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Buongiorno ragazze ragazzi, come state? E adesso una domanda per voi. Sono un prof, faccio anche le domande. I capitali di dire o pensare, io voglio essere diverso dai miei genitori, da chiamiamoli così, i vecchi. Ma non solo, voglio proprio essere diverso da tutto e da tutti. Voglio provare a fare, a dire qualcosa che sia, non so, che fa diverso. È diverso, si è. Infine, mi piacciono le poesie brevi, però piene di significato, immagini, metafore, poesie quasi magiche, che parla leggi due versi ti portano via. Se avete risposto sì anche a questa, allora non potete perdervi questa lezione sull'ermetismo.
Dunque, prendiamo la macchina del tempo e andiamo a 100 anni fa. Italia, anni venti del novecento. Com'era l'Italia negli anni venti del novecento? Una pacchia, nonna, una pacchia no. Un po' come adesso, ce l'ha appena stata una pandemia, sì, l'influenza spagnola, che aveva fatto 600 mila vittime circa in Italia. Poco prima, c'era stata un'altra cosetta molto simpatica, una guerra mondiale, sì, e anche lì circa 650.000 persone persero la vita. E infine, visto che le disgrazie non arrivano mai sole, proprio negli anni venti del novecento, l'Italia cadrà sotto una terribile dittatura, un regime totalitario che si chiamava fascismo. Insomma, un bel periodo allegro, circa.
C'è sul fronte della letteratura, che aria si respira? Si sentiva il bisogno di cambiare, sì, perché dovete sapere che in Italia per anni l'idea, non so, vincente della poesia, era stata quella della poesia impegnata. Cosa vuol dire poesia impegnata? Significa che i poeti davano alla poesia un intento didascalico. O fermi li, sa che vi spaventate? No, tranquilli, non vuol dire niente di strano. Significa semplicemente che i poeti volevano insegnare delle cose. Questo è l'intento didascalico, dire cosa è giusto e cosa è sbagliato. E così, eccola lì, l'idea del poeta vate, a lui, il poeta che ti indica la strada giusta, si dirà, no di là, no di là. Prima c'era stato Giosuè Carducci, subito dopo Gabriele D'Annunzio, entrambi appunto furono definiti poeta vate. Poi attivati, come si dice, poi attivati solo malissimo. Però fermi, ad alcuni poeti dei primi anni del novecento, queste cose no, non piaceva, non li convinceva.
Ecco che fu una cosa strana, perché l'ermetismo non nacque come una scuola. Non è che i poeti dissero, ai fermi tutti, adesso noi facciamo gli ermetici, va bene, se andiamo a fare gli ermetici, no. No, semplicemente diversi poeti in diverse parti d'Italia avvertirono tutti la stessa sensazione. Vi capita mai coi vostri amici di percepire la stessa cosa nello stesso momento, oppure di dire la stessa cosa nello stesso momento? Ecco, accade questo ai poeti dell'ermetismo. L'oro si accorsero che non volevano insegnare niente a nessuno, no, niente intento didascalico. Sentite qua quanta bellezza in queste parole di Eugenio Montale: "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l'animo nostro informe, non domandarci la formula che mondi possa aprirti codesto. Solo oggi possiamo dirti ciò che non siamo, ciò che non vogliamo." Eugenio Montale all'inizio fu inserito fra i pochi dell'ermetismo, ma poi nel tempo disse, no, no, no, io non sono un ermetico, non voglio essere un ermetico. Invece i principali poeti dell'ermetismo furono Salvatore Quasimodo, Alfonso Gatto e Mario Luzi. Per un breve periodo fece parte della stagione dell'ermetismo, invece, anche il grande poeta Giuseppe Ungaretti. Comunque Montale disse, no, no, io non sono armati, così perché all'inizio armetti con un fu preso proprio come un complimento.
È perché cosa vuol dire r particolarmente con si rifà a Ermete Trismegisto. E Ermete Trismegisto è questo personaggio leggendario, una specie di mago, o per essere più precisi, uno psicopompo. Si lo so, sembra la parola strada, ma in realtà significa accompagnatore di anime, un po' come Caronte, non è l'inferno, qualcuno che ti accompagna nell'aldilà. Era parola ermetico ancora oggi in italiano significa chiuso, scuro, che non si lascia comprendere facilmente. Questa definizione fu data da un critico letterario, Francesco Flora, nel 1936, e appunto, non con un intento molto positivo.
E matri, poi chiede l'ermetismo erano chiusi, oscuri? Non proprio. Per loro il poeta non era qualcuno che sapeva, no, il poeta non voleva insegnare niente a nessuno, abbiamo detto. Il poeta era qualcuno che sentiva la poesia. Per loro era come qualcosa di magico, come una chiave per aprire una porta segreta, di entrare in un mondo che gli altri non vedeva. Andare di là, in questo mondo misterioso, e attraverso i versi raccontarlo a tutti. Certo, per un mondo magico, misteriosa, non è che ti puoi mettere a raccontarlo con linguaggio di tutti i giorni, vero? E allora come lo racconti? Con un linguaggio pieno di mistero, di analogie, di immagini, di metafore.
Il primo che ha dato il via a questo nuovo modo di fare poesia è stato in realtà un poeta francese, si chiamava Charles Baudelaire. In una poesia intitolata "Corrispondenze" scrive: "La natura è un tempio dove in certe parole mormorano pilastri che sono vivi, una foresta di simboli che l'uomo attraversa nel raggio dei loro sguardi familiare." Sentite che linguaggio, ha un che di segreto, di magico. Foresta di simboli, eccola qua la parola magica. I simboli. Per i poi che l'ermetismo, tutto è analogia, tutto è simbolo, tutto rimanda qualcos'altro che per associazioni di idee. Pensate a Rimbaud, un altro poeta francese molto importante per gli ermetici, ha scritto un'intera poesia solo sulle vocali A E I O U e per fare cosa? Per provare a dire quali i colori, odori, suoni, gusti, sapori sono tutte le sensazioni collegate al suono delle vocali. Per lui, per Rimbaud, la A era nera, la E bianca, la rossa, la verde, e la O, the blue. E per voi, che coloreranno le vocali? Non sono mai. Sembra l'ala, sembra blu, volare gialla, line gialla. Secondo.
Ecco un'altra cosa in cui poi ti dell'ermetismo vollero essere diversi dai poeti precedenti, dei famosi poeti vate, era la lunghezza delle poesie. Perché un poeta vate cosa fa? Scrive lunghi componimenti, lunghissimi componimenti, a volte, no? E poi titolo ermetismo preferirono sempre la misura breve, scrivere poesie brevi. Perché? Perché loro cercavano l'essenzialità della parola, volevano che le parole pesassero di più, si sentissero di più. E quindi scrivendo di meno, comunicavano e dicevano di più.
Ma e poi dire leveque ismo non furono diversi solo nel modo di scrivere, ma anche nei temi, cioè in cosa scrivevano. Temi principali erano la solitudine, il dolore, il male di vivere. E c'era un motivo se scelsero di parlare proprio di queste cose. Quelli erano gli anni del fascismo. L'ermetismo fu un modo di andare contro, contro che cosa? Contro la propaganda fascista, tutta basata sulla forza, sui muscoli, non c'era spazio per la riflessione, per il sentimento, per la paura. Ermetismo, un modo per dire, ehi, fermi tutto, non è fatto di solo luce, è fatto anche di buio. Il fascismo era voce alta, o la confusione, parole, parole, parole. L'ermetismo fu un modo per dire che l'uomo è fatto anche di silenzio. E infatti, uno dei più importanti poeti di questa stagione della letteratura, che vincerà anche un premio Nobel per la letteratura, Salvatore Quasimodo, ha scritto questi meravigliosi versi: "Ognuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole ed è subito sera."
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