Transcription
Mi sa che le aspettative sono un po' alte, né? Per questa cosa, tenete conto che io sono sei mesi che non parlo in pubblico. È la prima volta da sei mesi, gli fa partire un po' impressione e magari ci mettono un po' a riprendere la mano. Eh, ma avrete pazienza. Mi hanno chiesto come vedete di parlare di un argomento di attualità: la peste. Io parlerò della peste essenzialmente in senso stretto, cioè quella malattia che a un certo punto è stata riconosciuta, descritta dalla scienza e che in certi periodi della nostra storia ha, come dire, accompagnato i nostri i nostri antenati.
La peste è, beh, se voi andate a vedere su un'enciclopedia, però su Wikipedia, vi dirà che la peste è una malattia infettiva di origine batterica, causata da un bacillo che si chiama Yersinia pestis. È una malattia di origine batterica. Io vi inviterei subito a riflettere su questo aspetto che è fondamentale. In questi mesi, anche quelli di noi che sono meno portati per le materie scientifiche, hanno imparato, per esempio, che c'è una gran differenza fra i batteri e i virus. Ora, io mi scuso a priori con i medici che sicuramente ci saranno in sala. In sala si dice sempre così, c'è un medico in sala. Mi scuso con i medici per la rozzezza del ragionamento, ma quello che ho imparato io è che i virus, le malattie provocate dai virus, facciamo spesso molta fatica a curarla, come si è visto. E invece le malattie provocate dai batteri, noi abbiamo un'arma formidabile che sono gli antibiotici. Gli antibiotici non servono per malattie provocate da virus, ma per le malattie provocate da batteri. Si, beninteso, oggi se tutte le discussioni sul fatto che anche i batteri si stanno rafforzando e che non è più così ovvio che gli antibiotici funzionino. Ma insomma, rimane il fatto che dagli anni '40 del secolo scorso, le malattie provocate da batteri, noi le riusciamo a curare con una certa, o meglio, diciamo che non quelle provocate dai virus. La peste, oggi la curiamo. Un'epidemia di peste, sembra paradossale, ma riusciremmo a curarla meglio che non l'epidemia che abbiamo attraversato e che stiamo attraversando.
Questa è una malattia portata dagli animali. È una malattia che ha come bacino di diffusione i roditori, tipicamente nel nostro passato i topi, i topi che stavano nelle case, negli edifici, che ci stanno ancora, eh, spesso. Ma insomma, in passato, a volte nei quartieri affollati delle antiche città o nelle campagne. Le case di campagna ce n'erano di più i topi, ma anche altri roditori. E ne riparleremo, i roditori per esempio selvatici, gli scoiattoli delle pianure in America. Ecco, quello è il bacino. La peste si sviluppa lì e poi viene trasmessa all'uomo. Nella forma più comune, peste bubbonica, viene trasmesso all'uomo dalla pulce, che dopo aver morso il topo già ammalato, punge mordendo un uomo, gli trasmette il batterio.
La parte enciclopedica finirà presto, eh, ma diciamo ancora questo: che la peste si presenta tipicamente in due forme. La più comune, la più diffusa, è anche quella che abbiamo tutti in mente: la peste bubbonica. La peste bubbonica, il che vuol dire che quando quando uno si ammala, gli gonfiano i linfonodi. Gli gonfiano i linfonodi delle ascelle, dell'inguine. Ed è quel sintomo che in passato, appunto, impressionava profondamente la gente e non a torto, eh. E che ha dato il nome di peste bubbonica. Però, però, intendiamoci, di per sé che gonfi il linfonodo è una cosa positiva, perché vuol dire che il linfonodo sta facendo il suo mestiere, sta cercando di arrestare la diffusione della malattia nell'organismo. Ed è solo quando non ce la fa che la peste bubbonica diventa mortale, perché a quel punto subentra la setticemia. Quando subentra la setticemia, succede anche che, come dire, c'è c'è il blocco dei capillari, sostanzialmente. C'è la coagulazione del sangue dove non dovrebbe, in tutto il corpo. E quindi ti compaiono anche i lividi, le macchie nere sulla pelle, e c'è la necrosi delle dita degli arti, che è il motivo probabilmente per cui per cui è stata chiamata a un certo punto peste nera.
Poi c'è l'altra forma, che in realtà è più grave, perché la peste bubbonica, una mortalità molto alta, ma insomma, quella che ha la letalità più alta in assoluto è la peste. Cosa diventa? Polmonare. La peste polmonare ha una differenza. Poi vedrete che nella storia conta questa cosa. C'è una differenza fondamentale: la peste bubbonica, ci vuole la pulce per trasmetterla. La peste polmonare, no. La peste polmonare è come il Covid. È il motivo per cui noi portiamo le mascherine, e cioè, come dire, la saliva la trasmette. E la peste polmonare ha una letalità ancora più alta della peste bubbonica.
Io avevo anche un elenco di sintomi, mi pareva di tra vedere, ma non so se sapete. In realtà, noi nel nostro immaginario, la peste è carica così di orrori, ovviamente, una malattia spaventosa. Però, per esempio, io mi ricordo di aver visto, sto uscendo un po' dal dalla mia scaletta, non insomma. Mi ricordo di aver visto film sceneggiati o documentari in cui si fanno vedere i malati di peste a cui succedono tutte le cose possibili, eruzioni di sangue, così via. Non è così, in realtà. A parte i bubboni, la peste poi ha i sintomi di una tremenda polmonite. Ti viene la febbre, ti viene mal di testa, e quando e quando si ha dolori articolari, nausea. E quando si aggrava, sonnolenza, letargia, delirio, soffocazione.
Dopodiché, come diceva giustamente Paola Farinetti, nel nostro linguaggio e nelle varie lingue, almeno in quelle indoeuropee, di avere una nuova idea. Nelle lingue non di ceppo indoeuropeo, ma nelle nostre lingue, qui si è sempre usato peste o i suoi equivalenti. In antico greco, loimos, mi pare. C'ero quando si scatena la peste ad Atene, qualcuno si ricorda di un vecchio oracolo, non so più se dico di quale degli oracoli greci, il quale diceva, e loro sono nella guerra del Peloponneso contro gli Spartani, quindi contro i Dori, e l'oracolo diceva: "Verrà la guerra dei tori". È connessa alla peste. Loimos, in questo senso, nelle nostre lingue, indicava genericamente la malattia epidemica, la malattia con una mortalità molto forte e molto contagiosa. Poi noi oggi, che abbiamo un altro approccio, anziché agli oracoli, cerchiamo degli scienziati a cui credere. Noi oggi, come dire, andiamo a vedere come sono descritte certe epidemie del passato, che sono sempre state chiamate la peste. E andando a vedere, si dice: "No, che trovo qui, non era la peste". La peste di Atene, appunto, di cui muore Pericle, la peste di Atene era era probabilmente il tifo. Un'altra malattia, un'altra epidemia, scusate, che è passata alla storia perché ha avuto un impatto molto forte come peste.
E la peste Antonina, la peste che devasta l'Impero Romano a partire dal regno di Marco Aurelio. La famiglia imperiale, alla famiglia degli Antonini, per questo si dice poi nei libri di storia, la peste Antonina. E non era la peste, non siamo proprio sicurissimi. Se era il vaiolo o se era il morbillo, che a noi può far quasi sorridere, perché siamo abituati a considerare il morbillo una malattia infantile. In realtà, storicamente, il morbillo quando arriva in una popolazione che non l'ha mai conosciuta, dove non c'è nessuno immunizzato, il morbillo è una malattia spaventosa, devastante. È stato responsabile in parte dello spopolamento dell'America dopo l'arrivo dei coloni europei, per esempio. Quindi la peste Antonina, che devasta l'Impero Romano fra il secondo e il terzo secolo, è forse il vaiolo, forse il morbillo. Loro non ne sanno niente, per loro è la peste. Ed è una malattia che ha degli effetti, un'epidemia che ha degli effetti storici potenti, perché l'Impero Romano si trova a corto di braccia, l'Impero Romano si trova a corto di popolazione. Non dappertutto, non sempre, ma questa è una cosa che continua a ondate per generazioni. Diventa normale nell'Impero Romano che ci siano zone dove non c'è abbastanza gente. Cosa vuol dire? Non c'è abbastanza gente, vuol dire che i latifondisti si lamentano: "Non abbiamo contadini, non riusciamo a coltivare tutte le nostre terre". Queste lamentele vengono indirizzate all'ufficio delle tasse, naturalmente, per precisare: "Mi dispiace, ma non possiamo più pagare le stesse tasse che pagava la voglia di scorsi". E poi, chi si lamenta? Si lamentano i comandanti delle legioni: "Non abbiamo reclute, siamo a corto di gente". L'Impero Romano, in quel momento, il governo dell'Impero Romano, la classe dirigente dell'Impero Romano, prende una decisione che per secoli permetterà all'Impero di sopravvivere, e cioè: "Facciamo entrare immigrati". Qui non si fa propaganda né per una tesi né per l'altra a livello politico, naturalmente, ma è un fatto che l'Impero Romano per generazioni e generazioni, dove ci sono dei vuoti, fa entrare gente. C'è tutta una svolta politica e ideologica in questo senso, la integra e la fa lavorare o la arruola nell'esercito. E per secoli l'Impero Romano risponde alla peste con queste contromisure.
Dopodiché, la peste come la conosciamo noi, come la descrivono oggi gli scienziati, Yersinia, quella provocata dalla Yersinia pestis, è comparsa nel nostro mondo per la prima volta dopo verso la fine delle invasioni barbariche. Siamo nel sesto secolo. Compare a Costantinopoli, la capitale dell'Impero d'Oriente. Compare al tempo dell'imperatore Giustiniano, quello che ha fatto la raccolta delle leggi degli imperatori romani, il Corpus Iuris Civilis. Dato che devasta Costantinopoli e l'Impero all'epoca di Giustiniano, passa alla storia come la peste di Giustiniano. Ma poi, in realtà, come fa la peste, si ripresenta. La peste compare con una prima grande epidemia travolgente, e poi e poi torna. Torna a distanza di pochi anni, ricompare in una zona, magari non nella stessa, in un'altra. E per secoli accompagna la vita della gente. Per secoli è un pericolo sempre costante. E per secoli è un fattore che riduce la popolazione, che impedisce alla popolazione di aumentare così come fa la popolazione umana quando è lasciata in pace. Noi, se non ci sono minacce esterne, proferiamo, cresciamo e ci moltiplichiamo, come prescrive la Bibbia. Invece, invece, dopo la peste di Giustiniano del sesto secolo, per un paio di secoli la peste continua a essere presente in Europa, nel Mediterraneo, nel mondo arabo. E questo vuol dire che quei secoli sono secoli di stagnazione. Non c'è crescita, non c'è crescita demografica e nemmeno economica.
Poi, più o meno intorno al 750 dopo Cristo, sparisce. Nel 750 dopo Cristo, c'era un bambino che aveva probabilmente allora otto anni e che si chiamava Carlo. E diventerà poi chiamato, sarà poi chiamato Carlo Magno. L'Impero di Carlo Magno è, come dire, il primo grande avvenimento di un'Europa dove la peste non c'è più. Dove la peste non c'è più. E dove, quindi, non è soltanto questione di un imperatore che è un grande generale, ha grandi ambizioni e fa grandi conquiste e grandi riforme, ma è anche questione di una popolazione che non è più falcidiata dalla peste e quindi può ricominciare a crescere. Non se ne parla più per secoli. Nel 750, il Medioevo appena cominciato, potremmo dire. I secoli fino al 750 sono davvero secoli, appunto, di declino, di stagnazione, di spopolamento. Possono in qualche misura corrispondere all'immagine fantastica del Medioevo come secoli oscuri, che tutti più o meno hanno in mente. Dopo, a Carlo Magno in poi, l'Europa conosce secoli e secoli ininterrotti di crescita. Non solo aumento della popolazione, ma crescita culturale, crescita economica, crescita tecnologica. E l'Europa che dopo un po' comincia, come dire, ad avere le navi che un giorno porteranno Colombo in America, le navi e le bussole, i sistemi di navigazione. E l'Europa che scopre le righe per l'Asia, che manda Marco Polo in Cina, ma mica solo lui, tanti altri. E l'Europa che con le Crociate, per quanto uno possa essere d'accordo o in disaccordo con la spinta delle Crociate, però esce, va a invadere altri continenti, come poi farà sempre di più per secoli. È un'Europa, quindi, quella medievale, abituata alla crescita, generazioni e generazioni. Certo, partendo da molto in basso, ma poi hanno costruito, hanno costruito tutto ciò che del Medioevo è rimasto a noi: torri, castelli, chiese, opere d'arte. Ed erano, come dire, in piena crescita e in pieno ottimismo, quando la peste torna.
La seconda ondata della peste, della vera peste Yersinia pestis, nella nostra storia, è quella che arriva in Europa nel 1347-48. Quella descritta dal Boccaccio nella cornice del Decameron. Ne parleremo a fondo. Ed è un'epidemia che è, come dire, da una botta assolutamente inaspettata a un mondo medievale che, ripeto, anche se cominciava ad avere un po' di difficoltà perché cominciavano a essere sovrappopolati e cominciavano a fare un po' fatica a dar da mangiare a tutti, erano molti meno di noi, ma non avevano le nostre tecnologie, ovviamente. Ecco, prima che arrivi la peste, c'è qualche decennio durante il quale si vede che le carestie sono più frequenti, i poveri mangiano meno bene, però insomma, sono ancora tutti sull'onda di una lunghissima crescita. A memoria d'uomo, non si ricorda altro che crescita. E invece, invece l'epidemia le taglia le gambe. E non so se chi di voi si ricorda il Duomo di Siena. Duomo di Siena è un'immensa chiesa, di gran lunga troppo grande per come Siena oggi. E quando è stato costruito, ci stava tutta la popolazione di Siena dentro. E Siena era una ricchissima e prospera città dove girava un sacco di soldi. Nel 1300, a un certo punto, i Senesi, che avevano finito di costruire questo Duomo immenso, che è sproporzionato anche oggi, dicono: "Facciamo un altro, molto più grande". Perché se si continua a crescere, Siena caput mundi, insomma, non ci ferma nessuno. Progettano di costruire un nuovo Duomo, di cui quello che esiste oggi sarà solo il transetto, il braccio corto della croce nella pianta di una chiesa. E cominciano. Quando uno va, si era risolta, non ci bada, perché ci sono mille cose da vedere. La prossima volta che andate, guardate dal fianco del Duomo, viene fuori un muro altissimo, pezzo di muro, ci sono già due bifore, è pronta già un pezzo di rivestimento di marmo, e poi si sono fermati lì. È arrivata la peste anche a Siena. È morta metà della popolazione. E anche il giro d'affari, dopo, non è più stato quello di prima. E insomma, non è più continuato. È rimasto quel pezzo di muro a ricordare le ambizioni e l'ottimismo di quello che era il Comune di Siena prima della peste.
Dopodiché, la peste, come vi dicevo, ha questa caratteristica che arriva con una prima epidemia devastante, ma poi non sparisce. Torna. La peste è tornata nel Trecento, nella seconda metà del Trecento, ogni 10-15 anni. Non più con lo stesso impatto della prima volta. Tornava, non attraversava più tutta l'Europa, prendeva una zona, magari 20 anni dopo compariva in un'altra zona. Ma ogni volta faceva fuori gente. Non più così tanta, ma ogni volta ne faceva fuori. Il risultato è che la popolazione europea non riesce a riprendersi. Sapete che dopo un singolo disastro, la tendenza naturale della popolazione umana è: ci si accoppia, si fanno figli. Pensate al baby boom dopo la Seconda Guerra Mondiale, no? La generazione più numerosa mai apparsa al mondo, subito dopo la fine del più grande disastro della storia umana, come probabilmente è stata la Seconda Guerra Mondiale. Lì non ce la fanno, perché la peste torna. Il risultato è che nel Rinascimento, la popolazione europea, noi possiamo calcolare che è circa la metà di quello che era nel Medioevo. Si è letteralmente svuotata l'Europa. E le cose vanno avanti così per molto tempo, benché la violenza della peste venga trattenuta, contenuta da misure di ogni tipo. Ne parlerò più avanti, verso la fine, per cui la sua virulenza non è più la stessa, ma non si esaurisce mai del tutto. E poi è capace di tornare. Torna fino al pieno Seicento, addirittura all'inizio del Settecento. Quindi sono, diciamo, tre secoli abbondanti durante i quali una quindicina di generazioni dei nostri nonni sono vissuti in un mondo dove, fra i mille problemi che uno doveva affrontare, c'era anche il fatto che non si sa mai, non si sa mai quando potrebbe rispuntare. Però c'è chiaramente una capacità umana di contenerla, di evitare la diffusione, di raduno, di ridurre il contagio. Le ultime grandi epidemie conosciute nella seconda metà del Seicento, inizio Settecento, sono tutte epidemie contenute. Che si riesce a far chiudere dentro una singola città. La peste di Londra nel 1665, la peste di Copenaghen del 1711, che ammazza un terzo della popolazione di Copenaghen, però non esce. L'ultima peste in Europa è la peste di Marsiglia del 1720, che prende Marsiglia, lì un po' prende anche la Provenza, ma riescono a fermarla. Ai vip, ne parleremo dopo. Non dico solo con le mascherine, ma siamo lì. E poi basta. E poi in Europa sparisce del tutto. In Europa, altrove, no.
Quando l'hanno studiata i medici? Quand'è che hanno individuato il bacillo, la Yersinia pestis? L'hanno studiata quando la peste è tornata in grande stile, ma neanche trent'anni. È tornata, diciamo. Ne riparliamo. La peste è tornata alla fine dell'Ottocento in India, in Cina, ed è tornata e ci è rimasta anche lì per non più per secoli, ma per decenni. La peste ha devastato l'India, grosso modo fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. In Cina, anche oltre ancora, nei primi anni '20, in Manciuria c'è la peste polmonare. Ed è lì che viene studiata in modo moderno. Si chiama Yersinia pestis perché nel 1894, quando c'è la peste a Hong Kong, un batteriologo, credo un mezzo francese e mezzo svizzero, che si chiama, forse di origine russa, però si chiamava Alexandre Yersin, isola il bacillo della peste, il batterio della peste. Yersin, Yersinia pestis. Fine '800, inizio '900.
Se qualcuno di voi si sta chiedendo quando è che è scomparsa del tutto, sappia che non è scomparsa. Ha fatto la peste bubbonica è tuttora presente nel mondo. Ogni anno sono segnalati al mondo in media circa 600 casi di peste, che peraltro curiamo, per cui non tutti muoiono. Anni, qualcuno muore, consente, però insomma, la grande maggioranza guariscono. Circa 600 casi di peste, con la statistica ultima dice in media un centinaio di morti all'anno in tutti i continenti, tranne, la buona notizia, nell'Europa e l'Oceania. Ma negli altri continenti la peste tuttora endemica. La peste è presente negli Stati Uniti, dove l'ultima epidemia è stata a Los Angeles nel 1924, 30 morti. Di demi, certo, rispetto a quella di una volta. Però chi si ricorda il colera a Napoli negli anni '70, per esempio? Anche lì, credo, 20 o 30 morti. Però l'impatto emotivo. 30 morti a Los Angeles nel 1924. Ma da allora la peste negli Stati Uniti non se n'è più andata. Ci sono in media sette casi di peste all'anno negli Stati Uniti, pochissimi morti, ma quattro morti nel 2015. La peste negli Stati Uniti è endemica fra i roditori delle praterie nel sud-ovest, Arizona, Colorado, New Mexico, California del Sud. E lì, nelle campagne, che ogni anno capita che un agricoltore si fa mordere da una pulce che ha appena morso, appunto, uno scoiattolo, un topo infetto. E riprova di quello che dicevo prima sul fatto che i sintomi non dobbiamo poi immaginarli. Cioè, l'aspetto spaventoso della peste è il fatto che la mortalità. I sintomi di per sé sono brutti come quelli di qualunque brutta malattia che ti ammazza. Ecco, non sono così riconoscibili. C'è tutta una storia negli Stati Uniti di diagnosi sbagliate. Quando c'è stata l'epidemia a Los Angeles nel 1924, le prime diagnosi erano di polmonite o di malattia venerea, per via dei bubboni all'inguine. E ancora recentemente, ci sono stati casi in cui c'era la peste ed è stata diagnosticata come appendicite acuta o meningite. Non è, non è così facile, ovviamente.
Dopo di che, come vi dicevo, nella nostra storia e nella nostra cultura, anche la peste è presente a partire dalla grande peste del 1348. E io vorrei fermarmi un po' di più a raccontare quell'epidemia e a ragionare su quell'epidemia. La peste del 1348 è un avvenimento sconvolgente che colpisce tutti i contemporanei, beninteso. Appena finisce, si ricomincia a lavorare e si riparte, ma finché dura è un avvenimento che veramente lascia un'impressione enorme. Il che vuol dire che c'è un'infinità di cronisti che ce ne parlano, i cronisti, i letterati dell'epoca. Noi in Italia abbiamo quello che l'ha descritta meglio di tutti, ed è il Boccaccio, appunto. Sapete che Boccaccio ambienta fare il suo Decameron a questa idea: "Va bene, dieci ragazzi, sette ragazze, tre giovanotti che se ne vanno in campagna a passare un po' di tempo in campagna". Come faccio a giustificare una roba del genere, specialmente il fatto che vanno le ragazze con degli amici maschi? Questo è un problema. Infatti, l'idea parte dalla data di vedere la cornice del Decameron. L'idea parte dalla le sette ragazze, poi ci sono dei giovanotti, loro amici e anche un po' innamorati, che dicono: "Ma vorremmo anche noi". E subito le ragazze: "Croma, scusate, ma poi la gente parla, non si fa". Nel loro mondo non si fa. Ma la peste ha sospeso un po' tutte le regole. Ha sospeso un po' tutte le regole. Loro, se ne sono ricchi, se ne vanno in campagna, in villa, per allontanarsi dalla città infetta. E dunque Boccaccio lavora su questo pretesto. Ed essendo questo il pretesto del Decameron, lui racconta per noi. Sui contemporanei lo sapevano, ma non lo racconta per i posteri. Cosa è stata quell'epidemia? Era il 1348. Dice: "Quando nelle grigie città di Firenze, nobilissima oltre ad ogni altra italica, pervenne la mortifera pestilenza, quanti anni davanti nelle parti orientali incominciata". Non parlavano così nel Trecento. Sapete che è Boccaccio che aveva la passione di scrivere con la sintassi latina, mettendo il verbo alla fine, e quindi c'è sempre il verbo alla fine, che non era, ripeto, all'uso normale dell'italiano del suo tempo. "Incominciata, quindi, in Oriente anni prima, quelle le parti orientali, l'Asia, avendo privato di innumerabile quantità di viventi, senza restare di un luogo in un altro continuandosi". Capito cosa ci sta dicendo? Ci sta dicendo che loro lo sapevano che arrivava. Era cominciata anni prima in Asia, e loro con l'Asia avevano rapporti continui, rapporti commerciali, solo commerciali, in pratica, diciamo, ma li avevano eccome. Quindi si sapeva, si sapeva che c'era questa cosa e si sapeva che si spostava, che non stava ferma, che veniva verso di noi. Siccome sapevano che stava arrivando, cercano di prendere dei provvedimenti. Boccaccio descrive quelli di Firenze, che peraltro era uno dei luoghi più moderni e avanzati del mondo. Non è detto che dappertutto abbiano pensato di fare le stesse cose, ma a Firenze sì. Cosa fanno a Firenze, sapendo che c'è questa malattia in Asia che si sta muovendo e viene verso di noi? A un certo punto decidono che bisogna ripulire la città dall'immondizia. Allora, non hanno idea delle cause, ovviamente, del contagio, però, però hanno buon senso. L'idea che l'igiene servirebbe. E quindi ripulire la città. In un comune italiano come Firenze, questo significa: creiamo un ufficio che ha il compito di preoccuparsi di rimuovere le immondizie dalla città. E lo fanno. E Boccaccio, però, prima di elencare questi provvedimenti, ha già avuto cura di dire: "Non è servito a niente. Nessuna cosa che abbiamo fatto è servita". Cosa abbiamo fatto? Rimuovere le immondizie. Certo, è vietato l'entrarvi dentro a ciascuno infermo, e cioè, quando uno entrava, si controllava che non fosse malato. E va bene. E molti consigli dati a conservazione della sanità. Cosa vuol dire? Che a un certo punto avranno chiamato i dottori, i medici, e gli avranno chiesto: "Ma secondo voi, cosa dobbiamo fare?". E i medici avranno dato ciascuno il suo parere, la sua opinione. Dice Boccaccio: "Servito a niente". E poi, e poi c'è l'altro insieme di contromisure che non è servito a niente allo stesso modo. "Umili supplica zioni, non una volta ma molte, e in processioni ordinate in altre guise a Dio fatte dalle devotissime persone". Ora, notate bene, questa ovviamente è la reazione che magari ci aspetteremmo di più, perché in base ai nostri luoghi comuni su che gente era questa del Medioevo, magari che credessero a un ufficio di sanità, ce lo aspettavamo un po' meno. Che facciano le processioni, ce lo aspettiamo. E continueranno a farlo anche dopo, e gli illuministi poi ne rideranno. Il Manzoni ride delle norme, nei Promessi Sposi, del fatto che a Milano fanno le processioni sperando di scongiurare l'epidemia. Certo. Ma notate bene, Boccaccio non dice: "E tutti ci siamo messi a pregare". Le persone devote hanno fatto quella. Bello, era un mondo davvero in tutti i credenti. Però anche lì c'era una bella differenza fra chi diceva: "Guarda, io a questo punto vado a pregare" e chi diceva: "Scusa eh, sentiamo i medici e vediamo cosa dicono". Però sta di fatto che non è servito a niente.
"La peste è arrivata nella primavera dell'anno predetto, orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti a dimostrare. E non come in Oriente aveva fatto, dove in Asia, per quanto risultava loro a dare notizia, che avevano a chiunque usciva sangue del naso, era manifesto segno di inevitabile morte". Questa cosa interessantissima, perché se è vero che non l'avrà mica inventato, vuol dire che in Asia era la peste polmonare, perché la peste polmonare che ti fa poi, come dire, vomitare sangue, non quella bubbonica. E quindi, se è vera questa cosa, la peste era polmonare in Asia. Invece, quando arriva qua, è la peste bubbonica. Boccaccio la descrive chiaramente. Dice: "No, non c'era questo fatto di vomitare sangue o di perdere sangue dal naso". Dice lui: "Ma nascevano appunto all'inguine o sotto le ascelle certe infiammazioni, delle quali alcune crescevano come una comune mela e altre come un uovo, alcuna più, alcuna meno, le quali li volgari chiamavano, nominavano gavazzoli". Di volgari, cioè quelli che parlavano italiano, non c'era una parola, devono inventare. Non si sia mai vista questa malattia. E mentre noi diciamo il bubbone, i fiorentini all'inizio, quando arriva questa cosa, la chiamano il cavolo, il garozzo. "La mortifera, e dopo che spuntavano i bubboni, venivano le macchie nere o lividi per le braccia e per le cosce, in ciascun altra parte del corpo, certissimo indizio di futura morte".
Cos'altro dice Boccaccio? Dice: "Tutti si sono messi a pensare come curare questa malattia". Mai visti così tanti esperti di medicina autonominati come in quel momento. Anche lì, lui, sapendo già com'è andata a finire, dice: "Tutto inutile". "Tutti ignoranti". "L'ignoranza dei medicanti, dei quali, oltre al numero degli scienziati, c'erano poi tutti gli altri". Cosa vuol dire? Vuol dire che in quel mondo i medici c'erano e avevano studiato anni e anni all'università, erano laureati solenni, molto ben pagati. Alcune cose che sapevano anche fare in chirurgia, se la cavavano già in alcune cose, avevano capito certe cose. Ma purtroppo, gli studi che avevano fatto si basavano sulla dottrina del corpo umano ereditata dagli antichi. Non è questione di ignoranza medievale, è qui l'eredità del mondo greco e romano che aveva trasmesso alle università medievali una visione del corpo umano molto interessante, tutta fatta di equilibrio fra gli umori, equilibrio fra il sangue, il fiele, caldo, il freddo, molto interessante, ma fondamentalmente non utile per curare le malattie. E quindi gli scienziati, come dice Boccaccio, rispettatissimi, ultrapagati, però non riuscivano a curare la peste. Ma non c'è nessuno, lo dice neanche gli altri, dei quali era il numero divenuto grandissimo, così di femmine come di uomini, senza avere alcuna dottrina di medicina avuta mai. In altre parole, è pieno di gente che si inventa curatore, che è convinto di averla cura. E notate, così di femmine come di uomini. Se mette le femmine al primo posto, vuol dire che era molto comune che ci fossero donne che pensavano, o che provavano, ci si mettevano, cercavano di curare i malati. E non è un caso, perché in realtà, mentre il solenne medico uscito dall'università era sempre un uomo, ovviamente, però nei loro orizzonte mentale, stare accanto ai malati era invece una delle cose che normalmente sapevano fare e facevano le donne. Sapete, quella era una società ovviamente patriarcale e maschilista, dove i ruoli erano molto separati. Tutti i ruoli pubblici, il lavoro, la politica, la guerra, li fanno gli uomini. La donna agli spazi privati, certo, la casa, allevare i bambini, ma anche nella loro mentalità, la donna ha totale responsabilità sui due momenti cruciali della vita: la nascita e la morte. La nascita è ovvio, è lei che ce l'ha dentro la pancia. Però forse quello che è un po' meno ovvio è che al momento della nascita, del parto, poi son tutte donne. Al momento del parto vengono le sorelle, le amiche, le vicine di casa a stare insieme alla puerpera, a confortarla, aiutarla, a dare suggerimenti. Ci sono anche quelle che se ne intendono, che ne ha visti altri di parti. Gli uomini fuori dai piedi. E la stessa cosa quando c'era il momento della malattia e della morte. I malati avevano sempre donne intorno. E quando uno moriva, erano le donne che facevano il pianto e che si occupavano di preparare il corpo per la sepoltura. Era una cosa totalmente ufficializzata, nel senso che se un uomo ci avesse messo il naso, le donne gli avrebbero detto: "Fuori dai piedi, questa è una cosa che facciamo noi". Anzi, c'è un caso specifico, vago un pochino, ma ve lo racconto. Lo racconta Dante nella Vita Nova. È capitato a lui. Avete presente Dante, ragazzo giovane, giovanissimo, innamorato perso di Beatrice, cerca ogni occasione di vederla. Non è mica tanto facile. Beatrice, finché da sposare, sta chiusa in casa, come si usava a Firenze. E quando poi è sposata, è una donna sposata, e lui invece che ha la stessa età, è un ragazzino. Lei è una donna sposata, 18 anni, adulta, madre di famiglia, padrona di casa. Lui ancora un ragazzino, sperso, innamorato, cerca ogni occasione di vederla. Muore il papà di Beatrice, e Dante va a casa dei Portinari a vedere se riesce in qualche modo a veder Beatrice. Beatrice, dentro casa, che piange. E Dante lo racconta: "E sono arrivato lì, ma non ho mica potuto entrare, perché come è d'uso, piangere con la famiglia, entrano le donne, gli uomini stanno fuori". E quindi lui se n'è rimasto fuori con gli altri uomini, pensando a Beatrice che era dentro e al suo dolore. Dice: "Mi veniva da piangere, cercavo di non farmi vedere, che si vergognava un po'". E quando escono le donne che sono state dentro a piangere con Beatrice, e lo vedono piangere, lo sgridano: "Chico, braccia piangere? Noi, noi l'abbiamo vista Beatrice, come sta male, come soffre, noi piangiamo. Tu sei qua fuori, cosa piangere?". Un uomo. A questo punto capiamo cosa significa la trasformazione veramente di tutte le abitudini prodotta dall'epidemia.
Non è che man mano che io parlo, salgono sempre più mascherine nel pubblico, vero? Non voluto. Io sono abbastanza lontano, spero di poter stare. Sento che parlare con sarebbe davvero un poco no. Ci siamo. Capite cosa significa lo sconvolgimento di tutti i valori provocato dall'epidemia? Quando, quando Boccaccio dice: "I malati venivano lasciati soli, morivano da soli, senza donne intorno". Non solamente senza aver molte donne ed attorno, morivano le genti, ma assai n'erano, ce n'erano molti che di questa vita senza testimoni o trapassavano. E per un uomo di allora, è una cosa inconcepibile. Non si muore mai soli, si muore sempre con la gente intorno. E all'ultimo momento, donne. Ora, quali altre cose dice Boccaccio di questa malattia su cui possiamo fare qualche ragionamento? Descrive, abbia visto i sintomi, ma poi descrive altre caratteristiche della nell'epidemia, e sono indiscutibili, e sono le stesse cose che raccontano altri cronisti in tutta Europa. Primo: la mortalità è altissima. Pochi di quelli che si ammalano guariscono. Non solamente pochi, né guarivano, anzi, quasi tutti entro il terzo giorno dall'apparizione dei segni, chi prima e chi dopo, e i più senza alcuna febbre o altro accidente morivano. Qui uno comincia di restano senza fede. Per come è descritta dai medici nostre, partire dalla fine dell'Ottocento, la febbre c'è, eccome. Vabbè, andiamo avanti. È estremamente contagiosa. E fu questa pestilenza di maggior forza, per ciò che essa dagli infermi si avventava ai sani, sempre Boccaccio, si avventava non altrimenti che faccia, cioè così come fa il fuoco alle cose secche, un tè quando molto vi sono avvicinati. Capito la loro sensazione? È che basta avvicinarsi a uno che è malato e te la prendi anche tu, ti salta addosso. Prende come prende il fuoco quando gli metti un pezzo di carta unta vicino. Per cui non soltanto parlare con gli infermi, fare qualunque cosa insieme a loro, ti faceva ammalare, ma bastava toccare i loro panni o qualunque altra cosa che loro avessero toccato, ti saltava addosso. Anche su questo faremo poi il confronto con la peste bubbonica portata dalle pulci, come la conosciamo noi oggi. Finalmente, dice Boccaccio, lo dicono anche altri: "Ammazzava anche gli animali". Boccaccio ce l'ho visto io. Gli animali domestici, l'ho visto io. Ho visto due maiali per la strada. Avevano buttato via gli stracci di un poveraccio che era morto di peste. I maiali si sono messi a grufolare e poi sono cascati morti tutte e due, come se veleno avessero preso. Ora, quest'ultimo è uno di quei casi su cui io mi riserverei di dire: "Ma Boccaccio, senti, sei un inventore di novelle". Io la mano sul fuoco su questa cosa che veramente fa a pugni con tutto quello che sappiamo, perché la peste a quel tipo di animali lì non si trasmette. A quanto non è, insomma, insomma, queste cose che vi ho detto di Boccaccio, confermate dagli altri testimoni, non solo nel Trecento, ma poi via via per tutte le pesti che abbiamo conosciuto in Europa fino a fino a Marsiglia 1720. Ecco, e confermata anche da tutti gli studi che si sono fatti. Per il Trecento è difficile, ma più avanti si possano riesumare dei morti di peste, si possano conoscere anche delle statistiche. Un piccolo villaggio nel Seicento, il parroco, ormai l'abitudine, trascrive ogni nascita, ogni matrimonio e ogni sepoltura in un libro. Quindi tu puoi fare delle statistiche a quel punto. È bene, fino all'inizio del Settecento, la peste, come l'abbiamo conosciuta noi in Europa, è una malattia molto contagiosa, tanto che colpisce le famiglie, le devasta. Sono state fatte delle statistiche su questo, quando lo puoi fare. I morti di peste, in genere, sono l'unico della loro famiglia che muore. O in genere, quando uno si prende, muore di peste, muoiono anche altri. Seconda risposta: in genere muoiono anche altri della stessa famiglia. E si trasmette per contatto diretto immediato fra umani. Ed è non solo contagiosissima, ma ha una mortalità altissima. Ora, da un po' di tempo, gli storici si son detti: "Ma tutto bene, però quello che ci raccontano i medici non è mica questo". I medici che hanno descritto la peste in Cina, in India, alla fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, non hanno visto queste cose. L'unico parallelo vero è i bubboni. Ma per il resto, la peste bubbonica, per esempio, in India, si è studiata la trasmissione. È lentissima. In India, nel 1896, c'erano le ferrovie, che non c'erano nell'Europa del Trecento. Eppure la peste avanza molto lentamente. Ed è poco contagiosa da uomo a uomo, da umano a umano, scusate, poco contagiosa. E normale che uno si ammala in famiglia, si fa in tempo a prenderlo e metterlo in ospedale, isolarlo, il resto della famiglia tranquillo. Ancora più straordinario, in queste grandi epidemie di peste dell'Otto-Novecento in Cina e in India, curate già da medici e infermieri occidentali, ma non ci sono ancora gli antibiotici. È quindi curano come possono, ma il personale medico si ammala pochissimo. Medici e infermieri sono continuamente a contatto con i malati e non si ammalano, perché? Perché si vuole la pulce. E per quanto capiti, ma non è così ovvio che appena ti avvicini a un malato, c'è una pulce che ha appena morsicato lui e ti salta addosso e morde. Ce ne vuole, insomma, non è così. Non è come le goccioline, adesso abbiamo imparato tutti che si chiamano i droplet di saliva, cariche, no, ecco, di baci. Non è quello. Poi anche la mortalità è diversa. La peste bubbonica che investe l'Europa nel passato è una peste, è una malattia che quando si impadronisce di una località, la devasta. Best di Copenaghen, 1711, fa 22.000 morti su 60.000 abitanti della città, un terzo in pochi mesi. Ora, la peste che attraversa l'India e la Cina fra Otto e Novecento, fa un sacco di morti. E adesso che vi dico la cifra, vi stupirete. Però, però dovete pensare a quanto tempo ci mette e alle popolazioni immense di quei paesi. La peste, ecco, in India dal 1896 al 1914 ha fatto 12 milioni di morti, però vuol dire il 4% della popolazione in vent'anni. Capite che la peste come la conosciamo noi sterminava un terzo della popolazione in sei mesi. Non è una misura comune. C'è poco da fare. Ancora oggi la peste bubbonica prospera nei climi tropicali, perché nei climi freddi le pulci non ce la fanno. E quindi, appunto, il sud-ovest degli Stati Uniti, il Perù, il Madagascar, oggi sono questi i bacini della peste bubbonica. La peste storica, dal Trecento al Seicento, è devastante anche in Scandinavia. E la peste bubbonica, essendo legata ai cicli vitali delle pulci, è una malattia estiva, fondamentalmente. Coi primi freddi, nemmeno l'iscia, sparisce. E invece la peste storica non lo fa. La peste storica è capace di scoppiare all'improvviso e devastare la popolazione anche in pieno inverno.
Ultima cosa, appunto, cronisti medievali e scrittori medievali come Boccaccio dicono: "Morivano i cani, i gatti, i maiali". Questo stupisce molto i nostri scienziati oggi, devo dire. Ma nessuno dice che morivano i topi, che invece è la cosa assolutamente vistosa delle epidemie di peste conosciute in tempi moderni. Tanto che ci ha fatto un grossissimo lavoro Albert Camus nel suo romanzo La Peste, che qualcuno di voi avrà forse letto. Io l'ho riletto, confesso, in questo periodo, benché sia un po' banale, ma è lo fa per caso, non sono trovato tra le mani, mettendo a posto dei libri, e mi sono fatto: "Guarda, lo rileggo". Sapete cosa fa Camus? Negli anni '40 scrive questo romanzo, La Peste, in cui immagina la peste che si scatena in una città moderna, nel suo caso Orano, in Algeria, e quindi una città francese a pieno titolo, negli anni '40, piena di francesi, piena di automobili, di negozi, treni, giornali, tutto quanto. Ecco, Camus immagina la peste che si scatena in una nostra città, ma la vera peste, quella bubbonica, quella che ammazza metà della popolazione della città. E avendo studiato bene, lui la descrive con estrema precisione clinica. E quello che fa vedere è quello che sicuramente succede, succedeva con la peste bubbonica in India, in Cina, alla fine dell'Ottocento, quella che conosciamo noi, insomma. Cosa succede? Succede che un bel giorno il protagonista esce di casa, alloggia in un condominio, esce di casa, fa le scale a piedi, c'è un topo morto per le scale. Va dal portinaio e gli dice: "Miss Baracchi un po' questa schifezza". Portinaio obbedisce. Giorno dopo scende le scale, due topi morti per le scale, col sangue sul muso. Va dal portinaio, il portiere di casa. Ma sa che in tutto il vicinato sta succedendo. "Trovan dappertutto". "Guarda, ormai anche per la strada". "Che Dio ce la mandi buona". Qualche giorno dopo, il protagonista, che è medico, deve andare a visitare il portinaio che si è sentito improvvisamente male e lo trova a letto con la febbre altissima e col gonfiore. Ecco, così scoppia la peste. Ora, nessun, nessun, nessun autore, né medievale né successivo, ha mai notato che prima della diffusione della peste uscivano i topi a morire per le strade. Possibile? Voi vi aspettereste forse che io adesso vi dicessi: "Sappiamo esattamente come mai ci sono tutte queste stranezze". Non è affatto così. Non lo sappiamo. Ma il punto è che noi oggi descriviamo la peste provocata da Yersinia pestis, e non siamo mica tanto sicuri che fosse davvero quella cosa lì, quella che ha attraversato l'Europa dal Medioevo all'età moderna. Era probabilmente una forma della stessa cosa, ma è cambiata. Questa è un'altra cosa che abbiamo imparato, no? Che cambiano gli effetti delle malattie nel nostro, nel nostro mondo moderno, dove tutto velocissimo, cambiano da un mese all'altro, addirittura. È cambiata. Non corrisponde. L'altra domanda a cui uno vorrebbe poter rispondere, naturalmente, ma come mai poi, dopo l'inizio del Settecento, dall'Europa è sparita?
Qui noi una risposta proviamo a darla. Non è la certezza assoluta, ma insomma, ci stiamo ancora.
La peste ha perso via via di efficacia. E anche qui non è uno spot governativo, perché le contromisure umane, benché non fossero in grado di curarla, sono però riuscite a contenerla, a impedirle di diffondersi. Le contromisure sono state elaborate fin dal primo momento in Europa e in particolare a partire dall'Italia. Abbiamo già visto le misure preventive, addirittura anche se il Boccaccio dice non sono servite a niente, però gli ufficiali, i funzionari incaricati di sgombrare le immondizie e così via, quando si accorgono che la peste non è arrivato solo con la prima volta, è poi andata via ma torna, mettono in campo abbastanza in fretta tutto l'armamentario delle contromisure che noi abbiamo messo in campo in questa occasione. Le stesse, tali quali, le hanno inventate loro. Le hanno inventate alla fine del Medioevo, nella prima età moderna. E cioè, e cioè appena uno si ammala, isolarlo, non lasciarlo andare in giro, isolare anche quelli che hanno avuto contatti con lui. E poi, e poi a quel punto bisogna sapere che qualcuno si è ammalato, quindi attenzione, bisogna che i medici siano responsabilizzati e che quando c'è un caso strano, informare le autorità perché potrebbe essere la peste. E dobbiamo anche sapere quando, se la peste è da un'altra parte, bisogna avere una rete di informazioni che arrivano. Perché se noi stiamo ad Alba e sappiamo che a Torino c'è la peste, e allora sulle strade si mettono i posti di guardia sulla strada di Torino, no, non arriva più nessuno, non li lasciamo venire. E quindi informazione, isolamento e chi arriva da zone dove potrebbe esserci il rischio, la quarantena. Tutte queste cose vengono messe in piedi a partire dalla fine del Medioevo. E per primi sono i comuni italiani che hanno appunto l'apparato amministrativo e la cultura amministrativa più avanzata del mondo in quel momento, che mettono in campo queste cose. I comuni italiani mettono in piedi gli uffici di sanità permanenti incaricati di controllare le cose. Il resto d'Europa ci arriva un po' dopo. In Scandinavia, che oggi appunto è tanto più avanzata di noi, in Danimarca aspettano all'inizio del Cinquecento perché gli venga in mente che magari potrebbero provare a prendere qualche misura tipo quarantena, isolamento. Ma lo fanno all'inizio solo per proteggere il re e la corte. Solo a fine '500 viene in mente che magari si potrebbero prendere misure generalizzate a tutela della salute pubblica. Fuori d'Europa, anche meno. Nel mondo musulmano, nell'Impero Ottomano, che allora governa gran parte del mondo musulmano affacciato sul Mediterraneo, e che è un impero sofisticato, coltissimo e tutto, però però questa idea occidentale che si possa prevenire, che valga la pena di farlo, no, non prende piede per inefficienza amministrativa, probabilmente ancor più che per fatalismo. Però non lo fanno. E il risultato è che ancora nell'Ottocento, nel mondo arabo e turco, la peste è presente. Napoleone la incontra quando va in Egitto. Napoleone trova la peste e ci sono dei suoi soldati che si ammalano. Poi a metà Ottocento anche l'Impero Turco comincia a modernizzarsi, arrivano i riformatori che dicono "facciamo anche noi come in Europa". Cominciano anche loro con le quarantene e la peste scompare anche lì. E naturalmente è come dire, l'unica nostra spiegazione è questa. Quindi queste misure grossomodo funzionavano. Queste misure hanno fatto sì che la malattia via via riuscissi a proliferare di meno e si indebolisse quando le contromisure venivano applicate come si deve. Tutte le ultime grandi epidemie di peste che ho citato prima, che in genere si riesce a contenere in una singola città con un po' di sforzo, ma nascono tutte da leggerezza. Perché? Perché applicare le misure con rigidità, come come oggi, anche allora dava fastidio. Anche allora gli affari soffrivano. Anche allora gli imprenditori protestavano. Anche allora le autorità, prima di dire "chiudiamo tutto", ci doveva pensare due volte. E anche allora c'era chi cercava, ovviamente, di aggirare le contromisure. La peste di Marsiglia nel 1720 scoppia perché attracca nel porto di Marsiglia una nave che proviene dalla Siria, e in Siria c'è la peste. Quindi quarantena. Però c'è un carico deperibile e che vale molto. E alla fine, alla fine, alla fine le autorità si lasciano convincere, abbreviano la quarantena e dalla nave scende a terra con le merci la peste. E anche lì, prima di dire "la peste, chiudiamo tutto", ci pensano. Perché? Perché appunto ci sono degli interessi grossi per non farlo. Alla fine lo fanno, ma è tardi. È già uscita, devasta la Provenza.
Ultimissima cosa, se avete ancora 10 minuti di pazienza. L'ultimissima cosa che volevo raccontarvi è come che in passato queste epidemie hanno provocato non solo trasformazioni drammatiche, ma anzi sono anche rivelate un'occasione per ripensare certi meccanismi dell'economia e della società, favorendo quelli che riuscivano a capire, insomma, quali erano le nuove tendenze. Mi spiego meglio. Una prima cosa che va detta, che può suonare molto cinica, e voi mi scuserete, ma va detta. Un'epidemia come la peste del 1348, che a Firenze porta via forse addirittura a metà della popolazione, se non metà, un terzo, adesso non è per spaventarvi, l'ha capito cosa vorrebbe dire? Avrebbe dire facciamo la conta: tu sei tu? No, tu sì, tu no, tu sì, tu no. Ecco, la quantità di dolore spaventoso. Capita di raccontare queste cose a volte sorridendo per la passione di studiarle, di saperle, ma è chiaro che siamo consapevoli del carico di dolore che si porta dietro un'epidemia. Però va anche detto che quando è finita, la gente si guarda intorno. Hanno ereditato tutti la quantità di alloggi disponibili, di edifici, di imprese, di merce, i tessuti preziosi, di moneta. È rimasta la stessa che c'era prima, solo che siamo in metà a dividersela. E quando riapro bottega, il mio concorrente è morto. Si riparte. Il problema, come vi dicevo, è che la peste dieci anni dopo torna di nuovo. E quindi, in realtà, si riparte, ma a balzelloni, a singhiozzo, e si fa sempre un po' fatica. Ma le conseguenze importanti sono quelle strutturali. Quando, cioè, diventa evidente che ormai la popolazione è ridotta rispetto a prima e non c'è niente da fare, questo cedono delle cose interessanti. Immaginate il tipico industriale della lana. Che finita l'epidemia, vuole ripartire. Giusta della lana è l'industria dominante delle nostre città nel Medioevo. È un'industria a tutti gli effetti, nel senso che è organizzata su larga scala. Naturalmente non ha le macchine, qualche macchina c'è, macchine idrauliche spinte dai fiumi, dai canali per pressare i tessuti, ma il grosso del lavoro manuale, naturalmente, e non c'è il capannone dove si concentrano gli operai. Però c'è l'imprenditore. L'imprenditore è quello che importa la lana all'ingrosso dall'Italia meridionale, dalla Spagna, più tardi dall'Inghilterra. Ogni giorno entrano carovane di muli carichi di sacchi di lana grezza che poi viene data da lavorare. E c'è tutta una fase di lavorazione: bisogna lavarla, pettinarla, pulirla, e poi tesserla. Ci sono operai specializzati in tutte queste attività che lavorano a casa. Il padrone distribuisce il lavoro, poi passa a ritirare, distribuisce per la prossima fase ad altri operai e così via. Ora immaginate cosa succede. Il padrone riapre, contatta gli operai. Il primo che va a cercare non risponde a nessuno, è tra i morti. Con i vicini, secondo che va a cercare, apre, dice "grande padrone, si ricomincia a lavorare". Benissimo, io per me sono pronto, però c'è una cosa: quei dieci soldi al giorno che mi pagavi prima, non mi bastano più, le voglio dodici. La reazione del padrone di dire "te lo scordi, canaglia, sempre pronti a approfittarsene". Vado dal prossimo. Prossimo è morto. Non c'è quell'altro. Ancora c'è, ma dice "mi ha già assunto il concorrente, paga tredici soldi al giorno". A questo punto la reazione normale dei padroni è, prima di dire "certo, c'è la crisi, non se ne può più, queste massa di scacciacani di furfanti che sono i nostri dipendenti adesso vogliono pure l'aumento di stipendio, ma sono io come sistemarli?". Si va dalle autorità del comune, si dice "fateci per piacere una bella legge che fissi un tetto massimo ai salari, che impedisca la concorrenza di pagare così tanto". Lo fanno. Tu sei veniente concorrenti, se vogliono operai devono pagare è la stessa cosa. In campagna, dove il padrone dei campi di grano, che ha già le mani nei capelli perché è morta così tanta gente, non c'è più così tanta richiesta negli anni buoni, per fortuna, ogni tanto arrivano le grandi. Negli anni cattivi c'è poco grano e quindi i prezzi schizzano in su. Ma gli anni buoni, e per di più i braccianti vogliono essere pagati più di prima. È per forza. Prima della peste andavi in piazza al mattino, era pieno di disoccupati che aspettavano solo uno che gli dava da lavorare per quattro soldi, come oggi gli immigrati che raccolgono la nostra frutta. E invece, e invece non li trovi più. E quelli che sono pronti a lavorare vogliono essere pagati di più. I padroni fanno fuoco e fiamme, ma poi pagano. Gli operai guadagnano meglio. Gli operai del Trecento, del Quattrocento, fino all'inizio del Cinquecento, sono pagati meglio operai, braccianti in campagna, rispetto ai nonni, tanto tempo prima. Cosa fanno con questi soldi? Beh, primo, si mangia sazietà. Prima non era così mica sicuro. Se avevi troppi figli col salario della giornata, non è detto che riuscivi a riempire proprio la pancia tutti. Adesso, se Dio vuole, si mangia tutti a sazietà, pane e zuppa, beninteso, ma si mangia a sazietà. E dopo che tutti hanno mangiato a sazietà, all'operaio sono rimasti dei soldi in tasca. Cosa fa? Una volta raccontavo più o meno questa storia in una riunione di manager di non so più quale impresa, quando gli ho chiesto di provare a rispondere a immaginare l'operaio a cui sono rimasti un po' di soldi in tasca. Fa uno, mi ha risposto "investe". No, non investe. Va all'osteria, va all'osteria e beve vino. E il commercio del vino va benissimo, mentre quello del grano, come si diceva. Ma il commercio del vino va a meraviglia. Aprono nuove osterie e sono sempre piene di clienti. E chi produce vino in campagna si accorge che gli affari vanno benissimo. La città vuole vino e ne fa venire sempre di più. Poi l'operaio torna a casa la sera e la moglie va a frugare in tasca, c'è ancora qualche soldino avanzato. Cosa ne fanno? Domenica si mangia carne, e magari anche il sabato si mangia. Noi sabato no, loro facevano a venerdì e sabato, scusatemi, visto che sto perdendo l'astinenza. Naturalmente digiuno anche il sabato. Giovedì, a quel punto, mercoledì si mangia carne. Prima era difficile, adesso ci sono i soldi per farlo. E noi abbiamo le prove, perché abbiamo i registri fiscali di tutte le attività che c'erano in una città italiana a fine Trecento, nel Quattrocento. Tutti i negozi aperti, pieno di macellerie. C'erano più macellerie ad Asti o ad Alessandria nel '400 di quelle che ci sono oggi. Mangiavano essenzialmente pecora, e per i core, l'agnellone, raramente bovini, ma insomma mangiavano carne. E i macellai fanno un sacco di soldi. E chi alleva bestiame in campagna fa i soldi. La città vuole bestiame sempre di più. A questo punto, chi sta in campagna e ha la terra, se ha capito come vanno le cose, comincia a dirsi "ma chi me lo fa fare di continuare a produrre grano, che tanto lo smercio non è più quello di una volta e richiede tanta manodopera che vuole essere pagata? Ma io via, tiro via i campi di grano, faccio dei bei prati e ci allevo del bestiame". Però i prati bisogna irrigarli, perché il prato secco non vale niente, non rende niente. Se voglio fare due o tre bei raccolti di fieno, devo irrigarlo, ci vuole l'acqua. Ha bisogno di investire. E investiremo canali di irrigazione che si erano già prima, perché tutto il Medioevo c'è un enorme lavoro nelle nostre campagne per scavare canali di irrigazione e rendere più fertile la terra. Però dal Trecento in poi c'è un salto in avanti. Cominciano anche a esserci iniziative politiche, grandi canali scavati per incarico del governo, la rete delle rogge, delle belle air, non so come le chiamate qui da queste parti, ecco, si estende sempre di più. Sempre più prato, marcita, pascolo, sempre più bestiame. Tanto che qualcuno comincia a dire "sai cosa? Ci faccio anche il formaggio". Prima il formaggio si faceva solo in montagna, agli alpeggi in montagna. Nel Rinascimento si fa anche in pianura. A Piacenza fanno un formaggio meraviglioso, il Piacentino, che se lo comprano anche i sultani, solo lo fanno venire a Costantinopoli. Poi, siccome Piacenza viene divorata da Parma, il formaggio cambia nome e tutti lo chiamano il Parmigiano. Ma originariamente era diffuso il nome il Piacentino. Ma fatto sta che la pianura padana comincia a produrre formaggi. E chi ha capito che la tendenza è quella, così come chi ha capito che tira forte il vigneto e bisogna fare vino, ecco, fa i soldi. Finalmente, chiudiamo. Ogni sera, quando l'operaio tornava, il bracciante tornava dall'osteria, la moglie gli ha tirato via qualche soldino avanzato, l'ha messo nel salvadanaio. Alla fine dell'anno hanno un po' di soldi risparmiati. Cosa si fa? Si va dal mercante di tessuti e per una volta ci facciamo un abito come si deve. Perché finora la povera gente si vestiva di tessuti, tessuto in casa, tutte le contadine avevano interesse o tessuti grezzi, non tinti, e ci si vestiva con quelli. Ma adesso, se ci sono i soldi, ci vogliamo permettere un abito come si deve. Ovviamente non come quelli dei ricchi. Si va dal negoziante di tessuti. Noi non vogliamo velluti, non vogliamo broccati, non vogliamo seta, quelle sono cose per i signori. Vogliamo un bel panno resistente che tenga, anche se non è di gran qualità. Ecco, risultato: quei centri di produzione tessile come Firenze, che si ostinano a produrre tessuti di lusso per la clientela dei ricchi, tirano avanti così così. Ma è pieno di località dove si è capito l'aria che tira e dove nascono centri di produzione del tessile, dove i regolamenti ufficiali dicono "qui si produce panno di cattiva qualità". Le città della pianura padana, anche qua in Piemonte, e Racconigi, Pinerolo, cominciano a prosperare. Nascono corporazioni di produttori di lanaioli, quali dicono proprio nei loro statuti "il panno nostro non deve costare più di quel livello lì, perché noi miriamo a quelle". Non dicono "quel target da dio", ma insomma, quello che intendono dire è quello. E chi ha capito questo prospera. Allora, non è ovviamente per concludere a tutti i costi con una forzatura e un messaggio di ottimismo, perché tutte queste belle cose possono succedere solo dopo che la popolazione si è dimezzata. Diciamo noi, dovremmo trovare altre risorse per essere ottimisti nella situazione attuale. Ma comunque, ho pensato che questo fosse il modo giusto per concludere. Grazie.
[Applauso]