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La coscienza di Zeno – Italo Svevo | Riassunto e analisi dei capitoli 📖

Diario di Charlotte43:13

Transcription

Buongiorno, buon pomeriggio e buonasera. Oggi leggiamo insieme e analizziamo La coscienza di Zeno. Prima, però, lasciatemi chiedere di supporto: iscrivetevi al canale e ricordatevi di seguirmi anche su Instagram. Mi trovate come @diario_di_charlotte.

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Libro alla mano, iniziamo questa analisi. Non preoccupatevi, il video sarà piuttosto lungo, però sotto vi lascio tutto il minutaggio con le varie parti, i vari capitoli e l'analisi. In questo modo potrete andare subito a trovare il capitolo che state leggendo in classe.

La coscienza di Zeno è stata scritta tra il 1919 e il 1920. Due tra Italo Svevo, se non avete visto le mie lezioni su Italo Svevo, ve la lascio qui sopra. Viene però pubblicata a Bologna nel 1923. Pensate che La coscienza è scritta ben venticinque anni dopo l'uscita di Senilità. Ma come mai Italo Svevo scrive La coscienza di Zeno ben venticinque anni dopo? Come si spiega questo silenzio letterario? Dobbiamo dire che dal punto di vista culturale, Trieste, perché Italo Svevo, il cui vero nome è Ettore Schmitz, era triestino, entra a far parte dell'Italia, perché prima fa parte dell'Impero austro-ungarico. In questo momento c'è una crisi economica e negli anni '20 in Italia lasceranno i famosi Fasci di Combattimento di Mussolini. Questo silenzio letterario, a parte per il contesto, è anche dovuto alla condizione di Svevo. Ricordatevi che Svevo non è un intellettuale professionista, però ama scrivere. In questo periodo, peraltro, abbandona il lavoro in banca per lavorare nella ditta del suocero. Sicuramente Svevo è anche un po' scoraggiato, perché, come ben saprete, Una vita e Senilità non è che siano stati proprio un successo, anzi, non sono state apprezzate dalla critica e questo chiaramente porta un po' Svevo ad una crisi. Nelle Pagine sparse, infatti, troviamo una dichiarazione di Svevo stesso: "Ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura". In realtà, nulla ha eliminato dalla sua vita, possiamo dire che l'ha accantonata provvisoriamente, però non riesce a rinunciarvi del tutto. La scrittura, infatti, per Svevo è l'unico orizzonte conoscitivo possibile di fronte alla crisi dell'umanità. Doveva scrivere l'amico Montale in merito a La coscienza, che è tutt'altra cosa rispetto ai suoi romanzi precedenti. "Ma pensi", dice Montale, "che è un'autobiografia e non la mia. Simili tre anni a scriverlo nei ritagli di tempo e precedenti, così quando ero lasciato solo cercavo di convincermi ad essere io stesso Zeno. Camminavo come lui, come lui fumavo e cacciavo nel mio passato tutte le sue avventure che possono somigliare alle mie". Due cui emerge il tema del fumo, che ritroveremo nel romanzo.

Iniziamo dal titolo. Il titolo è La coscienza di Zeno. Che cos'è la coscienza? Innanzitutto, la coscienza ha due significati: da una parte, coscienza è consapevolezza del nostro agire; d'altra parte, coscienza è anche la cattiva coscienza di Zeno, quindi del protagonista, che tende ad auto giustificare tutte le sue azioni. Vedete qui l'iceberg che va a rappresentare l'idea psicoanalitica freudiana. Il secondo Freud, noi abbiamo l'Es, che è una parte completamente pulsionale, un Io, una sorta di coscienza, e il Super-io, che è il moralizzatore morale, che diciamo limita e ferma, blocca le nostre pulsioni, no? È ciò che è influenzato prevalentemente dall'educazione, dall'infanzia, dalla famiglia. Zeno, dunque, è il protagonista de La coscienza, ma poi il 90% allude anche a Zeno, che significa straniero, no? La xenofobia è la paura dello straniero. In questo caso, dunque, Zeno viene da "xeno". Di fatto, lui è uno straniero perché diverso rispetto agli altri, ma anche perché è estraneo alla vita. Potremmo dire che La coscienza è un memoriale. Infatti, Svevo abbandona le tendenze naturalistiche del naturalismo, ne abbiamo parlato in una video lezione che vi lascio qui, in confronto con il Verismo. La coscienza è dunque un memoriale autobiografico che Zeno scrive su invito del suo psicanalista, il dottor S. No, non il signor Lassini. Otto capitoli contraddistinguono questo libro: abbiamo una prefazione, un preambolo, il capitolo sul fumo, la morte di mio padre, la storia del mio matrimonio, la moglie e l'amante, storie di un'associazione commerciale e psicoanalisi. Questi capitoli sono anche delle macro tematiche dal punto di vista della narrazione. La coscienza di Zeno presenta una struttura spezzata. Il tempo è visto, infatti, come vi dicevo, la ricostruzione del passato di Zeno si incentra proprio sui temi fondamentali dei capitoli.

Iniziamo quindi con la prefazione. La prefazione è scritta dal dottor S, che è lo psicanalista di Zeno. "Zeno, non so il perché di questo brutto nome, ma piaceva tanto a mio padre." Ah, sì, ne riparleremo. Ha indotto Zeno a scrivere un'autobiografia per facilitare la sua terapia. Zeno, però, ha abbandonato le cure improvvisamente. È dunque il medico, deontologicamente scorretto, decide di rivelare le sue memorie. "In memoria di Zeno, io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere, perché Zeno parla bene del dottor S, anzi fa notare la sua incompetenza. Chi psicoanalisi si intende, so dove piazzare l'antipatia che il paziente mi dedica. Finisce però l'antipatia che il paziente mi dedica è una sorta di contro-transfer, non un transfer negativo di psicoanalisi. Non parlerò perché qui, in Croce, ne parla già a sufficienza. Il bisogno di psicanalisi, non vi parlerò perché in questo libro, so, se ne parla troppo. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia. Gli studiosi di psicoanalisi arricceranno il naso a tanta novità." Eh sì, perché questo tema dell'autobiografia è un tema che poi vedremo alla fine di questo video. In realtà, fa parte di altri studi psicoanalitici, ma non di quello freudiano. "Ma egli era un vecchio di operai, che in tali rievocazioni il suo passato si rinverdisse, quindi tornasse verde, tornasse vivo. Che l'autobiografia fosse un buon preludio alla psicoanalisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona, perché mi ha dato dei risultati non sperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul più bello non si fosse sottratto alla cura. Truffa nomi del frutto della mia lunga, paziente analisi di queste memorie."

Vediamo qui in Italia generi diversi: la novella, la narrazione, il racconto breve, che ha origine con Le mille e una notte e che diventa poi noto nel Medioevo con gli Esemplari, i fabliaux e il Decameron di Boccaccio, il Novellino. Soprattutto l'autobiografia, che possiamo definire un racconto retrospettivo in prosa che un individuo fa della sua esistenza, no? Quindi è "auto", cioè "se stesso", e una "memoria", cioè la memoria intesa come quella capacità di ricordare. Ma chi è questo dottor S? Perché se effettivamente è un iniziale, ma il nome non lo conosciamo. Ci sono varie ipotesi: potrebbe essere Sigmund Freud, anche lui un austriaco viennese, diciamo che questa ipotesi è stata lungamente poi accantonata. Potrebbe essere l'autore stesso, quindi Svevo. Potrebbe essere Edoardo Weiss, colui che ha introdotto la psicoanalisi in Italia, però Svevo smentisce questa ipotesi. Di fatto, noi ancora un po' siamo nel mistero per quanto riguarda questo signor S.

Dottor S, qual è la diagnosi di Zeno? Zeno soffre, secondo il dottor S, di un complesso edipico. Edipo, colui che uccise suo padre e che amò sua madre, no? Il complesso edipico, però, al femminile si chiama il complesso di Elettra. In psicologia, "Io nato da chi non dover più congiunto con chi non dovevo. Gli uccisori non dovevo". E secondo il dottor S, la sua libido non è espressa e per colpa dei divieti morali della società è inibito e per questo è portato al fallimento, tipico degli inetti. Perché Zeno Cosini è un inetto?

Vediamo ora al preambolo. Zeno Cosini nasce a Trieste nel 1857 e mentre si trova nello studio del dottor S, cerca di ricordare la sua memoria, la sua infanzia. "Subito vedo un bambino in fasce. Ma perché dovrei essere io quello? Non mi somiglia affatto. Chiaro, se invece quello nato poche settimane fa or sono e che ci fu fatto vedere quale un miracolo, perché arrivano intanto piccole e gli occhi tanto grandi. Povero bambino, altro che ricordare la mia infanzia." John, il preambolo, vediamo che la situazione non è delle migliori, no, dal punto di vista della fiducia, del transfer tra paziente e medico. Zeno dice, però, di servirsi della scrittura come terapia, ma ha già qualche dubbio. Panno, inizia il suo percorso di psicoanalisi.

Leggiamo ora e analizziamo il capitolo "Il fumo", che è un capitolo fondamentale per capire un po' i problemi di Zeno. Zeno ripercorre il suo passato, giusto? Ebbene, lo fa a partire dalla sua propensione al fumo. "Fumavo nascosto in tutti i luoghi possibili: le cantine, giardini, soffitti, gabinetto da virtù. Per comprare le sigarette, andò a finire che rubai." Molto bene. In realtà, la propensione al fumo nasconde un altro vizio, quello vero, cioè l'incapacità di tenere fede ai suoi propositi. E ora vedremo perché. Vi do, però, un indizio: "l'ultima sigaretta", che non ha mai "l'ultima". Questo è l'ultimo "se". Come lunedì inizio la dieta, ma non inizia mai, perché lunedì c'è sempre quello della settimana dopo. Le prime sigarette che ormai non esistono più in commercio, intorno al '70, se ne avevano in Austria, di quelle che venivano vendute a scatolina di cartone, unite del marchio dell'aquila bicipite. Ecco, attorno a una di quelle scatole sarà il gruppo. Non subito, varie persone con qualche loro tratto sufficiente per suggerirne il nome, non bastevole, però, a commuovermi per l'impensato incontro." Quindi lui già associa alla sigaretta un valore affettivo. Le sigarette gli ricordano delle persone del suo passato: suo padre e suo fratello. Un amico-nemico, in particolare, è Giuseppe, che era anche amico di suo fratello e che, secondo Zeno, offriva più sigarette al fratello anziché a lui. Così Zeno decide allora di procurarsene, rubando dalle panciotto di suo padre. Quindi, meno dal panciotto, prendi dieci soldi per la preziosa scatoletta. Un giorno, però, il padre lo sorprende con questo panciotto e Zeno gli risponde che gli è venuta la curiosità di contare i bottoni. Al che smette di rubare, cioè ormai ancora, ma senza saperlo. Mio padre lasciava per la casa dei sigari fumati e mezzo, in bilico su tavoli, armadi. Io credevo fosse il suo modo di gettarli via e credevo anche, istintivamente, che la nostra vecchia fantesca, Catina, li buttasse via. Andavo a fumarli di nascosto. Il padre, però, si accorge che non è Zeno che fuma, perché mancano i suoi sigari fumati e mezzo. Quindi dice: "Sono quasi sicuro alla moglie di aver lasciato mezz'ora fa su quell'armadio un mezzo sigaro e ora non lo trovo più. Sto peggio del solito." Zeno, quindi, associa anche al vizio del fumo la proibizione, non è stimolato proprio dalla proibizione del padre. A partire da questo ricordo, si produce poi una catena associativa, dove Zeno recupera episodi del passato. "Allora, io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore, e lo stato in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò, fu peggio. E lo seppi a vent'anni circa, perché Zeno, avendo vent'anni circa, si ammala e deve astenersi dal fumo. Però niente da fare. Quando il dottore mi lasciò, mio padre, con tanto di sigaro in bocca, verso ancora per qualche tempo a farmi compagnia. Andando, se mi disse: 'Non fumare'. 'Ve nichols', un'inquietudine enorme. Pensai: 'Già che mi fa male, non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l'ultima volta'. E qui inizia il suo vizio più grande: il buon proposito che non si realizza mai. Finisco tutta la sigaretta con l'accuratezza con cui si compie un voto, però poi ne fumai anche altre durante la mattinata. Quella malattia mi procurò il secondo dei miei disturbi, lo sforzo di liberarmi dal primo. Le mie giornate finirono con l'essere piene di sigarette e di propositi di non fumare più." Quante volte anche a noi succede di mirare: "Non lo farò più, questa è l'ultima volta", e poi tac. Uguale Zeno. Le sue giornate, quindi, sono piene, no, di queste sigarette e del buon proposito. Si trova anche sul vocabolario una data: 2 febbraio 1886, perché si era ripromesso di smettere di fumare, però niente da fare. In realtà, addirittura in camera sua, a una parete piena di scritte delle date delle ultime sigarette, che non sono mai le ultime. In quell'occasione, Zeno, mentre studiava diritto canonico, si era avvicinato alle scienze, quindi la sigaretta rappresentava un po' il suo desiderio di attività. Poi, però, lui torna a studiare legge per sfuggire alle catene del carbonio e anche lì registra la data dell'ultima sigaretta. Zeno, quindi, dubita, si chiede: "Ma forse amo tanto la sigaretta per riversare su di lei il senso di colpa dovuto alla mia incapacità attiva?" Cosa che anche questa facciamo in continuazione. "Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quando è l'ultima. Anche le altre hanno un gusto speciale, ma meno intenso. L'ultima, questo è il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute." Segnatevi bene queste parole: salute, perché è molto importante in tutta La coscienza.

La morte di mio padre. 15 aprile 1894. "E mezzo muore mio padre." Un punto F che non è Stati Uniti d'America, ma è "ultima sigaretta". La madre di Zeno muore quando lui è adolescente e da quel momento lui si ripromette di avere una vita ferma, dedita al lavoro, ma la morte di suo padre è una catastrofe. Il paradiso non esiste più per Zeno e lui, a 30 anni, si sente un uomo finito. Quando morì suo padre, lui piange non solo per ma anche per lui, perché anche lui si sente morto con il padre. Qui il padre morto non c'era più, dove collocare il proposito? Il padre di Zeno lo chiamava "ragazzino vecchio". Silva manda denari, lo studiava all'università in modo un po' inconcludente. È un commerciante, però i suoi affari erano diretti dagli Olivi. E fumava giorno e notte. Il suo era un atteggiamento tipico del pater familias, con molte certezze incrollabili e una forte morale. Circa un anno prima di morire, il padre lascia un testamento dove dice che Zeno dovrà sottostare all'amministrazione degli Olivi. Zeno non è molto contento di questa decisione, però la tollera. Quando le condizioni del padre, però, si aggravano, Zeno inizia a capire che le cose si stanno facendo gravi. Una sera, il padre lo aspetta per cena e gli dice: "Io sono molte cose e purtroppo non so insegnartele tutte come vorrei". Da quella sera succede il patatrac. Durante la notte, infatti, il padre di Zeno si sente male e chiamano il dottor Profi, che applica al padre le sanguisughe. Le sanguisughe sono le sanguisughe, anticamente si pensava che cambiando il sangue con le sanguisughe si potessero curare i malati. Per alcuni giorni, il padre continua a soffrire, vegliato dall'infermiere Carlo. Il dottore, però, raccomanda: "Mi raccomando, fallo stare a riposo". "Ero deciso, avrei costretto mio padre di restare almeno per mezz'ora nel riposo voluto dal medico. Non era questo il mio dovere. Subito mio padre tentò di ribaltarsi verso la sponda del letto per sottrarsi alla mia pressione. Elevarsi con mano vigorosa, poggiata sulla sua spalla, gli impedì, mentre a voce alta e imperiosa gli comandava di non muoversi. Per un breve istante, terrorizzato, gli obiettò, poi esclamò: 'Muoi!' e si rizzò. Zeno, mi spaventa a mia volta, subito spaventato dal suo grido, rallenta la pressione della mano. Con un ultimo sforzo supremo, arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano, alto, alto, come se avesse saputo che egli non poteva comunicarle altra forza che quella del suo peso, e la lasciò cadere sulla mia guancia, poi scivolò sul letto e di là sul pavimento. Morto." Fu un ulteriore grave colpo per me. Quando sentì che Carlo, l'infermiere, in cucina, di sera, raccontava a Maria: "Il padre, al salto, alto la mano e con l'ultimo suo atto picchiò il figliolo". Egli lo sapeva e perciò Profi l'avrebbe saputo. Mi vedete quanto il rapporto con il padre è fondamentale nello sviluppo della storia di Zeno e anche di tutti gli inetti di Svevo.

Zeno si sposa. Si sposa e la storia del suo matrimonio è molto particolare. "Potrei dire: la mia vita non sapeva fornire che una nota sola, senza alcuna variazione. Quindi vita monotona. Può perciò essere che l'idea di sposarmi mi sia venuta per la stanchezza di emettere sentire quell'unica nota e mi annoio nella mia vita. La mia vita è un po' monotona, può essere che forse io mi debba sposare, così per cambiare." Al terzo step, la borsa di Trieste. Zeno incontra Giovanni Malfanti, un ricco commerciante. Per diversi mesi meno frequenta le sue figlie e anche la moglie. Chiaramente, Ada, Augusta, Alberta e la piccola Anna. Peraltro, nota Zeno, o che i nomi delle figlie iniziano tutte con la A, mentre lui si chiama Zeno, quindi la solidità della Z, quindi la lettera prima dell'alfabeto. E l'ultima di queste sorelle, diciamo che lui si innamora subito di Ada, che è bellissima.

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Mentre, però, Augusta è interessata a lui, la piccola Anna, che ha appena 7-8 anni, ride pazzo. Questo, però, lui dice: "Io non sono un pazzo, sono un pazzo buono". Zeno insiste, quindi, con Ada. "Allora, la più gradevole, più attraente, però lei non lo vuole. Fa di tutto per allontanarlo, addirittura convince la famiglia a dire di venire meno trovarle, perché andava tutti i giorni, quindi diciamo che era piuttosto seccante come corteggiamento. Nel frattempo, lei riesce a frequentare Guido Speyer, che è un ricco e giovane imprenditore di bell'aspetto. Una sera, comunque, lui non demorde e si dichiara ad Ada. Da allora avvenne una cosa di minima importanza, ma che fu decisiva. Durante un incontro, la piccola Anna cade e si ferisce. Lui rimane solo con Ada e lì ne approfitta. Io l'amo, posso dirlo, a suo padre. Scusate, ella mi guarda stupita e spaventata. Temetti che si mettesse a strillare come la piccina là fuori. Ma come, non ve ne farete accorta? Ma voi, non era possibile di credere che io facessi la corte ad Augusta? No, l'altra sorella, perché credete di essere superiore ad Augusta? E non penso mica che Augusta accetterebbe di venire a vostra moglie. In quanto a me, mi meraviglia che vi sia capitata una cosa simile in testa." Quindi lei, diciamo che lo liquida tragicamente. E Zeno, allora, dice: "Se Ada non ci sta, vado da Alberta". E dice: "Alberta, un'idea, ma chi ne dici di sposarmi?". Lui: "Alberta, non pensare a sposarsi, so di continuare i miei studi". In che man mano desidera. Allora dice: "Beh, se Ada non ci sta, Alberta manco. Andiamo ad Augusta, quella che mi gira dietro. Io sono un buon diavolo e credo che con me si possa vivere facilmente anche senza che ci sia un grande amore". E Augusta acconsente, perché diciamo che è sempre stata innamorata di Zeno dalla prima volta in cui l'ha visto. E quindi lei: "Zeno ha bisogno di una donna che lo assista. Voglio essere io quella donna". Vabbè, scelte di vita, insomma. Durante, quindi, il fidanzamento, si incontrano e vengono vagliati prima dalla sorella, poi fanno addirittura degli incontri a quattro: Ada, fidanzata con Guido, Zeno, fidanzato con Augusta. Si controllano a vicenda. Anche il giorno del matrimonio: "Re che te ne sei proprio convinto?". Ne, quindi, sta per ripensarci, però alla fine, in ritardo, arriva. "Non dimenticherò mai che, pur non amandomi, mi sposassi", gli dice Augusta, la sera. Io non protestai, perché la cosa era stata tanto evidente che non si poteva macchinare di compassione. L'abbracciai." Con queste premesse, secondo, come può andare il matrimonio?

Capitolo prossimo: La moglie e l'amante. Il matrimonio di Zeno comincia con una scoperta felice. "Io amo Augusta come lei ama me, perché Augusta è la salute personificata. È una donna sicura, sembra quasi che vive in modo eterno, è soddisfatta di ciò che ha, non ha paura del cambiamento." Poi, vederlo bene, se pensa realmente Zeno queste cose della moglie, oppure no, perché ricordiamoci che Zeno è un narratore inattendibile. Comunque sia, lui dice che analizza la salute della moglie, no, che quindi la salute personificata, così sicura di sé, però allo stesso tempo, analizzando la, pensa quasi che siano una sorta di malattia. Dice: "Però, diciamo che vivendo con lei, non ho mai dubitato. Ci ho pensato dopo." Quindi, se proprio sano il comportamento di Augusta. Zeno, invecchiando, poi inizia anche ad aver paura di morire e che la moglie trovi un altro uomo. Dice di aver paura e lei dice: "Ma dove troverei il tuo successore? Vedi come sono brutta". E lui, infatti, "Probabilmente mi sarebbe stato concesso qualche tempo di putrefazione tranquilla". Ma che ora questo matrimonio felice, diciamo, comunque sia, non ha l'esito sperato, perché Augusta diventa come una sorta di madre per Zeno e quindi lui dice: "Beh, potrei farmi un'amante". L'amico Enrico Kofler e gli presenta Carla Gergo, che è un'attrice. Lui si invaghisce di questa attrice. "Lei mi ha capita. Ora sono certa che qualcuno pensi a lei". Le procurò un pianino e l'aiuta anche economicamente. L'attrice vive con la madre. In realtà, però, questa non è che sia proprio una star di Hollywood, nel senso che stonata, suona male il piano, anzi, non la sanno neanche suonare, però noi importa. Dalla beneficenza, Zeno passa poi ad una affettuosa amicizia, seppur con alcuni sensi di colpa. "Vice, saranno veri questi sensi di colpa? Mi sentivo piccolo, colpevole, malato e sentivo il dolore al fianco come un dolore simpatico che riverberasse dalla grande ferita alla mia coscienza." La coscienza. Zeno, poi, è convinto che Carla non lo lascerà, perché lui, comunque, paga, l'aiuta economicamente. Mentre Carla, invece, capisce di essere in una situazione di superiorità. Nel frattempo, Ada e Guido si sposano. Però, in questa Carla, comunque, riceve anche delle attenzioni da parte del suo maestro di canto, Vittorio La Li, che lui stesso le ha presentato. Quindi inizia a essere interessata a quest'uomo. D'altra parte, Carla matura anche un'idea guida insana: vuole conoscere la moglie di Zeno. E lui, probabilmente vergognandosi del fatto che Augusta non sia esattamente una modella di Victoria's Secret, le presenta Ada. E lì gli si ritorce contro. "Si chiama Carla, ma neppure adesso so perché io abbia presentata Ada Carla quale mia moglie. Certo che io, dopo la domanda di matrimonio fatta le dal maestro, sentivo il bisogno di vincolare meglio la mia amante a me. E può essere abbia creduto che quanto più bella avesse trovato mia moglie, tanto più avrebbe apprezzato l'uomo che le sacrificava una donna simile. Ma che ragionamento è?" E infatti, Carla vede questa donna bellissima, no. "Non posso fare questo, la tua moglie", e lo molla nello stesso momento. Anche Guido, non è anche sia propriamente un marito modello, infatti tradisce Ada con grande biasimo di Augusta, che peraltro non pensa neanche di essere tradita. "E se io succedessi la nostra casa, non mi perdonereste?", dice Zeno alla moglie. E lei esita. "Noi abbiamo la nostra bambina." Fatti, hanno una bambina e avranno anche poi un figlio, Alfio. Mentre Ada non ha dei figlioli che la leghino a quell'uomo. Avremo parentesi, cosa c'entra? Non è che se non si ha un figlio, non si è legati, però, ovviamente, mettiamoci l'idea di quanto è stato scritto questo romanzo, pubblicato nel 1923, e quindi non iniziamo anche noi a fare la censura delle opere d'arte culturali. Pensiamo che questo libro è stato scritto e ora, data l'epoca, appunto.

La storia di un'associazione commerciale. Zeno decide di aiutare il cognato Guido Speyer nel suo lavoro. Quali attenersi occupato sano e un po' e poi dovrà reggere meglio l'arte del commercio, quindi collabora con Guido, senz'altro compenso, che la gloria di quel posto a distanza direttoriale per tanto tempo gli porta, quindi il sacrificio della sua libertà e lo assiste senza avere una grande, un grande ritorno. Poi, però, Guido ne combina una, combina tante, in realtà. Inizia assumendo Carmen, che è una ragazza bellissima e lui inizia a fare un po' il galletto per cercare di colpirla. Che ne fa un sacco di investimenti sbagliatissimi. "Una strana avarizia era il principale difetto di Guido. Che fuori dagli affari era tanto generoso, con un affare si dimostrava buono, egli lo liquidava frettolosamente, avido di incassare il piccolo utile che gli ne derivava. Quando invece si trovava in volto in un affare favorevole, non si decideva mai ad uscirne." Quindi un comportamento un po' strano quello anche di Guido, quasi vuole trovare delle cose sfidanti, o che ti mostra se stesso agli altri quanto vale. Nel frattempo, mentre Guido amoreggia con Carmen, Augusta partorisce due gemelli, però è stremata. Peraltro, viene anche colpita dal morbo di Basedow e perde la sua proverbiale bellezza. Inizierà anche un percorso di cure continue per questo morbo. Guido, che sempre più scatenato nella sua attività commerciale, decide di comprare 60 tonnellate di solfato di rame, vuole fare speculazione. Grazie ai consigli di un tale Touches, un giovane commerciante, però, in realtà, grande perdita. Età, abbandona Trieste di nascosto. Quindi Guido chiederà alla moglie di aiutarlo col bilancio, ma lei dice: "Col cavolo". Allora la raggira per tenerne il denaro e simula un finto suicidio. Rendiamoci conto, inizia quindi anche a giocare in borsa per non farsi mancare niente, sempre all'insaputa della moglie, e magari anche coi suoi soldi. Per sfuggire al fallimento, Guido allora decide che deve simulare un altro suicidio. Però la fai una volta e ti va bene, la fai la seconda, è detto che ti vada bene, potevano andarci bene neanche la prima. Bene, Guido, questa volta muore. Zeno, allora, si sente un po' in colpa per questa situazione e decide di prendersi cura di Ada e dei bambini. D'altra parte, è sua cognata. Al funerale, Zeno arriverà anche in ritardo, sbaglierà addirittura corteo funebre e non entrerà al funerale per non interrompere la cerimonia. Il comportamento non particolarmente apprezzato dalla famiglia. "Non è venuto al funerale del cognato, l'unico uomo della nostra famiglia." E poi alla lunga, ma lo becca, perché gli dice: "Tu non ami Guido come me, senza saperlo, continua via vivergli accanto odiandolo. Mi facevi del bene per il mio amore, non si poteva, doveva finire così. Anch'io credo, c'è una volta di poter approfittare dell'amore che io sapevo tu mi servì per aumentare intorno a lui la protezione che poteva essere di utile, non poteva essere protetto che da chi lo amava e fra noi nessuno l'ha." Lo scioccato nega, ovviamente, tutto. In realtà, Ada acutamente accolto nel segno, però Zeno lì sono cosa dici? O da è tormentato, comunque, dai sensi di colpa e quindi soffre. Tra l'altro, soffre anche perché, essendo stato beccato, la sua immagine, no, di perfetto uomo di casa, non è più incrollabile.

L'ultimo capitolo de La coscienza si intitola "Psicoanalisi". Titolo esemplificativo. Il 3 maggio 1915, Zeno finisce la sua psicoanalisi. Dice di stare peggio di prima. Il 24 marzo del 1916, annoterà l'ultima volta quanto gli è accaduto e il dottor S lo prega di inviargli quanto ha scritto finora. Siamo a cavallo dell'entrata in guerra dell'Italia contro l'Austria e Zeno resta a Trieste, mentre la famiglia è sfollata a Torino. La guerra è una cosa terribile, ma presenta qualche vantaggio. Per esempio, la guerra costringe il mio medico a fuggire. Egli sa di essere sano da molto tempo e trova anche un modo per risollevarsi. Lui si definisce un compratore di qualunque merce che gli sarebbe stata offerta. Inizialmente, quindi, converte tutto quello che compra in oro, però poi ha qualche problema a rivenderlo, quindi si butta nella speculazione, diciamo, non negli investimenti. Ed elide anche un po' bislacche. "Roll compro una partita non grande di incenso, dice: 'Secondo la mia idea, al mondo sarebbe arrivato a una misera tale da dover accettare l'incenso quale surrogato della resina'. E comprai pochi giorni or sono, ne vendetti una piccola parte, ne ricavai l'importo che mi era corso per appropriarmi della partita intera." Diciamo che la vita di Zeno, alla fin fine, è un po' come una malattia, con alti e bassi, però è una malattia mortale, perché arriverà la morte. In quest'ultimo capitolo, Zeno si lascia anche a delle affermazioni darwiniane, perché dice: "L'uomo ha voluto prendere il posto degli alberi, delle bestie, quindi della natura. Ha inquinato l'aria e ha impedito il libero spazio. Bene, qualunque sforzo di essere in salute, di non essere malati, è vano e inefficace. La specie umana, in più, con l'invenzione delle varie tecnologie, di fatto, ha perso il controllo di sé ed è entrata in una forte crisi. Quindi l'avanzamento tecnologico, secondo Svevo, non impedisce alla legge darwiniana, qui nella selezione naturale, di cogliere il suo dovere. E così, mentre gli animali e le piante rimangono in un numero costante, gli uomini aumentano sempre di più. Quindi non c'è altra soluzione: la profezia di una catastrofe. L'uomo è causa della sua malattia, è solo una catastrofe poter fermare tutto questo, portare alla distruzione dei parassiti, ma anche degli uomini stessi. Ci sarà un'esplosione enorme che nessuno tra la terra, errerà nei cieli, finalmente priva di parassiti, di mezzi. Mammamia!"

Zeno. I temi sono l'inettitudine, la salute e la malattia, lo sconvolgimento delle gerarchie, la menzogna, la verità e, naturalmente, la psicoanalisi. Zeno è un inetto, di questa figura che abbiamo parlato nel video sul Decadentismo, che vi lascio qui. È un inetto nevrotico, è un malato incapace, lui è inquieto ed è disponibile alle trasformazioni, però, della vita. A differenza dei sani, definisce sani la moglie, il padre, il cognato, che sono molto rigidi, cristallizzati, eccessivamente sicuri. Gli inetti sveviani sono Alfonso Nitti, protagonista di Una vita, Emilio Brentani, protagonista di Senilità, e Zeno Cosini, protagonista de La coscienza. Però Zeno, a differenza degli altri due, è un inetto consapevole. Ha un disperato bisogno di salute, cioè vuole sentirsi integrato e accettato dalla società borghese di cui fa parte. La nozione di inetto mette in crisi completamente le nozioni di salute-malattia, nel senso che Zeno distrugge le gerarchie e ci fa diventare tutto incerto e ambiguo. Anche quando parla della salute della moglie, no, non capiamo bene se lui sta parlando in modo positivo della moglie, oppure no. Ci fa dubitare, dubitare di noi, di lui, di quello che dice, di quanto accade. In più, è un narratore inattendibile, perché si autogiustifica continuamente e dice un sacco di bugie e di menzogne. Infatti, cerca di scagionarsi per la morte del padre, cerca di scagionare la sua cattiva, pessima condotta con la moglie, l'amante, e anche cerca di scagionarsi per la morte di Guido Speyer eppure per non essersi presentato al funerale. Il padre è fondamentale in tutto ciò, perché la sua morte, di fatto, sancisce proprio l'incapacità di Zeno di diventare come il padre, quindi di identificarsi con lui, di prendere quelle caratteristiche positive del padre. Anche la moglie Augusta, lui sembra ammirarla, ma in realtà la disprezza profondamente. Non la descrive come una sorta di campione di normalità borghese, proprio come il padre, il tipico pater familias. Anche Guido, inizialmente, prima invidia subito, perché bello, affascinante e sicuro, tutto ciò che lui non è. E poi, lui dice di aver superato il risentimento, ma in realtà continua a detestarlo. Lo vediamo anche dai sottotesti, dai commenti che lui fa. Infatti, parlando dei suicidi simulati, cioè la famosissima conversazione in barca che ha ottenuto proprio qui come chicca, dove Guido chiede a Zeno se per morire è più efficace il veronal o il bromuro, e Zeno, che vi ricordate, non studia anche chimica, si ricorda che per simulare il suicidio conviene prendere il veronal puro. Al momento dell'autopsia, al medico dice, però, che Guido si sarebbe potuto salvare, perché la dose non era mortale. Ma noi siamo sicuri di quello che ci raccontano? E se Zeno, a Guido, in quella barca, avesse detto altro? E se il complesso non fosse quello di Edipo, ma quello di Caino? Caino e Abele, vi ricordate? Ma chi lo sa. Sicuramente, quello del non presentarsi al funerale, un atto mancato rivelatore. In questo modo, Zeno denuncia il suo disprezzo per Guido. Come vedete, non è un fatto intenzionale, una sorta di lapsus, ma un atto rivelatore. L'agire, quindi, di Zeno è un prodotto del suo inconscio. Allo stesso tempo, Zeno, però, conosce a fondo il mondo. Infatti, l'inetto ne La coscienza cambia un po' prospettiva. Si è un incapace malato, ma è anche un essere in divenire, quasi un abbozzo che si apre al mondo e proprio per la sua curiosità.

Infine, un altro tema importante: la psicoanalisi. Il medico, il dottor S, non ci fa molto male. Non è un medico presuntuoso che non guarisce il malato, si vendica la sua terapia inefficace, non la sola diagnosi corretta, però inefficace. Ma Svevo la pensa così sulla psicoanalisi. Noi, ciò che sappiamo, lo sappiamo tramite il soggiorno londinese, dove lui racconta un po' ciò che pensa della psicoanalisi. "Io con la psicoanalisi non c'entro e ve ne darò la prova", dice. Dice, però, in realtà, vorrebbe essere menzionato da Edoardo Weiss e quindi, diciamo, gli invia anche una copia del romanzo, però Weiss dice che il romanzo non ha niente a che fare con la psicoanalisi. Infatti, doveva apprezzare la psicoanalisi, però la cura intrapresa da Zeno non è freudiana, ma è il metodo di Baudoin, questo psicoanalista svizzero. Infatti, utilizzava un metodo dell'auto-suggestione che è anche ad elementi freudiani. Il paziente doveva, quindi, convincersi da solo di essere guarito, ripetendosi frasi del tipo: "Non sto male".

Lingua e stile. Noi vediamo che siamo a Trieste, in una città di frontiera, e questo si riflette anche nelle scelte linguistiche. L'italiano di Svevo è sobrio e preciso, come se fosse stato tradotto da una lingua straniera, e utilizza anche un doppio registro tra la lingua e il dialetto. Zeno parla in italiano, ma a volte lascia trapelare il dialetto, come con l'amante Carla, che cantano delle canzoni in triestino. Infatti, Trieste, come vedete dalla citazione di Bobi Bazlen, è una città che parla varie lingue: un dialetto veneto, circondata da una campagna nella quale non si parla che una lingua slava, da parte più intellettuale della borghesia che si sente staccata dal paese cui crede di appartenere per lingua, per cultura, e che è dunque costretta, in pieno ventesimo secolo, a ricorrere un frasario retorico ottocentesco, che crede che l'italiano sia l'idioma gentil, sonante e puro, quello toscano, no, il fiorentino. Troviamo un'affermazione sul dottor S che è esemplificativa: "Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano. Per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto, una confessione in iscritto è menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo." Quindi in dialetto, in realtà, sarebbe la lingua della spontaneità, no? La lingua, di fatto, che è istintuale, quella che ci viene naturale.

Sappiate che c'è un sequel de La coscienza di Zeno. Sarebbe dovuto esserlo Il vegliardo, chiamato anche Il vecchione. Novant'anni, avrebbe dovuto riflettere sulla sua condizione. Il romanzo, però, rimane incompiuto. Abbiamo solo la prefazione e quattro capitoli. Alla prossima video lezione.

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