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LILIANA SEGRE - Una bambina di 13 anni ad Auschwitz - versione ridotta 29'

Giovanni Arzuffi29:17

Transcription

Ero una bambina, sono nata a Milano, una famiglia milanese da due tre generazioni e una famiglia ebraica laica. Io andavo a scuola in via Ruffini, facevo la seconda elementare ed ero una bambina qualunque, come siete stati tutti voi se non siete dei geni speciali. Una bambina qualsiasi, felice e contenta in una famiglia che l'amava moltissimo. E ho vissuto sulla mia pelle, sulla mia piccola psiche di allora, questa esclusione, questo essere espulsa dalla scuola, ma non perché io avessi fatto qualche cosa, ma perché ero io, perché ero nata mandata via, uscita dalla scuola, mentre le mie compagne facevano la terza, la quarta, la quinta. Vinta qualcuna, poi la incontro, ormai sono morte quasi tutte, ma insomma, mettiamo che ne incontrassi gli anni scorsi e mi dicevano: "Ma tu perché sei andata via?". No, io non sono andata via, mi hanno mandato via perché ancora dopo 50 anni, 40 anni, le cose non sono state dette perché sembra una cosa successa altrove, non qui.

E la mia famiglia era una famiglia italianissima, era una famiglia con mio padre e mio zio che erano stati ufficiali nella prima guerra mondiale. Addirittura mio zio era molto fascista, si era sposato in camicia nera e dopo si era talmente vergognato di questo che aveva tagliato via la sua fotografia. Mia zia sembrava una donna sola che andava a sposarsi, ma era così. C'erano molti ebrei fascisti perché negli anni in cui Mussolini ebbe un grandissimo successo, la classe borghese italiana, fra cui gli ebrei, erano tutti fascisti. Dopo la guerra erano diventati tutti antifascisti, ma a quel tempo correvano nelle piazze a battere le mani. Non erano così tanto costretti, ci andavano proprio, ci andavano volentieri.

Io mi ricordo questa espulsione. Vi ricordo che da quel momento è stato tutto diverso nella mia vita, con la polizia che entrava a casa, la paura, l'essere esclusi da un'infinità di situazioni, un'atmosfera che era cambiata dentro la famiglia e in cui, soprattutto, quello che io racconto sempre ai ragazzi, la cosa che fece più soffrire questo piccolo nucleo di questa minoranza di cittadini italiani di religione ebraica che erano e sono circa 35-38.000, anche se se ne parla così tanto che quando io mi ricordo all'università, non mi ricordo forse alla Cattolica, chiesi agli studenti ai quali parlavo: "Scusa, dimmi tu quanti pensi che siano gli ebrei in Italia?". Questo studente, terzo anno, mi disse: "1 milione e mezzo". E quindi proprio non si ha l'idea che invece era ed è una minoranza assoluta.

Beh, la cosa che fece più effetto allora fu l'indifferenza. L'indifferenza nel memoriale che si sta con grande fatica facendo alla stazione centrale, lì intorno a quel binario 21 da cui partirono i trasporti, fra cui il mio, mi chiesero un parere su che parola incidere nella pietra come simbolo di quel luogo. E io ho suggerito, e probabilmente si farà, "Indifferenza", perché non fu tanto la cattiveria, la crudeltà, l'antisemitismo, tutto il peggio che vogliamo dire per cui si arrivò ad Auschwitz, ma fu l'indifferenza, quello proprio di voltare la faccia dall'altra parte, di dire: "Basta, questi ebrei, ma cosa ce ne importa, non succede a noi".

E a quel tempo mi ricordo l'importanza degli amici. Sempre lo dico quando parlo a voi, ragazzi: amici, ma non pensiamo alle trasmissioni televisive che, anche se hanno scritto "Amici" con la maiuscola, io lo so perché guardo tutto quello che riguarda i ragazzi perché voglio essere informata, quegli amici lì della De Filippi, della con la maiuscola, non sono gli amici quelli che dico io. Gli amici con la maiuscola ti stanno vicino quando stai male, quando sei povero, quando sei in condizioni disperate, quando non sai a chi appoggiarti. Sennò è inutile la maiuscola. La maiuscola è molto importante, tant'è vero che su internet quando si scrive una cosa con la maiuscola, già vuol dire moltissimo, voi lo sapete più di me. Gli amici con la maiuscola furono pochissimi perché quella radice etimologica di amore, amici, amicizia che è la stessa, era molto difficile da estrarre dai cuori e dalle menti. Era più facile far finta di niente.

E così, nel silenzio e nell'indifferenza generale, poterono agire quelli che avevano il potere, quelli che con alleanze vergognose arrivarono a portare in un'Italia che in realtà non sarebbe stata antisemita quelle leggi di Norimberga per cui si arrivò ad Auschwitz.

Beh, quando credendo di essere tranquilli, cercammo di andare in Svizzera, un'avventura che io vissi così un po' scioccamente con i miei 13 anni, che mi sentivo un'eroina clandestina che fuggiva sulle montagne per la Svizzera. Mai avrei immaginato in quell'euforia, quella gioia straordinaria della corsa sulla montagna che ero io, proprio io, che seguivo i contrabbandieri, come avevo visto nei filmetti idioti che vedevo a quel tempo e che ero io proprio la principale attrice di quel film straordinario che stavo vivendo, mai avrei immaginato che i cari svizzeri ci avrebbero rimandato indietro con le sentine nelle armate fino a quella rete che avevamo con gran fatica sulle montagne passato quella stessa mattina. Noi milanesi, non abituati alla montagna, proprio cittadini strazianti, non sportivi e che d'inverno, perché la combinazione vuole che il 7 dicembre, quello dell'Ambrogino, era il giorno in cui noi siamo passati in Svizzera e siamo stati rimandati. E là, su quella rete di confine, siamo stati arrestati e io ho vissuto con mio papà. Io non avevo la mamma che era morta alla mia nascita. Io e mio papà, figlia unica, legatissimi tutti e due uno all'altro. Mio papà si trovò nella camera di sicurezza con me della caserma di Vigiù e il giorno dopo ci portarono con altri due vecchi cugini che erano fuggiti con noi, sperando di essere accolti in Svizzera e come noi rimandati. Ci trovammo in una macchina delle SS, portati con un grande spiegamento di forze, i due vecchi Ravenna che avevano credo più di 70 anni. Allora, mio papà ha sbalordito, stressato, un uomo giovane, aveva 43 anni e io più che mai sbalordita, in una macchina delle SS ammanettarono mio papà come un delinquente comune. Sono quei flash nella mia mente che c'ho 80 anni, ma potrei dire che io ero a sinistra e mio papà a destra e di là c'era una guardia e potrei dire com'erano le sue mani. Cioè, sono quelle cose che nella vita non ti passano mai, proprio devi morire perché finisca. Forse anche l'ultimo pensiero potrebbe essere quello dell'ingiustizia profonda, della cattiveria umana, dello stupore per la cattiveria degli altri.

Portati nelle carceri, facemmo tre carceri: Varese, Como, separati. Io, a 13 anni, sola nel carcere delle donne. Poi insieme a San Vittore. San Vittore, che voi avrete visto da fuori, così come lo vedevo io allora quando ero una ragazzina che andava in bicicletta in piazza Aquileia. Sì, vedevo quel grande edificio che già allora dicevano che avrebbero spostato dal centro di Milano, ma non me ne importava proprio niente quando io andavo in bicicletta di pensare a chi c'era dentro a San Vittore. Poi ho provato a essere dentro a San Vittore perché quando c'ero io, ancora c'erano dei finestroni che furono schermati proprio durante la mia permanenza di 40 giorni a San Vittore. Vedevo il tram che girava il capolinea e la gente che passava indifferente, così come ero stata io, ma non pensavo che io avrei visto da dentro la prigione.

Un alternarsi di speranze e di disperazioni. Arrivò il giorno 30 di gennaio in cui fummo portati alla stazione centrale. Prima di uscire dal carcere, questo devo raccontarlo sempre, non posso fare a meno. I carcerati furono fratelli, furono straordinari, mentre nell'indifferenza generale pochissimi nella vita da liberi avevano fatto un gesto. Lì dentro le carceri, radiocarcere funziona, si sa chi è innocente, chi è colpevole, molto più dei giudici degli avvocati. Gli altri carcerati lo sanno e vedendo uscire questa fila tragica di 605, cosa che seppi dopo, io allora non sapevo quanti fossimo di persone, donne, uomini, vecchi, bambini, che uscivano dal carcere con i nostri vestiti ormai sporchi, ormai unti dalla lunga sporcizia che avevamo già addosso a noi senza poterci lavare, ma con un decoro ancora borghese. Questi che avevano l'ora d'aria affacciati alle loro celle ci buttarono tutto quello che avevano: una sciarpa, un arancio, un pezzo di pane, ma soprattutto fu quel viatico umano straordinario. "Vi vogliamo bene, non avete fatto niente di male". Erano pazzeschi, erano straordinari. Io non li posso dimenticare. Io dico sempre grazie ai carcerati che saranno stati assassini, ladri, rapinatori. Potevano essere qualunque cosa, furono uomini capaci di quella pietà, anche oggi sconosciuta in questo tempo durissimo che viviamo, falso, di lusinghe, di cose sciocche. Furono fantastici, furono uomini, uomini capaci di pietà. E noi uscimmo con quel viatico umano che era come una coperta calda in quel 30 di gennaio gelido e a calci, pugni sui camion e portati alla stazione, ma non ci fu nessuno. Non ci fu il cinese di Piazza Tienanmen che io spero voi vi ricorderete come si mise in camicia senza un'arma, senza un bastone, ma soltanto con la sua persona di giovane studente si mise davanti ai carri armati per dire: "No, non fate una cosa simile col potere e la violenza". Nel deserto generale di quella mattina d'inverno, nessuno si accorse che una lunga fila di camion arrivava alla stazione e lì, da quei sotterranei vergognosi, vergognosi, i nostri carnefici non ci fecero certo partire dai binari normali, ma da sotto, dove partivano merci ed animali. Calci e pugni, parolacce, i loro servi fascisti, repubblichini, li aiutavano, aiutavano questi vicini di casa, questi italiani di religione ebraica, a buttarci su quei vagoni preparati che poi venivano chiusi da fuori e sprangati.

Noi ci trovavamo dentro. Ma cos'è questa cosa? Ma dove siamo? Dentro un vagone bestiame in cui non c'era luce, non c'era acqua, un po' di paglia per terra, basta. E il treno si muove dopo un po' e comincia questo viaggio verso il nulla, verso ignota destinazione, verso Auschwitz. Nessuno ci dà un bicchiere d'acqua a una stazione, nessuno. Io lo dico sempre ai ragazzi che qualche volta vi capita, adesso meno, ma capitava negli anni scorsi che d'estate alle stazioni, stazioni intermedie, certo, non alla stazione di Milano o di Roma, ci fossero dei treni merci fermi con dentro dei vitelli o dei maiali, i quali col loro muso cercavano di spingere quelle grate di quei finestrini che erano uguali a quelli di allora e facevano dei versi perché, perché erano 50 dentro un vagone, non si potevano muovere, diretti al mattatoio. Beh, io quando li ho visti mi sono rivista. Io sono stata un vitello, un maiale dentro quei vagoni. Io ero di quelli che alle stazioni cercava di dire: "Aiuto, aiuto", ma nessuno. Come non diamo niente a quei vitelli, che non ce ne importa niente che abbiano sete, tanto son diretti al mattatoio. Così eravamo noi. Non ci fu un macchinista, non ci fu un capostazione, non ci fu uno scambista delle ferrovie, non ci fu nessuno che fece fermare il treno, che finse un guasto, che finse un guasto a un semaforo.

Beh, devo dire la verità, che passai quei mesi giorno dopo giorno nel lager e non sapevo assolutamente se ce l'avrei fatta. Passai la selezione, passai la selezione tre volte. E la selezione consisteva, pensiamo che avvenga qui la selezione, che si attraversi questo corridoio in fila indiana, in una sala deserta, donne nude, scheletriche. E là, obbligate a uscire là di fronte, c'è un piccolo tribunale di vita o di morte. C'è il medico, caro dottor Mengele, seppi poi, perché allora io non sapevo i nomi, non volevo neanche sapere, non mi interessavano niente, due ufficiali. In fila indiana, questa nudità offesa, dovevamo presentarci davanti a questi tre per vedere se eravamo ancora in grado di lavorare o no, consci della propria magrezza, in quelle che avevano delle piaghe ancora peggio. Io mi ricordo come attraversavo questo corridoio: "Voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere". E quando arrivavo là davanti a questi tre, la mia faccia era indifferente, altra accezione della parola, non quella di cui abbiamo parlato prima. Non ero di quelle che si buttavano per terra: "Pietà, pietà", perché quello piaceva da matti, l'ebreuccio del ghetto che chiede pietà. Vabbè, quello era troppo. Neanche ero così coraggiosa come altre erano. Io ero una nullità che li guardavano in faccia perché già sapevano che sarebbero andate a morte e volevano proprio farselo dire. Ognuno condannava l'altro perché era nato. Io no, io ho occhi bassi, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, e una paura che avevo, il cuore mi batteva, credevo che una volta o l'altra sarebbe uscito dal mio petto scheletrico. E quando questo essere medico, bravi dottori SS, mi guardavano come guardavano tutte, davanti, dietro, aprire la bocca, vedere i denti e poi facevano quel gesto che voleva dire "Vai". Ah, era fantastico, era una cosa meravigliosa. Era come nascere, rendendosi conto di nascere. Io ero, a dir la verità, io ero grata al mio assassino che mi aveva lasciato in vita. Mi rivestivo con i miei stracci. Ero viva, ero viva, ero viva, ero viva.

Io lo racconto ai ragazzi: la vita è un bene così prezioso, così straordinario. Quando sento di quelli che vanno sull'autostrada al contrario, che bevono, escono dalle discoteche fatti e strafatti e vanno incontro per scherzo a morire. No, non fate una cosa simile. La vita è fantastica, la vita è meravigliosa e io dico la verità, cerco di trasfondere questo mio amore per la vita e questa mia forza ogni volta che parlo a voi, ma lo faccio da nonna proprio perché è così. La vita, dopo dei periodi orribili, brutti, spaventosi, ecco che riconosco un tramonto, ecco che riconosco un fiore, ecco che riconosco la gioia di un bambino. Ma bisogna avere una grande forza dentro noi stessi e non delegare. Non dire: "Colpa della famiglia, i miei genitori non mi capiscono, io non ce li avevo i genitori, la famiglia, la società, i professori". Niente, sono io, io, io l'artefice di me stessa. Poi ci vuole anche la fortuna, naturalmente, ma io faccio parte di questa fortuna, ce la metto tutta, non mi butto giù, cerco di resistere, di essere più forte delle avversità, perché è così che si deve scegliere nella propria vita.

Quando i russi sono arrivati ad Auschwitz, per cui è diventato 27 gennaio il giorno della memoria, i tedeschi erano già fuggiti. Non hanno liberato il campo, i russi sono solo entrati stupiti, come dice molto bene Primo Levi, stupiti del male altrui. Ma noi, obbligati in quello stato fisico, nel caso mio dopo un anno di prigionia, qualcuno anche di più e qualcuno meno, da un minuto all'altro, senza nessuna preparazione, obbligati alla marcia della morte, perché i russi arrivavano e i tedeschi non volevano far trovare ai russi in arrivo le vestigia di quello che era stato il più grande cimitero del mondo e fecero saltare in aria Auschwitz, i crematori e camere a gas, che voi vedrete che ci sono dei ciotoli. E in quello stato fisico, a tappe, facemmo questo percorso. Da qui una cartina, arrivammo a Ravensbrück, che è là. Come sia stato possibile che degli scheletri, 56.000, ho letto poi, che sono stati i deportati che hanno fatto quella marcia. Come sia stato possibile? Io non lo so. Io mi vedevo come fossi fuori da me. "Voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere". Nessuno si poteva appoggiare all'altro e nessuno poteva appoggiarsi a me. La strada era insanguinata ai bordi della strada perché era gennaio. Era neve insanguinata perché chi cadeva veniva finito con una fucilata alla testa dalle guardie. Le guardie cambiavano, i cani cambiavano, noi eravamo sempre le stesse. Nessun civile aprì mai una finestra. Attraversammo, voi avete visto il percorso, attraversammo a tappe dormendo stazioni bombardate, in case abbandonate, qualche volta anche all'aperto. E naturalmente molti di noi morirono, ma nessun civile aprì mai una finestra. E quando qualcuno, per caso, una volta, mi ricordo, lo fece, le guardie dissero: "Non date niente, hanno più di voi". E non avevamo niente. Io mi ricordo come ci buttavamo sopra gli immondai quando li incontravamo alle porte dei villaggi che abbiamo attraversato perché abbiamo fatto sempre strade secondarie, senza sapere dove e quando sarebbe finita questa marcia. Ci buttavamo sugli immondai, qualunque cosa era buona, qualsiasi, un torsolo marcio, una radice, una cosa qualunque, qualsiasi, ce la rubavamo una con l'altra.

E dopo Ravensbrück ci fu un altro lager e poi un altro ancora che si chiamava Malsov, che era l'ultimo in cui io fui nel nord della Germania, ancora più su di Ravensbrück, dove era un campo in cui non si lavorava e in cui si erano praticamente dimenticati di noi. Non c'erano camere a gas, non c'erano strutture di morte, c'era solo la crudeltà dei nostri aguzzini che erano implacabili su queste donne ridotte delle larve, ma lo stesso, lo stesso cattiveria, disprezzo, picchiate, ridotte così come eravamo. Beh, in questo lager avemmo la notizia fantastica che i tedeschi stavano perdendo la guerra e fu una notizia talmente incredibile e strepitosa che lì sì, credetti di non farcela. Veramente credetti di non farcela perché abituate a tutti i dolori possibile immaginabili, a tutti i lutti, a tutte le disperazioni, a tutte le perdite, alla gioia non eravamo più abituate. E sentire giorno dopo giorno da dei prigionieri di guerra francesi che passando intorno al campo, era piccolo il campo, non era come Auschwitz che è finito un campo e ce n'era un altro e anche Ravensbrück era così. A Malsov c'era un prato, era la primavera del '45, cresceva l'erba, crescevano le foglie sugli alberi e noi sognavamo di uscire da quei fili spinati, di raccogliere l'erba, di metterla in bocca, di mettere in bocca quelle foglie, quel verde, era un colore nuovo. Noi che eravamo grigi, noi il cielo, le divise dei nostri carnefici, la nostra faccia, il verde tenero della primavera meravigliosa che irradiava fuori di noi. E questi ragazzi francesi, prigionieri di guerra, cominciarono ogni giorno a parlarci da lontano, avere pietà di noi, i primi dopo i carcerati di San Vittore. I primi che ci dissero: "Poverine, siete malate". Oh, sì che siamo malate. Erano ragazzi sani, ragazzi che erano a lavorare nelle fattorie, ragazzi buoni, generosi e ci dissero: "Non morite, non morite proprio adesso, non dovete morire adesso, perché il nostro aspetto era tale che pochissime di noi stavano ancora in piedi. Stanno perdendo la guerra. Gli americani sono a 20 km, i russi sono a 10". Ogni giorno ci raccontavano questa notizia. "No, non è possibile. Non è vero". Rientravamo nelle baracche, a quelle che non si alzavano più, dicevamo: "No, non morite, non dovete morire proprio adesso che la guerra sta per finire".

Così fu, infatti, che nel giro di pochissimi giorni i nostri aguzzini portavano via tutto: scrivanie, dossier, documenti. Anche lì cercavano ancora di non far trovare. E un giorno aprirono i cancelli e obbligarono ancora a uscire, credendo che un'altra marcia ci avrebbe ancora, non so, buttato nel Mar Baltico, perché i russi arrivavano da una parte, gli americani dall'altra. E ancora cercammo di stare in piedi, di farcela per non morire in quegli ultimi giorni e infatti su quella strada tedesca successe l'incredibile. Fummo testimoni della storia che cambiava, dei vincitori fino a quel minuto che diventavano vinti, che stavano arrivando altre cose nelle nostre vite, che stava succedendo qualche cosa di insperato e vedemmo le nostre guardie mettersi in borghese, buttare via armi, buttare, allontanare i cani. Poveri cani SS obbedivano alla gamba. Beh, anche loro mandati via, spogliati, si spogliavano, si mettevano in mutande i nostri carnefici. Io li guardavo questi qui: "Buttano via la divisa? Ma buttano via la divisa?". Ma beh, il comandante di quell'ultimo campo, e finisco. Il comandante di quell'ultimo campo si spogliò vicino a me, naturalmente a me non mi vedeva chi ero io. Quando buttò la sua pistola praticamente ai miei piedi, beh, io mi ero nutrita di odio e di vendetta. Dopo sono diventata tanto buona negli anni, ma allora non ero così. Allora era una ragazza colpita che voleva colpire, che voleva vendicarsi. Quando vidi la pistola ai miei piedi, ebbi una tentazione pazzesca, ebbi una tentazione enorme. Pensai: "Giusto finale, raccolgo la pistola e lo uccido". Fu un attimo molto importante della mia vita, importantissimo. Un attimo in cui capì che io non ero come il mio assassino, che io mai avrei potuto togliere la vita a nessuno per nessun motivo. Non ho raccolto quella pistola e sono diventata quella donna libera che sono anche adesso.

[Applauso] [Applauso] [Applauso]

Vi saluto molto affettuosamente, anche se vorrei stare ancora qui con voi eventualmente a rispondere a delle domande, ma sono una nonna innamorata del suo nipotino Filippo che viene a colazione da me e quando lo stringo, lo bacio e lui mi dice: "Nonna, tu sei il mio arcobaleno". Ho capito che Hitler non ha vinto.

[Applauso]