Transcription
Quei colpi. [Musica] Qui, quei colpi. [Musica]
Un argomento a piacere: la prima Catilinaria. Secondo quanto riferito da Plutarco, l'otto novembre del 63 avanti Cristo, Cicerone convocò la riunione del Senato nel tempio di Giove Statore sul Palatino, un tempio che era capace di contenere fino a 300 persone. E qui pronunciò la prima Catilinaria, ossia la prima delle quattro orazioni contro Catilina, il senatore romano accusato di aver ordito un colpo di stato e di aver cercato addirittura di uccidere il console, proprio lui, Cicerone.
Cicerone e Catilina si conoscevano da tempo e nel 64 avanti Cristo avevano avanzato entrambi la propria candidatura per il consolato. Cicerone, in quella circostanza, aveva presentato un fiero attacco a Catilina con un'orazione pronunciata in Senato, un'orazione che impressionò il pubblico. Alle elezioni, Cicerone venne eletto assieme ad Antonio Ibrida. Catilina no.
Catilina iniziò così a meditare la propria vendetta. L'anno successivo presentò di nuovo la propria candidatura con un programma radicalmente popolare, ma non venne eletto di nuovo. Decise pertanto di impadronirsi del potere con la forza. Iniziò a organizzare un esercito personale con tutti gli avversari delle istituzioni, mentre nel frattempo l'ex centurione Gaio Mario in Etruria organizzava un esercito con molti veterani di Silla.
La notte del 7 novembre, Catilina e i suoi complici si erano riuniti nella casa di Marco Porcio Laeca, un importante senatore, anche lui aderente alla congiura, per organizzare l'uccisione di Cicerone all'interno della sua abitazione. Secondo Sallustio, Cicerone venne a sapere del complotto da Fulvia, amante di Quinto Curio, uno dei congiurati più vicini a Catilina.
Il mattino successivo, Cicerone convocò d'urgenza il Senato per denunciare pubblicamente Catilina e il suo tentativo di colpo di stato. Il discorso annunciato da Cicerone in questa occasione costituisce la prima delle quattro Catilinarie. Cicerone non aveva in mano le prove, ma si appellò al Senatus Consultum Ultimum, grazie al quale già dal 21 ottobre, dato il forte stato di emergenza a Roma, i consoli avevano pieni poteri pur di salvaguardare la sicurezza dello stato.
Non appena Catilina entrò in Senato, gli altri senatori si allontanarono e lasciarono liberi i posti vicino a lui.
"Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?"
Quando di iamm furori stetur, no se ludek mag finem se frenata jacta bit audacia. Inizia così la prima Catilinaria. Cerchiamo di analizzarla partendo innanzitutto dalla traduzione.
"Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?" Come vediamo, è un interrogativo diretto. "Qual tandem" potremmo tradurlo con un "insomma", con un "dunque", ha un valore conclusivo. Allude al fatto che l'impudenza di Catilina ha superato ogni limite. "Abutere" sta per "abuteris", è un composto di "utere" e come "auctor" regge l'ablativo "patientia nostra". Molto interessante anche l'uso dell'aggettivo possessivo "nostra". Cicerone non sta semplicemente utilizzando il plurale maiestatis come spesso fa nei suoi discorsi, ma in questo caso vuole sottolineare che dalla sua parte, dalla parte del console, vi sono anche tutti i senatori.
Come abbiamo detto, nel momento in cui entrarono nella sala, Catilina venne lasciato in disparte, venne isolato, almeno questo ci racconta Sallustio. Come possiamo osservare, l'inizio di questa orazione è un inizio ex abrupto, molto diretto, molto esplicito. Cicerone, infatti, impiega una serie di percontationes, ossia di domande retoriche, che chiamano direttamente in causa l'interlocutore e si rivolge quindi a lui in maniera diretta attraverso questa apostrofe, con un tono molto violento, diverso da quelle che erano le indicazioni della retorica antica, che invece proponevano per l'exordium un inizio misurato e pacato.
Insiste quindi con le domande: "O madi etia futuriste tur nos elude quanto a lungo ancora codesta tua condotta dissennata, temerarietà, furor, pazzia, ci ingannerà?" "Nos elude" di nuovo un futuro, esattamente come "abutere" e che sta per "abuteris". Molto forte in questo caso l'antitesi tra il "furor" di Catilina e la pazienza di Cicerone, di tutti i senatori e di tutti i cittadini romani. Attenzione, perché il termine "pazienza" ha un doppio significato: può significare la capacità di sopportare, quindi essere una qualità positiva, ma anche l'eccessiva arrendevolezza e quindi essere una qualità negativa. Cicerone sembra voler dire che il Senato romano non ha più intenzione di essere arrendevole, di tollerare questi comportamenti.
L'antitesi tra "furor" e "pazienza" è molto forte, così come molto forte già in questo attacco la contrapposizione tra il "tu" rappresentato da Catilina, rappresentato da colui che viene accusato di aver ordito una congiura contro lo stato, e il "noi" rappresentato naturalmente da Cicerone, il console, ma anche da tutti i senatori e da tutti i cittadini romani.
"Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?" "Sfrenata" ex freni, senza freni. Ancora una volta un futuro, e "jacta bit", quindi "abutere" che sta per "abuteris", "elude", "jacta bit". Poi questa "sfrenata audacia" che appartiene allo stesso campo semantico di "furor". Possiamo osservare una serie di artifici retorici che ci dimostrano come questo incipit sia sapientemente costruito, per quanto possa sembrare immediato e spontaneo. Innanzitutto il poliptoto "quo, qua, quem", e poi la variazione "quandiu usque ad finem", quindi espressioni di volta in volta diverse, proprio per variare il più possibile la formulazione. "Audacia" è la condotta violenta di chi tenta di sovvertire lo status quo. Nella scelta del lessico impiegato da Cicerone, possiamo riconoscere tutto il disprezzo, il biasimo nei confronti di Catilina. Basti osservare l'uso di "iste furor", "iste tuus", molto esplicito. Potremmo dire che è molto forte, quindi, il tono enfatico, l'esasperazione dei sentimenti in questo incipit, in questo inizio di orazione. Possiamo parlare quindi di una climax, un tricolon in crescendo nelle tre successive interrogative retoriche che si susseguono direttamente.
"Locutiones tanto è un locuzioni cadetti effetti patetici grazie appunto a tutti questi artifici sapientemente impiegati da Cicerone nell'incipit di questa orazione che è considerata un vero e proprio modello."
"Mille nocturnum presidium Palati, mille urbis vigiliae, il timor populi, ne il concursus honorum omnium, ne il pic unitissimo usa ben di senatus locus mi, il forum ora volto."
Ora, però, osserviamo la costruzione di questo periodo per procedere poi alla traduzione. È significativa in primo luogo l'anafora dell'accusativo "ne", che viene ripetuto ben sei volte e che potremmo tradurre con "per nulla". Naturalmente, questa ripetizione anaforica conferisce un forte pathos al discorso. C'è poi un unico verbo, "moverunt", collocato in fondo al periodo, e abbiamo una serie di soggetti che io ho evidenziato in rosso: "presidium", "vigiliae", "timor", "concursus", "locus", "ora vultus". Questi sono tutti soggetti di "moverunt". È chiaro l'intento di "movere" e "reflectere" che Cicerone si propone in questa parte dell'orazione. Lo dimostrano gli artifici retorici sapientemente impiegati, la ripetizione anaforica, ma anche tutta la costruzione del periodo.
Procediamo con la traduzione e analizziamo: "Ne moverunt per nulla ti hanno scosso? Ne moverunt nocturnum presidium Palati, il presidio notturno del Palatino? Mille, di nuovo, per nulla? Vigiliae urbis, le pattuglie di guardia della città? Mille, ancora una volta, per nulla? Timor populi, il timore del popolo? Ne il concursus honorum omnium, per nulla la corsa di tutti gli uomini onesti? Ne il locus munitissimo abelli senatus, per nulla questo luogo estremamente fortificato in cui si tengono le riunioni del Senato? Mille, ora vultus quorum, alla lettera, per nulla gli sguardi e i volti di questi?" Ma essendo "ora vultus" un endiadi, forse è preferibile tradurlo con "le espressioni dei volti di questi".
Procediamo all'analisi. Dicevamo che c'è una forte enfasi patetica e duratoria, perché l'intento principale che si propone Cicerone in questa parte del discorso è proprio quello di "movere" e "reflectere", e quindi utilizza tutti gli artifici, come l'anafora, proprio per ottenere questo effetto. Osserviamo poi l'attenta costruzione del periodo. Per esempio, all'inizio troviamo questo chiasmo: "presidium Palati", "urbis vigiliae", nominativo, genitivo, genitivo, nominativo. "Timor populi", il popolo è sicuramente un genitivo soggettivo, il timore del popolo, è il popolo che prova il timore, è il popolo che teme.
Per quanto riguarda il verbo, dobbiamo sottolineare che si tratta di un perfetto logico, pertanto la traduzione è preferibile: "che hanno scosso" o addirittura con il presente "ti scuotono". "Honorum omnium" sono i cittadini onesti, quelli che amano il bene dello stato, i "boni viri", a differenza di Catilina, naturalmente. "Aedis senatus" è un genitivo in caso genitivo, quindi il "locus munitissimus" con questo aggettivo al grado superlativo, "aedis senatus", il "locus munitissimus". Si è in realtà il tempio di Giove Statore. Abbiamo già ricordato che Cicerone aveva scelto come sede di questa straordinaria riunione del Senato appunto il tempio di Giove Statore. È forse opportuno ora ricordare anche un altro particolare: nel mito originario, Giove era definito Statore dal verbo "sisto", perché era colui che arrestava la fuga delle schiere dei combattenti. Cicerone, però, spiega in un modo diverso il significato e l'origine del termine "Statore". Per Cicerone, "Statore" è colui che fa stare in piedi la città, è quindi il protettore e conservatore della città. Pertanto, la scelta di questo luogo, il tempio di Giove Statore, per questa straordinaria seduta del Senato, probabilmente corrisponde sia a un'esigenza pratica, perché il tempio poteva contenere addirittura 300 persone, ma anche a ragioni di tipo simbolico, a motivi simbolici. Giove Statore è colui che protegge la città, e in questo momento Roma ha un particolare bisogno di protezione. Come abbiamo già detto, "ora vultus" è un endiadi, pertanto anziché tradurlo alla lettera "gli sguardi e i volti", potremmo tradurlo con "le espressioni dei volti".
Queste domande che in maniera molto diretta Cicerone rivolge a Catilina sono per noi molto interessanti perché ci presentano un quadro della situazione a Roma in questo periodo. Il colle Palatino era presidiato durante la notte, "nocturnum presidium Palati". C'erano poi le ronde che difendevano la città, "urbis vigiliae". Il popolo aveva timore, "timor populi". I cittadini, i cittadini perbene, avevano timore al punto tale che accorrevano verso il Palatino preoccupati. In più, la seduta del Senato era stata convocata proprio in questo luogo molto sicuro, "munitissimus", a dimostrazione dello stato di allarme che regnava a Roma. Tutte queste ragioni sarebbero state sufficienti per tenere lontano Catilina dal Senato. Invece, quel giorno, Catilina si presenta alla riunione del Senato.
"Patere tua consilia non sentis? Constructam miam orum omnium scientia teneri coniugationem? Non vides?"
Ancora una volta siamo di fronte a due interrogativi. "Non sentis", "non vides" sono delle interrogative dirette retoriche introdotte da "non", anziché da "nonne". Entrambi i verbi, "non sentis" e "non vides", sono due verbi di percezione fisica che quindi reggono delle infiniti ve. La prima di queste infiniti ve è "potere tua consilia", quindi "non senti che i tuoi consilia, disegni, progetti, potere, sono scoperti, sono manifesti?" "Non vides" regge un'infiniti va il cui soggetto è "coniugationem" e il verbo all'infinito, un infinito passivo, "teneri". "Non vedi che la tua congiura è tenuta ormai immobilizzata, "iam constricta", "scientia" dalla conoscenza, dalla consapevolezza "eorum omnium" di tutti costoro? "Constricta" è un participio congiunto riferito a "coniugationem". In questo nuovo periodo, Cicerone sottolinea che ormai tutti conoscono le trame sovversive di Catilina. E le due interrogativi, che sono caratterizzate dalla bifora di "non" seguito poi da un verbo di percezione, "non sentis", "non vides", sottolineano proprio questo aspetto e sono costruite a loro volta con l'infiniti va. Reggono ciascuna di esse l'infiniti va, naturalmente. Interessante anche il significato traslato di "constricta", che indica proprio la morsa che si è venuta a creare intorno a Catilina. "Scientia eorum omnium", "eorum omnium" è un genitivo soggettivo, quindi la consapevolezza di tutti questi. Ancora una volta Cicerone sottolinea come tutti i cittadini onesti, i "boni viri", i senatori e lo stesso console, siano da una parte e Catilina dall'altra. Tutti gli sono ostili. E dal momento che i suoi piani, i suoi progetti, sono scoperti, egli è tenuto sotto controllo.
"Quid proxima quid superiore nocte edideris? Ubi fueris? Quos convocaveris? Quid consilii ceperis? Quem nostrum ignorare arbitraris?"
Il verbo della proposizione principale è "arbitraris", che regge una infiniti va dalla quale dipendono quattro interrogative indirette. "Quem nostrum arbitraris ignorare?" Chi di noi, "quem nostrum", tu credi che ignori? Ed ecco la prima interrogativo indiretta: "quid proxima nocte edideris", che cosa tu abbia fatto la notte scorsa? "Quid superiore nocte", che cosa la notte precedente? "Ubi fueris", dove tu sia stato? "Quos convocaveris", che tu abbia convocato? "Quid consilii ceperis", quale deliberazione tu abbia preso? Con la notte scorsa Cicerone allude alla notte tra il 7 e l'8 novembre, "proxima nocte", appunto. "Superiore nocte" è invece quella tra il 6 e il 7 novembre. Come possiamo vedere, la struttura del discorso è abbastanza complessa. Abbiamo una principale "arbitraris" che regge l'infiniti va con il verbo "ignorare" e quattro interrogative indirette: "quid ageris", "ubi fueris", "quos convocaveris", "quid ceteris". Tutte queste interrogative indirette sono costruite con il verbo al modo congiuntivo, tempo perfetto, che esprime la anteriorità rispetto al tempo principale. Infatti, tutte queste azioni si sono svolte nelle notti tra il 6 e il 7 e tra il 7 e l'8 novembre. "Consilii" è un genitivo partitivo dipendente da "quid". Anche "nostrum" è un genitivo partitivo. È evidente in questo caso l'allusione da parte di Cicerone alla riunione tenutasi in casa di Marco Porcio Laeca, nel corso della quale è stato ordito il colpo di stato e sono state prese le decisioni per tentare di assassinare il console. Cicerone, in chiusura, quindi, l'oratore sottolinea come ogni azione compiuta da Catilina negli ultimi giorni sia perfettamente nota ai presenti.