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Tempo al tempo | Matteo Professione - Ernia | TEDxUNICATT

TEDx Talks11:16

Transcription

Arriva un momento nella vita ci si inizia a sentire insoddisfatti, come schiacciati, coperti da un verso il basso. E questo cade quando ogni traguardo che tagliamo non si manifesta così soddisfacente come ci aspettassimo. Ogni obiettivo non riesce a completarsi, così corriamo e curiamo verso il prossimo. Ed è proprio mentre corriamo che ne siamo a temere che il tempo che c'è stato concesso non sia sufficiente per sentirci veramente realizzati, e che la realtà è che si sia destinati a correre senza alcun meta per sempre.

Chi di voi non mi conoscesse, ecco, con tutta probabilità, quasi sicuramente avrà sentito uno dei miei ultimi singoli, uscito l’estate scorsa, che è super classico. Faccio rapido: quando a 12 anni, anche se per un certo periodo di tempo della mia vita decisi che non avrei più avuto nulla a che fare con la musica, tuttavia, partire dal 2016 ho ricominciato questa mia attività musicale, applicando adesso una sola regola: quella che non avrei bruciato le tappe e che, quindi, cosa che non avevo fatto in precedenza, mi sarei concesso il mio tempo. Ecco, questo non è esattamente facile nel momento in cui si fa il rap, il musicista in maniera più ampia, l’artista, perché spesso queste professioni prevedono un grande coinvolgimento del proprio ego e ancor più spesso fanno rima con ambizione. E quindi mentirei se non sostenessi il fatto che fin dalle prime volte al microfono, fin dalle prime volte sul palco, il successo e tutto ciò che ne deriva non fossero tremendi obiettivi.

Mal essermi approcciato in maniera più adulta e da più adulto a questo lavoro, ma sicuramente aiutato a comprenderne alcuni aspetti che mi erano sfuggiti in precedenza. Dopo la pubblicazione del mio primo album, ne ho pubblicato una riedizione, una ri-pak, come consuetudine nell’industria musicale odierna. E all’interno di questa nuova versione di “Come uccidere un usignolo” potete trovare il brano che avete sentito in apertura, che si chiama “Spleen”, che, come suggerisce il titolo, si riferisce a quel senso di perenne malessere descritto da Baudelaire e che il poeta contrappone invece all’idea, che è una condizione invece positiva di benessere. Ecco, questo spleen fa sì che l’uomo compia una corsa perenne verso i propri obiettivi, convinto che questi sono rappresentare l’ideale, ma ogni volta che questi obiettivi vengono raggiunti, così dimostrano privi di valore. Alla radice di ciò sta il tempo, che l’uomo sa essere una risorsa limitata e quindi finita. E questo fa sì che l’uomo, nella sua corsa, la sua corsa si faccia sempre più affannosa, sempre quasi più dolorosa, e la paura che il tempo finisca senza che l’idea sia stato raggiunto.

Ecco, quando ho pubblicato “Come uccidere un usignolo” per la prima volta nella mia vita mi sentivo di esser salito sul treno giusto, su preso alla stazione giusta, all’orario giusto, la coincidenza giusta. Eppure i miei colleghi, miei coetanei, con i quali avevo condiviso anche una parte del percorso, erano esplosi qualche mese prima di me ed erano già lanciati nella ionosfera, e questo mi faceva sentire in difetto nei loro confronti. Mi trovavo nella condizione descritta da Baudelaire: avevo raggiunto un obiettivo, ma non ero felice. Ecco, gli anni di cui sto parlando sono gli anni tra il 2016 e il 2017. Sono anni che nel mio ambiente, nella musica urban italiana, vengono ricordati con una certa ironica nostalgia, come se fosse un’era, e hanno effettivamente che hanno portato una profonda rivoluzione nel mercato discografico italiano. Sta con questo cambiamento è stato la causa e non l’effetto di un qualcosa di molto più grande che stava e che sta avvenendo tuttora in tutto il mondo. Mentre infatti abbiamo cominciato a staccare la vita dell’uomo e il suo scopo dall’idea dell’essere unicamente produttivi. Ecco, quindi abbiamo una riscoperta del fitness, healthy food, del tempo da dedicare a noi stessi. Ecco, dall’altra parte, ogni piccolo tassello, anche il più piccolo che compone le nostre giornate, è basato su un solo principio: quello dell’immediatezza. Qui abbiamo spunta blu che ci indicano perfettamente il tempo che intercorre tra la ricezione di un messaggio e la sua effettiva risposta. Abbiamo ordini e consegne con lassi di tempo sempre più brevi, come se il bisogno di ricevere ciò che desideriamo venga prima del desiderio stesso. Tutto ciò che sta succedendo in questo momento nel mondo segue una sola regola: qui e ora, tutto e subito. Stiamo vivendo un momento chiave delle nostre esistenze, il momento più importante delle nostre vite, e che non tornerà mai più, almeno fino al prossimo secondo.

Ecco, tornando all’industria musicale: oggi esce musica ogni settimana. Fino a qualche anno fa, però, i primi passi al mondo di un nuovo album richiedevano tempi più dilatati. La produzione, la promozione, la distribuzione di un disco avevano bisogno di tempi meramente tecnici più lunghi, e quindi poteva succedere tranquillamente che un singolo ci mettesse anche un paio di anni prima di esplodere, un paio di anni dalla sua pubblicazione, giusto il tempo di raggiungere le persone. Oggi non è decisamente così. Come dicevo, ogni settimana esce nuova musica, ogni venerdì abbiamo playlist perfettamente aggiornate con tutto ciò che c’è di nuovo, che eliminano ciò che è vecchio e tutto ciò che è vecchio e tutto ciò che è uscito settimana scorsa. La musica viene trattata come un prodotto; i tempi della domanda si accorciano e quelli dell’offerta devono tenere il passo. Lo streaming ha reso accessibile una quantità potenzialmente illimitata di musica; gli ascoltatori e quindi bisogno da parte degli ascoltatori di ascoltare nuova musica si fa sempre più impellente. È la situazione un po’ descritta da Baudelaire, no? L’obiettivo viene raggiunto e se si dimostra privo di valore, ricomincia la corsa. Se oggi, venerdì, stai ascoltando nuova musica, tempo di venerdì prossimo avrei ricominciato a correre. I tempi delle reliquie si accorciano e quindi se un artista affermato, se un big, fino a qualche anno fa pubblicava un album di tre, quattro, cinque anni, da oggi può concedersi il lusso di pubblicarlo ogni due, magari dopo un blockbuster, e non va sicuramente meglio a un artista emergente. Ecco, un artista emergente dovrebbe pubblicare un album, hanno magari un EP ogni sei mesi. Uscite lampo, però, significano anche molto spesso carriere lampo.

Prima parlavamo del 2016 come se fosse una era fa, un tempo, un’era musicale durava 10, 20 anni, oggi dura 2, 3 anni, e quando un’era musicale se ne va, molto spesso porta via con sé anche buona parte dei suoi protagonisti. Questo si traduce in una maggiore pressione sugli artisti e in un minor tempo da poter vivere, da poter dedicare a vivere esperienze che possano effettivamente ispirare e determinare un’esigenza di scrittura, a fronte di una richiesta qualitativamente altissima del prodotto finito, che comunque verrà sempre paragonato a tutto ciò che è uscito in precedenza, senza considerare il mutamento della realtà discografica avvenuta nello stesso lasso di tempo. Ecco, questa è una visione quasi spaventosa, della quasi catastrofica della cosa, però nel tempo si è dimostrato, gli ascoltatori, anche gli artisti addirittura hanno dimostrato che i nostri gusti hanno bisogno molto spesso di un qualcosa di un po’ più ragionato, e che, contro intuitivamente, si prende il proprio tempo, alla fine vince sempre. È il caso di “Persona”, l’album più venduto del 2020, pubblicato nel 2019, e che Marrakech ha impiegato quattro anni per realizzarlo, quasi un’eternità per i tempi di oggi. Ecco, per intenderci, quando è stato pubblicato l’album precedente di Marrakech, “Status” in Italia, nessuno aveva ancora sentito la parola “trap”, una parola che sembra essersi fagocitata tutto quello che ha a che fare con la musica urban nel nostro paese. Ormai il pubblico le gi delle cose in due o e popolo e tra quando vogliono fare i diversi dicono andy in dio trat. Ecco, al contempo, anche i colossi dell’industria cinematografica hanno cominciato a ridisegnare i propri tempi e a rallentare. Se pensiamo a “Better Call Saul”, lo spin-off di “Breaking Bad”, cosa pensiamo anche a “Mandalorian”, il primo prodotto seriale dell’universo Star Wars, hanno cominciato, sono ritornati alla pubblicazione settimanale delle proprie puntate. Questo cosa significa? Che il pubblico ne parla e non ne parla più per quei due giorni richiesti per vedere le otto puntate che che compongono la stagione, ma per tutto il tempo della sua pubblicazione, che a volte può significare anche mesi, un’eternità a confronto a a quello al mordi e fuggi a cui ci stavamo abituando.

Ho aperto parlando di “Super Classico”, un un pezzo, un mio successo personale che mi ha aperto porte che fino a qualche mese fa pensavo fossero totalmente sbarrate per me. Dopo la pubblicazione di “Super Classico” e del suo album, l’album all’interno del quale contenuto “Gemelli”, ho cominciato a ricevere premiazioni anche per tutta la mia produzione precedente. Alcuni miei pezzi del 2016 vengono certificati singolo d’oro, singolo di platino, disco d’oro e disco di platino dalla FIMI oggi, dopo cinque anni, e che significa che sono sopravvissuti bene al passare del tempo, è una cosa assolutamente non scontata oggi. Tra con una parte del pubblico e addirittura una parte degli addetti ai lavori pensa che in questo momento io dovrei spremere questo successo finché c’è, a cavalcare l’onda finché dura, ma la mia esperienza mi insegna che per cavalcare bene un’onda bisogna imparare a valorizzare il proprio tempo. Se vogliamo che ciò che ascoltiamo segni i nostri ricordi indelebilmente, dobbiamo far sì che la musica che ascoltiamo derivi da esperienze che hanno segnato indelebilmente ricordi di chi quella musica la scritta. Concludo quindi dicendo che dobbiamo, se vogliamo che la musica sopravviva il tempo e segna il tempo, dobbiamo ricominciare ad imparare ad aspettare che chi ha scritto quella musica abbia vissuto del tempo di qualità. Grazie.