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[Musica] In poche parole, nell'arte occidentale, non è per nulla facile. Le definirei geni sconosciuti, silenziose e dimenticate.
[Musica] Le donne, beh, ecco, non c'è niente da dire nella storia dell'arte perché la questione deriva da lì. Per gli storici, dicevo, hanno avuto un ruolo marginale.
Se consideriamo le monografie di storia dell'arte presenti nelle biblioteche, troveremo David della Croazia, Eng. Gli autori che esaltano la loro fama e personalità non mancano di certo, mentre le opere dedicate alle donne artiste sono estremamente rare. Quello che ci è stato raccontato, quello che è stato scritto, tutta la storia dell'arte che abbiamo letto fino ad oggi è distorta, soggettiva e parziale.
[Musica] Ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo, e la scoperta principale è senz'altro quante fossero in realtà assenti dai libri d'arte, trascurate dai musei, ignorate dal nostro immaginario. Le donne partecipano da sempre alla creazione artistica, sfidando divieti e pregiudizi. Alcune hanno persino conosciuto il successo, ma la storia ufficiale ha quasi sempre taciuto. È giunto, allora, il momento di riscoprire le grandi dimenticate.
[Musica] Nel Rinascimento, l'Italia e le Fiandre erano i centri principali della creazione artistica. Proprio in Italia avvenne un cambiamento epocale. I pittori che fino ad allora avevano lavorato nell'anonimato, in seno alle corporazioni, si batterono per essere riconosciuti come veri artisti e per firmare le proprie opere.
[Musica] Uno su tutti, Leonardo da Vinci, affermò che l'arte non è solo tecnica, ma frutto del pensiero e di respirazione divina. Purtroppo, nel mondo occidentale cristiano, il divino era di genere maschile. Le donne, dunque, non erano destinate all'arte.
Nella società occidentale dell'epoca, c'era una specie di divisione, una ripartizione dei ruoli tra maschi e femmine. Alle donne era riservata la dimensione domestica, ovvero la procreazione e la gestione della domus, della casa, mentre agli uomini la dimensione pubblica, in attività come l'arredamento e la decorazione della casa. La donna praticava un'attività artistica tollerata, lodata e ammessa dalla società. Il problema nasceva, ad esempio, nel momento in cui l'artista avanzava la pretesa di esporre le proprie opere. A quel punto, la faccenda si complicava.
Potremmo paragonare la storia dell'arte di quell'epoca a una gara coi sacchi. Da un lato, le donne che avanzavano faticosamente, con il passo impedito dalla juta. Dall'altro, gli uomini che avevano il diritto di tenere i piedi fuori dal sacco. Ovvio che correvano più velocemente, ma il loro vantaggio non impediva ad alcune donne estremamente dotate di fare i salti prodigiosi, di avanzare nella gara, di inventare nuove tecniche e di imporsi nonostante tutto. Tuttavia, la partita non si giocava ad armi pari. Non c'era uguaglianza. Era una lotta, una relazione di forza, nella quale bisognava essere fenomenali per raggiungere la vittoria. Solo le donne incredibilmente geniali e piene di talento riuscirono a trovare un posto in un settore nel quale nulla era loro dovuto o destinato.
[Musica] Sofonisba era nata a Cremona, nell'Italia settentrionale. Il padre, secondo la tradizione umanistica del Rinascimento, le diede un'educazione artistica. Come gran parte delle pittrici, era una bambina prodigio. A 11 anni, aveva già conquistato tutti nell'ambiente a lei vicino e, ben presto, la sua fama varcò i confini della città.
[Musica] Mi sento chiedere spesso: "Sofo, chi?". Io cado letteralmente dalla sedia. Questa donna, dopo alcuni grandi come Tiziano e Michelangelo, era una delle artiste più note del suo tempo. E perché? Perché il padre era un manager eccezionale, una specie di agente rinascimentale. Fu lui a promuovere l'incredibile talento della figlia, che divenne una figura di spicco in molte corti, fino a divenire la dama di compagnia della principessa Elisabetta di Valois alla corte spagnola. Era, dunque, un'artista molto conosciuta. Oggi, caduta nell'oblio. Ma guardiamo questo dipinto, a dir poco geniale, nel quale Sofonisba ha rappresentato il suo maestro Bernardino Campi intento a farle un ritratto. È un'opera di fondamentale importanza nella storia dell'arte. La pittrice afferma se stessa come oggetto del ritratto, mentre ne è allo stesso tempo l'autrice. Ma non basta. Bernardino Campi, il pittore che la sta ritraendo, guarda dalla nostra parte, come se fossimo proprio noi. Sofonisba Anguissola, l'artista, ci obbliga a calarci nei suoi panni. Una novità assoluta nell'arte dell'epoca. La potremmo definire un "bim" perché si tratta di un ritratto nell'autoritratto, una trovata davvero geniale.
Il talento di Sofonisba non sfuggì all'occhio esperto di Michelangelo, che la sostenne fin dall'inizio. La donna fu la prima artista a rompere un tabù con un autoritratto, nel quale osò rappresentare la Vergine alla maniera di San Luca, patrono degli artisti. Verosimilmente, fu proprio in quell'epoca che l'autoritratto femminile divenne una specie di distintivo, il vero marchio di fabbrica che caratterizzava le artiste. Questo genere permetteva alle donne di esprimere contemporaneamente la propria identità sessuale, ma anche sociale. Per questo motivo, possiamo pensare all'autoritratto come a un manifesto politico, un'espressione dell'identità molto importante. Era un manifesto sovversivo, una rivendicazione identitaria che metteva in discussione il ruolo della donna nella società del XVI secolo.
Dobbiamo ricordare una cosa: la famiglia era una piccola istituzione economica. Non ci si sposava per amore, ma per sopravvivere e per associarsi. Era necessario che i congiunti avessero un talento. Il marito doveva essere un lavoratore, non un ubriacone. Per contro, la sposa doveva essere una brava donna di casa, senza tanti grilli per la testa. Dunque, come poteva una donna di talento trovare un marito? Come sarebbe riuscita a guadagnarsi da vivere da sola? Una pittrice poteva sposarsi con un pittore, ma doveva essere, prima di tutto, un pittore vero, non un cialtrone. E cosa ancora più importante, un uomo di larghe vedute, perché una donna artista dal temperamento forte avrebbe fatto concorrenza al marito. Chi si sarebbe occupato della dimensione pubblica? Di solito era l'uomo. Diventando un artista, la donna trasformava il proprio ruolo nella comunità e compiva un'autentica trasgressione sociale. Ma era soprattutto una ribellione verso la natura, perché correva il rischio di non essere più percepita come donna. Infatti, aspirando a una vita artistica e partecipando alla dimensione pubblica, la donna perdeva la propria identità sessuale. In quel caso, serviva un marito che fosse molto, molto aperto, ma all'epoca erano praticamente introvabili.
Sofonisba aveva capito tutto. Si sposò molto tardi, a 40 anni, dopo aver ottenuto gloria e riconoscimento. Divenne la pittrice ufficiale della corte di Spagna, al servizio di Elisabetta di Valois e Filippo II, che per gratitudine le trovarono un marito, pagandole anche la dote. Eppure, se guardiamo la maggior parte dei suoi autoritratti, non abbiamo l'impressione che fosse una donna che metteva in mostra ricchezza e posizione sociale. Sofonisba si rappresentava sempre vestita in abiti estremamente austeri. Sembrava quasi che volesse dimostrare di essere una donna, un artista di gran talento e, soprattutto, una persona virtuosa. In questo modo, infatti, non dava adito ad alcuna forma di critica. Nessuno poteva contestarla. Era irreprensibile e ammirata, come testimonia questo ritratto realizzato un anno prima della sua morte, avvenuta a 92 anni, e realizzato dal giovane fiammingo Van Dyck. Sofonisba fu anche l'unica donna citata dal critico d'arte Giorgio Vasari, il quale disse che le sue opere paiono veramente vive e che non manchi loro altro che la parola. La ricchezza e la fama della pittrice spianarono la strada ad altri artisti e incoraggiarono altri padri a coltivare il talento delle figlie: Elisabetta Sirani, Barbara Longhi, La Vigna Fontana. Ma fu soprattutto Artemisia Gentileschi, con la sua genialità, a legittimare la pratica artistica delle donne.
[Musica] Anziane.
[Musica] Anche Artemisia Gentileschi, come l'80-90% delle artiste, era figlia di un pittore. Era nata in un ambiente dove si respirava arte. Del resto, in quale altro modo avrebbe potuto imparare? Il padre di Sofonisba aveva pagato alla figlia lezioni private di pittura perché aveva i mezzi per farlo. Artemisia, invece, imparò sul campo, insieme al padre, ed era estremamente dotata. Molto conosciuto nell'ambiente artistico di Roma, il padre di Artemisia altri non era che Orazio Gentileschi, un pittore caravaggesco. A corte, presto delle attitudini eccezionali della figlia, decise di perfezionarne la formazione. Tuttavia, il maestro che incaricò di dare alla ragazza lezioni sulla prospettiva, Agostino Tassi, commise l'irreparabile: violentò la giovane Artemisia. Per riscattare il suo onore, Orazio intentò un processo che fece molto scalpore. Umiliata pubblicamente, la giovane donna fu costretta alla tortura della Sibilla per dimostrare che aveva detto la verità. Le stritolarono le dita, un supplizio brutale, molto doloroso. Artemisia non si lasciò abbattere da quella dura prova, alla quale contrappose la sua grande forza. È questa la caratteristica più appassionante del lavoro della Gentileschi. Grazie all'arte, la pittrice riuscì a superare il dolore della violenza e a farne un manifesto della potenza creatrice delle donne.
[Musica] In quest'opera, dal titolo "Giuditta che decapita Oloferne", il soggetto principale è Giuditta, una eroina biblica rappresentata molto spesso nel XVII secolo. Nella Bibbia si racconta che la donna decise di commettere un peccato, l'omicidio, per liberare il proprio popolo. Artemisia si era identificata con Giuditta perché anche lei aveva commesso un peccato: era una donna pittrice in un mondo in cui l'arte era appannaggio esclusivo degli uomini. Tuttavia, attraverso questo peccato, intendeva liberare la propria forza creatrice. L'elemento più interessante del quadro è il movimento circolare creato dalle braccia, sulle quali si concentra l'unica fonte di luce. La cosa curiosa è che le braccia di Oloferne assomigliano a due gambe, mentre la testa del condottiero sembra uscire dal ventre di una donna.
Ci rendiamo conto, dunque, che l'opera rappresenta una nascita. E persino il sangue dell'uccisione può essere interpretato come sangue del parto. Si può affermare, perciò, che non si tratta di un omicidio, bensì della nascita simbolica di Artemisia in quanto artista.
[Musica] Un mese dopo il processo che condannò l'aggressore, il padre di Artemisia le trovò un marito, un pittore di scarso talento che non l'avrebbe messa in ombra. Insieme ai due, lasciarono Roma diretti a Napoli, dove la Gentileschi aprì e diresse il proprio atelier. Riceveva numerose commissioni e si dedicò completamente alla pittura. Come Sofonisba e altre pittrici, anche Artemisia padroneggiava la tecnica pittorica. Però, riuscì ad aggiungere alla sua arte anche un elemento in più: un'attenta ricerca dell'innovazione, che fino ad allora era stato ambito di pertinenza prettamente maschile. Pensiamo, per esempio, al suo autoritratto come allegoria della pittura, oggi conservato a Windsor. Si tratta di un'opera assolutamente straordinaria, con il movimento diagonale del braccio che si protende verso la tela, come raffigurazione del processo creativo in atto. Artemisia non ci guarda perché è completamente assorta nella propria arte. Si vede chiaramente la foga e i capelli scomposti rendono la rappresentazione intensa e viva. L'artista non ha più bisogno di dare prova, come era stato per Anguissola, di essere una pittrice, una donna di talento, virtuosa e istruita. No, Artemisia ci ignora del tutto, da dimostrazione delle proprie capacità, trasformando se stessa nell'allegoria della pittura in sé. Artemisia divenne una pittrice di corte affermata, al servizio dei Medici e di Carlo I d'Inghilterra. Conobbe la gloria e ancora oggi viene annoverata tra i più grandi artisti della sua generazione. Ciò nonostante, anche lei subì la sorte delle altre artiste. Dopo la morte, avvenuta nel 1652, Artemisia fu dimenticata, per essere riscoperta solamente nel XX secolo.
[Musica] All'inizio ci furono delle imposizioni, ma in seguito anche delle colpe nel perdurare dell'oblio. In fin dei conti, chi conservava e tramandava la memoria? Chi poteva farsi testimone della creazione artistica femminile? Generalmente erano gli uomini. E il motivo per cui Artemisia Gentileschi non venne a lungo considerata e studiata come una delle figure di spicco nella storia dell'arte dipendeva dal fatto che era una donna.
[Musica] Nel XVIII secolo, sotto Luigi XIV e grazie al rinnovato splendore culturale, la Francia sul pianto l'Italia. Fu un'epoca di emancipazione per le donne dei ceti più agiati, che toccò l'apogeo durante l'Illuminismo, l'età dei lumi, e che vide emergere salotti letterari e filosofici molto in voga sotto l'Ancien Régime, come luoghi privilegiati di scambio di idee tra uomini e donne. Fu un periodo in cui filosofi come Diderot, Rousseau o Voltaire erano abituati a certi salotti, dove incontravano altre persone colte con le quali confrontarsi. Ogni salotto era organizzato e condotto da alcune dame, donne dalla cultura incredibilmente vasta, che si rivelavano un serbatoio di pensiero ineludibile. Erano una sorta di "think tank" dell'epoca, tutto al femminile.
Per fare concorrenza alle accademie presenti in Europa, la monarchia francese decise di fondare nel 1648 l'Accademia Reale di Pittura e Scultura. Gli artisti che ne facevano parte beneficiavano di numerosi privilegi, nonché del diritto di esporre al Salon del Louvre. Nel 1663, Luigi XIV, grande appassionato d'arte, aprì porte a tutti gli artisti di talento, senza distinzioni di sesso. Data la grande affluenza di candidature femminili, la presenza delle donne venne limitata a soli quattro posti.
[Musica] All'Accademia Reale di Pitture e Scultura si presentò un numero incredibile di donne artiste. A quel punto, gli accademici si spaventarono e, temendo alla concorrenza femminile, decisero dunque di limitarne la presenza. La quota di quattro non venne mai superata fino all'arrivo in Francia di Rosalba Carriera.
[Musica] [Musica] Rosalba Carriera veniva da Venezia e padroneggiava la tecnica pittorica dei pastelli, che erano molto più facili da lavorare, permettevano di superare il concetto di linea ben definita e facevano sembrare la pelle viva. Di colpo, tutti si accorsero che, rispetto ai colori a olio, la carnagione rappresentata con i pastelli risultava molto più realistica. E, in un batter d'occhio, la pittrice divenne la beniamina di tutta Parigi, in particolare della aristocrazia cittadina. Rosalba realizzava nuove opere in continuazione, tutte contraddistinte da freschezza e spontaneità. Non usava segni preliminari, ma applicava direttamente il pastello sulla tela, creando però modelli simili l'uno all'altro. La moda del pastello segnò tutto il Settecento. Questa tecnica, paragonabile ai ritocchi fotografici odierni, fece furore. Nel giro di 18 mesi, colei che veniva soprannominata "La Rosalba" realizzò più di 30 ritratti, persino quello del futuro Luigi XV a 15 anni. La sua fama era tale che, nel 1720, gli artisti dell'Accademia si sentirono obbligati ad accoglierla. Da quando erano state istituite le quote, Rosalba fu la quinta donna ammessa. Senza dubbio, siccome tutti sapevano che non sarebbe rimasta a lungo, ma anche perché non era considerata una donna avvenente. Rosalba riceveva consensi, non faceva paura. Una grande celebrità, in qualche modo effimera, era ben accetta. Una donna artista destinata a far parte del panorama culturale in modo permanente lo sarebbe stata molto meno. Dopo l'eclatante successo, la stella dei salotti parigini tornò alla natia Venezia. Si spense sola e cieca, ma la sua opera influenzò i ritrattisti delle generazioni a venire.
[Musica] Siamo riusciti, anche se non riuscivamo. Angelica Kauffmann fu una pittrice. Vorrei sottolineare che ho utilizzato di proposito la parola "pittrice" al genere femminile, perché questo termine divenne un vero e proprio lemma del vocabolario, in modo ufficiale e irreversibile, per definire finalmente l'ormai riconosciuto ruolo delle donne nell'universo artistico del XVIII secolo. Nata in Svizzera, in ambiente di lingua tedesca, anche Angelica era figlia d'arte, dotata di grande talento. Conobbe un'ascesa sociale folgorante e divenne una delle più influenti protagoniste del Neoclassicismo. Puntando su questo nuovo stile, l'artista riuscì nell'impresa di sfuggire ai generi ai quali venivano relegate le donne.
[Musica] In Accademia era stata creata una certa gerarchia dei generi, che corrispondeva a quella sociale e che si rifletteva di conseguenza in una gerarchia di genere. Le donne si occupavano, per esempio, di dipingere le nature morte, oppure i fiori, o tutti gli elementi accessori all'interno di un quadro, come le figure secondarie nei grandi dipinti storici. Mentre gli uomini, che si dedicavano a tutto quanto già detto, erano specializzati soprattutto nel genere storico. I dipinti di genere storico implicavano numerose regole. Era necessario, innanzitutto, conoscere l'anatomia dell'uomo e saper disegnare il nudo, che per le donne era vietato. Studiare il nudo significa analizzare la morfologia e la posizione di un corpo. Sono nozioni necessarie per capirne la forma e il movimento. Potremmo dire che la storia dell'arte sia la storia del nudo. Naturalmente, all'epoca, il nudo non era fine a se stesso, bensì strumento per la rappresentazione di una qualche storia, che era necessario imparare. Bisognava conoscere la mitologia, per esempio, e tutto ciò che vi era collegato. Si insegnava nelle scuole d'arte, ma di conseguenza, per le pochissime artiste, era difficile avere accesso a tali nozioni. Immaginate l'attenzione delle pittrici, la curiosità crescente, il continuo impegno in tutte le direzioni per poter raccogliere ogni informazione possibile, in modo da essere all'altezza dei colleghi. All'epoca, le donne si trovavano davanti ostacoli ancora troppo difficili da superare, ma Angelica non si fece scoraggiare dai divieti. Con astuzia, scelse soggetti a lei consentiti per avvicinarsi alla pittura storica e dimostrare la vastità delle sue conoscenze.
[Musica] Divenne un riferimento a livello europeo e tutte le corti furono conquistate dalla sua arte. Nel 1768, l'eroina dei salotti mondani divenne membro fondatore della Royal Academy of Arts di Londra, assieme a Mary Moser. Angelica Kauffmann fu l'unica donna ad esservi ammessa fino al XX secolo.
[Musica] Angelica Kauffmann fu un'arguta donna di mondo che, come Sofonisba Anguissola due secoli prima, aveva saputo legarsi alle personalità più influenti nelle varie corti per creare una rete di conoscenze altolocate molto estesa. Come Goethe in Germania e Voltaire in Francia. Questo significa essenzialmente che, per riuscire a mantenere una lunga vita artistica e professionale, era necessario crearsi una rete di contatti, o molto più semplicemente, un proprio gruppo sociale, professionale, nobiliare o aristocratico, che desse impulso alle commissioni e richiedesse la presenza dell'artista. Angelica aveva capito, come Élisabeth Vigée Le Brun, che tutto dipendeva dalle amicizie. Anche la parigina Élisabeth fu un'abile stratega, come colei che la critica definì come la sua degna rivale, Adélaïde.
Furono donne che non vennero sopraffatte da quell'ambiente solamente grazie alla loro forza interiore. Serviva davvero il temperamento di donne forgiate nell'acciaio. Dovevano essere astute, determinate e fare attenzione a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Stiamo parlando di donne che avevano uno spirito da guerriere. Si può dire che la madre la mise al lavoro e i risultati non si fecero attendere. All'età di 15 anni, Élisabeth era una pittrice famosa e tutte le grandi dame si recavano da lei per avere un ritratto.
[Musica] Élisabetta aveva imparato a dipingere copiando i grandi maestri. Voleva emulare Rubens, così come Van Dyck e altri importanti nomi. Inoltre, aveva sposato un mercante d'arte, decisione molto saggia, perché così poteva avere accesso ai quadri per studiarli. Ma non finisce qui. Incontrò persino la regina Maria Antonietta, la quale le commissionò un ritratto. Si trattava di un evento davvero straordinario, perché per la prima volta in Francia, il potere monarchico femminile valorizzava un'artista donna. La regina impose la nomina di Élisabeth all'Accademia Reale. Lo fece contro il parere del ministro delle Arti, che accusava il marito della pittrice, un importante mercante di quadri, di infrangere la legge rivendendo le opere della moglie.
[Musica] Anche Adélaïde affrontò numerosi ostacoli. Come molti artisti, venne accusata di non essere l'autrice dei propri quadri, che venivano attribuiti al suo amante, il pittore François André Vincent.
Decise che avrebbe dimostrato di essere la vera autrice di tutti i dipinti tramite il suo stesso lavoro. Si prestò, dunque, a fare il ritratto di tutti gli accademici, che furono obbligati a riconoscere che non si nascondeva dietro al talento di nessun altro. Provò, quindi, le sue doti attraverso il lavoro. Adélaïde, inoltre, desiderava l'uguaglianza tra i sessi. Infatti, il suo autoritratto con le allieve Marie-Gabrielle Capet fu un quadro rivoluzionario. Per la prima volta nella storia, una donna rivendicava per sé lo status di professore. La costruzione di quest'opera è particolarmente interessante. Innanzitutto, il telaio è inclinato a sinistra e lo spettatore non vede l'oggetto del quadro. Tuttavia, la pittrice ci guarda, perciò possiamo immaginare che stia ritraendo proprio noi. Alle sue spalle, due allieve assistono alla lezione. Una di esse guarda l'insegnante, mentre l'altra sembra rivolgersi a noi. In questo modo, si crea un gioco di sguardi che porta lo spettatore a sentirsi coinvolto. Si tratta anche di un ritratto delle due giovani allieve, future artiste, appartenenti a una nuova generazione. È una riflessione sul significato e sull'importanza di istruire le giovani donne. Adélaïde scelse di assumere il ruolo di insegnante perché le sue conoscenze e le sue battaglie fossero tramandate di generazioni in generazione. Ma il desiderio della pittrice non si concretizzò, perché ben presto scoppiò la Rivoluzione Francese.
[Musica] La monarchica Élisabeth andò in esilio nelle corti europee, mentre Adélaïde si schierò al fianco dei rivoluzionari.
[Musica] [Musica] Paradossalmente, la Rivoluzione segnò la fine dell'emancipazione. Le donne avevano preso parte alla sollevazione popolare, ma vennero escluse dal diritto di cittadinanza. D'un tratto, tutti divennero consapevoli del voltafaccia dei rivoluzionari. Dicevano che sarebbe cambiato tutto, ma poi le promesse non vennero mantenute. Contrariamente a ciò che abbiamo sempre pensato, la Rivoluzione Francese non fu nient'altro che l'esito dell'evoluzione dei diritti individuali e dell'emancipazione dei cittadini, senza distinzioni di sesso, come si era verificato nel Settecento. Saremmo, quindi, portati a supporre che proprio grazie ai moti rivoluzionari le donne godettero del più grande riconoscimento pubblico, politico e sociale possibile. In realtà, accadde il contrario. Élisabeth Vigée Le Brun dichiarò: "Le donne regnavano sovrane e la Rivoluzione le ha deposte dal trono". Il motto "Liberté, Égalité, Fraternité" divenne realtà solo apparentemente, perché la Rivoluzione operò invece per l'esclusione e l'emarginazione delle donne. Le donne che avevano combattuto in prima linea contro l'Ancien Régime vennero escluse dal bottino, i loro gruppi politici furono destituiti, le femministe decapitate, il diritto di voto rifiutato.
Se gli uomini acquisirono nuovi diritti, le donne non ottennero nemmeno la cittadinanza e, per questo motivo, non avevano accesso allo studio delle Belle Arti. L'Accademia Reale si trasformò dopo la Rivoluzione. Divenne un'istituzione, insieme alla Scuola di Belle Arti, e lo statuto non prevedeva che le donne ricevessero alcuna formazione artistica. Dunque, di fatto, si tornò a quella specie di competizione selvaggia che aveva avuto luogo prima del XVIII secolo. In ogni caso, per la carriera potenziale di queste donne artiste, rappresentò un'involuzione, una brusca battuta d'arresto.
[Musica] Prima di fuggire dalla Francia, anche Élisabeth Vigée Le Brun aveva formato delle giovani artiste. La più celebre fu Marie-Guillemine Benoist.
Questa zelante allieva riuscì a entrare nell'atelier di David e realizzò opere tanto virtuose tecnicamente quanto politicamente impegnate. È l'autrice di un dipinto sul quale abbiamo pochissime informazioni, ma che è stato interpretato, a mio parere anche correttamente, come un autoritratto rovesciato. Un tema che si ritrova spesso nell'arte. Si tratta del ritratto di una donna nera del 1800, esposto al Louvre. È un quadro davvero magnifico, che affronta la grande sfida della rappresentazione della carnagione nera. I pittori dell'epoca non erano abituati a dipingere incarnati scuri, ma la Benoist è riuscita a esaltare le caratteristiche della pelle nera, giocando con le tonalità di rosso e con i chiaroscuri, e confutato l'idea diffusa fra i pittori che non fosse possibile rappresentare la carnagione nera. L'artista, dunque, si è messa faccia a faccia con una difficoltà supplementare che ha superato brillantemente. Abbiamo, inoltre, un gioco di colori a livello dell'abbigliamento che ci ricorda un po' la bandiera tricolore, grazie al nastro rosso e allo scialle blu sulla poltrona. La cosa più interessante è che si può intuire come questo ritratto di donna nera da parte della Benoist facesse eco alle rivendicazioni della drammaturga Olympe de Gouges, che affrontava, in un parallelismo evidente, la questione della cittadinanza non riconosciuta ai neri, alle donne, ovvero a due fette della popolazione che facevano comunque parte della Repubblica Francese, una e indivisibile. Realizzato dopo l'abolizione della schiavitù in Francia, il ritratto di una donna nera non fu ben accolto dalla critica. Ciò non impedì a Marie-Guillemine Benoist di divenire, grazie al mentore David, pittrice ufficiale dell'Impero. Un riconoscimento paradossale, sotto un regime retrogrado. Ristabilita la schiavitù, Napoleone stabilì l'incapacità giuridica delle donne attraverso il Codice Civile del 1804, influendo pesantemente sulle loro carriere artistiche. Secondo il Codice Civile, la donna sposata era giuridicamente incapace e, perciò, sottomessa al potere virile del padre, dei fratelli e del marito. Non era indipendente a livello sociale e politico, perché era sotto la tutela dell'uomo.
[Musica] Il XIX secolo, con la Rivoluzione Industriale, vide il trionfo della borghesia e di un codice sociale moralista.
All'uomo spettava la creazione, alla donna la procreazione. Le pittrici lottavano per il loro status di artisti, rischiando lo scandalo. L'800 fu un secolo paradossale. Paradossale perché, da un lato, potrebbe essere rappresentato con la palla di piombo dei prigionieri, ma dall'altro, proprio in questo periodo, molte donne compresero che, se volevano vivere a pieno la propria arte, non dovevano sposarsi, ma cavarsela da sole. Di conseguenza, proprio in quest'epoca nacquero personalità ancora più radicali.
[Musica] Fu una figura molto trasgressiva per l'epoca, in grado di infrangere i tabù e sovvertire i codici tradizionali. Affermò pubblicamente la propria omosessualità, intrattenendo due storie d'amore molto lunghe con due artisti e pittrici: prima con Nathalie Micas e, in seguito, con Anna Klumpke, che redasse la biografia dell'amata dopo la sua morte. Rosa Bonheur fu anche la prima artista ad adottare di proposito atteggiamenti e comportamenti tipicamente maschili, come fumare e portare i pantaloni. Rosa riuscì addirittura a ottenere un permesso di travestimento, perché all'epoca i pantaloni erano vietati alle donne. Per averlo, sostenne che talvolta, per la sua professione, doveva recarsi in mattatoi e in luoghi pieni di animali, perciò l'abbigliamento maschile risultava più pratico. Era una pittrice di animali. Tuttavia, era proprio il suo istinto animale che metteva in scena nei suoi dipinti, perché aveva bisogno di aggrapparsi alla propria forza interiore. Aveva un'energia straordinaria che le permise di dipingere quadri di 5 metri di lunghezza, come la tela della "Fiera dei cavalli". Parliamo di opere gigantesche che le diedero la possibilità di imporsi e guadagnarsi un posto nel panorama artistico del tempo.
[Musica] Rappresentando gli animali con interpretazione monumentale e molto realistica, Rosa Bonheur portò innovazione e scandalo. I suoi dipinti ebbero un successo vertiginoso che oltrepassò i confini francesi.
[Musica] Adulata in Inghilterra e negli Stati Uniti, ricevette persino Buffalo Bill, che volle incontrarla durante una tournée internazionale.
Nel 1865, Rosa Bonheur ricevette l'onorificenza della Legion d'Onore, evento che suscitò molte critiche nei suoi confronti. Il fatto che un'artista donna ricevesse un tale riconoscimento non era comprensibile, e ancor meno che fosse stata l'Imperatrice stessa a recarsi presso la Bonheur per premiarla di persona. Alcuni critici dell'epoca interpretarono questo gesto come una sottomissione da parte del governo. Per la prima volta, una donna riceveva la Legion d'Onore per i propri successi artistici. Di fatto, per gli artisti, "laudaci a paga sempre". È così che si lascia un segno nella storia, aprendo nuove prospettive.
Nella seconda metà dell'Ottocento, una nuova corrente scosse il mondo dell'arte e provocò altri scandali. Alcuni pittori infransero le regole della rappresentazione, rivoluzionando la tecnica pittorica. Vennero soprannominati con disprezzo "Impressionisti".
[Musica] Berthe Morisot, una giovane pittrice di buona famiglia, si unì al gruppo, affrontando violenti attacchi misogini. Per esempio, quando vendette le prime tele, un signore la trattò come fosse una prostituta. Il fatto che una donna dipingesse per lavoro era ancora uno scandalo. Per fortuna, c'era Pissarro, che difese la ragazza e prese a pugni l'uomo. Già all'epoca, gli scandali si trasformavano in fenomeno mediatico, specialmente quando coinvolgevano una donna di talento che diveniva potenzialmente pericolosa, soprattutto per questioni di concorrenza. Era in tutto e per tutto paragonabile a Monet, a Manet e a tutta la cerchia di Impressionisti, i quali avevano fatto alcune scelte anticonformiste a livello stilistico e sociale. Vedevano il mondo sotto un'altra prospettiva e si auto-escludevano volontariamente dal sistema accademico. Berthe scelse di vivere l'avventura degli Impressionisti e dimostrò di avere una grande perseveranza per non abbandonare la pittura, come aveva fatto dopo il matrimonio la sorella, con la quale aveva imparato a dipingere. Berthe rifiutò tutti i pretendenti e lavorò a più non posso per farsi accettare in un gruppo di uomini.
[Musica] Come i suoi colleghi impressionisti, anche Morisot lasciò l'atelier con il telaio in spalla e i colori nella borsa per consacrarsi alla pittura. Il suo grande contributo fu la dissoluzione dell'immagine tramite piccole pennellate. Eliminava i contorni, lavorava sulla luce, dava colore all'impercettibile, all'infinitamente piccolo, all'insignificante. Si può dire che lavorava sul nulla, ma quel nulla era geniale.
[Musica] Molti critici d'arte vollero dimostrare che le opere di Morisot erano, prima di tutto, frutto di una pittura detta "femminile". Esiste un intero vocabolario di termini che qualificavano la pittura delle donne artiste attraverso aggettivi banali che seguivano dei canoni ricorrenti: ingenua, graziosa, delicata, carina. Attributi che non valorizzavano la produzione delle donne. Si parlava genericamente di "lavori" piuttosto che di "opere", di "esecuzione" invece che di "creatività" o "invenzione".
[Musica] "La Culla", un quadro di Morisot conosciuto in tutto il mondo, è sempre stato considerato un omaggio alla maternità. In realtà, si tratta di un'opera sullo sguardo. Quello che colpisce maggiormente è che il bimbo nella culla è coperto da un velo e ha gli occhi chiusi, mentre la madre, che in questo caso è la sorella dell'autrice, ha lo sguardo rivolto verso il figlio, ma allo stesso tempo sembra essere assorta nei suoi pensieri. È veramente un'esaltazione della maternità, o si tratta dell'impossibilità o della difficoltà di attraversare il velo? Di fatto, non possiamo affermare che Berthe Morisot, in quanto donna, avesse uno slancio naturale verso la maternità, perché quello che le interessava era dipingere.
Tuttavia, alla morte del padre, anche lei fu obbligata a sposarsi e si trovò praticamente costretta a fare un figlio per poter essere considerata una donna normale. Soffrì molto il peso pressante della famiglia e della morale borghese. Di fatto, a parte la stima di Mallarmé, Manet, Degas e di tutti i suoi amici, Berthe ottenne scarso riconoscimento. Solamente oggi, dopo 150 anni, siamo riusciti finalmente ad apprezzarla per la grande artista che era. Allora, però, era immersa nella solitudine. Come con tutte le donne artiste, la storia dell'arte si dimostrò ingrata anche con Berthe Morisot. La ricordiamo molto raramente come pittrice, ma molto spesso come modella di Manet, con il quale, tuttavia, aveva creato un appassionante relazione di mutua influenza. Malgrado la ricca produzione, lo Stato non comprò nemmeno uno dei suoi dipinti e nel suo certificato di morte si leggeva: "Nessuna professione".
[Musica] Il Novecento si aprì con la lotta per l'emancipazione femminile. Le donne scendevano in strada, reclamando il diritto di votare, di andare a scuola e, ovviamente, di creare. L'Unione delle Donne Pittrici e Scultrici, fondata nell'81, militava per l'ammissione alla Scuola di Belle Arti e pubblicò una mozione per l'apertura di una classe femminile. La mozione venne sottoposta alla Scuola di Belle Arti di Parigi, che rigettò prontamente la proposta, portando l'argomentazione che i locali disponibili erano troppo vecchi. Ovviamente, dietro alla motivazione ufficiale si nascondevano ragioni che riguardavano perlopiù una questione di decoro. Che cosa avrebbero fatto le donne in un ambiente composto esclusivamente da uomini? Avrebbero turbato gli spiriti maschili? Inoltre, c'era un problema di declassamento dell'istituzione, perché consentendo l'ingresso alle donne, la scuola avrebbe certamente perso in fatto di prestigio e fama. Di conseguenza, se l'istituzione avesse accettato quel tipo di proposta, avrebbe inviato al mondo intero un segnale di debolezza. Nel 1900, la Scuola di Belle Arti aprì le porte alle donne artiste e, dal 1903, poterono partecipare al Prix de Rome, un concorso cruciale per il riconoscimento del loro talento.
[Musica] Per una coincidenza quasi paradossale, l'apertura della Scuola di Belle Arti non ebbe alcuna influenza positiva sulla carriera delle donne artiste. Infatti, per assurdo, nel momento in cui l'arte divenne accessibile a tutti, la scuola stessa era diventata completamente accademica e non formava più alcun artista interessante. La vera arte, la vera creazione, si faceva altrove. Ma qui inizia un'altra storia, perché nel XX secolo le donne artiste hanno preso parte a tutti i movimenti d'avanguardia. Se usiamo la donna Natalia Goncharova, Tamara de Lempicka, Sonia Delaunay.
[Musica] Col tempo, la lista si allunga e le tecniche pittoriche si moltiplicano.
[Musica] Dopo quattro secoli, finalmente, le donne hanno guadagnato un posto nel mondo dell'arte. La strada, però, è ancora lunga per riuscire a rendere visibile l'invisibile, per riscoprire altre grandi artiste dimenticate ed integrarle nei libri d'arte e nei musei. Se ci chiediamo che ruolo abbiano oggi le donne artiste, alla luce di tutti gli ostacoli che hanno dovuto affrontare nella storia dell'arte, non c'è paragone. Non c'è paragone, perché in età contemporanea, le donne sono estremamente presenti in tutti i settori della produzione artistica. Penso che basti andare a visitare qualche galleria d'arte per rendersene conto.
D'altro canto, sono convinta che la storia artistica che troviamo nei musei, anche quella recente del XX secolo, sia piena di lacune, marginalizzante e poco rappresentativa di una produzione in realtà molto più diversificata. È necessario creare possibilità, nuovi spunti che possono aumentare la conoscenza della storia. La storia delle donne sarebbe un ottimo laboratorio di studio. Se si vuole veramente studiare la storia dell'arte al femminile, è necessario, innanzitutto, trovare dei metodi di ricerca diversi. Facciamo ricerche sulle artiste e riattribuiamo loro alcune opere che inizialmente erano state attribuite ad artisti uomini. E, per quanto questo possa essere rifiutato, seppellito, rimosso dal patrimonio comune, ci saranno sempre archeologi della nostra storia. In realtà, è ancora tutto da fare. A noi piace immaginare come sarebbe stato il mondo dell'arte se questa specie di macchina dell'oblio non avesse nascosto il vero ruolo delle donne. Il panorama artistico sarebbe stato diverso, perché le donne di talento avrebbero superato gli uomini.
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