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Alessandro Barbero - (Speciale) Dante, Alighieri Durante

Alessandro Barbero Fan Channel1:20:37

Transcription

[Musica] [Musica] Benvenuti. Oggi abbiamo l'ambizione di riportarvi indietro nel tempo di ben sette secoli e quella ancora più grande di raccontarvi la vita dell'uomo è universalmente riconosciuto come il padre della letteratura italiana e non solo come l'autore di un capolavoro che ancora oggi, dopo tanto tempo, è studiato, sviscerato, discusso nelle università di tutto il mondo e che è fonte di ispirazione per artisti, musicisti, attori.

Oggi vi raccontiamo la vita di Dante Alighieri, o meglio, di Durante degli Alighieri, detto Dante. [Musica]

Per raccontare la vita di Dante, ovviamente, ci vogliono delle informazioni e quelle informazioni possono arrivare soltanto dalla sua bocca. Dice "Mai pieno di libri che raccontano la vita di Dante". Sì, ma tutte si basano sulle informazioni che i suoi contemporanei ci hanno trasmesso. Quello che non ci hanno detto loro, noi non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Sono quelle che noi storici chiamiamo in gergo le fonti. Una fonte è qualunque cosa che si sia stata trasmessa dall'epoca che vogliamo ricostruire. Anche gli oggetti sono fonti: un fiorino d'oro o una torre di Firenze sono fonti, naturalmente. Ma è chiaro che per ricostruire la vita di Dante, le fonti più importanti sono quelle scritte.

Sono di tanti tipi. Ci sono i documenti conservati negli archivi: uno chiama il notaio per stipulare un contratto di matrimonio, oppure c'è il verbale di un consiglio in cui Dante si è alzato a parlare. Poi ci sono le cronache, e quello che succede quando una persona dell'epoca, nella tranquillità del suo studio, si mette a scrivere per tramandare ai posteri, cioè a noi, la sua memoria e la sua interpretazione delle cose che sono accadute alla sua epoca. E poi ci sono le vite di Dante, le prime, voglio dire, perché già i suoi contemporanei avevano capito benissimo di aver conosciuto un uomo eccezionale che avrebbe continuato a suscitare interesse nei secoli e quindi si sono messi a scrivere la sua vita.

Quindi noi abbiamo una collezione di testimoni, gente vissuta all'epoca di Dante o poco dopo, che ci ha trasmesso le notizie che noi possediamo su di lui. E questi testimoni, noi qui in televisione, ci siamo permessi di farli interpretare da un cast di attori. Queste due sono Giovanni e Filippo Villani, zio e nipote. Giovanni Villani è forse il più grande cronista fiorentino dell'epoca e nipote Filippo è già un uomo di un'altra generazione, appartiene già a quei circoli di umanisti che guardavano un po' dall'alto in basso i vecchi tempi medievali dello zio Giovanni e di Dante Alighieri.

Questo invece lo conoscete tutti perché Giovanni Boccaccio, l'autore del Decameron, che però non è soltanto un grande scrittore, è un prete, fra le altre cose, anche se pochi lo ricordano, ma è anche uno dei primi grandi studiosi di Dante. E Boccaccio, il Comune di Firenze ha dato a un certo punto l'incarico di fare lezione in pubblico sulla Divina Commedia e Boccaccio è l'autore di una delle prime vite di Dante.

Questo invece Leonardo Bruni è un uomo vissuto un po' più tardi, in pieno '400, un umanista, cancelliere della Repubblica Fiorentina. In quanto cancelliere, apriva i cassetti segreti, conosceva un sacco di documenti, ha visto delle lettere di Dante scritte di suo pugno che noi daremmo chissà cosa per averle, ma non le abbiamo più.

In questo signore invece torniamo indietro nel tempo, non è molto conosciuto, anzi, lo conosciamo soltanto noi specialisti. È un notaio, un notaio di Prato, Jacopo di Pandolfino. E questo è Dino Compagni, l'altro grande cronista fiorentino dell'epoca, coetaneo di Dante e suo compagno di partito, che dopo la sconfitta disastrosa che a Dante costa l'esilio e a lui, Dino Compagni, costa la fine della carriera politica, si ritira a casa a raccontare la sua versione degli avvenimenti drammatici della Firenze dell'epoca.

"Io vidi già cavalier model campo". Quella fu la prima volta quando ai miei occhi. A parte che si sente loro, anche Dante ha scritto tante cose che a noi servono per ricostruire la sua vita. Però in questo caso non ce la siamo sentita di fare impersonare Dante da un attore, abbiamo preferito affidare le sue parole alle voci collettive di tanti appassionati. Lo devo rifare da capo, ma faccio l'ultima. [Musica]

Bene, è ora di cominciare il nostro racconto e lo faremo nel modo più ufficiale possibile, quello anagrafico. Proviamo quindi a compilare la carta d'identità di Dante Alighieri. Partiamo dal primo punto: il nome. Dante si chiama Dante, questo lo sanno tutti. Ma forse non tutti sanno che Dante è un diminutivo, una contrazione di Durante. Oggi sono nomi piuttosto rari, dall'epoca invece erano molto comuni, specialmente a Firenze. E si vede nei documenti che la stessa persona regolarmente è chiamata in certi casi Durante e in certi altri più semplicemente Dante. Era una moda nella Toscana di allora ridurre così, accorciare così i nomi propri.

La nostra città era piena di Ulivieri che tutti chiamavano Vieri, di San Miniato diventati Neri, Bonaccorso Buon al Corso che diventava Corso, Agapito Baldo Corrado che diventava Nduccio, Balduccio Corraduccio, Duccio. Va bene. Zio e Francesco diventava Cecco. Beatrice Bisce. E Giovanni, avanti. Sebbene capitanava la faccenda, Maso, Tommaso. Diminutivi a parte, bisogna dire che se i fiorentini di quell'epoca avevano il gusto dei nomi insoliti, la famiglia di Dante in questo non era seconda a nessuno. Basta scorrere la genealogia per rendersene conto. Cacciaguida, il trisnonno; Alighiero, il bisnonno; Prete Nitto, il fratello del bisnonno; Bellincioni, il nonno; Alighiero, il babbo; e poi gli zii paterni Cornetto, Crudo, Belluzzo, più comuni Gerardo e Donato.

E veniamo al cognome Alighieri, che deriva dal nome di battesimo del bisnonno di Dante Alighieri, appunto. Cognome oggi è una cosa banale, ce l'abbiamo tutti. Ma all'epoca non era così. Nella Firenze di Dante, la maggior parte delle persone erano conosciute semplicemente col proprio nome di battesimo e quello del padre: Giovanni di Bartolomeo. Avere un cognome voleva dire appartenere a una famiglia, voglio dire, a una famiglia influente che contava qualcosa, che quindi i concittadini identificavano, distinguevano dalle altre. I Brunelleschi, i Tornabuoni, i Donati. Non è che ci fosse un'anagrafe. Attribuire il cognome era semplicemente l'uso dei concittadini che distinguevano le persone qualunque e quelle che invece contavano qualcosa. E in certi casi bastava appunto che un uomo diventasse abbastanza conosciuto perché tutti i suoi discendenti prendessero nome da lui, come è capitato a noi. Lo zio si chiamava Giovanni di Villano di Stolto e io sarei Filippo di Matteo di Villano. Ma siccome si sa, famosi modestamente, ci chiamano i Villani.

Dante era orgoglioso di appartenere a una famiglia che aveva un cognome e da quattro generazioni. Infatti, se lo fa raccontare per filo e per segno dal trisnonno Cacciaguida quando lo incontra in Paradiso. Ma noi come facciamo essere sicuri che a Firenze si diceva davvero gli Alighieri? Il primo documento che lo dimostra è del 1260, è il cosiddetto Libro di Montaperti, e cioè il codice in cui sono stati relegati i registri dell'esercito fiorentino catturati dai senesi alla grande battaglia di Montaperti, in cui appunto l'esercito fiorentino subì una devastante sconfitta. Lì, fra tutti i cittadini che facevano parte di quel disgraziato esercito, è elencato anche uno degli zii di Dante: "Burnetto de' Alighieri". Purgetto degli Alighieri. Ecco, questa è la dimostrazione che a Firenze effettivamente dicevano gli Alighieri. Non voleva dire che fossero nobili, ma era emergere dalla massa.

Mancavano cinque anni alla nascita di Dante. Nacque questo singolare splendore italico nella nostra città, negli anni della salvezza, vera incarnazione del Re dell'Universo, 1265. E voi vi chiederete: "Come faccio a saperlo?". Ma me l'ha raccontato un valente uomo chiamato Ser Piero di Messer Giardino da Ravenna, il quale fu uno dei più intimi amici e servitori che Dante ebbe. Intravedete? Ser Piero mi ha raccontato che Dante, inchiodato nel letto dalla malattia di cui sarebbe morto, gli disse di aver compiuto 56 anni a man mano. E se, come è morto il 14 settembre 1321, doveva esser nato nel maggio 1265. Il giorno non si sa, ma era dei Gemelli.

Durante d'Alighieri, teglia Ghieri, alias Dante Alighieri, è nato dunque a Firenze nel 1265. I suoi genitori, sappiamo poco. Dante non ne parla mai in nessuna delle sue opere e può anche darsi che li abbia malapena conosciuti. Il padre aveva almeno 40 anni e forse anche di più quando lui è nato. Il padre suo Alighieri, perde nella polizia. La polizia, secondo Sant'Agostino, va dai 7 ai 14 anni. Quindi la cosa è chiara: Dante era ancora un bambino quando morì suo padre. E la mamma di Dante, direi, conosciamo a malapena il nome e lo conosciamo perché c'è un documento che è stato scritto parecchi anni dopo, quando era già morto anche Dante, e i suoi figli si sono divisi l'eredità. E in quel documento è menzionata anche la dote della nonna, la mamma di Dante, appunto. Così impariamo che si chiamava Bella Donna. Bella. Il cognome, però, non c'era detto nessuno e non lo conosciamo.

È morta probabilmente quando Dante era molto piccolo, perché il papà ha fatto in tempo a risposarsi e a pare degli altri figli. È probabile che Dante non avesse neanche un ricordo di sua mamma. Per quanto ne sappiamo, potrebbe anche darsi che Bella sia morta di parto proprio dando alla luce Dante. È una cosa che capitava in passato. Ma di questa donna di cui nessuno sa niente, Boccaccio si è inventato una storia favolosa, e cioè che quando era incinta di Dante e stava per partorire, la mamma ha fatto un sogno premonitore che le annunciava che suo figlio sarebbe stato un uomo eccezionale, come succedeva nell'antichità, come era successo alla mamma di Alessandro Magno, pare, alla gentildonna. Nel suo sogno, esser sotto un altissimo alloro, sopra un verde prato, vicino a una chiarissima fonte, e qui si sentì a partorire un figliolo che il quale crebbe nutrendosi solo delle bacche le quali dall'alloro cadevano. E con le foglie d'alloro, si sa, si fanno le corone dei poeti, quelle stesse che vediamo in tutti i ritratti di Dante. Non è che Boccaccio si sia sforzato tanto. [Musica]

Dunque, Dante non ha avuto un rapporto molto stretto con i suoi genitori. Diciamo che ha ereditato, ha ereditato i poteri che hanno fatto di lui un cittadino agiato, che gli hanno permesso di dedicare la vita alle cose che gli piacevano, agli studi. Ha ereditato un cognome e una posizione sociale. Però qui sta il problema, perché è vero che i soldi c'erano, ma Alighiero non li aveva fatti in modo troppo pulito. Qualcuno diceva che erano usurai. Ma io dico che gli usurai sono quegli immigrati che non si sa da dove vengono, aprono una botteguccia e cominciano a strozzare i poveri. Ecco, quelli si andrebbero cacciati tutti. Ma un cittadino rispettabile che fa girare i suoi soldi, avrà ben diritto di guadagnarci qualcosa, no? Perché se i soldi non girano, si ferma tutto. Sì, lo so, loro prendevano interessi abbastanza alti, anche molto alti, sciamano il 20% all'anno, anche il 25%. Ma la gente ha bisogno di soldi. Senza soldi, di questi tempi, non si fa niente.

Ma dunque, il padre e il nonno, gli zii di Dante erano usurai? In termini tecnici, sì, senza il minimo dubbio. Dice "Misure non era proibita dalla chiesa?". Certo che era proibita. Ma se credete che tutte le cose vietate dalla chiesa, solo per quello, la gente non le facesse più, vuol dire che non avete capito cos'era il Medioevo. Far girare i soldi era importante, lo ha detto anche il nostro Ser Notaio. E quando a far girare i soldi erano cittadini rispettabili, nessuno diceva niente. E quindi Alighiero e gli altri non erano usurai, erano uomini d'affari che avevano le mani in pasta in tutte le occasioni in cui c'era da guadagnare qualcosa. [Musica]

Nato e cresciuto, non solo al bel fiume d'Arno, alla grande villa Firenze, di cui sono nativo e cittadino. Sul luogo di nascita, come abbiamo sentito, è Dante stesso a togliere ogni dubbio: era nato a Firenze. Il che significa in una delle più grandi e ricche metropoli del suo tempo. Perché i nostri discendenti possano comprendere che cosa era Firenze ai nostri tempi, bisogna ricordare che le gabelle rendevano 300.000 fiorini d'oro all'anno, che sarebbe una gran cosa per un regno. E Roberto di Napoli non ne ha di più, né re di Sicilia, né d'Aragona, molto meno. I cittadini adulti maschi in grado di prendere armi, che erano 25.000 ai miei tempi, erano la metà. Dopo la testa, sì, ma non ne parliamo, sono discorsi che allo zio non piacciono tanto.

Sapete, lui c'è porto durante la grande festa con più di mille letti che ospitavano poveri malati. Firenze alla fine del Duecento era come oggi Londra o New York, pulsava di vita e di denaro e cambiava faccia senza rimpianti nei riguardi per il passato. Era una città piena di cantieri che davano lavoro a una folla di immigrati. Al tempo di Dante stavano costruendo Santa Maria Novella, Santa Croce, la Badia, il Duomo, Palazzo Vecchio. E Dante abitava proprio vicino alla Badia, più o meno dove oggi c'è il museo chiamato Casa di Dante, anche se a forza di restauri, rifacimenti e demolizioni, il luogo è molto diverso da come probabilmente si presentava ai suoi tempi. Però, com'era la casa di Dante, possiamo provare a immaginarlo anche grazie a qualche preziosa testimonianza.

Al tempo in cui Dante venne al mondo, Firenze era divisa in quartieri, ma siccome erano sei, non quattro, allora venivano chiamati sestieri o sesti. Il sesto di Porta San Piero, San Piero Maggiore, era quello dove si trovavano le case degli Alighieri, che abitavano all'angolo di Porta San Piero, all'ingresso del Mercato Vecchio, proprio sulla piazza, dietro al popolo di San Martino del Vescovo, che voi oggi chiamereste la parrocchia di San Martino. Nel sesto di Porta San Piero si è sempre reclutata la migliore cavalleria, gente d'arme della città. Ma tutti, io ho anche scritto che la gente lo chiamava il sesto dello scandalo. Certo, lo scandalo, cioè i litigi, le sommosse, le guerre civili, sono sempre cavalieri che le provocano.

In questa città straricca c'era gente che i soldi li aveva fatti da tanto tempo, che si era abituata a vivere come i nobili della campagna, sempre a cavallo, in mezzo alle armi, ai cani da caccia. Questi cavalieri guardavano dall'alto in basso la gente che i soldi aveva appena cominciato a farli, perfino Dante, siccome era ricco di famiglia e non aveva bisogno di lavorare, ostentava disprezzo verso gli immigrati dal contado che i soldi, appunto, avevano appena cominciato a farli e magari erano già diventati più ricchi di lui. "La gente nuova e subiti guadagni orgoglio e dismisura ingenera Fiorenza in the seas, che tu già tempi anni". E così Firenze era spaccata e tutti quei soldi non portavano concordia, ma guerra civile. Fra quelli che avevano già avuto il tempo di investire e avevano comprato terre e castelli e costruito torri e tenevano cavalli e armi e si facevano chiamare cavalieri, e chi per queste cose non aveva tempo perché stava a bottega a lavorare.

Tra i magnati e il popolo erano la disgrazia della nostra città. I magnati, i grandi, come diceva la gente, famiglia numerosa, prepotenti, tutti con lo stesso cognome, tutti sì, tutti cugini, tutti ricchi e tutti armati nelle loro case. Erano così vicine le une alle altre che occupavano intere parrocchie e dominavano con le loro torri. Avete presente San Gimignano? E Firenze è così, solo che era 10 volte più grande. E tutta in stadi torre. Trovate un po' voi a far funzionare un governo pacifico, a tenere ai cittadini d'amore e d'accordo in una città piena di gente così. Tra i più cattivi di tutti c'erano i Donati, quelli erano sì antichi di sangue, ma non così ricchi. I Cerchi, invece, erano uomini di basso stato, venuti da chissà dove, a buoni mercanti, gran ricchi. La prova: la gente non faceva differenza, tutti i grandi, tutti i magnati. [Musica]

Dei Cerchi e dei Donati sentiremo ancora parlare perché sono loro i capi delle fazioni che si affrontano al tempo di Dante, che abitavano nel suo stesso sesto, Porta San Piero. Per il momento, limitiamoci a dire che sono famiglie come queste a impedire il funzionamento pacifico del Comune, perché quando le cose non vanno come vogliono loro, sono pronti a occupare la piazza armati. E poi c'era il popolo, noi, cioè tutti gli altri, tutti quelli che non avevano tempo per i cavalli, per i tornei, perché dovevamo andare a bottega a lavorare, a fare soldi. Certo, in base, in armonia e in buona concordia, non chiedevamo altro. I grandi, invece, sempre a pensare alla guerra, a fare la guerra alle altre città, e quando non si poteva farcela tra di loro, ma la guerra per gli affari è un disastro. [Musica]

Ma torniamo al piccolo Dante, che sta crescendo nel sesto di Porta San Piero, e proviamo a immaginare com'era l'infanzia di un ragazzino nella Firenze dell'epoca. Beh, c'era la scuola, innanzitutto, perché i bambini della classe sociale di Dante, ovviamente, andavano a scuola. E a dire il vero, non soltanto loro, ma è chiaro che a Firenze fanciulli andavano a scuola quasi tutti, alla mia età, 8.000, 10.000 fanciulli maschi e femmine che imparavano a leggere. Poi c'erano 1.200, 2.200 più grandicelli, i garzoni, che imparavano a far di conto. E infine 550, 600, sì, quelli che imparavano il latino, la logica.

Cosa ha imparato Dante a scuola? A leggere e a scrivere, che erano due cose separate. E poi subito un po' di latino, perché in realtà si imparava a leggere direttamente su testi latini, sul Salterio, che era un libro di preghiere, e sulla Grammatica del Donato. Tutti i bambini ci passavano. Poi, però, la grande maggioranza con il latino smettevano lì, perché a loro saper leggere e scrivere serviva solo da grandi per tenere i libri di bottega. Dante, invece, ha continuato. Anche se poi da adulto si accorgerà che il latino imparato a scuola, in cui gli bastava mica per leggere davvero Cicerone.

Chi fosse il suo maestro non lo sappiamo. Dante non ne parla mai. Non abbiamo idea dei ricordi che può aver conservato dei tempi della scuola. Probabilmente cattivi ricordi, perché all'epoca, bisogna dirlo, i ricordi di scuola erano soprattutto ricordi di frustate. Erano più felici i momenti liberi al di fuori della scuola, quando poteva anche capitare che i bambini accompagnassero i genitori alle feste dei grandi. Il primo maggio era usanza nella nostra città festeggiare la primavera in compagnia e separate, si capisce, gli uomini con gli uomini e le donne con le donne. Un cittadino molto ricco, Folco Portinari, aveva invitato i vicini nella propria casa a festeggiare e fra gli altri anche Alighiero, e con lui era andato anche suo figlio Dante, che non aveva ancora compiuto nove anni, perché i fanciulli piccoli vanno coi padri, specialmente ai luoghi festevoli. La forte separazione fra i sessi che usava Firenze non valeva nell'infanzia. E infatti, a quella festa di uomini, di padri, era pieno di maschietti e femminucce che li avevano accompagnati e che a un certo punto si sono alzati da tavola, si sono messi a giocare.

E lì che Dante ha incontrato Beatrice per la prima volta. Dante dice: "Stava per compiere nove anni, Beatrice aveva appena compiuto gli otto". Siamo quindi nella primavera 1274. "Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesta, sanguigno cinta e ornata alla guisa che alla sua giovanissima età si convenia". L'unico particolare che Dante ci racconta di quella scena è che Beatrice aveva un abitino rosso, rosso sangue, e lui si è innamorato pazzamente. "Da allora innanzi dico che amore signoreggiò la mia anima". Dopo quel primo incontro infantile, Dante ha cercato tutte le occasioni di rivedere Beatrice. Non è mai riuscito neanche a salutarla. Può darsi che per anni non l'abbia proprio più rivista, anche perché a Firenze all'epoca, appena una ragazzina si avvicinava alla pubertà, i genitori non lasciavano più uscire di casa. "Belli l'amore mi comandava molte volte che io cercasse per vedere questa angela giovanissima, onde io nella mia purezza molte volte andai cercando".

Passano nove anni dopo quel primo incontro infantile, prima che a Dante capiti di nuovo di incontrare Beatrice per la strada. È il 1283, hanno 18 anni tutte e due. E Dante in giro da solo per le strade di Firenze, quando all'improvviso si accorge che c'è lei che gli sta venendo incontro. Anche se erano quasi coetanei, la loro posizione nella società era diventata molto diversa. Dante a 18 anni era ancora un adolescente pieno di desideri repressi. Beatrice, che era più piccola di lui, era già una signora sposata. Quindi usciva di casa quando voleva, anche se raramente da sola, dato il rango di suo marito. "Il cavaliere Simone de' Bardi, grande azionista bancario, questa mirabile donna porse a me vestita di colore bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di più lunga età de". [Musica]

E quindi anche quel giorno, quando Dante se la vede venire incontro, Beatrice non è da sola, ci sono due signore più anziane insieme a lei. E lui va nel panico, come qualunque adolescente imbranato, e cerca di non farsi vedere. E invece Beatrice lo riconosce e lo saluta. E a lui sembra di toccare il cielo con un dito. "Era la prima volta che sentivo la sua voce, con la fu la prima volta che le sue parole si mossero pervenire ai miei orecchi, presi tanta dolcezza che, come inebriato, mi partiva dalle genti e ricorsi all'osso, luogo ad una mia camera e posai a pensare di questa cortesissima". A questo punto, il diciottenne corre a casa, si chiude in camera e comincia a ripensare intensamente a questa cosa fantastica che gli è capitata. Poi alla fine si addormenta e mentre dorme, la sogna Beatrice nuda. Ci tengo a sottolinearlo, perché Dante, che ha voluto scriverlo, anche se lo dice con un tocco così leggero che di solito i commentatori non ci si fermano troppo. E poi si sveglia in preda a una violentissima emozione.

E qua mi verrebbe da dire: niente che non sia capitato anche a noi a 18 anni, o comunque che non avrebbe potuto capitarci. A quel diciottenne era Dante e viveva in un mondo diverso dal nostro. In quel mondo era comparsa da poco, fra i giovani come lui, una novità che faceva furore e consisteva nel fatto di discutere fra loro sull'amore, su questa forza straordinaria che li dominava tutti. Discuterne, però, in versi, scrivendo poesie, poesie nella lingua di tutti i giorni, non in latino. Anticamente non c'erano dicitori d'amore in lingua volgare, anzi, erano dicitori d'amore certi poeti in lingua latina. Lo ricorda bene Dante e ricorda bene perché certi poeti volgari a quei tempi fecero la loro comparsa. E il primo che fu poeta in lingua volgare lo fece perché voleva fare intendere le sue parole a una donna alla quale era malagevole di intendere diversi la tiri.

Scrivere sonetti in volgare, in lingua, dice Dante, lui non lo chiama mai l'italiano, al suo tempo non si usava ancora. Scrivere sonetti in volgare e mandarli ad altri poeti e aspettare le loro risposte e discuterne davanti al pubblico. In fondo, è la stessa cosa che succede oggi nel poetry slam o nel freestyle. E del resto, quelli erano versi fatti per essere messi in musica e Dante aveva molti amici musicisti. [Musica]

"Ciascun norma presi gentil core nel cui cospetto bello di presa ciò che mira e scriva un super dante saluto il lor signori amore che erano così che attrezzate al ore del tempo con e stella lucente roma parlano ma subito a mente turni d'assenza membro armidoro allegro mi sembrava morti cuore muore nelle braccia via madonna in volta in un rapporto ma se avete soccorre ordinandole po ventoso". [Musica]

Classe girone vede a piangere i poeti che ricevettero il sonetto risposero. Qualcuno nello stesso tono elevato, qualcun altro invece con un brusco abbassamento stilistico, come Dante da Maiano, che consigliò al ragazzino di sciacquarsi i testicoli in acqua fredda per farsi passare i bollori. "La tua coglia largamente a ciò che stinga e passi lo vapore". Per quelli che risposero in tono serio, c'era anche Guido Cavalcanti, che diventerà poi il più grande amico di Dante. Un magnate, anzi, uno dei più arroganti e violenti, ma anche un grande poeta e un gran signore, uno studioso di filosofia e una testa matta. Io Cavalcanti l'ho anche messo nel mio Decameron, che forse avrete letto. Bel personaggio. Tutte le migliori compagnie di giovani ricchi lo volevano. Era un ottimo filosofo, anche se questo ai giovani ricchi importava poco, ma era il più elegante di tutti, il più raffinato e ricchissimo. Lo invitavano dappertutto e lui non ci andava mai. Ma con Dante, invece, era amico vero, anche se litigavano sempre.

Gli amici erano importanti per Dante. In gioventù si è fatto degli amici a cui ha continuato a voler bene per tutta la vita, anche se parecchi sono morti molto prima di lui. All'epoca era facile morire giovani e lui ha cercato di consolarsi della perdita immaginando di ritrovarli in Purgatorio. Alcune di loro erano di condizione sociale superiore alla sua, membri di grandi famiglie, gente che suo padre o i suoi zii non frequentavano. Ma lui dava del tu ai figli dei Canali ieri perché scriveva poesie insieme a loro. I giovani a quei tempi uscivano molto insieme, c'erano tante feste e cene, ma le compagnie erano divise: i maschi coi maschi e le femmine con le femmine. Ora le cose sono cambiate, c'è più libertà. I giovani d'oggi non hanno più idea di come vivevano i loro nonni. Colpa della testa. Dopo l'epidemia è cambiato tutto. Anch'io nel mio Decameron ho inventato che sette ragazze durante l'epidemia decidono di andar via da Firenze in una casa di campagna. Poi ci sono tre giovanotti che propongono di aggregarsi anche loro. All'inizio le ragazze non vogliono, sono cose che non si fanno, cosa dirà la gente? Poi però una di loro, Fiammetta, dice che a lei di quel che dice la gente non importa niente. I giovani d'oggi, a metà del Trecento, sono così. Ma ai tempi di Dante, l'idea di uscire in compagnia tutti insieme, ragazzi e ragazze, era una cosa impensabile.

Dante cerca tutte le occasioni per vedere Beatrice. Quando è morto il padre di Beatrice, Folco Portinari, Dante è andato a casa sua, ma non ha potuto entrare perché l'usanza era che quando c'era un morto in casa, solo le donne entravano per il pianto funebre, gli uomini dovevano restare fuori. [Musica]

E intanto studiava. Studiava teologia, filosofia, aritmetica, geometria, leggeva di storia. Ha letto così tanti libri che a un certo punto iniziò a ballar lì la vista e allora dovette curarsi per molto tempo in luoghi bui e freddi. E poi ha ricominciato. Stava sveglio la notte, faticava sui libri. Si vede da tutto quello che ha scritto che era un vero pozzo di scienza. Ma non era più la scuola del maestro col frustino. Dante era maggiorenne, orfano di padre e quindi capofamiglia. Era ricco e padrone di fare quello che voleva. E quello che voleva fare era studiare. E ha studiato con il maestro più prestigioso di Firenze, Brunetto Latini, che gli ha insegnato un'arte nuova, si chiamava l'Ars Dictaminis. A dire cos'era, sembra una cosa comica, era l'arte di scrivere lettere, ma non le lettere private, le lettere politiche, le lettere che si scrivono i governi, in cui discutono di grandi questioni. Ed era l'arte di fare discorsi in pubblico. E quindi, di nuovo, qualcosa che era al centro della vita politica di Firenze, dove per fare carriera, bisognava essere capaci di alzarsi in pieno consiglio e prendere la parola, di stare al balcone, alla ringhiera, e arringare, appunto, il popolo e convincere. Insomma, Brunetto Latini a Dante ha insegnato l'arte di fare politica.

Intanto leggeva grandi poeti, quelli che tutti ammiriamo, anche se poi non sono tanti quelli che li hanno letti veramente. E Ovidio, spazio, Lucano e Virgilio, naturalmente, che poi lo accompagnerà all'Inferno. Lui, dico Dante, sapeva tutta l'Eneide a memoria e se ne vantava. A un certo punto si fa fare i complimenti anche da Virgilio: "Bello, sai tu che la sai tutta quanta?". Però a un certo punto ha dovuto distogliersi dallo studio per occuparsi di una sfida di ben altro ordine. Già Campaldino. L'acqua e libri si faceva poco. [Musica]

L'11 giugno 1289, Dante non è nel suo studio a leggere i poeti classici, è a cavallo in mezzo alla campagna, con addosso la cotta di maglia di ferro che pesa almeno 20 kg, con lo scudo al braccio, la lancia in pugno, la spada cinta al fianco e in testa l'elmo d'acciaio chiuso e soffocante. In quella battaglia memorabile, grandissima, che fu a Campaldino, lui, giovane bene stimato, si trovò nell'arma combattendo rigorosamente a cavallo nella prima schiera. Tanta è la sotto nella piana di Campaldino, è uno dei 150 cavalieri che i fiorentini hanno schierato in prima linea a tendere l'urto del nemico. Non sanno ancora che la battaglia di Campaldino sarà una grande vittoria e che segnerà la disfatta definitiva dei Ghibellini e l'egemonia di Firenze in Toscana.

Io ho potuto leggere una lettera in cui Dante descrive tutta la battaglia e dice che all'inizio ha avuto una gran paura. E solo alla fine ha capito che era andata bene. Dante ha avuto paura, dice. Non c'è niente di strano o niente di vergognoso. I cavalieri senza macchia e senza paura esistono solo nel nostro immaginario. Loro sapevano cos'è la guerra e cos'è una battaglia. Sapevano che solo i ragazzini non hanno paura la prima volta, quando non lo sanno ancora cosa li aspetta. E quindi Dante, quando ci dice che a Campaldino ha avuto paura, sta dicendo una cosa molto precisa: che lui ormai era un uomo. E del resto, la battaglia è stata davvero terribile. L'aria era offerta di nuvole, la polvere della grandissima. I pedoni degli aretini si mettevano carponi sotto i ventri dei cavalli e coi coltelli in mano li sbudellavano. I primi si fecero così avanti che molti da tutte e due le parti furono uccisi. Nel bel mezzo dello schieramento, molti che si credevano coraggiosi quel giorno furono vili e tanti, di cui non si parlava da quel momento, furono stimati.

Dante nella Commedia ricorda di quando, dopo la vittoria, ora sono andati a devastare il territorio di Arezzo e a correre giostre e tornei sotto le mura di Arezzo per farsi beffe dei nemici sconfitti. "Corridori di per la terra, mostruosità e vizi gualdani sedi torneamento percorso giusto". Dopo la battaglia, Dante tornò a casa e ricominciò a studiare, agli studi più ferventemente che prima. Si diede all'inizio degli anni '90. Dante a 25 anni è un uomo adulto, ricco, padrone della propria vita, che ha già fatto anche molta esperienza, partecipato a una guerra, una grande battaglia. Ma il nuovo decennio si apre con un avvenimento traumatico: il 19 giugno 1290 muore Beatrice. [Musica]

Per Dante è uno shock da cui non si riprenderà mai del tutto. Per elaborare il lutto, come diciamo noi, dovrà scrivere la Divina Commedia, tenendo fede a una promessa che ha fatto già nelle ultime righe della Vita Nova: "Sicché, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per quanti anni, io spero di dir di lei quello che mai in un po' è detto da alcuna". Per provare a reagire allo shock della morte di Beatrice, Dante provò a rifare l'unica cosa che era in grado di distrarlo: studiare. [Musica]

Brunetto Latini gli aveva parlato di certi autori antichi che raccontavano di una cosa misteriosa: la filosofia. E garantivano che la filosofia può consolare da tutti i mali. Si chiamavano Boezio, Cicerone. Dante decise di leggerli. Si procurò i loro libri, cosa che non era così facile, e ci si mise seriamente. Si accorse subito che col suo latino imparato a scuola faceva fatica. Lui era uno che davanti alle difficoltà si intestardiva. Si innamorò della filosofia e cominciò a immaginarla. E immaginava la filosofia come una donna gentile, e non la poteva immaginare in atto alcuno se non misericordioso. E così Dante cominciò a immaginarsi la filosofia come una gran signora che lo aiutava a consolarsi della perdita di Beatrice. E da questo immaginario cominciai ad andare in la novella, si dimostrava veracemente, cioè nelle scuole dei religiosi e alle disposizioni delle filosofanti. Le scuole dei religiosi e le disputa zione degli filosofanti ci portano nei grandi conventi fiorentini di Santa Croce e di Santa Maria Novella. E non erano esattamente luoghi di agio e di tranquillità in quegli anni, perché entrambe le chiese erano in costruzione e quindi erano due cantieri formicolanti di gente, pieni di rumore.

Li Dante approfondisce lo studio della filosofia, che per noi, come per gli intellettuali del suo tempo, era qualcosa di ancora più ampio di quello che potremmo pensare noi. Era una riflessione su come è fatto l'universo e su che mezzi abbiamo noi per conoscerlo e su qual è il nostro libero arbitrio. Era la filosofia naturale, che studia appunto come è fatta la natura. Ma poi da questo loro ricavavano anche delle conseguenze etiche, la filosofia morale. In altre parole, erano convinti che sapendo come è fatto il mondo, noi possiamo anche imparare come starci al mondo. "Era preso dalla dolcezza del conoscere il vero delle cose racchiusa dal cielo". [Musica]

Ma torniamo alla carta d'identità che stiamo compilando per il nostro Durante Alighieri. Abbiamo stabilito il nome e cognome, data e luogo di nascita, abbiamo visitato la casa natale, il quartiere, abbiamo conosciuto i genitori, gli amici, lo abbiamo accompagnato nei suoi studi e nei suoi amori. Non abbiamo ancora dato i connotati e i segni particolari. Forse è arrivato il momento di dare un volto e un po' di fisicità al nostro protagonista. "Il nostro poeta era di mediocri statura, aveva il volto lungo, il naso aquilino, le mascelle grandi e il labbro inferiore così proteso quanto quelli sopravanzava. Di spalle era parecchio curvo, gli occhi non erano piccoli, grossi, la carnagione bruna, i capelli crespi e neri e appariva sempre malinconico e pensoso". [Musica]

Però, però, ricordiamoci sempre che Boccaccio, Dante non lo ha mica conosciuto. Parlava per sentito dire. La cosa più sicura è quando racconta di un nipote di Dante, figlio di una sua sorella, che si chiamava Andrea Poggi. Perché questo nipote, invece, Boccaccio lo ha conosciuto. Nei lineamenti del viso, Andrea assomigliava meravigliosamente a Dante e anche di statura erano simili. E anche nell'andamento, che appariva un poco gobbo, come Dante. Si diceva andasse. Ecco, qui si sente una nota autentica. Andrea andava un po' gobbo e a Boccaccio qualcuno ha detto: "Tutto suo zio". A questo punto ci rimangono da completare due voci della scheda anagrafica di Dante: lo stato civile e la professione. E cominciamo dallo stato civile, che almeno in apparenza è la cosa più semplice: coniugato. Anche se in realtà, anche qui, non mancano i misteri.

Dante era sposato con Gemma di Messer Manetto Donati, ma il mistero è quando si sono sposati. L'atto di matrimonio non ce l'abbiamo, ma in un documento molto più tardi, quando Gemma era già vedova, lei menziona l'atto del suo matrimonio e dice che è datato al 1277. Attenzione, quando Dante aveva 12 anni. Di questa cosa, in genere, non ci si preoccupa molto, perché c'è l'idea che a quell'epoca facevano sposare anche i bambini. Ed è vero che si facevano promesse di matrimonio fra bambini, ma l'atto di cui stiamo parlando è un'altra cosa. Io ricordo un caso di bambini che si sono sposati. Avvenne l'anno in cui Donato io nel 1280, era nella famiglia dei Conti Guidi, c'era da mettere in salvo un enorme eredità e così fu celebrato questo matrimonio, anche se non lo sapevano benissimo che era illegale e Santa Madre Chiesa non approvava. Ma c'erano in ballo troppi soldi, ne hanno fatto lo stesso. Sì, sì, ma quelli erano i Conti Guidi, figuriamoci se una cosa così potevano farlo agli Alighieri. Tra l'altro, i Conti Guidi erano i padroni di questo castello di Poppi, in cui noi ci troviamo adesso, ed erano una famiglia principesca. A loro certe trasgressioni erano consentite. Alla gente qualunque come gli Alighieri, secondo me, no. Quindi io sono abbastanza convinto che in realtà sono i notai che si sono sbagliati a trascrivere l'anno e che Dante si è sposato verso i 25-30 anni, come tutti, come tutti i giovani uomini della sua classe sociale, che si sposavano tardi. Le donne, no. La moglie era sempre molto più giovane del marito. Le ragazze si sposavano appena possibile, a 14, a 15 anni. E del resto, Boccaccio lo dice: "Benché partita dal mondo Beatrice, gli aveva nel petto la sua immagine lasciata per perpetua donna". E allora i parenti ragionare insieme che se Dante avesse preso per moglie una giovane, questa avrebbe potuto scacciare il pensiero della prima. E senza alcun indugio misero in pratica quel che avevan pensato.

Allora, lo stato civile lo abbiamo definito. L'altra voce che riguarda la professione, la lasciamo in bianco. Dante non lavorava, viveva di rendita. Il padre, il nonno, gli zii erano gente d'affari e avevano fatto i soldi. Lui, i soldi li aveva ereditati. Non che fossero tantissimi, ma abbastanza per vivere tranquillamente da cittadino, come si diceva allora. Un paio di bei poderi in campagna con i loro mezzadri, che ogni anno venivano in città a pagare l'affitto al padrone. Dante, se avesse voluto, avrebbe potuto anche lui impegnarsi un po' negli affari, ma non aveva la vocazione. Diversamente dal suo fratello, il fratellastro Francesco, per tutta la vita ha continuato a fare affari, comprare terra, rivenderla, prestare soldi. Però, nei protocolli dei miei colleghi notai di quell'epoca, sono saltati fuori parecchi documenti in cui Dante e Francesco prendono soldi in prestito. Ed è nata la leggenda che fossero in difficoltà economiche, addirittura che si fossero impoveriti. Ma non è così che andavano le cose. Miei tempi, non so per voi se è diverso, ma da noi la regola è che i ricchi fanno grossi debiti e i poveri fanno debiti piccoli. E Dante e Francesco prendevano in prestito grossissime somme. In un'occasione, 480 fiorini d'oro. Vogliamo dire mezzo milione dei vostri euro. Con 480 fiorini, una famiglia come la loro avrebbe potuto vivere 10 anni. E dunque, la verità è un'altra: e che quei soldi servivano a Francesco per i suoi investimenti, oppure a Dante per un'altra cosa di cui finora non abbiamo ancora parlato, ma di cui è proprio arrivato il momento di parlare, perché l'unica cosa che per qualche anno lo ha occupato quasi quanto lo studio e la poesia: la politica. [Musica]

Il nostro era un governo largo, come si diceva ai miei tempi. Si partecipava in tanti, a turno. I consigli che prendevano le decisioni venivano rinnovati ogni sei mesi e dentro c'era un bel po' di gente. Io non ho mai fatto il conto, ma ma credo che se non erano mille, poco ci mancava. Ed era un governo di popolo, della gente che lavora. O non dico mica dell'operaio, di simile gentaglia, no, di chi ha una bottega e paga le tasse, di chi è iscritto alla corporazione di mestiere, a un'arte. I mercanti, i medici, i notai, gli speziali, i lanaioli, ai più piccoli, i calzolai, i fabbri, i macellai. I sei magistrati supremi, i Priori, li eleggevamo direttamente dalle corporazioni, come se nel vostro mondo il governo fosse eletto da Confindustria o Confesercenti, Confartigianato. Sì, sì, sì, ma abbiamo capito. Se i sei Priori stavano in carica due mesi, mi dicono che nel vostro mondo non vi preoccupate di una cosa che si chiama stabilità di governo. A me non piacciono i governi che durano poco. Per noi era esattamente il contrario. Guai a uno che adesso è troppo al potere. Tu hai messo la mia se la durata giusta.

E dunque, la politica era fatta di riunioni, commissioni, giunte, consigli e di votazioni continue, a voto palese e a voto segreto, e di discorsi come quelli che Dante aveva imparato a fare studiando con Brunetto Latini. Però, attenzione, perché questa dimensione, diciamo così, democratica della vita politica, doveva poi sempre fare i conti con l'altra dimensione sempre presente: quella della violenza. Perché quelli che non erano contenti di come andavano le cose, avevano sempre la tentazione di scendere in piazza armati e rovesciare il governo con la forza. O per niente. I sei Priori dovevano stare per due mesi chiusi dentro una torre, la Torre della Castagna, che poi era proprio davanti alla casa di

Dante e per loro stavano costruendo un palazzo che poi sarà Palazzo Vecchio. Perché stessero ancora più sicuri, dovevano stare chiusi dentro una fortezza per evitare che i nemici del popolo gli facessero la pelle. I nemici erano i cattivi cittadini di Firenze, quelli che pensavano solo ai loro interessi invece che alla concordia, il bene comune. E poi, se devo dire di più, erano i grati, i magnati, quindi, che non avevano niente a che spartire con il popolo perché non lavoravano. Loro andavano in giro a cavallo, addobbi, feste, tornei, avevano tempo da perdere loro e noi, il popolo. Quella gente lì non la volevamo nel nostro governo. Si erano fatte le leggi: i cavalieri non potevano diventare priori e non potevano entrare nei consigli. Non solo loro, ma anche tutti quelli che avevano i cavalieri in famiglia e che non erano scritti alle arti, perché non lavoravano, appunto, scioperati, mi chiamavano così.

I magnati facevano paura, erano tanti e bene armati e, in caso di bisogno, facevano venire in città dalla campagna ai loro contadini armati anche loro per intimidire il governo di popolo. E proprio in un'occasione del genere che Dante per la prima volta si è alzato e ha fatto un intervento in un consiglio, o almeno così parrebbe di capire da un verbale che è arrivato fino a noi.

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Il documento è sbiadito, ammuffito, si fa una gran fatica a leggerlo, però si individuano alcune lettere del cognome Alighieri. Era proprio Dante, pare che non ci fosse nessun altro il cui cognome potrebbe corrispondere a quelle lettere, quindi sì, diciamo che era lui. Certo che, come col famoso contratto di matrimonio, non siamo tanto fortunati quando si tratta dei documenti che dovrebbero illustrare i momenti cruciali della vita di Dante. E poi, non crediate che lì ci sia registrato il testo del suo intervento. No, c'è solo scritto che quel giorno Dante è intervenuto a favore della proposta del governo, che poi è stata approvata.

Ma quale era questa proposta? Che giorni quelle si temeva la guerra civile. I magnati si erano messi in capo di pretendere la modifica alle leggi che gli escludevano dal nostro governo, e la pretendevano a modo loro. Scesero in piazza armati e noi, il popolo, si è scesi anche noi, tutti armati, ciascuno sotto il gonfalone del proprio rione, a difendere la torre dei priori, a tirare su le barricate nelle strade. Si sono guardati in faccia tutto il giorno sotto il sole di luglio. Cittadini autorevoli, frati, faceva la spola cercando di metter pace. Rimaniamo in fondo, nove a tutti i soci. Le leggi colpivano troppe famiglie, bastava avere avuto un cavaliere che sai quanto tempo prima da e fini viene veniste, non potevi fare più politica. Ti tenevano d'occhio. Per fortuna, il governo c'è la gente ragionevole. Hanno promesso le modifiche e i magnati hanno accettato da morando.

Questa è la proposta che Dante ha appoggiato: il giorno dopo allentare le misure di sicurezza contro i grandi, permettere anche a gente ricca che non lavora di accedere ai posti di governo, purché accetti la formalità di iscriversi alla Confindustria, voglio dire, alle corporazioni, alle arti. E questo ci fa anche capire qual era la posizione politica di Dante. Serviva un governo di popolo, certo, anche perché quello era il governo del momento e se uno voleva fare politica doveva adattarsi. E del resto, Dante era un plebeo, anche se viveva di rendita. Però le rivendicazioni dei nobili cavalieri, le cattive tra loro, c'erano i suoi amici, c'erano i parenti di sua moglie Gemma, le capiva. E quando il governo ha deciso di accettarle, lui è stato d'accordo. Non solo, hanno scelto lui per parlare a favore della proposta, e questo vuol dire una cosa sola: che il partito si fidava di lui. Avevano identificato questo è uno dei nostri, di noi che vogliamo sì il governo di popolo, certo, ma senza inutili intransigenza nei confronti delle grandi famiglie e anzi, con tanta diffidenza nei confronti dell'estremismo dei poveri.

Dante si era messo in politica e ne fu inviluppato tremendamente, abbandonando gli studi, le considerazioni filosofiche che richiedevano quiete, concentrazione, somma pace d'animo, impossibile in quel tumulto che è la politica. E la politica fiorentina era davvero un vespaio pieno di trappole, perché non c'era soltanto la spaccatura sociale fra i magnati e i popolani, c'era anche la vecchia spaccatura ideologica incancrenita fra guelfi e ghibellini, che ormai era tenuta viva solo dalla propaganda, perché i guelfi avevano vinto, stravinto. E dire ghibellini a Firenze era come dire comunisti negli Stati Uniti. Una volta c'erano, adesso non ci sono più. Però c'era il partito guelfo, parte guelfa, col suo palazzo che esiste ancora oggi nel centro di Firenze. C'era parte guelfa che badava a garantire loro ortodossia politica della città e a stilare le liste dei sospetti ghibellini da tenere sotto sorveglianza. Questa storia del partito guelfo che faceva le liste dei sospetti ghibellini e gli rovinava la vita è continuato anche dopo, fino a mettere, se qualcuno voleva fare carriera politica, si vantava di essere più guelfo degli altri e se volete tagliare le gambe a un loro concorrente, accusava di essere ghibellino e lo faceva cacciare da tutti i consigli, e magari quello lì era più guelfo di loro.

Ma al tempo di Dante, il problema peggiore era un altro: era che nel partito guelfo erano in troppi a voler comandare e così si erano formate due correnti, come diremmo noi oggi, due fazioni, che prendevano il nome delle due famiglie principali: gli amici dei Cerchi, che poi si chiamarono i Bianchi, e gli amici dei Donati, i Neri. Erano due famiglie molto diverse: una aveva più orgoglio che soldi e l'altra tutto il contrario. Della casa Donati, il capo era messer Corso Donati e lui e quelli della sua casa erano guerrieri. Non adesso, perché ricchezza e per motto venivano chiamati "male fame" e non sappiamo se "male fame" volesse dire "di malafama" o addirittura "fame di male". Certo, non era un soprannome rassicurante. Con questi Donati, Dante lo sappiamo, rimaneva parente. Suo suocero, Manetto Donati, era un lontano cugino di Corso ed era fratello di Corso Donati, l'amico di gioventù di Dante, Forese. Ma Dante, e sappiamo anche questo, era uno che faceva di testa sua e infatti stava con i Cerchi.

Della causa dei Cerchi, il capo era messer Vieri de' Cerchi. La famiglia Cerchi era gente di grande affare, possenti, di grandi paventati mercatanti, ricchissimi. La loro compagnia era una delle maggiori del mondo. Come uomini, erano morbidi, innocenti, salvatici e ingrati. I Cerchi non erano nobili, insomma, non erano antichi e si vedeva, perché non avevano ancora imparato a stare al mondo, non avevano imparato a farsi degli amici, come è necessario in politica. Però questo non gli impediva di essere anche loro dei magnati, dei grandi, perché la loro compagnia commerciale, che poi era soprattutto una banca, era una delle più importanti di Firenze, una delle più importanti del mondo, dice il Villani, e ha ragione, perché le banche a quell'epoca esistevano solo nelle città toscane, nel resto del mondo non sapevano neanche cosa fossero. Senza i nostri banchieri fiorentini, neanche re d'Inghilterra, Luigi di Francia, potevano fare la guerra. I soldi che avevamo noi, si finanziava anche il Papa e, fin dei conti, Firenze era guelfa, da noi i ghibellini non hanno mai avuto speranza. Il Papa faceva affari solo con i guelfi. Ai miei tempi, sul finire del '300, nelle banche hanno incominciato a investire anche dei popolani venuti dal niente e si sono fatti ricchi, i Medici, ad esempio. Mi dicono aver fatto una gran fortuna. Ma ai tempi di Dante, le quote maggiori nelle banche le avevano solo i grandi, i magnati, gli Spini, i Tosi. E avanti saranno. In città non potevano essere eletti a nessun incarico, ma poi la finanza avevano emanato, capite come faceva fatica a stare a galla il governo dei priori? Loro rappresentavano il popolo, un governo del popolo in cui gente come i Cerchi e i Donati non aveva neanche diritto di cittadinanza, perché loro erano grandi nemici del popolo. Però in città i Cerchi e i Donati avevano così tanti amici e facevano così tanta paura che il governo era costretto a stare chiuso in una torre per evitare guai.

E quel che è peggio, la rivalità fra i Cerchi e i Donati non era neanche più una faccenda interna al mondo dei grandi, perché anche molti popolani grassi si erano lasciati coinvolgere. Stava venendo fuori la magagna principale del governo di popolo, e cioè il fatto che nel cosiddetto popolo c'erano ormai interessi troppo diversi. I grassi, i grandi mercanti, gli industriali della lana, i giudici non avevano più niente in comune con la massa degli artigiani, dei piccoli commercianti. Stavano nello stesso partito, il partito della gente che lavora, ma non avevano più gli stessi interessi. La città si è divisa un'altra volta, tutta, non solo i grandi, ma anche i mezzani e anche i piccolini, che teneva per i Cerchi e chi teneva per i Donati. Persino i religiosi non riuscivano a resistere e parteggiavano chi per gli uni e chi per gli altri.

E in questo contesto avvelenato che Dante ha voluto continuare a fare politica. E noi sappiamo che l'ha fatta, perché lo ritroviamo continuamente membro di un qualche consiglio. Sapete che ce n'erano tanti: il Consiglio dei Cento, il Consiglio del Podestà, il Consiglio del Capitano del Popolo, e si rinnovavano continuamente. E Dante si alzava spesso a parlare, ci metteva la faccia lui. Poi dirà che non parteggiava per nessuno, che gli interessava soltanto il bene della città, ma la gente lo vedeva. Quando era nominato in un consiglio, era sempre in quota ai Bianchi. E quando si alzava a parlare, era sempre per appoggiare le mozioni dei Bianchi. E del resto, in quegli anni, parlo del 1299, del 1300, sembrava proprio che i Bianchi fossero i più forti. Ma avevano fatto i conti senza il giocatore più forte di tutti.

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Sedeva in quel tempo nella sedia di San Pietro Papa Bonifacio VIII. Il quale fu di grandeur, direi, alta un genio e guidava la Chiesa a suo modo. E abbassava chi non gli consentiva. Dalla sua parte stavano gli Spini, famiglia di Firenze, ricca e potente.

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Ma gli Spini, banchieri del Papa, erano Neri, stavano coi Donati. C'era qualche cardinale che avrebbe voluto cambiare banca, che aveva interesse ad appoggiare la banca Cerchi, ma Bonifacio VIII voleva la banca Spini e con lui c'era poco da discutere. Abbassava chi non gli consentiva. Il Papa mandò a Firenze messer Frate Matteo d'Acquasparta, cardinale portuense, per pacificare i fiorentini, ma si vede subito che la pace che egli cercava era per abbassare i Bianchi e per innalzare i Donati. Poco dopo all'arrivo dell'inviato del Papa, sono entrati in carica i sei priori che dovevano governare dal 15 giugno al 14 agosto. Per essere stati nominati in un momento così delicato, dovevano essere uomini di cui il regime popolare si fidava completamente. Alcuni erano Bianchi e altri Neri. E fra quei sei, in quota ai Bianchi, c'era Dante. Insomma, Dante è arrivato al vertice della sua carriera politica, è arrivato al potere, diciamolo pure, anche se soltanto per due mesi, in un momento difficilissimo, perché i grandi avevano fatto capire chiaramente che loro alla pacificazione non ci credevano e che non avevano nessuna intenzione di smettere di combattersi. Giovani dei Cerchi si scontrarono con i giovani dei Donati, che usarono i ferri e il sangue scorso. E finché i magnati si ammazzavano tra di loro, il governo avrebbe anche potuto dire poco male, ma in realtà quelle violenze continue mettevano a rischio la sopravvivenza stessa del governo di popolo, perché certo, i magnati speravano che la guerra civile spalancasse le porte al colpo di stato.

Il 23 giugno, vigilia di San Giovanni, festa del santo patrono di Firenze, mentre andavano in processione al Battistero per offrire doni al santo, i consoli delle arti vennero aggrediti e bastonati da certi grandi che gridavano: "Noi siamo che demo la sconfitta a Campaldino e voi ci avete rimossi dagli uffici e dagli onori della nostra città!"

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Non era vero. A Campaldino c'erano tutti e Dante lo sapeva meglio di tutti gli altri, perché lui c'era. Ma la propaganda non ha bisogno di dire cose vere. A questo punto, i priori, fra cui Dante, decisero che era troppo e condannarono all'esilio un certo numero di capi di tutte e due le fazioni. Per Dante non deve essere stato facile, perché uno dei condannati era il suo amico Guido Cavalcanti, che era uno dei più scalmanati fra i Bianchi. Bisognava far vedere al cardinale che il governo era imparziale, ma a un certo punto non ce l'ha più fatta a restare imparziale e così hanno dato ai Bianchi il permesso di rientrare, mentre i Neri rimanevano in esilio. Ricordate quelle lettere di Dante che io ho avuto tra le mani? Ebbene, parla anche di questo. Dice che non è vero che furono i priori del bimestre successivo a permettere agli esiliati di rientrare, ma a me non risulta che sia così. Lui si scusa, dice di non essere un uomo di parte, ma tutti sapevano che prendeva per la parte bianca.

Anche Guido Cavalcanti è tornato, ma in esilio si era ammalato ed è morto quasi subito. Noi non sappiamo cosa abbia provato Dante, sapendo in cuor suo che aveva causato la morte di un suo migliore amico. Non ce n'è mai parlato. E intanto il cardinale d'Acquasparta continuava a negoziare, ma i fiorentini si erano già accorti che non era imparziale nemmeno lui. Favoriva i Neri come voleva il suo capo, Bonifacio VIII. E anche il cardinale ha rischiato di finire male. Ci fu uno di non molto senno, il quale con una balestra tirò una freccia alla finestra del vescovado dove era il cardinale. La freccia si ficcò nell'asse. Per paura, il cardinale cambiò casa e andò a stare in Oltrarno. I priori, per rimediare all'offesa, gli presentarono 2000 fiorini appena coniati. Glieli portai io in una coppa d'argento e dissi: "Messere, non li disdegnate, perché siano pochi, senza un voto dei consigli non si può dare di più." Rispose che gli erano cari. Riguardo a lungo, non li voglio. 2000 fiorini, per capirci, vuol dire qualcosa come un milione di euro, forse anche due. Deve essere stato un bello sforzo per il cardinale rifiutarli, ma capite in che razza di periodo si è trovato al governo Dante? Due mesi possono sembrare pochi, ma quante decisioni difficilissime da prendere! E lui, poi, ripensandoci, ricondurrà quei due mesi maledetti a tutte le sue disgrazie. "Tutti i mali, gli inconvenienti miei, dagli infausti comizi del mio priorato ebbero ragione principio."

Dopo essere stato priore, Dante ebbe un altro incarico altrettanto delicato: far parte di un'ambasciata mandata a Roma da Papa Bonifacio VIII, nella tana del lupo. È probabile che a Roma Dante ci fosse stato già l'anno prima, il 1300, perché in quell'anno Bonifacio VIII si era inventato il primo Giubileo della storia e a Roma c'era andato mezzo mondo, c'erano 200.000 pellegrini, senza contare quelli in cammino, andando e tornando. E c'erano vettovaglie per tutti. I romani si sono arricchiti tutti, a cominciare da capo. Non sei tu che raccontavi che nella Basilica di San Paolo c'erano due chierici accanto all'altare con dei rastrelli giorno e notte ad ammassare le offerte che i pellegrini lasciavano ininterrottamente. Io, io mi ricordo un'altra cosa, sai, che sul ponte di Castel Sant'Angelo avevano istituito un doppio senso di circolazione per i pedoni, vista la grande massa di pellegrini. Quello ha detto Dante, zio, nel XVIII dell'Inferno, neretto. No, no, no, l'ho detto io, perché io c'ero.

E vedi che, certo, è che mentre Dante era a Roma, a Firenze la situazione è precipitata. I Neri intrigavano alla corte di Roma, spendevano molto denaro, mettevano in giro false informazioni, dicevano che Firenze stava per tornare in mano ai Ghibellini. Il Papa allora si convinse a prestare ai Guelfi Neri la grande potenza di Carlo di Valois, fratello del re di Francia, partito dalla Francia per arrivare in Sicilia a combattere contro Federico d'Aragona. Gli scrisse che lo voleva fare paciere in Toscana contro i nemici della Chiesa. Ma sarà la parola sembrava buona, rassicurante. In realtà, voleva abbattere i Bianchi ed innalzare i Neri e fare i Bianchi nemici della casa di Francia e della Chiesa.

Il Papa era il capo del partito guelfo, che era uno schieramento internazionale e il regno di Francia era il suo braccio armato. A quei tempi, infausti io dino compagni, fui eletto priore il 15 ottobre 1301. Credevamo ancora di poter mettere tutti d'accordo. Parlavamo ai Guelfi Neri cercando di convincerli a fare la pace, a dividere il potere con i Bianchi. Insistevano a trattare per la pace, quando invece conveniva ruotare i ferri. Arrivato in città coi suoi cavalieri, Carlo di Valois getta la maschera. I capi dei Neri, che erano ancora in esilio, rientrano senza chiedere il permesso e quasi subito cominciano le aggressioni, le bastonature, gli omicidi. Cominciarono a rubare, fonda botteghe e nelle case di parte bianca. Cominciarono gli omicidi. Questa pestilenza durò cinque giorni in città, con grande rovina di Firenze, e poi la devastazione continua in campagna, rubando e bruciando case per giorni e giorni. Un gran numero di proprietà belle, ricche, vennero queste classi. Anche le proprietà di Dante vennero devastate, vi entrarono in casa, gli rubarono ogni cosa e quel che non riuscirono a portar via, lo distrussero.

Ma dopo le prime settimane, la violenza dei vincitori assume una nuova veste legalitaria. Si comincia a montare false accuse e a istruire processi politici contro gli avversari sconfitti. Molti furono accusati e con menia loro confessare, avevano fatta congiura che non l'avevano fatta, ed erano condannati in fiorini mille per uno. E chi non si difendeva, era accusato e per contumacia era condannato nell'avere nella persona. E chi obbediva, e di poi accusati di nuove colpe, erano cacciati di Firenze senza nessuna pietà. Fra di loro vi fu anche Dante Alighieri, che era ambasciatore a Roma.

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I processi del 1302 si conclusero con la condanna all'esilio di più di 600 persone. Non c'è nessun dubbio che erano processi politici, che l'esito era già deciso fin dall'inizio. Però, però, sul processo contro Dante vale la pena di fermarci un po' di più, perché non tutti i Bianchi che avevano avuto posizioni importanti in quegli anni, non tutti i suoi colleghi del priorato, per esempio, sono stati mandati sotto processo. Dante sì, e questo vuol dire che era uno di quelli contro i quali si potevano montare delle accuse un po' più plausibili. Che accusa il processo contro Dante e altri tre coimputati, in contumacia ovviamente? Era un processo per baratteria. Già la baratteria, e voi direste concussione, corruzione, peculato. Ai miei tempi era la grande malattia che affliggeva la vita politica italiana, mentre ai vostri tempi Dante l'attacca rabbiosamente nell'Inferno, dove riserva una bolgia ai barattieri, costringendoli a nuotare nella pece bollente. Nel gennaio 1302, però, fu lui ad essere accusato di baratteria. Il giudice che istruì il processo accusò Dante e gli altri di aver accettato bustarelle per le elezioni dei priori dopo di loro e di altri ufficiali del comune, o per fare approvare provvedimenti e stanziamenti che facevano comodo agli amici. Li accusò inoltre di aver speso fondi pubblici in misura maggiore del consentito a vantaggio del loro partito. Dante barattiere per lucro privato? No, certo. Però un Dante che, trovandosi al governo, accetta magari di fare qualche pressione nell'interesse del partito per evitare che un certo incarico vada a pagare alla persona sbagliata, o per garantire un finanziamento agli amici, beh, questo francamente non appare proprio impossibile.

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Sentito Dante la rovina sua, subito partì da Roma e camminando con grande celerità ne venne a Siena e qui si rese subito conto in modo chiaro della catastrofe e non vedendo possibilità diverse, si aggregò agli altri esuli. Mancava ancora una voce per completare la carta d'identità del nostro protagonista: la cittadinanza. Tanto era nato e cresciuto a Firenze, ma quella cittadinanza ha finito per perderla quando è stato condannato all'esilio. È diventato un cittadino del mondo, come dice lui stesso, con un po' di tristezza e con molto orgoglio nel De Vulgari Eloquentia, "o per patria il mondo, come i pesci hanno il mare".

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Dante pensava di essere nel mezzo del cammin di nostra vita quando ha dovuto lasciare Firenze per sempre. Aveva 36 anni e la Bibbia dice che l'uomo è fatto per vivere 70 anni, ma lui non c'è arrivato. È morto a 56, dopo vent'anni di esilio. E nelle sue ultime opere parla di sé come di un vecchio con i capelli bianchi. Ma quei 20 anni che sono stati i più tristi e amari della sua vita sono i più importanti per noi, perché in quegli anni Dante ha mantenuto la promessa che aveva fatto a Beatrice, di scrivere su di lei quello che non era mai stato detto di nessuna. Però quello che ha scritto va anche al di là dell'omaggio alla donna che aveva amato senza speranza per tanto tempo, ed è un patrimonio dell'umanità, perché in quei venti anni di esilio, vagando fra Bologna, Pisa, Verona, Ravenna, fra la Lunigiana e il Casentino, Dante ha scritto quello che lui chiamava la Commedia, e che noi, da Boccaccio in poi, chiamiamo la Divina Commedia.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

A quanto dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Uomini siate, non pecore matte,

o Tosco che per la città del fuoco vivo

così te ne vai parlando onesto,

ghiaccia ti stare in questo modo.

La bocca sollevò dal fiero pasto

ch'a fatto il peccatore, e poi si volse

a quel di cui parlava.

E io a lui: "Poeta, volentieri

ti seguirò; ma pria dimmi la cagione

ed acciò che tu mi dica,

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

ma pria dimmi la cagione

e poi mi disse: "Non è da dubitare

che tu non sia per venir con meco.

E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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e poi mi disse: "Non è da dubitare

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E io: "Sei tu quel Guido,

e io: "Poeta, volentieri ti seguirò;

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E io: "Sei tu quel Guido,

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E io: "Sei tu quel Guido,

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