla democrazia ateniese.
405 avanti Cristo. L'ultima flotta ateniese viene distrutta dallo spartano Lisandro a Egospotami sui Dardanelli. Atene, ormai priva di difese, dopo un lungo assedio, si arrende a Lisandro. Tra le dure condizioni imposte dai vincitori c'è l'abbattimento delle lunghe mura. Un nuovo colpo di stato oligarchico, appoggiato da Sparta, instaura il regime autoritario dei Trenta Tiranni. Sparta ha vinto. Dopo 27 anni di guerra totale, il mondo delle polis non recupererà più lo splendore del suo secolo d'oro.
Matteo Marroni: Ecco la differenza abissale fra l'Atene di Pericle e quella di Alcibiade. E Pericle, praticamente, può essere stato anche un corrotto, ma è incontrastato. È pressoché incontrastato. Non morisse di peste, Pericle sarebbe rimasto tutta la vita a guidare Atene. Alcibiade, invece, una serie di guai, gli danno tutte le colpe. È un comandante di valore. Lo accusano addirittura di aver fatto mutilare le Erme, le statue al dio Hermes, prima della partenza della spedizione in Sicilia. Poi lo accusano di aver voluto quella spedizione, che era una spedizione inutile. C'è una sorta di accanimento contro Alcibiade, che poi lo costringe a scappare a Sparta.
Sì, bisogna riconoscere ad Alcibiade una sublime capacità demagogica e la capacità di saper anche diffondere nella massa, nel demos, nel popolo, la voglia di affrontare una grande impresa, che in realtà, però, era già stata tentata da Atene nei decenni precedenti. Se pensiamo che una grande spedizione in Sicilia era stata compiuta già nella fase del decennio precedente dall'Acate, un generale che poi figurerà in un dialogo di Platone come interlocutore. Ancora prima, contatti con l'isola e con il variopinto e composito mondo dell'isola erano stati presi addirittura negli anni '50, negli stessi anni in cui Atene affrontava un'impresa simile in Egitto, che tra l'altro fallì e comportò lo spostamento del tesoro dall'isola di Delo alla stessa Acropoli di Atene. Mi ha convinto Alcibiade non è altro che un continuatore, forse probabilmente all'altezza di carica della politica precedente. Ma perché lo mettono continuamente in mezzo? Che cosa? Alcibiade che provoca questi eccessi della democrazia?
È il punto che la democrazia ateniese probabilmente vive nell'eccesso, perché, appunto, dicevo prima scherzando, era più democratica della nostra democrazia. Lo era in un senso proprio molto concreto e materiale. La democrazia ateniese vuol dire, sembra un'assemblea del '68. La democrazia ateniese, d'accordo, chi c'è c'è. Tutti lì, chi non è lì in quel momento non conta niente. Ma tutti quelli che sono lì, parlano, possono parlare, gridare, mettere i piedi e votare. Quelli che sanno parlare bene all'assemblea e tenerla in pugno, ottengono un voto favorevole, vanno al potere. Però immediatamente qualcuno comincia a dire: "Ma sai, quello lì, invece, in realtà...". Ecco, in più ci sono i nemici della democrazia che si lavorano il popolo, dicendo: "Avete letto quello lì? È matto! Potete vedere che fine faranno i vostri soldi". Ecco. E quindi è una democrazia instabile. Alcibiade, uno fra i tanti grandi leader ateniesi che sono finiti in esilio a un certo punto.
Vedo ciò che le faccio una domanda difficile, difficilissima: è la democrazia, questa democrazia, la colpevole del fallimento della spedizione in Sicilia? O ci sono altri casi? La spedizione in Sicilia è disastrosa sotto tutti i punti di vista, dal punto di vista militare, ma forse anche un po' dal punto di vista culturale, se proprio non vogliamo dire. Infatti, c'è un aneddoto, per sé molto interessante, che ci racconta Plutarco nella Vita di Nicia, e cioè ci dice che gli i Siracusani decisero di salvare la vita soltanto agli Ateniesi che conoscevano a memoria i versi delle tragedie, la più antimilitarista per antonomasia, di Euripide. Questo ci testimonia innanzitutto la diffusione di un prodotto attico in un ambiente dorico e peloponnesiaco, e poi quanto era importante il significato che portavano le tragedie greche. In quel caso, i Siracusani, con l'apporto dei degli Spartani, con i generali Gilippo, ebbero modo di vedere una diffusa ignoranza da parte degli Ateniesi. Sconfitta della spedizione in Sicilia è la vera sconfitta. Cioè, noi poi diciamo il 400, la dittatura dei Trenta Tiranni, ma nel 415 è finita la storia. Ma quelle, diciamo, è la catastrofe più impressionante. Però devo dire che fa anche impressione la capacità di Atene di riprendersi comunque. Questa è una città che è in grado di mandare un grande esercito e una grande flotta, un enorme numero di cittadini armati, una spesa colossale. Tutto questo svanisce, perdono tutto. Dopo di che, però, l'anno dopo Atene mette di nuovo in mare una flotta. Cario e rio clienti di nuovo. Cioè, è una città che doveva, non è appunto un caso bizzarro che quella città abbia prodotto questa memoria. Era una metropoli straordinaria.
Finiamo il discorso sulle tirannie e vado da Alessia Amante, perché ci racconti dell'ultima, la dittatura dei Trenta Tiranni. Poi non sapevamo dittatura dei Trenta Tiranni, ma insomma, qualcosa di voluto da Sparta per reggere le sorti di Atene, e Atene riesce a rovesciare anche questa dittatura.
Sì, infatti, più che Trenta Tiranni, si dovrebbe parlare di Trenta Costituenti, perché è vero proprio il compito di ricercare la "patria politeia", cioè la costituzione dei padri, e quindi avevano proprio il compito di riscrivere la costituzione ateniese, ritornando alle origini. E non è un caso che a restaurare la democrazia sia stato Trasibulo, che proprio aveva riflettuto sul tema della "patria politeia", aveva detto: "Attenzione, la costituzione dei padri è quella che avevamo fino all'altro ieri", quindi la democrazia. Quella di Crisi e Trasibulo, quindi, restaura la democrazia, una democrazia teoricamente moderata, con il "botto berne sica", che cioè "non dimentichiamoci del male, non recriminiamo". Quindi applica un po' questa politica dell'oblio, che potremmo paragonare quasi a quella di Augusto, quando diventa principe dopo le guerre civili e non si chiama, viene visto come la prima prova del patto dell'oblio. Dimentichiamoci gli scontri che abbiamo avuto, perché fra il 415 e il 404 furono infiniti, con cambiamenti, riposizioni, facciamo pace e procediamo.
Ma secondo lei, questa furono Trenta Tiranni o la tirannide come le intendiamo noi, aveva poco a che fare con questo ultimo episodio di comando in Atene?
Ha poco a che fare, perché il tiranno, per definizione, è uno solo. Trenta sono troppi. Sicuramente, però, non dimentichiamo che con i Trenta Tiranni c'è un bagno di sangue, questo sì. Cioè, loro continuano in una politica in cui il nemico sconfitto non è l'opposizione di sua maestà che ha il diritto di parola, ecco, è un nemico da annientare. E la democrazia fa la stessa cosa, naturalmente. L'altro interessante, prima si parlava dell'uso della storia, uso politico della storia. Qui ci sono quelli che dicono: "Torniamo alla buona costituzione di una volta", cioè facciamola finita con questa novità ignobile della democrazia. E gli altri che dicono: "Sì, torniamo alla costituzione di una volta", cioè la democrazia che l'abbiamo sempre avuta.
Il professore è formidabile, ma anche lei deve darci tre libri per approfondire il caso delle guerre del primo mese della contrapposizione Sparta dal termine.
Allora, per provare a vedere Sparta un po' al di fuori dei luoghi comuni, c'è un libro di Sergio Valzania che ha il curioso titolo di "Brodo Nero. Sparta pacifica, il suo esercito e le sue guerre". Il brodo nero, non credo fosse un piatto particolarmente apprezzabile, ma invece l'idea di Sparta pacifica, proprio perché militarista, è un paradosso che vale la pena di approfondire. Per Atene, suggerirei un libro di uno dei nostri più grandi storici, cioè Luciano Canfora, "Il mondo di Atene", che però, attenzione, non è, come può far pensare il titolo, un vasto affresco, ma è un'analisi proprio invece della politica ateniese in quegli ultimi anni della Guerra del Peloponneso, sospesa fra gli eccessi della democrazia e il rischio del colpo di stato. Dopodiché, secondo me, abbiamo parlato tanto di Tucidide. Tucidide è pubblicato nella BUR in edizione tascabile, costa quattro soldi, e io l'ho letto quando ero ragazzino, me lo ricordo ancora. Bisogna leggere Tucidide.
Grazie al professor Alessandro Barbero, grazie ai preparatissimi Rita Cioffi, Matteo Marroni, Alessia Amante.