Transcription
Chi di noi non ha mai pensato almeno una volta di avere la DHD? Magari dopo aver fatto in fretta un quiz su Instagram o dopo aver visto un video su TikTok. È così che molte persone oggi incrociano per la prima volta questa parola. Ma cos'è realmente la DHD? È una condizione che è sempre esistita o stiamo iniziando ad associare a questa parola qualsiasi difficoltà di concentrazione?
Ciao, sono Mia Ceran e questo è Specchio Giallo, la serie Jopop in cui riflettiamo su come la tecnologia e l'AI stiano silenziosamente cambiando la nostra psicologia, le nostre relazioni e la nostra vita più intima.
La DHD o Attention Deficit Hyperactivity Disorder, in italiano disturbo di deficit d'attenzione e di iperattività, esiste da molto prima dei social. È descritto in medicina da oltre un secolo, solo che per anni la narrazione collettiva l'ha definito in un altro modo: pigrizia, scarso impegno, cattiva educazione. Oggi sappiamo invece che è una condizione neurobiologica, è un modo diverso in cui il cervello si sviluppa e in cui funziona. Il cervello di chi ha la DHD fatica a regolare attenzione, impulsi e motivazione. I sintomi principali sono disattenzione, iperattività e impulsività. L'immagine che viene in mente è quella del bambino che non sta fermo, che si alza, che disturba, che viene mandato fuori dalla classe, quel compagno di banco che tutti abbiamo avuto. Finiva i compiti prima degli altri, però poi non riusciva a stare fermo, quindi si annoiava, disturbava, lo rimproveravano.
La campionessa di ginnastica Simone Biles invece prende dei farmaci per la DHD da quando era una bambina. Lo ha dichiarato nel 2016 dopo che degli hacker hanno diffuso i suoi documenti medici per screditarla. Biles, è una delle atlete più forti della storia, ha risposto dicendo che non c'è niente di cui vergognarsi, dimostrando che la DHD non è incompatibile né con l'eccellenza sportiva né con la disciplina.
Su cosa succede nel cervello? Non abbiamo ancora tutte le risposte, ma diverse ricerche suggeriscono che la genetica sia fondamentale. Altre parlano di fattori ambientali. Secondo studi neuroscientifici potrebbe dipendere dal cosiddetto processo di pruning. Pruning è la potatura delle connessioni tra neuroni. Da piccoli il cervello crea moltissime connessioni, poi durante l'infanzia, soprattutto durante l'adolescenza, inizia a potare quelle meno usate per diventare più efficiente e rinforzare invece quelle più utili. Nel caso della DHD questo processo potrebbe essere meno lineare, evidente, soprattutto nelle aree che regolano attenzione e controllo degli impulsi. Quindi, alcune reti neurali rimarrebbero più rumorose, meno raffinate, con circuiti che non hanno ancora trovato la loro configurazione ottimale.
Su questo tema ci sono tantissimi altri aspetti scientifici interessanti. Se vi interessa un approfondimento scrivete nei commenti ADHD scienza. Secondo alcune ricerche questa configurazione non è solo difficoltà, ma potrebbe associarsi anche ad un pensiero più divergente, un modo diverso di funzionare che in certi contesti può sprigionare più creatività e problem solving.
La dopamina è un neurotrasmettitore legato alla ricompensa, alla motivazione, all'apprendimento. Nella DHD sembra essere regolata in modo diverso, crea di fatto delle soglie diverse di soddisfazione per alcune attività. È una delle ragioni per cui compiti lenti e ripetitivi possono diventare insostenibili per qualcuno, mentre ciò che è nuovo, urgente o interessante cattura l'attenzione. Se ci pensate, è qui che i social entrano perfettamente in scena. Notifiche, like, scrolling infinito, microricompense continue per un cervello che cerca stimoli è un meccanismo potentissimo.
Molti di questi meccanismi sono ancora sotto studio, anche perché per molto tempo ci si è affermati agli effetti, dando etichette semplici invece per comportamenti che hanno cause molto complesse. Negli ultimi 20 anni qualcosa è cambiato, le diagnosi sono cresciute in modo costante, soprattutto nei paesi ad alto reddito. A livello globale le stime più citate parlano di circa il 5-7% di bambini e il 3-4% degli adulti, ma i dati variano molto anche a seconda delle metodologie usate per rilevarli. In alcuni paesi, come negli Stati Uniti, queste percentuali sono più alte, anche perché in alcuni casi i percorsi di diagnosi sono molto rapidi e quindi non sempre approfonditi.
In Italia il quadro è quasi opposto. Secondo l'Associazione Italiana Famiglie DHD le persone con questo disturbo sarebbero circa 1.200.000, cioè il 2% della popolazione italiana. È un dato però probabilmente sottostimato. Arrivare a una diagnosi spesso è lungo e complicato soprattutto per gli adulti. Il problema poi è che i sintomi non si presentano sempre allo stesso modo, cambiano da persona a persona e soprattutto con il genere e l'età. Non è un caso se l'immagine più comune della DHD è quella del maschio iperattivo. Nelle femmine il disturbo spesso è meno rumoroso, a volte è semplicemente meglio mascherato, si manifesta come distrazione, difficoltà a seguire le consegne, instabilità emotiva, ma anche quella componente evidente di movimento continuo, di disturbo. Così molte ragazze arrivano tardi alla diagnosi o non ci arrivano affatto. Anche questo divario negli ultimi anni si sta riducendo.
Cosa accade poi da adulti? Crescendo, la DHD si manifesta negli oneri della vita quotidiana. Diventa fatica a organizzarsi, a rispettare le scadenze, a gestire il tempo. Liste infinite che non si chiudono mai, ritardi continui, oggetti persi, appuntamenti dimenticati e la sensazione costante di sovraccarico, come se tutto fosse sempre troppo. Si alternano momenti di iperfocus in cui ci si perde completamente in qualcosa ad altri in cui anche le cose più semplici diventano difficili da iniziare. Davanti al carico della vita adulta, fatta di ritmi velocissimi, compiti, eh famiglie e continue richieste, è possibile che si aggiungano altri sintomi come ansia, depressione, disturbi del sonno, uso di sostanze, stress cronico.
Negli anziani la DHD evolve ancora ed è per il momento poco studiato, soprattutto si intreccia spesso con altre patologie comuni in età avanzata, per questo diventa ancora più difficile riconoscerla e diagnosticarla.
Ma la domanda delle domande che tutti si fanno è: la DHD oggi è più diffusa o è solo più diagnosticata? Non abbiamo una risposta netta, sappiamo però che l'interesse è esploso e questo è stato un bene perché ha permesso a genitori e insegnanti di capire e quindi assistere meglio i più giovani, a migliaia di adulti di comprendere meglio se stessi e a medici e psichiatri di lavorare in un contesto più consapevole. L'aumento delle diagnosi dipende, almeno in parte, da più consapevolezza, più accesso ai servizi, meno stigma, ma anche i criteri diagnostici si sono allargati nel tempo. Dal 2013 l'età necessaria, entro cui i sintomi devono comparire, è stata spostata da 7 a 12 anni e anche per gli adulti i confini sono diventati più flessibili.
In questo contesto c'è anche chi invita a fare attenzione a non trasformare ogni difficoltà di concentrazione in una diagnosi perché i sintomi della DHD sono reali ma anche poco specifici. E qui si apre un terreno di scontro scientifico e culturale. Da una parte c'è chi difende la solidità della diagnosi, dall'altra chi parla di ipermedicalizzazione che finisce per trasformare comportamenti diversi in patologie.
Se vi va, mi trovate anche su YouTube sul canale Sono Mia Ceran e su tutte le piattaforme audio con il mio podcast Now What. Adesso però torniamo a noi.
Intanto, mentre il dibattito cresce, cresce anche il mercato dei farmaci per il trattamento della DHD. Oggi parliamo di circa 14 miliardi di dollari con una previsione che arriva quasi a 19 miliardi entro il 2030 e le prescrizioni aumentano. Tra il 2015 e il 2019 in 64 paesi sono cresciute in media del 9,7% ogni anno. I farmaci più utilizzati sono gli stimolanti come il metilfenidato. Servono ad aumentare dopamina e noradrenalina migliorando l'attenzione e il controllo degli impulsi. Per molti funzionano, ma non sono neutri. Gli effetti collaterali più comuni sono diminuzione dell'appetito, perdita di peso, dolori addominali. In casi più rari possono comparire insonnia, alterazione dell'umore, tachicardia. Accanto a questi ci sono i farmaci non stimolanti come la atomoxetina che vengono usati quando i primi non sono indicati o non funzionano.
In Italia la prassi è più cauta. Molti di questi farmaci sono regolati come sostanze ad alto controllo, altri non sono proprio autorizzati. Il risultato è un sistema più controllato, ma anche percorsi più difficili da percorrere perché lunghi e con accessi limitati.
L'approccio farmacologico in ogni caso non è l'unico e non è sempre sufficiente. Anche quando i farmaci vengono prescritti e sembrano funzionare è fondamentale che siano inseriti in un percorso più ampio e ci sono strategie concrete, per esempio, dividere un compito in micropassaggi e farne solo uno alla volta, oppure usare il body doubling, cioè lavorare accanto a qualcun altro anche in silenzio per riuscire a restare concentrati. La DHD di sicuro non è qualcosa che si spegne con una pillola, è qualcosa che si impara a conoscere, a gestire, a volte anche a riscrivere pezzo dopo pezzo nella vita quotidiana.
I social, in questa conoscenza hanno avuto un loro ruolo. C'è chi ti invita a fare caso a quante volte riesci a vedere un cuscino viola mentre fa ASMR per capire se anche tu hai la DHD. C'è il video che ti spara suoni fastidiosi nelle orecchie sostenendo che resetterebbero il cervello ADHD. Altre che ti chiedono di fissare un punto preciso nello schermo facendo caso al colore che assumono gli oggetti. Lo vedi sempre verde? Allora forse hai la DHD. E poi ci sono i famosi trend di video tutti uguali che invadono periodicamente tutti i feed come l'ormai famoso "put Your Finger down if", in questo caso fatto con 10 presunti sintomi ADHD. Al quinto, diagnosi pronta.
C'è anche chi tenta di fare una divulgazione seria, chi da anni pubblica contenuti per comprendere meglio il disturbo o chi racconta sui social la propria neurodivergenza. Questa esplosione di contenuti è riuscita da un lato a dare un linguaggio e una rappresentazione a chi per anni non li ha mai avuti. Molte persone che si sono sempre sentite diverse, fuori posto, oggi trovano parole, strumenti, comunità. Dall'altra ha creato molta confusione perché molti di questi contenuti sono puro intrattenimento. Spesso sono imprecisi, a volte sono proprio sbagliati. Uno studio effettuato su migliaia di contenuti su salute mentale, in particolare neurodivergenza pubblicati sui social, ha mostrato che oltre la metà di questi risulta impreciso o non supportato.
L'effetto non è soltanto un aumento delle autodiagnosi, quel "siamo un po' tutti neurodivergenti", ma anche una semplificazione progressiva del disturbo, perché a forza di vedere sempre gli stessi contenuti, il disturbo cambia forma, diventa racconto, diventa estetica e a quel punto a molti arrivano soprattutto i tratti più affascinanti e più raccontabili: la creatività, l'originalità, l'intelligenza fuori dagli schemi. Questo succede anche perché sempre più creator si raccontano così e perché nella serie e nei contenuti pop i personaggi neurodivergenti sono spesso costruiti nello stesso modo: strani ma profondi, difficili ma geniali. E così quella che era una condizione complessa diventa quasi una qualità desiderabile.
Qual è la soglia che rende una persona con spettro divergente desiderabile e quando invece smettiamo di raccontare la sua condizione reale? Questo non significa che le persone con ADHD non abbiano anche queste caratteristiche, ma quando un disturbo che ha effetti concreti sulla vita quotidiana diventa una lista di qualità desiderabili, è inevitabile che si semplifichi, rischiando di oscurare di nuovo chi ci vive dentro.
Ora che questa complessità sta finalmente emergendo, forse dovremmo imparare a guardarla per ciò che è, facendo una cosa semplice, ma potente. Spostare lo sguardo, non etichettare subito, provare almeno per una volta a capire che cosa c'è dietro.