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DOMENICO DE BERARDIS L'Alexitimia è un Disturbo di Personalità?

PSYCHIATRY ON LINE ITALIA - VIDEOCHANNEL1:14:53

Transcription

Vi parlerò della alessitimia, che molti di voi, bene o male, hanno già sentito nelle mie varie relazioni. E qualcuno mi dice sempre: "Ma, ma tu, Domenico De Berardis, sei quello della alessitimia?" E quindi tu studi le persone senza emozioni? E io dico: "No, io non studio le persone senza emozioni. Io studio le persone che hanno un deficit dell'elaborazione cognitiva affettiva delle emozioni." Perché studiare una persona senza emozione? Se mi portate una persona senza emozioni, sarei ben felice di studiarla, ma non credo che esista. Il robot può non avere emozioni, ma le persone ce le hanno tutte quante. Poi, il modo con cui noi le percepiamo e le viviamo, invece, stabilisce quello che poi, in realtà, le emozioni ci fanno fare o sono responsabili dei nostri comportamenti.

La prima cosa è, quindi, che la dirimere se la alessitimia, che io studio ormai da tantissimi anni, possa essere considerata o no un disturbo di personalità, oppure no. E se, in effetti, può avere una qualche utilità clinica nel trattamento dei pazienti o nella diagnosi dei nostri pazienti. E come ci dobbiamo regolare, se per caso ci viene in mente che la vogliamo usare nella nostra pratica clinica quotidiana, appunto, la valutazione della stessa.

Ora, questo signore che voi vedete qui, che è Peter Emanuel Sifneos, che è un greco, nato in Grecia, e che ha vissuto, insomma, sulla sua pelle anche diverse vicissitudini di vita, mai come l'altro maestro della res di Cristal, che vedremo tra breve, ma che ha avuto la fortuna di lavorare ai tempi con pazienti cosiddetti psicosomatici, in tempi in cui la psicosomatica non era neanche riconosciuta come disciplina. Erano pazienti ascrivibili a condizioni mediche non spiegabili. È stato colui che ha coniato il termine alessitimia, perché si è reso conto che, esaminando grosse casistiche di pazienti psicosomatici, quindi pazienti che presentano lamentele somatiche multiple senza una base medica, che potevano avere, quindi, sintomatologie gastrointestinali più o meno fastidiose, che potevano avere dolori cangianti nel nella nel nella situazione corporea e nel tempo, che potevano avere cefalee inspiegabili, cioè ogni genere di sintomo somatico che il medico, da un punto di vista organico, non riusciva a decifrare, venivano, insomma, tranquillamente lasciati da parte.

Questo signore cominciò a valutare e cominciò, in effetti, a vedere che, nella maggioranza, non in tutti, ma nella maggioranza, vi era una coartazione del mondo emotivo, che lui coniò col termine *alexithymos*, cioè alessitimia, cioè mancanza di possibilità di leggere o di identificare le emozioni. E questo termine *alexithymos* è rimasto ed è ormai il termine alessitimia, che noi tutti conosciamo bene.

Il costrutto alessitimico parte sostanzialmente da due basi principali. Cioè, quando noi parliamo di alessitimia, abbiamo due grosse basi: uno è la consapevolezza delle emozioni, e l'altro riguarda il pensiero, il pensiero operatorio, che è la *pensée opératoire*, descritto dagli autori francesi Marti e De Musan, tradotto come pensiero operatorio, che in realtà, poi, è uno stile di tipo cognitivo. È uno stile cognitivo che ha a che fare con il mondo e la modalità con cui persone alessitimiche si relazionano, ed è uno stile molto concreto, come vedremo.

Ma il cardine centrale del costrutto alessitimico è rappresentato dalla consapevolezza delle emozioni. La consapevolezza delle emozioni, sostanzialmente, che poi è stata riportata ed è diventata, poi, il cardine anche della misurazione dell'alessitimia attraverso le scale che misurano l'alessitimia stessa, consiste primariamente nella difficoltà a identificare e a descrivere le emozioni. Questi pazienti non è che non hanno emozioni. Queste soggetti, scusate, non necessariamente pazienti, queste persone, non è che non hanno emozioni. Hanno presente che sta succedendo qualcosa, magari in risposta a uno stimolo che può essere uno stimolo piacevole o, più spesso, spiacevole. Ma non sanno che cosa sta succedendo esattamente. Quindi, avvertono una sensazione somatica, quella che Damasio chiamava il marcatore somatico dell'emozione, ma non hanno un'elaborazione, poi, cognitiva centrale che gli consente di dire: "Sì, questa è paura. Sì, questa è rabbia. Sì, questa è gioia. Sì, questo è disgusto, o vergogna, o altro."

Quindi, di fondo, hanno una sensazione, potremmo definirla interocettiva, di quello che è l'emozione, ma non hanno una consapevolezza cognitiva, o non riescono ad avere una totale consapevolezza cognitiva, che quella sensazione interocettiva è ascrivibile a rabbia, paura, disgusto, vergogna, o tutto il resto.

Il punto è che, a un certo punto, i pazienti, queste, scusate, queste persone, hanno una difficoltà di distinguere tra le emozioni soggettive e le sensazioni somatiche di arousal. Cioè, se in un certo senso queste persone stanno in un in un luogo, come facciamo l'esempio, che io magari sono alessitimico, sto parlando con voi adesso, comincio, ovviamente, ad avere un certo grado di arousal perché devo fare una bella figura, devo dirvi cose interessanti, non vi devo annoiare, devo comunque essere all'altezza di questo bellissimo evento. Ma, in un certo senso, so che magari dentro di me ci sono la paura, perché se sbaglio e, ovviamente, sono anche ripreso dal dottor Bollorino e poi va a finire su tutta Italia e tutta Italia dirà che il dottor De Berardis dice cavolate, oppure c'ho anche un po' d'ansia, perché naturalmente la prestazione mi mette ansia.

Ma se io avverto semplicemente una sensazione somatica, ma non riesco a dare un nome a questa sensazione somatica e avverto solo questo stato di attivazione, c'è una serissima possibilità che io possa bloccarmi. Perché, naturalmente, le emozioni, come per esempio possono essere la paura, come possono essere l'ansia, ma come può essere anche la gioia, che è un'emozione primaria che io ho sto provando in questo momento a stare qui con voi, mi aiutano sicuramente a migliorare le performance e non a peggiorarle. Se io non ho una consapevolezza di questa di questa cosa, ovviamente, la mia performance non sarà buonissima. Quindi, spero che, poi, alla fine, non sarò etichettato come alessitimico.

Ovviamente, se io ho scarso accesso al mio mondo emotivo, il mio stile comunicativo sarà molto, molto povero di contenuti, comunque, emozionali. Quindi, sostanzialmente, gli autori francesi elaborarono il concetto del pensiero operatorio, ma in realtà si dovrebbe parlare di stile cognitivo orientato verso l'esterno.

Questi pazienti hanno una riduzione dei processi immaginativi, quello che vi ha detto prima molto bene il dottor Tomasetti sul default mode network, poi ci arriveremo. Cioè, nel default mode network, io in qualche modo, quando sto magari in reparto stanchissimo, che mi devo ancora magari fare altre due consulenze in pronto soccorso, su 5 minuti, comincio a immaginare magari di stare su un'isola deserta, di bermi una piña colada sul mare. Poi vengo riportato alla realtà dalla telefonata del pronto soccorso e mi dice: "Dottor De Berardis, sbrigati perché questo sta spaccando tutto." Ma in quel momento io sto avendo quello che è un po' il fenomeno del sognare a occhi aperti, il cosiddetto daydreaming. Cioè, comincio a entrare in un mondo fantastico che mi estrani dalla realtà. Non sono dissociato in quel momento, io sono presentissimo in realtà, perché appena poi arriva la telefonata, io mi muovo. Però, di fondo, riesco a immaginarmi un qualcosa di fantastico, di fantasioso, per cercare di alleviare una situazione di tensione e di stress, oppure una prestazione che mi sta per arrivare.

Ergo, la riduzione dei processi immaginativi fa sì che queste persone non possano provare queste sensazioni. Quindi, le fantasie, i cosiddetti sogni a occhi aperti, il cosiddetto immaginarsi magari qualcosa che ti rilassa prima di un evento che ti può stressare, in queste persone, purtroppo, è deficitario. Naturalmente, se è deficitaria anche il processo di immaginazione, quindi il processo di formazione di cose piacevoli che rimangono rappresentazioni mentali pure, naturalmente, il loro stile cognitivo sarà estremamente povero. Sarà molto concreto. Difficilmente riuscirete con una persona alessitimica a parlare di emozioni, o difficilmente riuscirete, per esempio, se io commento o parlo di un film con questa persona, a tirar fuori da questa persona quelle che sono le sue impressioni emotive sul film. Perché io posso dire: "Questo film mi ha provato intensa angoscia, mi ha provato, mi ha, oppure mi ha fatto veramente sorridere, mi sono sentito bene, ho provato gioia nel vedere questo film." La persona magari ad dirà: "Ma sì, forse sì. Io ho notato invece il chiaroscuro, il montaggio che era un po' più, la recitazione che mi sembrava monocorde, eccetera." Cioè, non coglierà l'aspetto emotivo di quello che magari tu, invece, non alessitimico, hai colto.

Il che non sarebbe neanche un problema, se non fosse che poi queste persone, avendo questo stile cognitivo molto concreto, naturalmente, per forza di cose, risultano abbastanza fredde e distaccate. Non lo sono in realtà, ma hanno proprio un deficit della comunicazione dei contenuti emotivi, perché non li sanno identificare e descrivere. Sostanzialmente, avendo questo deficit della comunicazione, quello che viene a ridursi in queste persone è l'empatia. Loro possono anche provare empatia verso le altre persone, ma è molto difficile che noi possiamo provare empatia nei loro confronti. E questo è alla base, soprattutto, del fatto che quando una persona alessitimica sta male, che sia di un disturbo medico e sia di un disturbo psichiatrico, molto probabilmente il terapeuta o il medico che era davanti, dopo un minuto, due minuti che gli sta parlando, ha un senso di noia, di non posso definirlo, non posso definirlo di appallamento, scusate il termine, ma tant'è. Cioè, dice: "Vabbè, questo è scocciante, mi presenta sempre sti sintomi, poi, cioè, io provo a riportarlo su qualche cosa, ma questo ridai sul sintomo gastrointestinale, mi parla di un'ora di come va il bagno, di come non va il bagno." Ovviamente, questa cosa genera nella persona anche l'idea che lui non viene compreso, perché già ce l'ha di suo. E quindi, automaticamente, questo, per esempio, un rapporto psicoterapico con queste persone, naturalmente, fa fallire molto spesso il rapporto psicoterapico. È difficilissimo creare un'alleanza terapeutica con una persona che non ritiene interessante. Tutti noi ci piace instaurare un'alleanza terapeutica, ci viene molto più semplice se, ovviamente, la persona che abbiamo davanti ci interessa, ci interessa la sua storia, ci interessa il modo con cui la racconta, ci interessa il suo mondo interno, il suo mondo fantastico. Pensate a un paziente che non ha queste caratteristiche di interesse. Ci vuole un grosso sforzo da parte del terapeuta per cercare di aiutarli.

Ovviamente, avendo tutta questa problematica, che in parte affettiva, in parte cognitiva, naturalmente, il punto grosso è che sono pazienti molto, quando son pazienti o persone, sono molto conformiste. Cioè, tendono a seguire la massa, tendono a seguire il branco, tendono a non prendere una decisione, o tendono a non spiccare all'interno, per esempio, di un gruppo, perché di fondo hanno questa scarsa capacità di mostrare empatia e di diventare leader. E lo vedremo anche da questo punto di vista in un ritratto di persona alessitimica che stiamo cercando di pubblicare e che probabilmente riusciremo a pubblicare a breve.

Però, se noi ci fermiamo a pensare che l'alessitimia sia solamente la difficoltà a identificare e descrivere le proprie emozioni, un'ideazione impoverita e uno stile di pensiero orientato all'esterno, in realtà commettiamo una sorta di errore riduzionistico del tratto alessitimico. Il punto è che, nella regolazione emotiva, noi dobbiamo pensare che diverse componenti sono malfunzionanti nelle persone alessitimiche. La prima componente è, ovviamente, la consapevolezza e la comprensione delle emozioni, e questo è assolutamente scontato. La seconda è l'accettazione delle emozioni, perché se io non sono consapevole e non sono non comprendo la mia emozione, non l'accetto.

Se io provo un intenso mal di stomaco perché, in realtà, è ascrivibile al fatto che il mio capo stamattina mi ha fatto una lavata di capo a mio giudizio immotivata, ma io non so che in quel momento sto provando rabbia, io comincerò a pensare di avere una gastrite, ma che in realtà questa gastrite non è ascrivibile a un fattore di stress ben preciso, cioè il mio capo mi ha fatto una lavata di capo, io non me la meritavo, quindi io provo rabbia e mi terrò il sintomo che poi si cronicizzerà ogni volta che io riproverò un'emozione simile.

Il punto è che, naturalmente, le emozioni negative sono importanti, perché io con l'emozione negativa, le emozioni primarie sono soprattutto negative, a parte la gioia, sono quasi tutte negative, ma non a caso, perché le emozioni primarie sono servite per l'evoluzione. Perché io, se provavo, io uomo preistorico, devo provare paura a ogni rumore, perché naturalmente ci può essere la belva che mi può attaccare, mi può uccidere. Naturalmente, la tristezza mi impedisce, a differenza della gioia estrema, della mania, di dover esagerare in determinati comportamenti eccessivamente rischiosi. Quindi, la tristezza mi fa anche da freno.

Quindi, tutte le emozioni primarie, che sono primariamente negative, tranne la gioia, che invece io provo perché, se io uomo preistorico, caccio una belva e riesco finalmente a procurarmi il pasto, provo gioia e quindi mi rinforza l'idea che devo continuare a cacciare. Se io non ho, però, purtroppo, la capacità di controllare le emozioni negative, la paura, per esempio, il disgusto, per esempio, la sorpresa, sia in senso positivo che negativo, non riesco, se neanche a mentalizzare queste emozioni e ad agire di conseguenza, è possibile che io, davanti a un'emozione, a una sensazione di paura, non riconoscendola, io non scappo, oppure faccio delle cose che sarebbero totalmente inutili o controproducenti per affrontare la minaccia.

Naturalmente, io non riesco a essere flessibile e adeguarmi al contesto. Molte delle dei nostri contesti sono emotivamente guidati. Cioè, se io so, mi piace qui stare con voi e quindi provo un'emozione primaria di gioia nel stare qui con voi, la mia il mio contesto e la mia flessibilità aumenta, per cui io mi diverto e magari le parole mi escono meglio, magari il discorso mi esce più compiuto, e magari riesco anche a farvi divertire con qualche mia battuta, eccetera, e mi diverto anch'io. Ma se io, in qualche modo, non provo assolutamente questa emozione, io comincerò a balbettare, comincerò a perdermi le mappe mentali di quello che io devo dirvi, e comincerò, ovviamente, ad avere una performance bassa. Un alessitimico difficilmente potrebbe diventare un grande oratore, anche perché, naturalmente, quando magari fa le prime relazioni, le persone si annoiano e scappano dalla sala.

Il punto centrale, però, è che normalmente tutti gli esseri umani, quando hanno un'emozione negativa, la prima cosa che succede è cercare di controbilanciare la con un'emozione positiva. Perché se io posso essere triste per un motivo, perché in qualche momento, perché stamattina, non lo so, faccio un esempio mio, io adesso sono triste perché so che alle 2:00 dovrò andarmene via perché devo prendere servizio al lavoro e non posso restare con voi, e quindi, però mi fa piacere, in un certo senso, sapere che però ci saranno gli amici che poi vedrò a pranzo, mi fa piacere sapere che io sono in ospedale ad aiutare le persone, quindi controbilanciano positiva che possa essere quella la gioia, che comunque vedo Alessandro, Carmine, Igor, Domenico e tutti voi. Quindi, questa cosa, in un certo senso, mi rilassa.

Il punto che nella alessitimia, che è un disturbo della regolazione affettiva, questa cosa non succede. L'emozione negativa, la sensazione negativa, non riconosciuta come tale come emozione, non viene controbilanciata da affetti positivi. Per cui, molto probabilmente, tenderò ad esprimere in modo, spesso passando all'atto, in modo manuale operativo, quello che io in questo momento sto provando. Provo rabbia, non mi rendo conto che è rabbia, vado e picchio Carmine Tomasetti, faccio un esempio, insomma, un esempio campato in aria. Però, di fondo, questi soggetti, non avendo la possibilità di controbilanciare affetti negativi fatti positivi con, scusate, affetti negativi con affetti positivi, passano all'atto più frequentemente. Perché io posso pensare in questo momento che il dottor Valera sta pensando che la mia reazione è noiosa, ma io conosco il dottor Valchera, so che a lui in realtà piace, e quindi, in realtà, la controbilanciatura. Endo, ma se io non non controbilanciare, un po' assorto, e magari perché comunque lui sta, sta preoccupato per l'organizzazione del congresso e per tutto il resto, io posso anche a un certo punto prendere Alessandro, dico: "Oh, ma perché mi stai guardando male? Secondo te dico cavolate?" Cioè, passo all'azione, divento impulsivo, e naturalmente il dottor Valchera potrebbe, anzi, prendersela, e naturalmente che fa? Si allontana da me. Ciclo interpersonale disfunzionale della persona alessitimica. È molto spesso questo il passaggio all'eccessiva impulsività, allontano, ovviamente, chi c'è intorno, e molto frequentemente la persona, infatti, è single e non riesce, oppure non riesce a trovare, per esempio, l'anima gemella.

Il punto è che, quando si parla di alessitimia, non si parla di una condizione che, però, necessariamente è primaria. Cioè, abbiamo l'alessitimia primaria, che possiamo definire quasi innata, o forse da esperienze precoci. Lo vedremo, come per esempio abusi infantili, oppure l'esperienza precoce più associata ad alessitimia è il neglect, cioè l'abbandono, che può essere un neglect di tipo soprattutto emotivo. Genitori scarsamente empatici, che non trasmettono al bambino l'empatia, sicuramente non genereranno un figlio empatico. Molto probabilmente, allora, le emozioni non ben riconosciute e non ben direzionate nel bambino, molto probabilmente genereranno un adulto alessitimico. Di fondo, però, l'alessitimia primaria è sicuramente una, ha una, sicuramente una base neurobiologica ed evolutiva. Per carità, nessuno lo dice.

Il punto è che molti dei casi che io osservo, paradossalmente, non sono primari, ma sono secondari. Cioè, sono delle reazioni, in un certo senso, a traumi o malattie molto gravi, molto più spesso a traumi che si possono osservare in molti soggetti con disturbo postraumatico da stress. Perché, sfortunatamente, abbiamo avuto il terremoto qui in Abruzzo, per alcuni, grazie a Dio, perché c'abbiamo il materiale di ricerca su questi pazienti. Io dico sempre: "Sfortunatamente, in tutti e due i casi." Però, molte persone, in realtà, che si presentano a me per una valutazione post-traumatica, hanno in realtà sviluppato un'alessitimia secondaria dovuto a questo trauma, perché hanno avuto questa forte componente emotiva improvvisa, seguita invece da un azzeramento della risposta emotiva. E questo è stato visto nei sopravvissuti all'Olocausto. Ne parleremo tra un po'.

L'alessitimia è estremamente prevalente nel disturbo postraumatico da stress, forse una secondaria, una delle più prevalenti del disturbo postraumatico da stress, nei traumi cranici, nelle lesioni gravi, nell'abuso fisico, sessuale. Io sono un po' estremista. Io penso che moltissime, in realtà, siano alessitimie secondarie. E alessitimia primaria, quindi neurobiologico, geneticamente predeterminate, non ci credo granché che esista. Io penso sempre che sia sempre così, che siano quasi tutte secondarie, che poi si sono cronicizzate in tratto vero e proprio di personalità. Quindi, ho rivelato la la finale la mia relazione. Potrei finirla qua. L'alessitimia è un tratto di personalità e non un disturbo.

Vabbè, questo signore che è morto nel 2015, e che gli è stato dedicato anche un obituary sull'American Journal of Psychiatry, è Harry Crystal. A dispetto del nome Harry, in realtà, è lui è un ebreo polacco che ha avuto una vita bruttissima, perché è l'autore di questo bellissimo libro che vi consiglio di riprendere, anche se non vi interessa l'alessitimia, perché parla degli affetti e del trauma. Questo signore è l'unico sopravvissuto alla sua famiglia durante il. Lui viveva in un paese polacco, un piccolo paese polacco, e fu deportato insieme a tutta la sua famiglia, da prima, mi sembra, Treblinka, dopodiché fu deportato ad Auschwitz. Ad Auschwitz se la scampò perché gli alleati stavano, l'esercito russo stava arrivando, e fu spostato a Sachsenhausen, che è un altro campo di concentramento, dove i nazisti portarono i prigionieri da Auschwitz, della famosa lunga marcia in mezzo alla neve, dove ne morirono tantissimi di prigionieri già defedati. E dopodiché, da lì, riuscì ad evadere da Sachsenhausen insieme a un amico e riparare fortunosamente nel bosco, stando in un bosco tanto tempo e coprendosi addirittura, trovando dei vestiti che erano stati abbandonati dalle SS in fuga. Dopodiché fu liberato, ovviamente, e si trasferì poi negli Stati Uniti, dove si è messo a fare un lavoro bellissimo, cioè ha studiato, ha intervistato più di 2000 scampati ai campi di concentramento per cercare di capire in qualche modo quale poteva essere la reazione traumatica e l'adattamento al trauma in una situazione che è più traumatica di quella, io non la potrei neanche immaginare. Forse il crollo delle Torri Gemelle. Cioè, pensate un po', stare chiusi in un campo di concentramento, in cui tu poi bene o male sapevi che fine facevi, cioè andavi a finire nel forno crematorio. E tutti quanti che si chiedevano: "Ma perché, visto che c'erano 100 SS, per esempio, a Sachsenhausen, e 30.000, 3000 ebrei, non si sono ribellati per fare una rivolta e per uccidere tutti e liberare il campo?" Lui, per tentare di capire che diavolo era successo, intervistò tantissime di queste persone e giunse, giunse a una conclusione che ha a che fare anche con le concettualizzazioni moderne, poi, del disturbo postraumatico da stress. Cioè, lui ipotizzava che l'esperienza chiave della traumatizzazione consistesse in un senso di resa, che però si provava di fronte all'elemento traumatico, però arrivava dopo uno stato di iperattivazione. Cioè, c'era a un certo punto, nelle persone che arrivavano nei campi di concentramento, c'è un racconto molto bello nel libro di questa persona scesa dal treno, che si rende conto che è arrivato nel famoso campo di concentramento di Auschwitz, perché poi, alla fin fine, le voci tra gli ebrei circolavano, quindi era falso che non nessuno ne sapesse nulla, e aveva sviluppato una sensazione di paura, tant'è che era stato, paura incredibile, era stato picchiato dalle SS, per cui la sua reazione che si era totalmente appiattito, faceva il suo lavoro, di era stato inserito nel Sonderkommando, faceva il suo lavoro di carico e scarico dei corpi senza provare alcuna emozione, ma manifestava intensissimi sintomi psicosomatici, per cui ricorreva spessissimo alle cure dell'infermeria, quelle che si potevano fare, senza alcun esito, perché in realtà quel sintomo somatico era semplicemente una alessitimia secondaria, ma dopo un intenso shock emotivo.

Naturalmente, il problema è che l'alessitimia, secondo lui, sarebbe la conseguenza e l'incapacità di discriminare le proprie sensazioni in uno stato di iperattivazione indotto dal trauma. In questa concettualizzazione, alcune forme del disturbo postraumatico da stress, specialmente quelle con l'emotional numbing, cioè con l'appiattimento emotivo, potrebbero essere intese come una specie di alessitimia di tipo secondario.

Ora, perché diavolo, come fa a svilupparsi e che effetti ha l'alessitimia? Cioè, se io sono alessitimico, perché ho una incapacità a identificare e descrivere le mie funzioni e uno stile cognitivo molto concreto, poco empatico, eccetera, che succede? Beh, noi abbiamo pubblicato un po' di tempo fa questo articolo, di cui si taglia il titolo, ma insomma, un pochino si vede, in cui abbiamo cercato di capire quali erano gli effetti dell'alessitimia e come l'alessitimia si auto-mantenesse e in che modo l'alessitimia potesse essere il fattore di rischio di tante malattie e disturbi psichiatrici. E quindi, sappiamo da una revisione della letteratura che essere alessitimici porta sostanzialmente a uno stato di stress cronico. Gli alessitimici hanno, per esempio, una cosiddetta low-grade inflammation, cioè un'infiammazione di basso grado molto più elevata rispetto ai soggetti non alessitimici. Quindi, hanno un tono infiammatorio molto più elevato, hanno un tono cortisolo, del cortisolo endogeno, molto più elevato. Questo porta, purtroppo, allo stress cronico, all'infiammazione cronica, quindi all'aumento della proteina C reattiva e delle citochine pro-infiammatorie, che non fanno bene al cervello e anche agli altri organi, senza che ci sia un'infiammazione vera e propria dovuta a un batterio, un virus, ma solo innescata da uno stato di stress cronico, il cosiddetto latent stress.

Naturalmente, che succede? Che lo stato di stress cronico, oltre a fare questo, fa anche una disregolazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, per cui aumenta il cortisolo. Il cortisolo che va a fare, va a aumentare ulteriormente la proteina C reattiva e le citochine, perpetuando lo stato di infiammazione cronica di fondo, auto-mantenendo questo stato di stress cronico. È ovvio che questo stato di stress cronico può peggiorare ulteriormente, perché ci può essere una gravità di sintomi maggiori, un aumentato rischio di suicidio, che ulteriormente vanno magari ad aggravare il costrutto alessitimico già presente. Quindi, di fondo, l'alessitimia non è una cosa solamente psicologica inventata da qualche buon tempone per passare il tempo, ma ha avuto poi dei riscontri biologici, non solo neurobiologici, ma anche fisici, quindi con possibilità di misurarlo. E noi l'abbiamo misurato tante volte. Stiamo cercando, infatti, di correlare nei nostri studi l'alessitimia a diversi biomarcatori. Noi abbiamo fatto studi sulla proteina C reattiva negli alessitimici, fatto studi sull'OMS negli alessitimici, li stiamo facendo sulle citochine negli alessitimici, stiamo provando sulla procalcitonina nei soggetti alessitimici, tutti quanti deponenti per un aumento dell'infiammazione, che non è infiammazione grave, è un'infiammazione sublatenza, latente, che però, naturalmente, spiega qualcosa.

Però, nel cervello di queste persone, che succede? Beh, succede molto frequentemente, e questo l'articolo era molto carino, perché si, loro lo chiamano agnosia affettiva, riprendendo la cosiddetta eredità di Freud, Freud's Legacy. Perché, in effetti, Freud aveva descritto l'agnosia, ma non in termini di agnosia affettiva, l'agnosia come la conosciamo noi. Poi l'aveva abbandonata. Questi autori, che poi è lei, insomma, autori di un livello importante, hanno cercato di fare, di concettualizzare un po' tutti i dati neurobiologici sull'alessitimia, per vedere quali aree cerebrali erano coinvolte nella processazione delle informazioni emotive e soprattutto quali aree erano deficitarie nei soggetti alessitimici.

Beh, diciamo che, di fondo, quando c'è un'informazione che proviene dal nostro corpo, il primo punto è che arriva, naturalmente, ai nuclei del tronco encefalico. Da lì, tutte queste informazioni passano attraverso il cancello, cioè l'insula anteriore. Questo è una specie di cancello che si preoccupa, in un certo senso, di indirizzare queste informazioni sullo stato del nostro corpo. Io, per esempio, in questo momento posso provare caldo, posso provare freddo, posso provare tensione, mi sudano le mani. Questo mi arriva qui, va all'insula. Poi l'insula che fa, la distribuisce in modo più elevato, per esempio, alla corteccia dorsale anteriore cingolata, che va alla alla corteccia prefrontale dorso-mediale, che va poi alla corteccia cingolata anteriore, eccetera.

Il problema in in queste persone è che tutta questa processazione che va dall'insula anteriore alla corteccia prefrontale ventromediale è una sorta di processazione di basso livello. Cioè, qui, in questa zona, questo circolo mi identifica solamente il marcatore somatico. Cioè, mi dice: "In questo momento tu c'hai una sensazione strana allo stomaco, in questo momento tu c'hai freddo, in questo momento tu c'hai caldo, in questo momento ti sudano le mani." Ma è qui che mi dice, in realtà, l'informazione che io ho freddo, caldo perché sono emozionato, che io magari mi sudano le mani perché sono ansioso, che io magari in questo momento sto provando paura. In quello che dicono, nel soggetto alessitimico, la comunicazione non va verso l'alto, va verso il basso. Quindi, sostanzialmente, dall'insula anteriore va alla corteccia prefrontale ventromediale, che rimanda l'informazione, ovviamente, giù. Per cui, sostanzialmente, tutta la parte di elaborazione di alto livello, quindi della working memory affettiva, della motivazione, la selezione dell'azione e il concetto emotivo, viene bypassato. Funzioniamo sostanzialmente a scartamento ridotto, con un circuito chiamato, che loro chiamano circuito corto, ma che in realtà è un circuito che sostanzialmente ci identifica solo il marcatore somatico dell'emozione, che Damasio aveva descritto perfettamente, ma non ci dice niente su che cosa significhi quella sensazione che mi viene dal mio corpo.

Quindi, questo è quello è il funzionamento, in soldoni. È un po' più complicato di come io ve l'ho resa, per cercare di renderla più semplice possibile, ma in sostanza funziona una piccola parte del cervello, che poi, guarda caso, è un cervello, possiamo quasi definire rettiliano, se vogliamo. Quindi, l'alessitimico è un po' un rettile, tra virgolette, detto in, detto in modo molto cattivo, però non è così.

Prego, come lo potremmo sovrapporre al meccanismo di funzionamento invece dell'ipocondriaco? È uguale? Cioè, di fondo, l'ipocondriaco, però, l'ipocondriaco, tu devi distinguere colui che ha l'ipocondria minor major da colui che c'ha le lamentele somatiche multiple. L'alessitimico, normalmente, c'ha le lamentele somatiche multiple. Cioè, non è proprio ipocondriaco. L'ipocondriaco, in realtà, un pochino di elaborazione ce l'ha, perché di fondo lui dice: "Ma io c'ho il mal di stomaco, c'ho il tumore allo stomaco, c'ho il cancro." E quindi, di fondo, che cosa faccio? La mia corteccia, la mia corteccia dorso-mediale prefrontale dorso-mediale mi fa pensare: "Oddio, ma qua io c'ho paura, qua io muoio." E allora, in realtà, poi, la la corteccia cingolata anteriore dorsale mi fa andare dal medico. Allora, io prendo una decisione, vado dal medico e gli dico: "Caro dottore, insomma, io c'ho il cancro quasi sicuramente, dammi qualcosa o fammi fare 10 gastroscopie, aprimi a me età come un bel maialino, così togliamo il cancro e tutto quanto." Non contento, naturalmente, perché naturalmente, poi, questo circuito non si esaurisce, l'ipocondriaco non contento, ricomincia tutto da capo dopo un po' di tempo che magari si sta tranquillo, dice: "Ah, per io vorrei fare anche la coloscopia, perché adesso questo sintomo potrebbe anche dipendere dal tumore al retto, tumore al colon, eccetera."

Nell'alessitimico, sostanzialmente, questo circolo si blocca qua. L'alessitimico non va a cercare aiuto. Quello è il punto. Cioè, se l'alessitimico sviluppa una malattia medica, se la tiene, arriva molto più tardi all'osservazione del medico. È quello è il guaio. Moltissimi soggetti, per esempio, che di che si ammalano di diabete, non se ne accorgono, non se lo misurano, magari qualcuno glielo dice, "Sai, io c'ho le urine che odorano di di zucchero", e quindi, tutto sommato, forse c'è qualcosa che non va. Magari gli sta vicino, "Forse è meglio, vai dal medico." Fatto. "Vabbè, ma ci vado, che mi vuoi dire? Mo capita così." Tant'è che spessissimo l'accesso delle persone alessitimiche ai ai medici è molto tardi, e soprattutto va sulle lamentele somatiche multiple, che sono il medico incontra il paziente col sintomo ben definito, si intrippa e comincia a dire: "Adesso vediamo, facciamo." Se quello ti dice: "Ma io c'ho un dolore qua, però sai, dottore, c'ho anche qua la pancia che mi fa orgoglio, poi vado spesso al bagno, sai, poi c'ho anche il fatto che c'ho, mi sento tutte le braccia pesanti, poi c'ho anche ogni tanto mi viene il mal di testa." Quello il dottore dice: "Vabbè, vabbè, vabbè, sì, ok, ok, va bene, sì, ma ti prescrivo che ne so, il Debrum, ti prescrivo due gocce di Valium, va, tieniti a casa, insomma, e cerca di non rompere le scatole." E in realtà sbagliando, perché magari poi gridare al lupo al lupo, qualche volta magari il lupo c'è. Per cui, di fondo, molte persone poi non vengono diagnosticate. Tant'è che le persone alessitimiche hanno un'aspettativa di vita inferiore rispetto alla popolazione generale. Gli ipocondriaci, anche per altri motivi, perché poi magari c'è quello che si fa 30 interventi, alla fine muore perché c'ha delle aderenze, insomma, e ci può stare, perché dopo 30 interventi. Però, di fondo, l'ipocondriaco non campa, campa molto di più dell'alessitimico, perché almeno al medico ci va, e qualche volta il medico non si rompe le scatole a sentirlo e gli fa fare qualche esame che poi, sfortunatamente per loro, trova qualcosa.

Questo questo signore è un caro collega, un caro amico, possiamo dirlo, che è Olivier Luminet, che è il professore di, credo, psicometria, mi pare, all'Università di Lovanio, in Belgio, con il quale ho avuto, insomma, l'onore di scrivere un capitolo di questo libro che è in uscita a fine mese per la Cambridge University Press, che, insomma, non è esattamente facile pubblicare. E ho avuto il piacere di poter scrivere insieme a questi due pazzi finlandesi che fanno degli studi su 10.000, 20.000 persone finlandesi, son strani, fanno ste robe, Kirson, Kampi e Amati. Abbiamo scritto un capitolo di questo libro sulle relazioni tra l'alessitimia e i disturbi depressivi, ansiosi e la personalità. Io mi sono occupato soprattutto delle relazioni tra l'alessitimia e suicidio, perché è uno dei miei campi di ricerca, e ho contribuito con loro a scrivere questo capitolo.

Naturalmente, il problema di se l'alessitimia sia configurabile come un disturbo di personalità o come un tratto di personalità è stato ampiamente sviscerato. L'alessitimia è un tratto di personalità, ve lo dico da subito, ve l'ho detto anche prima. Di fondo, è. Però, la cosa che mi viene, io sono alessitimico, cioè sostanzialmente ho tutta quell'incapacità di identificare e descrivere i sentimenti, o un'incapacità di comunicare empaticamente, o un pensiero concreto, tutto quello che volete, una ridotta capacità immaginativa, quello che volete. Ma se vi succede qualcosa, questa alessitimia può peggiorare o migliorare? E nel tempo, questa alessitimia, ma se ne va da sola, si riduce anche se io non faccio nessun trattamento, anche se non faccio nessun percorso psicoterapico? Purtroppo, no. L'alessitimia tende a essere un tratto stabile, correlato appunto alla regolazione emotiva, che tende sostanzialmente a rimanere, se non si fa nessun intervento, relativamente stabile. Cioè, grosso modo, non si scalfisce.

Ma se ho un evento traumatico o una malattia medica o un qualunque evento che comunque mi scombussola, in quel momento la mia alessitimia peggiora. Io sono ancora più alessitimico. Quindi, sostanzialmente, è un tratto di personalità relativamente stabile, ma può essere influenzata anche dallo stato in cui in quel momento io mi trovo. Per esempio, se io ho una una alessitimia moderata e sviluppo, che ne so, mi viene un infarto, in quel momento la mia alessitimia potrebbe diventare grave. Tant'è che molto spesso succede questo, e io magari, avendo un'alessitimia grave perché mi è venuto un infarto, non mi vado a curare, non mi curo, non vado dal medico, e in effetti gli alessitimici infartuati hanno una sopravvivenza minore rispetto agli infartuati non alessitimici. Quindi, purtroppo, è un tratto relativamente stabile, influenzato anche dalla condizione attuale.

Che può essere benissimo la depressione. Durante un episodio depressivo, l'alessitimia peggiora. Tant'è che io, quando faccio un lavoro cross-sectional, cioè esamino una casistica di pazienti senza avere un dato longitudinale, quindi a 6 mesi, e vedo, per esempio, l'alessitimia in un campione di pazienti depressi, devo per forza dire che io non sono sicuro che questo sia un tratto di personalità, ma che naturalmente, in quel campione, l'alessitimia possa essere peggiorato dal dato, possa essere peggiorata dal fatto che sono anche depressi. E quindi, dico che può essere sicuramente uno state-dependent phenomenon. Ma secondo altri studi, è comunque un tratto che poi persisterà nel tempo e migliorerà, ma rimarrà sempre allo stato, come dire, premorboso, quando la depressione sarà curata. E questo, naturalmente, è stato dimostrato da Luminet, da Baby e Taylor, in questo articolo ormai storico.

Chi studia l'alessitimia tanti anni fa, naturalmente, lo stesso vale anche per il panico, tale e quale. Cioè, vale per il panico, vale per l'ansia generalizzata, vale per qualunque altra malattia, vale anche per le malattie psicosomatiche. L'alessitimia rimane un tratto di personalità relativamente stabile. Il panico se ne va via, l'alessitimia si riduce un po', ma sostanzialmente rimane abbastanza invariata rispetto al livello di base. Quando c'hai il panico, naturalmente, l'alessitimia è più aumentata. Quindi, tu puoi curare il panico, di sicuro non intervieni, intervieni marginalmente o poco e niente sulla alessitimia. La stessa cosa è stata vista in uno studio molto, molto recente, in cui ti dice che se se tu sei alessitimico nel 2000, altamente probabile che tu lo sia altrettanto nel 2011. Ed è altrettanto probabile che se tu sei alessitimico nel 2000, questo è uno studio a 11 anni sulla popolazione generale finlandese, in cui questi pazzi hanno hanno visto 3083 soggetti unselected, cioè presi dei finlandesi. L'allegria dei finlandesi, l'allegria dei finlandesi è nota nel mondo. E a caso si imbriaca, non so se no, obiettivamente, come fanno. Naturalmente, loro hanno visto che non solo se tu sei alessitimico nel 2000, sei alessitimico anche nel 2011, ma in più, nel 2011, rischi anche di essere pure depresso e ansioso. Quindi, non non solo, oltre al danno, c'è anche la beffa.

Quindi, in un certo senso, possiamo dire che l'alessitimia predispone all'insorgenza, più o meno ritardata, più o meno tardi, a seconda degli eventi probabilmente traumatici che capitano, eventi di vita, di sintomatologia depressiva, ansiosa clinicamente evidente. E questo nella popolazione generale.

Io ringrazio Carmine perché mi ha fatto mi ha introdotto cose che sennò che avrei dovuto spiegare in modo molto complicato, e lui le ha spiegate con una chiarezza disarmante, e quindi lo ringrazio per aver fatto questo, perché in effetti l'alessitimia, poi, è stata messa in relazione con tante teorie della personalità, tra le quali anche il famoso Big Five, i grandi cinque, che sono costituiti, come ha detto Carmine, dal nevroticismo, l'estroversione, la gradevolezza, la coscienziosità e l'apertura dell'esperienza. Ora, è vero che, tutto sommato, gli alessitimici hanno un elevato nevroticismo, hanno una bassa estroversione, hanno una bassa gradevolezza, cioè si capisce chi è veramente che sono piacevoli, hanno una coscienziosità più o meno media, e hanno un'apertura all'esperienza normalmente molto bassa. Anche se prendono l'impulsività, soprattutto il tratto dell'apertura dell'esperienza, loro la vedono come l'impulsività, ma tutto sommato, questa dimensione, cioè Big Five, non correla granché con l'alessitimia, nel senso che sono due cose un po' differenti. L'alessitimia può influire su questa dimensione, queste dimensioni di personalità, però sostanzialmente non sono la stessa cosa. Cioè, i Big Five non sono la stessa cosa rispetto all'alessitimia. Però l'alessitimia correla tantissimo con la salute che non va per niente bene, purtroppo. L'alessitimia impatta negativamente la salute di qualunque persona, aumentando il rischio di somatizzazioni, aumentando il rischio di ansia, riducendo il funzionamento sociale, aumentando il rischio di sviluppo di antidepressivi, ma scusate, di depressione. Ma per quanto riguarda la relazione con i Big Five, possiamo dire che sono due costrutti differenti.

La stessa cosa, invece, non si può tanto dire della cosiddetta personalità tipo D. Moltissimi studiosi hanno pensato che in realtà l'alessitimia potesse configurarsi con quella che in realtà il Denoyer aveva chiamato la distressed personality, la personality type D, che voi sapete bene è quella che predispone molto frequentemente al rischio coronarico, alle malattie cardiovascolari. In effetti, anche se tutto, tutto sommato, l'alessitimia nelle sue tre componenti, questa è difficoltà a descrivere le emozioni, questa è la difficoltà a identificare le emozioni, e questo è il pensiero concreto orientato verso l'esterno, in effetti correla con le due grosse dimensioni della personalità di tipo D, che sono l'affettività negativa e l'inibizione sociale. Però, anche qui, la correlazione non è totale, quindi non si sovrappone alla personalità di tipo D, quindi non è parte della personalità di tipo D, può essere un tratto che si associa, però, alla personalità di tipo D, aggravandosi, specie in presenza di un tratto alessitimico.

Dunque, invece, con il modello di Cloninger, che anche qui ringrazio Carmine per averlo descritto in in profondità, noi sappiamo benissimo che normalmente il modello temperament and character, il temperamento e il carattere, come sono gli alessitimici, se noi usiamo il modello di Cloninger, quello che vedete sono le freccette più alte indicano una maggiore o una maggiore intensità, quelle più basse una minore intensità. Beh, di sicuro non sono persone che vanno alla ricerca di novità, tranne nell'impulso, impulsività. L'alessitimico di sicuro non è uno che va a lanciarsi col a fare parapendio, non è di sicuro uno che che fa skateboarding, di sicuro non è uno che magari prova le nuove sostanze psicoattive, a meno che non gliele danno e poi gli piacciono e magari le continua a fare. Però, l'alessitimico è estremamente impulsivo. Naturalmente, l'alessitimico evita il danno. Cioè, se io, per esempio, non ho una buona capacità relazionale, non so fare bene, perché non riesco a essere un buon oratore, io non ci vengo a relazionare, e naturalmente evito possibili figuracce. Quindi, l'evitamento del danno è molto elevato. Dipendono da una ricompensa? In parte sì, c'è una lieve dipendenza da ricompensa. Però, in effetti, cioè, sanno meglio gli alessitimici se tu gli dici: "Guarda, sei stato bravo a fare questa cosa", ma non hanno quella forte, magari gioia, che potrebbe avere qualcun altro che non ha alessitimico, proprio perché avvertono una sensazione piacevole, ma non sanno denominarla come gioia. Hanno una persistenza molto bassa, nel senso che non sono, non sono determinati, non sono ambiziosi, non sono industriosi, cioè tendono più che altro a fare il minimo indispensabile. Quindi, non arriveranno mai ad avere un un grosso livello, per esempio, socioeconomico. Naturalmente, accettazione di sé e responsabilità, attualità, direzionalità è bassa nei soggetti alessitimici, perché non accettano se stessi o non si pongono neanche la questione. La cooperazione, forte empatia, l'elevata, avere un elevato punteggio alla scala.

Della Cooperazione significa avere una forte empatia. L'ho detto prima, l'alessitimico è scarsamente empatico, per cui l'empatia è molto bassa. Un ingranaggio attivo. Beh, l'alessitimico di questa ce l'ha a terra sicuramente. L'alessitimico ritiene in qualche modo di non poter, di non far parte di questo sistema, oppure di essere il granello di sabbia all'interno proprio di tutto il resto. Quindi, di fondo, sono persone che soffrono poi profondamente nella loro incapacità, naturalmente.

Quindi, l'alessitimia è codificabile non come un disturbo, ma ovviamente come un tratto di personalità. Questo tratto di personalità lo dobbiamo pensare come una specie di edera infestante che può tranquillamente attaccarsi a qualunque pianta e farla fuori e ucciderla, perché di fondo l'edera infestante alla fine porta a morte tutte le altre piante. L'alessitimia è un po' questa cosa che infesta tutta quanta la psicopatologia e può scatenare o aggravare quella patologia con cui, purtroppo, si presenta in concomitanza.

Che cos'è una persona che, come, qual è l'identikit di una persona alessitimica? In modo molto, molto approssimativo, che vi dicevo prima, è una persona, soprattutto di sesso maschile. Studi di prevalenza dicono che è più prevalente nel sesso maschile. Spesso è una, una storia di abuso, di neglect, cioè quindi di abbandono. Ha un basso livello di educazione e automaticamente ha un basso livello anche socioeconomico e, per lo più, single. E ha pochi amici e interessi, naturalmente. Ha una scarsa immaginazione. Gli hobby che ha, quando li ha, perché spesso non ha praticamente hobby, sono hobby soprattutto manuali. Ha una peggiore salute fisica e psichica, non solo percepita, anche reale. Ha, naturalmente, somatizzazioni diffuse e questo è classicamente gastrointestinali, ma anche il dolore, specialmente molte sindromi dolorose croniche sono alessitimia in realtà. Sono trattabili non con i farmaci. Scarse empatie, poca voglia di mettersi in contatto con gli altri, che ovviamente genera negli altri la stessa risposta: scarsa empatia nei confronti della persona alessitimica e scarsa voglia di mettersi in contatto. Non ha, ha una scarsa aderenza alle terapie mediche, una poca soddisfazione per la vita. Ma soprattutto, queste tre cose mi preoccupano tanto, perché hanno l'idea che il loro futuro sia senza significato. Il pensare che il tuo futuro abbia senza, sia senza significato, è un item della hopelessness inventory che è fortemente associato all'ideazione suicidaria, al rischio di suicidio. Quindi, sono persone che possono commettere suicidio senza apparenti antecedenti psichiatrici, tant'è che infatti hanno la sensazione di non avere speranza, che è una sensazione latente che può peggiorare in modo gravissimo quando magari sviluppano un episodio depressivo vero e proprio. Naturalmente, il fatto di avere una bassa resilienza non li aiuta a migliorare da soli, a avere una buona autotrascendenza, per cui non riescono naturalmente a mettere in atto tutte le capacità di coping che una persona resiliente può avere.

Questi tre signori, che sono Taylor, Parker e Babi, sono i tre inventori della Toronto Alexithymia Scale, che è il mezzo forse più diffuso e più semplice per valutare pazienti con alessitimia. È una scala a 20 item. La vedremo tra breve, che restituisce tre sottoscale che identificano tre dimensioni dell'alessitimia, cioè l'incapacità di identificare le emozioni, l'incapacità a descrivere le emozioni e lo stile cognitivo orientato verso l'esterno, quel pensiero operatorio che vi avevo detto prima, quando vi ho parlato dell'alessitimia. Naturalmente, è una scala di autovalutazione da parte della persona stessa, quindi ha dei bias inerenti il fatto che è una scala di autovalutazione. Se vi ho detto che l'alessitimia può essere influenzata dallo stato, tipo una depressione, è ovvio che, essendo di autovalutazione, il paziente depresso alessitimico tenderà a peggiorare la visione stessa dell'alessitimia.

Se vogliamo fare una cosa più elegante, il gruppo di Caretti e di Schimmenti hanno validato l'intervista clinica strutturata per l'alessitimia, che è stata proposta dagli stessi tre autori che vi ho detto prima. Fanno parte dell'Università di Toronto. Loro, invece, credo siano siciliani e hanno, con un'intervista abbastanza semplice, che richiede un po' di training, ma che comunque si può fare con tranquillità, potuto rifare una, la stessa scala della TAS 20 sotto forma di intervista. Abbiamo sempre la difficoltà a identificare i sentimenti, la difficoltà a descriverli, il pensiero orientato verso l'esterno, ma hanno reintrodotto, secondo me, uno dei cardini dell'alessitimia in questa intervista semistrutturata, che sono i processi immaginativi, quel sognare ad occhi aperti, che ha a che fare molto probabilmente con lo stato di resting state, col default mode network.

È utile valutare l'alessitimia nella pratica clinica quotidiana? E perché mai? Ovvio, chi mi conosce sa di sì. Naturalmente, questo è, vedi Alberto Sordi ne "Il medico della mutua", valuta un gravissimo paziente alessitimico, che è Leopoldo Trieste, la cui moglie Procaci, Adriana Giffre, naturalmente non sa che fare con questo, che chiama ogni volta la guardia medica. E mi ricordo che Alberto Sordi, quando lo esamina, e lui che è bravissimo a dirgli tutti quanti i sintomi e le possibili cause, gli dice: "Ma come fa a sapere tutte queste notizie?". Allora la moglie gli dice: "Beh, lui legge l'enciclopedia medica ogni sera prima di andare a dormire". E Alberto Sordi fa: "Ah!". E la moglie: "Eh!". E poi c'è il famoso, la famosa battuta: "Copre", che lui dice a lei. E lui e lei che gli risponde: "Pensa a guarire". Questo è classico esempio del paziente, del soggetto alessitimico, perché poi alla fine Alberto Sordi dice: "No, vabbè, uno psicopatico, lo chiama con psicopatico, finché c'è la, c'è la mutua che l'aiuta, insomma, lui si può permettere di stare malato". Ma in realtà, l'alessitimia molto spesso è questa. Lui non c'ha assolutamente niente, non è neanche, alla fine, ipocondriaco, perché in realtà il medico l'ha chiamato, la moglie non l'ha chiamato manco lui. Però, di fondo, possiamo dire che se nella pratica clinica quotidiana noi possiamo tranquillamente valutare l'alessitimia con questo strumento, che se voi mettete TAS 20 su Google, il primo risultato è che vi esce fuori la scala dell'alessitimia, mi pare della LUMSA in PDF, che potete tranquillamente somministrare ai pazienti. Sono 20 item molto, molto semplici. Io c'ho anche il correttore in Excel, chi lo vuole glielo metto a disposizione, l'ho fatto io ed è una cavolata. Puoi mettere i dati in Excel, ti restituisce tutte e tre le scale ed è facile, perché tu puoi usarlo. La TAS 20 come strumento di screening viene definito alessitimico, soggetto maggiore o uguale a 61 al punteggio a TAS 20, che va da 20 sostanzialmente a 100. Quindi, i soggetti che hanno un valore a questa scala maggiore o uguale al 61 hanno un'alta probabilità di essere alessitimici. Se vogliamo fare una cosa più fine e stabilire se lo è veramente, sarebbe bene a un soggetto positivo alla TAS 20 fargli anche l'intervista strutturata, però ci vuole più tempo, naturalmente, anche se non così tanto tempo, un po' di pratica.

Ora, va valutata perché, come vi ho detto prima, l'alessitimia è un tratto relativamente stabile di personalità, ma è transgenerazionale. È l'edera infestante. L'edera non è che c'ha una preferenza per il pino o per il salice. L'edera, quando tu la metti, infesta tutto. E l'alessitimia è un po' l'edera infestante che infesta tutto. Quindi, lo potete trovare nei pazienti con diabete, nei pazienti con ictus, nei pazienti con infarto, con ipertensione, nei pazienti col panico, con la depressione, con l'ansia e persino nella schizofrenia, se l'andate a cercare, anche se lì ho i miei dubbi che poi la validità della scala che la misuri sia corretta nella schizofrenia. Guardate, per esempio, le donne che hanno, che sono andate incontro a un intervento di chirurgia per tumore al seno, comunque sostanzialmente, anche se la depressione misurata con la Hospital Anxiety Depression Scale e l'ansia si riducono una volta che loro, dopo 6 mesi all'intervento, l'alessitimia, bene o male, rimane quasi uguale. Quindi, sostanzialmente, i sintomi della malattia o della depressione reattiva al fatto che devi fare l'intervento si riducono, ma l'alessitimia rimane la stessa. È altamente probabile che qualcuna di queste persone sia fortemente alessitimica, per cui possa in futuro sviluppare ansia e depressione di nuovo, indipendentemente dall'evento stressante, tumore al seno, intervento.

Naturalmente, classicamente, questa è bella perché mi piace molto, perché c'è un collega di Chieti qui, sono due colleghi di Chieti, in realtà. Piero Corcelli stava prima a Castellana Grotte, in Puglia. Dalino Carrozzino è un collaboratore della professoressa Verrocchio, che sentirete domani mattina, che è un ragazzo veramente in gamba. Hanno fatto una revisione della letteratura. In effetti, moltissimi alessitimici, chi li vedono i gastroenterologi e gli epatologi, perché li vedono sostanzialmente con questi sintomi gastrointestinali. Molte sindromi del colon irritabile, moltissimi, morbo di Crohn, moltissime coliti ulcerose sono accompagnate da alessitimia, che forse è secondaria, o forse in alcuni casi può essere magari un tratto primario che avevano già.

Poi, perché l'alessitimia, purtroppo, è un fattore di rischio di insorgenza di sviluppi di disturbi psichiatrici? Io la misuro perché so che se io vedo un soggetto alessitimico che, tutto sommato, c'ha un panico controllabile, quello è un soggetto che, secondo me, lo devo tener d'occhio, perché oltre al panico, che probabilmente sarà resistente ai farmaci, forse si svilupperà anche una depressione. Questo è lo studio che abbiamo fatto tanti anni fa su alcuni studenti adolescenti in una scuola di Chieti e abbiamo scoperto una cosa interessante, cioè che gli studenti che erano positivi per l'alessitimia, dopo 6 mesi, non mi ricordo se, aspetta, alla fine dell'anno scolastico era, quindi era la fine dell'anno scolastico, non solo rimanevano alessitimici, ma cominciavano a sviluppare anche sintomi depressivi. Quindi, chi era alessitimico aveva una grossissima possibilità di sviluppare poi un qualche sintomo che poteva avere una rilevanza psicopatologica. Questo in adolescenti, quindi campione, tra virgolette, sano.

L'alessitimia, la componente cognitiva dell'alessitimia, cioè la difficoltà a identificare e a descrivere le emozioni, è considerata un fattore di rischio per l'insorgenza di psicosi. Qua non si parla di schizofrenia, si parla di psicosi che possono essere psicosi orientate poi in senso affettivo o psicosi orientate in senso schizofrenico o psicosi acute, probabilmente di altra natura, post-traumatiche. Ma la presenza, purtroppo, di alessitimia e soprattutto la difficoltà a identificare e descrivere i sentimenti è altamente associata a un elevato rischio di possibile sviluppo di psicosi, non solo nei soggetti così, ultra high risk, cioè coloro che hanno un elevatissimo rischio di sviluppare schizofrenia, ma anche addirittura nei fratelli, nei siblings, quindi nei, nei familiari diretti. Quindi, la presenza di questi tratti alessitimici è sempre un fattore che va tenuto conto anche in soggetti apparentemente sani, perché alla volta può sfociare in qualcos'altro.

Naturalmente, l'alessitimia può essere, naturalmente, un fattore di rischio per l'insorgenza di depressione maggiore. Può essere un fattore di rischio, essendo un tratto, per l'insorgenza di un disturbo di personalità, o meglio, per lo scatenamento comportamentale del disturbo di personalità, ma anche per l'insorgenza di dipendenza da alcol o di abuso di alcol. Purtroppo, l'alessitimia può sì indirizzare la persona verso la depressione maggiore, verso un disturbo di personalità, verso l'uso di alcol, oppure verso tutte e tre. E quindi, a maggior ragione, se io misuro l'alessitimia, mi posso rendere conto dell'eventuale comorbidità che questo paziente possa presentare già subito appena lo vedo davanti a me o in futuro, quando lo seguirò.

Naturalmente, la presenza dell'alessitimia aggrava il disturbo psichiatrico che si presenta contemporaneamente ad essa. Studio che abbiamo fatto tanto tempo fa, vabbè, 2008, non è tanto tempo fa, 10 anni fa, ma è passato tempo, sono invecchiato. Pazienti depressi sono molto più gravi. Alessitimici depressi sono molto più gravi rispetto ai depressi non alessitimici. E questo voi lo potete riscontrare nei depressi, nel panico, l'ansia generalizzata. L'abbiamo fatto addirittura sui pazienti con binge eating disorder, disturbo alimentare incontrollato. Ebbene, i pazienti alessitimici con BED sono più gravi, hanno una distorsione dell'immagine corporea molto più grave rispetto ai pazienti con disturbo alimentare incontrollato non alessitimici. Questa è duplicata.

Naturalmente, l'alessitimia può anche essere un fattore di rischio per malattie, per disturbi psichiatrici che sfuggono un po' all'attenzione di noi clinici. A me non è che mi capitano spessissimo pazienti con internet addiction. Cioè, mi capita il paziente bipolare con internet addiction, mi capita il paziente psicotico con internet addiction, mi capita il panico con l'internet addiction, così come il pathological gambling. Ebbene, la presenza di un tratto alessitimico in persone che hanno l'internet addiction pura, questo l'abbiamo fatto, diciamo che l'abbiamo fatto su un campione di convenienza, soggetti sani, però diciamo che l'internet addiction era molto correlata alla presenza di alessitimia. Cioè, più erano alessitimici, più perdevano il controllo del loro stare su internet. È stato poi dimostrato su pazienti con internet addiction pura e si è visto che il dato è praticamente identico.

Questo studio è stato citato un sacco di volte, quindi è piaciuto. Allora, diciamo, vabbè, ma se in qualche modo dobbiamo far qualcosa, ma adesso proviamo a dargli l'antidepressivo. Questi sono depressi alessitimici. Beh, li trattiamo con l'antidepressivo, che vediamo che succede. Può essere pure che magari, essendo l'alessitimia di stato, cioè aggravata dalla depressione, possa pure che alla fine scompaia. In effetti, non succede. Succede che se noi diamo un antidepressivo a pazienti depressi alessitimici, la depressione si riduce, ma non si riduce manco tanto, alla fin fine, eh. Però si allevia. Il tratto alessitimico rimane identico. Di fondo, sostanzialmente, l'alessitimia, la presenza di un tratto alessitimico, si associa spessissimo alla farmacoresistenza, oppure si associa a quelli che noi molto spesso chiamiamo sintomi residui della depressione. E guarda caso, sono quasi sempre sintomi dolorosi o sintomi gastrointestinali. Stranamente, è vero che molti sintomi residui della depressione ci stanno anche non negli alessitimici, ma se tu vai a fare, a noi lo stiamo facendo adesso, a pazienti con sintomi residui della depressione, la Toronto Alexithymia Scale, ti viene che una grossa percentuale, di fondo, sono positivi per l'alessitimia. E quindi questi sintomi, tra virgolette, residui, forse non ascrivono tanto alla depressione quanto al tratto alessitimico, e sono fondamentalmente intrattabili, perché se li terranno, i pazienti, se li dovranno tenere, perché non c'è una terapia farmacologica per l'alessitimia.

Naturalmente, purtroppo, può succedere che quando noi andiamo a fare la psicoterapia a pazienti alessitimici depressi, miglioriamo anche qui la depressione. Qui sono stati trattati, mi sembra, con una terapia interpersonale breve, se mi ricordo bene. Ma di fondo, qualunque terapia gli facciamo, tipo la terapia cognitivo-comportamentale pura o qualunque altro di tipo di terapia che sia un metodo abbastanza standard, non funziona con i soggetti alessitimici. Funzionerà sui sintomi depressivi, sicuramente, ma sull'alessitimia non li scalfisce. D'altra parte, che cosa succede? Uno dei fattori che non fa funzionare la psicoterapia dipende dallo psicoterapeuta. Lo psicoterapeuta spessissimo, quindi possiamo dire qualche volta, anche iatrogena, il non funzionamento della psicoterapia, perché tu, di fondo, se non hai una grande motivazione, se non hai una grande partecipazione, se non stimoli continuamente la persona alessitimica, di fondo, non... Ma dici: "Vabbè, questo mi ha proprio scocciato", che è la reazione comprensibile umana del 99,9% degli psicoterapeuti. Naturalmente, non è che non è la psicoterapia che non funziona, siamo noi, in qualche modo, che entriamo in ciclo interpersonale con questi pazienti e sostanzialmente diventiamo alessitimici pure noi per contagio e, di fondo, non ne vogliamo sapere di questa persona qua. Si è visto che molte terapie possono funzionare se lo psicoterapeuta è adeguatamente trainato ed adeguatamente supportato per cercare di lavorare con questi soggetti. Allora lì comincia a funzionare un po' di più, l'alessitimia si riduce, comunque non si azzera.

D'altra parte, questo è lo stesso studio. Qualche volta, invece, funziona la psicoterapia. L'unica psicoterapia che funziona bene è il trattamento basato sulla mentalizzazione, che è facile. Igor, giustamente, ma questo è normale che è facile, perché in realtà lo psicoterapeuta, in questo caso, stressa il paziente, stressa sul lato emotivo, perché chiede al paziente: "Ma che ti è successo? Ma questa cosa qui che provi, e una volta che provi, che ti è venuto in mente? Che cosa hai pensato? E dopo che hai pensato, che vuoi fare? E risposta a questa sensazione?". Stressando questo paziente, alla fine, e trainandolo magari sulle emozioni di base, quindi gli dici: "Guarda che questa è paura, guarda che questa è rabbia, guarda che questo è disgusto, guarda che questo è vergogna", perché noi funzioniamo per scopi. L'emozione serve, viene sostanzialmente a essere rappresentata per ottenere uno scopo. Nella terapia basata sulla mentalizzazione, questo è il fine ultimo. Questa è una terapia che, paradossalmente, invece funziona nella riduzione, nell'alleviare il tratto alessitimico. Anche la terapia dialettica, la terapia dialettico-comportamentale funziona, però è molto più difficile da applicarla, poi sicuramente si applicherà in campi ben più gravi, come il borderline, rispetto magari a persone borderline. Però esistono delle evidenze iniziali che anche la DBT può funzionare molto bene in questi soggetti.

Naturalmente, il soggetto alessitimico, io faccio, dico: "Questo è positivo". Cominci a pensare che questo possa sviluppare dipendenze. Altamente probabile che una persona alessitimica cerchi di sentire le emozioni tramite l'uso di sostanze, o cerchi di alleviare i sintomi fisici che prova tramite la cannabis. Infatti, questi sono adolescenti che sono stati testati, adolescenti alessitimici hanno un elevato consumo di cannabis e una più lunga persistenza dell'uso di cannabis e tendono ad incrementare le dosi stesse di cannabis nel corso del tempo. Questo è, naturalmente, valido, naturalmente, per tutte le altre dipendenze. Se qui c'è l'articolo di Giovanni Martinotti, pubblicato su "Noos", disponibile in italiano, che le racconta bene come, in realtà, l'alessitimia peggiori un po' tutto il resto.

La qualità della vita è altamente compromessa nei pazienti, nei soggetti alessitimici e nei pazienti con disturbo o malattia e che hanno anche l'alessitimia, perché? Perché questo, sempre studi fatti sulla popolazione generale, hanno una dieta che può essere, loro la chiamano Western Diet, cioè la dieta molto ricca di carboidrati, molto ricca di grassi, molto ricca, stranamente, di alimenti pro-infiammatori. L'alessitimia è come un virus che si auto-mantiene facendoti mangiare cose che, in realtà, mantengono lo stato di pro-infiammazione. Naturalmente, ti porta ad avere un'inattività fisica e, naturalmente, l'alessitimia è un fattore di rischio per l'insorgenza di obesità e di diabete tipo 1. E ovviamente, queste sono persone che, sicurano, non se ne fregano dell'obesità. Forse col diabete qualcosa iniziano a fare, ma spessissimo è tardi. E naturalmente, se sviluppano un evento cardiovascolare, tendono a morire molto di più rispetto a soggetti non alessitimici. Quindi, lo scenario può essere utile anche per darci un'informazione sulla salute fisica di queste persone.

Quando io vedo una persona positiva per l'alessitimia, mi domando sempre se ha mai avuto un'esperienza di maltrattamento, di abuso in età infantile. Il maltrattamento e l'abuso infantile li ritroviamo in moltissime persone con l'alessitimia, anche se la cosa che troviamo molto di più in assoluto è l'emotional neglect, cioè l'abbandono emotivo da parte dei genitori. Questo è uno studio fatto con la Childhood Trauma Questionnaire, che misura tutte le componenti dei traumi, anche emotivi, non solo sessuali e fisici, ma anche emotivi, e in effetti si correla tantissimo con l'alessitimia, che a sua volta si correla con un maggiore gravità del panico, unitamente alla dimensione trauma.

Ovvio che, venendo poi andando verso la fine, io ho studiato quasi sempre l'associazione tra alessitimia e rischio suicidario. L'abbiamo studiata nei soggetti sani, in campioni di convenienza, studenti universitari, ma la mia, il mio ambito preferito è studiarla in campioni clinici. L'abbiamo visto che, per esempio, i pazienti ossessivi alessitimici normalmente hanno un peggiore insight e quindi sono molto più difficili da curare, perché loro non hanno consapevolezza che quelle sono ossessioni e compulsioni. In più, oltre ad avere un peggiore insight, hanno una più elevata ideazione suicidaria. Questo gruppo qua, rispetto agli ossessivi non alessitimici, normalmente ha un migliore insight. Quindi, naturalmente, l'alessitimia, nel caso di disturbo ossessivo-compulsivo, può provocare non solo quindi la presenza di non consapevolezza di malattia, ma anche lo sviluppo di ideazione autolesiva. Poi che passi a un comportamento autolesivo, non è detto, però sicuramente i pazienti con disturbo ossessivo-compulsivo sono pazienti a rischio di suicidio, malgrado quello che si dice nel pensiero comune. Sono pazienti che possono tranquillamente suicidarsi. Una volta si pensava che era l'unica categoria di pazienti che non si suicidava mai. Non è vero.

La stessa cosa capita nel disturbo alimentare incontrollato. Pazienti con disturbo alimentare incontrollato alessitimici hanno un rischio di sviluppare un'ideazione suicidaria tre volte maggiore rispetto ai pazienti con disturbo alimentare incontrollato non alessitimici. Quindi, quando c'è la positività della TAS 20 in uno di questi pazienti, io naturalmente mi allarmo. Va bene che le indago sempre le ideazioni suicidarie in qualunque persona, pure se mi viene uno per un'unghia incarnita, ma a maggior ragione qui vado molto più a fondo.

La stessa cosa. Questo è un poster presentato alla giornata mondiale del suicidio. L'abbiamo vista nel disturbo post-traumatico da stress. Qui abbiamo presentato recentemente un lavoro che ancora dobbiamo scrivere, sostanzialmente, però abbiamo visto che la dimensione difficoltà a identificare i sentimenti e la dimensione difficoltà a descrivere i sentimenti, unitamente a una bassa autostima e a un temperamento di tipo depressivo, sono associati a una maggiore gravità dell'ideazione autolesiva. Ma i fattori più associati all'ideazione suicidaria sono questi due fattori dell'alessitimia: difficoltà a identificare e descrivere i sentimenti, che stranamente sono quelli che sono sempre più associati all'ideazione suicidaria in tutti i disturbi psichiatrici. L'abbiamo dimostrato anche per l'ansia generalizzata. Pazienti alessitimici con ansia generalizzata hanno un più elevato rischio di suicidio rispetto a pazienti con ansia generalizzata non alessitimici. Eppure si ritiene che pazienti con ansia generalizzata non si suicidano mai. È vero che, tutto sommato, non si suicidano, ma l'ideazione suicidaria qualche volta può essere sviluppata e portata anche al comportamento suicidario. Io, quando c'è qualcuno che mi dice: "Penso alla morte, penso che mi vorrei uccidere", faccio un po' l'estremista e li considero come a rischio di suicidio. In realtà, non è proprio così, perché l'ideazione suicidaria non necessariamente porta la persona a compiere l'atto, però è un fattore di rischio notevole perché lo faccia. E quindi, automaticamente, noi psichiatri, purtroppo, nel servizio pubblico, dobbiamo andare proprio fascista, in modo fascista, su queste cose, considerate a rischio di suicidio.

Questo è l'ultimo arrivato. Lo presento qui a voi perché non è stato neanche ancora pubblicato. È stato pubblicato nell'online first. L'abbiamo pubblicato adesso, mi è arrivato il proof di stampa l'altro ieri, sul su Clinical Psychopharmacology and Neurosciences, in cui abbiamo valutato l'alessitimia, l'ideazione suicidaria e stiamo cercando di vedere quali sono i marker che potremmo utilizzare in questi pazienti per avere una predittività associata magari all'ideazione autolesiva. E stiamo usando l'omocisteina. L'omocisteina è un, l'iperomocisteinemia è associata classicamente, per esempio, a fattori di rischio cardiovascolare, ed è tranquillamente trattabile, supplement vitamina B complex, B e acido folico e folina. Ma il punto è che abbiamo visto che in questi soggetti, la dimensione difficoltà a descrivere i sentimenti in soggetti depressi si associa a più elevati livelli di omocisteina, quindi, di fondo, a un più elevato stress ossidativo, possiamo dire, e infiammatorio, e tutte e due contribuiscono ad aumentare l'ideazione autolesiva. Questo era il lavoro. Ci sono il dottor Valchera che fa parte di questo. Ancora non te l'ho mandato perché mi è arrivato l'altro ieri ed è in press su Clinical Psychopharmacology and Neurosciences.

Finale: abbiamo revisionato la letteratura sull'alessitimia e il rischio di suicidio nei disturbi psichiatrici. L'abbiamo pubblicata nel numero di Frontiers in Psychiatry, che è stato curato da me, dal professor Di Giannantonio e dal professor Martinotti. E in effetti, abbiamo visto che è vero che, di per sé, la presenza di alessitimia può già favorire l'insorgenza di ideazione suicidaria. Ma la cosa più pericolosa è quando l'alessitimico sviluppa sintomi depressivi, nel qual caso, allora, l'ideazione suicidaria sale a mille e diventa estremamente, estremamente pericolosa.

Naturalmente, possiamo andare verso le conclusioni e take-home messages. Mi piacerebbe che voi tutti, insomma, in qualche modo, recuperaste o non abbiate fatto questo film interpretato da Jake Gyllenhaal, che si chiama "Lo sciacallo - Nightcrawler", che è un film straordinario, in cui c'è questo operatore televisivo abbastanza squattrinato che a un certo punto ha un'idea fantastica, cioè si inventa di andare con un, con un altro amico che l'aiuta, sulle scene del crimine prima che intervenga la polizia per filmare e vendere i filmati a delle reti televisive. Ovviamente ha successo quest'idea. Ma naturalmente, chiunque noi si presentasse in una scena del crimine e vede le persone ferite, io non penserei a filmarle e poi andarmene prima che arriva la polizia, penserei ad aiutarle. Questo, invece, assolutamente non gliene frega niente di aiutarle, ma non perché sia assolutamente empatico, è uno molto simpatico, in realtà, ma di fondo, perché lui dice che se il mio problema non fosse che non capisco la gente, ma che non mi piace la gente, dice a un certo punto, in realtà è tutti e due. Questo è un soggetto interpretato meravigliosamente da Gyllenhaal, fortemente alessitimico, che però ha un'idea fantastica, dalla quale poi naturalmente uscirà, ne uscirà naturalmente con le ossa rotte, ma che di fondo non si pone assolutamente nell'altra persona, perché uno dei difetti grossi dell'alessitimia che abbiamo riscontrato è che spesso la teoria della mente negli alessitimici è deficitaria, ma non perché non ce l'abbiano, perché il mancato accesso al mondo emotivo impedisce all'alessitimico di farsi un'idea del mondo emotivo altrui, che è esattamente la rappresentazione di questo personaggio in questo film. Lui ce l'ha l'accesso al mondo emotivo deficitario, non può farsi un'idea dell'altra persona che soffre da un punto di vista emotivo, la usa semplicemente per uno scopo concreto, che è quello di fare soldi.

Quindi, l'alessitimia, in conclusione, è tutto questo. Tutto questo che vedete qua è, in un certo senso, un po' il sunto di tutto quello che vi ho detto oggi. Sottolineo, però, soprattutto alcuni aspetti, cioè il fatto che è utile valutarla, il tratto alessitimico, è una pratica clinica quotidiana, perché noi avremo pazienti, soggetti alessitimici, che avranno una maggiore gravità sintomatologica e più alto rischio di comorbidità, non solo per disturbi psichiatrici, ma anche per malattie mediche. Naturalmente, il successo terapeutico in questi pazienti, medici o psichiatrici, è ridotto. Risponderanno meno bene a terapie antipertensive, meno bene a terapie antidiabetiche, ovviamente, a terapie psichiatriche. Possono sviluppare la dipendenza da sostanze, che purtroppo è un cancro che infesta tutto, insomma. E l'altra edera infestante, anche peggio dell'alessitimia, cioè ormai io non vedo più un paziente psichiatrico che non abbia almeno fatto un uso di cannabis. Anzi, quelli prima, 10 anni fa, ti dicevano: "No, io ho fatto uso di canne, però non lo dico a nessuno, dottore, perché sa mia mamma, se lo sa". Adesso mi è arrivato l'altro ieri un ragazzino, 19 anni, ho detto: "Ma tu fai uso di cannabis?". Ho detto: "Sì, certo, ma me la fumo insieme ai miei genitori a casa". Figurati, insomma. "Ma quando stai con gli amici?". "Eh, vabbè, dottore, ma là mi sfondo". "Ma la cannabis va bene?". "Chiamo pure i miei genitori che c'è roba buona". Ma di fondo è questo il punto, cioè, ora non è questo, non è un paziente, non è un soggetto alessitimico, ma l'alessitimico è che fa, si autocura alle volte con le sostanze. È molto semplice: non riesco a trovare una soluzione, mi faccio una cannetta, mi calo giù una pasticchetta, mi tiro un po' di cocaina che mi tira su, eccetera.

Naturalmente, se io vado a fare un intervento terapeutico in questi soggetti, devo individualizzare questo intervento terapeutico e comunque veramente farne uno mirato. Qui la medicina personalizzata. Ho visto Giampaolo Verna, il professor Perna, che naturalmente sulla psichiatria personalizzata sta facendo una grossa e giustissima pubblicità e informazione, perché queste sono persone che hanno bisogno di una terapia assolutamente personalizzata. È ovvio che queste persone, se io le screening e faccio uno screening, anche se non hanno alcun tipo di sintomatologia psichica, possono più essere più a rischio di sviluppare sintomi depressivi e possono avere un maggiore rischio suicidario.

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