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È uno di quei pensatori strani che ogni tanto si incontrano quando si fa filosofia. Strani perché per certi versi non sembra neppure un filosofo, perché ha un procedere diverso da tutti gli altri, un lessico diverso da tutti gli altri, perfino gli interessi diversi da quasi tutti gli altri. E però, in realtà, si pone forse quelle domande che più propriamente associamo alla filosofia. Perché quando si chiede ai ragazzini che non hanno mai fatto filosofia cosa pensano che sia la filosofia, loro ti dicono sempre: "È la risposta alla domanda: che senso ha la nostra vita?". Ecco, questa domanda ce la fa Kierkegaard e tenta di dare una risposta, tenta di trovare una chiave per dare un senso, per trovare un senso alla nostra esistenza, una soluzione che però è molto particolare, perfino paradossale per certi versi. E ne parleremo.
Oggi, infatti, tendiamo di parlare della filosofia, però tutto in un'ora, tutto il pensiero, una carrellata veloce di questo autore in un'ora. Ne abbiamo già fatto dei video più estesi con tutte le spiegazioni, coi tempi dovuti, ma qui facciamo una mega sintesi perché ha già studiato e vuole semplicemente dare una ripassata veloce. Andiamo a cominciare.
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Un sorso di caffè nella tazza con la solita scritta "Andiamo a cominciare", che pronunci una ragione di ogni video, quasi fosse da contratto con me, da contratto. Ci sono anche i miei soliti spettatori, Topolino, De André, il nostro prodotto, il cuscino, quest'altro mostriciattolo qui che si intravede. Poi ci sono io. Io mica verranno Ferretti, sono un insegnante di storia e filosofia. Insegno nel liceo scientifico di Rovigo e da due anni e mezzo, quasi tre ormai, su questo canale realizzo praticamente ogni giorno delle video spiegazioni di storia, di filosofia, di educazione civica, a volte anche di attualità, per ripercorrere un po' il programma che si fa alle superiori di storia e filosofia, ma ogni tanto anche per dare qualche spunto in più, per fare cose che magari invece servono di più all'università o per concorso. Insomma, c'è chi trova tutto quello che vuole, anche semplicemente curiosi che vogliono rinverdire certi ricordi, vogliono approfondirli, trovano molto materiale in questo canale. Ce ne sono, siamo vicino al migliaia, al Millionaire, al Millesimo video, mi perdo anch'io perché dopo mille video le parole vengono anche a mancare, però. Quindi, se siete interessati, dateci un'occhiata.
Oggi, come vi dicevo nella premessa, però, facciamo un video un po' particolare perché, oltre a tutti i video classici di filosofia, di storia, eccetera, ogni tanto faccio dei video riassuntivi. Cioè, tutto che insomma, Marx in un'ora, c'è tutto Nietzsche in un'ora, tutto Platone in un'ora, tutto Aristotele in un'ora, tutto Kierkegaard oggi in un'ora. In realtà, ci sono vari video dedicati. In descrizione mi metto la playlist con i video più ampi, dove affrontiamo i vari punti del suo pensiero o con i tempi dovuti e spiegandoli per bene. Però, appunto, a volte, soprattutto quando c'è l'università, quando lo si è già studiato, bisogna anche dare una carrellata veloce, magari. Oppure, dopo che si è studiato anche alle superiori, un ripasso in generale serve, un vero un po' più riassuntivo. Allora, oggi facciamo questo video dedicato a Kierkegaard in un'ora.
Partiamo dalla vita. Io qua il mio cronometro che sta andando avanti, che mi segna i tempi. Dovrei riuscire a starci nei tempi. Partiamo, dicevo, dalla vita. E questo Søren Kierkegaard è un filosofo, intanto ottocentesco, vissuto tra il 1813 e il 1855, quindi neppure troppo lungo perché muore una quarantina o poco più d'anni. È danese, nativo di Copenaghen, ed è un filosofo, ripeto, strano, come ho detto un po' nella premessa, perché è un filosofo fuori dal suo tempo per certi versi e forse anche in anticipo sui tempi, perché circa è considerato unanimemente uno dei principali, se non il principale precursore dell'esistenzialismo. L'esistenzialismo, una corrente filosofica molto importante del Novecento, che ha avuto i suoi principali esponenti in Sartre, Jaspers, in parte anche Heidegger. Magari in descrizione vi metto i link a tutti e tre. Però nell'Ottocento, appunto, un secolo prima che poi diventasse una corrente vera e propria che avesse successo nel mondo filosofico, aveva già avuto, appunto, delle anticipazioni. E Kierkegaard, da questo punto di vista, è sicuramente un anticipatore. Perché? Perché si pone le stesse domande che poi si porranno anche gli esistenzialisti del Novecento. Ad esempio: qual è il senso della vita? Ad esempio: come reagire davanti a una vita che sembra, almeno apparentemente, non avere senso, eccetera? E poi, soprattutto, oltre a porsi le domande, Kierkegaard dà anche delle risposte, problemi, voglio dire, anche una chiave di lettura che poi verrà fatta propria anche dai pensatori del Novecento, che magari diranno risposte molto diverse da quelle di Kierkegaard, ma accetteranno la sua impostazione. Quindi, ad esempio, gli stadi della vita, di cui parleremo oggi, quindi, ad esempio, il peso della noia, quindi, ad esempio, il peso della scelta, sono tutti temi che Kierkegaard introduce e che vengono fatti propri poi dagli altri filosofi.
Brevemente, i fatti biografici. Nasce in una famiglia molto religiosa. Suo fratello ha almeno un fratello che diventa anche vescovo luterano in Danimarca. Lui stesso studia teologia all'università, si laurea con una tesi su Socrate e il concetto di ironia in Socrate. Ma poco dopo la laurea si sposta in Germania, dalla Danimarca vicina, per assistere alcune lezioni universitarie, in particolare di Schelling. Siamo a inizio Ottocento. La filosofia dominante nell'area tedesca, ma in generale in Europa, è la filosofia idealistica. Quindi Fichte, Schelling, Hegel. Per farla breve. E lui inizialmente vuole saperne di più di questa filosofia idealistica, ma rimane negativamente colpito dalle lezioni di Schelling. E, in effetti, l'idealismo, in particolare anche Hegel, rimarrà un suo bersaglio polemico. Vedremo che sarà un anti-idealista, alla fine. Lasciando, nonostante, appunto, vivere un'epoca che è permeata di idealismo, torna in patria. È fidanzato, ma decide, questo è l'unico fatto biografico forse degno di nota, di rompere improvvisamente il fidanzamento. La fidanzata si chiama Regine Olsen. Non si è mai capito perché abbia rotto questo fidanzamento. Sono varie ipotesi, biografi hanno scritto fiumi e fiumi di inchiostro su questo strano fidanzamento, questa rottura a un passo dal matrimonio. Ma tra le varie ipotesi c'è anche, forse, quella più fondata o suggestiva. C'è l'idea che il buon Kierkegaard, forse, convinto di essere maledetto in odio a Dio, addirittura, e quindi abbia evitato di sposarsi per non far figli, perché convinto che la maledizione che gravava su di lui e sulla sua famiglia sarebbe forse potuta passare anche ai suoi figli, se avesse avuto figli. Quindi meglio non far figli, meglio non sposarsi e rimanere solo e triste. E poi vedremo che la tappa anche il matrimonio ha un certo peso nella filosofia di Kierkegaard. Ne parleremo. Comunque, decide di non sposarsi. Pare addirittura che questa condanna, che questa maledizione, derivasse dal comportamento del padre, o che si era risposato troppo presto, o che dopo la prima, dopo la prima morte della prima moglie, oppure che avesse addirittura bestemmiato, cosa che per Kierkegaard era intollerabile. Ma, insomma, la sua vita poi si spegne abbastanza presto. Lui è abbastanza malato, fragile di salute, in effetti muore relativamente. Scrive varie opere, spesso scritte, tra l'altro, con pseudonimi, cioè firmate con altri nomi, non col suo vero nome. Non tanto perché avesse paura della censura, no, non è questo il problema. Il problema era che lo stesso Kierkegaard, vedremo nella sua filosofia, ha un rapporto aperto, una questione aperta col tema dell'identità. Come vedremo, alla fine dei conti, la sua filosofia, nella filosofia che cerca la vera identità di ogni uomo, di ogni persona, capire chi si è e cosa si vuole essere, diciamola così, l'idea di firmare alcune sue opere con degli pseudonimi, poi ogni volta diversi, mostra questo tormento un po' interiore, forse anche di Kierkegaard, che deve trovare una propria chiave, una propria identità, una propria scelta di vita. Comunque, tra tutte le opere, ne citeremo tre in particolare, che sono famose, scritte tutte e tre tra il 1843 e il 1844. La prima è la più famosa di tutte, si intitola "Aut-aut". Attenzione, non è inglese, è latino. Si scrive "au", questo motivo lo scrivo anche a schermo, così lo vedete, "aut", "aut", e latino, e significa "o... o". Si usa dire anche nel linguaggio comune italiano, se volete essere un po' più forbiti, bisogna dire: "Ti do un aut-aut", "ha ricevuto un aut-aut". Cosa vuol dire? Vuol dire che è stato messo con le spalle al muro e gli hanno detto: "Scegli o questo o quello". "Aut-aut" in latino è lo esclusivo, perché c'è anche il "vel", ci sono anche altre forme di "o" in latino. "Aut" vuol dire: "Scegli o A o B". Ok? Quindi una scelta da fare in maniera esclusiva, o questo o quello, senza alternative, senza avere un mezzo. Vediamo che il titolo ha un senso, perché poi parla di scelte di vita. All'interno di "Aut-aut", l'opera più celebre, c'è anche una sezione intitolata "Diario del seduttore", che a volte viene pubblicata a parte, da sola, in un libro autonomo, ma in realtà nasce come parte di "Aut-aut". Ne parleremo. Altra, quindi, 1843. Secondo opera importante: "Timore e tremore", sempre 1843, che fa il paio con "Aut-aut", e poi ne parliamo. Terza opera: "Il concetto dell'angoscia", parleremo molto anche di angoscia, questa è datata 1844.
Poste queste premesse, iniziamo a parlare della filosofia di Kierkegaard. E la sua filosofia parte proprio da un confronto, direi, molto serrato con la filosofia idealista, che era all'epoca dominante, appunto, in Germania, ma poi, di rimando, inevitabilmente anche in Danimarca. Cosa diceva la filosofia idealista? Beh, qua ci sarebbe da parlare per ore, però vi ricordo alcune cose, alcuni concetti, in particolare vediamo magari in Hegel, che è il principale esponente dell'idealismo, ma poi si ritrovano, magari con qualche lieve differenza, anche negli altri filosofi. Comunque, in descrizione vi metto un video su Hegel, diciamo, intanto, tutto anche in un'ora, ma anche Hegel, i punti cardine. Cosa diceva la filosofia idealista? Intanto, la filosofia idealista dava un grandissimo peso al "tutto". No, "il vero è l'intero", diceva Hegel, cioè la il genere umano, l'umanità intera, il mondo intero è sempre superiore alle parti che lo compongono. Quindi, il genere umano vale di più dell'uomo singolo, l'io infinito vale di più dell'infinito, diceva Fichte. Cioè, alla fine, tutta la filosofia idealista attenta di di abbracciare l'unità, perché l'unità è sempre superiore alla parte. La parte da sola non significa niente, il singolo era solo non significa niente, significa solo in quanto parte di un popolo, di una storia, di un assoluto, di qualcosa di più grande. Questo come impostazione generale dell'idealismo. Kierkegaard rifiuta completamente questa impostazione, perché ritiene che le impostazioni di questo genere spinga a una filosofia estremamente astratta e poco adatta a rispondere ai problemi dell'uomo. L'uomo singolo affronta la vita sempre solo da uomo singolo. Ogni, ognuno di noi, certo, può anche tentare di collegarsi a qualcosa di più grande, di abbracciare un'entità più alta, che sia la propria chiesa, che sia il proprio popolo, che sia l'umanità intera, eccetera, ma in prima istanza è sempre lui, è sempre singolo, a dover fare i conti con tutto. Quindi il generale viene casomai dopo il particolare, non prima. Il gruppo viene dopo il singolo, non prima. L'errore dell'idealismo, secondo Kierkegaard, è sempre aver ragionato nei termini del tutto, del generale, del gruppo, mai del singolo, come se il singolo non contasse niente rispetto al tutto. Invece è vero il contrario: il gruppo si fonda sui singoli, la comunità si fonda sull'individuo. Quindi bisogna partire dall'individuo. D'altronde, è l'individuo che vive, ma il gruppo e l'individuo che fa le sue scelte di vita, e l'individuo che si trova a vivere. E questa vita da cosa è contrassegnata? La vita del singolo è una cosa che gli idealisti hanno completamente trascurato, perché a guardare le cose dall'alto, a guardare le cose dalle masse, dai gruppi, dalla totalità, ci si perde la vita concreta. La vita concreta è fatta, secondo Kierkegaard, essenzialmente di scelte e di possibilità. Ognuno di noi, ogni santo giorno, si trova davanti a uno spettro di possibilità abbastanza ampio. Io adesso sto parlando davanti a questa telecamera, ma non è l'unica cosa che potrei fare. Potrei anche mettere stop, andare a bermi un caffè, un altro, potrei guardare la televisione, potrei stare con i gatti, con quei bambini, con altri, potete fare mille cose, no? E questo vale per ogni istante della mia vita. Io in ogni cosa che faccio ho delle possibilità. Anche quando mi sembra tutto sommato di essere costretto a fare una cosa, in realtà ho delle alternative che sono scuole. Uno studente dice: "Anni costringono non andare a scuola". Certo, ma tu puoi anche comportarti male e farti buttare fuori, puoi andare in bagno, puoi far finta di ascoltare e fare altro, eccetera. Ne puoi fare di cose. Noi abbiamo sempre una miriade di possibilità. E questo vale per le piccole scelte di ogni giorno, di ogni istante, ma vale anche per le scelte più importanti della vita. In fondo, di solito parlo a studenti che si fa in quinta superiore. Bene, in quinta superiore arriva il momento delle grandi scelte: cosa vuoi fare dopo il liceo? Perché filosofia si fa al liceo? Che tipo di facoltà universitaria? Cosa? E lì è una scelta che spesso l'angoscia ragazzi, crea paura ai ragazzi, perché loro stessi, magari, hanno delle idee, hanno delle varie idee, ma poi si chiedono: "Ma queste idee, quando le concretizzerò, quando farò effettivamente quella scelta, mi porterà dove voglio arrivare oppure no? Mi realizzerà negli obiettivi che voglio realizzare oppure no? Mi piacerebbe davvero anche una volta che andrò all'università oppure no?". Parlate di dubbi, prendete di angoscia, prendete di mille perplessità. Perché? Perché la vita è questo. La vita è possibilità, ma la possibilità implica sempre anche la scelta. E ogni scelta implica paura, una qualche forma di paura. Poi definiremo meglio che tipo di paura, però implica paura, perché si può sbagliare. Ogni scelta ti responsabilizza, perché quando tu invochi una strada, automaticamente annulli le altre. Quando tu finisci il liceo e inizi un'università, dici: "Mi iscrivo a, che ne so, ingegneria". Bene, tagli ponti con medicina, con lettere, con filosofia, con storia, con tante altre facoltà che magari hai anche solo per un momento pensato di poter fare, ma che non farai. No? Certo, uno può dirmi: "Beh, vabbè, inizio di ingegneria, poi vedo se non mi piace, torno indietro". Sì, dipende. Alcune famiglie possono permettersi di perdere anni a provare, vedere dove si va. Altre famiglie non se lo possono permettere. Alcuni ragazzi capiscono magari subito di aver sbagliato facoltà e cambiano, quindi perdono anche poco, tutto sommato, poco tempo. Alcuni altri se ne accorgono dopo la laurea di primo livello e a quel punto ormai forse è tardi, non c'è più il modo di tornare indietro. Quante volte facciamo delle scelte che, perché tante volte possiamo correggere se le facciamo subito, ma una volta imboccata la strada, le porte, le altre porte ci chiudono, no? E quindi, certo, noi siamo in una generazione che è abituata a ritornare sui propri passi, a non scegliere mai, però in realtà, in realtà, la scelta ha porta con sé una serie di problemi, no? Non è così facile scegliere. E però siamo costretti a scegliere, perché la nostra vita è sempre un bivio o un incrocio. Il problema frontale, dove si riparano varie strade, dobbiamo sceglierne una, ben sapendo che potrebbe essere anche sbagliata. Ecco, una volta scelta quella strada, alle altre si chiudono. A ogni scelta fa i conti con la nullità, con l'annullamento, perché annulla tutte le altre scelte. Scegliere A vuol dire chiudere B, C, D, E, F, G, H, quello che capite. Quindi, questo è il dice Kierkegaard, il punto terra dell'esistenza umana, ciò che davvero contraddistingue l'uomo ed è sempre singolo, è la scelta, è la possibilità che implica la scelta. Ripeto, sempre singolo che fa ste cose, perché il popolo non sceglie, la comunità non sceglie, i singoli scelgono. Poi è vero che anche una comunità può scegliere, uno stato, ad esempio, sceglie quale governo darsi, ma come fa a scegliere uno stato quale governo darsi? Lo fa vedendo i voti dei singoli. Quindi, alla fine, sempre il singolo che sceglie. Poi la somma delle varie volontà dei singoli, della maggioranza, in questo caso, fa il governo. Ebbene, è inutile ragionare sempre in termini astratti, in termini distanti, come fa Hegel, come fanno gli idealisti. Bisogna andare al concreto, bisogna andare alle scelte che ognuno di noi fa e che implicano poi delle responsabilità. Chiaramente queste scelte sono anche, per certi versi, vi ho detto, angoscianti, ma anche paralizzanti. Di Kierkegaard, cioè tante volte davanti al bivio non sappiamo cosa fare, rimaniamo inerti, paralizzati, sapendo che invocare una strada significa a chiudere le altre, non scegliamo e rimaniamo così bloccati. Segno che la scelta non è mai certa, segno che la scelta ci lascia sempre perplessi sull'esito, e che una volta che prendiamo comunque una strada, poi ne dovremmo fare altre, e poi altre ancora, e altri ancora, tutta la vita è una serie di scelte che non sappiamo se andranno a buon fine. Questo crea uno stato umano di angoscia, per noi, potremmo dire, no? Perché se la scelta è ciò che caratterizza la vita, anche la paura di sbagliare, ciò che caratterizza la vita, anche l'incertezza sul nostro, sulle nostre scelte, sul significato della vita che ci siamo creati, può paralizzarci. In fondo, guardate che scegliere vuol dire scegliere come vivere, alla fine. Scegliere cosa fare all'università, che lavoro fare, con chi stare, con chi non stare, con chi creare una famiglia, con chi no, eccetera, vuol dire vivere un certo tipo di vita e non un altro. E se avessimo sbagliato? Ecco, tutto questo angosciante, paralizzante. E vedremo che per Kierkegaard, l'uomo davanti alla scelta, risponde, può rispondere in vari modi. Ne individua tre particolari modi, che sono, li vedremo tra poco: vita estetica, vita etica, vita religiosa. Il problema è che in di questi tre tipi di vita, i primi due non sono soddisfacenti, nel senso che non riescono ad eliminare veramente l'angoscia, la disperazione, ci lasciano comunque in un impasto. Solo la vita religiosa sarà in grado di fare il salto. Quindi, alla fine, ragazzi, mostra i problemi dell'uomo, dell'esistenza umana, l'angoscia dell'uomo, dell'esistenza umana, dicendoci: "Guardate, secondo me, l'unica via di fuga è la fede". Vi dicevo che darà anticipato l'esistenzialismo nel Novecento? Ebbene sì, anche nel modo di porre problemi, perché anche l'esistenzialismo del Novecento dirà: "Forse la nostra vita è spiegata dall'angoscia, dall'angoscia della scelta, e forse questa angoscia ci paralizza, forse non ci fa essere felici, ci impedisce di sentirci realizzati, eccetera". Ma il problema dell'esistenzialismo del Novecento, che sarà tendenzialmente ateo, non tutto, ma insomma, una parte si, ateo, e se non c'è più quella via di fuga che la fede che Kierkegaard ci ha proposto nell'Ottocento, se nel Novecento non ci si crede più, forse l'esistenza diventa molto più tragica di quanto già non fosse in Kierkegaard. Ma di questo parleremo. Intanto, vediamo come sono questi stili di vita, questi stadi, come li chiama Kierkegaard, dell'esistenza.
Il problema di questi stadi dell'esistenza viene affrontato da Kierkegaard in collaborazione, abbiamo citato all'inizio, "Aut-aut", 1843. "Aut-aut" significa "o... o", perché all'interno di questo libro, che era presente ai primi due stadi dell'esistenza, "Scegli o questo o quello", "o A o B", ci sono due modi di vivere, due stadi. Attenzione, alla fine saranno tre gli stadi, ve l'ho già detto, però bisogna fare una premessa. Noi questo numero, tra l'altro, lo vediamo ritornare spessissimo in filosofia. Tutti quelli che parlano di divisioni, spesso parlano di tre stadi, di tre livelli, eccetera. Pensate a Hegel, tesi, antitesi, sintesi, no? O Fichte, eccetera. L'etica, alla fine degli idealisti, era sempre, almeno quella classica tedesca, la dialettica triadica. Allora, qui non dobbiamo però far confusione. Kierkegaard, è vero che presenta tre stadi di esistenza, ma la sua non è una triade dialettica idealista, tutt'altro. E lo dice anche lui, in maniera piuttosto chiara, netta: "Guardate, non è che vi sto proponendo un percorso dove, che so, la vita estetica è la tesi, la vita religiosa è l'antitesi, e cioè, scusate, la vita etica è l'antitesi, la vita religiosa della sintesi, no?". Tutt'altro, non sono delle sintesi, proprio per nulla. Tra uno stadio e l'altro c'è un vero e proprio salto, dice Kierkegaard, non c'è un percorso. Però Hegel, la teoria dell'etica poteva essere percorsa, perché del percorso dello spirito, dell'assoluto, eccetera, che nella storia si riparava in quel modo, quindi si passava da una tesi a un'antitesi e poi una sintesi. Nel caso dell'uomo, invece, no, non è che bisogna fare il passaggio, che bisogna fare il percorso. Non è un percorso tra uno stadio e l'altro, c'è proprio un abisso, dice, un salto mortale. Sono agli antipodi questi stadi, quindi non è un percorso di crescita, insomma, è proprio un'opposizione netta. "Aut-aut", non a caso. Allora, questo libro è scritto, poi, in maniera piuttosto strana, perché intanto è firmato con uno pseudonimo, che in questo caso è Victor Eremita, nome strano, ma poi, soprattutto, in questo libro Kierkegaard immagina, fa finta di aver trovato due pacchi di carte, le carte di A e le carte di B, proprio a simboleggiare la scelta tra A e B, no? Le carte di A sono legate a uno stile di vita, che è la vita estetica. Le carte di B sono legate invece a un altro stile di vita, che è la vita etica. Partiamo dalla vita estetica. La vita estetica rappresentata in vari modi. C'è il "Diario del seduttore", c'è un'analisi del Don Giovanni di Mozart, sono varie riferimenti, sono anche appunti un po' sparpagliati per certi versi, ma che tipo di vita è? La vita, dice Kierkegaard, dell'uomo che, davanti alla scelta, sceglie di non scegliere. Vi ho detto prima che tutti noi, durante tutta la nostra vita, non facciamo altro che scegliere, no? Operare scelte davanti alla possibilità. E però queste scelte, molto spesso, hanno un effetto de importante, anche paralizzante, perché non siamo sicuri. E a volte rimaniamo bloccati. Ecco, immaginiamo un uomo che dice: "No, la scelta è per me è troppo gravosa, la scelta, io non voglio farla, perché scegliere vuol dire chiudere tutte le altre parti, invece voglio tenermi aperte tutte le porte". E allora non scelgo. L'esteta fa questo, sceglie di non scegliere. E da questo punto di vista, l'esempio migliore che Kierkegaard propone è quello del Don Giovanni. Don Giovanni è un personaggio della letteratura, del mito, anche e della lirica kierkegaardiana, proprio il Don Giovanni di Mozart, che era stato realizzato pochi decenni prima, a fine Settecento, quindi un'opera lirica incentrata sempre su questa figura mitica di Don Giovanni, ma c'è anche l'opera teatrale Don Giovanni di Molière, ce ne sono varie di opere. Chi è Don Giovanni? Chi è questa figura mitica? Si dice anche nel nostro linguaggio essere un "dongiovanni". Cosa vuol dire? È un seduttore, cioè un uomo che passa la sua vita a sedurre donne, abbandonarle. Don Giovanni di Molière, che in quello di Mozart è un personaggio che, appunto, con un servitore, va in giro, seduce donne a destra e a manca, addirittura seduce le suore, le seduce, le conquista, perché è uno sciupa-femmine, diciamo così. Le bacia, le fa scappare le suore dal convento, fa anche qualcosa di peggio. Dopodiché, il giorno dopo, cambia donna, abbandona la donna che ha appena conquistato e passa a un'altra, e poi a un'altra ancora, e un'altra ancora. Ovviamente, per fare tutto questo, è costretto spesso a cambiare città, perché sennò, a un certo punto, lo menano, ci sono quelli che gliela vogliono far pagare, i fratelli, i mariti, eccetera, gelosi, vogliono fargliela pagare. Ma, insomma, un personaggio di questo tipo. Ora, Kierkegaard sceglie questo Don Giovanni perché è l'emblema perfetto, l'esempio perfetto di quello che fa, in fondo, l'esteta. L'esteta, cosa fa? Vuole vivere la sua vita come se fosse un'opera d'arte. Per questo usa la parola estetica, cioè vuole far sì che ogni istante sia pieno di significato, sia irripetibile, sia bellissimo. E quindi non vuole scegliere, perché scegliere vuol dire anche la noia, scegliere vuol dire anche rinunciare a tutte le possibilità e accontentarci. Pensate al matrimonio, visto che ho parlato di donne, no? Uomini e donne, potete anche girarla, chiaramente, la fa al maschile, ma potete girarla. Quando uno si sposa, dice: "Scelgo una persona sola e lascio perdere le altre". No? Però questo, per carità, può essere anche bello, se non voglio parlare male del matrimonio. Però ci porta con sé anche una certa dose di normalità, di noia, di ripetizione. Insomma, un matrimonio non è sempre la fiamma che brucia in ogni istante, è anche: "Andiamo a fare la spesa, puliamo in casa", insomma, anche cose noiose, no? Non c'è sempre la passione intensa, come invece c'è quando conquisti una persona nel primo istante, nel primo giorno, quando ti innamori di una persona. Questa persona la conquista il primo giorno è magico, no? Il secondo un po' meno, il terzo è noioso. Ecco, il Don Giovanni, l'esteta, sceglie di vivere sempre solo il primo giorno, perché non vuole arrivare al terzo, al quarto giorno, che diventano noiosi. Vuole solo il piacere forte, la novità, perché la ripetizione annoia. Allora lui vuole sempre solo novità. Per avere sempre nessuna novità, deve scegliere di non scegliere. Non può operare scelte, perché scegliere vuol dire smettere di scegliere di nuovo. Ora, il Don Giovanni, quindi, è il seduttore. Il "Diario del seduttore" è un altro racconto all'interno del di "Aut-aut", dove racconta di uno che seduce una donna per il gusto di farlo. E l'esteta fa questo. Poi, nel caso del seduttore, lo fa nell'amore, né con le donne, eccetera, ma si può fare mille modi, no? Ad esempio, diciamo prima, scegliere un'università, per carità, uno può anche dire: "Io non scelgo, vado a lezione una volta da una parte, invece dopo cambio, vado dall'altra parte, invece dopo cambio ancora, eccetera". Anche con l'amicizia si può far così, no? Io, vabbè, stasera esco con te, domani con un altro, e hai 40 amici con cui uscire ogni sera diversi, eccetera, no? Anche tu chi sei, alla fine? Ma oggi voglio essere estroverso, domani voglio essere così, domani voglio essere cosa voglio essere sempre diverso. Ecco, l'esteta fa questo, fa della sua vita un'opera d'arte, perché rifugge la noia, perché rifugge la ripetitività, vuole essere poeta, vuole vivere tutto fino in fondo e non vuole privarsi di nessuna possibilità, vuole provarle tutte, ok? Qual è il problema? Che la vita estetica, dice, in realtà ti condanna alla disperazione, perché a un certo punto l'esteta si chiede: "Ma alla fine, mi sono divertito, ho sedotto le donne, sono uscito con tante persone diverse, ho provato tutto quello che c'era da provare, ma io chi sono?". E davanti a questa domanda, secondo Kierkegaard, l'esteta crolla, l'esteta nella disperazione, perché? Perché noi siamo le scelte che facciamo, verrebbe da dire, con un'espressione che poi verrà fatta propria dall'esistenzialismo nel Novecento. Se uno non sceglie mai, se uno non sceglie chi essere, cosa essere, che che persona vuole essere, non sa chi è, non decide chi è, non è nessuno, alla fine. L'esteta, quando si guarda allo specchio, non sa chi è. Chi è questo? È uno a cui piacciono le bionde, le more, ma tutte. È uno a cui piace essere estroverso, introverso, ma tutto, a seconda dei casi. È uno a cui amico di X o Y, ma di X, Y, Z, di K, eccetera. Ecco, il problema è questo, l'esteta non sa chi è. E quindi l'energia cinetica è un fallimento. Pertanto, passiamo alle carte di B, l'altra, l'altro stile di vita, che vi dicevo, presentato nel in "Aut-aut". L'altra vita è la vita invece del marito, la vita etica, così la chiama. Chi fa questa vita etica, nei nella finzione del libro, questa vita viene presentata da un personaggio che è un giudice, un giudice in pensione, il giudice Wilhelm, che scrive e racconta di questa vita. Ma in generale, possiamo usare come punto di riferimento il marito, che è la perfetta contrapposizione rispetto al Don Giovanni. Don Giovanni seduce ogni sera una donna diversa, il marito no, ne sceglie una, sceglie una donna, si impegna, sceglie un lavoro, si impegna e si assume le sue responsabilità. Per questo la figura, poi, un giudice, no? Un giudice, uno che giudica, che ha responsabilità gravose, ma non scappa dalle sue responsabilità. Mentre l'esteta scappa dalle responsabilità, ogni sera cambia per non dover affrontare il giorno dopo, il marito, l'uomo etico, invece, sceglie e scegliendo si assume tutte le sue responsabilità. Quindi, sembrerebbe una vita migliore, no? In fondo, dà un fondamento alla sua vita. L'uomo etico, il marito, se si guarda allo specchio, sa benissimo chi è: è un giudice, è un professionista, un marito, un padre, quello che ha una sua identità chiara. Non cade nella disperazione, come invece era accaduto al Don Giovanni. Però, dice Kierkegaard, anche il marito, magari non subito, ma a un certo punto, arriva uno scacco esistenziale, cioè arriva un momento in cui anche lui non è veramente soddisfatto, anche lui non è veramente realizzato. Si voleva realizzare, ma questa vita etica non realizza completamente, perché per due motivi. Primo motivo, dice Kierkegaard, il marito si dà dei grandi obiettivi. No, vuole essere fedele, vuole essere morigerato, vuole fare delle cose giuste. Vita etica vuol dire fare la cosa giusta, seguire le regole, no? Si dice che bisogna sposarsi e rimanere fedeli. Bene, io mi sposo e rimarrò fedele. Si dice che bisogna impegnarsi nel lavoro, bene, un impegno nel lavoro e cerco di farlo al meglio delle mie possibilità, eccetera, eccetera. L'uomo etico cerca di fare la cosa giusta e, però, non riesce a fare la cosa giusta. Lo metti in quanto uomo è fallibile, in quanto fallibile, pecca, cade nel peccato, ogni tanto sbaglia. Pertanto, il giudice può sbagliare, può essere stanco e dare una sentenza sbagliata. Il lavoratore sbaglia, il marito sbaglia, il padre sbaglia, tutti sbagliamo prima o poi, per quanto ci vogliamo impegnare, per quanto vogliamo essere persone giuste, sbagliamo. E questo è un primo problema: il peccato, lui lo chiama con termini religiosi, ma l'errore, peccato, la mancanza con cui l'uomo deve fare i conti. E quindi non può essere veramente realizzato, perché dice: "Vorrei tanto, ma mi sfugge questo obiettivo". Secondo problema: questa vita è noiosa. C'è poco da dire. L'esteta la rifuggiva, la scappava, essa perché era una noia mortale, perché è ripetitività. Il marito accetta la ripetitività, certo, ma questa ripetitività non può soddisfarlo. Lo dice chiaramente Kierkegaard, l'uomo etico ha sete di qualcosa di più, ha sete di infinito, vuole brama qualcosa di più, desidera qualcosa che vada oltre la ripetitività di ogni giorno. E però, nella vita etica, questa cosa non può raggiungerla. Dunque, anche la vita etica cade nella sua finitudine, anche la vita etica arriva uno scacco. Bisogna cercare un terzo tipo di vita, e non tanto in "Aut-aut", che si conclude qui, ma nel "Timore e tremore", che abbiamo citato all'inizio, propone il terzo stadio dell'esistenza, che appunto è la vita religiosa.
E allora parliamo di "Timore e tremore", di questo terzo stadio dell'esistenza, che è lo stadio religioso. Per presentarlo, mentre avevo usato il Don Giovanni per lo stadio estetico, mentre avevo usato il marito, il giudice civile, per lo stadio etico, qui Kierkegaard fa il corso di un personaggio biblico, sceglie Abramo. Allora, Abramo, breve riassunto per chi non sa molto di Bibbia e di personaggi dell'Antico Testamento. Abramo, personaggio centrale della Genesi, libro centrale a sua volta dell'Antico Testamento. Abramo ha una vita molto particolare. Sposato con Sara, per molto tempo, i due tentano di avere un figlio, ma non ce l'hanno. Tanto è vero che a un certo punto Sara induce il marito Abramo a fare un figlio con la serva, e quindi da questo unione con la serva nasce Ismaele, che poi verrà cacciato successivamente. Ma più avanti nel tempo, non avrebbero avuto questo figlio con la serva, da cui breve collegamento al racconto dell'"Ancella", che è un romanzo di fantapolitica che si riferisce anche a questo episodio. Dopo qualche anno, quando secondo la Bibbia Abramo ha 100 anni e Sara ne ha addirittura 90, i due finalmente riescono ad avere un figlio. Quindi grande miracolo, peraltro, da Dio. Questo figlio che nasce dall'unione di Abramo e Sara si chiama Isacco, ed è il figlio tanto amato, tanto desiderato. Solo che, da quanto la Genesi, dopo che è già un po' cresciuto, a un certo punto Dio si rivolge direttamente ad Abramo e gli fa una richiesta particolarissima. Gli dice: "Prendi tuo figlio e sacrificalo per me", cioè sacrificio umano. Abramo, che ha tanto aspettato questo figlio per anni, decenni, eccetera, finalmente ce l'aveva, si sente morire, ovviamente, però obbedisce al richiamo di Dio, alla richiesta di Dio. Prende il figlio, dice: "Accompagnami in montagna che andiamo a fare un sacrificio". Non gli dice che è il suo, pensa il buono Isacco di sacrificare un animale. Ma quando arrivano su, Abramo decide di sacrificare Isacco, di obbedire alla richiesta di Dio. Lo sdraia, sta per ucciderlo, cioè il famoso quadro, ve lo mostro, in cui sta per pugnalarlo, ma viene bloccato dall'angelo, perché Dio manda un angelo a bloccare Abramo e gli spiega che era solo una messa alla prova, in un certo senso, cioè Abramo è stato chiesto di fare una cosa e lui si è fidato di Dio, ha obbedito e ha fatto questo racconto biblico della Genesi, lo riprende e lo rende l'esempio cardine per capire la vita religiosa. Perché? Perché Abramo, dice Kierkegaard, ha vissuto tutta la sua vita da uomo etico, da marito, no, come il giudice civile, ma si era preso le sue responsabilità, aveva fatto le cose come andavano fatte, era stato fedele, e aveva, perché già aveva fatto il figlio con la serva, ma lì era stato richiesto addirittura da Sara, insomma, si era comportato nel modo giusto e corretto, aveva seguito le regole, si era adeguato all'universale, cioè aveva fatto come fanno tutti quelli che sono buoni uomini, seguendo i principi del della religione e della cultura, eccetera. E, però, la sua vita non aveva ancora trovato il suo vero significato. La svolta della sua vita è arrivata quando Dio gli ha chiesto di sacrificare suo figlio, quando Dio gli ha chiesto una cosa chiaramente completamente assurda e completamente contraria a quello che aveva fatto fino a quel momento. Lui, fino a quel momento, aveva seguito i comandamenti, aveva seguito comodamente gli insegnamenti di Dio, le regole, ha fatto tutto quello che si deve fare. Poi lui chiede la cosa più orribile che si possa chiedere, cioè lui è sempre stato fedele, rispettoso, non ha fatto male a nessuno, eccetera. Dio gli chiede solo di far bene male, cioè di contravvenire alle regole che aveva sempre rispettato, ma addirittura di fare il più orrendo dei crimini: uccidere il proprio figlio. E pensate, è proprio l'esempio esattamente opposto, no? È la cosa più orribile che si possa chiedere. Non è che gli ha chiesto di uccidere un passante, non è che gli ha chiesto di suicidarsi, gli ha chiesto di uccidere il proprio figlio, quello più amato, più desiderato. Quindi la richiesta di Dio non è solo una richiesta che va un po' oltre la morale, è una richiesta che contraddice completamente la morale. Cioè, Dio è l'esatto opposto della morale. E Abramo, però, ha detto "sì". Ecco, questo è il tipo di vita religiosa. Nella vita religiosa, lo scacco delle vite precedenti viene superato, perché non perché io faccio una scelta, ho ricevuto di fare una scelta, eccetera, come era successo prima, quanto piuttosto perché Dio sceglie per me. Io mi affido a Dio, lascio che sia Dio a scegliere per me, e faccio quello che Dio mi dice. Dio ha detto: "Sacrifica tuo figlio", e io lo faccio, senza dover scegliere io se farlo o no, se ne vale la pena, se se è giusto o sbagliato. Sceglie Dio per me. Io non mi pongo più domande. Solo così riesco a superare l'angoscia della scelta, solo così riesco a non cadere in quell'inghippo della disperazione, della mancanza di senso, dell'esperienza di vita. Quindi, in questo caso, lo scacco viene superato. E attenzione, Dio parla ad Abramo, parla lui singolarmente, mentre Abramo, da uomo etico, da marito, aveva sempre seguito le regole del popolo, della religione, le regole universali, quindi si era adeguato all'universale, che ha detto prima, cioè aveva fatto come dicevano di fare gli idealisti, renderci parte del tutto. Nella vita religiosa, Dio parla al singolo, Dio si rivolge a lui direttamente, non è che arriva un comandamento valido per tutti gli uomini, no? A ogni persona Dio chiede cose diverse. E è proprio questo contatto diretto con Dio che fa la differenza. Attenzione, soffermiamoci un attimo su questi ultimi rilievi. Vita religiosa, che abbiamo detto, vi ho detto, Dio chiede ad Abramo una cosa che è paradossale, una cosa che è fuori da ogni schema. Lui aveva sempre seguito gli schemi, si era sempre adeguato alle regole, e adesso Dio gli chiede di trasferire a tutte le regole che conosce. Ebbene, questo non le persone prendono, perché per Kierkegaard la fede è proprio questo. La fede non è il rispetto delle regole, quella è la morale, è un'altra cosa. La fede è la violazione delle regole, o meglio, è la visione a Dio, indipendentemente da ogni regola. Dio ti può chiedere qualsiasi cosa, ti può chiedere di essere fedele alle regole, ti può chiedere di trasgredirle, ma molto spesso ti chiede cose che tu non ti potresti aspettare. La fede per Kierkegaard è sempre paradosso e scandalo, cioè sono cose fuori dalle opinioni comuni, fuori dagli schemi, che ti angosciano, che ti scandalizzano. Ma è solo dicendo "sì" a quelle scelte che tu puoi dare senso alla tua esistenza, dare senso all'autorità. Altrimenti sei condannato a una vita di disperazione o di angoscia.
Detto questo, cos'è sta angoscia? Perché alla fine, dire "sì" a Dio, vuol dire passare anche attraverso l'angoscia della scelta, perché Abramo, vi ho detto, quando riceve da Dio l'invito, la richiesta di uccidere e sacrificare proprio figlio, passa una brutta notte, ovviamente, passa un momento di grande crisi interiore. Lui vuole essere fedele a Dio, vuole essere, però, anche fedele alle regole. Come fare? Alla fine, a far convivere queste cose? Non si può. E quindi sceglie di dire "sì" a Dio, fa un salto, dicevamo prima, che tra i vari stati dell'esistenza c'è un salto, un abisso. Ebbene, l'abisso è molto più grande. La vita religiosa è proprio tutt'altra cosa rispetto a tutto il resto. Per questo ne parlo in un libro apposito, non ne parla in "Aut-aut", ma ne parla a parte. E però, l'angoscia è ciò attraverso cui bisogna passare necessariamente per possiamo fare questa scelta. Allora, soffermiamoci su questa parola angoscia, che abbiamo già citato più volte e sulla quale lo stesso Kierkegaard spende diverse parole. Cos'è l'angoscia? Come possiamo definirla? Per essere precisi, allora, l'angoscia è una forma di paura, dicevamo prima, no? Quando devo scegliere, non so quale stare a prendere, provo o paura di sbagliare, eccetera. Certo, ma l'angoscia è una forma di paura molto specifica, perché il timore è paura di qualcosa, no? Io posso avere timore dei cani, che ne so, quindi ho paura dei cani, e posso avere timore di quell'esame, ho paura di affrontare quell'esame all'università. Ma l'angoscia, invece, è una paura diversa, è paura di qualcosa di indeterminato. Io non ho paura del, cioè, non ho angosciare l'esame. In realtà, a volte noi nel linguaggio comune diciamo di aver l'angoscia, ma in realtà abbiamo paura dell'esame. Ciò che ci angoscia è la scelta, perché il problema delle scelte, il problema di queste strade è che imbocchiamoci, usiamo questa metafora, è che io imbocco la strada, ma non vedo fino in fondo dove va quella strada. Non so dove mi porterà quella strada. Mi iscrivo a ingegneria, dico: "Forse mi laureerò, forse troverò lavoro in quel settore". Ma è un forse, non vero. Bene, no? E quindi per me è ignoto il destino, in realtà, che mi attenda di là di quella porta. Così è l'angoscia. L'angoscia è la paura di qualcosa che non sappiamo bene cosa sarà, che non sappiamo bene che cos'è. Come quando scendiamo al buio in cantina, no? E proviamo paura, ma lì non è vera paura, lì è angoscia, perché non sappiamo cosa ci potrebbe essere, no? Invece ha paura di qualcosa che so cos'è, capite la differenza? Bene, allora il problema dell'uomo è che l'uomo è angoscia, alla fine, perché se l'uomo è scelta, come diciamo prima, tutta la nostra esistenza è scegliere, tutta la nostra esistenza è possibilità. Ebbene, il sentimento connesso alla possibilità, necessariamente, è l'angoscia. Ogni possibilità implica l'angoscia, perché ogni possibilità vuol dire: non so a cosa va incontro. E però, solo affrontando questa angoscia, solo proprio questa angoscia si
Diventa uomini e si può poi fare anche la scelta di Dio. Non a caso tenta di dare sostanza a questo suo rilievo dicendo: "Guardate, se noi guardiamo, ad esempio, la Bibbia di nuovo, troviamo che anche lì l'angoscia viene mostrata come la chiave per capire l'uomo, non solo come l'elemento costitutivo dell'uomo. Angoscia e peccato, in realtà, sono le due facce della medaglia, sono spesso associate all'uomo nella Bibbia."
E fa, direi, due esempi. Primo esempio è quello di Adamo ed Eva. Allora, Adamo ed Eva, sapete anche qui la storia nella Genesi, primo uomo, prima donna. Viene dato loro il paradiso terrestre, l'Eden. Però gli viene detto: "Potete fare quello che volete, tranne mangiare il frutto dell'albero proibito." Ecco, in quel momento, quando Dio inizia e "potete fare tutto tranne mangiare il frutto dell'albero proibito", Adamo ed Eva scoprono di essere uomini, di essere esseri umani, intendo, perché provano per la prima volta l'angoscia della scelta. Quando io ti dico: "Puoi fare tutto quello che ti pare", tu non hai scelta, in fondo, perché non c'è nessuna scelta che esclude tutte le altre strade. Ma quando ti dico: "Puoi fare tutto tranne quello", allora ti si prospetta la prima scelta avere della tua vita: mangio o non mangio da quell'albero? Se mangio succedono le cose, se non mangio succedono altre. Ma dopo non si torna indietro, imbocco una strada da cui non torno più indietro. E proprio quella proposta di Dio, quel divieto di Dio, genera l'angoscia. Infatti mangiano e infatti cosa succede nella Bibbia? Si scoprono uomini, si scoprono nudi. Vi ricordate? Forse sì, se avete letto. Però succede proprio questo nell'Antico Testamento. Quando prima sono nudi, sempre Adamo ed Eva, ma prima di mangiare, non si rendono conto di essere nudi, non provano peccato. L'idea del peccato e la vergogna di essere nudi è solo dopo che hanno mangiato il frutto che si sentono, si vergognano, si sentono nudi. Allora dice: "È perché mangiare era il frutto, affrontare l'angoscia, gli ha fatto diventare esseri umani a pieno titolo. Ancora angeli, in un certo senso, senza scelte, senza angosce. Dopo sono diventate esseri umani con l'angoscia e quindi anche col peccato e quindi anche con la vergogna."
Il secondo esempio che fa è preso da Gesù. Allora dice: "Molto spesso, quando pensiamo a Gesù, quando citiamo l'umanità di Gesù, è uomo e Dio contemporaneamente, se lo sapete, insomma, nel Vangelo è Dio che si incarna. E allora, quando si fanno le analisi della Bibbia, del Vangelo, si dice: 'Beh, l'umanità di Cristo si vede in vari episodi, ad esempio si vede quando soffre, si vede quando chiede di levare l'amaro calice, si vede quando dice: 'Dio mio, perché mi hai abbandonato?', eccetera.' Però dice che i regali, in realtà, la vera umanità di Cristo si vede in un altro episodio che non viene quasi mai citato, cioè quando Gesù viene tradito. La Giuda, quando Gesù viene tradito da Giuda, gli va incontro. Avete presente la famosa scena? Dopo aver pregato nell'orto, Giuda, che è già d'accordo coi Romani, gli va incontro, gli fa il famoso bacio di Giuda in cambio riceve soldi e il bacio e l'indicazione per i Romani di capire che Gesù è arrestarlo. Ora, quel bacio, o meglio, quel momento nel Vangelo viene presentato con una leggera citazione da parte di Giuda, a un certo punto, di arrivare di fronte a Gesù e sembra quasi esitare. E Gesù gli dice una frase di questo tipo: 'Giuda, quello che stai per fare, affrettalo, fallo più in fretta.' Lì, secondo chi recarsi, vede l'umanità di Cristo, perché Cristo lì scopre l'angoscia. Cioè, è lì che sa che Giuda sta per baciarlo, ma non sa ancora bene cosa lo attenderà e ha paura di quello che lo attenderà e non sa bene cos'è questo qualcosa che lo attenderà. E lì prova l'angoscia. Lì, in queste parole angosciate di Gesù: 'Per favore, fai in fretta, che non posso più vivere in questa ansia della possibilità.' Ecco, lì si vede davvero l'umanità di Cristo. Quindi, come vedete, anche Gesù Cristo ha provato una grossa angoscia quando è stato uomo. Anche nella Bibbia l'uomo prova angoscia, perché l'angoscia, alla fine, è la sua dimensione esistenziale più importante."
Siamo quasi alle battute finali. Ora, questa angoscia di cui vi parlavo, chiaramente, si può provare solo nei confronti del futuro. Cioè, se angoscia, prima cosa che deve ancora arrivare, non si ha l'angoscia per qualcosa che è presente davanti a noi, perché se fosse qualcosa di presente davanti a noi, sapremmo cosa è, sarebbe timore, paura, non angoscia. L'angoscia è sempre il sentimento del futuro. E qui iniziamo a introdurre un problema temporale. Anche vuol dire che la dimensione dell'uomo, che la dimensione di possibilità, di angoscia, di scelta, è la dimensione sempre proiettata in avanti, mai nel presente, sempre nel futuro. Questo primo elemento da sottolineare.
Un secondo elemento è che, per far capire un po' il sentimento dell'angoscia, cosa è Kierkegaard lo paragona a uno sguardo nell'abisso. È come guardare dall'alto della montagna l'abisso e sentire quella vertigine che si prova per una possibile caduta, e non sai bene cosa ti possa, cioè che muori lo sai, ma non il fondo dell'abisso. Ecco, questo è il senso dell'angoscia. Ma attenzione, l'angoscia non è l'unica condizione esistenziale dell'uomo, perché oltre all'angoscia c'è anche la disperazione, che noi abbiamo anche citato anche questo un paio di volte. Allora, che cos'è la disperazione? Beh, è un tipo particolare di angoscia, perché dice Kierkegaard: "L'angoscia è paura di qualcosa di determinato, ma per quanto riguarda le possibilità esterne dell'io. La disperazione, invece, ha paura di qualcosa di indeterminato per quanto riguarda le possibilità interne dell'io." Mi spiego meglio. Prima hai fatto esempi di angoscia: devo fare delle scelte, non so dove vado, boh, sono scelte che io faccio fuori di me. Decido se fare una certa facoltà, decido se stare con una certa persona, decido se fare una certa cosa. Quindi io che agisco. Però le decisioni non le si prende solo nei confronti delle azioni, delle cose da fare, le scelte di vita, ma anche internamente. Noi scegliamo anche chi vogliamo essere, ma voglio dire, come identità, no? Allora, quando dobbiamo affrontare la scelta di chi vogliamo essere dentro, lì possiamo cadere nella disperazione, non tanto nell'angoscia, perché? Perché la disperazione nasce quando noi non sappiamo chi siamo. Infatti, riguardo alle possibilità interne dell'io, circa ci sono tre possibilità. Io posso, da un lato, scegliere di non darmi una faccia, di non essere nessuno, di non avere un'identità. Oppure posso scegliere di darmi una faccia, di essere me stesso, dice lui. Oppure posso scegliere di non essere me stesso, cioè di essere qualcun altro. Vediamole queste tre possibilità.
Prima possibilità: scelgo di non darmi una faccia. Beh, questo è quello che abbiamo detto, fa gli step all'esterno, no? L'esteta, cambio ogni volta donna, cambio ogni volta vita, eccetera. Ma può anche essere stata all'interno, tra virgolette, perché un uomo che dice: "Io non voglio essere nessuno, non voglio essere Letizia, né Caio, né Sempronio." Allora non si dà mai un volto, non non ha un io internamente. E chiaramente, prima si cade nella disperazione, perché non si sa chi si è.
Il secondo caso, invece, uno sceglie chi vuole essere. Allora io dico: "Beh, voglio essere me stesso, voglio avere dentro di me una certa identità chiara, assecondare la mia natura, cerco di capire qual è la mia il mio io, cosa cos'è il mio io e cerco di assecondarlo." Ok, voglio essere me stesso. Però anche in questo caso, il tentativo di essere se stessi fa scontrare con la finitura, diciamo, prima. Questo corrisponde alla vita etica, no? Io scelgo di essere fedele a me stesso e però, essendo fedele a me stesso, mi devo scontrare con i miei peccati, con le mie mancanze, con le mie manchevolezze, con la mia finitudine. E quindi non posso avere grande soddisfazione neppure in questo caso. Anche qui, ricade nella disperazione.
Terza possibilità: posso negare me stesso e dire: "Voglio essere qualcun altro." Esempio, mettiamo che io sia di natura, che ne so, timido, rispettoso, e mi dica però: "No, voglio cambiare, voglio essere arrogante e irrispettoso e d'ora in poi voglio essere così internamente." Uno può anche fare un ragionamento, succede a volte di uno che vuole cambiarsi radicalmente. Ma in quei casi si trova una soluzione ai propri problemi esistenziali? La risposta è no, perché in quel caso è proprio l'io che si frantuma, dice Kierkegaard. Alla fine, se ti contraddici, se rinneghi te stesso, non sei più chi sei, neppure in questo caso. E quindi, alla fine, anche negli stadi interni, anche quando dobbiamo fare i conti con noi stessi, la disperazione, cioè una forma particolare d'angoscia, è la nostra dimensione più normale.
L'unico modo per guarire, in un certo senso, dall'angoscia e dalla disperazione, che sono i nostri, le nostre situazioni standard di vita, è affidarsi a Dio, perché solo Dio, dice così Kierkegaard, sostituisce alla disperazione la speranza. Cioè, Dio, in un certo senso, supera le nostre deficienze, le nostre mancanze, i nostri rapporti difficili tra libertà e necessità, e dà un senso alla nostra vita, e ci dice lui chi siamo, ci dice lui cosa facciamo, ci sceglie lui la strada, capite? Il problema è questo: l'uomo, quando sceglie da solo, non è mai e non può essere soddisfatto, perché anche la scelta, tra virgolette, giusta, ha sempre una mancanza, uno scacco a cui va incontro. Solo Dio supera di slancio le nostre paure, le nostre angosce, le nostre disperazioni e le sostituisce con la speranza, con la possibilità, con la piena realizzazione di noi.
Ultima cosa da dire: soffermiamoci un secondo su questa fede. Vede che per Kierkegaard è sempre e solo la fede cristiana, ovviamente. Vi ho detto: Dio risolve le nostre angosce, Dio supera i nostri problemi, i nostri scacchi esistenziali, perché Dio, di slancio, ci porta altrove. È il Dio cristiano quello di cui parla. E lui ritiene che il cristianesimo possa essere l'unica soluzione valida per la nostra vita. Non solo, anche la risposta più adeguata davanti all'idealismo. Ritorniamo un attimo a quella polemica da cui siamo partiti. Kierkegaard rimprovera a Hegel e soci quello di aver esautorato il singolo e aver fatto diventare ogni singolo solo una parte del tutto, dando grandissimo peso al tutto. E infatti, alla fine, il Dio che la Mono, il Dio degli idealisti, è un Dio panteista, no? È un assoluto che si confonde con la sua creatura. Secondo Kierkegaard, invece, è molto più utile il cristianesimo, in cui Dio non è confuso con la sua creatura, ma Dio è tutt'altro. Dio è distante, Dio è separato, e questo è un bene, secondo lui, perché solo un Dio separato ci può far uscire dalla nostra angoscia, disperazione. Se Dio fosse parte del mondo, come vogliono gli idealisti, allora lui sarebbe parte di questa angoscia, di questa disperazione. A noi serve qualcuno che stia fuori da questo mondo, ci possa sollevare, in un certo senso. Adesso, quindi, Dio deve essere distante, deve essere contrario a questo mondo, deve essere paradossale, scandaloso, come dicevamo all'inizio. E che tiene a ribadirci che Dio è paradosso, scandalo. Hanno sbagliato i cattolici a pensare per molto tempo che Dio fosse razionale, perché Dio non è affatto razionale. Dio è irrazionale, cioè nel senso che non risponde alle nostre regole, non adegua ai nostri criteri, non segue le nostre morali. Le nostre morali razionali sono una cosa, Dio trascende tutto, è oltre. E questo lo si vede in forma in tanti paradossi che costellano tutta la Bibbia, no?
Dio è, per stare sotto diversi punti di vista, esempio sono esempi di Kierkegaard. Dio è lontanissimo, perché è obiettivamente l'esatto posto. Noi siamo finiti, lui è infinito. Noi siamo immortali, lui è immortale. Noi siamo poco potenti o sostanzialmente impotenti, lui è onnipotente. Quindi è distantissimo da noi. Eppure noi, se vogliamo dare un senso alla nostra vita, dobbiamo fare il salto verso di lui. E questo, però, adesso che lui distantissimo e per irraggiungibile tramite un salto abissale, e però è raggiungibile, o meglio, è lui che si che ci raggiunge, no? Quindi questa distanza enorme viene improvvisamente colmata da Dio, e questo è paradossale, no? Perché è controintuitivo. Non solo, altro paradosso: Dio è eterno, è immortale, dicevamo, eppure cosa ha fatto? Si è incarnato ed è morto per noi. Anche questo paradossale, no? Il fatto che l'ente immortale per eccellenza muoia, non solo scende sulla terra, ma muore proprio addirittura in croce in Gesù Cristo, ovviamente, segno di nuovo di una paradossalità, di uno scandalo, no? È scandaloso che Dio, l'essere che ha creato tutto, che è immortale, sia morto per noi.
Ultima cosa: noi abbiamo l'angoscia della scelta, no? Abbiamo l'angoscia della possibilità. E avere troppe possibilità ci manda completamente in panico, ci lascia l'angoscia e ti porta uno scacco. E come facciamo a risolvere una una infinita possibilità davanti a noi? Ci affidiamo a colui per il quale tutto è possibile. È un paradosso, no? Cioè, io ho il problema di avere troppe possibilità e mi affido a quello per cui tutto è possibile, in cui la possibilità è al massimo grado, segno di nuovo del paradosso della fede. Ora, questo è però la realtà della fede. E la fede, come vi anticipavo prima, si concretizza, la fede cristiana in particolare, tramite il tempo. Vi ho detto: l'angoscia è un sentimento del tempo, anche perché un sentimento del futuro. Dio si presenta all'uomo nel momento. Ecco, questo è importante. Vi ho detto prima che gli idealisti hanno detto: "C'è un percorso da fare per l'uomo che poi deve farlo come globalità, come unità, come impero, eccetera, ma c'è un percorso, tesi, antitesi, sintesi, no? E quindi, in un certo senso, l'uomo fa un cammino." Per gli idealisti, per Kierkegaard, l'uomo non fa nessun cammino. Abramo aveva fatto un cammino? Sì, ma l'aveva fatto da marito, e quel cammino gli aveva consentito di diventare un buon marito, fine. Quando ha fatto il salto alla vita religiosa, ha fatto un salto che non è stato un cammino. Non è come una montagna, tu devi scendere, risalire lentamente, lentamente la montagna. Come saltare da un picco all'altro, piuttosto. Cioè, quando Abramo ha fatto il salto alla vita religiosa, non ha fatto nessun cammino. Dio gli ha parlato e lui ha detto "sì", fine. Ci ha messo cinque minuti, perché da ha avuto l'angoscia, ha avuto paura, sì, ma una cosa che poteva fare in 30 secondi. Dio ti parla, te la senti, dici "sì". Maria, quando l'angelo le ha detto "rimarrai incinta", ha detto "sì" subito, no? Ecco, questo è il modo in cui Dio si pone. Dio non ti chiede un cammino, dice Kierkegaard. Dio non ti chiede: "Fai questo percorso, magari tra qualche anno, quando sarai maturato, ti darò l'illuminazione." Col cavolo! Dio ti parla nell'istante, dice Kierkegaard, cioè ti illumina, come no, subito, immediatamente, istintivamente. Boom! Una, per Abramo, è stata una fulmine a ciel sereno, no? Una botta incredibile, una domanda del genere, senza preparativi, senza accomodamenti, diretta e tragica. Ecco, Dio arriva così. Dio arriva nell'istante e arriva al singolo, nell'istante. Ricordate quello che abbiamo detto prima, no? Alla spiegazione onnicomprensiva, non Dio non parla alle masse, Dio parla al singolo. E gli parla non con un percorso, nell'istante. È chiaro che tutto questo ci consegna un cristianesimo che è molto distante dalla routine cattolica. Guardate che Kierkegaard era un luterano, eh, non è un cattolico. Perché? Perché per il cattolicesimo, in realtà, Dio parla alla folla, alla comunità, alla chiesa, non al singolo, e gli parla tramite un percorso che ha fatto dei sacramenti, che ha fatto del cammino, eccetera. Qui, invece, Kierkegaard è molto anticattolico, propone una via completamente diversa: Dio è diretto, parla solo a te ed esclusivamente a te, e ti parla all'improvviso, nell'istante. Il che vuol dire che tu devi aspettare quell'istante, non puoi fare niente, mentre il marito può impegnarsi, può lavorare, pensa che deve essere bravo, giusto, eccetera. L'uomo che vuole vivere vita religiosa non può fare nessun cammino, deve solo attendere che Dio gli parli, capite? Quindi, alla fine, la soluzione di vita, sì, si esce dall'anpas, si esce dall'angoscia, si esce dalla disperazione, ma ci si può far uscire Dio, ed è lui che decide quando fartici uscire, perché tu non puoi fare niente per anticipare quel momento. È lui che decide quando, dove e perché. Tu puoi solo intanto cercare di vivere una vita giusta e aspettare, come ha fatto Abramo. Abramo ha cercato di vivere una vita giusta, poi quando è arrivato il momento ha detto "sì".
Allora, io ho fatto un po' di conti, dovremmo praticamente esserci, essere vicini ormai al minuto 60, che è quello di chiusura, e abbiamo detto più o meno, mi pare, tutto quello che di importante c'è da dire su Kierkegaard, per ripercorrere il suo il suo pensiero e come è maturato. Faccio notare questo: la cosa veramente importante del suo pensiero è questo confronto con l'esistenza, confronto con la scelta e la possibilità che caratterizzano l'esistenza umana e le possibili risposte che l'uomo può dare a questa scelta, a questa possibilità. Se la risposta, possiamo dire, della fuga davanti alla scelta, che è quella del Don Giovanni, che è quella dell'uomo estetico, c'è la soluzione di responsabilità dell'uomo etico, che accetta di fare una scelta, che sceglie di scegliere, e però questo lo porta anche a non realizzarsi pienamente. E poi c'è il salto mortale, l'abisso al di là di questo salto, in cui si incontra Dio. Ma è un abisso verso cui solo Dio ti può trascinare. E questo poi permette a Kierkegaard di affrontare vari problemi. Lui lo farà in un'ottica personale, ovviamente, avete visto il peso anche delle citazioni bibliche, di riferimenti a Dio, eccetera. Però, passato l'Ottocento, alcuni temi ritorneranno in chiave laica, magari, o in chiave ape, in certi casi, o comunque magari metafisica, ma senza più fare più di tanto ricorso a Dio, o non direttamente, almeno. Però, intanto, questo è sostanzialmente il pensiero di Sarah, vissuto nella prima metà dell'Ottocento.
In descrizione, come sempre, poi trovate i capitoli che ho usato per dividere questo video, così da se serve riascoltare un pezzo, riascoltarvene un altro. E poi trovate anche i link a tutti gli altri video che ho citato. Ho citato Hegel, trovate, ho citato, vabbè, anche esistenzialisti, li li ho messi, insomma, se volete approfondire, allargare. E poi vi ricordo, come abbia detto all'inizio, la playlist completa su Kierkegaard, se qualche passaggio l'ho detto troppo in fretta, mi risulta un po' difficile, trovate il video più lungo, più espanso, più spiegato con calma, con più esempi, e lì potete capire, forse, meglio. In più, c'è sempre l'iscrizione, puoi trovare, come sempre, le playlist principali, i social network, se volete rimanere in contatto, e la newsletter settimanale è gratuita, dove faccio un po' il punto di ogni settimana dei video che ho fatto, podcast che ho fatto, libri che sto leggendo, e altre cose ancora. Poi ci sono anche i consiglieri di lettura in descrizione, insomma, c'è tanta roba. Infine, per finire, se quello che faccio vi piace, vi interessa, vi sembra utile e volete aiutarmi a farlo sempre meglio, sempre di più, potete anche darmi una mano tramite donazioni, tramite libri, tramite video corsi. Trovate tutto in descrizione. Poi, c'è anche questa nuova modalità che è l'abbonamento al canale, praticamente c'è proprio il tasto "abbonati" sotto al video su YouTube. Se vi abbonate, al costo di pochi euro al mese, decidete voi la taglia di quanti euro al mese, avete in cambio anche alcuni vantaggi, a seconda del tipo di abbonamento. Ci sono video in anteprima, ci sono dirette esclusive, c'è una chat dove si possono fare domande e tanto rispondere, filosofia, storia, varie cose, riservata solo agli abbonati. Ci sono ricompense di filosofia in solo per gli abbonati, insomma, varie cose, varie materiale che potrebbe essere interessante, e poi vi permetterebbe anche di sostenere tutto il progetto. Ho finito. Ci vediamo presto per altri video, anche di questa serie, "Tutti i grandi filosofi in un'ora", ma poi in generale di storia e filosofia, educazione civica. Dovremmo più o meno esserci. Ciao, alla prossima. [Musica]