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Vittorio Alfieri, grande poeta tragico del 700, è noto per la sua indole caparbia e indomabile. Giacomo Leopardi, nella sua canzone ad Angelo Mai, lo ricorda così: “disdegnando e fremendo Immacolata trasse la vita intera e morte lo scampò dal veder peggio”. “Vittorio mio, questa per te non era età né suolo”. Scopriamo perché merita questa fama attraverso la sua vita e le sue opere.
Vittorio Alfieri nasce nel 1749 da una famiglia appartenente alla ricca nobiltà terriera ad Asti, che allora faceva parte del Regno Sabaudo. Muore nel 1803 a Firenze, dove si era ritirato in solitudine. A soli 9 anni, il piccolo Alfieri viene mandato a Torino per compiere i primi studi presso la Reale Accademia Militare. Siamo nel 1758. In accademia, riceve una formazione arida che lo avrebbe lasciato insoddisfatto. Tra il 1767 e il 1772, come molti giovani aristocratici del tempo, compie il Grand Tour, un viaggio tra le città europee di interesse artistico e culturale. Dopo numerosi viaggi per l’Italia, si reca a Parigi, dove entra in contatto col primo dei regimi assolutistici d’Europa. Poi si sposta nella più liberale Inghilterra e ancora in Olanda. Viaggia in seguito fino in Austria, Prussia, Danimarca, Svezia, Russia, senza mai riuscire ad alleviare l’irrequietezza che lo turba. Nell’Europa dell’assolutismo, matura un odio profondo nei confronti dei regimi totalitari, della tirannide monarchica.
Tornato a Torino, continua ad approfondire la sua formazione con la lettura, iniziata già nel 1768, dei grandi illuministi francesi e dello storico greco Plutarco. Nel 1775 si colloca la svolta della sua vita. Alfieri comincia a dedicarsi alla scrittura di tragedie. Alfieri inizia a scrivere le sue tragedie dopo aver ritrovato “Antonio e Cleopatra”, tragedia abbozzata un anno prima. La porta a compimento e comprende che la scrittura può rappresentare per lui una sorta di catarsi, in cui i suoi turbamenti trovano sfogo. Nell’ideare gli eroi tragici, si manifesta il titanismo, la tensione cioè verso un’illimitata grandezza d’animo e di spirito. Nello stendere, egli si rifà alle tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione, per ottenere una struttura rapida e incalzante. Nel verseggiare, sceglie l’endecasillabo sciolto. Sono questi i tre momenti che Alfieri individua nella creazione poetica.
Alfieri scrisse moltissime tragedie che possiamo classificare così: tra quelle di ispirazione greco-romana, ricordiamo “Il Polinice”, “L’Antigone”, “L’Agamennone”, “L’Oreste” e “La Virginia”, realizzate tra il 1775 e il 1777; e “Bruto I” e “Bruto II”, risalenti al 1786-1788. Tra le storiche, non possiamo dimenticare “Filippo” nel 1775. Filippo, sovrano spagnolo del 500, è il primo dei tiranni alfieriani. Di ispirazione biblica è invece il “Saul”, sui tormenti del vecchio Re di Israele alla vigilia dell’ultimo scontro con i Filistei.
Alfieri si dedicherà anche alla stesura di opere politiche, tra cui il “Trattato della tirannide” del 1777, in cui esprime il rifiuto di ogni assolutismo ed esalta il libero uomo che si oppone allo stato di servitù generale in cui versano nobili, clero, esercito e popolo. Nel frattempo, Alfieri continua a spostarsi e rinuncia ai suoi beni nel Regno di Sardegna per protesta contro l’oppressione esercitata dal re. Tra il 1785 e il 1792, trascorre molto tempo a Parigi, dove scrive “Parigi sbas”, un’ode per celebrare la presa della Bastiglia nel 1790. Alfieri inizia a scrivere la sua “Vita”, un’opera autobiografica in prosa iniziata nel 1790, in cui l’autore ricostruisce la sua vocazione poetica quasi fosse la storia di una conversione religiosa. Egli parla della sua orgogliosa solitudine che gli permette di prendere le distanze dalla mediocrità comune e acquisire consapevolezza della misera natura umana. Lo stile è essenziale e incalzante, spesso arricchito da singolari neologismi, come ad esempio “simio tigri”. La nuova tirannide borghese stabilitasi in Francia delude profondamente il nostro Alfieri, così nel 1792 lascia Parigi per trasferirsi a Firenze, dove trascorre i suoi ultimi anni.
Alfieri scrive ancora commedie, satire e un canzoniere intitolato “Rime”, ispirato all’amore per Luisa Stolberg, Contessa d’Albany. Può bastare tutto questo per ricordare di lui? Assolutamente sì. Vittorio Alfieri ha esaltato la libertà e la dignità eroica dell’uomo, che ha visto compiersi però solo nella letteratura. Così leggiamo infatti nei suoi scritti: “il dire altamente alte cose è un farle in gran parte”. La libertà non è facile da ottenere, e Alfieri lo sapeva bene, ma parlarne e scriverne è un atto di grande valore.